Catalogo Proposta Vini 2026: alla Leopolda di Firenze il futuro del vino passa anche dal recupero delle sue “radici”

Il 18 e 19 gennaio 2026 alla Stazione Leopolda a Firenze si è svolta la presentazione del Catalogo 2026 di Proposta Vini, uno dei maggiori distributori italiani di vini e di distillati.

L’ambientazione è stata a dir poco perfetta per un evento di questa caratura: oltre 200 cantine sia italiane che estere, più di 35 produttori di distillati, 6 masterclass, e svariati vini in degustazione hanno animato la manifestazione. Non siamo qui solo per sciorinare numeri e statistiche però; Proposta Vini è anche un attore che ha deciso di investire tempo e risorse in progetti che possono portare nuova linfa al mondo del vino, in un periodo di contrazione dei consumi.

Fra questi, di sicuro interesse è il progetto dei “vini dell’angelo”, una riscoperta dei vitigni che fino alla grande guerra erano presenti in maniera non estemporanea nella zona del Trentino, allora Tirolo italiano. L’area interessata non è casuale, infatti Gianpaolo Girardi fondatore di Proposta Vini nel lontano 1984 è originario della regione tridentina e molto legato ad un sogno che segue personalmente fin dall’inizio.

Il progetto “vini dell’angelo” promuove la coltivazione, la vinificazione e la commercializzazione proprio di questi rare varietà autoctone, recuperate da alcune cantine, dando alla luce vini che uniscono sapori antichi a conoscenze e vinificazioni moderne con dei risultati di sicuro interesse.

Il recupero è stato possibile sia grazie alla ricerca fatta in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach (inizialmente fondata a Innsbruck nel 1874), che ha propiziato il reinserimento degli antichi vitigni nel catalogo nazionale delle varietà di uva da vino, in base al ritrovamento di una carta geognostica del Trentino che fu esposta addirittura all’ esposizione internazionale di Vienna del 1873.

Nella mappa, oltre alla conformazione geologica della regione, furono inserite anche le zone vinicole vocate. Pur non conoscendone l’esatta ragione possiamo presumere che l’ufficiale dell’esercito che la disegnò fosse un appassionato di viticoltura e di vino, che ha permesso, con buona approssimazione, di sapere le presenze di diversi tipi di vitigni coltivati nelle varie vallate, anche quelle più piccole e laterali.

La fortuna vuole che ci sia stato tramandato a riguardo parecchio materiale grazie alla proverbiale organizzazione dell’allora impero Austro-Ungarico. Prima con la riforma voluta da Maria Teresa d’Austria riguardo la scolarizzazione e l’obbligo di alfabetizzazione e poi con una serie di vere e proprie raccolte statistiche sulle varie annate si è potuta operare una vasta raccolta di dati.

Attualmente più di 20 cantine partecipano al progetto, con studi su 30 tipologie di antichi vitigni in modi diversi. C’è anche da dire che non tutte le uve recuperate avevano bisogno di “vini dell’angelo” in quanto alcune varietà hanno superato indenni il cambio varietale avvenuto negli anni, per loro stessa natura non venendo deliberatamente o meno abbandonate.

Dentro ogni calice un frammento di storia identitaria della regione tornerà a vivere. Un filo sottile che unisce carte ottocentesche e il lavoro quotidiano delle cantine di oggi. Ed è proprio in questo dialogo tra passato e presente che il vino riesce ancora a sorprendere e a raccontare qualcosa di autentico anche grazie al lavoro di persone come Girardi.

Le foto del presente articolo sono state scattate da Mattia Genovese.

Il San Valentino a Napoli: “Love in Translation” al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo

“Love in Translation”, ovvero l’amore in tutte le lingue del mondo. Il San Valentino al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo è un percorso emotivo tra gusto, scoperta di nuovi abbinamenti, tanto romanticismo, accompagnamento musicale e sorprese che faranno “viaggiare” gli ospiti non solo virtualmente.  

La raffinata cena preparata dall’executive chef Pasquale De Simone al Roof Garden Angiò (14 febbraio ore 20.30, costo 109 euro per persona) prevede l’aperitivo di benvenuto con Mini cheese cake ricotta di bufala e salmone affumicato, Pane ai cereali, alici di Cetara e pomodori essiccati, Gambero in tempura al sesamo, Focaccia con lardo di Colonnata e riduzione di vino Aglianico, Montanarina con passata di pomodoro e burrata alle erbe. Antipasto con Nido di calamari in infusione di barbabietole, perle di salmone, scarola liquida e croccante, arancia candita, come primo il Riso carnaroli in variazione di crostacei, la loro bisque, polvere di limone e salsa alle erbe spontanee.

Il secondo piatto è il Lingotto di rombo, salmone e pistacchi, carciofo arrosto e cipolla rossa caramellata. Particolare attenzione per il dolce, il “Love Drops” a cura del giovane e pluripremiato pastrychef Ferdinando De Simone. Espresso napoletano, dulce de leche, lampone, litchi e acqua di rose per un viaggio d’amore da Napoli al mondo tra tradizione partenopea, vibranti incursioni esotiche e note più delicate. Un mix di ingredienti che si combinano in un abbraccio di sapori, con il linguaggio dell’amore che si esprime pienamente al termine della cena più romantica dell’anno.

La serata consentirà di partecipare anche ad un particolare e coinvolgente momento in cui protagonista sarà la fortuna e in cui ritorna il tema del viaggio: saranno messi in palio voucher per soggiorni in città europee.

Info e prenotazioni, anche per pacchetti soggiorno con pernottamento: 

gmoffice@mediterraneonapoli.comreception@mediterraneonapoli.com,

Telefono: 081.7970001

Beviamoci Sud Roma 2026: il racconto dei vini del Sud cresce e approda al Westin Excelsior

Torna Beviamoci Sud Roma, l’evento di riferimento nella Capitale dedicato alla valorizzazione dei vini del Mezzogiorno d’Italia. La settima edizione si svolgerà sabato 31 gennaio e domenica 1° febbraio 2026 nelle prestigiose sale del The Westin Excelsior Roma (Via Vittorio Veneto 125), segnando un nuovo e significativo passo avanti nel percorso di crescita della manifestazione.

Nato dalla passione e dall’impegno di Marco Cum (Riserva Grande) e Andrea Petrini, con la direzione tecnica di Luciano Pignataro, Beviamoci Sud Roma racconta ogni anno l’evoluzione della viticoltura del Sud Italia, affermandosi come un osservatorio vivo e dinamico, capace di coglierne cambiamenti, identità e nuove eccellenze.

Durante le due giornate di manifestazione, il pubblico – composto da appassionati evoluti, operatori del settore, ristoratori, enotecari e giornalisti – potrà incontrare una selezione sempre più accurata di aziende. Accanto a realtà strutturate e storiche, cresce infatti la presenza di piccoli vignaioli artigiani, interpreti autentici dei territori e delle denominazioni. Un panorama produttivo che riflette la vitalità e la maturità oggi raggiunte dalla viticoltura del Sud Italia.

Cuore culturale dell’evento saranno, come da tradizione, le masterclass tematiche, condotte da Luciano Pignataro, pensate per approfondire vitigni, territori e annate significative, in un percorso di divulgazione che Beviamoci Sud porta avanti con continuità da oltre sette anni.

Il programma dell’edizione 2026 prevede un calendario di appuntamenti di alto profilo, che prenderà il via sabato 31 gennaio alle ore 17.30 con una masterclass dedicata ai vini dell’Etna, realizzata a cura del Consorzio di Tutela Etna Doc, alla presenza dei produttori e del Direttore Lunetta, per raccontare identità, contrade, esposizioni ed evoluzione di uno dei territori più dinamici del panorama vitivinicolo italiano.

Domenica 1° febbraio sarà dedicata a un articolato percorso di approfondimento.
Alle ore 14.00 si terrà la masterclass sul Primitivo di Manduria, in collaborazione con il Consorzio, focalizzata sull’evoluzione del vitigno negli anni e sulle diverse interpretazioni stilistiche che ne delineano oggi il profilo qualitativo.

Alle ore 16.30 spazio alla Calabria con una masterclass dedicata alla Costa degli Dei DOC, denominazione di recente istituzione ma già fortemente identitaria, attraverso la degustazione di vini prodotti con i due vitigni simbolo del territorio: Zibibbo e Magliocco Canino.

