Lombardia: la prima edizione di Inebrianza tra curiosità e cantine di nicchia

Si è conclusa la prima edizione di Inebrianza, un evento che ha trasformato il piccolo comune brianzolo di Ronco Briantino in un vero e proprio crocevia del vino italiano.

Organizzata dalla Pro Loco in collaborazione con AIS Lombardia, l’evento ha accolto oltre 15 cantine provenienti da tutta Italia, ciascuna con le proprie etichette, storie e territori da raccontare. Un vero e proprio viaggio sensoriale tra profumi, sapori e racconti, che ha coinvolto appassionati, esperti e curiosi.

Ecco le mie scoperte enoiche:

Azienda Agricola Biologica La Mosca Bianca (Piemonte)

Ad accogliermi Barbara che mi introduce la filosofia della cantina gestita insieme al marito.

In un mondo che corre veloce, Barbara e Corrado hanno scelto di rallentare e di riscoprire il valore della lentezza. Un progetto il loro che si allontana dal caos quotidiano per abbracciare la filosofia dello Slow Living, trasformando ogni calice in un’occasione per stare insieme e condividere il piacere del vino.

Come il vino che richiede pazienza per maturare e affinarsi, anche La Mosca Bianca si prende il suo tempo per esprimere uno stile unico, alternativo e originale.

Assaggio il loro Metodo Classico Sursum Corda che prende il nome dal latino “in alto i cuori”. Un messaggio di speranza e positività, pensato per ricordarci di alzare lo sguardo oltre la routine quotidiana.

Sursum Corda nasce dalla voglia di offrire un’esperienza autentica, senza fronzoli, ma con grande attenzione alla qualità. È il risultato di un lavoro attento in vigna e in cantina, dove ogni fase della produzione viene seguita con cura per ottenere uno spumante fresco, elegante e versatile. 30 mesi sui lieviti, senza aggiunta di zuccheri, Chardonnay 100%.

Con lo Chardonnay La Mojsa, che in dialetto astigiano indica chi è matto/folle, si vuole ricordate che nella vita di ognuno di noi una dose di follia non guasta mai. Sulla retro etichetta una frase che recita: un pizzico di trepidazione, tanta speranza, infinita pazienza, danno vita a questo bianco potente e originale. Le uve vengono raccolte a maturazione completa. La fermentazione e l’affinamento avviene in botti grandi di rovere esauste. Una buona acidità nonostante la maturazione delle uve.

Nel cuore delle colline bergamasche, l’Azienda Agricola La Cà coltiva con passione due tesori della tradizione locale: il vino e il miele. Sui ripidi terrazzamenti del Monte Canto, ogni fase della produzione è seguita con cura artigianale, nel rispetto dei ritmi della natura e della storia del territorio. Tra le uve coltivate spicca la Barbera, un vitigno storico ormai quasi scomparso nella bergamasca. La sua presenza rappresenta una scelta coraggiosa e identitaria, volta a preservare la memoria agricola del territorio. I vigneti si sviluppano su terrazzamenti a forma di piramide, una struttura unica che è diventata il simbolo dell’azienda.

L’autenticità di questa cantina si ritrova nel calice: Rubinio esprime freschezza e semplicità, con un bouquet fruttato e leggero. Prende il nome dal suo colore brillante e dai vigneti circondati da robinie. È ottenuto da antiche viti di Uva Schiava, Merlot e Freisa Bresciana, alcune con oltre 50 anni, coltivate secondo metodi tradizionali. Cà Bordò nasce all’estremo ovest della DOC Valcalepio, sulle pendici del Monte Canto affacciate sull’Adda. 50% Merlot, 50% Cabernet Sauvignon danno vita ad un vino morbido, fruttato e arricchito da eleganti note speziate grazie ad una parte di affinamento in botti grandi di rovere.

Villano è un rosso fuori dagli schemi: nato a Villa d’Adda, ma lontano dai classici della zona. Protagonista è la Barbera, vitigno storico e quasi dimenticato, scelto per la sua intensità e autenticità. Coltivata nella parte più alta e ripida del vigneto, matura al meglio e regala un vino pieno, fresco e avvolgente. Una piccola quota di Merlot e un breve passaggio in botti di rovere francese ne affinano il profilo, smorzando l’acidità tipica della Barbera. Rosso rubino intenso, carattere deciso.

Nello stand delle Marche Tenute Urani è una giovane azienda vitivinicola biologica che affonda però le sue radici nel 1974, quando i nonni iniziarono a coltivare la terra a San Cesareo, sulle colline di Montepulito, in provincia di Pesaro-Urbino. A circa 150 metri s.l.m., il vigneto gode di una posizione ventilata, con vista sull’Adriatico e sulle montagne circostanti. Il terreno, ricco di argilla, calcare e quarzo, dona carattere alle uve. Bellissime le etichette dei loro vini.  Arcora, vino Frizzante – Metodo Ancestrale 100% uva Biancame coltivato in biologico, vendemmiato a mano a metà agosto. Dopo una pressatura soffice e decantazione a freddo, il mosto fermenta in acciaio e termina la fermentazione in bottiglia, sviluppando la spuma naturalmente. Il vino matura in bottiglia per 2-3 mesi, senza sboccatura: i lieviti rimangono in sospensione, conferendo carattere e autenticità.

Virgo, vino Marche Bianco IGT Chardonnay, Trebbiano e Malvasia coltivati in biologico, vendemmiati a mano in tre momenti distinti per cogliere la piena maturazione di ogni varietà. Dopo pressatura soffice e fermentazione in acciaio, il vino matura per 18 mesi: 55% in acciaio, 30% in tonneaux francesi, 15% in anfora di terracotta, sempre sulle fecce fini. Segue un affinamento in bottiglia di almeno 6 mesi prima della commercializzazione. Al naso emergono note di frutta gialla matura e fiori d’acacia, bilanciate dalla freschezza della Malvasia, che porta sentori di erbe aromatiche e macchia mediterranea. Strego, vino Marche Rosso IGT uvaggio Sangiovese. Al calice presenta un colore rosso rubino brillante. Al naso offre profumi di frutti rossi freschi, come ciliegia e lampone, con leggere note floreali e speziate. Al palato è equilibrato, con tannini morbidi e una piacevole freschezza.

Proseguendo verso Sud arrivo in Calabria dove ad attendermi c’è un vino che io definisco uno dei più eleganti del panorama vitivinicolo italiano e non solo: il Greco di Bianco. La Cantina Ielasi lo produce da oltre due secoli, l’azienda vinicola affonda le sue radici agli inizi dell’Ottocento, quando gli antenati avviarono la produzione di questo prezioso passito, noto come il “Nettare degli Dei”. Il Greco di Bianco ha origini millenarie: fu introdotto nel VI secolo a.C. dai primi coloni greci sbarcati sul promontorio Zefirio, oggi Capo Bruzzano. In questo angolo di Calabria, il vitigno ha trovato un habitat ideale, grazie al terreno argilloso e bianco che caratterizza questa zona. Nel calice si presenta con un colore dorato intenso, profumi avvolgenti di frutta secca, miele, agrumi canditi e note mediterranee. Al palato è morbido, caldo e persistente, con un perfetto equilibrio tra dolcezza e freschezza.

