Chianti Docg: “La Rivoluzione a Montespertoli”

Quando si pensa che della Toscana si sa ormai tutto si rischia di incorrere in un errore, perché sono ancora molte le realtà dormienti che godono di una antica tradizione vitivinicola e che sono in fase di risveglio e riscossa. Una di queste è quella del Chianti Docg realizzato a pochi chilometri da Firenze, nella sottozona ricadente nel comune di Montespertoli. Un distretto storico che sembrava ormai rilegato ad essere dimenticato, rivive oggi un progetto rivoluzionario in cui i vini mirano a risalire la faticosa via del successo dei grandi vini toscani.

La “Rivoluzione”

Alla sua seconda edizione di “La Rivoluzione a Montespertoli”, presentato dall’Associazione Viticoltori di Montespertoli, l’evento unisce 17 aziende eco-sostenibili con una visione comune di valorizzare uno dei terroir vinicoli più sottovalutati della Toscana. A guidare la pacifica rivoluzione è Giulio Tinacci, di soli 30 anni, da due anni Presidente dell’Associazione che lui stesso ha ideato, che sottolinea il ruolo di garanzia dell’autenticità del prodotto attraverso un patto tra viticoltori. Giovane ingegnere, cresciuto tra i vigneti di famiglia della cantina Montalbino, ha sviluppato in breve la consapevolezza di chi vuole rompere gli schemi per uscire dall’anonimato e far conoscere una realtà che ha tanto da raccontare.

Tra le splendide colline del territorio di Montespertoli, Giulio alleva vitigni autoctoni della tradizione vitivinicola toscana: Sangiovese, Fogliatonda, Canaiolo, Colorino, Trebbiano Toscano e Malvasia Bianca del Chianti. Le sue idee sono state sposate con entusiasmo dagli altri sedici produttori, ottenendo il patrocinio del Comune di Montespertoli fin dalla prima edizione. Il sindaco Alessio Mugnaini ha ribadito l’orgoglio della città nel sostenere aziende motivate che promuovono il territorio non solo durante questo evento, ma durante tutto l’anno.

Le Masterclass

Domenica 12 novembre 2023, il Museo della Vite e del Vino ha aperto le porte agli appassionati di vino, stampa e operatori per assaporare i vini dell’associazione con banchi d’assaggio. L’esplorazione approfondita delle sfumature del vino di Montespertoli, guidata dall’esperto di vini Bernardo Conticelli, in una masterclass molto professionale, è stata uno dei momenti salienti. La giornata si è conclusa con la cena organizzata al Podere dell’Anselmo, dove sono stati presentati piatti tipici del territorio con materie prime a chilometro zero, in abbinamento ai vini dei produttori del Consorzio.

Lunedì, sempre presso il Museo del Vino in Montespertoli, l’Associazione ha organizzato una degustazione guidata da Giampaolo Gravina, uno dei critici più apprezzati a livello nazionale. Gravina riconosce la rottura con la tradizione nel nuovo percorso di Montespertoli, affermando: “Mai come oggi il vino di questo territorio è delineato da un carattere contemporaneo. Rivendicando la centralità del viticoltore dal vigneto alla bottiglia, sta conferendo a tutta l’area una collocazione non più subalterna ma con una prospettiva da protagonista.”

Le cantine presenti

Podere all’Anselmo, Tenuta Barbadoro, Fattoria di Bonsalto, Tenuta Coeli Aula, Fattoria La Gigliola, Le Fonti a San Giorgio, Podere Ghisone, Podere Guiducci, Fattoria La Leccia, La Lupinella, Montalbino, Tenuta Moriano, Fattorie Parri, La Querce Seconda, Tenuta Ripalta, Castello di Sonnino e Valleprima.

Visita all’Acquedotto Campano Sorgente del Torano

Visita consentita grazie allo Staff Tecnico Amministrativo Impianti e Reti del ciclo integrato delle acque di rilevanza regionale

L’acqua è vita. Lo sanno benissimo le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo, quando scarseggia nel soddisfare il fabbisogno quotidiano per alimentarsi. Sì, perché l’acqua è essa stessa un alimento indispensabile alla sopravvivenza; il movimento survivalista affermava che possiamo stare 3 minuti senza aria, 3 giorni senza acqua e ben 3 settimane senza cibo.

Si comprende il senso dell’importanza strategica di avere una rete strutturale pubblica in cui le perdite vengano ridotte al minimo. A ciò bisogna aggiungere il rispetto che ognuno di noi deve avere per un bene di primaria importanza, facilmente deperibile e contaminabile.

Le risorse del pianeta Terra non sono infinite e l’Acquedotto Campano Sorgente del Torano è un fulgido esempio di come si possano evitare gli sprechi sfruttando le antiche costruzioni borboniche, migliorando la qualità complessiva degli invasi e delle tubazioni di affluenza e sanificando le stesse con piccole percentuali di sostanze clorate per rendere il liquido potabile fino ai rubinetti delle nostre case.

Due le sorgenti – Torano e Maretto – che attraversavano Piedimonte Matese, con un impatto ambientale mitigato proprio dall’Acquedotto, presidio anche contro le sicure esondazioni che un clima ormai impazzito amplifica per frequenza e onda distruttiva.

La Sorgente del Torano ha, a seconda della stagione, una portata variabile tra i 1.000 ed i 2.800 l/s
Mentre la Sorgente del Maretto ha, a seconda della stagione, una portata variabile tra i 600 ed i 1.200
l/s. Dalla Sorgente Torano (circa 200 m slm) parte il percorso dell’Acquedotto Campano. Presso la Centrale Torano vi confluiscono le acque della Sorgente Maretto e presso la vasca di riunione in località Madonna del Bagno (circa 190 m slm) a Gioia Sannitica le acque provenienti da Bojano (Sorgenti Santa Maria dei Rivoli, Pietrecadute e Rio Freddo), ovvero dal versante molisano del Matese.

