Vini d’Abbazia 2026: a Fossanova il vino incontra enoturismo, cultura e arte

Ogni anno Vini d’Abbazia ideato dall’amore per l’enogastronomia del giornalista Rocco Tolfa è divenuto un evento del gusto del cibo e vino sempre più atteso. Questo articolo è stato scritto idealmente a quattro mani grazie al prezioso contributo della amica sommelier Simona Marricco, che da esperta degustatrice ha provato e selezionato alcuni vini.

Oltre duemila calici degustati nella sola giornata inaugurale e un programma che intreccia vino, territorio, spiritualità e ricerca culturale. Ha preso il via nell’antica Abbazia di Fossanova la quinta edizione di Vini d’Abbazia, manifestazione promossa da Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina e Azienda Speciale Informare.

L’evento, ormai punto di riferimento nel panorama enoturistico nazionale, ha confermato fin dal primo giorno la propria vocazione: valorizzare il patrimonio vitivinicolo attraverso un dialogo continuo tra storia, cultura e innovazione, in uno dei luoghi simbolo del monachesimo italiano.

Il valore dell’autoctono e il futuro dell’enoturismo

Ad aprire il programma è stato il seminario “Il valore dell’autoctono: tra qualità e territorio”, organizzato da Arsial e dedicato ai produttori laziali. Al centro del confronto il ruolo strategico dei vitigni autoctoni come elemento distintivo dell’identità regionale e leva di sviluppo per l’enoturismo.

Tra gli interventi più attesi quello di Enrico Chiavacci, responsabile marketing di Marchesi Antinori, che ha illustrato le strategie di comunicazione che hanno contribuito a rendere il marchio uno dei principali ambasciatori del vino italiano nel mondo.

Particolarmente significativa anche la riflessione di Violante Cinelli Colombini, presidente nazionale del Movimento Turismo del Vino, che ha evidenziato come il successo delle destinazioni enologiche passi sempre più dalla capacità di costruire esperienze autentiche e coinvolgenti per visitatori e appassionati.

A completare il quadro è stato l’intervento di Roberto Cipresso che ha sintetizzato il futuro della comunicazione del vino attraverso quattro concetti chiave: scientificità, storicità, sostenibilità e sistema. Una visione che unisce memoria e innovazione, elementi sempre più centrali nella narrazione contemporanea del settore.

Il taglio del nastro e il ruolo delle istituzioni

La cerimonia inaugurale delle 18 ha visto la partecipazione delle principali autorità regionali e locali. Dopo la benedizione di Padre Andrea David e la lettura del messaggio del vescovo Mariano Crociata, il borgo di Fossanova si è animato con l’esibizione degli Sbandieratori dei Rioni di Cori.

Nel suo messaggio, Monsignor Crociata ha ricordato come le abbazie abbiano rappresentato nei secoli non solo centri spirituali, ma anche luoghi di trasmissione del sapere agricolo, artigianale e culturale, nei quali il vino ha sempre svolto una funzione fondamentale sul piano alimentare, sociale e religioso.

Un concetto ripreso anche da Massimiliano Raffa, che ha sottolineato il valore della memoria come elemento indispensabile per costruire il futuro dell’agricoltura e della viticoltura regionale.

Il vino osservato attraverso il microscopio

Tra le novità più interessanti di questa edizione spicca la mostra “ViCro – Il vino al microscopio. Forme e colori del gusto”, ospitata nel Chiostro e nel Refettorio dell’abbazia.

Il progetto, ideato dall’artista multimediale Silvia Iorio e sviluppato con il coordinamento dell’architetto Maurizio Condoluci, propone una lettura inedita dell’universo del vino attraverso immagini microscopiche artisticamente rielaborate. Tannini, polifenoli, lieviti, zuccheri e sostanze aromatiche diventano paesaggi visivi capaci di trasformare la ricerca scientifica in esperienza estetica.

L’esposizione rappresenta uno degli esempi più riusciti di contaminazione tra arte contemporanea e cultura del vino, ampliando il racconto enologico oltre la degustazione e la tecnica.

La masterclass di Roberto Cipresso

La giornata si è conclusa con una delle iniziative più attese dal pubblico specializzato: la masterclass condotta da Roberto Cipresso dedicata ai grandi vini rossi italiani e internazionali.

Un percorso che ha attraversato territori iconici come il Brunello di Montalcino, le Langhe, l’Umbria, il Lazio e la Borgogna, offrendo una riflessione sul vino come espressione culturale del paesaggio e strumento di lettura delle identità territoriali. Nel frattempo, i banchi d’assaggio delle oltre trenta cantine provenienti da abbazie italiane e internazionali, affiancate da numerose aziende del territorio laziale, hanno animato il Chiostro fino a tarda sera, accompagnati dalle note dell’Officine Meridionali Orchestra diretta da Giuliano Gabriele

Le “fraschette”: la storia dei luoghi dove il vino era una scusa per stare insieme

Quanno me trovo de cattivo umore, un bon goccetto m’arillegra er core” scriveva Trilussa; forse è proprio in questa semplicità che si nasconde l’anima delle fraschette, posti nati per bere il vino nuovo e condividere il pane, diventati nel tempo luoghi di incontro, convivialità e scambio di storie ed esperienze.

Nel mio viaggio tra i Castelli Romani ne ho viste diverse, tavolate di legno, porchetta appena tagliata, bicchieri riempiti senza tanti cerimoniali e la sensazione di sentirci ospiti più che clienti.

Ma facciamo un passo indietro

Tutto parte da una semplice frasca appesa alla porta. È proprio da questo simbolo che deriva il nome “fraschetta”: un ramo di vite o di edera che segnalava la vendita del vino. Era un’insegna semplice e immediata. Non servivano scritte, bastava vedere la frasca e si capiva che all’interno si poteva bere il vino prodotto dal proprietario.

Le fraschette vantano origini molto antiche. Sebbene la loro diffusione sia legata al periodo medievale, le radici di questa tradizione affondano in epoche ancora precedenti, fino all’antica Roma. Allora i contadini delle campagne romane, diretti in città per commerciare i propri prodotti, trovavano lungo il percorso semplici punti di ristoro dove sostare, mangiare e recuperare le energie durante il viaggio.

Si distinguevano dalle osterie tradizionali perché non avevano una cucina, veniva servito principalmente vino, pane e talvolta uova sode, mentre gli avventori portavano da casa il cibo da consumare, guadagnandosi il soprannome di fagottari.

Erano luoghi popolari, privi di formalità: non era il menù a fare la differenza, ma la compagnia. Col tempo comparvero banchi che vendevano salumi, formaggi e soprattutto porchetta, fino ad arrivare alle fraschette di oggi, dove è possibile gustare un vero e proprio pasto.

Nei secoli le fraschette sono diventate anche il simbolo delle celebri “gite fuori porta” dei romani. Nei giorni di festa si lasciava la città per raggiungere i Castelli Romani, respirare l’aria delle colline e trascorrere qualche ora in allegria. Bastava una tavolata condivisa, un bicchiere di vino e qualche stornello improvvisato per trasformare un pranzo in una festa.

Ariccia è probabilmente il borgo più famoso grazie alla sua porchetta, ma anche Frascati, Marino, Grottaferrata, Castel Gandolfo, Monte Porzio Catone e Rocca di Papa custodiscono storie legate alle antiche fraschette.

Cosa si mangia in una fraschetta?

La regina assoluta resta la porchetta di Ariccia IGP, croccante all’esterno e profumata all’interno. Per passare al pecorino romano, in primavera abbinato alle fave, tanta roba.

Non mancano i contorni che da sempre accompagnano le tavole laziali, come la cicoria ripassata in padella con aglio e peperoncino o i fagioli con le cotiche, piatto povero nato per non sprecare nulla e oggi diventato una vera specialità. Poi arrivano i grandi classici della cucina romana: l’amatriciana con il suo equilibrio tra pomodoro e guanciale, la cremosità della carbonara, la semplicità della cacio e pepe e la trippa alla romana. Se siete arrivati fino a qui senza avere fame, meritate una medaglia…

E naturalmente non manca il vino

Per secoli il Frascati è stato il simbolo della zona, ma oggi le carte dei vini presentano sempre più etichette provenienti da tutto il Lazio, dai Castelli Romani fino alle colline che circondano Roma.

Tra queste ho degustato l’Emiro Bianco del Castello di Corcolle, un vino Roma DOC di grande impronta territoriale, prodotto prevalentemente con uve Malvasia Puntinata. Fresco e sapido, con note fruttate e floreali, accompagna con equilibrio la cucina tradizionale del territorio.

