“Vino X Roma” e Roma per il Vino: binomio inscindibile a 360 gradi

L’inizio dell’estate romana è stato un tripudio di eventi bellissimi e, tra questi, Vino X Roma targato Excellence, dove sono andate in scena le realtà enogastronomiche della Capitale e dintorni.

In collaborazione con Camera di Commercio Roma e Regione Lazio, Pietro Ciccotti e il suo fantastico staff hanno coinvolto nelle serate importanti Chef con piatti unici, preparati da materie prime selezionate, abbinati ai vini dei produttori partecipanti.

Che cos’è Excellence? Una Food Connection Company che attraverso la propria piattaforma multicanale promuove il patrimonio enogastronomico italiano delle eccellenze, mediante un’efficace, quanto innovativa, vetrina e rete di contatti al servizio delle aziende.

Excellence consente di diversificare la propria attività attraverso la comunicazione specializzata, l’editoria web e cartacea, i grandi eventi enogastronomici, le iniziative B2B e B2C e la formazione professionale.

La valorizzazione di un vecchio capannone ha portato alla realizzazione di una struttura contemporanea dal gusto moderno, che ospita una scuola di cucina con ambienti spaziosi, luminosi e razionali. Prende il nome di THE BOX la creazione di Pietro Ciccotti, inserita in un contesto urbano semi industriale, nel quartiere di Casal Bertone a Roma, in Via Ignazio Pettinengo, 72.

Con la Wine Designer e Vice Delegata della Delegazione Toscana della Associazione Nazionale delle Donne del Vino, Federica Cecchi, abbiamo condiviso le impressioni sulle degustazioni e abbiamo apprezzato il format di Excellence Eventi, incontrando i produttori che ci hanno raccontato le difficoltà di quest’annata resa difficile dalle numerose piogge di maggio e giugno con il propagarsi della peronospora. Una annata veramente difficile che porterà a rese estremamente basse e pesanti ripercussioni economiche sull’indotto del settore vitivinicolo.

Al contrario, il mondo della cucina non incontra ostacoli registrando una crescita esponenziale, sia come interesse che in termini di nuove assunzioni. La Excellence Accademy forma le giovani promesse in grado poi di operare nel mondo della ristorazione e della hotellerie. Con i suoi 1100 mq offre aule di Cucina e Laboratorio di Pasticceria, aule Didattiche Multimediali, aule dedicate alle Arti Bianche, Gelateria, Sala Accoglienza e 400 mq. di Spazio Eventi.

Uno Chef in auge è Fundim Gjepali del Ristorante Antico Arco, con una storia personale appassionante che lo vide emigrare dall’Albania da ragazzo, per affermarsi in Italia rivisitando e interpretando piatti della cucina nostrana e romana.

Ovviamente la degustazione dei vini ha avuto il focus di rilievo, una piacevole passeggiata tra i vigneti e la cantina, fatta attraverso il racconto del produttore stesso.

Presenti all’evento, il Consorzio Roma DOC con i vini delle Aziende che ne fanno parte, la Cantina Ciucci di Federica Ciucci, Vini Vallemarina con Marina Boccia, la Cantina Villa Simone con Sara Costantini, la Cantina L’Avventura con Gabriella Grassi, Cantina Jacobini con Alessandro Jacobini e Nina Farrel, Cantine Capitani, l’Azienda Vannelli e Brugnoli, la Cantina Borgo del Baccano, la Cantina Capizzucchi e Tenuta Lungarella.

Emozioni palpitanti nel vedere un giovane produttore che porta alla rinascita una storica Cantina di Genzano, la Cantina Jacobini, rasa al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale. Alessandro Jacobini, discendente della storica Famiglia Jacobini di Genzano, sta iniziando a ricostruire la Cantina di famiglia e, insieme alla moglie Nina Farrel, ha iniziato la produzione di un vino bianco ottenuto con uve Trebbiano.

l Frascati di Villa Simone, azienda dell’enologo Lorenzo Costantini che sta divenendo uno dei punti di riferimento del vino dei Castelli Romani, è sempre una conferma. La figlia di Lorenzo, Sara Costantini , è fondamentale per lo sviluppo e la comunicazione della cantina.

Marina Boccia è straordinaria, con un sorriso quasi… spumeggiante! I suoi vini sono specchio del suo carattere: decisi ed esuberanti. Il Moscato di Terracina è il punto forte con due referenze.

Federica Ciucci produce vino e olio di grande qualità. La sua famiglia è proprietaria di un vasto territorio del Lazio settentrionale al confine con la regione Umbria. Il continuo studio sulle tecniche di vinificazione, le ha permesso di inserirsi già tra le migliori cantine del Lazio.

Al banco del Consorzio Roma Doc ho incontrato Silvana LulliParvus Ager – con il nuovo nato, la Malvasia Puntinata. Un vino di bella struttura e complessità che riempie il palato con sensazioni avvolgenti di frutta e fiori oltre che di frutta secca e mentolate sul finale.

Il progetto Vinea Lucens, esperienza meravigliosa con un percorso notturno tra i vigneti tra proiezioni di luci e immagini, è già stato raccontato dalla collega Ombretta Ferretto al seguente link https://www.20italie.com/vinea-lucens-metti-un-sera-sullappia-antica-con-la-cantina-parvus-ager/

Una bella espressione di Cesanese del Piglio è quella portata a Vino X Roma da Gabriella Grassi della Cantina l’Avventura, con i famosi vini da uve Cesanese Amor, Picchiatello, Campanino oltre che il rosato di Cesanese Rosè e la Passerina del Frusinate Saxa.

Altro nome assolutamente di spessore tra i vini di Roma è Cantina Capizucchi che si trova vicino al Santuario del Divino Amore, sulla via Ardeatina e produce diverse referenze interessanti. Matilda Pedrini della Cantina Borgo del Baccano sta facendo passi da gigante con i suoi vini che ricadono anche nel disciplinare della Roma DOC. Una nuova realtà che si trova a Borgo del Baccano, sulle pendici del Lago di Martignano, un piccolo lago vicino al Lago di Bracciano.

Una bella sorpresa la degustazione di Olio Extravergine di Oliva, con l’azienda Diamante Verde. Catiuscia Scire racconta come sono stati recuperati 20 ha con circa 5000 piante, con cultivar prevalentemente Itrana e un 15% di leccino.

Presente anche il banco di assaggio di PeperDop, il peperone di Pontecorvo, tantissimi prodotti lavorati a base di peperone di Pontecorvo DOP. 

Non ci resta che attendere il prossimo evento che si terrà al Roma Convention Center La Nuvola dal 9 al 11 novembre.

Sarà EXCELLENCE FOOD INNOVATION l’evento enogastronomico alla sua decima edizione all’interno della straordinaria struttura progettata dall’Architetto Fuksas.

https://excellencemagazine.it

Romagna: Coriano Wine Festival 2023, “il grande Sangiovese Romagnolo al centro del villaggio”

“Romagna e Sangiovese, sei sempre nel mio cuore”

Così recita il famoso brano di Raoul Casadei, a suggellare l’eterno binomio fra un territorio e un vino. Anzi, fra un popolo e un vino.

I romagnoli: quella gente che nemmeno le alluvioni può scalfire, quelle persone contraddistinte da estrema generosità e genuinità. Li puoi riconoscere nitidamente alle sagre di paese, con gli stand gastronomici dove il profumo di piadina e salsiccia si percepisce da chilometri e il valzer ti trasmette allegria anche se hai appena litigato con la morosa (termine dialettale per fidanzata).

Proprio come la 55ª edizione de La fiera del Sangiovese, svoltasi a Coriano (RN) il 19 e 20 agosto 2023. Da quest’anno diventa anche Coriano Wine Festival, una “mostra mercato” del Sangiovese con i migliori produttori provenienti dalle 16 sottozone ufficialmente riconosciute dal disciplinare del Romagna DOC Sangiovese.

