Excellence: l’evento enogastronomico conquista Roma (ma lascia poco spazio al vino)

Roma, capitale della cultura e della storia, è da sempre anche una delle metropoli più vive per quanto riguarda la gastronomia di qualità. La conferma arriva dall’edizione 2024 di Excellence, l’esclusivo evento enogastronomico che ha trasformato l’area VIP dello Stadio Olimpico in una vera e propria celebrazione dei sapori e dei prodotti tipici italiani.

Organizzato sotto la direzione di Pietro Ciccotti, figura di spicco nel panorama culinario romano, Excellence ha offerto una giornata all’insegna del gusto, del savoir-faire e della tradizione gastronomica. Tuttavia, nonostante il successo dell’iniziativa, è emersa una riflessione che ha lasciato qualche perplessità: mentre la ristorazione è stata indiscussa protagonista, il vino è rimasto, purtroppo, in secondo piano.

Appena varcato l’ingresso dell’area VIP, abbiamo notato un pubblico altamente selezionato e competente, composto da appassionati, chef, ristoratori e operatori del settore, tutti con un’unica grande passione in comune: la ricerca della qualità. Tra gli stand, che offrivano una vasta gamma di prodotti tipici italiani, si è potuto gustare un’importante selezione di oli extravergine d’oliva pregiati, dolci artigianali, formaggi stagionati e liquori tradizionali, ma la vera anima dell’evento è stata la ristorazione. Ogni angolo dell’area era pensato per omaggiare la tradizione culinaria italiana, ma anche per proiettare il pubblico nel futuro della gastronomia, con un occhio attento alle nuove tendenze e all’innovazione.

Lo Chef Roy Caceres – una Stella Michelin con il ristorante Orma

La varietà e la qualità dei piatti proposti sono state sorprendenti. Piatti semplici, ma dalle preparazioni articolate, in cui ogni ingrediente veniva esaltato al massimo della sua espressione, grazie alla maestria degli chef presenti. Il pubblico ha potuto assistere a show-cooking in diretta, durante i quali gli chef, con il loro inconfondibile stile, hanno trasformato ingredienti di qualità in autentiche opere d’arte. Non solo spettacolo, ma anche un’opportunità formativa per chi, come molti dei presenti, cerca costantemente nuovi stimoli e idee per arricchire il proprio repertorio gastronomico.

Tuttavia, unica pecca ad un quadro molto interessante, un aspetto dell’evento è rimasto in ombra: il vino. L’Italia, da sempre culla di alcuni dei migliori vitigni del mondo, ha visto una partecipazione vinicola limitata e l’interazione tra produttori e ristoratori che ha faticato a decollare. Le aziende vinicole presenti sono state poche, seppure con etichette di grande pregio.

Mentre gli chef si sfidavano ai fornelli e i produttori di olio, formaggi e salumi raccontavano le storie dei loro prodotti, il vino sembrava quasi un elemento di contorno, privato della centralità che merita in un evento di tale portata. Una maggior interazione tra i vari comparti del mondo enogastronomico avrebbe reso il tutto più completo e coinvolgente.

Nonostante tali perplessità, Excellence si è confermata come un evento di grande rilevanza per la gastronomia romana. La sua capacità di attrarre i migliori talenti culinari, insieme alla qualità dei prodotti presentati, ha fatto sì che l’evento si consolidasse come un appuntamento imprescindibile per chi lavora nel settore.

Panettone Maximo 2024: a Roma la festa dell’arte dolciaria artigianale

Roma si è trasformata in un regno di dolcezza lo scorso 1° dicembre, con il ritorno di Panettone Maximo, l’evento dedicato al re della pasticceria natalizia italiana: il panettone artigianale. Il suggestivo Salone delle Fontane, nel cuore dell’Eur, ha accolto maestri pasticceri, famiglie e appassionati in una giornata di festa, tradizione e innovazione.

Organizzato da E20 Events Factory e Ristoragency, con il patrocinio della Presidenza della Regione Lazio e del Comune di Roma, l’evento ha coinvolto più di 4000 visitatori, nonostante le limitazioni della “domenica ecologica”. A rendere possibile questa sesta edizione sono stati i contributi di sponsor importanti, come Banca del Fucino, Agrimontana, Molino Dallagiovanna e Irinox, tra gli altri.

Con 45 pasticcerie e forni provenienti da tutta Italia, Panettone Maximo ha inaugurato ufficialmente il Natale a Roma, regalando un’esperienza indimenticabile tra degustazioni, competizioni, show cooking e momenti di solidarietà.

Un Concorso di Eccellenza

Il cuore dell’evento è stato il concorso, dove una giuria di esperti ha valutato i migliori panettoni artigianali del 2024 in diverse categorie. Dalla purezza della ricetta tradizionale alle interpretazioni più creative e gourmet, ogni panettone ha raccontato una storia di passione e tecnica.

Tra i partecipanti, nomi rinomati della pasticceria italiana e talenti emergenti si sono sfidati per conquistare i premi principali. La giuria ha giudicato le creazioni basandosi su sofficità, equilibrio dei sapori e originalità.

Ecco i vincitori principali:

CategoriaVincitoreLocalità
Miglior TradizionaleSolodamanducaAprilia (LT)
Miglior Panettone al CioccolatoPasticceria VizioRoma
Miglior GourmetGianfranco Pascucci (Pascucci al Porticciolo)Fiumicino (RM)
Premio della StampaPasticceria D’AntoniRoma
Miglior PackagingLe LevainRoma
Premio del PubblicoSpiga d’Oro BakeryRoma-Acilia

Insieme al voto dato dalla stampa, anche la mia preferenza personale è andata alla Pasticceria D’Antoni Roma e fuori categoria, alla Pasticceria Bellantoni di Rieti per i dolci presentati che sono una vera e propria esperienza sensoriale senza eguali. Sempre fuori categoria ho apprezzato l’angolo dei distillati di Vero Wine and Spirits.

Show Cooking Stellati e Innovazione

Tra i momenti più attesi, gli show cooking hanno conquistato il pubblico con piatti creativi realizzati da pastry chef di ristoranti tre stelle Michelin. Tra questi:

  • Doina Paulesco, Osteria Francescana (Modena), con il dolce “Il pane è oro”.
  • Michele Cremasco e Lidia Ferrara, Le Calandre (Rubano, PD), con “Il Panettone che non c’è”.
  • Mattia Casabianca, Uliassi (Senigallia, AN), con “Panettone Tiramisù”.
  • Francesco Federici e Leonardo Sperati, Enoteca Pinchiorri (Firenze), con “Gioco col panettone”.