La sua vivace acidità pulisce il palato dopo la sapidità della porchetta e dei salumi, mentre la componente aromatica si sposa bene con la semplicità dei piatti della tradizione romana.

Come dicono a Roma, Chi magna da solo se strozza. Forse è proprio questo il segreto custodito dalle fraschette: cibo e vino diventano più buoni quando si condividono con qualcuno.

Prosit!

Lazio – Antico Ristorante Pagnanelli: sapori, storia e panorami sul Lago Albano

Affacciato sulle acque del Lago Albano e circondato dal verde dei Colli Albani, Castel Gandolfo è un borgo che intreccia storia, leggenda e bellezza paesaggistica.

Le sue origini si legano all’antica Alba Longa, la mitica città latina considerata la madre di Roma, e alla grandiosa Villa di Domiziano, i cui resti sono ancora oggi visibili nel territorio. Una curiosa tradizione racconta che l’imperatore Domiziano amasse ritirarsi qui per sfuggire al caldo e al caos dell’Urbe, godendo della frescura del lago e della quiete dei boschi circostanti. Secoli dopo, il borgo avrebbe preso il nome dalla famiglia Gandolfi, diventando uno dei luoghi più affascinanti dei Castelli Romani e la residenza estiva dei Papi. dove storia e natura convivono in perfetta armonia.

Nel cuore del borgo, l’Antico Ristorante Pagnanelli rappresenta una delle insegne storiche del territorio. Affacciato sul Lago Albano, custodisce una tradizione di ospitalità che attraversa generazioni. La famiglia Mariani porta avanti con passione una proposta gastronomica basata sulla qualità delle materie prime e su un menu che unisce sapori di lago, mare e terra.

Fiore all’occhiello del locale è la suggestiva terrazza panoramica con vista sul lago, oltre alla storica cantina scavata nel tufo che custodisce una vasta selezione di etichette (un vero paradiso) In questo contesto ricco di storia e fascino prende avvio la mia esperienza gastronomica, un viaggio tra ingredienti selezionati, piatti che valorizzano la tradizione e dettagli curati, con il Lago Albano a fare da sfondo.

Ho iniziato il percorso con delle erbe matte raccolte sul luogo, abbinate a fragole fresche e aceto balsamico. Un equilibrio perfetto tra freschezza, dolcezza e aromaticità.

La cicoria ripassata in padella, uno dei contorni simbolo della tradizione romana e contadina, insaporita con aglio, olio extravergine d’oliva e peperoncino.

Le alici marinate con bruschettine con pomodori gialli e basilico sono un antipasto fresco e ben equilibrato, un abbinamento semplice e riuscito.

Gnocchi con vongole calamaro e tartufo, un piatto che unisce mare e terra in modo originale e ben bilanciato.

Tentacoli di polpo arrosto con peperoni e salsa allo yogurt, qui sono esaltati la morbidezza del polpo, la dolcezza dei peperoni e la freschezza della salsa.

Ad accompagnare questo percorso gastronomico è stato un Bombino Bianco della Cantina Olivella, un vitigno tipico del Centro e Sud Italia che trova sui terreni vulcanici dei Castelli Romani un’espressione particolarmente interessante. Fresco e scorrevole, ha creato un legame tra cucina e territorio.

Concluso il pranzo, non i sono lasciata scappare una breve visita alla cantina del ristorante. Scavata nel tufo ai piedi della collina. Un ambiente ricco di fascino, ricavato nella roccia vulcanica, che custodisce oltre tremila etichette. Tra bottiglie storiche e vini provenienti da tutto il mondo, trova spazio anche un piccolo museo dedicato alla cultura del vino e alla tradizione vinicola del territorio.

Tra gli scaffali spiccano alcune bottiglie firmate da celebri ospiti passati negli anni da Pagnanelli, un omaggio ai tanti personaggi illustri accolti da questo storico ristorante

Da questa visita porto con me il ricordo di un’esperienza completa, fatta di buona cucina, attenzione alla materia prima e valorizzazione del territorio. La vista sul Lago Albano, i piatti proposti e la scoperta delle cantine hanno contribuito a offrire una prospettiva interessante su una realtà che da anni rappresenta un punto di riferimento della ristorazione dei Castelli Romani.

Prosit!

Antico Ristorante Pagnanelli

Via Antonio Gramsci 4,

00073 Castel Gandolfo (RM)

Vigneto Falconieri, il cru che riscrive il Frascati: verticale 2019–2021

Nel cuore dei Castelli Romani, tra le alture di Monte Porzio Catone, la Cantina Villa Simone continua a tracciare con coerenza e visione uno dei percorsi più interessanti della rinascita del Frascati Superiore DOCG. Un progetto che trova nel Vigneto Falconieri la sua espressione più ambiziosa: un cru pensato per dimostrare, senza compromessi, il potenziale evolutivo e identitario di questo grande bianco laziale.

Incontrare la famiglia Costantini è ogni volta un’esperienza autentica e coinvolgente. Lorenzo, enologo di grande sensibilità e profondo conoscitore della vite e del territorio, affonda le sue radici in una famiglia di vignaioli ed enotecari originari delle Marche. Insieme alla moglie Fulvia e alla figlia Sara, porta avanti con coerenza e passione una tradizione familiare che si traduce oggi nella produzione di vini di grande qualità e identità.

Un vigneto che nasce dalla storia

La storica Villa Falconieri è la protagonista di questa storia. La maggiore delle 12 Ville Tuscolane, fu realizzata per Monsignor Alessandro Rufini Vescovo di Melfi nel 1500, sopra i resti di una villa romana con il nome di Villa Rufina. In seguito, venduta ed ingrandita per volere di Papa Paolo III Farnese nel 1628 passa nelle disponibilità di Orazio Falconieri che la chiamò con il nome di famiglia. In seguito, la proprietà cambiò più volte fino al secolo scorso, dopo la Seconda guerra mondiale divenne edificio pubblico e dal 2016 è la sede dell’Accademia Vivarium Novum.

I terreni circostanti furono venduti e divennero un uliveto che però andò in rovina a causa dell’abbandono. L’acquisizione all’asta del terreno nel 2008 da parte di Lorenzo Costantini e dello zio segna l’inizio di un percorso lungo e complesso. Solo nel 2014, dopo un articolato iter burocratico, si avvia la bonifica di un’area vasta 18 ettari, di cui oggi circa 5,5 recuperati e 4,5 vitati.

Il vigneto è impiantato con una densità di circa 5.000 ceppi per ettaro e vede un dominio quasi assoluto della Malvasia del Lazio (Puntinata), che occupa il 98% della superficie. Il restante 2% è dedicato a un vigneto sperimentale che rappresenta un vero e proprio omaggio alla viticoltura antica: Malvasia di Candia, Trebbiano Toscano, Bellone, Bombino e Greco allevati con sistemi storici come alberello, conocchia e capretta.

Durante i lavori di bonifica, il ritrovamento di una strada romana ha suggellato simbolicamente il legame tra questo luogo e la millenaria storia vitivinicola del territorio.

Una filosofia produttiva controcorrente

La prima annata prodotta è la 2019. Fin dall’inizio, il progetto Falconieri si distingue per scelte tecniche radicali: raccolta manuale in cassetta, selezione accurata delle uve e, soprattutto, tempi di affinamento lunghi e inusuali per la denominazione.

Il vino matura inizialmente per circa due anni in legno, con un uso combinato di rovere e castagno, per poi affinare ulteriormente in bottiglia fino a raggiungere complessivamente cinque anni prima della presentazione. Una scelta che implica materia prima impeccabile e un controllo enologico rigoroso.

Le prime esperienze con il castagno, in particolare nella 2019, hanno portato a una riflessione importante sul ruolo del legno. Dalla 2020 si passa quindi a un approccio più misurato: fermentazione e affinamento in botti da 5 ettolitri in rovere e acacia, con l’obiettivo di esaltare il vitigno senza sovrastrutture.

La verticale: tre annate, un’identità che si definisce

La degustazione delle annate 2019, 2020 e 2021 attualmente non ancora in commercio, si configura come un racconto tecnico ed emozionale insieme, capace di restituire l’evoluzione stilistica del progetto.

2021 – L’equilibrio raggiunto

Annata di riferimento per il progetto Falconieri.

Nel calice, la 2021 segna un punto di arrivo. Il naso è ampio, stratificato, tra fiori e frutta gialla, con delicate sfumature speziate. In bocca è fresco, minerale, sapido, con una tensione che allunga la beva e una chiusura elegante, dove il legno accompagna senza mai sovrastare. È, nelle parole di Lorenzo, l’annata dell’equilibrio raggiunto. Il legno è perfettamente integrato, contribuendo alla complessità senza mai sovrastare il profilo varietale. È l’annata che rappresenta il punto di sintesi tra vitigno, territorio e tecnica.