Gli ingredienti sono quelli giusti: 33 produttori, coinvolti nei banchi d’assaggio con le anteprime dei loro Sangiovese, 5 guru del vino a livello nazionale (Maurizio Alongi, Paolo Babini, Enrico Bevitori, Marco Casadei e Marino Colleoni), impegnati in un convegno dal titolo “Sangiovese, indagine su un vitigno al di sopra di ogni sospetto” e infine 4 laboratori di degustazione.

La ricetta è ideata dalle meningi di uno chef per eccellenza, uno che la materia prima la sa trattare sapientemente: Francesco Falcone.

La location? Il pittoresco parterre del Teatro Corte Coriano.

Francesco Falcone

20Italie era presente ed ha selezionato, fra le numerose proposte, 6 anteprime di Sangiovese degne di interesse.

Menta e Rosmarino – Area 66 | 2021 – sottozona Modigliana

Visto il caldo di questi giorni, perché non partire dal territorio più in quota come Modigliana? Area 66 è uno dei Sangiovese in purezza prodotti da Francesco e Luciano, nell’annata 2021 si presenta al calice in un rosso che definirei invitante per la sua capacità di riflettere la luce. Naso che ti porta nel territorio: menta piperita, aghi di pino, piccoli frutti neri e tanta mineralità. In bocca è agilissimo, verticale grazie alle freschezze ma equilibrato grazie al docile tannino. Non si perde facilmente ed è piacevole come un succo di frutta.

Vigne dei Boschi – Poggio Tura | 2019 – sottozona Brisighella

Il “frescolino climatico” ci piace: non scendiamo di quota, ci spostiamo di qualche chilometro ed entriamo a casa di Paolo Babini. Il suo Poggio Tura 2019 è talmente in anteprima che l’annata è scritta a penna su un’etichetta precedente. Veste il calice di un rosso accecante come un’opale di fuoco. Olfattivamente ci regala sentori di piccoli frutti rossi aciduli, vegetazione di bosco e note leggermente terrose. In bocca è esplosivo: l’acidità è spiccata e al tempo stesso piacevole, tannino vispo. Al termine del sorso chiama un altro assaggio, senza stancare. Un vero e proprio Masterpiece di Babini che racchiude un mosto fiore sgrondato e non pressato e 2 anni di riposo in botte grande, usata magistralmente.

Ancarani – Biagio Antico | 2021 – sottozona Oriolo dei Fichi

Restiamo nell’entroterra Ravennate, ma cambiamo completamente terreni, passando dalle marne Brisighellesi alle sabbie gialle di Oriolo dei Fichi. Questo terreno è il responsabile dell’estrema definizione degli aromi che troviamo nel Biagio Antico. L’aspetto del vino è seducente, proprio come una rubellite. Il frutto che si avverte è polposo, di quelli che cogli dall’albero e addenti stando lontano dal corpo per non sporcarti col succo che gronda. La menta piperita e lo zenzero completano il boost di un naso “fresco”. All’assaggio è teso, croccante, con un tannino spigoloso ma piacevole proprio per questo motivo. Il cemento ha riequilibrato il tutto. Servito leggermente sotto temperatura si fa voler molto bene, estivo.

Marta Valpiani – Fiore dei Calanchi | 2021 – sottozona Castrocaro

Mentre continuiamo la traversata perché non fermarsi alle Terme di Castrocaro? Con le sue acque salsobromoiodiche che fanno bene alla salute… e anche al vino, donando incredibile sapidità. Ma Elisa Mazzavillani, che il territorio lo conosce bene, non finisce mai di stupirci. Da un piccolo vigneto nasce il suo nuovissimo Fiore dei Calanchi, un single vineyard – single tonneau, ricavato appunto da un unico cru e lasciato riposare per un anno in un unico tonneau, (a doghe larghe, originariamente pensato per un bianco) per dar vita a 666 bottiglie uniche nel loro genere. Portare il calice davanti agli occhi è come un incontro con una donna elegante e suadente: la sua trasparenza provocante, mai volgare, riflessi splendenti come pietre preziose. Naso che denota un profilo aromatico ricco, di grande profondità. Immediatezza delle note fruttate, sfumature leggermente polverose e note iodate. In bocca si conferma la grande eleganza che trovavamo nei precedenti passaggi, ci pervade il palato. Il tannino è delicato, setoso ma presente. Teso, ma non affatto esile. Superlativo.

Giovanna Madonia – Fermavento | 2021 – sottozona Bertinoro

È arrivato il momento di spostarci nel ventre della collina romagnola, laddove il vino è così radicato nella cultura degli abitanti che viene chiamato “e ”, ovvero “il bere”. Sulla parte più alta del colle di Montemaggio troviamo Giovanna Madonia, già da diversi anni affiancata dalla figlia Miranda e da Gennaro. È il 26º anno del Fermavento, Sangiovese da vigne allevate ad alberello che non finisce mai di stupire. Più di ogni altro è un fedele lettore dell’annata, del terroir e della mano del produttore. E così anche in questa versione, in bottiglia nemmeno da 2 mesi, si conferma sempre lui, il Sangiovese che mette d’accordo tutti. Si veste in un rosso rodolite veramente intenso, e nella sua austerità regala aromi di frutta matura, sottobosco e spezie. In bocca il tannino è superbo, probabilmente merito di quel terzo di uve che non vengono diraspate portando così quella parte di legno maturo, un po’ come si fa in Borgogna. Profondo. Ma diamogli qualche altro mese.

Chiara Condello – Predappio | 2021 – sottozona Predappio

Forse la zona più rinomata a livello regionale (e non solo) per il Sangiovese, capace di sfornare vini dalla grande espressività grazie ai suoli principalmente argillosi. Noi non saliremo fino in alto, ci fermeremo a Fiumana, da Chiara Condello. Macerazione a chicco intero, sgranellato, ma non pressato, per estrarre una massa color rubino Tanzania intenso dai riflessi scuri. Eh sì, siamo un po’ frivoli anche nei descrittori per una volta! Un anno di botte grande e i 4 mesi di cemento regalano grande profondità al naso. Nonostante la giovane età, l’argilla e l’affinamento lo rendono già abbastanza rotondo e compatto. Muscoloso.

Format centrato, ricchezza di contenuti, il calore dei romagnoli e la poliedricità di un vitigno: sono queste le chiavi di lettura di un evento, che seppur alla sua genesi, ha saputo raggiungere il suo obiettivo. Valorizzazione di un vitigno attraverso un territorio.

Fast forward alla prossima edizione, prevista per il 17 e 18 agosto 2024.

A che punto siamo con il Fiano di Avellino Docg?

Lapio (AV), 4 agosto 2023Il “Tasting Impossible: la mia prima volta”

Lo scopo dell’evento è stato la degustazione delle prime annate disponibili di Fiano di Avellino Docg dei produttori di Lapio. Le testimonianze dirette dei vitivinicoltori presenti, dai tempi iniziali dell’incredulità circa il potenziale d’invecchiamento, fino alle moderne tecniche di vinificazione per riuscire ad interpretare al meglio questo vitigno, sono stati i momenti più salienti della serata.

Il Fiano di Avellino infatti, con lo specifico areale di Lapio e delle sue contrade, è uno dei vini che meglio si adatta al concetto di zonazione e di territorio. Non vogliamo perdere tempo in chiacchiere sulle eterne (ahinoi) diatribe sul perché tale riconoscimento internazionale tardi ancora ad arrivare. Una vivace polemica tutta interna, che preferiamo non evidenziare per non contribuire a creare pessimismo.

Restiamo, invece, volutamente ottimisti e raccontiamo, in ordine discendente dalla più recente alla più datata, le etichette degustate direttamente dalla narrazione dei produttori.