A chiudere il programma, alle ore 19.00, una masterclass dedicata agli spumanti dell’Etna, realizzata in collaborazione con l’Associazione Spumanti Etna, per approfondire una delle espressioni più interessanti e in crescita del vulcano siciliano, capace di coniugare finezza, verticalità e una forte impronta territoriale.

Elemento centrale dell’edizione 2026 sarà anche il Concorso Enologico “Eccellenze di Beviamoci Sud”, riservato alle aziende partecipanti. I vini saranno valutati attraverso degustazioni alla cieca da una giuria qualificata presieduta da Luciano Pignataro, che assegnerà diplomi di merito alle etichette ritenute più rappresentative per qualità, identità territoriale ed espressività.

Accanto alle Eccellenze, tornerà anche il premio “Ambasciatori di Beviamoci Sud Roma”, riconoscimento dedicato a ristoranti, enoteche e wine bar che, nel corso dell’anno, si sono distinti per l’impegno concreto nella valorizzazione dei vini del Sud Italia all’interno delle proprie carte e proposte al pubblico. Un premio che rafforza il legame tra produzione e ristorazione, sottolineando il ruolo fondamentale dei professionisti del servizio nella diffusione della cultura del vino.

«La viticoltura del Sud Italia sta vivendo una fase di straordinaria maturità – afferma Luciano Pignataro – fatta di maggiore consapevolezza, identità sempre più definite e una qualità media ormai stabilmente alta. Beviamoci Sud Roma cresce insieme a questo movimento: cresce nella selezione delle aziende, nel dialogo tra grandi realtà e piccoli vignaioli, e cresce anche nel suo posizionamento, approdando in una location iconica come il Westin Excelsior. È il segno di una manifestazione che continua a evolversi, restando fedele alla propria vocazione culturale».

Orari di apertura

  • Sabato 31 gennaio 2026: dalle 14.00 alle 20.00
  • Domenica 1° febbraio 2026: dalle 14.00 alle 19.00

Biglietti

  • € 30,00 per persona – valido per un solo giorno
  • € 50,00 per persona – valido per due giorni

È possibile acquistare il biglietto online (a tariffa scontata) al seguente link: TICKET

Riduzioni (solo al desk il giorno della manifestazione):

  • € 25,00 (1 giorno) per sommelier con tesserino AIS, FIS, FISAR, Assosommelier, Riserva Grande, Associazione Romana Sommelier

Seminari

  • Memorie Mediterranee: il Salice Salentino tra tradizione e visione contemporanea
    Sabato 31 Gennaio, ore 14.00 – € 35
  • Terroir e Identità: viaggio profondo tra i vini dell’Etna e i suoi versanti
    Sabato 31 Gennaio, ore 17.30 – € 40
  • Il Respiro degli anni del Primitivo di Manduria
    Domenica 1° febbraio, ore 14.00 – € 40
  • Gli autoctoni degli Dei”: lo Zibibbo e il Magliocco canino: due espressioni territoriali per la nuova denominazione calabrese del vibonese. Verso la DOC!
    Domenica 1° febbraio, ore 16.30 – € 35
  • Spumanti dell’Etna
    Domenica 1° febbraio, ore 19.00 – € 40

L’acquisto della masterclass garantisce l’accesso gratuito alla manifestazione. È previsto unicamente un contributo di 7€ per il kit degustazione (calice e tasca porta-calice), che include anche l’utilizzo senza ulteriori costi del servizio guardaroba (fino a esaurimento posti).

Accrediti

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La richiesta di accredito online potrà essere effettuata entro il 28 gennaio 2026 inviando una mail ad accrediti@beviamocisudroma.it. L’eventuale conferma, obbligatoria sarà inviata via e-mail. È previsto un accredito per testata.Operatori Ho.Re.Ca.
La richiesta di accredito online potrà essere effettuata entro il 28 gennaio 2026, inviando una mail da indirizzo aziendale ufficiale ad accrediti@beviamocisudroma.it, indicando la Partita IVA.

Mille&UnBabà – inizia la selezione per la finale della quinta edizione

Parte la quinta edizione di “Mille&UnBabà”, il contest dedicato al dolce napoletano per antonomasia.

Il progetto, targato Mulino Caputo, ha fornito l’opportunità e l’ispirazione a tanti pasticceri, italiani e stranieri, per creare decine di varianti di questo grande classico della pasticceria, già sintesi di successo tra la tradizione mitteleuropea e l’eleganza francese perfezionate dalla tecnica e dalla creatività partenopee.

Se la finale è prevista per lunedì 16 marzo, è già possibile richiedere il regolamento, inviando una mail all’indirizzo: info@dfcomunicazione.it

Le candidature potranno essere presentate entro il 2 marzo, e sono riservate agli artigiani che abbiano maturato almeno 5 anni di esperienza in pasticceria, per la realizzazione di un Babà contemporaneo, proposto in monoporzione.

La giuria sarà composta da un panel d’eccezione; a degustare le proposte in gara ci saranno: il celebre chef stellato Gennaro Esposito; il maestro pasticcere Sal De Riso, presidente dell’AMPISalvatore Capparelli, tra i maggiori e più apprezzati interpreti del Babà napoletano; Sabatino Sirica, Cavaliere della Repubblica e della pasticceria partenopea, e Antimo Caputo, ceo di Mulino Caputo.

Al vincitore verrà assegnata una fornitura di 1000 kg di farina Mulino Caputo, oltre a un premio in denaro di 1000 euro.

E’ sempre stimolante assaggiare le proposte che i maestri pasticceri elaborano e realizzano in occasione dei nostri contest. Soprattutto grazie al contributo delle giovani generazioni, capaci di padroneggiare le tecniche della pasticceria contemporanea, si definiscono nuove tendenze, reinterpretando i dolci della nostra tradizione, in una chiave innovativa.

In questi anni, abbiamo assistito ad una costante ricerca e al raggiungimento di un crescente equilibrio del gusto oltre che alla riduzione dello zucchero, favorita dall’uso sempre più sapiente di spezie, frutta e aromi naturali.”

Puglia – Fatalone, il Dna della Famiglia Petrera nel Primitivo di Gioia del Colle

L’esistenza della viticoltura in Puglia è antecedente ai rapporti tra le popolazioni autoctone e i Fenici, i quali iniziarono a spingersi con le loro navi lungo i litorali della regione a partire dal 2000 a. C. per finalità commerciali. A questi antichi naviganti, provenienti dalla Cananea, va il merito di aver introdotto nuovecultivar e nuove tecniche di allevamento della vite più efficaci, esattamente come fecero con gliHistri, popolo dell’Istria, stanziali presso la Valle del fiume Arsa e la baia di Kalavojna, come in seguito la definirono i greci e che significa “buon vino”.

La storia della viticoltura in Puglia

Nell’area bagnata dal Mare Adriatico corrispondente a gran parte dei Balcani, Dalmazia inclusa, storicamente nota col nome di Illiria, si iniziarono a muovere i primi flussi migratori verso la Puglia, soprattutto verso il Salento, attorno al 1200 a.C. Gli Japigi, forse discendenti dai coloni cretesi stabilitisi a Taranto, furono la prima tribù a popolare queste terre, a cui seguirono prima i Peuceti e i Dauni, probabilmente originari dell’Albania, verso il VII sec. a.C. e successivamente, tra il IX e il X secolo a.C., i Choni e i Messapi.

Forti della lingua e di una civiltà definita da usanze e costumi comuni i Messapi si fusero con gli Japigi, dando così inizio alla cultura e al popolo di Messapia, il cui significato è “Terra tra i due Mari” corrispondente alle attuali subregioni di Murge e Salento. Tra realtà e leggenda, migrazioni, assonanze fonetiche e incroci di civiltà, le viti antenate del Primitivo attecchirono tanto nei Balcani che in Japigia, vasto territorio comprendente la Daunia, la Peucezia e la Messapia, sopravvivendo al tempo e alle dominazioni che modificarono il volto dei territori uniti dal Mare Adriatico, così come lo fecero i Greci dall’VIII sec. a.C. in poi, pur mantenendo relazioni di reciproco rispetto e indipendenza culturale.