2020 – L’annata della transizione

Un millesimo di passaggio, fondamentale per la definizione stilistica.

La 2020 racconta invece una fase di transizione. Elegante e fresca, con richiami alla frutta gialla matura, porta con sé una presenza del legno ancora evidente, quasi a testimoniare un momento di ricerca, di aggiustamento stilistico. Qui il legno risulta ancora percepibile, elemento che ha spinto la cantina a rivedere l’approccio nelle annate successive. Rimane però un vino armonico, che testimonia la fase di ricerca.

2019 – L’origine del progetto

La prima annata, il punto di partenza.

La 2019, prima annata, si presenta più opulenta, con una struttura importante e una sapidità che emerge con decisione, sostenuta da una buona freschezza. È il punto di partenza, il primo passo di un cammino che si sarebbe poi affinato negli anni successivi.

L’influenza del legno di castagno, si avverte inmodo più evidente, contribuendo a un profilo più ricco e materico. È un vino che racconta l’inizio del percorso, con tutte le sue scelte ancora in fase di definizione.

Due sorprese fuori degustazione

A completare l’esperienza, due vini che ampliano la prospettiva sul potenziale della cantina.

Vigneto Filonardi 2016


Da Malvasia del Lazio e Malvasia di Candia, con una piccola quota fermentata in barrique e successivamente riassemblata. Profondo e complesso, con eleganti note affumicate. Strutturato, armonico, capace di sorprendere per longevità e finezza.

Cannellino di Frascati 2014

Ambrato e luminoso, con profumi di cedro candito e fiori appassiti, capace di coniugare dolcezza e freschezza in un sorso armonico, attraversato da quella tipica mineralità vulcanica che è firma inconfondibile del Frascati.

Un nuovo racconto per il Frascati

La verticale del Vigneto Falconieri va oltre la semplice degustazione: è la testimonianza concreta di un cambio di paradigma. La famiglia Costantini, marchigiana d’origine ma profondamente legata a questo territorio, interpreta il Frascati non più come vino immediato, ma come espressione complessa, stratificata e capace di evolvere nel tempo. Un progetto che affonda le radici nella storia, fino a incontrare una strada romana, e che guarda avanti con lucidità. Perché oggi, nel calice, il Frascati può finalmente tornare a essere ciò che è sempre stato: un grande vino.

In Alto I Calici: a Roma i vini chiamano a investimenti e collezioni con Finarte

Matteo Parrotto con il suo club “In Alto I Calici” ha avviato da tempo una serie di incontri tematici che guardano al cuore della relazione tra vini e cultura, approdando sovente a temi di forte attualità.

Con Finarte, il 28 maggio all’Amaranto in Villa Grazioli, ha presentato un incontro che introduce al pubblico degli enofili romani il tema dei vini da collezione, ponendo da subito il paradosso insito nell’oggetto: un bene di consumo può mai diventare una funzione del risparmio? Nel suo ragionamento, al centro c’è la materia nobile e trascendente del valore, ossia la eccellenza di specifiche “manifatture” del vino. 

Non è fuor di logica guardare a quelle eccellenze come generatori di valore nel tempo. Cosa rende una bottiglia, di vino o di distillati, preziosa? Qualità, costanza, notorietà. Perché mai un vino noto per qualità, ovvero appetibile, con grande reputazione che annata dopo annata non cala ma cresce, e la cui etichetta e il cui brand salgono oltre la soglia di dubbio su valore nel tempo, non dovrebbe essere stimato come bene rifugio?

Secondo il primo “Fine Wines and Restaurants Market Monitor” di Bain & Company e Altagamma, presentato a Vinitaly nell’aprile 2025, il mercato del “fine wine” (ovvero quel che i collezionisti definiscono _investment grade_ ) ha raggiunto un valore stimato di 30 miliardi di euro nel 2024, con proiezioni di crescita verso i 35–40 miliardi entro il medio termine. I numeri da comparare sono facili: 813 mld euro è il valore globale del mercato mondiale dei vini, mentre 1480 mld euro è il valore globale del mercato del lusso.

Inoltre, c’è un paradosso nei volumi: nonostante il calo dei prezzi, il numero di transazioni in “fine wines” nel 2024 ha superato quello del 2023 del 7,9%  — segnale che la domanda non si è contratta, ma ha semmai colto l’opportunità di acquistare a prezzi più accessibili. I volumi di trading sono ulteriormente cresciuti del 6,3% nel 2025, con una media mensile di 2.234 operazioni rispetto alle 2.100 del 2024. 

Le tendenze dei mercati sono oltremodo incoraggianti. Se il Liv-ex 100 (indice del valore dei primi 100 vini al mondo per prezzo) ha attraversato il 2025 con non poche flessioni, nel quarto trimestre 2025 gli indici Liv-ex hanno mostrato una ripresa, con i First Growth di Bordeaux in crescita del 10% e una domanda in risalita sia dagli Stati Uniti — ormai prossimi al 30% del totale delle transazioni — che dall’Asia, in particolare per Champagne e Borgogna. 

Sarà il caso di precisare che la Francia rappresenta 207 dei 332 vini classificati, pari al 62% del totale. Bordeaux contribuisce da sola 106 vini — circa un terzo dell’intero elenco — mentre la Borgogna ne conta 67. 

Ma il suddetto rapporto Bain-Altagamma evidenzia il potenziale di crescita italiano, che può contare su 20 regioni vitivinicole e circa 1.000 vitigni autoctoni, a fronte delle 13 regioni e 250 varietà della Francia. 

C’è da registrare perciò un peso crescente su Liv-ex: l’Italia ha fatto un salto significativo, passando da 65 vini classificati nel 2023 a 86 nel 2025 — seconda nazione per numero di etichette dopo la Francia, davanti alla California e alla Spagna. 

Guardiamo alle etichette guida:

— Toscana:

• Sassicaia 2016, uscita a circa £1.500 a cassa, viene scambiata oggi intorno a £3.500. 

• Masseto 2006, prezzato a 280 dollari al rilascio, ha superato i 1.000 dollari nel 2024, con un ROI del 257% per gli investitori early-stage. 

• Tignanello 2010, acquistabile per 90–100 dollari, quota oggi 280–300 dollari in condizioni ottimali — una triplicazione in poco più di un decennio. 

— Piemonte:

• Giacomo Conterno Monfortino 2013, scambiato intorno a £6.000 al rilascio, raggiunge oggi circa £10.000 a cassa. 

• A New York, la domanda per Barolo e Barbaresco è descritta come robusta, con le annate storiche 2010 e 2016 — e bottiglie risalenti agli anni ’60 e ’70 — che si muovono con sicurezza sul mercato secondario. 

Le conclusioni degli operatori sono perciò degne di attenzione: secondo il Golden Vines Report 2024, il 64% degli operatori del settore anticipa crescita per i vini italiani di alta fascia come Barolo e Barbaresco, sempre più visti come alternativa alla Borgogna. 

Durante l’evento, Guido Groppi di Finarte/Vini e Distlillati ha avuto gioco facile, pertanto, a presentare le opportunità che il mercato delle aste offre a chiunque voglia allocare risorse in asset come le collezioni di vini “investment grade” o meglio detti Fine Wines.

Su quelli, il valore stimato nel tempo è ancora appannaggio dei Francesi, come visto, dalla produzione di Romanee Conti in giù. Ma la capacità produttiva piemontese (e potremmo guardare anche alla Toscana di Montalcino e di Bolgheri) raggiunge volumi che, se stimati per cassa come unità di misura, generano nel tempo un valore economico non comune e apprezzabile per incremento.

In fondo, è la stessa lettura che Camillo Benso Conte di Cavour fece delle colline delle Langhe e della loro relativa comparazione al terroir bordolese in Francia. Il suo obiettivo personale era diventare un produttore il cui vino moltiplicasse il valore di se stesso nel tempo, ma soprattutto del territorio e del suo valore immobiliare. Inutile ricordare che le Langhe sono diventate il territorio agricolo a maggior valore nel mondo, più di ogni denominazione francese, superando la media dei 5mln di euro per ettaro.

Ed è a questo punto, nella comparazione tra le aste di

vini in Francia, che l’evento trova il suo momento più interessante, perché introduce a un percorso storico già vissuto dalle opere pittoriche francesi degli ultimi 200 anni.