Laura De Vito presenta Elle Fiano di Avellino DOCG 2018, la prima annata vinificata a venticinque anni dall’impianto delle vigne. Una cantina di recente fondazione che pone il territorio al centro del proprio progetto produttivo. Dichiara la De Vito: “la vinificazione è basata sul principio di zonazione, con tre etichette su quattro che portano il nome delle contrade di provenienza delle uve, oltre una quarta che raccoglie le varie parcelle vinificate in unico blend variabile di anno per percentuali ogni anno. La fermentazione avviene esclusivamente in acciaio, con permanenza di nove mesi sulle fecce fini, affinamento in bottiglia ed uscita in commercio non prima di 24 mesi dalla vendemmia”.

Angelo Silano presenta la sua Vigna Arianiello Fiano di Avellino DOCG 2016.

Angelo racconta che la sua “prima volta” per questa etichetta è stata l’annata 2013. Dato l’intento di voler esaltare al massimo le caratteristiche del territorio, anche Angelo ha lavorato sul concetto di zonazione specificando che “rispetto ad altri vigneti, in quello di Arianiello c’è tanta materia vulcanica.”

La 2014 e la 2015 non sono state prodotte perché le annate eccessivamente calde avrebbero inficiato proprio questa caratteristica. “La 2016 invece, figlia di una stagione equilibrata, ha permesso di mettere in risalto le caratteristiche sia del vitigno che della zona.”

Il campione successivo in degustazione è il Vino della Stella Fiano di Avellino DOCG 2012. A raccontare il progetto enologico è Raffaele Pagano, patron dell’azienda Joaquin, da sempre presente a Lapio e impegnata in progetti di micro-zonazione: “la 2012 non è la prima volta” di questa etichetta, preceduta da una 2009, mentre la 2010 e la 2011 non sono state prodotte”. La 2012 è stata una vendemmia atipica, particolarmente calda, che si è ripresa sul finale permettendo di spingere la raccolta a metà ottobre. Siamo puristi, non usiamo molta tecnologia, non facciamo controllo delle temperature, ci piace lavorare col batonage spinto. In questo caso, inoltre, il vino non fa legno”.

Adolfo Scuotto di Tenuta Scuotto ci ha parlato del Fiano di Avellino 2011, non la prima annata dell’etichetta, che ha un precedente già nel 2010.

“La 2011 è stata un’annata di difficile interpretazione, inizialmente fresca, seguita da un periodo caldo con escursioni termiche importanti, che hanno sviluppato un corredo aromatico molto interessante. La maturazione lenta, la fase vegetativa prolungata e la raccolta delle uve a partire dalla seconda/terza decade di ottobre, hanno fatto il resto nella definizione di questa annata. Il vino fermenta in acciaio ed affina esclusivamente in acciaio e bottiglia”.

Ercole Zarrella imbottiglia per la prima volta la sua personale etichetta di Fiano di Avellino nel lontano 2004. La cantina è Rocca del Principe e l’etichetta degustata è Fiano di Avellino 2010.

“Non ci sono bottiglie precedenti conservate perché non si pensava che il Fiano avesse questa longevità!” La novità dell’annata 2010 sta proprio nel fatto che ne è stata ritardata l’uscita in commercio di circa sei mesi per permettere un miglior affinamento del vino. Un sacrificio non indifferente dato che Ercole, nel perseguimento di un progetto che permettesse la massima espressione del vitigno, ha rimandato di diversi mesi la vendita delle bottiglie, rimanendo di fatto “senza vino”. Anche nel caso di Rocca del Principe è ben chiaro il principio di zonazione e mentre il Fiano degustato è un blend (70% Vigna Tognano 30% Vigna Arianiello), etichette specifiche sono invece dedicate ai cru Tognano e Neviere di Sopra.

Quando arriviamo alla cantina Colli di Lapio, entriamo a pieno titolo nella storia del Fiano a Lapio, contrada Arianiello. Carmela Romano, figlia di Clelia, la Signora del Fiano, ci racconta ancora una volta la storia di un vino, imbottigliato per la prima volta nel 1994,  di cui non si immaginavano i potenziali d’invecchiamento. Per questo motivo non esistono bottiglie che vadano così indietro nel tempo e dunque degustiamo il Fiano di Avellino 2007. Carmela ha scelto questa annata perché è stata una delle più calde e siccitose, più regolare nelle precipitazioni rispetto alla 2003, con ottime escursioni termiche e una vendemmia anticipata ai primi di settembre. Fermentazione in acciaio, affinamenti successivi in acciaio e bottiglia.

Se Colli di Lapio è la storia del Fiano a Lapio, Romano Nicola ne è probabilmente la legenda. Azienda presente sul territorio dal 1988, fortuitamente ritrova alcune bottiglie dell’annata 1989, la prima imbottigliata a Lapio, precedenti dunque all’istituzione della DOCG. Amerino Romano confessa di affrontare il tasting senza garanzie, vista l’età avanzata del vino, ma con grande spirito didattico e di studio condivide con l’intera platea una vera e propria emozione.

Infine Daniela Mastroberardino, Presidente nazionale dell’Associazione Donne del Vino, rappresenta la cantina Terredora situata a Montefusco, ma che a Lapio detiene la vigna dedicata al Fiano di Avellino Riserva Campore, assaggiato nell’annata 2008.

La prima annata di questo vino risale invece al 1998.

“In un momento in cui si lavorava prevalentemente con i vini d’annata, nasce Campore con una diversa impostazione. Dal 1998 e fino al 2002 Campore fermentava per il  50% in acciaio e per il 50% in barrique. A partire dall’annata 2003 la fermentazione avviene esclusivamente in barrique, con una sosta sulle fecce fini di sei mesi. Esce a cinque anni dalla vendemmia”.

Daniela si sofferma a lungo sulle virtù di un vitigno autoctono, il fiano, coltivato in molte parti del mondo ma che trova il suo clima d’elezione ideale nella fredda Irpinia, “isola del Nord appuntata al centro del Sud Italia”. Commoventi, infine, le parole dedicate al fratello Lucio, enologo di grande talento, prematuramente mancato nel 2013.

Puglia: “Gusto Jazz” enogastronomia e musica per fare grande il territorio di Corato (BA) e delle Murge

La Quinta edizione di Gusto Jazz a Corato è di diritto tra i Grandi Eventi di Puglia.

Come ci è riuscita? Grazie al vincente connubio, ormai rodato, tra musica ed enogastronomia 100% pugliese. Non è mancata la stoccata di Joe Bastianich alla “sacralità del cibo italiano”, ovviamente con la sua inconfondibile, agrodolce ironia.

Otto giorni in cui la parola d’ordine è stata sinergia tra musica e buon cibo, questa la sintesi di Gusto Jazz. Giunta alla quinta edizione, la rassegna quest’anno si è arricchita del Parco del Gusto: due serate di confronto tra eccellenze enogastronomiche murgiane le cui caratteristiche sono, da sempre, artigianalità, estro creativo e grandi certezze a tavola.

La musica, sempre protagonista, ha scandito i passaggi della manifestazione verso il futuro. Con Alberto La Monica, direttore artistico e mentore della rassegna, abbiamo ripercorso i momenti salienti che hanno fatto di Gusto Jazz un evento imperdibile.

Photo credits: Francesco De Marinis

La musica al centro

Partiamo dall’inizio. Un sogno portare il Jazz lontano dalle classiche mete turistiche blasonate marittime. Alberto La Monica ci è riuscito: “l’idea è nata dal nostro desiderio – quello dell’associazione Art Promotion – di organizzare un evento che potesse diventare una punta di diamante nel cartellone culturale coratino. Volevamo realizzare qualcosa che fosse in grado di promuovere a 360 gradi il territorio sulla scia del Corato Jazz Festival che, negli anni, ha lasciato il suo segno. Si tratta di una naturale evoluzione che tiene al centro sempre la musica”.