Il Primitivo, origine di un nome

Per certi versi, l’incertezza storica che getta nebbia sull’origine definitiva di determinate popolazioni riguarda anche il Primitivo: però, tra i più accreditati studiosi di ampelografia, il dottor Antonio Calò reputava la comparsa del Primitivo in Puglia, o comunque la sua scoperta, risalisse al XVII secolo per merito dei monaci benedettini; tra costoro, molti partirono attorno al 1086 anche dall’Abbazia di Cava de’ Tirreni, un’importante sede monastica benedettina fondata nel 1011 da Sant’Alferio che, dopo il rinnovamento del XVI secolo, entrando nella Congregazione Cassinese, continuò a essere un centro spirituale e culturale, inviando monaci in missione, fondando altre comunità e sostenendo quelle preesistenti, a dimostrazione della sua influenza in Sud Italia.

Merito anche del re Federico II che nel 1194 favorì la viticultura, proteggendo le vigne esistenti, incoraggiandone coltivazione e sperimentazione, così come efficacemente fece la Riforma Gregoriana dopo il definitivo decadimento degli ordini monastici basiliani; in tutto ciò, rispetto al monachesimo, bisogna però si tenga conto che una precedente opera di diffusione delle uve potesse essere già stata messa in atto nella seconda metà del IV secolo dai monaci Basiliani trasferitisi dalla Grecia, persino nelle odierne province diBari e Taranto. Sicuramente, senza i monasteri e senza la perseveranza benedettina di quelle viti non sarebbe rimasta traccia alcuna.

Va evidenziato comunque che il Calò, rispetto alla sua tesi, fu preceduto da Giuseppe Di Rovasenda, il quale pure asseriva che il periodo in cui apparve il Primitivo fosse databile attorno al XVII secolo, ma per altre ragioni: infatti, l’autore del Saggio di Ampelografia Universale asseriva che le marze di Primitivo giunsero grazie ai profughi slavi originari di Zagabria dopo diverse ondate migratorie, spinti anche dall’egemonia saracena.  Non a caso SchiavoneMontenegroAlbanese Zagarese, sono sinonimi del Primitivo gioiese

Quel che è certo è che è a Francesco Filippo Indellicati, nato a Gioia del Colle nel 1767, che va riconosciuto il merito di selezionare e classificare il Primitivo, dandone definizione per la prima volta nel XVII secolo, come appunto asserito dal Calò; Indellicati, appassionato studioso di Botanica e Agronomia, oltre che dignitario papale, divenne primicerio del capitolo della Chiesa Madre di Gioia del Colle e, secondo Francesco Antonio Sannino, fu colui che nel 1799 avviò ufficialmente la coltivazione del Primitivo di Gioia del Colle in un terreno di otto quartieri di estensione in località Liponti, presso la contrada Terzi di Gioia del Colle.

Filippo Indellicati aveva particolarmente a cuore questa cultivar, notando all’epoca che raggiungeva la maturazione fenolica in agosto, precocemente rispetto alle altre uve. Fu per queste ragioni che, nel gergo dialettale gioiese, l’uva veniva chiamata Primativo, detto anche Primaticcio, ma non è escluso che l’etimo avesse a che fare con la carica ecclesiastica ricoperta dall’Indellicati stesso, come asserito anche dal prof. Giuseppe Musci nel 1919, al tempo direttore dei Consorzi di Difesa della Viticultura di Bari.

L’arco temporale intercorso tra gli inizi dell’800 fino ai primi anni ’50 ha visto l’annessione del Mezzogiorno al resto d’Italia, il cosiddetto Brigantaggio, la Grande Guerra e la Seconda Guerra Mondiale, eventi che hanno cambiato per sempre, assieme alle grandi migrazioni, il volto del nostro Paese e che hanno richiesto un immane sforzo per la ricostruzione e, soprattutto nell’Italia del Sud, tanta fatica contadina.

La famiglia Petrera

Un punto di riferimento fondamentale per la preservazione del patrimonio vitivinicolo gioiese e il futuro del Primitivo di Gioia del Colle in quest’epoca è stato il punto in cui Nicola Petrera, nato nel 1827, decise di costruire la propria casa, senza sapere che la scelta di un luogo, nelle mani di un suo futuro erede, diventerà la pietra miliare per dare grandezza al nome di questo emblematico vitigno pugliese; infatti, agli inizi del XIX secolo elesse la sommità della collina di Spinomarino per la sua dimora con tutta la tenuta attorno per praticare la viticoltura.

Il lavoro, tra disboscamento, lo scavo dei pozzi per fare scorta idrica e l’estrazione della roccia con cui venne costruita la casa trullo, fu davvero durissimo, ma il sacrificio non andò perduto e neanche le parole di Nicola, che riassumono i valori familiari e l’abnegazione per la fatica in vigna: “chi ama e rispetta la Natura, ama Dio e se stesso”. La casa trullo, come vedremo di seguito, resta un vero e proprio punto cospicuo per coloro che vogliono ripercorrere la storia del Primitivo, così radicato nel dna della Famiglia Petrera, tanto che ancora oggi è possibile vedere sulla sua sommità una roccia con sopra inciso un triangolo, simbolo geodetico che identifica la masseria come riferimento cartografico.

Il lavoro però era ancora tanto e mancava molto a ciò che la tenuta avesse l’aspetto attuale: a proseguire l’opera di Nicola è stato il figlio Filippo Petrera, nato nel 1852 e detto Fatalone, termine designante nel gergo locale un Don Giovanni e che da allora sarà il soprannome familiare dei Petrera. Filippo visse fino a 98 anni facendo colazione fino all’ultimo giorno con mezzo litro di Primitivo e mezzo litro di latte appena munto. A ereditare l’impegno di Flippo, nel proseguire l’opera avviata dal padre Nicola e poi da lui stesso, sarà Pasquale Petrera, nato nel 1913, il quale chiamerà suo figlio Filippo Vito Petrera, come tradizione vuole.

Nasce il progetto “Fatalone

Filippo, è un uomo risoluto e dal grande amore per la sua terra, quando lo si interroga a proposito del destino la sua risposta è semplice: non che il destino abbia voluto così, sciocchezze! In realtà è il risultato di come ci si pone nel rapporto con la Natura, ovvero il Creato e il Creatore, e col prossimo ed è quindi semplicemente l’effetto delle nostre azioni. Nel portare avanti la tenuta la capacità di Filippo sarà quella preservare e coniugare tanto l’eredità, costituita dai vigneti familiari, quanto di fare tesoro della conoscenza enologica di suo suocero Giuseppe Orfino, nato nel 1921 e venuto a mancare nel 2016. Con molte difficoltà Filippo Petrera riuscirà a realizzare il suo sogno più grande: dar lustro e identità al nome del Primitivo di Gioia del Colle imbottigliandolo in purezza per la prima volta!

Perché ciò potesse accadere Filippo iniziò a confrontare l’evoluzione dei vini prodotti fra suo padre e suo suocero per comprendere quale procedimento di vinificazione potesse essere più efficace a rendere il Primitivo più espressivo e longevo. La svolta si ebbe con l’annata 1981, emblematica per Filippo in quanto la materia prima aveva finalmente incontrato il giusto peso della mano dell’uomo e la bottiglia recava con sé il messaggio di un sogno che presto si sarebbe realizzato.

Arrivò il 1987 e, dopo una lunga lotta di carte bollate condotta assieme al dott. Erasmo Pastore, Filippo Petrera restituì il Primitivo di Gioia del Colle al suo legittimo destino, vedendosi finalmente riconosciuta la Doc Primitivo di Gioia del Colle, ottenendo altresì tutte le autorizzazioni necessarie per produrre, imbottigliare e promuovere il Primitivo in purezza. Filippo Petrera, quando accarezza i filari vicino casa sua, ricorda bene quei momenti e, oltre ad essere divenuto presidente del relativo Consorzio, nel 1988 vide la vendemmia del 1987 diventare la prima annata e realizzare prima bottiglia ufficiale con il marchio Fatalone. Era la grande annata di suo padre Pasquale e di suo suocero Giuseppe, tutto il vino imbottigliato ed etichettato a mano! U’ Pr’mativ’e!

Oggi, con Pasquale Petrera, figlio di Filippo e classe del ’78, assumiamo che per riconoscere la grandezza del Primitivo di Gioia del Colle ci sono volute ben 5 generazioni e l’unione di due famiglie, legate per la vita, la passione per la vitivinicoltura e il lavoro.