Ora che alle aste francesi iniziano a comparire da protagonisti anche altri areali, come il Rodano ad esempio, il parallelo con areali italiani diventa immediato ai fini della percezione del valore e dei possibili investimenti.

Investire in casse di vini celebratissimi e italiani può essere una forma di incremento dei propri asset, perché vengono proposti anche in case d’asta estere. Nomi come Conterno Monfortino, o Gaja, o Giacosa, solo per citare superstar piemontesi, attraggono già gli investimenti in Europa e in Nord America. 

O per rimanere in Toscana, da Biondi Santi a Tenuta San Guido e il suo Sassicaia, ad Argiano o Banfi, quei nomi e quei vini rappresentano oggetti da collezione classificati in verticali protocollate alla vendita all’asta come “gruppo di valore”. 

La naturale conseguenza di ciò è l’ulteriore accrescimento del valore in funzione della progressiva riduzione, per consumo, di tali “oggetti d’investimento”. 

Ne consegue una spirale virtuosa sul piano finanziario, con fondi d’investimento che dagli USA esprimono ormai capitali allocabili in intere collezioni di vini italiani.

Se si guarda perciò a nuovi settori di allocazione del risparmio, si deve notare che le caratteristiche anti-inflazionistiche del vino derivano dalla scarsità tangibile — ogni bottiglia consumata riduce l’offerta — dall’aumento dei costi di produzione che tende a muoversi con l’inflazione, e da una domanda globale di collezionisti che opera in modo sostanzialmente indipendente dalla politica monetaria domestica. 

Nel venire invitato alla degustazione di selezioni di vini di casa Aneri, notissimo produttore di Amarone della Valpolicella le cui verticali sono già oggetto d’asta, Guido Groppi ci consiglia una visita introduttiva a una delle aste che si tengono presso Finarte a Roma. L’intento è di comprenderne le opportunità che offrono, come lotti o verticali provenienti da collezioni incluse in ben più ampi perimetri di eredità messe all’asta. 

Matteo Parrotto sottolinea, infine, l’utilità di promuovere la partecipazione ad aste a Roma, nel quadro di eventi selezionati e talvolta riservati in particolare agli iscritti al club “In Alto I Calici”.

Con Finarte il percorso non si conclude con questo evento, perciò, e si rimanda la platea a nuovi appuntamenti a Roma e a seguire le informazioni sugli eventi prossimamente in programma.

Orvieto DOC: le mille sfaccettature di una delle Denominazioni più storiche d’Italia

Orvieto è un luogo capace di raccontare secoli di storia, attraversando epoche e protagonisti che ne hanno segnato il destino, dai Papi ai Re. Arroccata su una suggestiva rupe di tufo, la città umbra incanta con i suoi vicoli, dove il tempo sembra essersi fermato, e con il maestoso Duomo, autentico capolavoro del gotico italiano.

La sua facciata riccamente decorata rappresenta uno degli elementi architettonici più iconici, mentre all’interno si trovano cicli di affreschi di Luca Signorelli e del Beato Angelico, tra i più alti esempi della pittura rinascimentale. Proprio durante il press tour abbiamo avuto modo di visitarlo da vicino, apprezzandone non solo la bellezza artistica, ma anche il forte legame con la città.

In questo contesto unico, il vino non è soltanto un prodotto agricolo, ma parte integrante della cultura e della storia del territorio. L’Orvieto DOC, una delle denominazioni più antiche e rappresentative d’Italia, affonda le proprie radici in una tradizione secolare, capace di adattarsi nel tempo senza perdere il proprio carattere distintivo.

Proprio il vino di Orvieto è stato al centro dell’evento “Orvieto DOC, pluralità di anime”, svoltosi il 24 e 25 maggio 2026 nella sala expo del Palazzo del Capitano del Popolo. Due giornate di confronto e approfondimento che hanno riunito giornalisti, tecnici, produttori e operatori del settore, con l’obiettivo di raccontare il passato, descrivere il presente e delineare le prospettive future della denominazione.

L’iniziativa si è aperta la sera del 24 maggio con una cena di benvenuto presso il Malandrino Bistrot, durante la quale gli ospiti hanno potuto scoprire i piatti della tradizione locale accompagnati da una prima selezione di vini.

Un’introduzione che ha trovato il suo pieno compimento il giorno successivo, durante la masterclass del 25 maggio, dedicata all’identità territoriale, al ruolo della ricerca scientifica e alle nuove opportunità di mercato.

La giornata di studio si è aperta con il saluto istituzionale della Sindaca di Orvieto, Roberta Tardani, seguito dagli interventi di Vincenzo Cenci, Presidente del Consorzio Vini di Orvieto, e di Riccardo Cotarella, Presidente della Commissione Tecnica, che ha guidato la degustazione. Insieme a loro sono intervenuti Paolo Nardo, Pier Paolo Chiasso e Massimiliano Pasquini, componenti della Commissione Tecnica.

Nel suo intervento introduttivo, Vincenzo Cenci ha ripercorso il ruolo del Consorzio, che oggi rappresenta oltre trenta cantine del territorio e l’intera filiera produttiva. La sua missione è quella di tutelare, custodire e valorizzare un patrimonio collettivo fatto di paesaggio, cultura agricola, competenze tecniche e identità territoriale, attraverso la promozione della qualità, il sostegno alla ricerca e il rafforzamento della riconoscibilità della denominazione.

Istituita nel 1971, la DOC Orvieto è tra le prime denominazioni italiane

La masterclass ha offerto una lettura contemporanea della denominazione attraverso la degustazione di quattro vini, espressione di altrettante anime distintive.  I vini sono stati degustati in forma anonima con etichette coperte, per mettere al centro non il singolo produttore, ma il territorio, il disciplinare e l’identità collettiva che la Doc Orvieto rappresenta.

Il primo vino, Orvieto Doc Low Alcohol, ha rappresentato l’evoluzione più recente del disciplinare, ufficialmente riconosciuto nel 2025, con una gradazione minima di 10 gradi. Questo aggiornamento amplia il potenziale espressivo della denominazione e apre nuove opportunità interpretative per i produttori. Non si tratta semplicemente di un adeguamento alle tendenze di mercato, ma del risultato di un lavoro scientifico sviluppato dal comitato tecnico del Consorzio, presieduto da Riccardo Cotarella, in collaborazione con l’Università della Tuscia.

Il secondo vino ha ripercorso una tappa fondamentale della storia recente: l’introduzione, negli anni Novanta, della tipologia Orvieto Doc Classico Superiore. Questa scelta ha contribuito a elevare il profilo qualitativo della DOC, valorizzandone struttura ed eleganza. Prodotto nella sottozona storica, il Classico nasce principalmente da Grechetto e Procanico (clone locale del Trebbiano Toscano), dando origine a vini equilibrati, freschi e versatili, con una buona capacità evolutiva e apprezzati sia in Italia sia all’estero.

Il terzo vino, Orvieto Doc Old Vintage, ha offerto un viaggio nel tempo, mettendo in luce la straordinaria capacità evolutiva dell’Orvieto, in grado di mantenere equilibrio, complessità e riconoscibilità anche con l’affinamento.

Il quarto vino, Orvieto Doc Muffa Nobile, è stato dedicato appunto alla Muffa Nobile (Botrytis cinerea), introdotta nel disciplinare nel 2011. Si tratta di un elemento distintivo di assoluta unicità nel panorama italiano: l’Orvieto è infatti l’unica DOC a prevedere esplicitamente questa tipologia, dando vita a vini complessi, eleganti e di grande profondità aromatica.

A definire l’identità dell’Orvieto DOC contribuisce in modo determinante anche lo stile delle singole cantine. Ogni produttore interpreta il territorio secondo la propria visione, dando forma a una pluralità espressiva che rappresenta uno dei principali punti di forza della denominazione: un vero mosaico di interpretazioni che racconta la ricchezza del territorio.

La vocazione viticola dell’area affonda le sue radici nel tempo. Già nel 1931, l’agronomo professor Garavini fu incaricato dal Ministero dell’Agricoltura di effettuare una prima zonazione del territorio, individuando le aree più vocate alla produzione vitivinicola.

Ne risultò una mappatura precisa, che individuava vigneti situati tra i 150 e i 500 metri sul livello del mare: una suddivisione che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento. Non a caso, oggi la storica area dell’Orvieto Classico coincide con quella delineata allora. Garavini individuò inoltre tre tipologie principali di vino: abboccato, secco e dolce, evidenziando fin da subito la versatilità della denominazione.