Ad aprire il palco, una performance a quattro mani di Luca Pezzetta, maestro pizzaiolo, e Fabiano Bucci, bartender di fama internazionale.

Un Evento per Tutti

Panettone Maximo non è stato solo competizione, ma una vera festa per tutta la famiglia. Numerosi stand hanno offerto degustazioni e vendite di panettoni artigianali, mentre i bambini si sono divertiti con attività dedicate. Per gli adulti, laboratori e incontri con i maestri pasticceri hanno svelato curiosità e segreti sul dolce simbolo del Natale.

L’evento ha saputo combinare tradizione e innovazione, regalando momenti di gioia e convivialità in un’atmosfera unica, tra luci natalizie, decorazioni e profumi irresistibili.

Solidarietà e Valori

Come ogni anno, Panettone Maximo ha avuto un’importante componente solidale. I panettoni in gara sono stati donati ai ragazzi della chiesa di Nostra Signora di Lourdes all’Albuccione, nel comune di Guidonia Montecelio, per la festa conviviale di San Nicola il 6 dicembre. Inoltre, ospite speciale è stato il comitato italiano di UNICEF, a sostegno dei diritti dell’infanzia.

Arrivederci al 2025

Panettone Maximo si conferma come un appuntamento imperdibile per celebrare il Natale e l’arte dolciaria italiana. Tra tradizione, creatività e passione, l’evento continua a essere una vetrina d’eccellenza per i maestri pasticceri del nostro Paese, sempre insieme a Belinda Bortolan, Fabio Carnevali e Stefano Albano. Arrivederci alla prossima edizione, per un’altra indimenticabile festa del gusto!

Arriva Natale e ritorna la sfida tra le ultime due annate di Brunello di Montalcino, organizzata da Vinodabere

Come di consueto l’avvicinarsi del Natale porta con sé un momento ulteriore di riflessione su quanto fatto e vissuto durante l’anno. Dalle Anteprime, alle visite in cantina, fino ai press tour ed ai momenti di degustazione nei ristoranti gourmet, la vita di un giornalista enogastronomico è densa di spunti per raccontare al meglio l’attualità enologica in Italia.

Un’occasione perfetta per la giusta sintesi di un areale storico del Bel Paese, dunque, l’evento organizzato dalla testata giornalistica Vinodabere presso il ristorante VII Coorte di Roma, riguardante la “comparazione” delle ultime 2 annate di Brunello di Montalcino. Stavolta sono scese metaforicamente in campo la 2020, di prossima uscita, recentemente valutata durante Benvenuto Brunello al seguente articolo Benvenuto Brunello 2024, considerazioni e migliori assaggi, contro la 2019 attualmente in commercio e, pertanto, con un anno in più di bottiglia.

Il riposo di sicuro giova al Sangiovese, ma acuisce maggiormente le differenze d’annata più che di stile. Non ci stupisce, quindi, che l’equilibrata 2020 prevalga per maggiore piacevolezza di beva, concedendosi al consumatore con tannini di buona fattura, rispetto ad una 2019 ancora a tinte in chiaroscuro, dal forte carattere, ma dal volume di bocca inferiore e un passo diverso nello scatto finale.

Ne consegue una inevitabile omologazione dei punteggi medi per la prima versione, con picchi di bellezza maggiormente presenti, però, nella seconda vintage. La degustazione, da parte di un panel formato da 30 persone, è avvenuta rigorosamente alla cieca (senza nemmeno sapere l’annata in assaggio).

Ecco l’elenco dei partecipanti (in ordine alfabetico di nome):

Alberto Chiarenza (critico enogastronomico)

Antonella Piga (sommelier)

Antonio Paolini (giornalista enogastronomico)

Daniele Moroni (critico enogastronomico)

Delia Giri (ristoratrice)

Emanuele Giannone (critico enogastronomico)

Federico Gabriele (critico enogastronomico)

Franco Santini (critico enogastronomico)

Giampaolo Gravina (critico enogastronomico)

Gianmarco Nulli Gennari (giornalista enogastronomico)

Gianni Travaglini (critico enogastronomico)

Giuseppe Garozzo (critico enogastronomico)

Luca Grippo (giornalista enogastronomico)

Luca Matarazzo (giornalista enogastronomico)

Luciano Lombardi (critico enogastronomico)

Marco Carnevali (sommelier)

Marco Dall’Asta (giornalista enogastronomico)

Marco Sciarrini (critico enogastronomico)

Maurizio Gabriele (critico enogastronomico)

Maurizio Valeriani (giornalista enogastronomico)

Paolo Carpino (giornalista enogastronomico)

Paolo Frugoni (agente)

Pino Perrone (critico enogastronomico)

Raffaele Mosca (critico enogastronomico)

Roberto Alloi (critico enogastronomico)

Rowena Dumlao (critica enogastronomica)

Samuele Parrinello (sommelier)

Simone Di Giorgio (sommelier)

Susanna Schivardi (giornalista enogastronomica)

Vittorio Ferla (giornalista enogastronomico)

Ecco la lista delle 25 etichette, in ordine di preferenza, che hanno superato i 91 centesimi ed hanno maggiormente convinto (secondo la media dei punteggi) i presenti:

Brunello di Montalcino  2020 – Franco Pacenti

Brunello di Montalcino  2020 – La Magia

Brunello di Montalcino  2020 – Tornesi

Brunello di Montalcino  2020 – Mastrojanni

Brunello di Montalcino  2019 – Lisini

Brunello di Montalcino  2020 – Celestino Pecci

Brunello di Montalcino  2019 – Villa al Cortile

Brunello di Montalcino  2019 – Celestino Pecci

Brunello di Montalcino  2019 – Pian delle Querci

Brunello di Montalcino  2020 – Pinino

Brunello di Montalcino  2020 – Tenuta La Fuga

Brunello di Montalcino  2020 – Máté

Brunello di Montalcino  2020 – Pian delle Querci

Brunello di Montalcino  2019 – Sesti Castello di Argiano

Brunello di Montalcino  2020 – Argiano

Brunello di Montalcino  2019 – Argiano

Brunello di Montalcino  2019 – Castello Tricerchi

Brunello di Montalcino  2019     La Rasina

Brunello di Montalcino  2020 – Fattoria dei Barbi

Brunello di Montalcino  2019 – Tornesi

Brunello di Montalcino  2019 – Fattoi

Brunello di Montalcino  2020 – Villa al Cortile

Brunello di Montalcino  2019 – Franco Pacenti

Brunello di Montalcino  2020 – Donatella Cinelli Colombini – Progetto Prime Donne

Brunello di Montalcino  2020 – Donatella Cinelli Colombini

In assaggio inoltre erano presenti 16 Rosso di Montalcino (6 dell’annata 2023, 9 dell’annata 2022 e 1 dell’annata 2021).