L’Acquedotto arriva così a portate di punta di circa 6.000 l/s. Da qui, per circa 30 km, una serie di opere gallerie, canali sotterranei, ponti canali, sifoni, due attraversamenti del fiume Volturno – conducono
le acque, sfruttando il solo dislivello e senza impianti di sollevamento, al Nodo di San Clemente (presso Caserta, circa 170 m slm), da cui si diramano oltre 20 Km di condotte che attraversano la pianura campana fino ai serbatoi che alimentano Napoli, le aree flegrea e vesuviana e – tramite una condotta sottomarina – le isole di Procida ed Ischia.

Lo Staff addetto alla gestione dell’acquedotto ha aperto le porte a 20Italie di questo prodigio d’ingegneria idraulica ben custodito dall’Amministrazione Pubblica della Regione Campania.

Un esempio finalmente virtuoso di come sappiamo fare le cose per bene al pari, se non meglio di tante altre realtà. Numeri alla mano si intende. Un ringraziamento particolare anche alle associazioni Viatoribus e Love Matese per averci insegnato che territorio e cura dello stesso sono fattori inscindibili per il futuro.

Il ritorno a Fontodi: eccellenza del Chianti Classico e rispetto del territorio nel segno del Gallo Nero

Flaccianus Pagus era l’antico nome del borgo rurale di Panzano, frazione di Greve in Chianti. Da qui prende il nome il Flaccianello della Pieve, forse l’etichetta più nota e riconoscibile dell’Azienda Agricola Fontodi, per l’immagine di una croce in stile longobardo-cristiano, cippo originale in pietra arenaria rinvenuto nelle vigne dell’azienda e conservato nella Pieve romanica di San Leolino.

Panzano e la “Conca d’Oro”

Un’azienda che rivisitiamo con estremo piacere, per raccontare l’etichetta che rimarca il legame fortissimo tra territorio e confini del Chianti Classico, attiva a Panzano dal 1968 ad opera della Famiglia Manetti, oggi guidata da Giovanni Manetti attuale Presidente del Consorzio Vino Chianti Classico (rimando all’articolo del collega Adriano Guerri: Fontodi: la magia del Sangiovese in purezza nel cuore del Chianti Classico). Ben 110 ettari di vigne, di cui il 95% a sangiovese, contenute prevalentemente in quell’anfiteatro naturale denominato Conca d’Oro, che a sud del borgo di Panzano  si estende fino a raggiungere il fiume Pesa ed è delimitato a est da San Leolino.

Qui un tempo, a godere del clima ideale e dell’irraggiamento solare erano le coltivazioni di grano (da cui il nome), ora che invece la vite ha trovato il suo luogo d’elezione naturale, il significato di Conca d’Oro assume una valenza prevalentemente legata ai caratteri di qualità microclimatica. È Silvano Marcucci, storico collaboratore della Famiglia Manetti, a raccontarci Fontodi, partendo proprio dalle vigne, visibili con un unico colpo d’occhio dal cortile dell’Azienda e racchiuse in questa culla naturale che, complice la luce nitida di un nuvoloso fine ottobre e il principio di foliage delle vigne, nel pomeriggio della nostra visita irradia suggestivi bagliori dorati.

L’azienda a misura d’uomo

“Siamo artigiani”, Silvano ci tiene a ribadirlo sin da subito. E anche se questo termine potrebbe confliggere con la notorietà internazionale e il plauso ormai unanime della critica, Silvano ricorda come prima di tutto si debba mirare a produrre il “vino giusto”, che sia non solo piena espressione del terroir, ma soprattutto sostenibile per il territorio: la porzione di vigna immediatamente davanti a noi è stata rifatta con pietre di recupero seguendo la tecnica del terrazzamento, più rispettosa dell’ambiente. Ma d’altronde Panzano è biodistretto vitivinicolo, il primo costituitosi in Europa nel 1995, inizialmente con soli undici produttori, oggi diventati ventitre su un’estensione di oltre settecento ettari. Fontodi dunque opera in regime biologico, attribuendo a questo termine una profondità di significato che va oltre i dettami di legge, legato al rispetto dell’intero ecosistema del territorio e la classifica come un’azienda a ciclo chiuso.

“L’uva nasce nella terra e ritorna nella terra” è uno dei principi di Giovanni Manetti: ecco perché il cumulo di vinacce che ci accoglie al nostro ingresso nei locali di vinificazione non verrà conferito a nessuna distilleria. La famiglia Manetti infatti è anche proprietaria di un allevamento di Chianina, settanta capi di una razza autoctona del Centro Italia, che negli anni Settanta rischiava l’estinzione. Il letame ottenuto dall’allevamento, insieme agli sfalci e alle vinacce viene utilizzato in vigna come compost nel periodo tra novembre e marzo, in alternanza a interfile con favino, orzo ed erba spontanea.

Attualmente Fontodi produce una media di 350 mila bottiglie all’anno, suddivise su otto etichette: Flaccianello della Pieve (Sangiovese 100%), Vigna del Sorbo Chianti Classico Gran Selezione; Terrazze San Leolino Chianti Classico Gran Selezione, Fontodi Chianti Classico (Sangiovese 100%), Filetta di Lamole Chianti Classico (Sangiovese 100%), Case Via Pinot Nero Colli della Toscana Centrale IGT (Pinot Nero 100%); Case Via Syrah Colli della Toscana Centrale IGT (Syrah 100%), Meriggio Colli della Toscana Centrale IGT (Sauvignon 90%; Trebbiano 10%).

La Cantina

La cantina è nata in due tempi a partire dal 1997. I locali si dislocano su tre livelli (vinificazione, maturazione, imbottigliamento) per avvalersi della sola forza di gravità, al fine di evitare ogni tipo di stress all’uva, la cui raccolta, in periodo di vendemmia, è esclusivamente manuale. Prima di avviare la fermentazione, l’uva viene selezionata a mano e diraspata. I silos in acciaio e i tini tronco-conici, per una capacità totale di 5000 ettolitri, sono utilizzati per vinificare separatamente le varie vigne: la fermentazione con macerazione è avviata da lieviti indigeni e dura dalle 4 alle 5 settimane, con controllo della temperatura.