Un ruolo fondamentale è svolto anche dalla natura del suolo. Circa 10 milioni di anni fa, questa area era ricoperta dal mare: un’origine sedimentaria e marina che lascia ancora oggi tracce evidenti, come la presenza di fossili nei vigneti. È proprio da questa storia geologica che derivano alcune delle caratteristiche più riconoscibili dell’Orvieto: la sapidità e la mineralità che emergono nel calice, sorprendenti in una regione priva di sbocchi sul mare.

L’areale dell’Orvieto DOC è piuttosto ampio e comprende principalmente la provincia di Terni, estendendosi anche ad alcuni comuni della provincia di Viterbo. All’interno di questo territorio si distingue però una zona più ristretta e storica, l’Orvieto Classico, che abbraccia i vigneti attorno alla rupe della città. Qui nasce anche l’Orvieto Classico Superiore, prodotto nella stessa area ma con requisiti qualitativi più elevati e un’uscita in commercio posticipata almeno al 1° marzo successivo alla vendemmia.

Per quanto riguarda la composizione delle uve, il disciplinare prevede una base composta da Procanico e Grechetto per almeno il 60%, mentre il restante 40% può comprendere varietà locali come Drupeggio, Verdello e Malvasia, ma anche vitigni internazionali quali Chardonnay, Sémillon e Sauvignon Blanc. Negli ultimi anni, alcuni produttori stanno sperimentando anche l’introduzione del Vermentino, a dimostrazione della continua evoluzione della denominazione.

L’evento dedicato all’Orvieto DOC ha messo in luce la capacità della denominazione di coniugare tradizione e innovazione. In un contesto complesso per il settore, segnato da dazi, calo dei consumi e una comunicazione spesso penalizzante, il lavoro del Consorzio, il supporto della ricerca scientifica e l’attenzione al mercato confermano l’Orvieto come una realtà attuale, con concrete prospettive di sviluppo e posizionamento.

Prosit!

I vini vulcanici di Suavia a Roma: il Soave Classico incontra la cucina di Davide Del Duca

Una serata che racconta il bianco italiano attraverso il dialogo tra territorio e cucina contemporanea. Il 20 aprile, a Osteria Fernanda, i vini vulcanici della cantina Suavia sono stati protagonisti di una cena speciale dedicata al Soave Classico, in abbinamento ai piatti dello chef Davide Del Duca.

Un appuntamento che ha visto la partecipazione di firme autorevoli di Gambero Rosso, come Marco Sabellico, Valeria Roberto e Marzio Taccetti, confermando il crescente interesse attorno ai grandi bianchi del Veneto e alla loro capacità di dialogare con la cucina d’autore.

Dalle colline di Soave a Roma

Fondata nel cuore del Soave, la cantina Suavia rappresenta una delle realtà più identitarie del territorio. Il nome stesso richiama l’antica denominazione della città scaligera, a sottolineare un legame profondo con la storia e con il paesaggio.

La famiglia Tessari coltiva vigneti sin dall’Ottocento nel piccolo borgo di Fittà, ma è nel 1982 che avviene la svolta produttiva, quando Giovanni Tessari e Rosetta Buratto decidono di vinificare in proprio. Oggi sono le figlie Meri, Valentina e Alessandra a guidare l’azienda, con una visione chiara: dare voce alle sfumature del Soave Classico attraverso una lettura autentica dei suoli vulcanici.

“Raccogliere questa eredità è stato naturale per noi, racconta Meri Tessari, e da qui è nata l’esigenza di costruire un’identità precisa per i nostri vini”.

Il carattere dei suoli vulcanici

I 34 ettari di vigneto si estendono a circa 300 metri di altitudine, su terreni di origine basaltica che conferiscono ai vini una cifra distintiva fatta di mineralità, freschezza e profondità.

Qui si coltivano esclusivamente varietà autoctone a bacca bianca: Garganega e Trebbiano di Soave. La prima, versatile e identitaria, capace di esprimersi in vini immediati o più complessi; il secondo, più esigente in vigna ma in grado di regalare vini strutturati e di grande tensione minerale.

Le vigne sono allevate secondo il sistema tradizionale della pergola veronese, una scelta che unisce valore culturale e funzionalità agronomica, garantendo protezione dei grappoli e un microclima favorevole. Dal 2019, inoltre, l’azienda è certificata biologica, a conferma di un approccio rispettoso dell’ambiente e delle varietà storiche.

La cucina come lente di lettura del vino

La cena all’Osteria Fernanda si è rivelata un vero percorso sensoriale, in cui ogni piatto ha dialogato con un vino, esaltandone caratteristiche e sfumature.

Dal nasello con pil pil, lenticchie e agrumi, abbinato a Opera Semplice Metodo Classico, alla triglia in tempura con sorbetto di ricci di mare accompagnata dal Soave Classico 2025, fino al tagliolino alla spirulina con cuore di tonno essiccato, valorizzato dal Monte Carbonare 2023.

Piatti più strutturati, come il bottone al rosso d’uovo con funghi e crudo di manzo, hanno trovato un equilibrio nel Massifitti 2022, mentre la quaglia alla brace con nespole fermentate si è intrecciata con la profondità del Tremenalto 2020.

Una cucina contemporanea, quella di Davide Del Duca, capace di lavorare per contrasti e armonie, esattamente come i vini di Suavia.

I vini: identità e precisione

La degustazione ha messo in luce una filosofia produttiva orientata alla precisione e alla valorizzazione dei singoli cru.

Opera Semplice, Metodo Classico da Trebbiano di Soave, è un progetto sperimentale prodotto solo nelle migliori annate: un vino complesso, tra note agrumate, richiami tostati e una spiccata impronta minerale.

Il Soave Classico rappresenta invece l’espressione più immediata della Garganega: fresco, equilibrato, capace di raccontare il territorio con chiarezza.

Il Monte Carbonare, proveniente da suoli vulcanici scuri, si distingue per intensità e verticalità, con sentori di pietra focaia, agrumi e fiori di campo, e una bocca sapida e avvolgente.

Il Massifitti, da Trebbiano di Soave, nasce da un progetto di recupero varietale avviato insieme all’Università di Milano e al professor Attilio Scienza: un vino che unisce struttura, acidità e finezza aromatica.

Infine il Tremenalto, da vigne di circa sessant’anni, restituisce una Garganega più evoluta e complessa, con note di frutta candita, fiori d’arancio e una trama gustativa ampia e persistente.

Un racconto di territorio

“Le nostre radici affondano in questa terra nera che alimenta grandi uve bianche”, spiega Alessandra Tessari. “È dall’equilibrio tra elementi opposti che nascono i nostri vini”.

Una dichiarazione che sintetizza perfettamente il senso della serata romana: un viaggio nel Soave Classico attraverso le sue diverse anime, raccontate calice dopo calice. Tra suoli vulcanici, tradizione familiare e ricerca contemporanea, Suavia conferma così il ruolo centrale del Soave tra i grandi bianchi italiani, capace di esprimere identità, eleganza e profondità anche lontano dalle sue colline di origine.

Il fascino del tempo: Solengo di Argiano protagonista di una verticale d’autore al Jackie O’ di Roma

Roma ha luoghi che sembrano custodire la memoria delle sue notti migliori. Tra questi c’è senza dubbio il Jackie O’, storico salotto della capitale dove eleganza, gastronomia e mondanità convivono da decenni. Nato negli anni Settanta e divenuto rapidamente un punto di riferimento per artisti, imprenditori e appassionati del buon vivere, il locale conserva ancora oggi quell’atmosfera sofisticata che lo rende una cornice ideale per eventi dedicati al vino di alto profilo.

È proprio qui che Chiara Giannotti, tra le comunicatrici del vino più autorevoli e seguite in Italia, ha scelto di organizzare una nuova serata del suo Wine Club, format pensato per raccontare grandi etichette attraverso incontri intimi e approfonditi. Protagonista assoluto della degustazione è stato uno dei rossi iconici della Toscana: il Solengo della Argiano, presentato in una verticale di quattro annate – 2021, 2019, 2017 e 2013 – selezionate tra le migliori della storia recente della tenuta.

Situata a sud-ovest di Montalcino, Argiano è una delle proprietà storiche più affascinanti del territorio, con origini che risalgono al Rinascimento. Nel corso degli ultimi anni la tenuta ha intrapreso un percorso di forte valorizzazione qualitativa, guidato da una visione moderna ma profondamente rispettosa del territorio. A raccontare questa filosofia sono stati James Valentino, Hospitality General Manager, e Chiara Giannotti, giornalista, che hanno accompagnato gli ospiti nel viaggio attraverso le diverse espressioni del vino iconico di Argiano.