La cantina Fatalone Petrera si eleva in contrada Gaudella a 365 metri sul livello del mare, in un punto di Gioia del Colle pressoché distante dal Mar Adriatico e il Mar Jonio, a circa 45 chilometri, contando 9 ettari tutti intorno alla proprietà in un territorio ricco di storia: siamo pur sempre nella subregione delle Murge, un tempo abitata dai Peuceti, come dimostrano gli scavi archeologici e il vasellame destinato a contenere vino e olio presso il Monte Sannace.

Qui il terreno, del tipo argilloso-calcareo a medio impasto, ricco di minerali e con presenza di fossili marini, costituisce un valore aggiunto, capace di conferire ai vini di questa azienda agricola la caratterizzante freschezza e mineralità, che sono da ricercarsi anche nella consuetudine di impiantare le barbatelle a circa un metro di profondità, di modo che l’apparato radicale possa espandersi e captare l’umidità intrappolata nel suolo.

I vini

Ecco perché Pasquale Petrera sostiene che tutto parte dalla terra.

La prima generazione ha domato la terra e ha gettato le basi per l’attuale azienda, la seconda e la terza hanno ampliato e gestito con cura i vigneti, la quarta ha scolpito il nome del Primitivo di Gioia del Colle nella storia dell’enologia italiana e Pasquale Petrera, la quinta generazione, ha proiettato le cantine Fatalone nel futuro: l’attuale titolare racconta fieramente di quanto l’azienda sia stata pioniera nella conversione all’agricoltura biologica, la 288^ in tutta la Puglia e la Basilicata contemplando tutti i modelli agronomici e zootecnici, inclusi quelli con produzione diversa da uva da vino.

Pasquale riporta altresì che, quando era stata riconosciuta la Doc nel 1987, la sua famiglia, con un totale di 4,75 ettari, era tra i pochi possidenti di vigneti impiantati a Primitivo, per un totale di 12 ettari, in un’area in cui il vitigno era stato quasi completamente espiantato e che, grazie alla sua famiglia e alla sua personale visione, oggi gode di una fama internazionale, visto il buon posizionamento di mercato dei vini in diversi Paesi. La cantina Fatalone Petrera persegue un rigido protocollo di agricoltura biologica, senza irrigazione e favorendo l’inerbimento spontaneo con la pratica del sovescio.

Quattro le referenze di Casa Petrera, tutte non chiarificate, stabilizzate o filtrate, a basso contenuto di solfiti e prodotte esclusivamente con proprie uve: il Fatalone Primitivo Riserva e il Fatalone Primitivo di Gioia del Colle Doc, le cui viti, impiantate nel 1990, affondano le radici negli stessi suoli attorno alla proprietà e vengono allevate con una moderna versione di Alberello Pugliese con due capi a frutti adattato a spalliera, rispettivamente per un totale di bottiglie prodotte di 15 mila e 25 mila.

Per la versione riserva 12 mesi in acciaio e 12 mesi in botti di Rovere di Slavonia da 750 litri, con la peculiarità della musicoterapia al fine di ottimizzare lo spontaneo processo di micro-ossigenazione e favorire l’affinamento del vino stesso, per definitivi 6 mesi in bottiglia prima dell’immissione sul mercato. Il Teres Primitivo Rosato Igt Puglia viene prodotto a metà ottobre, frutto dei racemi delle viti di questa cultivar, per un totale di 6000 bottiglie, ottenute da una fermentazione spontanea e macerazione di 30 ore in solo inox e malolattica naturale.

Infine lo Spinomarino Greco Igt Puglia, frutto di viti allevate a pergola tra i due e i quattro capi a frutto, ottenuto da pressatura soffice senza diraspatura con breve macerazione in pressa di 24 ore, fermentazione spontanea in in acciaio a temperatura controllata con soli lieviti indigeni per 4500 bottiglie totali.

L’ottimizzazione assidua del prodotto, a partire dal miglioramento delle pratiche agronomiche ed enologiche, è una costante della cantina Fatalone Petrera, meditante piani di valorizzazione, ricerca e sviluppo: infatti, non sono mancate negli anni coincidenti al passaggio di testimone a Pasquale, cooperando ad esempio nel 2000 con ad un programma di ricerca dell’Istituto per la Viticoltura di Turi per la selezione clonale dei vitigni di Primitivo presenti sul territorio.

Nel 2003 è stata avviata la collaborazione con la Facoltà di Agraria dell’Università della Basilicata sulla caratterizzazione chimica dei vini Doc e Igt del Sud-Italia, compresa la ricerca in partnership con il Centro Nazionale Ricerca dell’Università di Lecce, sull’identificazione, la caratterizzazione e la selezione dei lieviti presenti nel Primitivo.

Non ultimo, tra il 2005 e il 2007, la cantina Petrera ha lavorato, in collaborazione con il Centro Ricerche e Analisi Agroalimentari di Bari, autorizzato dal Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca, sulle possibili strategie per la prevenzione della contaminazione da ocra-tossina A nei vini, coadiuvata dal Dipartimento di Chimica dell’Università La Sapienza di Roma e con la supervisione dell’Istituto Superiore della Sanità.

La nostra redazione ha avuto il piacere di raggiungere Pasquale Petrera per porgli qualche domanda:

Quali sono i tratti più caratterizzanti dei vini Fatalone?

In Natura, un’osservazione umile, aperta e sincera è la chiave per un vero apprendimento e una vera comprensione di ciò che realmente accade nel vigneto e di ciò di cui la vite ha effettivamente bisogno. È il modo per sentirsi e percepire veramente se stessi come parte del tutto, accettandone pacificamente l’imprevedibilità di annate non sempre favorevoli e lasciandosi guidare da esse, dandovi giusta e opportuna interpretazione. Ciò per noi, vignaioli da 5 generazioni, stabilisce la differenza tra chi parla di tradizione e chi la pratica, facendo tesoro di tutti gli insegnamenti che ci derivano da cooperazioni con atenei e istituzioni scientifiche.

Coerenza e fedeltà alle nostre radici, una visione ampia e lungimirante, vivendo il presente con la consapevolezza che c’è sempre da imparare è ciò che noi accomuniamo alla roccia, al vento marino e al sole che leviga le nostre uve.

A cosa dovrebbe essere imputata nel complesso l’attuale crisi del vino e come la state fronteggiando?

I fattori sono complessi e dinamici, alcuni tornano con una certa ciclicità altri sono conseguenze di un’epoca particolare. Potrei parlare di dazi ed errate politiche agricole, eccessiva fiducia in una certa maniera di comunicarsi o staticità sui mercati, ma mi limito semplicemente a dire il vino sta vivendo un processo di selezione naturale e che ciascuno è libero di percorrere la propria strada come meglio crede.

Riguardo a ciò che facciamo, credo che Il concetto di resilienza nel nostro percorso vinicolo familiare sia strettamente legato alle difficoltà e alle sfide intese non come momenti, ma come una costante che perdura ancora oggi, dopo che il nostro capostipite gettò nel 1800 le fondamenta di quella che ancora oggi si può considerare una pietra angolare per gli estimatori del Primitivo di Gioia del Colle.

Mio padre nacque durante la Seconda Guerra Mondiale, visse la povertà della vita di campagna di quel periodo nel Sud Italia, poi emigrò al Nord Italia per cercare lavoro come operaio siderurgico, ma all’inizio degli anni ’80 decise di tornare a casa per prendere in mano l’azienda agricola di famiglia e liberare il Primitivo dalla sua reputazione di vitigno a bassa resa, adatto solo alla produzione di vino sfuso da assemblare con altre uve più ritenute più pregiate.

Rilevò alcuni dei pochi vecchi vigneti di Primitivo autoctono ancora esistenti a Gioia del Colle e ne piantò di nuovi quando tutti gli altri stavano estirpando il Primitivo per sostituirlo con altre varietà più produttive. Quando iniziò a imbottigliare il Primitivo nel 1987, possedevamo 4,75 ettari su una superficie totale di una dozzina di ettari distribuiti su tutto il territorio della Doc di Gioia del Colle.