Un discorso a parte meritano le anfore d’argilla presenti in cantina, tutte fatte a mano da un artigiano locale. La manodopera di ciascun pezzo richiede tre mesi di lavoro, tra modellazione dell’argilla, essiccazione, cottura e lisciatura finale- interna ed esterna- con pelli di daino, per ridurne al minimo la porosità. Vengono utilizzate per una selezione di acini di Sangiovese che vi rimangono in fermentazione, macerazione e maturazione per nove mesi consecutivi. Successivamente alla pressatura, il vino è nuovamente posto in anfora per sette mesi. Il prodotto che se ne ottiene viene miscelato, nella misura di circa il 2%, al vino maturato in barrique atto a divenire Flaccianello. Una sorta di liqueur d’expedition, lo definisce Silvano. A tutti gli effetti una firma che denota lo stile della cantina e serve ad esaltare il frutto del Sangiovese in finezza ed eleganza.

Al livello sottostante i locali di vinificazione, c’è il locale di botti e barrique. Tutti i vini Fontodi fanno passaggio in legno: a seconda dell’etichetta prima botte e poi barrique o viceversa, per un totale che va dai diciotto ai ventiquattro mesi. Le barrique, esclusivamente di rovere francese di media o leggera tostatura, sono utilizzate nuove e fino a un massimo di tre passaggi. Una volta dismesse, vengono riutilizzate per la creazione di mobili e oggetti d’arredo. Il locale dei legni viene tenuto a umidità e temperatura controllata tra dicembre e aprile per permettere l’avvio della malolattica. Durante la sosta in legno il vino subisce solo travasi, due volte all’anno. Terminiamo la nostra visita nei locali d’imbottigliamento, operazione che avviene per caduta. A seconda delle etichette, i vini affinano in vetro dai tre ai dodici mesi, prima di uscire sul mercato.

Il locale si articola attorno a un piccolo cavedio circolare, completamente rivestito di vetro, al cui centro si erge un leccio, l’albero più rappresentativo del patrimonio arboricolo e boschivo del Chianti, a ribadire ancora una volta lo stretto legame col territorio e il suo ambiente.

I Vini

Filetta di Lamole Chianti Classico 2021

Iniziamo la nostra degustazione con un Chianti proveniente da uve di Lamole, non di Panzano. Lo scopo è quello di ragionare sulla differenza di prodotti provenienti da zone diverse, anche alla luce della recente approvazione delle undici UGA (Unità Geografiche Aggiuntive) che caratterizzano il Chianti Classico Gran Selezione. Lamole è l’UGA più piccola della regione, collocata a sud-est di Panzano, con un’altitudine media di 600 mt SLM e una prevalenza di roccia arenaria non calcarea con elevate percentuali di sabbia. Dopo la vinificazione in acciaio, matura sei mesi in botti grandi e successivamente dodici mesi in barrique.

Il risultato lo verifichiamo nel bicchiere: irruento alla prima olfazione, Filetta di Lamole si distende quasi subito, esprimendo piccoli frutti scuri e gelso rosso,  fini ed eleganti. Al palato risulta muscoloso, di freschezza piacevole ma non sferzante.

Fontodi Chianti Classico 2020

Torniamo a Panzano, con vigne giovani e la seconda selezione delle vigne vecchie di sangiovese. Siamo in un territorio completamente diverso, ad un’altitudine compresa tra i 350 e i 380 mt SLM, caratterizzato da un terreno prevalentemente calcareo. Dopo la vinificazione in acciaio, matura sei mesi in botti grandi e successivamente dodici mesi in barrique.

Il Chianti signature di Fontodi entra immediatamente con sbuffi appena accennati di pietra focaia seguiti a ruota dal frutto – ora una ciliegia croccante – e da un sottobosco bagnato e terroso. In bocca risulta agile e scattante (e qui la differenza principale con Lamole che, indipendentemente dall’annata, è dettata da un passo completamente diverso nell’acidità), di tannino fine e ritorno lungo sul frutto.

Vigna del Sorbo Chianti Classico Gran Selezione 2020

Prima annata in cui compare in etichetta la UGA Panzano.

Vigna del Sorbo ha un’estensione di 8 ettari e ceppi di oltre 50 anni di un unico clone di Sangiovese. Dopo la vinificazione in acciaio, matura diciotto mesi in barrique e successivamente sei mesi in botte grande. Affina in bottiglia non meno di nove mesi.

Al naso esprime immediatamente il frutto – piccoline fragoline di bosco – e continua su sentori balsamici di aghi di pino e sottobosco. In bocca entra verticale ed è già pienamente appagante, godibile, di tannino sottile, con ritorni di eucalipto.

Flaccianello della Pieve 2020

L’etichetta simbolo di Fontodi è una selezione accurata di sangiovese che predilige grappoli spargoli e acini piccoli, sinonimo di concentrazione. Le vigne, diffuse su un’estensione di 45 ettari, hanno un’età media di 30/40 anni. Dopo la fermentazione matura diciotto mesi in barrique (80% nuove, 20% di secondo o terzo passaggio) e sei mesi in botte grande.

Entra timido e rimane a lungo sulle sue. Inizialmente si rivela nelle note fumé e tostate, che scivolano in piccoli frutti viola e sentori di vaniglia. La trama tannica è ancora giovane, giovanissima e necessita di tempo per distendersi e affinarsi. Mostra però già potenza di carattere, che evolverà in non meno di tre-cinque anni.

Case Via Syrah Colli della Toscana Centrale IGT 2019

Syrah in purezza da una vigna di tre ettari impiantata nel 1985. La 2019 ha vinificato in tini tronco-conici e successivamente ha maturato in barrique usate per quindici mesi.

Pungente al naso e compatto nella prima olfazione, si apre lentamente su marasca e cenni balsamici. Al palato è subito disteso per poi invadere la bocca con la balsamicità  tipica della radice di liquirizia e tornare con note mentolate sul finale.

AZIENDA AGRICOLA FONTODI

Via San Leolino 89

50022 Panzano in Chianti Firenze – Italia

Tra un Benvenuto, un’alice di Acquapazza e un calice, ci è scappato un Prosit. A Cetara, Golosità che scaldano il cuore con Ambientarti e Grapee.