Nato nel 1995, Solengo, creatura di Giacomo Tachis, rappresenta l’anima più internazionale di Argiano: un grande rosso toscano basato su Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot e Sangiovese, capace di coniugare struttura e profondità con eleganza e capacità evolutiva.

Rosso Toscano IGT – Solengo 2021

Il più giovane della verticale mostra già un profilo estremamente promettente. Il colore è intenso e brillante; al naso emergono frutti rossi croccanti, mora, cassis e delicate sfumature floreali. Seguono note di spezie dolci e una lieve tostatura. In bocca è vibrante, energico, con tannini ancora giovani ma di grande qualità. Il finale è fresco e persistente, lasciando intravedere un potenziale evolutivo significativo.

L’abbinamento ha visto protagonista un tomino d’alpeggio croccante con topinambur in doppia consistenza e gocce di Aceto Balsamico Tradizionale, capace di giocare tra cremosità, croccantezza e acidità, valorizzando la freschezza e l’energia del vino più giovane della degustazione.

Rosso Toscano IGT – Solengo 2019

Annata strepitosa, considerata tra le più eleganti degli ultimi anni a Montalcino. Il naso è raffinato e profondo: ciliegia nera, ribes, violetta e una sottile sensazione di grafite che si intreccia con richiami di erbe aromatiche. In bocca colpisce per equilibrio e tensione: la freschezza sostiene la struttura e rende il sorso dinamico, mentre i tannini sono fitti ma levigati. Il finale è lungo, preciso, con una chiusura sapida e minerale che promette un’evoluzione importante.

Il vino è stato abbinato a pappardelle di pasta fresca all’uovo con ragù di cinghiale a cottura lenta, un piatto intenso e avvolgente che ha trovato nel Solengo 2019 un partner capace di sostenere e al tempo stesso esaltare la complessità della preparazione.

Rosso Toscano IGT – Solengo 2017

Vendemmia più calda e concentrata, che nel bicchiere si traduce in profumi intensi di prugna matura, ciliegia sotto spirito e liquirizia, con accenti di macchia mediterranea e pepe nero. Il sorso è ricco e avvolgente, sostenuto da una struttura importante e da tannini vigorosi ma ben integrati. Il finale è caldo e speziato, con una persistenza che richiama le note di frutta scura e cioccolato fondente.

L’abbinamento con il filet mignon di manzo in salsa al pepe verde ha valorizzato la struttura del vino, creando un dialogo perfetto tra la succulenza della carne e la speziatura del piatto.

Rosso Toscano IGT – Solengo 2013

Annata di grande equilibrio, si presenta nel calice con un colore rubino profondo e ancora luminoso. Al naso esprime un bouquet complesso di frutti neri maturi, ribes e mora, accompagnati da eleganti note di tabacco, cacao e spezie dolci. In bocca è ampio e stratificato, con tannini setosi e una trama gustativa armoniosa che accompagna verso un finale lungo, balsamico e persistente. Un vino che mostra pienamente la sua maturità, mantenendo però energia e precisione.

Ad accompagnarlo, una selezione di formaggi stagionati di lunga maturazione, la cui intensità aromatica e la ricchezza gustativa hanno dialogato perfettamente con la profondità e la complessità evolutiva del vino.

La serata si è così trasformata in un vero viaggio nel tempo, capace di raccontare come Solengo sappia interpretare le diverse annate mantenendo una cifra stilistica riconoscibile: profondità, eleganza e grande vocazione alla longevità. Un racconto che, tra i tavoli del Jackie O, ha confermato ancora una volta quanto il vino possa diventare esperienza culturale e narrativa, oltre che sensoriale. Un viaggio tra annate, territorio e cucina, dove ogni calice ha raccontato una storia diversa e, aggiungo, esperienza unica.

IoVino 2026

Nel panorama degli eventi dedicati ai vini italiani nella Capitale, ce n’è uno che individua un’importante traccia storica.

IoVino è nato 10 anni fa da ricerche fatte di cantina in cantina tra le Marche e la Campania, nel solco storico del commercio vinicolo nella città di Roma fin dall’epoca Romana e lungo l’intero arco del Medioevo. Si guarda in quei territori alle corti aristocratiche e papaline per affermare (e guadagnare) notorietà e valore fuori dalle proprietà nobiliari marchigiane e partenopee. 

La rassegna annuale si svolge a Roma nella seconda metà di marzo presso il Courtyard Marriott. È da sempre pensata e organizzata da Manilo Frattari, poliedrico e indomito ricercatore. Nel tempo l’evento è divenuto, nel panorama romano, un classico per ritrovarsi tra appassionati dei vini di Campania e Marche, a guardare al progresso della cultura enoica.

Il valore spiccato dell’evento è costituito dai nuovi produttori individuati da Manilo ogni anno, con l’aiuto della moglie Romina, a stupirci sempre per originalità e forza. Non è casuale che riescano a proporre masterclass sempre nuove e ricche di elementi di studio.

Nelle loro Masterclass, Romina Lombardi, Alessandro Marra e Pierpaolo Rastelli (coordinatore editoriale regione Marche per Gambero Rosso) guidano una platea di esperti, amatori e giornalisti alla scoperta di nuovi percorsi e all’incontro con produttori emergenti e animati dal fuoco sacro della elevata qualità.

La Campania è intelligentemente rappresentata da Alessandro Marra di Slow Wine e dal suo costante indagare tra i vitigni campani nella loro sempre sorprendente intensità e ricchezza. Protagonista dell’appuntamento è lo Sciascinoso, un vitigno definito “misterioso” perché le origini si perdono nel periodo di Plinio il Vecchio che lo citava come “Vitis Oleagina”, rimasto in ombra per secoli nello scenario vitivinicolo campano. 

Una storia da piccolo attore di scena in Irpinia e nel salernitano, sotto nomi diversi quali Sanginoso, Sancinoso o Sanguinoso, o Cascolo in Irpinia, oppure Olivella Bastarda nel napoletano, Fosco Peloso nel Matese di Alife.

I ricercatori francesi Pierre Viala e Victor Vermorel ne rinvennero nel secolo scorso una immagine in litografia alla Régia Scuola di Avellino. Giuseppe Frojo nei suoi storici lavori di studi ampelografici dava una descrizione della “sancinosa” identica alla olivella dei Principati di Avellino e Salerno. Girolamo Molon lo chiamó Olivella per similitudine alla oliva, ma errando nella collocazione geografica perchè la Olivella Nera è prevalentemente laziale.

Oggi siamo a 43 ettari coltivati a Sciascinoso, rispetto ai 2599 ettari di inizio secolo scorso: pochissimi produttori, eppure grandi speranze.

Iniziamo da Terra di Briganti “Sciascinoso” 2021, dal colore rubino senza trasparenze e di buona consistenza: olfatto ricco di sottobosco e prugna, agrume di arancia rossa, essenze di rabarbaro e pepe nero e una nota leggera di cardamomo combinata a refoli di pietra basaltica. Una nota calda emergente a regolare un tannino intenso: la gioventù lascia in ombra i sentori fruttati di prugna e susina matura rispetto alla speziatura di pepe e cardamomo.

La cantina Capolino Perlingieri con il suo “Sciascí” del 2022 ne offre una versione più elaborata e profonda, per i tannini curati e contornati da tratti balsamici ed erbe aromatiche.

La Masterclass guidata da Pierpaolo Rastelli guarda ai nuovi percorsi dei vini rossi nel territorio marchigiano.

Le Marche sono generalmente percepite come luogo d’espressione di vini bianchi particolari, come Pecorino e Passerina, oltre al celeberrimo Verdicchio. Ma le produzioni di rossi sono attualmente in grado di sorprendere e offrono oggi una mappa enoica nuova ed emotiva, nella sperimentazione di sapori che scavallano la tradizione ed eleggono a patrimonio progetti originali e talvolta inclusivi di vitigni internazionali.

Per iniziare il cammino, c’è una riscoperta della Grenache o Alicante, un vitigno capriccioso amante del Mediterraneo e diffuso in California come in Cina, in Australia come in Sud America, in Turchia come in Marocco. Il filo comune è la sua particolare attitudine a marcare il territorio che esprime. Una delle caratteristiche più interessanti della Grenache è la sua adattabilità ai diversi climi. Prospera nei climi caldi ed è altamente resistente alle condizioni di siccità, il che rende questo vitigno la scelta ideale in un’epoca di cambiamenti climatici e pratiche viticole sostenibili.