Ecco quali hanno maggiormente convinto i presenti al Ristorante VII Coorte:

Rosso di Montalcino 2022 – Collemattoni

Rosso di Montalcino 2022 – Scopone

Rosso di Montalcino 2023 – Fattoria dei Barbi

Rosso di Montalcino 2022 – Fattoi

Rosso di Montalcino 2023 – Tornesi

Rosso di Montalcino 2022 – Donatella Cinelli Colombini

Rosso di Montalcino 2023 – Camigliano

Pizza & Falanghina: Gambero Rosso ed i vini del Sannio raggiungono le pizzerie nel mondo intero

Sannio Consorzio Tutela Vini, presidente Libero Rillo, punta con la Falanghina a un’affermazione dei vini campani su scala internazionale. Con l’entusiasmo che da tempo circonda l’intero ciclo della varietà, dal produttore al buyer e al consumatore, con il coinvolgimento di Gambero Rosso, nasce un’interessante iniziativa nel mondo della comunicazione enogastronomica, per collegare la Pizza, cibo italiano di culto nel mondo e la Falanghina.

Il progetto vede la luce durante la pandemia, ma proprio dall’intesa con Gambero Rosso e oggi, con Lorenzo Ruggeri nuovo direttore della testata, inizia ad essere percepito come spinta alla ripresa dei consumi popolari e di qualità. “Pizza & Falanghina” è nel tempo divenuto l’araldo di novità atte a ravvivare le pizzerie italiane europee. Centinaia di iniziative locali e una costante, determinata dedizione al suo successo hanno, ormai al principio del 2025, raggiunto molti degli obiettivi preposti.

Un esempio di cui viene dall’appuntamento svoltosi a Roma a “TAC THIN AND CRUNCHY” la nuova pizzeria di Valentina Zuppardo e del Maestro Pier Daniele Seu. Difficile immaginare un luogo migliore a Roma per riproporre il progetto: ambiente volutamente dadaista, creazioni di pizza estremamente cromatiche e leggerissime al gusto, ispirazioni eterogenee a offrire un menù elegante e diverso.

Ad esempio la Frittata della Domenica: una pizza bassa, azzimata e croccante, leggera, che propone crema di passata di patate e cipolle e pecorino, su un lettino di tenui foglie di carciofo. 

Oppure la classica napoletana “Provola e Pepe”, storica ma proposta in versione romana: bianca, con spezie e il suadente sentore fumée della ricotta affumicata, applicata prima e dopo gli inserimenti gustosi di pomodorino e basilico verde e rosso, a chiudere con pecorino spolverato e sesamo e una riduzione di soia con foglie di cavolo. 

L’esordio della degustazione è tuttavia  una occasione per la Falanghina in versione spumantizzata, da collegare a un bell’esempio della creatività di Pier Daniele Seu, che reinventa il concetto tutto romanesco dei “frittini” e crea due oggetti di puro interesse culinario.

La Frittatina di Pasta e Fagioli per ribaltare in 3D il concetto stesso di farne una originale versione in Supplì della pasta e fagioli. Gentile la consistenza dell’interno rispetto alla corteccia panata, che regge il vuoto camera occupato alla base dal tubetto col fagiolo coeso dal tomino di capra filante. È che bello il conflitto irrisolto tra il sentore di birra della pastella con la purea di fagioli, appena appena mediato da foglie di sedano.

E subito dopo, la Polpetta di Cecio Bollito che ripete la trasformazione in solido, grazie al guscio in pastella, di un piatto entry della cucina romana.

Si punta al connubio tra la salsa verde di sedano e timo con prezzemolo, aglio, sminuzzati e amalgamati con riduzione di aceto, e il bollito di carne bianca, a reggere la consistenza della crema di ceci che dà la struttura all’arancina. Un tentativo estroso e coinvolgente, grazie al match con le bollicine di Falanghina del Sannio “Jannare“ La Guardiense Brut.

La diversità di pizze assaggiate, tra le quali risalta quella Broccoli e Salsiccia interpretata con il ciauscolo marchigiano, offre il fianco al ruolo degustativo della Falanghina proprio come nell’intenzione del progetto. Il compito tocca a “Helza” di Pietrejonne, una Falanghina Metodo Classico, di colore giallo paglierino dal riflesso leggero dorato e brillante, di media consistenza e particolarmente giovane. Il match è spinto dalla fragranza lievitosa percepita nel vino, dai sentori di mughetto e erba, per poi virare verso banana e una dominante di gelso, dal finale di leggera ginestra infusa a un minerale calcareo. Al gusto è decisamente vegetale, conferma al palato di ginestra ed erbe ma emerge legittimamente la leggera nota agrumata mista a basilico, tipica della Falanghina del Sannio.

Ferme e ricche di personalità gli altri campioni che succedono alle bolle, nella degustazione delle varie selezioni di Pier Daniele Seu. Identitas 2023 di Cantina di Solopaca è una Falanghina classica con nota leggermente sfumata e balsamica,  giallo dorato con riflessi ambrati leggeri; al naso offre fiori gialli e legno faggio bagnato, mughetti ed erbe balsamiche e leggera sensazione di fiori di pero. Al gusto è glicemica e agrumata, strutturata con mineralità in equilibrio con la nota alcolica, tufacea eppure fresca: è ancora  giovane per apprezzarne l’equilibrio che verrà in almeno un anno di affinamento in bottiglia, ma c’è da dire che questa referenza appartiene alla “Selezione Oro” dal fiume Calore, dove il Consorzio ha scelto 5 vini di riferimento a rappresentare tutto il corso del fiume.

La seconda è di Aia dei Colombi Falanghina 2023 da Guardia Sanframondi. Offre al naso e al gusto più concentrazione e densità: al colore giallo paglierino dai riflessi dorati, brillante, accoppia maggior consistenza, un deciso aroma agrumato e leggermente legnoso di faggio, con finale di salvia e basilico. Sapientemente agrumata, fruttata di gelso e vegetale di ginestra,  con una sfumatura eterea e un finale di leggero fumè.

Il consorzio sannita gioca quindi una parte operativa centrale, nella degustazione odierna come nel progetto, assolvendo a due compiti strategici: mantenere unite le precedenti 5 denominazioni locali, generando progetti come questo con Gambero Rosso, e poi associare al gusto sulle tavole di tutti i ristoranti una DOC cavallo di battaglia del vino italiano nel mondo, la Falanghina, e la pizza, che è sia innovativa sia vera identità italiana nel mondo.

