Manuel Maiorano presenta la Parigina Crunch: il nuovo street food gourmet che conquista tutti

Si chiama Parigina Crunch la nuova creazione firmata Manuel Maiorano, chef e titolare di Crunch Pizza di Strada e dello storico locale La Fenice Pizzeria Contemporanea. Un prodotto che reinterpreta in chiave Maiorano la classica parigina napoletana, trasformandola in un’esperienza croccante, leggera e ricca di carattere.

Pensata per portare l’eccellenza della pizza contemporanea nel mondo dello street food gourmet, la Parigina Crunch unisce tecnica e identità territoriale. Alla base c’è un impasto da teglia ad alta idratazione (90%), che garantisce una croccantezza unica e una struttura ariosa, diversa dalle versioni tradizionali più soffici. La parte superiore è invece una sfoglia artigianale, volutamente non spennellata con l’uovo, per mantenere un effetto opaco e naturale, simbolo di una lavorazione autentica.

Le varianti della Parigina Crunch sono un viaggio tra i sapori della Toscana: salsiccia e stracchino, porchetta e patate, salsiccia e friarielli. Ogni combinazione nasce dal desiderio di fondere la tradizione campana con ingredienti e gusti tipici locali, creando un equilibrio perfetto tra croccantezza, morbidezza e sapidità.

Con la Parigina Crunch ho voluto unire due mondi che amo: la pizza di strada e la cucina toscana – racconta Manuel Maiorano. È un prodotto semplice, ma tecnico, pensato per essere croccante, leggero e goloso. Mi piace l’idea che chi la assaggia possa ritrovare un pezzo di Napoli e un tocco di Toscana in un solo morso”. E se a La Fenice Pizzeria Contemporanea, punto di riferimento a Pistoia per gli amanti della pizza d’autore, Maiorano porta avanti da anni un percorso di innovazione che coniuga tecnica e territorio, da Crunch Pizza di Strada, questa visione trova oggi la sua espressione più pop e croccante, proprio con la sua strepitosa Parigina.

La scomparsa di Arnaldo Caprai e la pesante eredità per il territorio di Montefalco

Da quel lontano 1971, epoca in cui Arnaldo Caprai, re di filati e merletti pregiati, acquisì la Tenuta Val di Maggio ai piedi di Montefalco, l’areale famoso per il Sagrantino ha vissuto momenti di gloria accomunati da altrettante turbolenze.

In questo lungo lasso di tempo l’azienda omonima, intestata al founder e gestita poi dai suoi figli, in primis Marco Caprai, ha sempre puntato il faro sulla ricerca e l’innovazione per una varietà d’uva rara e altrettanto ostica da far comprendere per stili e comunicazione. Sono stati anni delicati, con visioni differenti tra i vari produttori del comprensorio, riportate anche in seno all’autorità consortile.

Se da un lato Arnaldo Caprai ha fatto da apripista – e talvolta da parafulmine – parimenti non si può affermare che sia avvenuto quel “decollo economico” tanto sperato e sofferto per il territorio. Lo si nota dal prezzo medio per ettaro di vigneto, ben al di sotto delle aspettative e del confronto con i vicini competitor toscani. A ciò si aggiunge un numero di fascette Docg altrettanto ferme e l’attenzione puntata, anche quella non senza patemi d’animo, per il Trebbiano Spoletino che avrebbe il potenziale sincero per essere già uno dei migliori bianchi d’Italia.

E invece parlare di Sagrantino per molti attori significa menzionare solo qualche dato statistico e qualche leggenda storica, pensando che le cose cambino senza sforzi e dimenticando persino che qui si produceva (e ancora adesso si produce) in prevalenza Grechetto e Sangiovese. La famiglia Caprai ha tracciato un sentiero non da tutti condiviso e persino osteggiato con la sana “rivalità” di guardare nelle tasche altrui. Ora Arnaldo viene rimpianto da molti, come spesso accade di fronte alla forza del lutto, anche se le attività non lo vedevano coinvolto da tempo in prima persona.

Marco Caprai intervistato un anno fa per 20Italie durante l’evento Paestum Wine Fest

Come ogni imprenditore che si rispetti infatti, il vero comando lo si acquisisce solo con la capacità di poter delegare e lasciare al momento giusto ciò che si è realizzato nelle mani degli eredi. A loro va il nostro affetto e la malinconia per aver perso uno dei simboli del “sogno italiano” del boom del secondo dopoguerra, quando tutto era ancora possibile, anche quello di creare fortuna con le sole forze, partendo da zero. L’eredità lasciata dalla sua scomparsa deve essere un preciso monito per guardare oltre le divisioni, i particolarismi e le abitudini al pessimismo.

Toscana: Montespertoli, dove la geografia diventa vino

Il debutto della mappa dei vigneti firmata Enogea racconta un territorio che si lascia finalmente leggere e comprendere.

Montespertoli ha il passo lento delle colline toscane, quello delle strade che si arrampicano tra vigne e oliveti, dei borghi che sembrano sospesi tra passato rurale ed energia contemporanea. Ma il 1° dicembre 2025, al MuTer, il Museo del Territorio, quel passo ha accelerato: per un momento, il cuore vitivinicolo del comune fiorentino ha battuto all’unisono, mentre la nuova mappa dei vigneti di Montespertoli veniva svelata alla stampa di settore e agli operatori. Insieme al collega Adriano Guerri, abbiamo assistito a questo eccellente lavoro che aggiunge valore al territorio di Montespertoli.

Un grande applauso ha sciolto la tensione quando il drappo è caduto, rivelando la cartografia firmata da Alessandro Masnaghetti per Enogea. Non una semplice mappa, ma una fotografia totale di un territorio: vigne, geologia, storia, altimetrie, acqua, boschi. Una chiave di lettura che, per la prima volta, restituisce l’identità di Montespertoli in un quadro unitario, complesso e suggestivo.

Una visione d’insieme: il primo vero passo verso l’identità territoriale

Il progetto è stato voluto dalle tredici aziende dell’Associazione Viticoltori di Montespertoli, nata solo nel 2022 ma già sorprendentemente dinamica, supportata dal Comune e guidata dalla determinazione del presidente Giulio Tinacci. Importante contributo di Marina Ciancaglini dell’Ufficio Stampa Affinamenti, che ha dato il giusto respiro mediatico all’evento.

«Vederlo concreto, poterlo toccare, ci rende ancora più orgogliosi di fare vino a Montespertoli» ha raccontato Tinacci. Una frase che restituisce bene il senso del lavoro: non un esercizio estetico, ma un atto di consapevolezza collettiva.

Masnaghetti ha interpretato Montespertoli non come un’appendice del Chianti, bensì come un sistema viticolo autonomo, densissimo e sfaccettato. Qui si trova la sottozona più vitata dell’intero Chianti DOCG, e il Comune, con i suoi 2215 ettari di vigneto, supera per superficie tutte le municipalità del Chianti Classico. Numeri che raccontano un peso storico, produttivo e paesaggistico che per troppo tempo era rimasto in secondo piano.

Una terra che cambia da una collina all’altra

La mappa mette ordine in una geologia tutt’altro che semplice. Montespertoli è uno spartiacque naturale:

  • da una parte gli antichi depositi alluvionali rivolti verso Firenze;
  • dall’altra le argille azzurre plioceniche, di origine marina, che guardano verso il mare.