Quest’anno il Festival è stato improntato alle voci femminili. Ad aprire la rassegna il 20 luglio Niki Nicolai. E poi Serena Brancale, Simona Bencini, Carolina Bubbico, Costanza Alegiani, Francesca Tandoni e Kelly Joyce. Voci internazionali nel panorama musicale soul e jazz. L’outsider di lusso è stato senz’altro Joe Bastianich, che in veste di musicista folk accompagnato dalla band Terza Classe, ha inaugurato il Parco del Gusto il 24 luglio. E chi meglio di lui avrebbe potuto farlo?

L’etica del buon mangiare

Il primo Parco del Gusto della rassegna ha messo insieme le eccellenze coratine e murgiane fatte di panificatori eccellenti come Marco Lattanzi del Panificio Toscano (tre pani Gambero Rosso 2024) fino alle golosità casearie di cui la città ne è ambasciatrice. Non sono mancate birre artigianali e le migliori cantine del circondario, tra cui Azienda Agricola Mazzone e la cooperativa Terra Maiorum che hanno dato voce alla cultura vitivinicola cittadina.

Il Parco del Gusto, secondo La Monica, è la naturale evoluzione di Gusto Jazz: “da quest’anno siamo tornati in centro con il Parco del Gusto, l’obiettivo è creare maggiore coinvolgimento. Una serie di eventi che contribuiscono alla promozione del territorio che è anche sinonimo di eccellenze enogastronomiche. Negli anni scorsi ci sono sempre stati momenti dedicati al tema, però come tutte le cose, si cresce. Il programma di quest’anno è stato ancora più ricco dal punto di vista gustativo”.

Photo credits: Francesco De Marinis

A Corato quando si parla di pasta c’è una voce che unisce tutti: quella della Pastificio Granoro, un’eccellenza a livello internazionale. Un passo ulteriori in avanti con la linea proveniente da grano 100% pugliese biologico. Si chiama Linea Dedicato ed è un modo per rassicurare il consumatore su un prodotto integro e salutare, importante per la dieta, simbolo dell’italianità e della Regione. Con lo chef Antonio Reale, re del padellone pugliese, sono state proposte due ricette, una in omaggio alla famiglia Bastianich dal sapore americano ma non troppo, l’altra ispirata all’orgoglio pugliese con tanto di salsiccia di cavallo e provola.

Quando si parla di carboidrati non si può prescindere dal comfort food per eccellenza, la pizza. Alimento su cui si potrebbe dibattere per ore, a Gusto Jazz è stata raccontata nella sua accezione contemporanea, ben diversa dalla classica espressione napoletana. Si chiama Contemporanea Pugliese e l’Italian Pizza Master Vincenzo Florio è tra i maggiori esponenti in materia. Anche in questo caso uno show cooking alla scoperta dei segreti che hanno reso la contemporanea non solo una combinazione di ingredienti, ma un vero e proprio stato d’animo da stendere a colpi di farina ed esperienza.

Photo credits: Francesco De Marinis

Un ensemble incredibile le due serate, proprio come farebbe un duo jazz. Se fare cibo è come comporre musica, l’abbiamo chiesto a tutti i protagonisti, Joe Bastianich compreso. A questa domanda, in conferenza stampa, ha risposto così “Non si può fare improvvisazione né in musica né col cibo, bisogna saper mettere insieme in modo ragionato ogni ingrediente come ispirazione, melodia, suoni, tecnica ed emozioni. Tutto questo può creare un brano e anche un piatto da mangiare”.

E pur riconoscendo la sacralità della cultura enogastronomica italiana, Bastianich invita tutti a prendersi un po’ meno sul serio, chiedendo, con ironia ovviamente, di derogare anche ad alcuni canoni del buon mangiare “Cappuccino dopo il branzino? Speriamo di no, ma non escludiamolo per chi proprio non può farne a meno. Dategli questo cappuccino e non rompete”. Senza mezzi termini, ma con il sorriso.

Photo credits Francesco De Marinis – al centro Alberto La Monica

Il cibo come musica per la bocca

Il cibo in ogni sua declinazione diventa gusto e diventa piacere, così come la musica. Ci chiediamo se serve una kermesse così grande e strutturata. La risposta è più che affermativa, soprattutto ora in cui il mangiare consapevole è fondamentale, così come ascoltare musica di qualità. Dal prossimo Gusto Jazz, secondo La Monica, dobbiamo aspettarci una coerenza con le passate edizioni, ma non solo: “non mancherà grande attenzione per ciò che il nostro territorio esprime con le sue eccellenze enogastronomiche a 360 gradi”.

Viva il Gusto, viva il Jazz!

Photo credits: Francesco De Marinis

Ferragosto: festeggiamolo con il Valdobbiadene Prosecco Superiore dell’azienda Merotto

Le dolci colline tra Conegliano e Valdobbiadene, avvolte da una luce dorata, sono un incanto per gli occhi e per l’anima. Con l’orizzonte punteggiato dalle vette innevate delle Dolomiti Bellunesi, l’atmosfera è intrisa di un’armonia naturale che avvolge ogni angolo di questa terra.

È qui che nascono le radici enologiche di Graziano Merotto – Azienda Agricola Merotto, protagonista silenzioso ma deciso nella scena del Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG.

L’esperienza inizia con un’accoglienza calorosa da parte della responsabile vendite Sonya Zanolla. Ci addentriamo in un viaggio nella Denominazione tra i comuni di Conegliano e Valdobbiadene, una terra selezionata dall’Unesco per la sua bellezza naturalistica. Questi terreni, composti da marne e conglomerati, sono il cuore dell’areale.

Il Prosecco, nome che evoca convivialità e leggerezza, è il protagonista del racconto: in un mondo in cui la velocità sembra regnare sovrana, il Prosecco si presenta come un sorso di autenticità e tradizione. Sebbene sia spesso paragonato alle bollicine francesi per numero di bottiglie, rappresenta un tesoro italiano apprezzato per la facilità di beva e la versatilità.

Un compagno ideale per le serate con gli amici, che nasconde anche un’anima ricca di sfumature, un’essenza che Graziano ha saputo catturare e interpretare con eleganza. Ringrazio Silvia Baratta, dell’Agenzia Gheusis Srl, per aver organizzato la visita in cantina. Incontri destinati a cambiare le sorti di una vita spesso accadono per caso, e così è stato per Graziano Merotto. Da giovane ragazzo inserito in una famiglia di agricoltori, ha sfidato le convenzioni e creduto nel successo di ciò che allora sembrava audace: produrre uno spumante Metodo Classico in terra di Valdobbiadene.

La cantina è un’affascinante casa storica che si erge con maestosità a mo’ di santuario di tradizione e innovazione. Graziano ha tracciato un sentiero illuminato dalla passione e dalla dedizione, determinato a rendere ogni sorso di Prosecco una sinfonia di gusto unica, con uno sguardo che attraversa i vigneti e si posa sulla cappella dedicata a San Martino.

La degustazione diventa un viaggio attraverso le varie sfumature del Prosecco. La Cuvée del Fondatore, omaggio al cinquantesimo della cantina, è una celebrazione di eleganza e maestria. Un Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Brut Millesimato 2020 frutto della selezione dei grappoli migliori, un’espressione del territorio che Merotto custodisce gelosamente.

La storia non si ferma qui. L’Integral Brut Millesimo 2022 e il Bareta Brut sono testimonianze della dedizione di Graziano Merotto. Ogni sorso svela un’armonia tra l’uva Glera e la terra, una danza di bollicine che esalta il palato.

E ancora vini sempre più interessanti come Casté, un Crù Extra Dry Millesimato 2022 ottenuto da un piccolo vigneto in cima alla collina dove un tempo sorgeva un Castello. La bottiglia trasparente con la confezione arancione è stata  sostituita da una nuova bottiglia più scura. Poi La Primavera di Barbara, dedicato alla figlia di Graziano e Colbelo Extra Dry. E poi ancora Grani di Nero Rosé Brut vinificato da Pinot Nero.