Dare inizio alla nostra avventura con l’imbottigliamento del Primitivo alla fine degli anni ’80, subito dopo lo scandalo del metanolo, operare in un contesto difficile come quello del Sud Italia, avvicinare lo scettico cliente internazionale introducendo un vitigno quasi sconosciuto, proveniente da una regione del Sud Italia quasi altrettanto sconosciuta, elementi entrambi associati alla produzione di vino sfuso, è stata un’impresa che ha richiesto non poco coraggio e fiducia nei nostri mezzi, provando e riprovando per almeno sei vendemmie prima di arrivare a imbottigliare con il nostro nome.

Quindi la nostra risposta a una sfida costante è sempre stata la costanza e la coerenza nel seguire le nostre passioni e i nostri sogni, lavorando duramente nel pieno rispetto delle buone e rispettose pratiche di campagna, dando profondità, autenticità e valore a ciò che facciamo con quell’ostinata passione che ci ha condotto oggi esattamente dove siamo.

È tutto legato ad una sola questione: sapere chi sei e, qualunque cosa cambi intorno a te, rimanere esattamente lo stesso. È pura personalità, dignità e orgoglio, ma è anche senso di onestà e rispetto per chi ha imparato ad amare i nostri vini e ci scegli per ciò che siamo, senza lasciarci affabulare dalle lusinghe della moda o dall’andamento, talvolta volubile, dei mercati.

Un obiettivo da raggiungere nei prossimi anni…

Migliorarci anzitutto, continuando a dialogare con le nostre viti con il linguaggio tramandato da 5 generazioni, interrogandole con i mezzi più etici e innovativi per prevenirne le esigenze, ottimizzando sempre più la vendemmia, anno dopo anno.  Naturalmente vorremmo che la nostra storia, la storia del Primitivo di Gioia del Colle, incontri sempre più appassionati nel mondo, ma soprattutto che tanti appassionati possano venire a trovarci, toccando con mano quel che facciamo e raccontarlo al mondo

Se lievita è vero Amore” parte da I Caporale a Casalnuovo di Napoli

Il 21 gennaio a Napoli la prima serata solidale del progetto che unisce 10 pizzerie italiane a sostegno di Fondazione Serena Onlus per il Centro Clinico NeMO

Dalla pizzeria I Caporale parte l’iniziativa di solidarietà che attraverserà l’Italia con una serata degustazione e una pizza speciale NeMO in menu per un anno. Lunedì 21 gennaio appuntamento in via Nazionale delle Puglie, 83 a Casalnuovo di Napoli per la serata “Se lievita è vero Amore”, il progetto ideato, progettato e realizzato da Carbot Communication che coinvolge 10 pizzerie italiane d’eccellenza unite da un obiettivo comune: trasformare la pizza in uno strumento concreto di sostegno alla ricerca e all’assistenza sanitaria operata da Fondazione Serena Onlus per il Centro Clinico NeMO presso l’Azienda Ospedaliera Specialistica dei Colli – Ospedale Monaldi Napoli, il Policlinico Gemelli di Roma e l’Ospedale Niguarda di Milano.

La serata dai fratelli Caporale rappresenta l’inizio di un percorso benefico strutturato. Per l’occasione, infatti, sarà possibile scegliere un menu degustazione solidale al costo di 50 euro, con incasso interamente devoluto al Centro Clinico NeMO. Il percorso gastronomico prevede assaggi di: Pizza NeMO “Lievitata d’Amore”, Caporalotto Napoli a modo nostro, Marinoro in tripla cottura, Margherita a ruota di carro e si conclude con il dolce caprese, realizzato in collaborazione con Annuccia.

Accanto alla degustazione, debutta, ufficialmente la Pizza NeMOLievitata d’Amore” firmata I Caporale che entrerà stabilmente nel menu della pizzeria, per un anno, al costo di 9 euro: una pizza solidale reinterpretata da ogni pizzaiolo aderente all’iniziativa secondo il proprio stile, ma legata da un’identità comune. Ogni mese, l’incasso della Pizza NeMO sarà interamente devoluto in beneficenza.

La “Lievitata d’Amore” de I Caporale è una pizza delicata e avvolgente: il pomodoro Marzanella giallo di Solania dona una dolcezza morbida e luminosa, i datterini confit aggiungono profondità e una nota caramellata, la provola di Latteria Sorrentina fonde il tutto con cremosità e sentori lattici, mentre basilico fresco e note di pepe chiudono con eleganza e profumo.

Una pizza equilibrata, solare, che parla di Mediterraneo e cura artigianale.

Il progetto proseguirà il 26 gennaio da Salvatore Santucci Pizzeria, il 27 gennaio da Antonio Tancredi, Diametro 3.0 a Casoria, il 28 gennaio da Raffale Bonetta, Raf Bonetta Pizzeria al Vomero, Napoli e il 29 gennaio da Manuel Maiorano a La Fenice Pizzeria Contemporanea di Pistoia. Pronte ad essere lanciate altre 5 serate che saranno annunciate nelle prossime settimane.

Seguiranno poi da altrettanti appuntamenti conclusivi e un grande evento finale.

Se lievita è vero Amore” va oltre il cibo: è una rete di professionisti che sceglie di mettere il proprio lavoro al servizio del bene comune, dimostrando che la ristorazione può essere portatrice di valori, responsabilità sociale e partecipazione attiva.

Perché quando l’impasto cresce, cresce anche l’amore per gli altri.

Prenotazione obbligatoria.

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I Centri Clinici NeMO, dal 2008, rispondono in modo mirato ai bisogni clinico-assistenziali di adulti e bambini che convivono con malattie neuromuscolari e neurodegenerative, come la SLA, la SMA e le distrofie muscolari.

Il progetto “Se lievita è vero Amore” contribuirà al sostegno delle seguenti attività e servizi:

  1. revisione della localizzazione e della funzionalità del sistema di telemetria, per un monitoraggio più efficiente e integrato;
  2. acquisto di saturimetri memory, predisposti anche per la registrazione dei parametri vitali;
  3. installazione di ulteriori monitor per la rilevazione dei parametri, con trasferimento dei dati in tempo reale verso l’infermeria;
  4. acquisto di capnografi e dispositivi per la polisonnografia;
  5. introduzione di occhiali 3D per la riabilitazione dei pazienti;
  6. interventi strutturali per garantire una maggiore privacy nelle stanze multipersona;
  7. allestimento di una centrale di emergenza dedicata al day hospital;
  8. potenziamento del NeMO Team per interventi di assistenza domiciliare;
  9. attività di formazione dedicate all’età pediatrica.

Un progetto che rafforza l’impegno dei Centri Clinici NeMO nel garantire cure sempre più qualificate, innovative e vicine ai bisogni delle persone.

“’O famo strano?” Anche il vino ci prova… storie e curiosità dietro i nomi più bizzarri

Il mondo del vino non è solo tradizione ed eleganza, ma anche ironia e fantasia. Se è vero che il vino è poesia imbottigliata, come diceva Stevenson, a volte questa poesia ha titoli davvero originali. Dai vitigni che sembrano usciti da una favola ai vini che paiono inventati da un comico.

Cominciamo dalle protagoniste principali: le uve. Alcuni nomi sono così particolari che viene spontaneo chiedersi chi li abbia inventati e quale storia si nasconda dietro quelle parole.

Allora al via la descrizione di queste stranezze:

  • Pecorino

Confesso che, quando muovevo i primi passi nel mondo del vino, il suo nome mi lasciò perplessa: cosa c’entra il formaggio con il calice? In realtà, il Pecorino è un antico vitigno a bacca bianca, tipico dell’Italia centrale, le ipotesi sull’origine del suo nome sono varie. C’è chi lo riconduce alle greggi di pecore che un tempo pascolavano tra i filari, e si cibavano dai suoi acini dolci; chi sottolinea la somiglianza del grappolo, dalla forma allungata, alla testa della pecora; chi riconduce il nome all’abbinamento con il noto formaggio e alla somiglianza nel gusto; altri ricordano come il Pecorino fosse un vino di bassa qualità destinato appunto ai pecorari. Oggi c’è stata una riscoperta del vitigno e l’omonimo vino sta riscuotendo un grande successo grazie alla sua freschezza ed eleganza.

Schioppettino

Non è un petardo, ma un vitigno friulano dal carattere speziato. Il nome? Probabilmente legato al suono dei vinaccioli che “scoppiettano” sotto i denti o, secondo un’altra teoria, al fatto che la sua elevata acidità provocava la fermentazione malolattica in bottiglia, causando talvolta la fuoriuscita del tappo con un vero e proprio “scoppio”. Lo Schioppettino è un rosso dal colore violaceo intenso, fresco e vivace grazie alla sua acidità. Ha corpo equilibrato, tannini delicati e un grado alcolico moderato. Da giovane sprigiona profumi di frutti di bosco, mentre con un lieve affinamento si arricchisce di note muschiate.