Un territorio stratificato, dove argille, sabbie e ciottoli si alternano come pagine di un libro geologico complesso. Qui, anche un singolo vigneto può attraversare più strati diversi sulla stessa pendenza, generando interpretazioni del Sangiovese, e degli altri vitigni locali, sorprendentemente eterogenee.

Su queste basi, lo studio di Enogea ha suddiviso il territorio in quattro settori principali (nord-occidentale, sud-occidentale, centrale, orientale) e individuato, grazie anche al Catasto Ferdinandeo Leopoldino, 18 Unità Geografiche: strumenti preziosi per comunicare ai consumatori la ricchezza di sfumature che questa terra può offrire.

Non mancano gli elementi del paesaggio che completano il mosaico: l’olivo, pilastro culturale tanto quanto agricolo, e i numerosi geositi, luoghi dove la geologia si mostra letteralmente “a vista”, rendendo tangibile il legame tra suolo e vino.

Un territorio che cambia, ma con memoria lunga

Tra i dati più interessanti presentati durante l’incontro c’è quello sulle precipitazioni:

  • 925 mm annui tra 1921 e 1950,
  • 819 mm tra 1951 e 1980,
  • 830 mm tra 2010 e 2024.

Diminuzioni, oscillazioni, ma nessuna frattura radicale: Montespertoli insegna che il clima può cambiare, sì, ma spesso seguendo cicli lunghi, non sempre lineari.

Le aziende, il Comune e la comunità del vino

Il sindaco Alessio Mugnaini, presente all’incontro, ha espresso la soddisfazione dell’amministrazione: «È uno strumento di ricerca e promozione che mancava. Sarà utile per le aziende e troverà spazio anche nel Museo del Territorio».

Ed è vero: la mappa è un nuovo punto di riferimento per le tredici aziende associate — da Podere all’Anselmo a Castello Sonnino, passando per La Gigliola, Le Fonti a San Giorgio e Montalbino — impegnate nel promuovere una delle aree più vitate della Toscana.

Gli Ambasciatori di Montespertoli 2025

Durante l’evento sono stati premiati anche coloro che hanno contribuito a diffondere la cultura del territorio:

  • Miglior Comunicatore: Martin Rance (Fisar Firenze)
  • Miglior Enoteca: Maciste Wine Bar (Empoli)
  • Miglior Ristorante: La Lanterna di Pulica (Montelupo Fiorentino)

Un segnale: per crescere, un territorio ha bisogno di vignaioli, certo, ma anche di chi il vino lo racconta, lo serve, lo cucina.

La degustazione e l’olio: due facce della stessa identità

Dopo la presentazione, la degustazione collettiva dei vini ha accompagnato un light lunch preparato dagli osti locali. Ma Montespertoli non è solo vigne: è anche olio, come dimostra il progetto MontEspertOlio DICIANNOVE.

Diciannove come i soggetti coinvolti, tra aziende, Comune, università e partner tecnici, e come le storie che questa bottiglia vuole rappresentare. Il packaging, nero con dettagli dorati, porta inciso in forma stilizzata il territorio di Montespertoli, con un punto d’oro che indica la posizione di ciascuna azienda. Un segno grafico semplice, ma potentissimo: ancora una volta, un’identità che si riconosce nella geografia.

Una mappa che non è un punto d’arrivo

La mappa dei vigneti di Montespertoli non chiude un percorso: lo apre. È uno strumento per capire dove si è, ma anche per immaginare dove si può andare. In un tempo in cui l’enologia italiana cerca sempre più di raccontarsi attraverso territori precisi, Montespertoli sceglie la strada della conoscenza, della trasparenza e della coralità. E oggi, quelle colline che da sempre disegnano il paesaggio toscano possono finalmente raccontarsi con voce più chiara, più consapevole, più propria. Una voce che, grazie a questa mappa, è appena diventata più forte.

Napoli: OWAP apre al Vomero

Lo avevamo conosciuto nella serata a quattro mani con Luigi Mastellone, presso la pizzeria Basilico a Sorrento. Ora abbiamo avuto occasione di vederlo a lavoro in casa propria, nel locale di recente apertura a Napoli, in via Merliani, a due passi da Piazza Vanvitelli – “Incontri di pizze” da Basilico Italia a Sorrento.

Si tratta del maestro pizzaiolo Mauro Espedito che a novembre ha puntato una nuova bandierina del suo percorso al Vomero, dove è approdato col suo marchio OWAP One World All Pizzas. Espedito, grazie al suo percorso internazionale, ha fatto delle contaminazioni culinarie il proprio fil rouge tra gli impasti, senza mai perdere di vista le radici napoletane.

Al Vomero troviamo un locale intimo e accogliente – una trentina di coperti in totale- di gusto tutto partenopeo: all’ingresso ci accolgono il Vesuvio, San Gennaro e  il presepe fatto di pasta di pizza. “Una bella occasione che ho voluto cogliere nella mia città”, ha commentato Espedito a 20Italie, senza perdere di vista il lavoro davanti al forno.

Un menù ben assortito quello di OWAP, che spazia dai classici senza tempo della pizzeria napoletana, alle creazioni più estrose di Espedito tra cui spiccano la Margherita OWAP, con ketchup di pomodorino del piennolo, e la Pepperoni, condita col salame piccante più amato negli States. Non mancano i calzoni ripieni e la proposta light per chi proprio non vuole eccedere.

In questa circostanza, tra fritture e pizze, abbiamo alternato tradizione ed evoluzione come concepite da Mauro Espedito.

Il nostro viaggio è iniziato con le sfizioserie tipiche: il crocchè di patate, la frittatina di pasta, le soffici montanarine proposte in doppia versione con salsa di datterino rosso, ricotta in salvietta, basilico, scaglie di parmigiano e con crema di datterino giallo, ricotta di bufala, pepe rosa, alici del Mar Cantabrico, basilico. Asciutti ed equilibrati, frienno magnanno aprono la fame e la strada alle pizze successive.

Con miscela di farine tipo 0 e tipo 1, tutti gli impasti fanno doppia lievitazione con autolisi, per un minimo di ventiquattro ore fino a un massimo di cinquantaquattro.

Degustiamo due pizze Evergreen e due montanare a doppia cottura, prima al forno e poi fritte. Iniziamo dalla regina del menù di ogni pizzeria che si rispetti, la Margherita. Sottile, cornicione ben alveolato, si fa mangiare con le mani e richiama una fetta successiva senza alcun senso di colpa.

Delizia Campana è invece la rivisitazione della salsiccia e friarielli, qui proposta con provola e salsiccia di maialino nero casertano: leggera ed equilibrata anche grazie al broccolo senza particolare retrogusto amaricante.

Le montanare a doppia cottura rientrano tra le cosiddette pizze alternative del menù OWAP, creazioni di Mauro Espedito.