Il Prosecco ed in articolare quello proveniente da Valdobbiadene, è la quintessenza di un territorio, un’introduzione a una cultura, una poesia scritta con uve. Tuttavia, questa poesia è a rischio di banalizzazione, minacciata da prezzi troppo bassi e standard di qualità calanti. Graziano Merotto ha saputo resistire a questa tendenza, mantenendo saldo l’impegno verso la qualità. Tralasciando la facile corsa al profitto, ha scelto un cammino meno battuto, optando per una produzione di minor quantità ma di qualità superiore. I

Il Prosecco è una melodia che unisce o divide, ma indubbiamente è un simbolo dell’Italia nel mondo. Dai suoi vitigni coltivati tra le colline del Prosecco Superiore di Valdobbiadene D.O.C.G., nasce un’eleganza raffinata e autentica, cultura, essenza e passione che l’azienda Merotto ha trasformato in realtà.

Il Consorzio Tutela Vini Friuli Colli Orientali e Ramandolo festeggia le 50 candeline: momento giusto per un bilancio in vista delle scelte future

A volte per giungere a delle conclusioni positive bisogna guardarsi intorno, sviscerando il passato e il presente a testa alta e senza remore. Lo fa Matteo Bellotto, consulente del Consorzio Tutela Vini Friuli Colli Orientali e Ramandolo, fornendo alla stampa una sequenza di numeri e ricerche davvero impressionanti, di cui ogni attore in gioco dovrà imparare a tenerne conto.

Lo fanno i singoli produttori, consapevoli di ciò che non va, schiacciati a volte da logiche di mercato alle quali non è sempre facile reagire. Ovviamente non tutto è negativo, anzi. Il livello medio dei vini assaggiati durante il tour organizzato dal 12 al 15 luglio è risultato davvero interessante, non solo per le classiche versioni in bianco.

Una maggior autocoscienza di come la qualità debba essere creata partendo, in prima battuta, dalla scelta dei terreni vocati: non si può coltivare varietà così profondamente diverse, per espressioni e carattere, in un medesimo angolo di territorio. Serve, inoltre, maggior prontezza nell’applicare tecniche moderne di cantina, per garantire al meglio la conservazione di aromi e sostanze eleganti, marcatori fondamentali dell’intero areale.

Per il 50° anniversario, festeggiato con 3 anni di ritardo causa pandemia, il Consorzio ha anche elaborato un nuovo logo, il marchio che diventerà l’emblema rappresentativo per i prossimi anni. La spada è il simbolo di Cividale del Friuli – lo spadone del Patriarca Marquardo. La lama entra nel calice e affonda nella storia, come ogni vino sa essere storia, finezza, eleganza del gesto.

I numeri, sempre quelli, parlano della gestione complessiva di 3 DOCG e 5 sottozone, oltre una sesta (Savorgnano) in arrivo a breve. Vitati 28.800 ettari suddivisi per ben 26 varietà tra autoctoni e internazionali. Sono state mappate oltre 5400 vigne, considerando suoli, pendenze, esposizioni, escursioni termiche clima e precipitazioni meteorologiche. Dorsali moreniche, presenza di flysch, roccia sedimentaria clastica tipica di queste valli, argilliti, feldspati e quarziti. Una complessità non indifferente che fa del lembo orientale del Friuli uno dei terreni geologicamente più antichi d’Europa.

E poi l’incontro, finalmente, con i produttori dopo i saluti iniziali del Presidente Paolo Valle, visibilmente emozionato dalla folta presenza di giornalisti e operatori del settore provenienti da molte regioni italiane. Parlare con un viticoltore ha sempre un fascino intrinseco. Ascoltare la storia di ognuno, certamente talora ripetitiva per alcuni aspetti, ma ricca di emozioni e suggestioni che formano il pane quotidiano di chi abbia a cuore la professione del giornalismo enogastronomico.

È il caso del giovane Federico De Luca di Ronc dai Luchis e del suo racconto sul Refosco di Faedis: varietà dalle connotazioni diverse dal Peduncolo Rosso, dal Refosk e dal Terrano. Materiale genetico recuperato da vecchi impianti, anche per quanto concerne il Refoscone (o Berzamino), anch’esso appartenente alla nutrita famiglia dei refoschi e quasi scomparso. Tante le similitudini di questi vitigni con altri come la Croatina e la Bonarda, in particolare per quanto concerne il carattere speziato, sottile fil rouge alla base di ogni assaggio.

O come Germano Zorzettig, cognome popolare da queste parti, della cantina La Sclusa, con l’etichetta Friulano 12 viti frutto della ricerca e sperimentazione su ben 12 cloni di Friulano, le cui uve vengono vinificate separatamente per realizzare poi il giusto blend in funzione dell’annata.

O Bruna Passetti, titolare, assieme al marito, dell’azienda Flaibani che ha presentato la sua idea di Pinot Grigio Ramato semplicemente da urlo.

E perché no, l’edizione limitata 2014 di Friulano “L’Evoluto”, nomen omen, scelto da Paolo Rodaro e dalla vulcanica moglie Lara titolari della cantina Rodaro, dopo un lunghissimo (e altamente sensato) riposo tra legno e bottiglia per il vitigno principe del Friuli Venezia Giulia.

Le sorprese non finiscono qui, grazie al Merlot 2018 appetitoso e lunghissimo di Marina Danieli, già pienamente convincente nella proposta del Pinot Grigio targato 2020, elegante e dalla classe cristallina.

E del Sauvignon Blanc 2022 di Bastianich, dobbiamo ammetterlo, in grande spolvero, dimentico stavolta di soddisfare solo il gusto di quanto chiede mercato, al quale va comunque prestata massima attenzione per evitare di avere vini ottimi ma invenduti… Il compromesso si può e si deve fare.

Che dire, invece, della piccola realtà Valchiarò, nata nel ’91 per diletto come attività del dopolavoro da 5 amici torreanesi – Armando, Lauro, Emilio, Galliano e Giampaolo – e divenuta adesso una solida realtà. Ottimo il Friulano da 5 particelle, ma sorprendente e accattivante nel prezzo il Cabernet Sauvignon 2021 in purezza, da vigna singola.

Chiudiamo con un altro autoctono di lusso, davvero difficile da produrre per via di componenti tanniche irsute e mai dome, con acidità pronunciate: il Pignolo. Tralci di Vita lo propone nella spettacolare versione 2018, appagante e dal succo di mirtillo maturo.

La nostra visita termina a Cividale del Friuli, per un momento goliardico e rilassante affacciati sul Ponte del Diavolo. Fondata da Giulio Cesare con il nome di Forum Iulii, da cui viene il nome Friuli, nel 568 d.C. Cividale divenne sede del primo ducato longobardo in Italia e in seguito, per alcuni secoli, residenza dei Patriarchi di Aquileia. Questo patrimonio storico e artistico è stato riconosciuto dall’UNESCO.

ll Ponte del Diavolo è uno dei simboli, sospeso sul fiume Natisone e avvolto nella leggenda. Le due sponde erano unite, almeno dal Duecento, da un passaggio in legno, sostituito dopo diversi tentativi inconcludenti dal manufatto in pietra progettato da lacopo Dugaro da Bissone, che ne iniziò la costruzione l’anno 1442. I lavori, lenti e contrastati da avversità di varia natura, proseguirono cinque anni dopo sotto la guida di Erardo (o Everardo) da Villaco, già collaboratore del Dugaro, che forse era morto di peste o, secondo altre versioni, si era defilato senza onorare interamente i suoi obblighi contrattuali.