E ne ha ben donde, dati i numeri:

Il Sannio ha 10mila ettari vitati e molteplici zone geologicamente diverse e ora alluvionali, ora vulcaniche. Il ruolo e la forza di cooperativa de La Guardiense a Guardia Sanframondi consiste nella capacità di promuovere assieme tutte le produzioni di questo benedetto alveo geologico e agricolo. La produzione vitivinicola nel Sannio è infatti quasi la metà della produzione campana, toccando l’85% prodotto di Falanghina rispetto al totale della regione Campania.

Beviamoci Sud Roma 2024

Comunicato Stampa

Si terrà, dal 7 al 9 Dicembre 2024, presso l’Hotel Palatino di Roma, in posizione centrale e strategica a due passi dal Colosseo, la sesta edizione di Beviamoci Sud Roma, il più importante evento della Capitale volto alla valorizzazione e alla comunicazione professionale dei vini del nostro bellissimo Meridione.

Beviamoci Sud Roma“, realizzato da Riserva Grande, Andrea Petrini, wine blogger di Percorsi di Vino, con la preziosa direzione tecnica di Luciano Pignataro, giornalista, scrittore e gastronomo italiano, è rivolto sia a professionisti del settore che agli appassionati di vino che in questa edizione avranno l’opportunità̀ di conoscere e degustare un’ottima selezione dei vini del Sud Italia grazie alla presenza di oltre 50 vignaioli accuratamente selezionati i quali, novità di questa sesta edizione, potranno vendere il loro vino in confezioni regalo viste le prossime festività natalizie.

Nelle due giornate del 7 e 8 Dicembre 2024 la manifestazione si dividerà tra degustazioni libere ai banchi di assaggio, alla presenza del vignaiolo, e masterclass su prenotazione e a numero chiuso.

Quest’anno – afferma Luciano Pignataro – abbiamo raddoppiato lo sforzo per quanto riguarda i seminari che, per questa edizione, sono previsti sia sabato 7 che domenica 8 Dicembre. Ben quattro appuntamenti imperdibili dove approfondiremo le sfumature del Nero di Troia pugliese, degusteremo i sapori dei Castelli Romani, festeggeremo i 20 anni dei Rocca del Principe con una bellissima verticale e, grazie al Movimento Turismo della Sardegna, conosceremo i rari vini di questa splendida isola.

In questo ambito – continua Pignataro – ringrazio Marco Cum ed Andrea Petrini per credere ogni anno in questa manifestazione che rappresenta una vetrina importante per i vini del nostro Meridione che, fortunatamente, sono tornati a brillare sulla scena internazionale, conquistando i palati più esigenti. Dietro a questi successi, c’è il lavoro appassionato di tanti produttori che, con grande rispetto per la tradizione e un occhio rivolto al futuro, stanno creando vini unici e memorabili. Beviamoci Sud Roma – conclude Pignataro – è l’occasione perfetta per approfondire la conoscenza di questi prodotti avendo la possibilità di degustare le etichette più rappresentative specialmente di aziende ancora poco conosciute”.

Beviamoci Sud Roma è anche comunicazione e business per cui la giornata del 9 Dicembre, come di consueto, sarà dedicata solo ed esclusivamente ai giornalisti e ai professionisti del settore Ho.Re.Ca la cui presenza, nel 2023, ha sfiorato le 300 presenze. Sempre lo stesso giorno, come già accaduto lo scorso anno, si terranno le premiazioni sia degli Ambasciatori di Beviamoci Sud Roma, selezionati tra gli esercizi commerciali con la migliore carta dei vini del Sud Italia, sia delle Eccellenze di Beviamoci Sud Roma, riconoscimento attraverso il quale una giuria qualificata, presieduta da Luciano Pignataro, assegna un diploma di merito ai migliori vini presentati dalle aziende partecipanti.

Per la lista delle aziende aderenti a Beviamoci Sud Roma si rimanda al sito https://www.beviamocisudroma.it/aziende-partecipanti-2024/

Beviamoci Sud Roma 2024

Quando: sabato 7, domenica 8 e lunedì 9 Dicembre 2024

Dove Hotel Palatino, Via Cavour 213\M Roma (Metro B Cavour a 50 metri)

Orario di apertura al pubblico: sabato e domenica dalle 14.00 alle 20.00

lunedì (solo operatori accreditati) dalle 11.00 alle 18.00

Ingresso: 25,00 euro comprensivo di bicchiere da degustazione

ridotto 20,00 euro per convenzioni con associazioni di settore.

Biglietteria on line: https://www.beviamocisudroma.it/biglietteria/

Operatori (solo lunedì 9 Dicembre): richiedere accredito scrivendo a: accrediti@beviamocisudroma.it. L’accredito potrà essere ritenuto valido solo dopo aver ricevuto una mail di conferma da parte dell’organizzazione. Info: 339.6231232 | info@beviamocisudroma.it

Life of Wine 2024, il racconto

Quando si offre un vino, si offre conoscenza di un territorio, di persone e di metodi, di passione e storia. Sembra quasi ovvio a dirsi, eppure dovrebbe avere effetto sul nostro percorso di studio e apprendimento riguardo a una cantina e i suoi gioielli.

Roberta Perna e Studio Umami a Roma, con il contributo importante (sin dall’edizione 2019) del direttore di Vinodabere Maurizio Valeriani, hanno felicemente compiuto il passo in avanti che una kermesse di degustazioni d’eccellenza aveva bisogno di fare, immaginando che conoscere un vino vuol dire conoscerne le evoluzioni che la cantina e gli uomini, fino a farne un’arte, realizzano.

Così, la vita del vino è offerta alla conoscenza, potendone degustare le annate salienti indietro nel tempo: le cantine a Life of Wine ti mettono nella condizione di sperimentare e apprendere attraverso le annate dei loro campioni fin dalle loro origini, cosa quei vini sono diventati, perché hanno quei loro unici tratti e quella architettura che ne è il vero valore. D’incanto, nella digressione e nella comparazione, viene alla luce l’arte del loro lavoro.

Un evento quest’ultimo, di domenica 24 novembre 2025, che ha visto la frequentazione dei migliori giornalisti del settore, oltre a diverse centinaia di avidi sperimentatori, per gusto e per conoscenza, ma soprattutto attratti da una venue raffinata e di classe autentica romana come il Villa Pamphili Hotel.