Torre di Cetara colma di avventori, venerdì 1 settembre, nel pieno dell’affluenza turistica dell’alta stagione. Scusate mi correggo, la data esatta è venerdì 1 dicembre. Ebbene sì, a Cetara si possono trascorre momenti fantastici anche in autunno inoltrato, quasi inverno.

A coccolarci ci sono le agenzie Ambientarti e Grapee che organizzano una rassegna culturale dal sapore leggero, per dare lustro a tutto ciò che il terroir sa offrire, (come direbbero gli esperti del vino).

Il titolo è un voluto rimando all’unione di intenti e di realtà diverse, ognuna col suo stile, ognuna costituente un piccolo tassello nel mosaico enogastronomico della Campania. Dei fratelli Vicinanza, ad esempio, abbiamo già accennato nell’articolo Salerno: Hippocratica Civitas tra santi, tradizioni, luci d’artista ed attrazioni enogastronomiche.

Ma a noi non bastava e quindi torniamo sul loro vino bianco, blend alla pari tra Fiano e Bombino ed il rosso, invece, 70% Aglianico e 30% Merlot dalle immediate colline di Salerno. Tenuta San Benvenuto ha curato quindi la “parte liquida” dell’evento, che ha accompagnato l’entrée a cura realizzato a cura di Prosit e Golosità e la successiva degustazione a cura del ristorante Acquapazza a Cetara.

I ragazzi di Grapee hanno raccontato, a modo loro, le eccellenze del golfo: i vini salernitani e i prodotti cetaresi che ogni giorno si guardano e si fanno l’occhiolino portando lustro alla regione nel mondo intero.

Un ottimo lavoro di comunicazione e cultura del Made in Italy, nell’attesa di rivederci anche il 19 gennaio per l’ultimo degli appuntamenti programmati. 

A voi un piccolo estratto della serata nella Torre Vicereale di Cetara.

Matese: un giorno in Alta Campania alla ricerca del nostro “Vecchio West”

“Panta rei” tutto scorre: l’acqua, il tempo, la vita stessa. Una ricerca infinita che dura un breve istante se paragonata all’immensità in cui vengono poste le cose. La bellezza di natura, espressa nelle sue linee più morbide e selvagge come nel Matese in Alta Campania, richiama l’idea di Vecchio West dei film americani.

La nostra visita ad un territorio vasto e dotato di un potenziale ancora inespresso, inizia con il supporto di Viatoribus e dell’Associazione di Promozione Sociale Love Matese con Claudia e Angelo nel ruolo di moderni Cicerone attrezzati di pulmino e cane segugio al seguito.

Prima tappa a Piedimonte Matese, presso l’Acquedotto Campano Sorgente del Torano con i suoi 2 metri cubi d’acqua corrente distribuita ogni secondo fino alle soglie di Napoli e, tramite tubazioni sottomarine, dell’Isola di Ischia. Per questa opera ingegneristica pubblica di importanza strategica, realizzeremo uno speciale ad hoc, ringraziando lo Staff Tecnico Amministrativo – Impianti e reti del ciclo integrato delle acque di rilevanza regionale.

Spinti da una corrente positiva proseguiamo nel successivo spostamento a San Michele (Alife) per visitare un antico vigneto di Pallagrello, varietà autoctona menzionata già ai tempi di Plinio il Vecchio duemila anni orsono e la tradizionale forma di allevamento a pergola della Società Agricola Terre dell’Angelo. La titolare Angela Amato ci racconta dei primi passi mossi a partire dal 2015 nei 10 ettari di proprietà terriera, di cui 4 vitati.

Il nome dell’azienda lo si deve al culto dell’Arcangelo Michele, presente in zona sin dai tempi dei Longobardi. I suoi vini riecheggiano stili e sapori della tradizione, così come i biscotti al vino Pallagrello Bianco e Rosso, stuzzicanti per un momento conviviale con amici e parenti. I terreni sono qui composti da argille e calcare, con depositi fluviali e lacustri del Lago Matese e Fiume Volturno. Poca l’influenza delle polveri piroclastiche, distanti verso il vulcano di Roccamonfina e della zona del Falerno del Massico.

Immancabile la prova del nove: sarà meglio la mozzarella di bufala casertana o quella cilentana? Non siamo giudici inflessibili muniti di paletta, ma non possiamo che applaudire gli sforzi prodotti dal Caseificio il Casolare ad Alvignano, con Mimmo, Benito, Pasquale e Concetta a portare avanti il lavoro di casari tra mozzarelle e formaggi dal gusto unico e inconfondibile. E perché non celebrare il rituale delle merende delle feste con un salume e le uova sode, quelle de La Querciolaia – uova biologiche galline felici – un metodo di allevamento all’aperto di galline, vigorose e contente di adempiere al compito di produttrici di uova naturali. Aspetto e sapore totalmente diversi da quelle provenienti dagli allevamenti intensivi commerciali.

Il nostro tour giunge al giro di boa da La Sbecciatrice di Mimmo Barbiero, laureato in sociologia, e dalla compagna Jurate. Studi approfonditi per il pomodoro riccio, coltivato in aridocoltura e analizzato dall’Università La Sapienza per essere un simbolo di agricoltura sostenibile. Viene commercializzato come passata e come filetti (cosiddette “pacchetelle”) al naturale, dopo essiccazione sulla paglia. Interessanti anche le proposte del fagiolo bianco “lenzariello” e di quello “curniciello” oltre al cece delle Colline Caiatine dalla buccia sottile e più rapido alla cottura.

Le luci del tramonto ci indicano che il nostro viaggio ai piedi del Matese sta per giungere al termine. Non resta che organizzare una veloce visita con degustazione da Davide Campagnano, giovane imprenditore trentenne, laureato in Scienze Agrarie, che ha impiantato la propria attività di viticoltore assieme alla moglie e al padre. Valorizza la Barbera del Sannio, chiamata altresì localmente Camaiola e scopre, per puro caso, una varietà d’uva autoctona presente da sempre in queste terre, denominata Pizzutello che promette risultati interessanti in futuro.