La Stracciata 2.0 fresca è delicata, condita fuori forno con prosciutto crudo, stracciata, pomodorini semi-dry, pesto di basilico e polvere di pomodoro e  passiamo subito dopo al gusto più deciso della Selvaggia, dove a prevalere è il ragù di cinghiale in accoppiata col sapore tutto regionale del Provolone del Monaco. Concludiamo la carrellata con la pizza napoletana per eccellenza, la marinara aglio e origano: Espedito fa parte di quella schiera secondo cui va condita anche con basilico, aspetto su cui concordiamo.

La carta dei dolci, essenziale ma ben costruita, si avvale delle preparazioni della storica pasticceria di Mario Di Costanzo. Scegliamo di chiudere con la dolcezza  condita di irriverenza tutta partenopea del San Gennà futtetenne: una stratificazione di gelèe ai lamponi, mousse al cioccolato fondente, croccante al gruè di cacao e gelèe di pellecchiella del Vesuvio per onorare il Santo del popolo napoletano.

OWAP

Via Giovanni Merliani, 51

80129 Napoli

Il viaggio in Irpinia secondo Paul Balke

Oggettivamente L’Irpinia non è quella di chi pratica l’arte delle passerelle con il sorriso a comando, fatto di plastica e botulino e che ha confuso la quintessenza del vino con il volto del loro unico Dio: il denaro, le nomine politiche e altre cose parallele per i riflettori e la notorietà.

C’è un’Irpinia, invece, il cui cuore batte più forte e il verde brilla ancor più: è quello che ha dato vita alla Valle dei Mulini, è l’area avellinese dei fiumi gemellari, Il Sabato e il Calore, nati sulle alture di Montella che si salutano virtualmente per ritrovarsi nel Sannio. Il lungo respiro delle foreste e dei boschi incontaminati, delle fonti idriche cospicue che scendono sino alle Puglie, la volta stellata che di notte riluce come al tempo degli Antichi Miti.

È l’Irpinia più autentica, quella delle piccole cantine che narrano sé stesse senza ostentazioni su un territorio diffuso, fiere di aprirsi al cittadino temporaneo per condurlo verso i propri borghi colmando il calice con il proprio vino, esortando persino l’assaggio dei prodotti delle altre aziende agricole, quelle del comprensorio, come nei più genuini rapporti di buon vicinato.

Questa è l’Irpinia di chi sa guardare oltre il calice e ciò che gli fa più comodo; è l’Irpinia come è sempre stata e come spesso non appare agli occhi di chi la vive e la abita da autoctono, forse perché assuefatto da una bellezza che non appare mai scontata all’animo delle persone sensibili. Una bellezza che autenticamente si rispecchia nel paesaggio e nell’umanità di chi lavora la terra per davvero e la cui ospitalità non è né ostentata né scontata.

È piuttosto facile vedere oggigiorno questo esteso distretto vitivinicolo come uno tra i più grandi laboratori a cielo aperto dell’eccellenza enologica italiana, è evidente come lo è l’indiscussa qualità dei vini che riesce ad esprimere: il punto però non è il valore enologico, né la capacità di sfidare il clima, grazie ad eccezionali fattori pedoclimatici, o la possibilità di ambire a un mercato più ampio, sia a livello nazionale che internazionale: il fattore determinante che fa fatica ad affiorare è “l’identità irpina”, sin troppe volte maldestramente ed egoisticamente celebrata a porte chiuse con una comunicazione e una visibilità non sempre accessibile ai più.

Certo è che l’Irpinia sta vivendo da circa un decennio un periodo di profondo mutamento trasformazione: oltre alle vendemmie anticipate e all’aumento dei costi in salita, comincia a scarseggiare la manodopera e non ci sarebbe neanche troppo da meravigliarsi visto che il rischio di spopolamento è stato annunciato da un pezzo, le nascite sono in calo e i giovani in fuga.

Eppure, tutta la provincia di Avellino ha una fortissima vocazione all’enoturismo, anzi al turismo intermodale poiché in quest’area meravigliosa della Campania si concentrano natura, storia, archeologia e percorsi religiosi che rendono necessari nuovi modelli di accoglienza e indispensabile quell’identità che, per quanto pur certo esiste, deve potersi imporre agli occhi dei tour operator e dei visitatori desiderosi di fare esperienze vere e a misura d’uomo, dall’Italia e dal mondo.

E dal mondo Paul Balke ha saputo portare in Irpinia occhi e volti nuovi: grazie alla sinergia tra sindaci, associazioni e realtà produttive, durante un’international press tour di ampio respiro e fuori dagli schemi, si è potuto vedere il coinvolgimento di giornalisti ed enogastronomi provenienti da diversi Paesi, per la prima volta in visita nella Verde terra. I testimoni dello straordinario potenziale e di un’identità autentica, incastonata tra le montagne, che mai avrebbero potuto immaginare se non fossero venuti qui apposta.

Giornalista, scrittore e sommelier olandese, noto per i suoi libri e la sua profonda passione e conoscenza del vino italiano, specializzato in regioni come Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Campania e Puglia, oltre che per aver creato signature wines capaci di unire diverse realtà vinicole europee, con un focus culturale e innovativo, Paul Balke, da sensibile pianista, ha saputo mostrare una programmazione molto articolata.

L’Irpinia più autentica dinanzi a un pubblico internazionale, fatto di esperti comunicatori e specialisti del vino, arrivando persino a confrontare il Taurasi con il Barolo: non lo ha fatto soltanto dal punto di vista espressivo ed evolutivo, come Arturo Marescalchi fece, ma addirittura da una prospettiva antropologica tra due borghi, quello avellinese e quello piemontese, fatto ugualmente di genti di montagna, funestati da una simil povertà, ma con la creazione di un futuro diverso, proprio grazie al vino.

Un futuro diverso grazie al vino che però in Irpinia fa fatica a decollare, come diversamente accaduto nelle Langhe, e che non vede ancora il Taurasi assurgere al suo totale riconoscimento, per quanto iconico almeno tanto quanto al Barolo e al Brunello. Eppure, Beppe Fenoglio con i suoi racconti di miseria in “La malora” e il culmine della tragedia irpina col terremoto del 23 novembre 1980 dovrebbero essere il metronomo di una povertà che non si è arresa a sé stessa, ma che ha generato voglia di riscatto e di ricostruzione che ha portato a un cambio paradigmatico dei due territori, da infelice a rinomato.

E perché i vini irpini, come il Taurasi ad esempio, per quanto di altissimo profilo qualitativo fanno fatica ad affermarsi come il re dei rossi piemontesi? Certo, servono strade e collegamenti funzionali e ben manutenuti, collegamenti e segnaletica efficienti, trasporti pubblici e una politica degna di questo nome e che abbia finalmente voglia di fare. Ma, stando alle considerazioni di cui sopra, ci vorrebbe meno egoismo e manie di grandezza proprio da parte di chi dovrebbe prodigarsi per l’evoluzione di questo fantastico distretto vitivinicolo e garantire crescita e prestigio per tutti.

Per fortuna il mondo del vino è fatto da chi vede le cose con oggettività e una sensibilità diversa, rispetto al territorio, al vino così come dovrebbe essere, guardando con attenzione e riguardo alle persone che si prendono cura del vigneto, e quindi del paesaggio irpino, ben oltre il loro ruolo di produttori e attori economici di una delle più importanti filiere vitivinicole del Sud Italia.