Oltre all’immenso salone, dove hanno esposto circa cinquanta tra cantine famose da tutta Italia, denso di banchi d’assaggio, sono state le sale riservate alle masterclass per la stampa a confermare la peculiarità dell’evento, che altro non è se non la ricerca del viaggio nel tempo per capire come il vino evolve, si affina e si completa.

Di queste vi rendiamo conto, sperando che la traccia visibilissima e netta del metodo di Life of Wine diventi la normalità per gli eventi enoici che informano il nostro paese delle incredibili varietà ampelografiche così come delle arti del produrre vini sempre più eccellenti e ormai di matura reputazione nel mondo come i vini di ognuna delle venti regioni d’Italia.

Arte e Cultura a Casal della Mandria, il luogo del cuore dello Chef Giuseppe Verri

Se ognuno provasse a immaginare un luogo della propria infanzia, dove ogni oggetto diventa creazione in un impeto dadaista condito di tecnologia, troverebbe naturale che un artista come Giuseppe Verri abbia fatto una playhouse della sua tenuta Casal della Mandria a Lanuvio. Dalle composizioni postmoderne, scultoree così come pittoriche, si è immediatamente accolti all’arrivo nel suo nuovo luogo del cuore, che sorprende non solo per il complesso di sculture che abbraccia il visitatore, avvolto in dimensioni e colori di oggetti distribuiti in un caos calmo tra opifici e ristorante.

La sorpresa è proprio Giuseppe, ospite entusiasta non già di esibirsi ma di farti trovare in mezzo a tutto quel che riesce a creare dalle forme ai colori ai piatti in tavola. Giuseppe Verri, noto come “Verrigud”, non si è mai risparmiato sulla creatività, i suoi oggetti applicati ti avvolgono come la sua cucina: un ingegnere di formazione ma uno scultore e pittore di estrazione, possono mai fare uno Chef protagonista della gastronomia del Lazio?

Risposta positiva: una selezione di ottimi vini, in mezzo ad affreschi e quadri, invita alla tavola imbandita di sue creazioni.

Il suo concetto di ristorante, a lunghe tavolate, si fonde con l’esperienza agricola dei luoghi dell’agro Pontino, e le sue piccole coltivazioni di ortaggi sono materia con cui plasmare pietanze che attingono ad eccellenze dai diversi territori vicini. Nella speciale cornice architettata da Carol Agostini, l’evento odierno raccoglie ed ospita eccellenze alimentari e vinicole tra Campania, Lazio e Toscana, con un bell’accento offerto dall’Oltrepò Pavese.

La cucina di Giovanni Verri diventa veicolo di trasporto per i funghi prodotti a Lanuvio nella tenuta dei Fratelli Milletti, per le carni “Mandriani” dei Fratelli Villani dell’Agro Nocerino-Sarnese, per i napoletanissimi sughi e le vellutate di Vestalia, per i salumi dell’Oltrepò Pavese “GranVarzi” offerti dalla Tenuta Borgolano con i suoi vini.

La composizione di arti e di vini presenti esprime un forte legame con la terra di lavoro: la “Bimba che raccoglie i Fiori” di Giuseppe rimanda la mente dall’Asprinio d’Aversa di Petra Marzia alla Bonarda dell’Oltrepò Pavese di Tenuta Borgolano. In direzione contraria, i “Polusca” contadini guerrieri e viaggiatori in ferro riportano il cuore dal Buttafuoco delle Colline Pavesi al Taurasi  dell’Irpinia.

Giuseppe Verri è uno Chef ha pensato in maniera postmoderna piatti della cultura agricola, ricomponendoli e prestandoli a gusti nuovi – come la Tartare di Manzo a base della frutta sminuzzata. La sua interpretazione è la sua missione, ossia naturalmente ricomporre l’esistente: la sua ”Maza”, focaccia di Grani Rari con lievitazione di ben 15 giorni, offerta con Crema di Friarielli e Ricotta di Battipaglia, oppure con Zucca Verde marinata e Guanciale Napoletano.

L’intenzione di Giuseppe e di Carol è di avviare una serie di eventi come questo, a combinare arti e mestieri culinari, inondandoli di vini di volta in volta presi tra le eccellenze delle terre di lavoro in Italia.

Ma non solo vini: questa volta abbiamo visto, ad esempio, un volto di Montalcino e della prossima Val d’Orcia che non è il Brunello ma la Birra e i prodotti della terra come Miele e del forno come il Panettone, tutti distinti dalla presenza dello Zafferano coltivato in loco dall’azienda Maccari.

Insomma un crescendo di sorprese articolate tra Paccheri col Guanciale di Mandriani, gli Spaghettoni al Sugo Napoletano di Vestalia – il cui carattere distintivo sta nei pomodori locali così come negli accenti di Aglianico infuso nella ricetta.

Vestalia accompagna anche i Paccheri serviti da Giuseppe Verri con la loro Genovese Napoletana distinta dalla Cipolla Ramata di Montoro e dall’Olio EVO di sola Coratina.

A chiudere, una composizione dolce di Biscotto fatto in casa con la Frutta al Naturale de “La Golosa” di Montelparo nelle Marche – una vera delizia ostinatamente biologica e priva di ogni possibile contaminazione.

Segue  -note degustative dei vini:

  1. Petra Marzia “Marcianus” Asprinio D’Aversa – Spumante Charmat lungo

Al sentire di gelsomini e fiori gialli si sovrappone una fragranza di cipria al naso subito corroborata nel gusto da grano e farina, accentati di oliva. Il palato avverte la caratteristica pungenza mista a concentrata mineralità dell’Asprinio.

Uno charmat lungo scelto con saggezza garantisce la persistenza della fragranza dovuta alla sosta sui lieviti. Buono e persuasivo, ideale su dolci leggeri e formaggi morbidi.

  1. Tenuta Borgolano “Donna” Bonarda dell’Oltrepò Pavese – 2009

Pregio conferito al naso da un immediato sentore di pout-purri e di essenze eteree, per un colore granato che rimanda a riflessi tipici del Marsala. Un’esperienza degustativa resa piena dal connubio con Salami di Varzi e Pancetta Pepata. La potente persistenza, data dall’invecchiamento di una Croatina in purezza già raccolta surmaturata, offre una boccata pregna e arricchita di tannini nobili. Si accompagna bene a secondi di carne bianca ma anche a paste come uno Spaghettone di Gragnano al Sugo Napoletano Vestalia.

  1. Petra Marzia “Parlami” Taurasi DOCG – 2017

Colore granato intenso e semitrasparente, leggera unghia tendente al viola.