Un finale gastronomico degno di un re da Pepe In Grani, premiatissima pizzeria di Franco Pepe a Caiazzo, con le versioni gourmet del piatto più celebre della Campania. La “margherita sbagliata” è un capolavoro di inventiva, frutto della concezione che la mozzarella possa essere nobilitata distinguendola dalla squisita salsa di pomodoro posta in superficie.

Franco Pepe è anche l’ideatore di Pizza Hub, una sorta di cartolina del territorio nata per fare squadra comune e proporsi al pubblico tramite l’immagine vincente di qualità nel rispetto della natura. Termina il primo di una serie di articoli che vede protagonista un angolo ancora inesplorato della regione; un luogo ben presente nella mente di coloro che vorranno scoprirlo, come una passeggiata romantica nel “Vecchio West” della Campania.

Team Costa del Cilento: chef Alfonso Ferrigno presenta le sue ricette col pescato del Cilento

Coniugare cucina d’autore con l’esigenze di ristorante all’interno di un Resort di lusso a 5 stelle è un compito che richiede carattere e personalità. Quella riservata e pragmatica di Alfonso Ferrigno, Chef Executive dell’Ambrosia Stylish Restaurant de L’Araba Fenice ad Altavilla Silentina (SA), che in una location a dir poco “onirica”, quasi il mosaico di una scacchiera a marmi policromi bianchi e neri, dispensa colori e sapori nelle sue preparazioni.

Due ricette, due modi opposti di intendere il pescato del Cilento. Nella prima, la terrina di branzino pescato a lenza con zuppetta di crostacei, frutti di mare e alga wakame, rientra il concetto di fusion, di contaminazione tra materie prime d’estrazione eterogenea, legate dal fil rouge del ritorno al mare. L’idea di spingere quasi sui ricordi d’infanzia, quando preparare le terrine (di carne) era un momento di convivialità familiare nei momenti di festa.

Apparentemente più classica e tradizionale la ricetta del risotto con gambero rosso del Cilento, crema di peperoncino di fiume, yuzu e katsuobushi. Le sensazioni agrumate e sapide degli ingredienti orientali in realtà richiamano molto la nostra mentalità di mantecatura del riso, che deve fungere da perfetto amalgama tra le varie componenti del piatto.

Alfonso Ferrigno, associato al Team Costa del Cilento, pone la sua concentrazione proprio sull’equilibrio complessivo, stimolando vivacità e lunghezza al palato e raccontando, con bravura e tecnica, il territorio e le sue mille espressioni gastronomiche.

Panettone Maximo: a Roma la quinta edizione del Festival del panettone artigianale

Che Natale sarebbe senza il panettone? Nel giorno dell’Epifania, che “tutte le feste porta via”, vi raccontiamo di un evento giunto ormai alla quinta edizione: Panettone Maximo.

La città madre del panettone è indiscutibilmente Milano, anche se oggi, numerose pasticcerie d’Italia hanno sviluppato le proprie tradizioni, offrendo esperienze gastronomiche uniche che solo un panettone artigianale può regalare. Sebbene i laboratori artigianali siano stati influenzati dalle modifiche apportate ai panettoni industriali, hanno saputo preservare la nobiltà della tradizione di un tempo. Panettoni alti e bassi coesistono oggi nelle pasticcerie, entrambi distanti dalla produzione di massa. La tradizione si è evoluta, perfezionata e ha ampliato i suoi confini.

L’evento

Roma è stata il palcoscenico di una vera e propria festa per i buongustai con la quinta edizione del Festival del Panettone Artigianale, tenuta al Salone delle Fontane. Un tripudio di golosità ha invaso l’animo dei presenti, con migliaia di visitatori giunti ad assaporare le creazioni delle 42 pasticcerie e forni provenienti da diverse regioni d’Italia. Un evento organizzato da Fabio Carnevali e Stefano Albano con la collaborazione di Ristoragency e VERO Events.

Le delizie dei grandi lievitati hanno animato i banchi di degustazione, trasformando l’evento in una celebrazione gastronomica senza pari. Le pasticcerie hanno gareggiato in un prestigioso contest, mettendo in mostra la loro abilità nell’arte del panettone artigianale. Il grande trionfatore dell’edizione è stata la premiata pasticceria Vizio di Roma, che si è classificata al primo posto in entrambe le categorie regine: Miglior Panettone Tradizionale e Miglior Panettone al Cioccolato. La pasticceria ha dimostrato un’eccellenza culinaria indiscutibile, conquistando i palati dei giudici e degli appassionati presenti.

Gli spettacoli culinari hanno aggiunto un tocco di glamour all’evento, con show-cooking condotti da maestri gelatai di grido e grandi pastry Chef da noti ristoranti stellati. Le dimostrazioni culinarie hanno offerto agli spettatori un’occasione unica per apprezzare l’arte e la maestria di coloro che elevano il panettone a un’autentica opera d’arte gastronomica. Oltre ai panettoni, presenti numerose golosità come miele, dolci, birre artigianali e vino, per sottolineare l’importanza della ricchezza gastronomica che l’Italia offre in ogni festività della tradizione, con il supporto del Consorzio Tutela Roma DOC ed i vini del territorio.

L’affluenza massiccia e l’entusiasmo dimostrato dai partecipanti confermano il crescente interesse e l’amore degli italiani per il panettone artigianale. Il Festival del Panettone Artigianale si conferma così non solo come una competizione culinaria di alto livello, ma anche come un appuntamento imperdibile per gli amanti della tradizione dolciaria italiana.

I premi

Miglior Packaging

Pasticceria Panzini – Tolfa (RM)

Miglior Comunicazione Digitale

Il Frantoio – Roma

Premio del Pubblico

Spiga d’Oro Bakery – Roma

Premio Stampa Estera

Solo da Manduca – Roma

Lunarossa: le 7 vite di 7 annate del Quartara di Mario Mazzitelli

Sette vite come i gatti. Sette annate così diverse ed entusiasmanti del Quartara di Lunarossa. Mario Mazzitelli non manca di stupire continuamente con la ricerca spasmodica della perfezione; lo fa andando controcorrente nell’utilizzo di tecniche e contenitori per elevare i suoi vini ad uno status di reperti unici sul mercato.