Durante una serie di giornate davvero intense e ricche di visite ai borghi, a produttori, ristoratori e cantine, giornalisti come Annie B. Shapero e Eric Lyman, fra i tanti altri, sono stati accolti in terra irpina e coinvolti in un programma di rivalutazione territoriale sotto la guida attenta di Paul Balke.

Il progetto, dal titolo “Radici e Riti – Il Viaggio dei Borghi Irpini”, è stato realizzato grazie al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione della Regione Campania e grazie alla lungimiranza di Cassano Irpino, comune capofila, Castelfranci, Nusco, Rocca San Felice, Sant’Angelo dei Lombardi e Torella dei Lombardi.

Il nutrito gruppo di specialisti della comunicazione è stato accolto dalla governance locale presso Il Vecchio Mulino 1834, in quell’oasi naturalistica, boschiva e fluviale, tratteggiata dal fiume Calore, con diverse rappresentanze dei vari municipi tra cui Salvatore Vecchia, sindaco di Cassano Irpino, il quale ha molto tenuto a precisare il ruolo dell’attrattore territoriale e, successivamente, della rete che deve avere capacità di trattenere.

Dopo una relazione sulla storicità dei luoghi e sulla geomorfologia dei suoli, i giornalisti sono stati accolti dai proprietari delle cantine aderenti, entrando nel vivo con una full immersion enologica, internamente dedicata ai loro vini. Precisamente, a dare il benvenuto ai cittadini temporanei con i loro vini, c’erano i produttori di Cantine Gambale, Colle di Castelfranci, Boccella, Cortecorbo, Antonio Molettieri, Regina Collis e Perillo.

L’analisi che ne è venuta fuori è stata non soltanto organolettica ma altresì concettuale: vini di territorio di piccole produzioni, ciascuno con sfumature riconoscibili nel range di filosofia produttiva, ma legati allo stesso tempo da una forte caratterizzazione, senza compromessi, senza banalizzazioni e senza strizzare l’occhio al palato internazionale; ne è venuto fuori il terroir nudo e crudo: vini di stoffa legati da racconti di viaggio e visite sul campo alla gastronomia locale, alla mefite, alle sorgenti di Cassano Irpino, ai castagneti, ai musei contadini e al foliage nei vigneti del comprensorio a incorniciare i piccoli paesini con i loro colori variegati.

Convocati da Paul Balke, gli specialisti della comunicazione hanno potuto respirare il vento montano dell’Irpinia e del suo verde brillante, unitamente al sorriso di tutte le persone incontrate, tra cui Daniele del Polito, al timone del ristorante Il Vecchio Mulino 1834, il quale ha portato a tavola sapori per loro inesplorati: il caciocavallo podolico, i salumi tipici, tra cui la culatta e il capocollo dell’azienda agricola Biancaniello, a Torella dei Lombardi, la polenta fritta con ricotta al tartufo, la sontuosa fesa salmistrata di manzo podolico con nocciole tostate e maionese alla senape, la maccaronara al ragù, la sfrittuliata, fatta con tocchetti di maiale, patate e papaccelle e Il cannolo di ricotta scomposto.

Oltre a questa forma di gastronomia irpina più ricercata, i visitatori internazionale hanno potuto confrontarsi anche con la versione più tradizionale officiata presso l’Agriturismo Montagne Verdi a partire dai ricchissimi antipasti, tra cui il pane casereccio al caciocavallo impiccato, i ravioli ripieni di ricotta mantecati al burro e tartufo di Bagnoli, tutto un seguito di formati di pasta fatta in casa, il baccalà alla pertecaregna con peperone crusco e le ottime carni alla brace a base di manzo, suino e agnello con funghi porcini e di stagione.

Le giornate sono state tutte contraddistinte dalla reale rappresentazione di uno degli spaccati irpini, con il suo epicentro a Castelfranci, più autentici e di impatto tra natura, storicità e gastronomia, con degustazioni mirate di Falanghina, Fiano di Avellino, Aglianico e Taurasi, privi di omologazione e che hanno mostrato il valore del meglio della produzione enologica, oltre alla capacità di fare accoglienza enoturistica, delle Cantine Gambale, di Colle di Castelfranci, di Boccella, delle cantine Cortecorbo, di Antonio Molettieri, dell’azienda agricola Regina Collis e della cantina Perillo.

I press tour internazionali organizzati da Paul Balke hanno avuto dei risultati strepitosi, un grandissimo consenso da parte di tutti gli operatori coinvolti, culminando il 29 novembre scorso alla celebrazione di un evidente successo durante una cena di gala esclusiva presso il Palazzo Marchionale di Taurasi, dove lo storico rosso a denominazione di origine controlla e garantita ha fatto sfoggio di sé in tutte le sue principali interpretazioni e sfumature territoriali.

Paul Balke ha saputo creare una rete fatta anzitutto di persone grazie alla sua sensibilità e alle sue doti umane, svelando il volto reale dell’Irpinia, il suo cuore pulsante, le mani che duramente lavorano per tenere insieme questo territorio straordinario, anche se a volte pieno di contraddizioni, dimostrando che la coerenza, la competenza e il gioco di squadra tra persone che condividono comuni passioni, valori autentici e obiettivi concreti, saranno gli elementi irrinunciabili per l’ennesimo rilancio del Vino Irpino.

Il mare d’inverno nella minestra maritata di Aguglia a Bacoli

“Il mare d’inverno è un concetto che il pensiero non considera. È poco moderno, è qualcosa che mai nessuno desidera.” Così cantava Loredana Berte. Invece, a Napoli, non solo diventa normalità, ma bisogno fisiologico anche nei giorni più freddi e fonte di ispirazione per trovare il coraggio di alterare addirittura la ricetta di un piatto natalizio tradizionale come la minestra maritata. 

minestra maritata con scapulin langhe bianco docg 2022 giuseppe cortese

La minestra maritata è uno dei piatti sacri a cui difficilmente le nonne campane rinunciano. Un piatto che richiede amore, dedizione, pazienza ed è la tipica pietanza che quando sei piccolo fai fatica anche solo ad assaggiare ma che dopo i 30 diventa sinonimo di conforto e piacere e se manca a tavola dal 25 dicembre al 1 gennaio è meno Natale, è meno casa. 

carpaccio di spigola con zeste di limone e ricotta agrumata

Alessandro Costigliola, il proprietario di Aguglia – Osteria di Mare di Bacoli, ha mostrato senza dubbio coraggio nell’approvare la proposta dello chef Francesco Fevola che ha eliminato la carne e dato spazio alle loro specialità di mare: gamberi rossi, seppie, calamari, ricciola, polpo, tonno, pesce spada. E poi bietole, cicoria, cavolo cappuccio, scarola liscia, verza e broccoli neri. 

Adesso, immagina di essere a pranzo in un giorno qualsiasi di dicembre. Indossare un maglione che ti tiene caldo e quel raggio di sole che fa capolino dalla veranda di Aguglia a completare il quadro.

tagliolini di seppia con crema di tarallo e tarallo sbriciolato

Il mare è di fronte e nel piatto: ti portano la loro minestra maritata di mare, rigorosamente accompagnata da un calice di vino bianco, uno chardonnay per la precisione (Scapulin Langhe Bianco Docg 2022 – Giuseppe Cortese) per dare ancora più sapore e quella sensazione di benessere che solo il buon cibo – e il mare – sa darti. 

polpettina di pesce con ragù e pesto di rucola

Questo assaggio di mare d’inverno a Bacoli è moderno e diventa esattamente quello che tutti desideriamo: mantenere viva la tradizione in casa, aggiungendo un pizzico di personalità fuori casa, senza dimenticare quello che eravamo né quello che siamo.