Attraverso idealmente lo Stretto di Messina, lasciandomi alle spalle la Calabria per approdare in Sicilia dalla Cantina Baronia della Pietra “Coltiviamo questa terra dal 1860. Il nostro bisnonno Domenico ha piantato gli ulivi. Sono passate molte stagioni da allora. Oggi siamo noi a occuparci di queste piante di ulivo e della vigna” queste le parole di Enzo e Salvatore Barbiera. La salvaguardia del paesaggio agrario e la tutela della fertilità dei terreni rappresentano un punto cardine dell’approccio produttivo. L’obiettivo è garantire una gestione responsabile delle risorse, favorendo la durabilità del suolo e la biodiversità. Il rapporto diretto tra l’uomo e la terra si traduce in prodotti di qualità, frutto di competenza, attenzione e rispetto per l’ambiente. Degusto Oblìo dei Sensi Un rosso siciliano sorprendente: vendemmia tardiva e premi internazionali. Prodotto da uve Nero d’Avola e Merlot, questo vino rosso si distingue per il suo carattere originale e la grande complessità. Alla vista si presenta con un intenso colore porpora, al naso sprigiona profumi di frutta rossa matura, mentre al palato emergono note di fico, liquirizia e spezie, che ne definiscono la struttura e la personalità.

Per concludere il giro, un salto in Sardegna da Cantina Dessolis, situata a Mamoiada e guidata con dedizione da Stefano Dessolis, punto di riferimento nell’enologia sarda. Con oltre mezzo secolo di storia, incarna una tradizione familiare radicata nella valorizzazione del Cannonau, coltivato su suoli granitici di pregio. Il fiore all’occhiello è il Dòvaru Barbagia Rosso da uve 100% Cannonau, un rosso che racchiude l’essenza autentica della Sardegna. Un colore rosso rubino intenso, sprigiona al naso eleganti note floreali, frutti rossi maturi e un tocco di spezie. Al palato è pieno e armonioso, i tannini sono morbidi e ben bilanciati. L’affinamento in botti di castagno per un anno dona raffinate sfumature legnose. Il finale è lungo e speziato. Non filtrato e senza solfiti aggiunti.

Inebrianza si è dimostrato un evento ben organizzato e partecipato. Un appuntamento che ha suscitato interesse e che lascia presagire una prossima edizione altrettanto coinvolgente. Prosit!

Premio Casato Prime Donne: Montalcino celebra talento, territorio e cultura al femminile

Il Premio Casato Prime Donne nasce dalla visione di Donatella Cinelli Colombini, imprenditrice del vino e pioniera della parità di genere, che ha fatto della valorizzazione delle donne la sua missione. La sua azienda, prima in Italia con una cantina interamente al femminile, è il simbolo concreto di un cambiamento che parte dal territorio e si estende alla cultura, alla comunicazione e all’innovazione.

Istituito nel 1999, Prime Donne è la naturale prosecuzione del Premio Barbi Colombini, creato diciotto anni prima dalla stessa famiglia di Montalcino. Un passaggio di testimone che ha trasformato un riconoscimento locale in un progetto nazionale.

Nel cuore di Montalcino, nella chiesa medievale di Sant’Agostino, si è tenuta l’edizione 2025 del Premio Casato Prime Donne, l’unico riconoscimento italiano dedicato alle donne che valorizzano il territorio attraverso cultura, comunicazione e innovazione. Un evento che, anno dopo anno, si conferma come crocevia di eccellenze e visioni, dove il vino diventa linguaggio universale e veicolo di cambiamento.

Donne che cambiano il mondo

Il premio “Prima Donna” 2025 è stato assegnato a Darya Majidi, imprenditrice e pioniera dell’intelligenza artificiale, per il suo impegno nell’empowerment femminile e nella diffusione delle competenze digitali tra le giovani donne.

Raccontare Montalcino

La sezione giornalistica “Io e Montalcino” ha premiato Lara Loreti per il suo reportage su Il Gusto, dove ha intrecciato 5 storie di cantine e persone in un racconto autentico e coinvolgente. Giorgio dell’Orefice, firma de Il Sole 24 Ore, ha ricevuto il premio del Consorzio del Brunello per la sua narrazione puntuale e appassionata del territorio, con uno sguardo al Rosso di Montalcino e al successo internazionale del Brunello.

Incubatore di talenti

Il Premio Casato Prime Donne è anche incubatore di giovani talenti: le installazioni degli studenti del Liceo Artistico di Siena, i gioielli delle allieve della Scuola di Arti Orafe di Firenze e la torta multietnica realizzata dagli allievi della Scuola Tessieri di Ponsacco hanno arricchito la giornata con tocchi di bellezza, contaminazione e tanta speranza per il futuro.

Un pranzo che racconta il territorio

Alla Fattoria del Colle, la chef sommelier Doriana Marchi ha orchestrato un buffet che ha celebrato la tradizione toscana con eleganza e creatività. Tra i piatti: panzanella, crostini senesi, zuppa di ceci con maltagliati, crespelle al peposo e trippa in bianco con agrumi.

I vini biologici, serviti dai sommelier FISAR Valdichiana guidati da Nicola Masiello, hanno accompagnato l’esperienza sensoriale: dal bianco Sanchimento da uve traminer, al Rosa di Tetto, il rosato da sangiovese, al Leone Rosso Orcia Doc a base di sangiovese e merlot, al Brunello di Montalcino Late Vintage Release, fino al Passito da uve traminer aromatico.

E infine la torta: magnifico omaggio alla vincitrice realizzata dagli allievi pasticceri della Scuola Tessieri.

Donatella Cinelli Colombini e Violante Gardini Cinelli Colombini, padrone di casa e anime del premio, hanno accolto gli ospiti con la passione e la grazia che da sempre contraddistinguono il Casato Prime Donne.

Il Premio Casato Prime Donne non è solo una celebrazione: è un manifesto. Un invito a guardare il vino come cultura, esperienza e strumento di trasformazione. E a riconoscere, finalmente, il ruolo centrale delle donne nel raccontare e costruire il futuro del territorio. Un grazie speciale al collega e autore di 20Italie Alberto Chiarenza per molte di queste splendide immagini.

“Ma quante ne Sannio”? Vinestate a Torrecuso: l’estate più bella che c’è tra vino, musica e gastronomia del territorio

Vinestate a Torrecuso porta da 50 anni con sé la magia di un momento di festa per l’intera Comunità sannita. Non si può dire estate senza un calice di vino al tramonto condiviso con amici e amori, assaggiando un panino tra risate e quattro salti in piazza al ritmo della musica folk.

Tanti i volti incontrati: produttori che trasmettono passione, energia vitale e qualità nelle etichette proposte al pubblico incuriosito dal liquido inebriante simbolo vincente del Made in Italy. Bianco, rosso o rosato non ha importanza; a parlare è il territorio con le sue diverse espressioni di Falanghina, Aglianico e Piedirosso, vitigni cardine in quest’angolo di pace e di rispetto per la tradizione.

“Ma quante ne Sannio” veramente i vigneron del luogo in cui vivono e dei propri gusti? Lo abbiamo chiesto in maniera scherzosa ai 23 espositori in un gioco che ha lasciato qualche istante di sincera commozione. I ricordi d’infanzia, la vendemmia e la pigiatura del mosto fresco con i piedi o le canzoni dell’epoca e i pensieri cari a chi non c’è più e tanto ha insegnato.