Parlare di terracotta, sotto forma di orcio anni fa e divenuta adesso prodigio di uniformità con le anfore Tava, saper maneggiare al meglio tale materiale retaggio di uno stile primordiale, è da veri precursori del ramo. Ebbi una folgorazione nel 2015, all’epoca ancora imberbe del mondo del vino mi appoggiavo ad un ristorante purtroppo scomparso che si chiamava Sorso 23. Per i pochi eletti che hanno avuto la fortuna di scoprirlo (la location era a dir poco curiosa, posta nelle vicinanze di una pompa di benzina verso Baronissi), la proposta vini era davvero interessante, curata nei dettagli dal sommelier Alessandro Pecoraro, ex della braceria Terrantica e attualmente in capo a Casa del Nonno 13.

Mario Mazzitelli

Gli studi iniziali

Trascorsi quasi 10 anni da allora, dopo aver incontrato più volte Mario Mazzitelli negli eventi enogastronomici, finalmente ho avuto modo di visitarne l’azienda nata nella filosofia “parva sed apta mihi”. Mario si è prima laureato in Scienze delle preparazioni alimentari a Portici, iniziando a lavorare da un amico produttore a Mirabella Eclano e, successivamente, dall’istrionico Bruno De Conciliis che lo ha avviato alla conoscenza dell’enologia. Nel 2001 passa da Venica & Venica come tecnico di laboratorio, per conseguire l’anno seguente il Master in Viticoltura ed Enologia dalle mani del prof. Attilio Scienza.

L’incontro con Roberto Cipresso

Ormai il tarlo di come realizzare un vino aveva già intaccato la sua mente, avida di nozioni e metodi da apprendere. Ed ecco spuntare Roberto Cipresso che lo volle con sé agli inizi del 2003 a Montalcino per aiutarlo nelle consulenze delle Tenute. Il rientro a Salerno con un bagaglio di esperienze importanti conducono Mazzitelli a lavorare dapprima alla Cooperativa Vitivinicola Cantine Monte Pugliano e, dopo la chiusura, a creare il marchio Lunarossa acquisendo le uve da alcuni conferitori per iniziare a imbottigliare.

Il progetto Lunarossa

Siamo giunti nel 2007 con Lunarossa, e con l’aiuto dell’enologo Fortunato Sebastiano viene concepita l’idea del Quartara, un Fiano vinificato e maturato in anfore di argilla e pietra lavica. Con la dovuta calma, imparando anche dagli sbagli, si è passati anche all’inserimento di legni piccoli di rovere e a calcolare lotto per lotto, parcella per parcella, quali dovessero essere i tempi esatti per ottenere il meglio. Un’opera certosina, impressionante, che lascia di stucco per la modestia del suo autore che non si vanta mai di quanto realizzato con sacrificio quotidiano. Oggi parleremo di 7 annate di un vino icona della Campania, amato da chi riconosce le cose belle di questo mondo che ha ancora tantissimo da raccontare (senza “supercazzole” per carità); temuto e visto con diffidenza da chi si limita ad una visione superficiale o in malafede e preferisce prodotti omologati costruiti ad arte.

A ciascuno il suo Quartara

La degustazione seguirà l’andamento dalla vintage più recente a quelle più lontane nella memoria:

2020: assaggiata proprio per le Festività natalizie, in abbinamento ad un formaggio a pasta molle dell’azienda Kasanna di Nicola Memoli a Sala Consilina, affinato nelle vinacce di uve Aglianico. La linerarità del sorso lascia disarmati. C’è tutto del Fiano, dai fiori bianchi alla polpa di pera e mela per concludere verso un tocco aromatico di spezie dolci. Equilibrio e potenza uniti verso il futuro.

2019: la sosta in anfora prevale nell’espressione resinosa e balsamica con sensazioni di tostature e mandorla essiccata nel finale. Pecca leggermente in lunghezza, mostrando i limiti di un’annata a tratti siccitosa, a tratti troppo fresca nei momenti salienti di sviluppo degli acini e di vendemmia.

2018: bella, scattante, agrumata. Per i rossi italiani è stata in chiaroscuro, ma dai bianchi arrivano numerose soddisfazioni. Emerge la vena minerale tipica del varietale, con nuance iodate di salsedine e pietra marina. Saporito.

2017: pesa il caldo eccessivo, a volte fiaccante. Anche la vigna più forte e resistente alla lunga si chiude a riccio per sopravvivere, a discapito di acidità e note vibranti. Ha ormai detto il suo.

2014: le piogge eccessive hanno influito sulle corrette maturazioni, tuttavia il prodotto finale risulta delicato ed espressivo; un carattere a tratti mordace, quasi un ricordo di catechine, che rendono il vino instancabile al palato (e fortemente defaticante).

2013: ecco il mio colpo di fulmine, eseguito ancora alla vecchia maniera ovvero spingendo con la parte ossidativa in stile orange wine. Alla cieca lo avrei posto ai confini tra Friuli e Slovenia, invece siamo qui nella Provincia di Salerno. Fiori secchi, albicocca disidratata e tanto zenzero e pepe bianco in chiusura. Eterno.

2012: commovente. Dai riverberi di miele di millfiori, pesca acerba ed erbe officinali. Struttura e nerbo in un guanto di velluto. Ancora vivo e scalpitante, il migliore assaggiato finora, anche se la 2020… chissà.

Ave al “tuo” Quartara o Mario Mazzitelli!

Beux 2023 i vini del Piave e la storica forma di allevamento della vite “a bellussera”

Il Piave oggi “non mormora”: è invece fragorosa la sua voce sulla valorizzazione del territorio.

Fa scoprire al visitatore attento le proprie tradizioni, la propria cultura, accompagnandolo in percorsi enogastronomici e paesaggistici che lasciano il segno e che parlano di un Veneto orgoglioso e antico; il primo weekend di dicembre ho avuto l’occasione, insieme ad altri wine blogger e giornalisti, di partecipare alla terza edizione dell’evento Beux 2023 dedicato alla Bellussera, antica forma di allevamento della vite, e alle Terre del Piave, organizzato dalle cantine Enotria Tellus, Tenuta Giol, Bonotto Vini, Casera Frontin e Casa Roma.