Deceduto il capomastro Erardo, era Bartolomeo delle Cisterne a ultimare l’agognato ponte, che in base ad un atto notarile sappiamo essere stato lastricato nel 1501 ed ancora nel 1558. Le sue estremità erano difese da torri, abbattute verso la seconda metà del secolo scorso. Lavori di restauro si sono succeduti nel tempo per mantenere in piena efficienza l’indispensabile passaggio, che doveva sopportare le piene impetuose del fiume.

Cividale del Friuli, città di frontiera, una volta estremo confine della Nato che separava l’Italia ed il blocco Occidentale da quello Orientale del Patto di Varsavia. La presenza dei militari cristallizzava ogni tentativo di libera impresa, soggetta all’inevitabile burocrazia attivata, a più livelli, a difesa dei confini nazionali. Anche di questo bisogna tener conto, nel bilancio complessivo di ciò che hanno vissuto i produttori locali, in vista di un futuro luminoso ambito e in qualche modo meritato.

Una vera pacificazione, forse, ancora manca.

Romagna: l’alluvione ha unito AIS e Slow Food in una cena solidale di beneficenza per la raccolta fondi

L’alluvione è finita ma la solidarietà no: è questo il motto scelto per la cena solidale nata dalla collaborazione di Slow Food condotta di Forlì e AIS Delegazione Forlì, svoltasi giovedì 3 agosto presso l’azienda agricola Calonga.

Sono passati più di due mesi dalla tremenda catastrofe che ha colpito la Romagna, lasciandola immersa nel fango per parecchie settimane. Grazie all’impegno di tutti, le città Romagnole sono velocemente ritornate alla normalità; una normalità agognata che ha però la colpa di farci dimenticare in fretta quanto accaduto.

Un menù a più mani, composto da piatti preparati con materie prime di qualità provenienti da alcune delle aziende del territorio direttamente coinvolte dalle recenti frane (azienda agricola I Mät ad Sgùn, azienda agricola Giorgini, azienda agricola Tirli, Podere le Campore), sapientemente abbinati dai sommeliers di AIS Romagna coi vini dell’azienda agricola ospite, Calonga, di Maurizio Baravelli.

da sinistra Matteo, Francesco e Maurizio Baravelli dell’azienda agricola Calonga

20Italie era lì per voi per raccontarvi da vicino come “l’unione fa da sempre la forza”.

I commensali vengono accolti con un aperitivo in piedi, un pane “speziato” saltato in padella con timo rosmarino e aglio, qualche pomodorino fresco di Calonga (non sono solo vignaioli…) e il loro Baldàn, un metodo classico brut con quasi 5 anni sui lieviti, sapientemente assemblato unendo sangiovese vinificato in bianco e bombino bianco (localmente conosciuto come pagadebit) in parti eguali.

La ricca tavolata inizia a colorarsi di cibo appena viene servito l’antipasto, il tonno di coniglio, un lessato di coniglio con erbe aromatiche, condito con olio evo e spezie. La prima portata è composta da bucatini al ragù bianco con scalogno romagnolo (pasta rigorosamente home made di farina di semola rimacinata e trafilata al bronzo). Entrambe le pietanze accompagnate da L’Azzurro, un freschissimo Romagna DOC Pagadebit.

Arriviamo al pezzo forte, il “coniglio saporito”, un piatto che vinse il Premio Marietta 1997, riconoscimento istituito in nome della fedele cuoca governante di Pellegrino Artusi. A questo piatto vincente, viene abbinato il Bruno, simpaticissimo ed estivo Romagna DOC Sangiovese dal colore rosso tenue, e dalla quasi assenza di tannino.

Si chiude la cena con le tradizionalissime ciambella e crostata Romagnole, e l’altrettanto tradizionale Albana Dolce.

da sinistra Caterina Valbonesi Delegato AIS Forlì e Antonella Altini fiduciaria Slow Food Condotta di Forlì

Durante la serata le due Organizzazioni enogastronomiche si sono inventate una lotteria con premi in bottiglie di vino del territorio, cortesemente donate dal Consorzio Vini di Romagna.

Ed ha funzionato: sono stati ben 1.120 euro i fondi raccolti consegnati nelle mani della Parrocchia di Don Felice in modo da essere devoluti alle famiglie più in difficoltà.

Il commiato è avvenuto non prima di aver degustato anche tutti gli altri vini di Calonga, in particolare, Zenaide, Chardonnay che fermenta in barriques; e poi “7” Romagna DOC Sangiovese Superiore Riserva prodotto solo in particolari annate (quella in degustazione era una sorprendente 2017, anno dove pochi sono riusciti a far bene) e due Vermouth, BV Bianco e BV, nati dalla collaborazione col noto profumiere Baldo Baldinini.

Montefalco Green: esperienza “sostenibile” alla scoperta del territorio del Sagrantino

Il 14 e 15 giugno il Consorzio Tutela Vini Montefalco ha organizzato un press tour con l’intento di promuovere una declinazione ecologica del turismo in cantina e di valorizzare la produzione vinicola di una terra unica, “verde” per definizione.

Recentemente Il Consorzio, aderendo a Wine in Moderation, il principale programma di responsabilità sociale del settore, ha confermato l’impegno a praticare la sostenibilità, in modo etico e coerente. i territori di produzione delle Denominazioni di Origine Spoleto, Montefalco e Montefalco Sagrantino si contraddistinguono, infatti,  per l’attenzione a ridurre sempre di più l’impatto ambientale.

Montefalco Green ha voluto proporre un modo sostenibile per approcciarsi al mondo del vino, alla scoperta di vini, delle cantine e delle denominazioni, attuando una conversione ecologica del modo di concepire l’enoturismo: i giornalisti e bloggers intervenuti hanno potuto sperimentare bici e auto elettriche, le “Sagreentino”, per spostarsi lungo le strade del comprensorio di Montefalco, in visita alle cantine aderenti al progetto. Questi mezzi  propongono una mobilità lenta, nel rispetto appunto del territorio, che viene solo “sfiorato”: a questo proposito il Consorzio Tutela Vini di Montefalco ha stipulato un accordo con Enel X e sono stati già stati attivati 12 punti di ricarica in 6 cantine, in attesa di raggiungere quota 15 infrastrutture in altrettante aziende.

 

Il punto cardine del Consorzio è quello di proporre strategie innovative sempre nel rispetto della sostenibilità ambientale. Da tempo è già operativo il progetto Grape Assistance, un nuovo modello di assistenza tecnica per la gestione sostenibile del vigneto, applicato dal 2017 in tutta la regione Umbria.

Inoltre, molte aziende hanno aderito al New Green Revolution con lo scopo di installare impianti fotovoltaici e caldaie a biomassa per la riduzione del gas serra e ad Agroforestry , ovvero l’allevamento di avicoli e le lavorazioni con i cavalli nei vigneti.

La quota di aziende che praticano agricoltura biologica certificata o sono in conversione è salito al 31%; un dato che è sicuramente in aumento, che candida i territori di Montefalco e Spoleto a essere una delle aree vinicole più “green” dell’Italia.

L’evento è stato organizzato in modo impeccabile, nonostante la variabile del meteo che non ha certo assistito i partecipanti.

Il percorso con la green car ha toccato per prima l’azienda Romanelli, dove Devis ha raccontato la storia della famiglia, iniziata nel 1978, quando suo nonno e suo padre decisero di creare l’azienda agricola sul Colle di San Clemente a Montefalco. La biodiversità è rispettata nella scelta di dedicare 8 ettari alla vigne e 12 all’olivocoltura dei circa trenta posseduti, tutti condotti in regime biologico.