Anche il sindaco di Torrecuso Angelino Iannella si è lasciato andare in un amarcord dolce e salato, con lo sguardo fiero puntato dritto al futuro. Con lui i decani del vino come Orazio Rillo e Antonio Mennato hanno rievocato il 1975, quando un’idea di alcuni imprenditori pionieri, stanchi del non godere appieno della celebrazione per il buon raccolto sempre impegnati con i carretti a trasportare in mescita i prodotti, cambiò il destino di molte famiglie.

Con l’aiuto dell’avvocato Coletta, mentore della manifestazione, ecco l’arrivo della prima edizione di ciò che diverrà Vinestate, la più antica kermesse sul vino della regione. Per sbloccare un ricordo serviva dunque una domanda, anzi una serie di domande contenute in un mazzetto da mescolare accuratamente e tirare a sorte.

I presenti ascoltavano e partecipavano poi con curiosità, che hanno alleggerito il clima di grande lavoro celato dietro un simile evento. Massima pure la soddisfazione del vicepresidente del Comitato Giampiero Rillo – cantine Tora – e di Libero Rillo, presidente di Sannio Consorzio Tutela Vini, non sottratti al nostro format “Ma quante ne Sannio”.

Dal 4 al 7 settembre Torrecuso si è illuminata come un faro brillante, tra feste danzanti, gustosa gastronomia locale, musica e attrazioni come la banda del paese, i trampolieri ed i giochi per bambini.

Ma soprattutto si sono riaccese le luci su di un piccolo borgo e i suoi angoli nascosti di rara bellezza, che si aprono a squarci panoramici sulle colline circostanti, ricordando che l’Italia è fatta anche di passato, tra storia, usanze e naturalmente uva e vino.

Tutte le nostre interviste puoi trovarle nella playlist YouTube.

Anteprima Cocco Wine 2025: alla scoperta dei vini del Monferrato con la cantina Poggio Ridente

Durante l’Anteprima di Cocco Wine 2025 promossa dall’Associazione Go Wine, un gruppo di giornalisti del settore ha incontrato Luigi Dezzani, portavoce del Consorzio Cocconato Riviera del Monferrato.

La cantina bio Poggio Ridente ha accolto la stampa di settore per parlare del territorio di Cocconato d’Asti, che conosciuto in passato un periodo di abbandono della viticoltura, ma che appartiene a pieno titolo alla storia piemontese. Già dal Seicento le colline che da Superga arrivano fino ad Albugnano e a Casale Monferrato erano coperte di vigneti, con notizie documentate di coltivazione organizzata. Poi il richiamo delle città e dell’industria aveva svuotato i campi, lasciando molte vigne incolte.

Venticinque anni fa, con la nascita di Cocco Wine, la zona ha però ritrovato nuova linfa: giovani viticoltori sono tornati a investire, recuperando i filari dei nonni o aprendo nuove aziende. Così Cocconato e i paesi vicini hanno riscoperto la propria identità agricola e oggi si presentano come un territorio dinamico, capace di unire vino, ristorazione e accoglienza: sette ristoranti per appena 1500 abitanti e un’offerta turistica sempre più strutturata.

Dezzani ha ricordato anche il ruolo dei vitigni storici. Se il Nebbiolo, due secoli fa, aveva trovato spazio tra Albugnano e Torino prima di spostarsi verso le Langhe, Cocconato ha custodito altre uve identitarie: Grignolino, Freisa e Bonarda piemontese, già presenti prima della Barbera. Proprio su questi vitigni alcune aziende della nuova generazione hanno investito in ricerca e cloni, restituendo loro dignità e prospettive.

Il Consorzio “Cocconato- Riviera del Monferrato e dintorni” raccoglie oggi cinque cantine, produttori locali di salumi, produttori di miele, nocciole e formaggi, la distilleria  Bosso e luoghi di ospitalità, fino ad arrivare all’ingresso di realtà nuove come la gelateria di Alberto Marchetti, segno di un territorio che si muove compatto per rafforzare la propria proposta enoturistica e rilanciare un’eredità vitivinicola antica ma ancora tutta da raccontare.

L’azienda Poggio Ridente è nata nel 1998 per iniziativa di Cecilia Zucca, con il sostegno del marito Luigi  e delle figlie Maria Sole ed Eleonora e del figlio Romolo. I loro tredici ettari, di cui otto vitati, raccontano la sfida di una viticoltura non semplice, su pendii ripidi che già allora avevano il sapore dell’eroico.

Le prime vigne furono dedicate alla Barbera, il vitigno che più identifica queste colline. Poco dopo arrivò l’Albarossa: Poggio Ridente fu tra i pionieri, piantandola nel 2004, appena terminata la lunga fase di sperimentazione condotta dall’Università di Torino. Questo incrocio tra Barbera e Nebbiolo di montagna, ideato già nel 1938 da Giovanni Dalmasso ma reso disponibile ai viticoltori solo dagli anni Duemila, ha trovato qui un habitat ideale. Per la famiglia Zucca rappresenta una parte importante della produzione, tanto da renderli tra i primi produttori storici di questa varietà in Piemonte.

Nel 2010 è arrivata la sfida dei bianchi, con un approccio innovativo: Poggio Ridente ha infatti scelto di sperimentare i vitigni internazionali: Riesling, Sauvignon blanc , Pinot Nero e soprattutto Viognier, piantato quando ancora non era ufficialmente autorizzato in Piemonte. Dal 2013, con l’ingresso nella Doc Piemonte, anche questo bianco aromatico ha trovato riconoscimento formale, aprendo nuove prospettive. Inoltre una grande passione per il Ruchè, amato anche dal nonno di Luigi Dezzani, che trova la sua migliore allocazione nei 7 comuni che sono menzionati nell’ultima Doc nata In Piemonte, quella del Ruchè di Castagnole Monferrato.

I terreni sono ricchi di marne e arenaria ed è facile rinvenire in vigna conchiglie fossili dato che anticamente vi era il mare: inoltre è importante la componente gessosa, che dona una particolare nota ai vini, essendo posizionati sulla falda che attraversa l’Italia.

In degustazione si è apprezzato il Pet Nat Matto – Come tu mi vuoi – che riporta sull’etichetta la possibilità di personalizzare l’esperienza gustativa, girando la bottiglia.

Le uve Nebbiolo provengono dalla regione Pinella in Cocconato d’Asti e vengono vinificate in rosato; una parte del mosto viene poi conservata e aggiunta nel mese di Marzo al vino per creare la naturale frizzantezza. Il vino viene chiuso con il tappo a corona. Colore rosso ciliegia intenso, profumi succosi di piccoli frutti rossi e crosta di pane. Un vino spensierato, di grande piacevolezza e bevibilità, che si abbina bene a una merenda con salumi del luogo.

La storia di Poggio Ridente è così il simbolo di un territorio che non rinnega la tradizione, ma sa guardare avanti, intrecciando Barbera e Grignolino con vitigni più recenti e interpretazioni coraggiose, capaci di arricchire il panorama enologico del Monferrato contemporaneo.

Online la Guida ai migliori Pinot Nero d’Italia 2026 di Vinodabere.it

Ritorna la Guida ai migliori Pinot Nero italiani targata Vinodabere.it – curatori i giornalisti Maurizio Valeriani e Antonio Paolini – con importanti novità. Da quest’anno, infatti, sono state aggiunte ulteriori categorie come gli spumanti, i vini bianchi e i rosé in cui il Pinot Nero sia presente dall’80% in su. Una scelta che cambia non solo i numeri e le tipologie della Guida ma anche, com’era prevedibile, la sua geografia e i rapporti di peso tra le varie aree produttive. I numeri sono assolutamente eloquenti: 250 i vini assaggiati, 145 quelli recensiti (a rimarcare che la via di interpretazione del Pinot Nero ad alti livelli resta comunque una prova non facile) ma con ben 54 Standing Ovation (il massimo riconoscimento previsto dalla redazione).