FIVI 2025: Teroldego e Vulcano, due territori a confronto tra tradizione e identità del vino italiano

Da sottolineare due entusiasmanti masterclass che rispettivamente hanno messo in luce due territori con peculiarità uniche nel loro genere.

Masterclass Teroldego di Rotaliano – Verticale di Vigilius

Qui ci troviamo nella Piana Rotaliana. La Piana Rotaliana è uno dei luoghi vitivinicoli più iconici del Trentino, una pianura piccola ma straordinariamente vocata, spesso definita da enologi e storici del vino come “il più bel giardino vitato d’Europa”. Si trova tra Mezzocorona, Mezzolombardo e San Michele all’Adige, un triangolo di terra fertile e perfettamente esposto che da secoli rappresenta la culla del Teroldego Rotaliano, il vitigno autoctono simbolo della zona.

Un territorio modellato dall’Adige

La Piana Rotaliana è una pianura alluvionale formata nel tempo dai depositi dell’Adige e del torrente Noce, che hanno creato suoli ricchi di sabbia, ghiaia e ciottoli. È un territorio drenante, fresco e ricco di minerali, ideale per esaltare la complessità aromatica e la forza espressiva del Teroldego.

L’altitudine moderata (tra 200 e 250 metri), un microclima ventilato e la protezione naturale offerta dalle montagne circostanti creano condizioni perfette per una viticoltura di alta qualità. Le estati sono calde ma mai torride, mentre le escursioni termiche serali favoriscono concentrazione aromatica e freschezza.

La culla del Teroldego Rotaliano

Il vero protagonista della Piana Rotaliana è senza dubbio il Teroldego, un vitigno rosso di antichissima origine, documentato da almeno il XV secolo. Qui raggiunge la sua forma più elegante e complessa, donando vini:

  • dal colore rubino intenso,
  • con profumi di frutti rossi maturi, mora, lampone e viole,
  • una bocca succosa, piena e vibrante,
  • tannini morbidi e una caratteristica vena minerale.

Stilisticamente, il Teroldego Rotaliano può essere immediato e fresco nelle versioni giovani, oppure strutturato, profondo e adatto all’invecchiamento nelle selezioni da singola vigna o nei cru storici.

De Vescovi Ulzbach: quattro secoli di storia nel cuore del Teroldego. E il Vigilius, anima del Campo Rotaliano

Il nome de Vescovi Ulzbach attraversa quasi quattro secoli di storia trentina. Una famiglia che, dalle origini in Valcamonica e poi in Val di Sole, approda nel 1641 a Mezzocorona, nel cuore del Campo Rotaliano: territorio che diventerà la culla del Teroldego e la ragione stessa del loro legame con la viticoltura. Dal 1708 ottengono il predicato nobiliare “Ulzbach” e consolidano un rapporto profondo con la terra e con la coltivazione della vite, interrotto solo nel Novecento, quando le uve vengono conferite alla cantina sociale.

La svolta moderna arriva nel 2003 con Giulio de Vescovi, enologo, che dopo esperienze in Italia e all’estero decide di riportare la famiglia alla produzione in proprio. La cantina storica del ’600, restaurata, diventa il centro di un progetto che unisce tradizione, studio del territorio e una visione contemporanea del Teroldego Rotaliano. I vigneti, con età media di 30 anni, si estendono nei tre poderi di famiglia, tra pergola doppia e spalliera, per valorizzare al meglio le potenzialità del vitigno.

Vigilius: l’interpretazione più profonda del Teroldego Rotaliano

Se il Teroldego è il “vino principe” del Campo Rotaliano, il Vigilius è la sua espressione più intima secondo de Vescovi Ulzbach. È la selezione che più racconta il carattere del territorio: nasce da parcelle vocate, vigneti storici e da una cura maniacale in cantina. L’obiettivo non è la potenza fine a sé stessa, ma la profondità: un vino che sappia raccontare la finezza minerale del suolo alluvionale, la ricchezza poli fenolica del vitigno e la capacità di evolvere con eleganza.

Il nome richiama la storia della famiglia e della comunità locale, evocando un senso di protezione e radicamento. L’affinamento, più lungo rispetto al Teroldego “classico”, dona struttura senza sovrastare il frutto. Il risultato è un rosso intenso, vibrante, con la tipica impronta di piccoli frutti scuri, grafite, spezie e una dinamica gustativa che alterna pienezza e tensione minerale. È un vino che guarda al futuro ma che parla la lingua antica della piana rotaliana.

La storia dei de Vescovi Ulzbach è quella di un ritorno consapevole: una famiglia che, dopo aver attraversato secoli di viticoltura, sceglie di riprendere il filo della propria identità producendo vini non solo tecnicamente impeccabili, ma narrativi. Il Vigilius ne è il manifesto: un Teroldego Rotaliano che non si limita a rappresentare un vitigno, ma interpreta un luogo e il cammino di una famiglia che ha scelto di custodirlo e rinnovarlo.

Teroldego Vigilius: viaggio sensoriale attraverso le annate

L’annata 2020, figlia di un’estate segnata dalle piogge di agosto, apre il viaggio con un naso intenso, dominato da spezie e erbe aromatiche. Il sorso è fresco, scattante, costruito su frutti rossi croccanti e una speziatura sottile che dà ritmo e tensione.

Più complessa la 2019, dove la leggera tendenza “verde” tipica dell’annata emerge al naso in note erbacee ben riconoscibili. In bocca, però, il vino sorprende: ricco, fruttato, con ritorni speziati e un tocco ematico che aggiunge personalità e profondità.

Con la 2018 si approda a una vendemmia più equilibrata, che regala profumi di frutta matura e un sorso pieno, caldo, avvolgente, capace di bilanciare generosità e misura.

È però con la 2016 che la verticale cambia passo: un’annata di grande finezza, dove le spezie, in particolare il pepe bianco, si fanno protagoniste di un sorso elegante, ricco e appagante, forse uno dei momenti più alti dell’intera degustazione.

La 2015 conferma il carattere generoso del millesimo: il rotundone è evidente già al naso e ancor più al palato, regalando una trama speziata golosa, quasi irresistibile. Si sente la maturità del frutto, ma sempre accompagnata da una freschezza che mantiene il vino vivo e dinamico.

Chiude la verticale la 2005, annata ormai prossima al tramonto ma ancora capace di emozionare. Proveniente da vigne allevate a pergola e spalliera e vendemmiata il 22 settembre, mostra un’evoluzione armonica: frutto in confettura, spezie dolci e una freschezza sorprendentemente integra, seppur in un quadro che lascia intravedere con eleganza la via del declino.

A ricordare quanto la natura possa decidere il destino di un vino, la 2017 è l’unica assente: un’annata mai prodotta a causa dell’eccessiva piovosità, segno che il Teroldego e il Vigilius in particolare non accettano compromessi.