I sentori di marasca e prugna sono in piena esposizione olfattiva, il che è davvero sorprendente per un 2017 e lascia ai margini, felicemente, la percezione di sottobosco poi ripreso al palato. Il gusto inizia con una leggera nota agrumata a far da accento a un bouquet di viole e fiori rossi, pout-purri, con spezie e legno saggiamente mitigati dal passaggio in altra botte. La freschezza al palato fa davvero tentennare la lettura dell’annata: questo Taurasi appare destinato a un invecchiamento lunghissimo e per nulla afflitto dalla particolare alcolicità tipica. I tannini sembrano appena desti, gentili ma robusti. Il corpo è presente ed equilibrato, leggera prevalenza acida che accompagna un gusto prolungato e relazionato alla persistenza del fruttato. Tratti floreali e vegetali ne corredano il finale. Una creazione davvero ben riuscita, sembra un trait d’union tra classico e moderno quale risultato di meno estrazione e più equilibrio nella fattura. Pairing su carni rosse, come la Costata alla Brace.

  1. Tenuta Borgolano “Dekameron” Buttafuoco – 2019

Eccellente combinazione di uvaggi pregiati dell’Oltrepò Pavese con forti influenze piemontesi: 60% Croatina, 25% Barbera dell’Oltrepò, 15% Vespolina. Ed è quest’ultima a caratterizzare da subito il naso, con ciliegia e fragola e frutti di bosco, seguiti  bacche e fiori rossi ed erba di sfalcio tipici di Barbera e Croatina. Si percepisce già un mite passaggio in legno, con spezie e vanillina. Al gusto abbiamo una preponderanza della confettura di ciliegie, buona la morbidezza glicerica contrapposta a tannini: un blend tutto in equilibrio tra gioventù e affinamento. Finale vegetale contornato da sfumature liquorose. Ideale per secondi succulenti, dallo Stufato alla Cassoeula.

I vini di San Felice presentati al ristorante gourmet Pipero a Roma

Una giornata che ha celebrato l’incontro tra due eccellenze italiane: San Felice ha presentato la sua rinnovata collezione di vini presso il rinomato ristorante una stella Michelin Pipero a Roma. L’evento, organizzato da Antonella Imborgia Direttore Marketing e Axelle Brown Videau Responsabile Comunicazione, ha segnato un momento significativo nella storia dell’azienda toscana, che ha scelto uno dei templi della gastronomia capitolina per svelare al pubblico la nuova veste grafica delle sue prestigiose etichette.

La collaborazione con la “winedesigner” Federica Cecchi ha dato vita a un progetto artistico che va ben oltre la semplice estetica: ogni etichetta è stata concepita come un racconto visivo che narra l’impegno di San Felice verso la biodiversità e il suo profondo legame con il territorio toscano.

Pipero, sotto la guida del carismatico Alessandro Pipero e dello chef Ciro Scamardella, ha offerto la cornice perfetta per questo evento. Il locale, insignito della stella Michelin, rappresenta infatti quella stessa fusione tra tradizione e innovazione che caratterizza la filosofia di San Felice. La celebre carbonara, reinterpretata in chiave contemporanea, ha dimostrato come l’eredità culinaria italiana possa evolversi senza perdere la sua autenticità, proprio come i vini di San Felice.

San Felice si presenta come un mosaico di realtà che si completano a vicenda. Il Borgo San Felice, premiato con la stella verde dalla Guida Michelin, non è soltanto un Luxury Resort, ma un vero e proprio santuario del lifestyle toscano. Le tenute, strategicamente posizionate nelle tre denominazioni più prestigiose della regione – Chianti Classico, Montalcino e Bolgheri – rappresentano il meglio della tradizione vitivinicola toscana.

Il fiore all’occhiello della presentazione è stata la linea Vitiarium, frutto di oltre vent’anni di ricerca e sperimentazione nel campo dei vitigni autoctoni, grazie alla consulenza enologica di Leonardo Bellaccini. Quattro i vini che raccontano altrettante sfaccettature dell’anima di San Felice: Il Borgo Chianti Classico DOCG, che porta in etichetta una mappa storica del borgo vista dall’alto, La Pieve Chianti Classico DOCG Gran Selezione, impreziosito dal decoro dell’antica Pieve del 714, il Pugnitello Toscana IGT, emblema dell’innovazione e della ricerca, e lo In Avane Chardonnay Toscana IGT, unico bianco della collezione.

La scelta di presentare queste nuove etichette da Pipero non è stata casuale. L’approccio di Alessandro al mondo della ristorazione, noto per la sua capacità di combinare professionalità e convivialità, rispecchia perfettamente la filosofia di San Felice: eccellenza senza ostentazione, tradizione che sa rinnovarsi, attenzione maniacale ai dettagli che non dimentica mai il piacere dell’ospitalità.

Il pranzo ha rappresentato anche un’occasione per ribadire l’impegno nella tutela della biodiversità. L’azienda non si limita infatti alla produzione vinicola, ma gestisce un vero e proprio ecosistema dove convivono uliveti, orti, colture e foreste. Un approccio olistico che trova la sua massima espressione nel progetto Vitiarium, vero e proprio laboratorio a cielo aperto per la conservazione e lo studio dei vitigni autoctoni toscani.

Questa presentazione ha dimostrato come San Felice stia tracciando un percorso innovativo nel panorama vitivinicolo italiano, dove la tradizione non è un vincolo ma un trampolino di lancio verso il futuro. Le nuove etichette, con il loro linguaggio visivo sofisticato e contemporaneo, raccontano una storia di eccellenza che affonda le radici nel passato ma guarda con decisione al futuro.

Carlo De Biasi, Direttore di San Felice, ha sottolineato la filosofia di una realtà che racconta il territorio toscano attraverso i suoi vini che sono la vera essenza dei luoghi da cui provengono. L’incontro tra San Felice e Pipero ha quindi celebrato non solo il vino, ma un’idea di Italia che sa valorizzare il proprio patrimonio storico e culturale attraverso l’innovazione e la ricerca continua dell’eccellenza.

L’Italia del Pinot Nero: il racconto della Masterclass organizzata da Vinodabere

Roma ha accolto la masterclass “Il Giro d’Italia attraverso il Pinot Nero”, un evento attesissimo dagli appassionati. Organizzata dalla testata giornalistica “Vinodabere” presso l’Hotel Belstay, la sessione si è inserita nel più ampio contesto di “L’Italia del Pinot Nero”, con la partecipazione di circa 40 produttori italiani e internazionali, tra cui Sudafrica e Argentina, di cui il collega Alberto Chiarenza parlerà in un altro articolo.