Nel dettaglio, e partendo dalla “new entry” sicuramente più attesa, gli spumanti (31, con 11 premiati): va a bersaglio alla grande il Piemonte, confermando che la parabola dell’Alta Langa (6 spumanti in Guida di cui 3 Standing Ovation) dopo il decollo continua alla grande a puntare in su. E va bene, anzi benone, la Lombardia, che cala appunto il suo asso con l’Oltrepò e piazza – tutte da lì – in Guida 15 “bolle” da Pinot Nero con 4 Standing Ovation. Conferma la sua vocazione “classica” e l’amore ricambiato per li vitigno il Trentino (4 vini e due allori massimi).

Meno “pesante” numericamente l’impatto di bianchi e rosé (3 e 6 rispettivamente) con una Standing Ovation solo tra i primi. Ma a proposito della quale vale la pena di aprire una (ammirata) parentesi: ad aggiudicarsela è la marchigiana Fattoria Mancini, a buon diritto ascrivibile tra i pionieri assoluti nella valorizzazione “italiana” del vitigno e che, a conferma, coglie altri due allori (un trionfo, insomma) con i suoi rossi.

E nel panorama regionale l’Alto Adige ribadisce la sua indiscussa vocazione e il suo gioco d’anticipo, e si conferma alla guida con ben 37 vini di cui 21 Standing Ovation (più una tra le bolle), e tra esse ci sono anche gli unici quattro vini “perfetti”, valutati 100/100. Perde apparentemente qualche colpo nella graduatoria interregionale la Toscana, altra illustre enclave da Pinot Nero che stavolta vede limitata la sua presenza a 6 esemplari di cui una Standing Ovation. Ma, sostanzialmente, è il segno di una concorrenza che cresce, esigendo quindi performance sempre più alte per restare in quota. Ed è l’ultimo dato di questa edizione della Guida a ribadirlo: oltre a quelle meritatamente già citate, inseriscono vini in Guida anche Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Sicilia, Umbria, Valle d’Aosta. A dimostrazione del fatto che quella del Pinot Nero è ormai una autentica realtà nazionale che non ha più alcun bisogno di chiamarsi “Noir” per sentirsi importante.

Curatori: Maurizio Valeriani e Antonio Paolini.

Revisione dei testi a cura di Pino Perrone.

Attività di redazione web a cura di Daniele Moroni.

I testi che leggerete in Guida sono di: Salvatore Del Vasto, Paolo Frugoni, Federico Gabriele, Maurizio Gabriele, Luca Matarazzo, Daniele Moroni, Gianmarco Nulli Gennari, Antonio Paolini, Pino Perrone, Stefano Puhalovich, Franco Santini, Susanna Schivardi, Gianni Travaglini, Paolo Valentini, Maurizio Valeriani.

Link della Guida: https://vinodabere.it/guida-ai-migliori-pinot-nero-ditalia-2026-la-guida-completa/

I 4 Vini con 100/100:

Alto Adige Pinot Nero Riserva Lafóa 2021 – Cantina Colterenzio

Alto Adige Pinot Nero Riserva Luma 2022 – Tenuta Romen

Alto Adige Pinot Nero Riserva Matan Glen 2022 – Tenuta Pftscher

Alto Adige Pinot Nero Buchholz 2023 – Azienda Vinicola Castelfeder

L’Expo del Chianti Classico spegne le sue prime 53 candeline

Con grande soddisfazione sia da parte dei produttori che dei numerosi visitatori, si è conclusa la 53esima edizione di Expo del Chianti Classico, organizzata dal Comune di Greve in Chianti in collaborazione con il Consorzio del Vino Chianti Classico.

L’appassionante evento ha avuto luogo dall’11 al 14 settembre 2025, con un programma ricco di eventi culturali ed artistici, nonché di masterclass sulle tipologie Chianti Classico e sull’olio extravergine d’oliva. Negli stand in piazza la possibilità di degustare ed acquistare etichette vino e non solo.

Le etichette in degustazione: naturalmente, Chianti Classico, nelle sue tre tipologie: annata, riserva e gran selezione, arricchite da vini bianchi, rosati e alcuni vin santo provenienti dai comuni di questo meraviglioso angolo di Toscana posto tra Siena e Firenze.

La suggestiva piazza di Greve in Chianti, circondata da  logge ad arco con al centro la statua del celebre navigatore Giovanni da Verrazzano, garantisce all’ avventore la possibilità di  degustare e parlare serenamente con gli espositori. Nutrita la presenza di turisti provenienti da ogni parte del globo, attratti dall’incantevole borgo toscano, rinomato per i suoi secolari castelli, i panorami di ineguagliabile bellezza e le vicine città d’arte.

Dagli anni ‘70, ne è passata di acqua sotto i ponti e  questa manifestazione, inizialmente “Mostra Mercato” ha visto scorrere fiumi di vino nel calice.

Ecco alcuni assaggi apprezzati il 12 settembre:

Chianti Classico 2023 “Poggio Scaletta” – Rubino intenso, rivela sentori di ciclamino, ciliegia, fragola,  frutti di bosco e pepe nero; sorso fresco, aggraziato, persistente e coerente.

Chianti Classico 2022 “Querciabella” – Rosso rubino vivace, sviluppa sentori di violetta, lampone, ciliegia, mora e spezie dolci. Al palato è pieno ed appagante, avvolgente ed armonico.

Chianti Classico 2022 “Istine” – Rubino intenso, al naso arrivano note di violetta, ciliegia, fragola, prugna e tocchi balsamici. Composto, fine, avvolgente e molto persistente.

Chianti Classico 2022 “Isole e Olena” – Rubino trasparente, rimanda a sentori di viola mammola, amarena, prugna, bacche di ginepro ed eucalipto. Generoso, rotondo ed appagante.

Chianti Classico Riserva 2021 “Castello di Monsanto” – All’olfatto rimanda note di ribes, fragolina di bosco, amarena, melagrana, tabacco e spezie. Il sorso è fine, setoso, coerente e persistente.

Chianti Classico 2020 Vigneto Boscone “Castello di Monterinaldi” – Rosso rubino con sottili sfumature granate, sprigiona note di prugna, mirtillo, amarena e bacche di ginepro. In bocca è setoso, saporito e decisamente durevole.

Chianti Classico Gran Selezione 2020 “Pieve di Campoli”– Sprigiona sentori di frutti di bosco maturi, sottobosco, spezie ed erbe officinali. Al gusto è soddisfacente e morbido, di buona struttura e lunga persistenza aromatica.

Chianti Classico Gran Selezione Monnalisa 2018 “Vignamaggio” – Rubino trasparente, dal bouquet complesso,  i sentori floreali richiamano perlopiù la rosa canina e quelli fruttati la prugna, ma anche sottobosco, liquirizia e menta. Avvolgente e generoso, coerente e molto persistente.

Grecia nel piatto e nel bicchiere: un viaggio tra mare, sole e cultura

Il mio viaggio nelle isole Cicladi diventa l’occasione per raccontare un percorso enogastronomico che si intreccia con storia, cultura e suggestioni mediterranee. Queste isole non sono soltanto sinonimo di spiagge da cartolina: custodiscono un patrimonio ricco e stratificato, frutto di influenze diverse. Con sorpresa scopro le tracce lasciate dai Veneziani, che nei secoli della Repubblica Marinara solcavano questi mari per commerci con la Serenissima.