Un’occasione per conoscere questa zona vitivinicola e la sua gente che porta avanti con determinazione, competenza e passione un lavoro tanto difficile quanto pieno di grandi soddisfazioni. Oltre alle visite in cantina, siamo stati coinvolti in una degustazione alla cieca di vini scelti dai partecipanti, il fil rouge la vendemmia tardiva. Abbiamo dovuto aguzzare ingegno e abilità per cimentarci nell’assaggio di vini dolci e secchi e decretarne il vincitore. Ad accoglierci sabato mattina Anisa e Fabio di Enotria Tellus, giovani e pieni di entusiasmo. Un nome, quello della cantina, che rimanda alla vocazione vitivinicola dell’Italia già nell’antichità. Venne inaugurata nel 2016 ed i suoi vigneti si estendono nel comune trevigiano di San Polo di Piave. I prodotti sono ben curati sin dalle etichette, uniche ed eleganti, create dalla vena artistica di Anisa.

Nella degustazione sono stata rapita dal loro “Viajo” (in veneto viaggio), Pinot Grigio delle Venezie DOC dosaggio zero che sprigiona profumi delicati di fiori bianchi e note fruttate, all’assaggio sapido e minerale. Tra i rossi spicca il “Piradobis” da uve Merlot surmature, Raboso Piave e Passito di Raboso Piave. Vinificato e affinato in anfore di terracotta, il nome nasce dalla traslitterazione di una parola georgiana che significa identità, omaggio alla patria della vinificazione in terracotta. Anche la linea dei Prosecchi: Prosecco Doc Treviso Brut Millesimato e Prosecco Doc Treviso Extra Dry Millesimato esprime un carattere deciso, come il papavero giallo rappresentato sulle etichette, un fiore tenacemente radicato nel terreno in cui vive. Perlage fine e persistente con profumi di gelsomino, mela, glicine.

Da Tenuta Giol la data del 1427 campeggia all’ingresso e qui il tuffo nella storia è assicurato. Questa antica cantina è un complesso che ha resistito nel tempo, circondato da alberi secolari costeggiati da un ruscello d’acqua sorgiva. Qui sono presenti le testimonianze della civiltà contadina di San Polo di Piave. Nel 1919 Giovanni Giol, da poco rientrato da Mendoza (Argentina), dove era emigrato giovanissimo e aveva creato un impero e la più grande cantina del mondo, acquistò dalla famiglia Papadopoulos l’intero complesso: il Castello, il Parco, le Antiche Cantine e un immenso terreno.

E’ Vittorio Carraro, nipote di Giovanni Giol, che ci guida alla scoperta della tenuta e delle cantine, l’azienda è legata alla coltivazione dei vigneti e alla produzione di vini DOC del Piave. Durante la visita scopriamo gli edifici storici: il vecchio caseificio e l’enorme granaio, si respira l’aria della vita quotidiana vissuta negli anni trascorsi e le vicissitudini tra le due guerre. Vittorio ci racconta di come il massimo rispetto per l’ambiente e la ricerca continua della qualità lo abbiano portato alla produzione di vini biologici e vegani nel rispetto della tipicità delle uve, vini genuini e autentici.

La visita alla Cantina Granda e alle cripte di invecchiamento è molto suggestiva, diversificata la proposta enoica: da vini prodotti con vitigni resistenti (Bronner), agli eleganti Prosecchi; dai bianchi Pinot Grigio e Chardonnay che regalano una piacevole beva, ai rossi Merlot e Cabernet Sauvignon che trovano in questo territorio un’ottima interpretazione. Una chicca il loro 1427 spumante Metodo Classico di Raboso che riposa per 40 mesi nella parte più antica delle cantine.

Parlando della Tenuta Giol una digressione è d’obbligo per dare qualche cenno sul fiabesco castello che appartiene alla famiglia. Un antico palazzo in stile neogotico inglese e un parco storico realizzato attorno al lago. La struttura attuale risale al 1865 ed era la residenza di campagna della famiglia Papadopoli, venne incendiata sul finire della Grande Guerra, nel 1921 fu acquistata e ricostruita nelle parti interne dal commendator Giovanni Giol. In questa splendida cornice si è tenuta la cena di gala dell’evento BEUX dove i vini delle cantine ospitanti accompagnati da dell’ottimo cibo hanno deliziato noi commensali.

Finalmente arriva l’incontro con la Bellussera da Tenuta Bonotto. Riccardo Bonotto ci conduce nei vigneti con il trattore, addentrarsi sotto i tralci, ascoltare la storia di questa famiglia che dal 1870 porta avanti con dedizione l’attività vitivinicola, è veramente emozionante. Ma cos’è la Bellussera? E’una tecnica di allevamento della vite ideato alla fine dell’800 dai fratelli Bellussi proprio in questa zona, prevede un sesto d’impianto con pali di legno alti quattro metri e collegati tra loro con fili di ferro disposti a raggi, una vera opera d’arte.  

lo scopo era quello di combattere il flagello della peronospora e di sfruttare al massimo le risorse della terra: nei larghi corridoi dell’interfilare potevano essere coltivati ortaggi e, se le viti venivano maritate ai gelsi, si potevano utilizzare le foglie delle piante per allevare bachi da seta. Il vigneto si trasformava così in un piccolo eco-sistema di coltivazioni agricole integrate, che doveva garantire la sussistenza di famiglie molto numerose.

La degustazione in cantina, accompagnata da rimandi storici, è molto interessante: il Manzoni Bianco che regala profumi floreali, un vino fine e delicato; Il rosato leggermente mosso prodotto con uve Manzoni Moscato, un sapore armonico e vellutato; il Raboso che viene vendemmiato tardivamente così da ottenere una lieve surmaturazione in pianta, vitigno identitario della zona del Piave, complesso ed elegante con una grande struttura.