Passerina

Il nome Passerina deriva probabilmente dai passeri, golosi dei suoi piccoli acini dorati, dolci e succosi.

E’un vitigno a bacca bianca, autoctono dell’Italia centrale e diffuso soprattutto tra Marche e Abruzzo. La sua origine è contesa tra le stesse Marche e la provincia di Frosinone,

Nel Novecento la Passerina finì in secondo piano, soppiantata dal più produttivo Trebbiano Toscano. Per anni fu persino scambiata per altri vitigni bianchi locali, come Bombino Bianco, Trebbiano e Biancame, complice la sua generosità e la somiglianza degli acini.

Gaglioppo

Sembra il nome di un supereroe o di un personaggio dei fumetti. In verità è un vitigno a bacca nera, simbolo della Calabria, che affonda le sue radici in una storia avvolta dal mistero. Il suo nome, secondo la tradizione locale, deriva dal termine dialettale “gaglioppo”, che significa “pugno chiuso”, un chiaro riferimento alla forma compatta e tondeggiante dei suoi grappoli. Questo vitigno è il protagonista indiscusso del Cirò, uno dei vini rossi più rappresentativi della regione.

Ma l’origine del Gaglioppo è tutt’altro che certa. Alcuni sostengono che il nome abbia radici greche e significhi “bellissimo piede”, evocando eleganza e armonia. C’è chi racconta che furono i Fenici a portarlo sulle coste calabresi, mentre altri credono che fosse già presente prima dell’arrivo dei Greci.

Vespaiola

Diffusa nel vicentino, è una varietà a bacca bianca che racconta la storia e l’identità di questo territorio. Il suo nome curioso si fonda su una caratteristica singolare: durante la maturazione, gli acini sprigionano una dolcezza irresistibile che attira le vespe, golose del mosto zuccherino.

Dal vigneto alla bottiglia, la Vespaiola si trasforma in Vespaiolo, un vino bianco secco con una vibrante freschezza e spiccata acidità.

Schiava

Il termine Schiava non indica un singolo vitigno, ma una famiglia di varietà a bacca rossa, conosciuta in Alto Adige anche come Vernatsch. Le diverse tipologie, pur con caratteristiche ampelografiche distinte, sono raramente coltivate separatamente.

L’origine del nome risale al Medioevo e deriva dall’espressione latina cum vineis sclavis, “con viti schiavizzate”: un riferimento alla forma di allevamento a filare, che prevedeva di legare la vite a un supporto per controllarne la crescita. Una pratica che si contrapponeva alla libertà delle viti selvatiche, lasciate crescere senza vincoli.

Tazzelenghe

Tra i vitigni a bacca nera più antichi e identitari del Friuli – Venezia Giulia, lo troviamo nella provincia di Udine e nelle colline dei Colli Orientali del Friuli, dove per secoli è stato parte integrante della viticoltura locale. Il nome, tra i più evocativi del panorama ampelografico italiano, deriva dal friulano “tace‑lenghe”, ovvero “taglia‑lingua”, chiaro richiamo alla spiccata tannicità e all’acidità decisa che caratterizzavano i vini potenti e severi. Documentato già nella prima metà dell’Ottocento, il Tazzelenghe era destinato a vini strutturati e longevi. Dopo un lungo periodo di declino nel Novecento, negli ultimi decenni è stato progressivamente riscoperto e valorizzato.

Grecomusc’

Traduzione letterale Greco Moscio, originario dell’Irpinia il suo vero nome è Roviello Bianco. Il termine “moscio” deriva da una caratteristica del tutto peculiare degli acini: la maturazione irregolare provoca una buccia leggermente rugosa e una polpa particolarmente concentrata, elementi che incidono in modo determinante sul profilo dei vini. Nonostante venga spesso confuso o associato al Greco, il Grecomusc’ non presenta legami di parentela genetica con quest’ultimo.

Dalle sue uve nascono vini di notevole complessità e tensione minerale, capaci di evolvere nel tempo.

Se i vitigni ci hanno sorpreso con la loro originalità, i produttori non sono da meno: anche i nomi e le etichette diventano un terreno di creatività senza confini.

In Toscana, un Sangiovese in blend con Canaiolo e Colorino, anche se sono in piccola percentuale, dà origine al Soffocone di Vincigliata, un tocco ironico che rende omaggio a Firenze e alla collina che accoglie la tenuta. Di origini norvegesi, il produttore Bibi Graetz ha saputo abbracciare la tipica goliardia fiorentina, scegliendo per il suo vino un nome provocatorio. Perché? La zona di Vincigliata, celebre per il castello vicino a Fiesole, è nota come rifugio romantico per coppiette in cerca di privacy. Artista oltre che vignaiolo, Graetz ha completato l’opera con un’etichetta incisa all’acquaforte, che racconta la stessa audacia del nome.

Montalcino dà il nome, ironico e irriverente, a un Rosso Igt che si chiama Bionasega prodotto da Rudy Cosimi. L’etichetta si prende burla con ironia tutta toscana della moda dei vini biologici. Rudy chiarisce: «Non ho nulla contro il biologico, ma spesso è solo marketing». Il suo Bionasega, invece, nasce da lavorazioni classiche e artigianali, senza scorciatoie. «In bottiglia si sente la differenza», assicura.

Massera Spaccafico produce un Nero di Troia che porta in etichetta il nome di Passera Scopaiola, il cui nome deriva dall’uccellino Passera Scopaiola, che nidifica negli arbusti di erica scoparia; il nome del vino gioca su questo nome, evocando la natura locale e talvolta con allusioni goliardiche o scaramantiche legate alle tradizioni

Il Bricco dell’Uccellone, icona della cantina Braida, nasce da Barbera coltivata sulle colline di Rocchetta Tanaro. Giacomo Bologna, fondatore nel 1961, rivoluzionò il vitigno grazie all’idea, ispirata da Luigi Veronelli, di affinare la Barbera in barrique francesi, trasformandola da vino semplice e fresco in un rosso strutturato, complesso e longevo. Il nome curioso deriva dal soprannome di una donna del luogo, sempre vestita di nero e con un naso che ricordava il becco di un uccello. E sempre in Piemonte, storico fu “No barrique no Berlusconi” il Barolo di Bartolo Mascarello in contestazione con le nuove tendenze sia enologiche che politiche.

Se volete stupire, puntate su Baciamisubito una Barbera del Monferrato giovane e fresca, firmata dalla cantina La Scamuzza. Il nome, immediatamente evocativo, cattura l’attenzione, mentre l’etichetta, ideata da Laura Zavattaro Bertone, racconta una storia di origini familiari e di autentica passione per il vino.

Anche oltreconfine il vino si diverte: ecco alcuni nomi stravaganti.

Cojon de Gato è una rara varietà autoctona a bacca rossa, coltivata prevalentemente nella regione spagnola dell’Aragona. Il nome curioso, che in italiano si potrebbe tradurre come “testicolo di gatto”, richiama la forma particolare degli acini: ovali e leggermente allungati. Tradizionalmente impiegata in blend, questa uva sta vivendo una nuova valorizzazione grazie a produttori che scelgono di vinificarla in purezza, esaltandone il carattere distintivo e il legame con il territorio.

Dietro il nome Fat Bastard si nasconde una storia divertente e un pizzico di audacia. Tutto nasce in una cantina del sud della Francia, dove Thierry Boudinaud e Guy Anderson assaggiavano uno Chardonnay lasciato a fermentare sulle fecce più a lungo del solito, sorprendentemente ricco e avvolgente. Davanti a tanta opulenza, Guy esclamò: “Now that’s a fat bastard!”. Da quella battuta è nata un’etichetta iconica, accompagnata dall’ippopotamo stilizzato, simbolo di rotondità e carattere.

Le Vin de Merd è il nome volutamente provocatorio di un vino francese nato in Languedoc per ribaltare i pregiudizi sui vini della regione. L’etichetta, che raffigura una mosca e porta lo slogan “Il peggiore nasconde il migliore”, gioca con l’ironia per sottolineare il contrasto tra la cattiva reputazione e la qualità reale del prodotto.