Castelli, bastioni e antiche costruzioni ancora oggi testimoniano la loro presenza, in un contesto che appare come una porta sospesa tra mondo cristiano e musulmano, tra Oriente e Occidente. A fare da scenario, le immancabili chiese ortodosse, candide e luminose, spesso sormontate da cupole blu: un paesaggio architettonico che riprende i colori della bandiera greca e che incornicia l’identità autentica delle Cicladi.

La cucina greca è un inno alla semplicità mediterranea, un equilibrio luminoso tra pochi ingredienti, mani esperte e sapori netti. Nelle isole Cicladi, questo canto si fa ancora più autentico: qui il mare incontra la terra arida e le erbe selvatiche, la luce intensa del sole avvolge orti e pascoli, e ogni piatto racconta una storia di vento e di sale.

Il cuore della Grecia in tavola

L’insalata greca, o Horiatiki, è un mosaico di colori e freschezza: il pomodoro maturo sprigiona dolcezza, il cetriolo croccante rinfresca, la cipolla rossa punge, mentre la feta, con la sua sapidità cremosa, lega il tutto insieme alle olive Kalamata e a un filo di olio d’oliva profumato. Il Tzatziki, con yogurt vellutato, cetriolo e aglio, è una carezza fresca con un finale aromatico. Nei Dolmadakia, le foglie di vite sprigionano sentori erbacei e di terra umida, abbracciando un ripieno di riso dal gusto delicato. Moussaka è simile a una parmigiana con strati di melanzane, carne macinata, besciamella e spezie, presenti ovunque.

L’anima delle Cicladi

Ogni isola custodisce un’identità gastronomica distinta, modellata dal clima e dalle risorse locali. Tra i piatti che si lasciano ricordare, la fava di Santorini è una vellutata dal colore dorato e dalla consistenza setosa, dove la dolcezza del pisello giallo incontra la sapidità dei capperi o la concentrazione aromatica dei pomodori secchi. Le Tomatokeftedes, frittelle di pomodoro ed erbe, sprigionano profumi estivi e una croccantezza che invita al bis.

Formaggi e sapori forti

Il kopanisti, piccante e speziato, pizzica il palato e risveglia i sensi, mentre il San Michali di Syros e il Graviera di Naxos offrono un equilibrio tra dolcezza e carattere. Il manoura di Sifnos, stagionato in vino, regala un bouquet vinoso e intenso. La louza, salume speziato e marinato in vino ed erbe, è un’esplosione di aromi balsamici e speziati che evocano feste di paese e brindisi al tramonto.

Piatti rustici e convivialità

La Froutalia di Andros e Tinos, con patate, uova e salsiccia, è un piatto robusto, avvolgente, perfetto per la condivisione. La matsata di Folegandros, pasta fresca fatta in casa, sposa sughi di carne teneri e succosi, mentre il ksinotira di Naxos aggiunge una nota decisa, quasi piccante, a patate e verdure locali.

Mare in tavola e dolci finali

L’astakomakaronada, pasta con aragosta, unisce la dolcezza delicata della polpa al sugo di pomodoro dal profumo mediterraneo. Il gouna, sgombro essiccato al sole, concentra in sé il sapore del mare e del vento.

E poi i dolci: il Baklava preparato con strati sottilissimi di pasta filo alternati a noci, mandorle e pistacchi tritati arricchiti da spezie come cannella o chiodi di garofano. Dopo la cottura viene irrorato con sciroppo di miele e limone, viene tagliato a triangoli ma si può trovare anche tagliato a quadrato o a rombo.

Mangiare alle Cicladi è lasciarsi avvolgere da profumi di origano e timo, da un olio d’oliva che sa di sole e pietra, da formaggi che parlano di pascoli battuti dal vento. È un’esperienza sensoriale completa. La cucina delle Cicladi è una fusione armoniosa di mare e terra: legumi e formaggi forti, pesce fresco, torte alle mandorle, fritti fragranti e piatti antichi resi attuali. Ogni isola ha le sue versioni uniche, ma lascia sempre un’impressione chiara: sapori autentici, ingredienti locali e un invito a vivere la Grecia con gusto genuino.

Santorini, il vino che sa di mare e vulcano

C’è un filo invisibile che lega il vento salmastro dell’Egeo, la luce abbacinante delle Cicladi e la terra scura di un vulcano addormentato. È lo stesso filo che intreccia le radici dei vigneti di Santorini, un mosaico di soli 3.706 ettari dove la vite cresce avvolta a cestello per proteggersi dal sole e dal meltemi, e dove la concentrazione di cantine per metro quadrato è la più alta al mondo.

I terreni vulcanici dell’isola sono una benedizione per la viticoltura: hanno la capacità di trattenere l’umidità notturna e la rugiada marina, rendendo quasi superflua l’irrigazione, utilizzata solo per i vigneti più giovani, fino ai quattro anni di età. È proprio grazie alla natura vulcanica del suolo che la fillossera – il flagello che nel XIX secolo devastò i vigneti di mezzo mondo – non ha mai attecchito qui, permettendo alle viti di crescere ancora oggi a piede franco, custodi di un patrimonio genetico autentico.

La coltivazione segue un metodo tradizionale e ingegnoso: piccoli alberelli intrecciati in forma di nido per proteggere grappoli e foglie dal vento costante e dalle alte temperature estive. Una viticoltura estrema che produce rese bassissime, ma vini di carattere inimitabile.

Qui, tra 40 vitigni e un patrimonio ampelografico unico, i protagonisti sono tre bianchi autoctoni – Assyrtiko, Athiri e Aidani – e tre rossi – Mandilaria, Mavrotragano e Mavrathiro – soprannominati le “3M”. L’Assyrtiko, in particolare, è il vino simbolo dell’isola: un bianco dalla struttura quasi “rossa”, capace di superare i 13,5° e di combinare corpo, complessità e una freschezza vulcanica inconfondibile.

La mia degustazione a Santorini è stata un viaggio sensoriale in tre atti

Il bianco – PESKESI, Pagonis Family

“Peskesi” in greco significa dono, ed è davvero un regalo per il palato. Brillante nel calice, seduce con un naso intenso di frutti bianchi e gialli. In bocca è una danza di freschezza e sapidità, arricchita da note iodate, fruttate e da un soffio di erbe aromatiche, con un finale agrumato persistente che sembra portare con sé la brezza marina.

Il rosso – Mm (Me), Cantina Sigalas

Un incontro tra Mavrotragano e Mandilaria (50% ciascuno), annata 2022, IGP delle Cicladi. Rubino intenso e brillante, al naso offre un bouquet caldo e terroso, con echi di Sangiovese, frutti rossi freschi e una leggera speziatura. Al sorso, freschezza e mineralità si uniscono a una sapidità che parla di mare, con quelle tipiche note iodate che sono la firma dell’isola.

Il passito – Vin Sánto 2016, Estate Argyros

Il nome è assonante al nostro Vinsanto a loro ci tengoo a sottolineare che è Vin (vino) Sánto (di Sántorini) e che quindi si tratta soltanto di na similitudine. L’arte dell’appassimento in pianta al sole regala a questo blend (80% Assyrtiko, 10% Athiri, 10% Aidani) un colore ambra scuro e un naso gentile. In bocca è vellutato e fresco, con ricordi di frutta candita, bergamotto e un tocco di china. Un vino che sa di tramonto e di pazienza.