Questa verticale è stata un racconto di autenticità, di annate che parlano con voce propria e di un vino capace di offrire profondità, energia e longevità. Un viaggio che conferma il Vigilius come una delle più alte e sincere espressioni del Teroldego contemporaneo.

Dal nord della nostra penisola, passiamo al centro Italia, nella regione del grande vulcano laziale.

Masterclass Viticultura su suolo vulcanico – L’identità del Lazio in degustazione

Alla masterclass “Viticultura su suolo vulcanico, L’identità del Lazio in degustazione”, sei cantine laziali: Casale Certosa, Tenuta La Pazzaglia, Merumalia, Riserva La Cascina, Cantina Morichelli e Migrante, hanno raccontato con i loro vini la straordinaria ricchezza dei suoli vulcanici che modellano il paesaggio e il carattere enologico della regione. A moderare l’incontro è stata Enza Saitta di Enotrio, proveniente dall’Etna, uno dei territori vulcanici più emblematici d’Italia: una voce autorevole per mettere in prospettiva quanto il Lazio stia crescendo in qualità e consapevolezza.

L’obiettivo della masterclass era chiaro: accendere un faro sull’identità dei vini laziali attraverso l’analisi delle loro radici geologiche. I suoli che oggi nutrono i vigneti regionali sono il risultato di antiche eruzioni, depositi di ceneri, lapilli, basalti e tufi che hanno generato substrati ricchi di minerali, drenanti e capaci di trasmettere freschezza e finezza aromatica ai vini.

Ogni areale del Lazio, dai Colli Albani alla Tuscia, dai Monti Cimini alla valle del Sacco, racconta una sfumatura diversa di questa matrice vulcanica. Qui la viticoltura beneficia di condizioni pedoclimatiche uniche, dove l’altitudine, la ventilazione e la composizione dei terreni si intrecciano con i vitigni autoctoni per dare origine a vini vibranti, tesi, salini, spesso caratterizzati da note fumé, agrumate e floreali.

Durante la degustazione, i produttori hanno sottolineato come il lavoro quotidiano in vigna, dalla gestione della mineralità al controllo del vigore della pianta, sia fondamentale per portare in bottiglia uve belle, sane e capaci di esprimere la complessità di questi suoli antichi. Una filosofia che si avvicina profondamente a quella della FIVI, fondata sulla sostenibilità, sull’artigianalità e sulla genuinità del prodotto.

La masterclass ha così messo in evidenza un concetto chiave: il Lazio non è soltanto una regione vulcanica, ma una regione che sta imparando a raccontarsi attraverso il suo vulcano diffuso, trovando nei suoi suoli un elemento identitario forte e riconoscibile. I vini degustati sono la prova che qui esiste una qualità crescente, sostenuta da produttori che credono nel territorio e lavorano ogni giorno per esprimerne la singolarità.

Un messaggio che merita di essere ascoltato: il Lazio del vino sta vivendo una nuova stagione, e il vulcano, reale o metaforico, continua a essere la sua fonte di energia più autentica.

1 – Poggio Triale 2019, Tenuta La Pazzaglia – Grechetto (IGT Umbria/Todi)
Profilo olfattivo caratterizzato da marcate note minerali e leggere sfumature idrocarburiche, seguite da sentori di fiori gialli (ginestra). Naso già in fase evolutiva, pulito e coerente.

2 – Frascati Superiore Riserva DOCG 2018 – Malvasia Puntinata, Bombino, Grechetto
Al naso presenta un registro fresco, con componenti vegetali e accenni floreali. Il sorso è teso, con acidità ben integrata, sapidità marcata e una chiara impronta minerale. Finale complesso, con ritorni di miele, frutta gialla matura e sfumature evolutive. Mostra ottimo potenziale d’invecchiamento.

3 – Malvasia Puntinata 2018, Casale Certosa (monovitigno)
Colore giallo dorato brillante. Al naso emergono note minerali e iodate, accompagnate da frutta a polpa gialla matura (pesca, pera). In bocca l’attacco è fresco, seguito da una sapidità ben definita; struttura piena, con richiami di frutta gialla, lieve pietra focaia, tocchi burrosi e accenni di caramello salato. Ottima concentrazione, evidenziata anche dalla consistenza alla rotazione.

4 – Gallieno 2017, Lazio IGT – Malvasia Puntinata Riserva (Cascina)
Giallo paglierino intenso. Il quadro aromatico si apre su note affumicate e minerali. Ingresso fresco, con componente agrumata nitida che evolve verso scorza d’agrume candito. Segue un registro minerale gessoso e una chiusura leggermente amaricante su mandorla. Profilo evoluto ma integro.

5 – Violo 2018, Cantina Morichelli – Violone (Montepulciano 100%)
Olfatto con note polverose, speziatura fine e leggere sensazioni vegetali. Al palato si distingue per freschezza e tannino ben levigato. Frutta rossa minuta croccante in apertura, seguita da cenni evolutivi più scuri. Buon equilibrio complessivo e discreta profondità.

6 – Cesanese di Olevano Romano 2010 “Migrante”
Affinamento: 2 anni in acciaio + 2 anni in bottiglia. Colore rosso granato fitto, quasi impenetrabile. Naso maturo, con evidenti note evolutive e una lieve componente volatile percepibile ma non invasiva. Il sorso mantiene una buona freschezza, tannino ben domato e un profilo fruttato che vira verso la confettura di ciliegie, amarene sotto spirito e frutta rossa matura. Finale caldo e persistente. In conclusione, queste due masterclass hanno rappresentato un viaggio attraverso territori profondamente diversi ma uniti da un’identità forte e inconfondibile. Dal rigore minerale e dalla nobiltà storica del Teroldego Rotaliano, capace di raccontarsi con sincerità attraverso le annate del Vigilius, fino alla vibrante energia dei suoli vulcanici laziali, dove la terra antica diventa matrice di vini tesi, sapidi e sempre più consapevoli. Due percorsi che mostrano come, dietro ogni vino, ci siano non solo tecniche e tradizioni, ma soprattutto territori che parlano, famiglie che custodiscono e produttori che interpretano.

FIVI 2025 ce lo ricorda con chiarezza: il futuro del vino italiano passa attraverso la capacità di valorizzare le proprie radici, trasformandole in racconti autentici e in calici che sanno emozionare.

Modus a Milano festeggia la cucina italiana patrimonio immateriale dell’Unesco

Dietro ogni evento ci sono professionisti che lo rendono possibile. In questa occasione, l’agenzia di comunicazione Carbot Comunication di Carla Botta, lo chef Paolo De Simone del ristorante Modus e la cantina di Francesca Carranante hanno collaborato per organizzare un evento dedicato alla cucina italiana e ai suoi sapori.

Il 10 dicembre, al Modus di Milano, si è svolta una serata speciale dedicata alla cucina italiana, proprio nel giorno in cui è arrivata la notizia storica: la cucina italiana è ufficialmente Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. Per la prima volta nella storia, viene dato questo riconoscimento ad un’intera tradizione gastronomica nazionale. L’UNESCO ha definito la cucina italiana come una “miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie”, capace di esprimere amore, benessere e identità culturale attraverso il cibo.