Allora, siete pronti a brindare con un Vin de Merd o con un Soffocone di Vincigliata?

Prosit!

Il professor Giancarlo Moschetti e la cantina 2Vite

Ricordiamo tutti Adriano Celentano ballare in un film al ritmo della musica, mentre pigia le vinacce con i piedi all’interno di un tino.

Quel gesto all’apparenza considerato “rustico” era in realtà il simbolo di un passato neppure troppo lontano, quando le campagne venivano vissute in maniera diversa, con momenti di gioia alternati a quelli di grande fatica contadina.

Anche oggi fare vino rappresenta la fase più delicata di ogni produttore, come l’attesa di un figlio in arrivo, ma quella magia, quella voglia di unirsi alla natura in perfetta armonia, è stata spesso messa da parte dai progressi tecnologici.

Il discorso non vale per Giancarlo Moschetti – cantina 2Vite – che produce solo 2 etichette per pochissime bottiglie numerate. La consulenza di un fuoriclasse come l’enologo Vincenzo Mercurio non gli ha impedito di mantenere un protocollo “biologico” nel vero significato del termine, rispettando procedure antiche e limitando al minimo l’intervento dell’uomo.

Giancarlo, professore all’università di Palermo, aveva già la passione per alcune componenti fondamentali del vino: i lieviti e la loro interazione con gli uccelli migratori, responsabili della diffusione degli stessi anche a lunghe distanze. Una ricerca approvata a livello internazionale che segna solo uno dei passi del suo nuovo progetto di vita.

Ad esso si uniscono i reimpianti del 2014 a Taurasi nelle vecchie vigne di famiglia, il metodo Me.Mo. stabilito proprio con Mercurio per aiutare la micorrizzazione, ovvero la simbiosi tra un fungo e le radici della vite e l’adesione all’Associazione Vignaioli e Territori per promuovere la biodiversità e la sostenibilità delle pratiche agronomiche.

E poi la bellezza pura e sincera di vedere il professore impegnato ancora in quelle pratiche di rimontaggio artigianale, quasi “casalingo”, mentre si immerge fino alle braccia all’interno dei fusti di castagno aperti.

La volontà di unire l’Irpinia con il Vesuvio nelle varietà rappresentative: Roviello e Aglianico per Taurasi, Caprettone e Piedirosso per l’areale di Terzigno. Due vini frutto del blend tra uve complementari, che sanno distinguersi nel calice ciascuno con la propria personalità.

Macerazione pellicolare per 3 giorni e pied de cuve per il bianco annata 2024 che dimostra il suo carattere in stile orange wine, con scie di pesca matura, cannella, erbe di campo e parti iodate sul finale. Più compatto il sorso del rosso 2022 dai tannini ancora scalpitanti tipici dell’Aglianico, circondati però da nuance da frutti di bosco, liquirizia e tabacco.

Appena 2000 bottiglie per ogni tipologia, una microproduzione che regala una ventata di freschezza ed eleganza contemporanea, nel rispetto dei ricordi dolci del passato.

Maturazioni Pizzeria celebra gli 80enni di San Giuseppe Vesuviano: una pizza in regalo nel giorno del loro compleanno

Maturazioni Pizzeria, realtà ormai conosciuta a livello nazionale per il suo successo sui social e per i milioni di visualizzazioni conquistate grazie a una comunicazione autentica e innovativa, conferma ancora una volta la propria vocazione sociale con un’iniziativa dal forte valore simbolico e umano.

La pizzeria ha infatti deciso di regalare una pizza a tutti gli ottantenni di San Giuseppe Vesuviano nel giorno del loro compleanno. Un gesto semplice ma significativo, pensato per celebrare una generazione che rappresenta la memoria storica e l’anima del territorio. Nel corso del 2026 saranno circa 200 gli ottantenni che riceveranno in dono una Margherita o una Marinara, le due pizze simbolo della tradizione partenopea.

L’iniziativa si inserisce nel percorso di responsabilità sociale che Maturazioni Pizzeria porta avanti da tempo, affiancando al successo mediatico un impegno concreto verso la comunità locale. Un modo per restituire valore al territorio che ha visto nascere l’azienda, rafforzando il legame con i cittadini e promuovendo una cultura dell’attenzione e della condivisione. Con questo progetto, Maturazioni Pizzeria dimostra come anche un brand capace di parlare a milioni di persone possa continuare a mettere al centro le relazioni, le storie e le persone, partendo da chi ha contribuito a costruire l’identità di un paese.

Alcamo Wine Fest 2025: tra storia, territorio e vini d’eccellenza

14-15 dicembre 2025 – Alcamo (TP)

Pochi giorni fa la cucina italiana è stata ufficialmente inserita nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. Quando Gambero Rosso mi ha proposto di partecipare ad Alcamo Wine Fest, dopo la precedente Alcamo Wine Fest, che sia un Catarratto per tutti, non poteva esserci modo migliore per celebrare questo traguardo se non nella Trinacria, terra di cucina, dolci e vini eccellenti.

Il viaggio inizia al Resort La Battigia, un elegante hotel affacciato sul mare e vicino al cuore di Alcamo. Un perfetto punto di partenza per immergersi nei segreti enologici e culturali di questa affascinante area siciliana.

Alcamo DOC: il bianco storico che guarda al futuro

Alcamo DOC, una delle prime denominazioni siciliane istituite nel 1972, racconta una storia silenziosa ma intensa. Il vitigno simbolo è il Catarratto, soprattutto nella sua variante Lucido, espressione pura di freschezza, sapidità e precisione aromatica.

Le colline ventilate tra Trapani e Palermo, i suoli calcareo-marnosi e le escursioni termiche permettono di preservare acidità e fragranza, caratteristiche che fanno dei bianchi di Alcamo vini identitari e longevi. Solo negli anni ’90 il disciplinare si amplia includendo rosati e rossi, segnando l’evoluzione produttiva della denominazione.

L’Alcamo Wine Fest: tra istituzioni e storie di territorio

Il festival, ospitato al Castello dei Conti di Modica, è organizzato dal Comune di Alcamo, dall’Enoteca Regionale Sicilia Occidentale e dal Consorzio Alcamo DOC, con la collaborazione di Gambero Rosso.

Tra gli ospiti, il Sindaco Domenico Surdi, Nino Aiello e Gianni Fabrizio del Gambero Rosso, e Maria Possente, Presidente dell’Enoteca Regionale Sicilia Occidentale.

Il Sindaco Surdi ha sottolineato l’importanza di una comunicazione strutturata e credibile del territorio, mentre Gianni Fabrizio ha evidenziato il valore identitario dei vitigni autoctoni, invitando a evitare mode effimere come vini aranciati o eccessivamente macerati, e puntare invece sulla loro autenticità e vocazione naturale.

Nino Aiello ha ricostruito il contesto storico dell’Alcamo post-bellico, tra fame, riforma agraria del 1950 e nascita delle cantine sociali. Un territorio ricco di potenzialità enologiche, come il Catarratto, che ora trova finalmente voce grazie a un nuovo approccio produttivo e alla crescente professionalità dei vignaioli locali.

I Bagli di Alcamo: memoria e vita rurale

Prima di entrare nelle cantine, vale la pena soffermarsi sui bagli, le tipiche costruzioni rurali siciliane che per secoli hanno scandito il tempo agricolo e sociale.

Con la loro corte interna, i magazzini, i palmenti e gli alloggi per i lavoranti, i bagli rappresentano un microcosmo autosufficiente, dove il vino non era solo economia, ma identità e appartenenza. Tra Ottocento e primo Novecento, Alcamo diventa uno dei poli più importanti della viticoltura siciliana, grazie anche ai traffici commerciali con l’Inghilterra.

Oggi molti bagli sono silenziosi, altri rivivono grazie a progetti di recupero e a nuove generazioni di vignaioli, che ne fanno spazi di racconto, memoria e innovazione.

È con questo spirito che prende forma il mio viaggio tra i Bagli di Alcamo.