“Estate Argyros”, l’anima del vino vulcanico di Santorini

Tra i terrazzamenti battuti dal vento e la luce accecante dell’Egeo, sorge Estate Argyros, una delle cantine più prestigiose di Santorini e punto di riferimento per chi desidera conoscere l’anima vinicola dell’isola. Fondata nel 1903 da Georgios Argyros, l’azienda affonda però le radici in una tradizione familiare ancora più antica, oggi custodita e rilanciata dalla quarta generazione.

Con oltre 120 ettari di vigneto, molti dei quali composti da ceppi secolari a piede franco, Estate Argyros rappresenta la più estesa proprietà vitata privata di Santorini. Qui il protagonista indiscusso è l’Assyrtiko, vitigno simbolo dell’isola, che nei suoli vulcanici trova la sua espressione più pura: vini dal profilo teso, minerale e salino, capaci di riflettere il mare e la pietra.

Accanto alle versioni classiche, la cantina propone etichette iconiche come la Cuvée Monsignori, l’Evdemon e il tradizionale Nykteri, fino ad arrivare al sontuoso Vinsanto, vino passito che ha reso celebre Santorini nel mondo.

Visitare Estate Argyros significa vivere un’esperienza completa: dalla passeggiata tra i filari bassi a cestino, al racconto delle tecniche viticole uniche dell’isola, fino alla degustazione guidata nella moderna sala panoramica. Un viaggio nel tempo e nel gusto, capace di coniugare rispetto per la tradizione e visione contemporanea. In un luogo dove il vulcano ha plasmato la terra e la storia, i vini di Estate Argyros raccontano la forza e l’identità di Santorini, sorso dopo sorso. A Santorini, il vino non è solo un prodotto agricolo: è cultura, paesaggio e storia. Ogni sorso porta con sé millenni di resilienza, dall’epoca minoica alla rinascita post-eruzione. E quando, alzando il calice, brindano dicendo “Già mas”, non è solo un augurio: è un invito a far parte di un’isola che ha fatto del vino la sua anima.

A sinistra del lettore Marisa Cuomo, in maglietta azzurra a motivi Moda Mare Positano, con il marito Andrea Ferraioli in camicia bianca sulla destra: sullo sfondo ci sono quattro cisterne della Cantina Marisa Cuomo per produrre vino in Campania

Vino in Campania, la nuova cantina Marisa Cuomo ad Agerola: un’opera visionaria tra innovazione e radici della Costiera Amalfitana

L’inaugurazione entro fine anno

Per i coniugi Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo il grande momento si avvicina con l’inaugurazione, entro la fine del 2025, dei nuovi locali di vinificazione ad Agerola. Si tratta di un’opera faraonica, realizzata nel pieno rispetto della sostenibilità ambientale e dell’amore per il territorio, destinata a diventare un punto di riferimento per il vino in Campania e le cantine della Costiera Amalfitana.

Il progetto è nato oltre dieci anni fa dalla mente di Andrea Ferraioli e ha richiesto ogni sforzo fisico, mentale ed economico, fino a giungere alle fasi finali di completamento.

Andrea Ferraioli di profilo, in camicia bianca, visiona il progetto della Cantina Marisa Cuomo ad Agerola, tra i più apprezzati produttori di vino in Campania
Andrea Ferraioli

 

Una struttura imponente e multifunzionale

Il nuovo complesso si estende su circa 3.500 metri quadri, suddivisi tra due piani e un’area esterna di un ettaro.

  • Area sotterranea: destinata alla fermentazione delle uve, oggi vinificate a Conca dei Marini e a Furore, paese simbolo del vino in Campania e delle cantine campane.
  • Piano superiore: un salone pensato per eventi, degustazioni guidate, accoglienza ospiti e persino un internet point.
  • Area esterna: uno spazio ampio per feste all’aperto, celebrazioni, musica e attività culturali.
Struttura esterna di colore ocra con tettoie rosse a spiovente che ospiterà la nuova Cantina Marisa Cuomo ad Agerola che servirà vino in Campania. Sullo sfondo s'intravede una dorsale montuosa.

 

Tecnologie e sostenibilità

Il progetto si distingue per l’impiego di soluzioni innovative e rispettose dell’ambiente, un modello di riferimento per le aziende vinicole campane:

  • materiali isolanti ad alta efficienza energetica,
  • vasca di raccolta dell’acqua piovana,
  • pannelli solari,
  • contenitori in acciaio da 100 ettolitri,
  • tavoli di cernita moderni,
  • una casupola, soprannominata “il casatiello”, dedicata al comfort dei lavoratori.

Tutti elementi che rafforzano l’immagine delle tenute in Campania e la capacità di coniugare innovazione e radici.

A sinistra del lettore Marisa Cuomo, in maglietta azzurra a motivi Moda Mare Positano, con il marito Andrea Ferraioli in camicia bianca sulla destra: sullo sfondo ci sono quattro cisterne della Cantina Marisa Cuomo per produrre vino in Campania
Marisa Cuomo ed Andrea Ferraioli

 

Le tre “follie” di Andrea Ferraioli

Il nuovo progetto si inserisce in un percorso di crescita segnato da tappe decisive. Lo racconta lo stesso Andrea Ferraioli:

«Tre sono state le mie follie: la creazione dell’azienda il 10 giugno 1982, la bottaia realizzata nel 2001 sotto la guida del consulente enologico prof. Luigi Moio e questa nuova struttura che verrà inaugurata entro dicembre del 2025».

Veduta interna della sede di Agerola di Cantina Marisa Cuomo: pavimento maiolicato, scalinata blu e avveniristici lampadari a forma di anelli dal soffitto in legno, vetrate e ampi saloni che ospiteranno avventori che degusteranno il vino in Campania

 

E aggiunge:
«Ora posso dire di aver realizzato gran parte dei miei propositi e di aver lasciato un’importante eredità per i figli ed i nipoti, ho avuto la fortuna di stare in una famiglia molto numerosa. Ma ancora qualche sorpresa voglio riservarmela, magari con il riadattamento di alcuni vecchi casolari di campagna per l’ospitalità in loco dei visitatori».

Queste parole restituiscono l’essenza del progetto: non solo un investimento, ma un lascito che proietta nel futuro una delle cantine campane più celebri, nota per i migliori vini campani e per il suo ruolo di ambasciatrice del Campania wine nel mondo.

Il vigneto della Cantina Marisa Cuomo, visto dall'alto: sullo sfondo, al di là di due casette bianche e rosse isolate, si vede il mare che bagna la Costiera Amalfitana, tra le mete più apprezzate degli amanti del buon vino in Campania

 

L’olivo Dorotea, simbolo di radici e continuità

Accanto alla nuova struttura, lo storico olivo chiamato affettuosamente “Dorotea”, in onore della nonna amata dai Ferraioli, continuerà a vegliare silenzioso. Simbolo di radici profonde, accompagnerà anche questo nuovo successo delle Cantine Marisa Cuomo, realtà che ha segnato la storia del vino in Campania e del Costa d’Amalfi vino.

Conclusione

La nuova cantina di Agerola è un’opera che coniuga modernità, rispetto ambientale e legame con il territorio. Un tassello fondamentale per il futuro delle cantine in Campania e dei vini della Costiera Amalfitana, espressione autentica della tradizione e della capacità innovativa della famiglia Ferraioli.