Il Raboso fu largamente diffuso fino al 1949 nell’area della riva sinistra del Piave. Successivamente a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta gli agricoltori iniziarono a preferire le varietà internazionali più richieste dal mercato e il Raboso finì per essere quasi dimenticato. E’recente la sua riscoperta anche grazie al grande interesse che si è sviluppano negli ultimi anni verso i vitigni autoctoni e alla perseveranza delle cantine della zona che lo stanno facendo riemergere dall’oblio.

Gli assaggi che ci riserva Casa Roma- Peruzzet spaziano dai vitigni internazionali agli autoctoni, mi soffermo sulla loro Marzemina Bianca, una vera perla enoica, un vitigno di antica coltivazione presente nella pianura trevigiana già dal 1700. Regala un vino dal gusto fresco e asciutto con profumi floreali e una piacevole mineralità.

Di Casera Frontin il loro Spumante Brut Nature è una piacevole scoperta: vitigni resitenti, Bronner, Johanniter, Pinot Grigio e Solaris. Delicate note floreali e fruttate, sensazioni fresche e minerali fanno di questo vino, che affina in anfore di terracotta, un inno alla natura e alla biodiversità.

Sono stati due giorni intensi che mi hanno regalato un’esperienza immersiva in questo territorio e tra la sua gente. Una zona coinvolgente che invito a scoprire.

Prosit!

Librandi: la strepitosa verticale del Megonio dedicata a un grande dei vini del Sud Italia

Di elogi sul compianto Nicodemo Librandi si potrebbero scrivere intere enciclopedie. E manco basterebbero nel certificare quanto abbia spinto in avanti il futuro enologico di tutto il comparto vini del Sud Italia, non soltanto quello della sua amata Calabria, con spirito di ricerca, sacrificio e viaggi al limite dell’umana resistenza. L’amore per la terra (sempre troppo bassa), curata fino a identificarla come un caro componente della famiglia.

Paolo Librandi

Per il sottoscritto era un atto dovuto d’amicizia e riconoscenza recarmi dal figlio Paolo, che conobbi anni fa durante una sosta estiva in quel di Cirò Marina, per una visita piena di ricordi, speranza e gioia di quest’azienda simbolo dell’unione tra quantità e qualità al contempo.

La storia del Megonio nasce ancora all’epoca di Severino Garofalo, enologo di punta per i vini meridionali. Epoca dove le Cooperative Vitivinicole Sociali acquistavano uve solo in base al grado zuccherino elevato. Librandi proveniva da tutt’altro settore; si attivò con il fratello per iniziare un progetto ambizioso da imbottigliatori di vino e non semplici conferitori. Iniziarono dalle varietà cosiddette internazionali, prendendo via via coscienza del potenziale ancora inespresso degli autoctoni regionali. Memorabile e premiatissimo il Gravello, la loro idea visionaria di blend tra Gaglioppo cirotano e Cabernet Sauvignon.

Qui il percorso con Garofalo termina, per iniziare quello con il consulente Donato Lanati, innamorato da subito del Magliocco Dolce proveniente da un campo collezione sperimentale dalle vigne di Duca Sanfelice. Le prime quattro barrique della vendemmia ’95, tra le migliori vintage di sempre, gli piacquero così tanto da creare un vino esclusivo dal nome altisonante, Magno Megonio, personaggio illustre dell’epoca romana il cui testamento rappresenta la testimonianza della cultura del vino in Calabria.

Un vitigno che non conosce molti luoghi vocati a garantirne le migliori performance. Non ama i declivi di riporto alluvionale a fondovalle, preferendo ad essi le colline argillose rivolte alla luce del sole. Ama il caldo e la ventilazione, teme umidità e freddo soprattutto nella fase di maturazione antocianica. Non è una macchina da uva: ogni tralcio, se ben allevato, dona al massimo 700 grammi di grappolini serrati e compatti.

Il nostro viaggio all’interno di questo principe di Calabria comincia alla francese, dalla versione più matura a quella più giovane, e sarà un percorso denso di emozioni altalenanti tra la dolce malinconia e l’entusiasmo puro.

Magno Megonio 2001: grande potenza agrumata, scatta pronto al colpo dello starter, poi rallenta col passare nel tempo nel calice. Averne di tannini così palpabili dopo 22 anni. Una carezza in un pugno.

Magno Megonio 2002: balsamico da foglie di menta essiccate, amaricante sul finale. Sorso scuro e pepato, ha sacrificato il meglio di sé sull’altare del tempo.

Magno Megonio 2009: lampone, anice, incenso. E poi ribes, nuance mediterranee su finale da liquirizia e torrefazione. Blend da differenti parcelle, anche se la Vigna Pleo della Tenuta Rosaneti comincia ormai a recitare il ruolo da indiscussa protagonista per il futuro.

Magno Megonio 2012: sanguigno nell’espressione autentica del termine. Frutta calda e succosa, con riverberi di grafite. Un tannino setoso di fattura smagliante.

Magno Megonio 2015: tende alle sensazioni acerbe, seppure in un quadro di agrumi gialli, cannella e salinità. Dualità con la bocca possente e matura.

Megonio 2016: scie di menta piperita, zenzero e arancia sanguinella. Trama tannica irsuta, manca solo un po’ di polpa in chiusura. Conferma l’annata in chiaroscuro, forse troppo celebrata agli inizi e invece difficile da leggere e decifrare in tutta Italia.

Megonio 2019: la perfezione. Fuori da ogni schema e confine stilistico. Corredo di melagrana, erbe officinali, emazie. Un rapporto qualità-prezzo (circa 12 euro in cantina) di una bellezza infinita.

Megonio 2020: parte su petali di rosa rossa, virando verso canditure e accenni minerali. Si muove sinuoso con eleganza al palato.

Megonio 2021: materico, denso, ricco. La conclusione del cerchio per i Librandi, con un vino che punta dritto al cuore. Giusta la componente alcolica ben integrata ai tannini saporiti che richiamano il bosco. Annata davvero felice: un brindisi al viaggio senza fine di Nicodemo, con lo sguardo sorridente a ciò che ancora deve venire.