Il Pinot Nero è notoriamente un vitigno difficile da coltivare. Originario della Borgogna, già nel primo secolo d.C. Plinio il Vecchio lo cita con il probabile termine di Vitis Elvanacea, nella sua Naturalis Historia. Richiede condizioni climatiche e di suolo particolari, oltre a una cura attenta e scrupolosa in ogni fase della produzione. Predilige terreni argilloso-calcarei ben drenati; la percentuale di calcare, la densità di pietre e la ricchezza in argilla, determinano il risultato finale variando da un vino rosso leggero ed elegante oppure potente e di buona struttura. È un vitigno femminile nel suo essere capriccioso, sensibile a diverse malattie e alle gelate primaverili a causa della sua precocità.

Tuttavia è capace di donare vini fini ed eleganti, variegati nell’espressione in base ai “terroir” che lo ospitano. In Italia, il Pinot Nero ha trovato in regioni come l’Alto Adige, il Friuli Venezia Giulia, la Lombardia e la Toscana, le condizioni climatiche idonee atte a favorirne lo sviluppo, sebbene con caratteristiche molto diverse da quelle francesi.

L’obiettivo principale della masterclass è stato, pertanto, quello di esplorare la varietà del Pinot Nero in Italia. La differenza nei suoli, l’altitudine e il clima si traducono in vini che mantengono la finezza e l’eleganza tipiche, ma con un carattere fortemente aderente al territorio d’elezione.

Guidata dal direttore di Vinodabere Maurizio Valeriani e dai giornalisti Antonio Paolini (Vinodabere), Dario Cappelloni (Doctor Wine) e Luca Matarazzo (20Italie), l’evento ha offerto un coinvolgente viaggio sensoriale nel mondo del Pinot Nero, celebrando la sua eleganza e versatilità. Ogni tappa è stata arricchita da degustazioni mirate, che hanno permesso ai partecipanti di apprezzare e confrontare le diverse interpretazioni del varietale. S

Un tema affascinante della discussione ha riguardato le tecniche di vinificazione e affinamento adottate nelle varie regioni, con particolare attenzione all’uso del legno, al tipo di botti, alla macerazione e alla fermentazione. È emerso come ogni produttore interpreti il Pinot Nero secondo una filosofia unica, influenzata dal rispetto delle tradizioni locali e dalla ricerca di un’espressione autentica del territorio. E a dirla tutta… che meraviglia!

La degustazione si è articolata in un viaggio enologico che ha attraversato virtualmente alcune delle principali regioni italiane produttrici di Pinot Nero.

Nei vari versanti delle valli fresche delle Dolomiti, il Pinot Nero dell’Alto Adige esprime freschezza e vivace acidità, con profumi di ciliegia, lampone e sottili scie minerali, noto per finezza e longevità. Menzione speciale per il Pinot Nero Riserva 2019 della cantina Schloss Englar: Un vino elegante e raffinato, con un intenso bouquet di ciliegie mature e frutti di bosco, nuance balsamiche e ginepro. Al sorso, viaggia morbido e vellutato, dai tannini delicati e dall’ottima struttura di grande persistenza.

Piemonte e Valle d’Aosta: qui venne originariamente impiantato come prima espressione d’Italia, complice anche la vicinanza alla patria natia. La produzione si concentra principalmente su vini spumanti metodo classico (Alta Langa DOCG) e su vini rossi eleganti. Uno sbalorditivo assaggio è stato il Bricco Del Falco 2019 di Isolabella Della Croce, dal colore rubino con riflessi granati e note di ciliegia, mora e spezie, bilanciate da una freschezza gustativa molto raffinata ed un finale piacevole di mandorla dolce.

Lombardia (Oltrepò Pavese) – Conosciuta come la “culla del Pinot Nero italiano”, l’Oltrepò Pavese vanta terreni marnosi e un clima ideale per la viticoltura. I Pinot Nero di questa regione, spesso vinificati anche come spumanti Metodo Classico, sono caratterizzati da grande struttura, complessità e tipiche note di piccoli frutti rossi conditi da spezie delicate.

In Toscana il Pinot Nero si adatta a terroir unici, soprattutto nelle colline alte e fresche, sviluppando un profilo più strutturato con note di frutta matura, tabacco e vaniglia, grazie a un moderato uso di legni per l’affinamento. L’influenza del clima mediterraneo e dei suoli argillosi dona ai vini potenza ed eleganza. Un esempio notevole è l’Ornoir 2020 dell’azienda agricola Ornina, che offre frutti rossi, spezie e note balsamiche al naso, con un palato strutturato e una lunga persistenza.

Il Friuli-Venezia Giulia è da sempre una regione con un forte potenziale per il Pinot Nero, caratterizzata da vini freschi e intensi dal punto di vista aromatico. Le etichette di questa area si distinguono per sensazioni floreali, fruttate e una marcata mineralità, che esaltano eleganza e armonia. Una gradita sorpresa è venuta da un “vino di confine”: il Pinot Nero DOC Collio Dedica 2018 di Komjanc Alessio, dal colore rosso rubino granato, con naso di frutta a bacca rossa, lamponi e prugne, arricchito da note balsamiche; fine ed elegante, chiude setoso nella trama tannica.

Marche, Abruzzo, Umbria: Il Pinot Nero in queste regioni rappresenta sia una sfida che un’opportunità, arricchendo il panorama vinicolo italiano con varietà e innovazione. Le colline marchigiane offrono un clima favorevole, mentre il clima variegato dell’Umbria e le altitudini abruzzesi creano condizioni ideali per la coltivazione di questo vitigno. Sorprendente è il Diamante Nero 2018 della cantina Castel Simoni, che riflette tutta la complessità del territorio montano abruzzese. Questo vino si apre con intense note di frutti di bosco e ribes nero, accompagnate da un accenno di spezie dolci. La sua acidità è ben bilanciata, contribuendo a una freschezza e a una struttura palpabile che invitano a un secondo sorso. Un vino dai caratteri unici è il Cru posizionato alla sommità di una delle colline più alte del Parco Naturale del Monte San Bartolo: Tenute Quarta Blanc de Pinot Noir 2021 di Fattoria Mancini. Vinificato in bianco, presenta grande complessità, mineralità, freschezza e sapidità che preannunciano una straordinaria lunghezza.