Il traguardo è il risultato di un iter complesso, iniziato a marzo 2023 con l’annuncio ufficiale della candidatura da parte del Governo, e di un lavoro corale che ha visto in prima linea istituzioni culturali, chef di fama, accademie e comunità locali.

Protagonista dell’evento, Paolo De Simone, patron del ristorante e ambasciatore della Dieta Mediterranea, ha guidato gli ospiti in un viaggio tra i sapori del Cilento, sua terra d’origine. Un percorso che ha spaziato dalle autentiche pizze cilentane, ben diverse dalle celebri napoletane, fino a reinterpretazioni raffinate dei grandi classicidel territorio, sempre nel segno della stagionalità, del rispetto delle materie prime e della sostenibilità.

Dopo anni di esperienza nel cuore del Cilento, Paolo ha scelto di esportare la sua visione gastronomica oltre i confini della sua terra d’origine. Nasce così Modus, un format innovativo che approda a Milano con un’idea chiara: riscoprire la semplicità del cibo.

La filosofia di De Simone, racchiusa nel concetto di “Semplice Mangiare”, si traduce in piatti essenziali, realizzati con ingredienti di stagione provenienti quasi esclusivamente dal Cilento. Dal pesce azzurro alle verdure fresche, fino ai prodotti simbolo della dieta mediterranea. Ha trasformato la sua passione per la panificazione in un percorso di eccellenza.

Oggi Modus vanta quattro location milanesi, tra ristorazione e gastronomia, confermando il successo di un progetto che unisce qualità, territorialità e innovazione.

Le sue pizze si distinguono per l’uso di lievito madre, farine locali integrali macinate a pietra, ricche di fibre e con basso indice glicemico. La sua filosofia punta su qualità e biodiversità, valori che gli hanno valso numerosi riconoscimenti: dal titolo di “Miglior Pizzaiolo d’Italia” fino al recente “Premio Biodiversità d’Italia” assegnato dalla guida Pizza & Cocktail di Identità Golose 2025.

Paolo, con grande passione, ci racconta ogni piatto: le origini, gli ingredienti, le tecniche di lavorazione e la sua visione personale.

Ad accompagnare l’esperienza, gli spumanti Metodo Classico dell’Oltrepò Pavese firmati da Francesca Carranante, perfetti per valorizzare ogni piatto e celebrare l’eccellenza enologica italiana. Il nome rivela origini campane: nata a Bacoli e innamorata del Pinot Nero, ha scelto una delle zone d’elezione di questo vitigno, l’Oltrepò Pavese. Laureata all’Accademia di Belle Arti di Brera, Francesca unisce due mondi, il vino e l’arte. Ne sono testimonianza le splendide cassette porta-bottiglie dipinte a mano, vere opere che riflettono il suo approccio creativo e la cura per i dettagli.

La cena si apre con il tipico antipasto cilentano: un mix di erbe (broccoli, scarola, cardi e cicoria) un piatto semplice ma ricco di sapori autentici; melanzana mbuttunata farcita con uova, cacio ricotta, prezzemolo e pomodoro; mozzarella di mucca che rispetto alla tradizionale mozzarella, risulta più asciutta e compatta. Ad accompagnarlo il Metodo Classico Dosaggio Zero, un profilo olfattivo elegante con sentori agrumati e richiami floreali, una buona struttura e una piacevole sapidità.

Si prosegue con il primo, cavatelli cime di rapa e alici di Menaica. Un piatto che racconta l’incontro tra due anime del Sud: la cucina contadina e la tradizione marinara cilentana. I cavatelli, pasta di semola e acqua, nascono nelle case rurali come simbolo di semplicità e sostanza. Le cime di rapa, ortaggio povero ma ricco di carattere, portano in tavola il gusto amarognolo dell’inverno.

A completare il piatto, le alici di Menaica, presidio Slow Food: pescate con la rete menaica, una tecnica antica che seleziona solo le alici più grandi e sane, salate e stagionate secondo usi che affondano le radici nella storia greca e monastica. Qui il calice accoglie il Metodo Classico Extra Brut 100% Pinot Nero, che ci accompagnerà anche nel secondo piatto. Un vino molto equilibrato con sentori di frutta a polpa bianca, crosta di pane, con una viva acidità e sfumature minerali.

Il secondo piatto fa onore al calamaro, protagonista indiscusso della tradizione marinara cilentana. Qui lo troviamo ripieno di scarola, olive e patate, ingredienti semplici che raccontano la storia di una cucina povera ma ricca di sapori autentici.

Terminiamo con un riconoscimento alla tradizione meneghina: il panettone con crema al mascarpone. Un dolce che non è solo simbolo del Natale, ma emblema di Milano. Completiamo l’esperienza con il Metodo Classico Brut Rosè, uno spumante raffinato e versatile, belle bollicine fini.

La cucina italiana, oggi patrimonio UNESCO, non è solo ricette, ma un sistema fatto di tradizioni, territori e competenze che contribuiscono all’economia e all’identità del Paese. La sfida ora è preservare questa ricchezza, garantendo che innovazione e globalizzazione non ne compromettano autenticità e valori. Un riconoscimento che chiama tutti, istituzioni, produttori e consumatori, a una responsabilità condivisa.

Non sono mancate le critiche, Giles Coren del Times ha alzato i toni, salvo poi ammettere che era solo una provocazione satirica contro lo snobismo britannico che sfoggia il made in Italy come trofeo. Poco male: il riconoscimento UNESCO non è un concorso di opinioni, ma la tutela di un patrimonio culturale universale.

La cucina italiana continuerà a raccontare la sua storia attraverso sapori e tradizioni, indipendentemente dai giudizi di chi preferisce discutere davanti a una tazza di tè.

Prosit!

Gran Caffè Gambrinus – I ritrovamenti nella Sala degli Specchi

Gran Caffè Gambrinus, completati i lavori di restauro alle sale in via Chiaia

Il locale storico torna nella sua dimensione originaria La famiglia Sergio – Rosati: “Un giorno memorabile”

Un’attenta opera di restauro e recupero minuzioso degli spazi quella che ha visto protagonista il Gran Caffè Gambrinus di Napoli ed in particolare le sale in via Chiaia che sono state unite al locale già esistente con ingresso da piazza Trieste e Trento.

Il restauro

La famiglia Sergio- Rosati ha fortemente voluto la riunificazione dell’intero locale, nel patrimonio di Città Metropolitana, annettendo le sale con affaccio in via Chiaia, oggetto di un corposo lavoro di recupero che ha portato alla luce un pavimento originario in marmo di Carrara, le ornie degli infissi, i dipinti, gli stucchi e gli affreschi il tutto con la supervisione della Soprintendenza.

La storia

Finalmente il sogno di Michele Sergio si è avverato: lui agli inizi degli anni ’70 diede inizio alla battaglia per recuperare i locali del Caffè situato nel cuore di Napoli, battaglia poi vinta. Ed ora con la Sala degli Specchi il Gambrinus si riappropria della sua storia.

Il presente

Oggi il lavoro di valorizzazione iniziato da Michele Sergio è portato avanti dai figli Arturo e Antonio Sergio e dai nipoti Massimiliano Rosati, Michele Sergio e Benedetta Sergio.  