Domande frequenti

Quali sono le caratteristiche della nuova cantina Marisa Cuomo ad Agerola?

La nuova cantina Marisa Cuomo ad Agerola si estende su 3.500 metri quadri, con un’area sotterranea per la vinificazione, un salone per eventi e degustazioni, e uno spazio esterno di un ettaro. È progettata con criteri di sostenibilità e innovazione, in linea con l’eccellenza del vino in Campania.

Perché la cantina Marisa Cuomo è importante per il vino in Campania?

Le Cantine Marisa Cuomo rappresentano una delle realtà più notevoli delle cantine campane, celebri per i migliori vini campani prodotti nella Costiera Amalfitana. La nuova struttura di Agerola rafforza questo ruolo, unendo tradizione e tecnologie moderne.

Quando sarà inaugurata la nuova cantina Marisa Cuomo ad Agerola?

L’inaugurazione della nuova cantina di Agerola è prevista entro dicembre 2025. Si tratta di una delle opere più significative per il Campania wine e per lo sviluppo delle aziende vinicole campane.

Cronache dall’Alto Adriatico: Collio

Italia, Slovenia, e ancora Italia. Il terzo giorno del tour nell’Alto Adriatico organizzato dal giornalista e scrittore Paul Balke è dedicato al Collio, l’altra parte di quell’unicum che un tempo comprendeva anche l’attuale Brda.

La superficie vitata nel Collio è inferiore a quella del fratello sloveno, con un valore che ultimamente ha raggiunto i 1500 ettari (contro i 1878 nel Brda), mentre simili sono i terreni essenzialmente a base di flysch, e i sistemi di allevamento. Il disciplinare del vino Collio doc nasce nel 1968 e fino al 1991 non erano ammessi i vitigni internazionali a bacca bianca. Discorso diverso per quelli internazionali a bacca rossa presenti nel territorio da lunga data, e del quale aspetto abbiamo già parlato qui:

Ad oggi le uve autorizzate sono 17: per il bianco Chardonnay, Friulano, Malvasia Istriana, Muller Thurgau, Picolit, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Ribolla Gialla, Riesling Renano, Riesling Italico, Sauvignon, Traminer Aromatico; per il rosso Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carménère, Merlot, Pinot Nero.

Per rientrare nella categoria di Collio Doc le uve devono provenire dal territorio della provincia di Gorizia, in 8 dei 25 comuni esistenti: Capriva, Cormòns, Dolegna del Collio, Farra d’Isonzo, Gorizia, Mossa, San Floriano del Collio, San Lorenzo Isontino. Sono esclusi i terreni del fondo valle, con l’obbligo per i vigneti di trovarsi ad almeno 75 metri di altitudine, fino a giungere a circa 270 metri, e con una pendenza minima del 3%, spesso ben superiore.

Quattro anni prima della doc, nel 1964 nasce il Consorzio Tutela Vini Collio che oggi racchiude al suo interno 119 cantine.

Alla nostra dimora di Medana ci viene a prendere con il suo mezzo di trasporto Paolo Corso, vice direttore del Consorzio e produttore di Borgo Conventi con destinazione Cormòns.

Incerto l’origine del nome della città friulana: chi lo associa al termine del popolo Carmo, chi a un gallicismo celtico per intendere il simpatico mustelide della donnola, e infine chi a un idronimo preromano.

Situata alle pendici meridionali del monte Quarin, Cormòns ha settimila abitanti e millequattrocento anni di storia, che inizia quando i Longobardi fortificarono nel 610 d.C. una stazione militare di epoca romana per contrastare l’avanzata del popolo degli Avari proveniente dai Carpazi. Successivamente il castello entra in possesso dei Patriarchi di Aquileia che poi lo cedono ai Conti di Gorizia, i quali lo affidano agli Ungrispach, antichi signori del borgo, in qualità di castellani e il cui emblea raffigurante una mezzaluna è presente nello stemma comunale della città.

Raggiungiamo piazza xxiv maggio, dove affaccia il Palazzo Locatelli sede del municipio, e l’Enoteca di Cormòns che ci attende con dodici aziende con prodotti da testare. Una statua bronzea ritraente un ragazzino integralmente nudo in posa plastica, dinamica, che esprime energicamente il movimento, e che noi da vecchi studenti della settima arte abbiamo particolarmente apprezzato (cinema deriva dal greco kínema che significa movimento), è proprio di fronte all’ingresso. E’ opera dello scultore Alfonso Canciani di Brazzano, eretta nel 1894 e denominata il Lanciasassi, sebbene durante il periodo fascista fu battezzata Il Balilla, per l’evidente forza muscolare del fanciullo, incline al modo di vedere e al motto del regime del ventennio che propagandava “un popolo di atleti e soldati”.

Al primo piano dell’enoteca sede della degustazione conosciamo Luca Raccaro presidente del Consorzio Tutela Vini Collio e titolare dell’azienda omonima,che a 36 anni è il più giovane al vertice nella storia sessantennale del Consorzio. Averci trascorso delle ore assieme ha arricchito il nostro tour: Luca è una persona sensibile, squisita, e veramente disponibile verso il prossimo, per di più ha annullato un impegno vacanzierio pur di accudirci e in seguito scarrozzare il gruppo in giro.

Gli assaggi effettuati hanno riguardato i seguenti vini, elencati nell’ordine esatto di successione, e tranne dove è indicato diversamente sono da intendersi per Collio doc:

BORGO CONVENTI dal 1975 – ettari 30 (nel Collio 20, in Friuli Isonzo 10) – bottiglie annue 300.000

(https://www.borgoconventi.it/)

Friulano 2022 un vino che ci ha convinto con invitanti note floreali di fiori di robinia, morbide mielate, fruttate fragranti, e un sorso teso e di buona persistenza, con un finale piacevolmente sapido e ammandorlato.

Sauvignon 2023

Luna di Ponca 2019 (blend di Friulano 70%, Chardonnay 20%, Malvasia 10%)

Merlot 2017, l’annata corrente è la 2021, e il vino, dopo la fermentazione in tini di legno e acciaio inox a temperatura controllata, trascorre 10-12 mesi in barrique e un ulteriore affinamento in bottiglia. Percezioni fragranti e fresche in un olfatto complesso, con note floreali di viola appassita, di ciliegia matura, di prugna disidratata, e d’arancia sanguinella, e per finire di sottobosco. I tannini sono setosi, e il vino è lavorato in sottrazione, con eleganti ritorni di frutta in confettura, note morbide di vaniglia, e un finale piuttosto persistente di cacao amaro.

LIVON dal 1964 – ettari 180 – bottiglie annue 850.000

(https://livon.it/tenuta-livon/)

Pinot Bianco Cavezzo 2022

Solarco 2023 (blend equanime di Friulano e Ribolla)

Braide Alte 2022 Venezia Giulia Igt (blend di Chardonnay 40%, Sauvignon 40%, Ribolla Gialla 15%, Picolit 5%). Fermentazione in barrique a temperatura controllata e affinamento per 8-10 mesi, poi assemblaggio in vasca di acciaio inox. Affinamento in bottiglia di circa un anno. Ricco di note aromatiche floreali e fruttate, morbidezza da miele e vaniglia. Fresco, elegante e minerale, sorso pieno e glicerico, con ritorni di una succosa pesca tabacchiera in un finale molto vellutato.