Ha fruttuosità intrigante e corredo aromatico floreale di rose a esaltare il periodo di affinamento, di uve raccolte il piu tardi possibile, come cuore della sua piacevolezza tannica e persistente. La cantina Mirizzi di Montecappone, col suo “Cogito R.” ne esprime una versione particolarmente equilibrata, di un rosso allegro e brillante ma profondo, per mineralità, come la sua boccata. 

Poderi San Lazzaro è forse stato il precursore più di vent’anni fa in questo percorso della Grenache marchigiana: il loro “Pistò” ha  croccantezza di frutto e delicatezza floreale, al naso come al palato, a preparare al gusto la potenza di questo Alicante (nome dato alla Grenache in Italia a inizio secolo scorso), affinato 16 mesi in tonneau e diretto ad aggredire ogni piatto di carne rossa. Peraltro, la cantina offre ottimi bianchi come l’Offida, il loro Pecorino del 2024 che offre una salinità speciale a corredare, tra pungenze olfattive e suadenze palatali, una magistrale combinazione di sentori erbacei agresti e primaverili. 

Un Grenache in anfora di terracotta (fermentazione e poi affinamento per 1 mesi) vinificato con lieviti indigeni rappresenta, infine, la cesura tra antico e nuovo, come solo la passione della cantina La Lepre e La Luna ogre col loro “Commenda 64”: boccata gradevolissima e rotonda, pulito e ispiratore di gusti più eleganti: un Alicante dalla capacità tannica ben domata e resa equilibrata con gradevolezza glicerica. Esemplare la grafica del label, dotato di un vero petalo di rosa al centro: con poco più di 400 bottiglie è un gioiello.

Tenuta Spinelli, ad 800 metri d’altitudine, ha immaginato un percorso contemporaneo del Pinot Nero nelle Marche, in realtà lí portato già dal periodo dell’occupazione napoleonica nella zona di Monte San Bartolo. La cantina ha investito in barrique francesi, a Castel di Croce e nella cantina, esprimendo una sua versione netta e semplice, inconsueta a paragone coi pari grado altoatesini e umbri, ingentilendone ulteriormente le note amaricanti. 

Cantina San Isidoro è situata più a sud e più in basso, altrettanto artigianale per fattura e forse dal maggior equilibrio tra tannini setosi, note minerali e note calde. Il loro “Pinotto” è un progetto recentissimo, frutto di prossimità marittime ed escursioni termiche rilevanti, ma davvero molto gradevole al palato più che al naso.

Tra le zone vinicole storiche delle Marche, l’areale di Matelica è forse il più originale, ancorché già famoso per la sua origine geologica glaciale e ricca di sali ancestrali a dar vita al celebre Verdicchio di Matelica.

C’è lí la sfida di esprimere un rosso toscano come il Ciliegiolo, diffuso anche in Umbria, che Umberto Gagliardi in contrada Ceresi, da vero beatnik in vigna, a 490mt elabora da un trentennio con viti cinquantenarie: il suo “Ceresi” è così vero e identitario al punto da assumere il nome di “Morettone” secondo il vernacolo locale, a rimarcarne il colore più scuro e il palato più robusto tannico.

Non meno importante è il territorio di Serrapetrona in provincia di Macerata, con altitudini delle produzioni situate tra 400 e 700 mt s.l.m.

È caratterizzato dalla produzione in viticoltura eroica della Vernaccia Nera, un’uva di indole robusta e montana, versatile ma che richiede molta cura e un obbligatorio passaggio in legno a domarne i contenuti ferrosi e annunciati già dal colore rosso rubino molto tendente al granato. Clima rigido e territorio aspro, è questo un areale dove sopravvivono da sempre solo i viticoltori più testardi e cocciuti nel mantenere sapori antichi di generazioni. 

Dante Duri è un produttore piccolo ma estremamente tipico, meticoloso nella raccolta e selezione delle uve a produrre una Vernaccia, “Serrapetrona Estella”, di forte identità per Serrapetrona, ricca di aromi di pout-purri scuri e intensi, confetture di prugna e visciole, balsamici di menta e lavanda: tutti descrittori confermati pienamente al palato, di bella boccata e dal finale vegetale balsamico. Ideale per il Ciauscolo o per qualsiasi piatto a buona grassezza.

Di pari grado ma certamente più gastronomica per affinità è la “Serrapetrona Torcular” di Podere sul Lago, ben radicata nel territorio di Serrapetrona: si distingue per un’ampia boccata dai tannini educati e meno selvatici assieme a una nota alcolica calda ma equilibrata dalla mineralità di quei terreni. 

Oltre ai vini presenti nelle Masterclass, abbiamo provato a selezionare i migliori e certamente più originali vini presenti all’evento, ai cui partecipanti è stato richiesto di votare la cantina e il vino di propria preferenza tramite un QR Code posto all’ingresso.

Ecco le nostre scelte:

“Coda di Volpe” Molettieri quasi da Chablis, offre al naso fragranza farinacea mista a pesca bianca matura e acuti di pietra focaia e erba di sfalcio.

Cantina Tagliaferro, Costiera Amalfitana in Tramonti presenta il “Tramelios” 2024, un bianco blend degli autoctoni Pepella e Ginestra Amalfitana. Un vero successo già al principio. Floreale da margherite con ginestra irradiata dal sole, lunga e voluttuosa a incastonarsi in una serie di sbuffi minerali di roccia bagnata e sale a confluire in un etereo gassoso d’idrocarburo.

Andrea Giorgetti, “Adele” Rosso Piceno 2024. Rosso con riflessi rubinei di decisa consistenza, composto da uve Montepulciano e Sangiovese a circa 60 mt s.l.m. con una buona escursione termica e una ricca condizione idrogeologica a conferire aromi spiccati. 

IoVino ha offerto eccellenti degustazioni e novità per lo studio, mantenendo l’impegno a ricercare sempre i nuovi creatori e le loro creazioni.

Presentata a Roma la GuidaBio 2026 dei vini italiani

Roma ha ospitato il 24 gennaio 2026, all’Hotel Villa Pamphili, la Guida Bio dei Vini Italiani prodotti da cantine a certificazione biologica.

La premiazione di cantine bio di tutt’Italia per regione e tipologia ha offerto l’opportunità di confronto tra i maggiori stakeholder del comparto delle produzioni biologiche nel nostro paese.  

Il progetto di Antonio Stanzione, con la partnership dell’editore catanzarese Rubbettino, nasce dalla sua ispirazione all’innovazione nel rapporto tra consumatori, produttori e dall’intento di valorizzare le scelte green ed ecosostenibili del mondo enologico e di altri comparti della produzione agricola.

Difficoltà e responsabilità sono i binari su cui avviene questo percorso nel nostro paese, seguendo una coscienza collettiva sempre più improntata alla sostenibilità ambientale e dei processi di produzione dei cibi e delle bevande. La tutela del consumatore, sempre più attento alla provenienza delle materie prime, alla certificazione dell’origine e alla qualità dei procedimenti di trasformazione, richiede perciò scelte virtuose, etica, lungimiranza, rispetto e qualità.

Guida Bio è un prodotto editoriale innovativo che ha già una buona e consolidata esperienza nel raccogliere e raccontare i prodotti e le esperienze di produttori che ormai non sono più precursori ma attori protagonisti nel mainstream del cambiamento dei processi relativi agli alimenti.

Si sviluppa sulle recensioni di prodotti e aziende che hanno deciso di abbracciare tale condotta agricola attraverso l’adesione a rigidi disciplinari di certificazione.  Il percorso ha visto negli anni il coinvolgimento, necessario ancorché sollecitato, di istituzioni e organismi intermedi di categoria, creando un movimento culturale e produttivo che abbraccia ormai più di 25.000 produttori, dei quali secondo SINAB  circa 2.139 sono produttori vitivinicoli, con una media produttiva in aumento.

L’Italia è infatti leader europea nella viticoltura biologica con una superficie di oltre 135.000 ettari (al 2022), che rappresentano una quota del 17% del totale delle superfici vitate nel paese. La Sicilia vanta la maggiore superficie biologica (28% del totale nazionale), mentre la Toscana è prima per numero di cantine, seguita da Veneto e Puglia.

La produzione di vino biologico (da non confondere assolutamente con il cd. “Vino naturale” che è altro oggetto e risponde a una diversissima tendenza) ha registrato una forte crescita (+24% in un anno), superando i 2,8 milioni di ettolitri nella campagna 2021-2022, ma vedendo una leggera flessione dal 2023 ad oggi percepibile come fase di assestamento dopo anni di crescita rampante, e non come elemento di break strutturale.