Durante la degustazione, accompagnata da quella dell’olio prodotto dagli stessi Romanelli (da ben quattro varietà quali leccino, frantoio, san Felice e moraiolo), abbiamo assaggiato Le Tese, da uve Trebbiano Spoletino provenienti da un vecchio vigneto, che ha ancora le viti maritate agli alberi. Poi il Terra Cupa Montefalco Sagrantino lasciato maturare a lungo in botti di rovere di diverse grandezza, ottenuto dalla parte più argillosa e calcarea del vigneto del Colle ove sorge la cantina e infine Medeo Montefalco Sagrantino prodotto solo nelle annate eccezionali, dedicato ad Amedeo Romanelli, che fu il primo a imbottigliare il vino di famiglia.

La seconda realtà del comprensorio visitata è stata Agricola Mevante, cantina di recente costruzione con una elegante e luminosa sala degustazione: Paolo e Antonella Presciutti hanno fatto diventare la loro passione un lavoro e la produzione si attesta per ora sulle 60.000 bottiglie. Abbiamo assaggiato Birbanteo sur lie da Trebbiano Spoletino e un rosato ottenuto da uve Sagrantino coltivato in vigneti nel comune di Bevagna impiantati da circa vent’anni.

Tra un temporale e l’altro siamo arrivati all’ora di pranzo alla cantina La Fonte: una realtà nata a Bevagna all’inizio del ‘900 grazie al bisnonno Angelo e che col passare del tempo è stata divisa tra i figli. Negli anni novanta del secolo scorso, Guido, da sempre appassionato di agricoltura decise insieme alla moglie Patrizia, di avviare lì attività producendo olio e vino. Il nome “la fonte” deriva dalla sorgente naturale ancora visibile, nascosta nel bosco a pochi passi dell’agriturismo.

L’incontro con Bevanato, macerato sulle bucce per una decina di giorni, è stato spettacolare: un tripudio di frutta matura a polpa gialla e tropicale, freschezza e chiusura sapida, grande bevibilità e piacevolezza. Amorosa è  il rosè ottenuto da Sangiovese raccolto anticipatamente e Cabernet Sauvignon. Profumato, fragrante, succoso. Si è proseguito con l’assaggio del Montefalco Rosso e del Montefalco Sagrantino, entrambi di notevole qualità.

Nel pomeriggio, riprese le Sagreentino Car il gruppo si è diretto alla Fattoria Colsanto, di proprietà della famiglia Livon del Friuli Venezia Giulia e che nel 2001 ha voluto investire in questo bellissimo territorio, ristrutturando un casale del ‘700 e acquisendo circa 20 ettari impiantati tra Sagrantino, Sangiovese, Montepulciano e Merlot.

Un viale costeggiato da cipressi conduce all’ingresso della struttura, che comprende anche un agriturismo: dopo la visita in cantina, l’enologo ha illustrato i vini in degustazione, focalizzando il nostro interesse sul Cantalupo proposto in diverse annate: un vino ispirato al bianco pluripremiato dell’azienda madre, ottenuto da Trebbiano Spoletino coltivato nel territorio di Bevagna e affinato in legno. Abbiamo poi assaggiato un ricco tagliere con salumi e formaggi prodotti localmente e finito un’esperienza molto interessante  con il servizio del Montefalco Sagrantino.

Ultima realtà raggiunta dal tour è stata Briziarelli: i lavori per la costruzione della cantina, vero gioiello architettonico, sono iniziati nel 2012 e la struttura domina i 50 ettari posseduti, di cui 22 vitati. Qui vengono coltivate le varietà autoctone ed è stato scelto uno stile di vinificazione tradizionale.

In degustazione Sua Signoria, un Trebbiano Spoletino che dopo la fermentazione matura in legno e Anthaia, il rosato ottenuto dalle uve a bacca nera coltivate in azienda. Abbiamo proseguito sui rossi con Rosso Mattone Montefalco Rosso Riserva e, infine, il Montefalco Sagrantino, intenso, potente e strutturato.

La giornata si è conclusa con la cena di gala ospiti, della cantina del presidente del Consorzio Tutela Vini Montefalco Giampaolo Tabarrini, al quale sono intervenuti i produttori tra cui Filippo Antonelli di Antonelli San Marco, Paolo Romaggioli enologo di Terre De la Custodia  e Liù Pambuffetti di Scacciadiavoli, dove gli ospiti hanno potuto proseguire al tavolo gli assaggi, serviti dai sommelier AIS, dei vini di questo luogo magico, dove tutto riesce a emozionare e a lasciare ricordi indelebili nella memoria.

Un ringraziamento, infine, a MG Logos per l’invito e la splendida opportunità di conoscere Montefalco e le sue produzioni.

Garda Doc: i numeri vincenti del vino dal Lago più grande d’Italia

Il Lago di Garda, già destinazione turistica nota in tutto il mondo, vuole spiccare il volo come Garda Doc.

Tirando le prime somme, ciò che colpisce sono i grandi numeri da spendere sul mercato e un suolo unico da raccontare, anche attraverso la neonata carta dei suoli. Insomma, il calice di Garda Doc si proietta verso una scelta d’appeal per il consumatore non più solo vacanziera.

Una strada in salita

Partita come Denominazione orientata all’immediato consumo, con gli anni ha saputo rendere sempre meglio l’idea di un territorio così particolare, dai connotati mediterranei. I confini si circoscrivono alle sponde lombarde e venete – le più produttive dal punto di vista commerciale e gustativo – e si fa forza sul distretto turistico del Lago di Garda.

Dagli anni Novanta qualcosa in avanti si è mosso, precisamente nel 1996 quando il percorso verso il Consorzio volontario ha avuto il suo inizio. Promuovere al meglio i varietali della Riviera Bresciana, Alto Mantovano e Veronese, è stato infine l’obiettivo concretizzato nel 2016. In quest’anno di svolta sono state fatte importanti scelte di mercato in grado di raccogliere il favore dei consumatori esteri, ma soprattutto quello degli italiani. Per farlo le bollicine sono venute in soccorso: Una scelta premiante quella di inserire in disciplinare la tipologia Spumante Bianco.

Sull’onda di questo successo sono stati molti i produttori che hanno scelto la via dell’unione, arrivando, vendemmia dopo vendemmia, a toccare la cifra annua di circa 20 milioni di bottiglie, quasi la massima produttiva.

Un po’ di numeri

Garda Doc esprime numeri importanti che fanno la differenza: oltre 153.000 hl di vino imbottigliati nel 2022, di cui un terzo da Chardonnay. A seguire il Pinot Grigio e la Garganega con 30.000 ettolitri. Una denominazione a trazione bianchista, ove non mancano i rossi da Cabernet Sauvignon e Merlot. La sfumatura giusta da dare al territorio, senza dimenticare l’autoctono principe che si esprime con il Marzemino. Una varietà da cavalcare in fase di riscoperta delle proprie radici enologiche.

Tra i complici di questi enormi numeri c’è certamente il turismo lacustre che assorbe le maggiori quantità di vino prodotto, soprattutto quando si parla di vini da consumare per un aperitivo o una cena. Ma come comunicarlo al meglio? Partendo dal terroir e andando ancora più a fondo, arrivando fino ai suoli.

Chiamatela “pedodiversità”

Dai grandi nomi ai più piccoli che si fanno forza sul brand Garda Doc, il bisogno di far conoscere il vino gardesano si è fatto maggiormente pressante, non soltanto per le esigenze di vendita. Per questo tra le attività di ricerca che il Consorzio Garda Doc mette in campo, c’è quello di spiegare, una volta per tutte, le potenzialità vitivinicole del lago partendo da milioni di anni or sono. La carta dei suoli è arrivata al culmine di un lavoro di rebranding. A occuparsene è stato Giuseppe Benciolini, con il suo brand Terroir2wine. La presentazione è avvenuta l’8 giugno presso l’Auditorium del Vittoriale a Gardone Riviera (BS).