“Per noi è un giorno davvero importante, un momento in cui ricordiamo nostro padre – affermano Arturo ed Antonio Sergio, titolari assieme al nipote Massimiliano Rosati -. Uno spazio recuperato, testimone di arte e urbanistica di un tempo, con opere d’arte da non sottovalutare, che è stato rimesso a nuovo nel pieno rispetto dei vincoli esistenti”.

L’arte

Affreschi su altorilievi della Scuola di Posillipo, stucchi e fregi nella nuova sala del Gran Caffè Gambrinus in via Chiaia, unita allo spazio del locale storico con affaccio su piazza Trieste e Trento e piazza del Plebiscito. Una sala che in realtà racchiude più ambienti, un colpo d’occhio davvero affascinante all’insegna del culto dell’accoglienza e della cultura. Sedersi ad uno dei tavolini è ripercorrere la storia di Napoli, quella autentica da leggere e approfondire guardando l’arte del locale finalmente nel suo insieme.

I decori in stile liberty e gli affreschi erano coperti dalle pannellature dei negozi che hanno occupato nel corso degli anni questi spazi. La Sala degli Specchi abbaglia chi vi entra per la prima volta, un tuffo all’indietro nel tempo per chi si fermerà ad uno dei tavolini e sui divani che arredano la sala. La Belle Epoque rivive ai giorni nostri e appassionati, turisti e cittadini potranno contare su un altro pezzo di storia napoletana riportato all’antico splendore con cura e attenzione. Uno spazio che nell’idea della proprietà sarà una naturale estensione del Gran Caffè Gambrinus, luogo di letterati, intellettuali, politici e personaggi del mono dello spettacolo.

DALLA RELAZIONE TECNICA

IL PAVIMENTO

Lo scavo, eseguito rigorosamente a mano, ha riservato una sorprendente scoperta: un pavimento originario quasi perfettamente conservato, in marmo bianco Carrara e tozzetti in marmo Emperador. La ritrovata pavimentazione è stata numerata, smontata e conservata in attesa dell’esecuzione dei lavori di manutenzione straordinaria

LE ORNIE
Nel deposito al piano inferiore sono state ritrovate le ornie originarie degli infissi su via Chiaia, cosi come soglie degli scalini dei vani di accesso e la boiserie in marmo.

I DIPINTI

I dipinti presenti nei riquadri che sovrastano le bucature di ingresso e la nicchia posta di fronte all’apertura individuata dal civico n.4 di Via Chiaia sono stati interessati da operazioni di pulitura che hanno ristabilito la leggibilità complessiva delle raffigurazioni.

Gli interventi di restauro sono stati seguiti sotto la supervisione della Soprintendente facente funzione, arch. Rosalia D’ Apice, e sono stati condotti nel rispetto dei principi fondamentali del restauro quali riconoscibilità, reversibilità, compatibilità, minimo intervento e interdisciplinarietà

Grazie al lavoro minuzioso di restauro degli antichi stucchi e di recupero dei pregevoli affreschi, il Gran Caffè Gambrinus rinasce a nuovo splendore. La totalità delle superfici decorate e intonacate è stata interessata dalla rimozione degli strati di tinteggiatura posticci, per restituire, con particolare riferimento per gli stucchi, la qualità e la tridimensionalità originali.

I MATERIALI

Tra i materiali di risulta sono stati ritrovati anche parte degli originali capitelli delle colonnine in legno facenti parte dell’apparato decorativo lateralmente agli specchi. Di questi è stato eseguito un calco e riprodotti quelli mancanti, rivestiti successivamente in foglia d’ oro. La bicromia degli stucchi mancanti è stata richiamata con un duplice trattamento superficiale. Il bianco potrà essere richiamato con finitura satinata; il dorato con finitura lucida.

Napoli: sorprende la veste “green” nei piatti di Michelasso, curati dallo chef Francesco Petito

Per lottare a colpi di mestoli e padelle nella metropoli partenopea bisogna armarsi di coraggio ed un pizzico di fantasia. Come l’audacia dell’imprenditore Lucio Sindaco, che ha voluto dedicare il progetto Michelasso alla mamma; il sogno autentico di alta ristorazione basata sulle tradizioni locali rivisitate.

L’estro invece delle mani del talentuoso chef Francesco Petito (classe ’96) che ha al suo attivo diverse esperienze in cucine importanti come La Mola di Porto Cervo, Casa del Nonno 13 a Mercato San Severino, Villa Crespi a Orta San Giulio (3 stelle Michelin) e Laqua Cannavacciuolo Countryside di Ticciano (1 stella Michelin).

Da ex negozio di abbigliamento con annesso centro estetico a pochi passi, ora qui si parla la lingua della buona cucina, con un occhio in particolare alle proposte vegan esaltate al meglio da Petito. Un sentiero da percorrere con maggior entusiasmo nel futuro, visto gli ottimi risultati della degustazione riservata alla stampa. Una valvola importante di sfogo in un settore che vive di alti e bassi, soprattutto a Napoli ormai presa d’assedio da turisti di ogni genere e tasche.

L’idea di sosta di qualità originale e tarata sulle usanze popolari da tenere sempre a mente come un faro luminoso, fatica a scrollarsi di dosso quell’immagine di mordi e fuggi a macchia di leopardo senza regole di continuità. Michelasso può proporsi come l’alternativa centrale, a pochi passi da piazza Municipio, per un viaggio nell’identità mediterranea italiana, fatta di ortaggi, erbe, funghi e contaminazioni.

Cibo e arte, con l’idea dei menù d’autore limited edition dedicati a risvolti benefici per ragazzi fragili, le cui famiglie necessitano di un conforto morale ed economico grazie al supporto di artisti amici a chilometro zero. Vini e sala affidati alle cure di Giorgio Zoccolella, che ha selezionato circa 450 etichette nazionali ed estere con prevalenza di quelle francesi.

Si parte dall’appetitosa bruschetta al pomodoro con colatura di mozzarella di bufala come amuse-bouche per proseguire con tonno tataki, dressing agli agrumi e mayo al basilico o carpaccio di manzo affumicato, lampone e cipollotto croccante per antipasto.

Coinvolgente e dall’alto profilo organolettico la cotoletta di funghi con salsa d’aglio dolce, bagnetto verde e mayo al prezzemolo. Ecco il profilo “green” giusto da seguire come via maestra, riproposto anche nella Wellington di fungo cardoncello, purea di sedano rapa e jus di fungo.

Artistici anche i dessert, in particolare la millefoglie croccante con crema diplomatica alla vaniglia e zabaione al lampone. Originalità, inventiva e sapore per un viatico intrigante dove l’unica incognita resta il rapporto con il prezzo medio, elevato nel confronto con il panorama dei pari concorrenti gourmet.

Michelasso si sviluppa su due livelli con circa 40 coperti interni divisi tra la sala superiore e la sala cantina, ideale per cene o degustazioni di piccoli gruppi. Dispone anche di un piccolo spazio esterno con 12 coperti.

Ristorante Michelasso

Via Santa Brigida, 14/16 – 80132 Napoli NA

Tel. 342 1689562 – www.michelasso.it