Il Baglio Florio

Baglio Florio – Famiglia Adamo

Tra le colline tra Alcamo e Calatafimi, il Baglio Florio, costruito nel 1875 dai Florio, conserva il fascino del passato industriale del vino siciliano. Oggi Vincenzo Adamo e sua moglie Liliana hanno avviato un paziente recupero, trasformando il baglio in punto di incontro tra storia e degustazione.
I vini colpiscono per ricchezza ed eleganza, capaci di raccontare il territorio con naturalezza. La cucina tradizionale di Liliana, autentica e generosa, accompagna i vini con piatti che sono veri e propri momenti di piacere gastronomico.

Baglio Domenico Lombardo

Una storia di ritorno e fedeltà alla terra. La cantina punta sul Catarratto, coltivato in vigneti storici tra 300 e 500 metri di altitudine. Le vinificazioni sono essenziali, guidate dal tempo e dalla materia prima, con vini freschi, strutturati e territoriali, autentici interpreti dell’Alcamo agricola.

Baglio Ceuso Tonnino

Antonio Tonnino ha sapientemente ristrutturato il baglio, con dettagli classici e moderni che riflettono il suo estro. I vini degustati dimostrano precisione, freschezza e territorialità, con etichette come:

Pizzo di Gallo Pinot Grigio Ramato 2024

Colore ramato tenue. Profilo olfattivo intenso e ben definito, con marcate note di frutto della passione, litchi, melone bianco e sfumature di frutta tropicale. Al palato è secco, con una buona corrispondenza gusto-olfattiva; la sapidità è misurata e accompagnata da una componente minerale evidente. La progressione è lineare, con un finale asciutto e decisamente sapido. L’impiego dell’atomizzatore a fine luglio ha favorito il mantenimento dell’integrità aromatica e della freschezza.

Terre di Mariù Selezione di Grillo 2024

All’esame olfattivo mostra una buona intensità aromatica, con profumi varietali ben espressi. L’attacco in bocca è equilibrato, sostenuto da una freschezza efficace e da una sapidità ben integrata. La chiusura è netta, con una marcata impronta salina e note salmastre persistenti, che conferiscono carattere e territorialità al vino.

CEUSO Rosso 1998

Vino in eccellente stato evolutivo. Al naso esprime complessità e profondità, con sentori di frutto maturo, corteccia, radici e lievi note vegetali riconducibili alla presenza del Cabernet. Il sorso è strutturato e potente, ma al tempo stesso equilibrato, con una freschezza ancora ben presente che sostiene la trama tannica. Finale lungo e coerente. Un rosso di impostazione “Super Tuscan”, interpretato con personalità e precisione.

CEUSO Rosso 2020

Profilo olfattivo complesso e stratificato, caratterizzato da note speziate, balsamiche ed erbacee. Evidenti i richiami al pepe nero e al caffè. Al palato mostra una freschezza ben calibrata e una buona struttura; il Nero d’Avola emerge come vitigno dominante rispetto agli altri uvaggi, conferendo identità, tensione e profondità al vino.

CEUSO Bianco 2023

Blend composto da 60% Catarratto, con Grillo e Grecanico. Al naso si presenta pulito ed elegante, con note di frutta a polpa gialla matura. La freschezza è presente ma non verticale, risultando ben integrata nella struttura del vino. In bocca è avvolgente e sinuoso, con una tessitura morbida e una progressione equilibrata.

Mediterraneo Chenin Blanc 2024

Al naso emergono profumi di fiori bianchi ed erbe aromatiche. Il sorso è fresco e scorrevole, con una sapidità misurata che si manifesta soprattutto in fase finale. Coerente la corrispondenza gusto-olfattiva, con ritorni di erbe aromatiche e frutta gialla. Finale pulito e ben definito.

Alcamo e il Monte Bonifato

La mattina successiva si apre con una splendida colazione all’Hotel Resort La Battigia, seguita da una passeggiata nel cuore di Alcamo, accompagnati dalla guida Rimi Maria, Istruttore Culturale, che ci conduce alla scoperta delle bellezze storiche e artistiche della cittadina. Il viaggio prosegue tra i vigneti del Monte Bonifato e della contrada San Nicola, con visite guidate alle aziende vitivinicole locali: Maria Possente della Cantina Possente Wines, Gabriele Vallone della Cantina Tenute Valso e Guido Grillo, enologo della Cantina Elios, offrendo uno sguardo approfondito sulla produzione e sulle peculiarità dei vini alcamese.

Possente Wines è una cantina che parla il linguaggio dell’energia e della determinazione, già nel nome. Qui il vino nasce da una visione chiara: valorizzare il territorio attraverso scelte precise, senza compromessi, dove tecnica e sensibilità convivono. I vini si distinguono per carattere e identità, esprimendo forza ma anche equilibrio, materia e tensione. Ogni bottiglia racconta un percorso fatto di lavoro in vigna, rispetto per l’uva e volontà di imprimere uno stile riconoscibile, capace di lasciare il segno, proprio come suggerisce il nome Possente.

Tenute Valso è una cantina che nasce da un legame profondo con la terra e da una visione contemporanea del vino. Qui la vigna è il punto di partenza di tutto: curata con attenzione quotidiana, ascoltata stagione dopo stagione, per dare vita a vini che puntano sulla finezza più che sull’eccesso. Le etichette di Tenute Valso raccontano un territorio attraverso equilibrio, pulizia espressiva e coerenza stilistica, con vini che si distinguono per eleganza e bevibilità, capaci di unire identità e modernità senza perdere autenticità.

Cantina Elios è luce che diventa vino, proprio come suggerisce il suo nome. Qui il sole di Sicilia non è solo clima, ma energia vitale che accompagna la vite fino alla bottiglia. Elios racconta Alcamo con uno stile essenziale e identitario, fatto di rispetto per i vitigni autoctoni e di una visione pulita, a basso intervento, mai forzata. I vini esprimono freschezza, equilibrio e una sincerità rara, capaci di restituire nel calice l’anima di un territorio che oggi sa parlare con voce chiara e consapevole.

Giunto alla Cantina Aldo Viola, mi ritrovo immerso in un luogo che sembra sospeso tra passato e presente, dove gli elementi della tradizione convivono armoniosamente con una visione contemporanea. I colori caldi degli ambienti, le superfici vissute, gli oggetti che raccontano storie, restituiscono immediatamente una sensazione di accoglienza autentica, quasi domestica.

Aldo Viola è una forza della natura: un uomo che non si limita a fare vino, ma lo vive, lo respira, lo incarna. La passione che trasmette è palpabile, viscerale, e rende chiaro fin da subito che per lui questo non è un lavoro, ma una dichiarazione d’amore quotidiana verso la terra e l’uva. La degustazione diventa così un’estensione del suo racconto personale: vini che entusiasmano per complessità, profondità ed energia, capaci di sorprendere sorso dopo sorso, e che parlano senza filtri di un territorio interpretato con coraggio, libertà e assoluta sincerità.

Ogni vino di Aldo Viola racconta un pezzo di territorio, una stagione, una scelta di lavoro e filosofia. La degustazione diventa così un viaggio tra storia, tradizione e modernità, dove la complessità dei vini si intreccia con la sincerità del territorio alcamese e con l’energia della passione di Aldo Viola.

Alcamo Wine Fest si è concluso con un’intensa sessione di degustazione dei vini di Alcamo e delle eccellenze siciliane della Guida Tre Bicchieri del Gambero Rosso, accompagnata dai piatti di APÌ Catering:

  • Vellutata di zucca, noci miste con caprino e olio al rosmarino.
  • Tortello di finto ragù vegetale con fonduta di pecorino.
  • Pancia di maiale con pesto di cavolo nero e riduzione al Marsala.

Un momento che ha unito territorio, storia e qualità enologica, offrendo a produttori e appassionati la possibilità di confrontarsi con la ricchezza e la diversità dei vini siciliani.

L’Alcamo Wine Fest 2025 conferma che la denominazione Alcamo DOC sta vivendo una vera rinascita: una terra ricca di storia, bagli antichi e vitigni autoctoni che ora trovano voce grazie a cantine coraggiose e a produttori appassionati. Un’esperienza che unisce cultura, enologia e gastronomia, dove il passato dialoga con il presente e ogni calice racconta un pezzo di Sicilia da scoprire e celebrare.

Concludo con un sentito ringraziamento a Giuseppe Buonocore, responsabile commerciale per il Sud Italia e il Triveneto del Gambero Rosso, per la sua straordinaria professionalità, la naturale empatia e l’eccellente capacità organizzativa dimostrate in ogni fase dell’evento.