Durante l’occasione, è stato coniato il termine “Pedodiversità” che offire l’essenza stessa del territorio “Ho coniato un nuovo termine per esprimere al meglio ciò che costituisce l’aspetto più caratterizzante della denominazione Garda DOC e la sua sorprendente varietà di suoli – afferma Benciolini – La pedodiversità appunto. Questo territorio, infatti, racchiude al suo interno diversi tipi di suolo che sono a loro volta derivati dalla grande varietà di processi geologici e di modellamento geomorfologico che hanno interessato il continente negli ultimi 200 milioni di anni.

Il Presidente del Consorzio Garda Doc Paolo Fiorini saluta con favore il documento frutto di studi e ricerche che il Consorzio promuove, affinché si generi maggiore attenzione sull’areale. “Questo lavoro, frutto di diversi studi promossi dal Consorzio, non solo testimonia il continuo impegno e attenzione del Consorzio Garda DOC nel campo scientifico, ma incarna anche i valori e lo spirito di innovazione da noi utilizzati per realizzare un documentario dal taglio prettamente divulgativo”.

Un’opera scientifica resa fruibile con un video nell’ottica dell’enoturismo maggiormente consapevole, al passo con il consumatore diretto verso l’enogastronomia di qualità e che, a ragion veduta, muove quasi il 60% dei viaggiatori italiani a caccia del Made in Italy e di un proprio stile di vita. Una tendenza da cavalcare in maniera consapevole.

Garda Doc consente di arrivare in mercati che i singoli produttori aderenti non avrebbero mai potuto conoscere. Una visione comune, commerciale e strutturata, in grado di rendere giustizia a un territorio che conta 31.000 ettari vitati.

I progetti della denominazione

Parallelamente alla tutela e promozione dei vini, il Consorzio si impegna perché possa di fatto rappresentare un supporto verso gli utilizzatori della Denominazione in ottica di controllo e costante ricerca, volto a un miglioramento complessivo. Un viaggio alla riscoperta di sé stessi, delle proprie origini, che hanno reso il vino competitivo e ben apprezzato all’estero, con volumi di vendite pari al 70%. Germania in prima battuta, poi Regno Unito e Svizzera. Una cifra scindibile in due categorie, vini da Grande Distribuzione e da canali Ho.Re.Ca. I primi comprendono essenzialmente bianchi d’annata, mentre i rossi con Cabernet Sauvignon e Merlot, raccolgono apprezzamenti nel settore ristorazione e hotellerie, perché competitivi con quelli dei “cugini stranieri” per qualità organolettiche e fascia prezzo.

Continueremo a lavorare, è far capire il ventaglio di opportunità che questa DOC può offrire, muovendoci parallelamente e mai in contrasto con le denominazioni storiche del territorio – A dirlo è Carlo Alberto Panont – Direttore del Consorzio Garda Doc – La denominazione mira a mettere tutti gli utilizzatori in condizioni di sfruttare al massimo quello che questo areale può dare”.

L’affinamento subacqueo dei vini: solo una “bolla” di profondità o c’è del vero? Ne parliamo con Marco Bacci ed il suo Talamo a Mare

Non ci nascondiamo mai e non lo faremo neanche stavolta parlando di un argomento alquanto delicato degli ultimi tempi: l’affinamento subacqueo dei vini.

Lo facciamo con un imprenditore dalla visione a dir poco lungimirante, Marco Bacci, le cui prodezze in campo vitivinicolo (dopo quelle dell’alta moda), hanno raggiunto vertici assoluti di eccellenza e qualità. Di lui, e del sogno nato in una delle cantine del Gruppo, quella di Terre di Talamo, ce ne ha già parlato la collega Augusta Boes nell’articolo Toscana: “Talamo a Mare” il bordolese di profondità.

Ciò che invece cercheremo di affrontare quest’oggi con il Direttore di 20Italie Luca Matarazzo e l’autore Alberto Chiarenza, è il tema scottante dello sdoganamento di una pratica divenuta ormai materia d’uso comune.

La sosta del vino in bottiglia, a profondità e condizioni determinate, può influire realmente sulla sua maturazione o resta confinata nei canoni di una semplice pratica commerciale?

Bene o male purché se ne parli dicevano ai tempi della Prima Repubblica; non vogliamo limitarci a un ostracismo incondizionato, ma anzi cercare di aprire gli occhi su un movimento in crescita e in totale fermento (mai termine fu più azzeccato).

Si attendono i risultati imminenti del lavoro pionieristico compiuto da una giovane start-up siciliana, grazie all’appoggio incondizionato dei brand Benanti e Passopisciaro, con il progetto Orygini in collaborazione con l’Università di Catania. Un controllo meticoloso e costante suddiviso in 14 parametri effettuato per durate variabili dai 6 ai 24 mesi su un campione di bottiglie immerse a 48 metri di profondità nei pressi dell’Area Marina Protetta Isole dei Ciclopi, tra Aci Trezza e Aci Castello. Per intanto dobbiamo accontentarci di uno studio già pubblicato dalla società Lyfe Cicle engineering sull’importante riduzione di CO2 (per 1000 bottiglie circa 680 kg) e sul risparmio di risorse energetiche e logistiche.

Al resto manca una nostra valutazione empirica per comprendere le effettive potenzialità, contando sulla correttezza e buona fede degli attori in gioco, elemento essenziale per scrivere un articolo. Lo faremo nel confronto di due annate, la 2018 e 2019, degustate in parallelo tra affinamento classico e affinamento marino.

Il vino di punta di Terre di Talamo, è un blend di quattro vitigni in pari percentuale di Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Syrah. Il desiderio era quello di realizzare un Supertuscan, riuscito davvero bene. I quattro vitigni risultano integrati e si percepiscono, di ognuno, le sue peculiarità. Ma Marco Bacci è anche amante del mare, navigante e sommozzatore con esperienze in ogni angolo del mondo, e in una occasione, dopo aver lasciato alcune bottiglie di Talamo nella sentina della sua barca, decide di stapparne una accorgendosi della differenza nell’evoluzione del vino. Si chiede, esattamente come noi, cosa farà migliorare la qualità del prodotto e, andando per tentativi, trova la quadra giusta a 35 metri sotto il livello del mare.

L’annata 2018 ritornerà alla luce dopo due anni, insieme alla 2019 che è rimasta tra le creature marine per la metà del tempo. E’ così che da una linea, ne sono state create due. Stesso vino, ma affinamenti completamente diversi. Talamo matura in cantina e Talamo a Mare, appunto, sul fondale marino in una zona che si trova tra il Monte Argentario e l’Isola di Giannutri.

Le nostre valutazioni finali

Diciamo subito che il prodotto è di una qualità straordinaria già prima di scegliere il suo percorso finale in bottiglia. Si percepiscono lievi differenze solo nella tonalità del colore, più scuro e intenso quello da affinamento subacqueo.

Per il resto, nella 2018 non segnaliamo altre particolarità: i vini sembrano quasi identici nelle loro espressioni organolettiche. Forse più verde e tagliente il Talamo a Mare, che denota, in prospettiva, maggior possibilità di resistere al tempo.

Nella 2019 le diversità si acuiscono, con la versione classica declinata su sensazioni boisée e quella proveniente dai fondali marini molto verticale e sanguigna. Annotiamo, infine, che nel calice le sfumature diventano sottili con il passare dei minuti, andandosi a riequilibrare pian piano con la giusta attesa. Sintomo che le basi solide emergono sempre, come i cavalli di razza. Nella verve iniziale probabilmente conta la variazione di maturazione, ma nella lunghezza di bocca dei due prodotti, in entrambe le annate, tutto sembra coincidere. L’unica cosa è il prezzo, triplicato nella versione da affinamento subacqueo, anche per l’esiguo numero di bottiglie.

Ringraziamo il padrone di casa Marco Bacci per essersi sottoposto al vaglio della stampa con la stessa voglia di apprendere e di trovare risposte. Speriamo di confrontarci con lui nuovamente in futuro, magari con i primi dati scientifici disponibili al mondo, per sdoganare finalmente la filosofia degli underwater wines.