È importante sapere che fino a circa 100 anni fa la densità d’impianto di vigne e olivi entro il comune agricolo di Roma era di gran lunga la maggiore del continente. Oggi l’amministrazione capitolina investe creando diversi progetti per il recupero e l’espansione dell’agricoltura – in particolare nel  Municipio IX e in specie se improntata al sociale con rigenerazione urbana dei territori. Ne è un esempio il progetto europeo IterVitis per ricostruire storicamente i vitigni originari, che a Roma vede il vigneto storico di San Sisto presso le Terme di Caracalla recuperare i 7 vitigni storici a ripristino dell’ampelografia dell’area.

Essenziale é infatti la scelta biologica integrale, spinta anche delle associazioni pro-biologico presenti nella Guida Bio, tra cui FederBio e SlowFood, coinvolte in alcuni progetti e segno dell’impegno e dell’intesa tra istituzioni locali e organizzazioni.

Il Lazio vede oggi una grande rinascita tecnica enologica, destinata a recuperarne la reputazione, nel quadro di una Italia sempre più a condizione climatica ideale per agricoltura biologica rispetto alla Francia e alla Spagna che persistono nella coltivazione intensiva.

Non mancano le criticità di periodo e di percorso, discusse da un panel davvero rappresentativo: Diana Lenzi (Coldiretti) affronta il problema degli incentivi discontinui, incerti, da parte della Politica Agricola Comunitaria dell’Unione Europea a beneficio delle  amministrazioni regionali e locali.

Nonostante L’Italia sia il primo paese per estensione della viticoltura biologica, e nonostante il settore agricoltura sia normato a ogni livello, gli elaboratori delle norme centrali, giù fino agli stati membri e alle regioni e ai comuni interessati, sono sempre  autori di provvedimenti chiaramente non competenti dei dettagli della materia da normare, sottovalutando le esperienze tecniche e amministrative dai professionisti sui territori.

La Coldiretti rinnova ogni anno il proprio compito di fornire ai legislatori i contenuti e gli aggiornamenti idonei alla necessità di conoscenza e competenza specifica.

Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio e produttrice toscana, indica alcune strategie per lo sviluppo del comparto agricolo biologico. È certamente ottimo avere una specifica guida per l’unicità dell’agricoltura biologica e per il valore che essa conferisce al territorio. Il comparto cresce dal 2012 grazie a un solido regolamento per il vino biologico, adotta la euro-foglia come simbolo distintivo delle produzioni bio, consapevole ormai che l’agricoltura biologica sia sempre cresciuta fino al  2022 con il 20% circa del territorio. Tuttavia, dal 2023 le aree ad agricoltura bio hanno perso il 2-3% ed è un calo dovuto an incomplete conversioni bio soltanto dei mezzi tecnici: ciò implica una strategia di sostegno all’ammodernamento tecnologico dei processi bio.

Ciò vuol dire anche una strategica cura del suolo, l’indirizzarsi alla specificità del vitigno, l’uso estensivo di difese naturali e le attività di bio-controllo.

Sono percorsi contrapposti alle scelte dei grandi gruppi industriali, orientati a riduzioni massive dei costi di produzione e purtroppo considerati privilegiati dal governo italiano attuale per destinazione di misure di sostegno – caso unico in Europa.

Una innovazione strategica guarda a  formazione e supporto tecnico, a investimento in sistemi non brevettabili perché diffusi, facilmente replicabili e non originali (anzi spesso vengono dalla storia agricola) ma certamente efficaci per la agricoltura bio. 

È necessario spingere per un’ulteriore semplificazione burocratica. Infine, è strategica la presa di coscienza di noi produttori bio della necessità di adottare una comunicazione intensiva ai cittadini, affinché sappiano che biologico vuol dire beni collettivi e interesse sociale, dalla salute all’ambiente. Basta guardare il caso di studio di Deloitte, incaricata dal governo olandese di produrre un’analisi comparativa tra biologico e non dell’agricoltura in Olanda: il risultato è stato il dato di risparmio di costi generali, che con l’introduzione dei processi bio ha visto risparmiare  2mld€ al comparto agricolo e la riduzione di 7mld€ di costi sociali.

Proprio nella comunicazione emergono elementi utili in prospettiva. Wine Tales Magazine, partner comunicazione della Guida Bio 2026, è presente con Ivan Vellucci, che riprende il punto degli investimenti in comunicazione: scarsi, evidente irrilevanza e ininfluenza, quasi sempre diretti a persone già coinvolte. Le etichette bio prodotte, se disposte in linea continua, arrivano forse a 400 metri di lunghezza contro circa 40 km in lunghezza coperti dalle etichette tradizionali. Le persone, alla fine, scelgono su quanto vengono a sapere: raccontare in maniera semplice e lineare i vini bio serve a educare i consumatori e la loro comprensione ed evoluzione identitaria di consumatori selettivi.

Investire in comunicazione(soldi ma soprattutto tempo) vuol dire oggi coinvolgere personalità che non banalizzino il messaggio su se stessi, dato tipico di influencer e di tecnici esclusivi. I produttori devono giungere a una comunicazione densa della loro storia, delle scelte e dei risultati biologicamente eccellenti. La bellezza di questi racconti contagerà le scelte dei consumatori come dei legislatori come degli altri produttori. 

Alessandro Elia, direttore generale di Suolo e Salute, organismo di controllo per l’agricoltura biologica in Italia, pone l’accento sul ruolo mitigatore degli effetti di cambiamento climatico dell’agricoltura bio. 

Gli studi scientifici nel mondo e su  diversi suoli confermano il trattenimento di carbonio operato da agricoltura bio fino a +26% rispetto all’agricoltura integrata, in barba ai sostenitori dell’inutilità dela conversione al biologico. Senza fertilizzanti e presidi di difesa sintetici, senza arricchimenti non organici, con trattamenti che in genere arrivano a 24-26 operazioni all’anno, il terreno invece risponde con tutte le proprie potenzialità di difesa e sviluppo.

La criticità qui é di nuovo l’informazione e l’educazione del consumatore che non conosce i danni alla salute (Reg.UE n.3012 del novembre 2024, su carbon farming e crediti carbonio). Realizzare finalmente il registro dei crediti carbonio UE, con crediti misurati per ettaro, sarebbe arrivare dentro  mercato globale dei crediti già attivo, con benefici e risultati subito tangibili. 

Antonio Stanzione, padre della Guida Bio, spiega che vino biologico non vuol dire vino“naturale” con odori non buoni, ma un vino a costi maggiori per l’investimento in tecniche e processi biologici. L’incapacità dei consorzi di riconoscere le aziende bio dalle tradizionali nella loro peculiare specificità è un problema deontologico: se solo 3 su 100 consorzi recepiscono le informazioni fornite dall’anagrafe bio, allora è doverosa la responsabilizzazione tramite la promozione attuata dai produttori bio verso i loro consorzi di appartenenza. Più coesione di comparto biologico, più determinazione a creare associazioni di scopo e con obiettivi di rappresentanza unitaria che superino la frammentazione.

La conclusione è affidata a Vincenzo Mercurio, noto enologo e studioso di rigenerazione dei terreni e dei vigneti. Da enologo, compara le operazioni di protezione della vigna, che proteggono investimenti oltre che prodotti, tra gli impieghi di solo rame e zolfo, le sole poche molecole fini al qualche anno fa disponibili, e le risorse attuali più numerose e naturali perché prese dall’osservazione della natura con le sue soluzioni.

I sistemi di difesa della natura sono spesso importanti e invece, con ignoranza, sottovalutati, spingendo alcuni a sostenere che l’agricoltura biologica sia in realtà una chimera impossibile. Mentre spesso la natura ha offerto soluzioni di difesa dell’uomo alla farmacopea per la salute umana.

Oggi la punta del comparto sono 550 aziende e 2500 vini totalmente, integralmente biologico. Un suolo per sua natura non inerte, se non subisce concimazioni chimiche dannose alla microbiologia, sa creare resistenza naturale. La vite ne è l’esempio per eccellenza: bio non è più “moda” ma “sistemi” assurti a struttura ed architettura della “Biodiversità”. E ciò ha portato a una nuova generazione contemporanea di vini fortemente identitari. 

La prospettiva è chiara, quindi: fare vini sempre più territoriali, con millenni di storia e numero di vitigni autoctoni che lavorano a nostro favore. Raccontare bene il proprio territorio e programmarlo biologicamente sono assieme il passaporto per il futuro ben oltre la scelta bio, lontani da ripetizioni o imitazioni. 

La diversità delle produzioni vede e vedrà l’equivalenza della biodiversità in cantina.

Per consultazione:

https://sinab.it/wp-content/uploads/2024/10/Scheda-di-settore-del-vino-biologico.pdf