Il Pinot Nero in Veneto unisce tradizione e innovazione, offrendo vini che riflettono l’unicità della regione. Caratterizzati da un intenso colore rubino, presentano aromi di frutti rossi come ribes e ciliegie, oltre a note di vaniglia e tabacco, influenzate dall’affinamento in barrique. Le principali aree di coltivazione includono: i Colli Euganei Noti per terreni calcarei e altitudini favorevoli, con sentori terrosi e floreali; e la Marca Trevigiana dove trovano espressioni con note di pepe nero e liquirizia. Il bouquet elegante di ribes rosso, lampone e spezie su uno sfondo rubino luminoso, l’armonia al palato regalata da una tessitura tannica vellutata e un finale persistente e fresco rendono il Pinot Nero 2019 dell’Opificio del Pinot Nero di Marco Buvoli, interessante e attraente.

Le regioni meridionali d’Italia, grazie al loro clima caldo e ai terreni variegati, stanno sperimentando il Pinot Nero, dando vita a vini unici. Due espressioni singolari emerse dalle masterclass sono quelle del Cilento e dell’Etna.

Pino di Stio 2021 dell’azienda San Salvatore, dal Cilento, è descritto da Antonio Paolini come “abbronzato” per le sue sfumature empireumatiche e speziate, dal colore granato e riflessi brunastri. Il clima è caldo, ma le escursioni termiche e le brezze marine contribuiscono a una freschezza che, insieme agli inverni miti e piovosi, favoriscono una maturazione equilibrata e profili aromatici complessi.

Dall’Etna, il Pinò 2017 della cantina Gulfi si presenta con un rosso rubino e sentori di piccoli frutti neri come mirtillo e mora, e richiami al timo e alla cannella. Al palato, è fresco e tannico, con un finale pulito.

Carattere, identità, attrattiva e purezza olfattiva sono stati i temi centrali e ricorrenti del nostro viaggio tra le diverse regioni rappresentate. Finalmente, i produttori italici hanno superato l’idea di imitare l’identità borgognona, riconoscendo nello stile e nei propri territori unici, la vera essenza e personalità del Pinot Nero d’Italia.

Arillo in Terrabianca, sogno di Toscana di Urs e Adriana Burkard

È un anno importante questo 2024, per la storia del Chianti Classico, poiché ricorre il centenario del Consorzio più antico d’Italia.

Nel cammino di tanta produzione vitivinicola, si inserisce dal 2019 la famiglia Burkard e il desiderio di Urs e Adriana di dar nuova vita e nuova relazione a tre anime distinte della Toscana. Arillo in Terrabianca è infatti un teorema vocazionale per tre tenute colme d’identità: il Chianti Classico a Radda con Terrabianca, la Maremma con Il Tesoro e la sua ispirazione avanguardistica, la Val d’Orcia a Colle Brezza con il percorso biologico e minimalista improntato a produzioni “boutique” e alla sostenibilità ambientale.

All’Hotel Rome Hilton Cavalieri di Roma, questi concetti sono stati celebrati in una serata dedicata alla presentazione di Arillo in Terrabianca e del suo “Teorema Toscano” che anima quest’azienda fortemente innovativa. L’introduzione e le parole di Daniela Scrobogna – FIS Fondazione Italiana Sommelier – hanno accompagnato una folta schiera di partecipanti alle degustazioni verticali di due vini epigoni dell’azienda e della sua rivitalizzazione: “Poggio Croce” Chianti Classico Riserva, e “Campaccio”, il Supertuscan di casa, tutti declinati nei vent’anni dal 2001 al 2021.

Fortissime le motivazioni organizzative e progettuali di Alberto Fusi, CEO dell’azienda e di Luano Benzi enologo di lungo corso di Arillo in Terrabianca. Introdotti alla sala da Dario Pettinelli, responsabile della comunicazione aziendale, hanno raccontato a corredo delle degustazioni ben 30 anni di territori, di evoluzioni dei vini, di ripensamento della viticultura in funzione di un intero ecosistema a garantire piena identità e, persino, modernità dei loro vini.

Da un’origine attenta ai vivai e i giusti cloni, improntata a estrazione, alcolicità e potenza, i vini di Arillo in Terrabianca hanno virato verso analisi minuziose della geologia delle tenute, assieme a una sempre più parca e attenta amministrazione delle acque. Fusi ha infatti illustrato come sia stata la centralità dell’agronomia, di concerto con la progressiva maggiore disponibilità di acque ben preservate, a determinare un intero salto quantico verso vini migliori e biologie dinamiche, con determinata attenzione alla Certificazione Equalitas.

In più, un’estensione perfino architettonica di questi concetti ha generato una cantina stato dell’arte disegnata dall’architetto Mario Botta, archistar svizzero tanto caro ai coniugi Burkard per aver sviluppato tridimensionalmente la loro visione di produzione e accoglienza verso i clienti.

I vini degustati hanno nettamente espresso questo cammino e questa visione. Al netto delle stagionalità e relative temperature e precipitazioni, ogni annata ha sempre più espresso in maniera riconoscibile nel tempo quella identità di territorio e quella leggerezza del Sangiovese rinvenibile tanto nel Chianti Classico quanto nel Supertuscan di casa.

Non solo un cambio della forma di allevamento, da cordone speronato a guyot, caratterizza la svolta della nuova proprietà e della sua squadra, ma il passaggio a rese minori in vigna e, in cantina, alla ricerca di maggior impatto aromatico, evitando la prevalenza del legno ma impiegando botti più piccole. I due vini degustati nelle annate dalla 2020 in entrambi i casi rivelano più eleganza, finezza e meno concentrazione.

La longevità è parimenti garantita, ma il transito da estrazioni muscolari e presenze eteree e austere, quasi marsalate, a bouquet di frutta e sottobosco, a tannini armonici e nobili rivolti al raggiungimento di quell’equilibrio di note che rende grande un vino in maniera internazionale.

È in particolare la trasformazione di Campaccio, da concetto austero e antico, informato di china e tabacco e sentori ferrosi, a un blend che include anche il Merlot dopo Cabernet Sauvignon e Sangiovese sempre dominante: non più concentrazioni difficili al food pairing, ma equilibrio e modernità distinti, dolcezze di gusto e spunti muscolari più suadenti.

Il cambio di direzione nel cammino è quindi evidente e manifesto. Arillo in Terrabianca guarda a produzioni, in purezza come in blend,  fatte di ricca mineralità in equilibrio con floreale e fruttato boschivo unici nel loro genere. Dal colore al finale, tanto Poggio Croce quanto Campaccio si ergono ad araldi della personalità e della rinnovata, più profonda e più innovativa identità.

I coniugi Burkard hanno realizzato una generazione di vini strutturati e profondi, ricchi di profumi e sfumature sensoriali, che contribuisce a spingere la Toscana al centro del panorama vinicolo internazionale.