RACCARO DARIO dal 1986 – ettari 8 – bottiglie annue 34.000

(https://www.raccaro.it/)

Friulano Rolat 2024 fine e sottile, con suggestioni floreali, di fiori di acacia e di mandorla, delicatamente fruttato. Fresco e vivo al sorso, ma allo stesso tempo morbido, mielato, setoso, che culmina al termine in toni minerali.

Friulano Rolat 2018, gli ulteriori sei anni trascorsi di affinamento hanno regalato al vino complessità, polpa e materia, e una grande eleganza, la frutta si fa decisamente più matura, e il sorso è molto mordido e persistente.

BRANKO dal 1950, passa a Igor Erzetic nel 1998 – ettari 12 – bottiglie annue 70.000

(https://www.brankowines.com/)

Pinot Grigio 2024 piacevole e intensamente fruttato di pesca, cenni erbacei di fieno tagliato, e morbidezza di crema. Al palato è opulento, vivo e sapido, torna dirompente la frutta, in un contesto di beva gradevole.

Chardonnay 2024

CASTELLO DI SPESSA dal 1987 – ettari 98 (nel Collio 28, in Friuli Isonzo 70) – bottiglie annue 450.000 (nel Collio 100.000, in Friuli Isonzo 350.000)

(https://www.castellodispessa.it/)

Rassauer 2022 (Friulano)

Santarosa 2023 (Pinot Bianco) affina per sei mesi sulle fecce nobili in acciaio e in barrique. Intense e penetranti le note floreali di acacia alle quali si accompagnano altre fruttate di pera, e di spezie delicate, pepe bianco. Il sorso esile e sapido è declinato sull’eleganza, con ritorni morbidi fruttati e una buona persistenza.

DUE DEL MONTE dal 2017 – ettari 8 (a breve 10.5) – bottiglie annue 30.000

(https://duedelmonte.it/it/)

Ribolla Gialla 2022

Malvasia 2022

Friulano Subida 23 2020, fermentazione in botti di rovere dove il vino rimane per circa 10 mesi senza effettuare la malolattica. Le note floreali sono decise, alcune spezie morbide e poi frutta secca, mandorla in primis. Al palato è glicerico, sapido, con una lieve nota alcolica che tuttavia non incide troppo sull’armonia, ritorni di erbe aromatiche in un finale persistente, piacevole e di carattere.

Sauvignon San Giovanni 2020

Merlot 2019, macerazione per circa 30 giorni con frequenti follature a mano e un paio di dèlestage. Maturazione in barrique in parte nuove per 12 mesi e in botti di rovere più grandi per altri 12 mesi dove avviene la fermentazione malolattica. Infine almeno altri 24 mesi di affinamento in acciaio inox e bottiglia. Note iniziali di frutti di bosco rossi e arancia sanguinella, a cui seguono quelle minerali legate alla grafite e petricore. Il sorso è pieno, ricco e setoso, polputo e piacevole, di vellutata morbidezza e con un finale di persistente eleganza.

PASCOLO dal 1974 – ettari 7 – bottiglie annue 30.000

(https://www.vinipascolo.com/)

Pinot Bianco 2023

Friulano 2023

Agnul 2021 (blend di Friulano 50%, Sauvignon 40%, Pinot Bianco 10%). Fermentazione in acciaio dove sosta per nove mesi sui lieviti. Il Friulano è elevato in tonneau di Allier nuove, poi avviene l’assemblaggio dei vini nove mesi prima dell’imbottigliamento con affinamento in vetro per ulteriori 18 mesi. Vino molto intenso e complesso, dotato di nuance floreali di acacia e tiglio, note di frutta esotica, di spezie morbide, noce moscata e vaniglia. Al palato è corposo e materico, glicerico, con ritorni di purea di pera, e un finale delicato e minerale.

Rosso di Ponca 2020 Merlot

RONCÚS dal 1985- ettari 10 – bottiglie annue 30.000

(https://www.roncus.it/it/)

Malvasia 2022 Venezia Giulia Igt

Pinot Bianco 2020

Pinot Bianco 2018

Vecchie Vigne 2017, unblend di Malvasia 60%, Friulano 30%, Ribolla Gialla 10% provenienti da vigne con oltre 60 anni di vita, che dopo una breve macerazione di quattro ore, effettua la fermentazione spontanea e quella malolattica. In seguito il vino permane un anno in botti da 20 ettolitri, e 22 mesi in acciaio sui propri lieviti fini. La declinazione è sulla polpa di frutta matura, anche esotica, con richiami a fiori bianchi essicati e mineralità da pietra focaia. Il sorso è glicerico, pieno ed elegante, fruttato con un finale minerale persistente.

RENATO KEBER dal 1985 – ettari 15 – bottiglie annue 45.000

(http://www.renatokeber.com/)

Pinot Grigio 2019. I vini di Renato Keber escono dopo minimo 5 anni dalla vendemmia. Fermentazione spontanea ed elevazione sui lieviti per dodici mesi in acciaio. Complesso con frutta matura, erbe aromatiche, fiori di sambuco, frutta secca e note minerali di roccia bagnata. Al palato si sviluppa in progressione, è pieno, morbido e molto minerale e persistente.

Friulano 2019

MALcheVAda  collezione 2019 è un blend a base di Malvasia che a seconda dell’annata varia dal 50-70%, e saldo di Friulano, Pinot Grigio, Pinot Bianco, Chardonnay, Ribolla Gialla. Effettua due settimane di macerazione con fermentazione che avviene con lieviti indigeni, successivamente il vino matura per un anno in botte grande e un altro anno in vasche d’acciaio sui lieviti, più un ulteriore anno di affinamento in bottiglia. Bouquet declinato alla frutta esotica matura e agrumi, molto intenso, fragrante ed elegante, con sorso succoso, sapido, e carattere distinto, molto persistente.

Zegla 2016 è un Friulano al 100% che esegue la fermentazione spontanea e una maturazione in progressione aritmetica: 12 mesi in botti di rovere, 24 mesi in contenitori d’acciaio, 36 mesi di affinamento in bottiglia. Olfatto conteso tra la morbidezza del miele d’acacia e dello zucchero a velo e la freschezza appropriata alla mineralità e ai sentori iodati. A completare un bouquet seducente si aggiunge della frutta a polpa gialla e agrumi di pari colore. Al palato è rotondo, armonico, con sorso ampiamente glicerico, non privo di vena acida, e di una lunga persistenza con suggestioni nel finale di canditi di agrumi.

EDI KEBER dal 1957 – ettari 12 – bottiglie annue 45.000

(http://www.edikeber.it/)

Collio 2022 è un blend di Friulano 70%, Malvasia 15%, Ribolla Gialla 15% che fermentano spontaneamente (l’azienda è certificata Demeter) in vasche di cemento con affinamento di almeno 5 mesi. Bouquet che spazia dal pompelmo giallo alla pesca bianca, dai sentori minerali alla frutta secca come mandorla. Al palato è soffice, minerale, salino e persistente.

KORSIČ dal 1989 – ettari 7 – bottiglie annue 40.000

(https://www.korsicwines.it/)

Collio 2023, un blend di Friulano 60%, Malvasia 30%, Ribolla Gialla 10%, che fermentano in acciaio inox per 4-6 giorni e affinano in botti di rovere per 12 mesi, seguito da 6 mesi in bottiglia. Suggestioni di frutta gialla accompagnano le note floreali, di ginestra e tiglio, in uno sfondo arricchito dai toni minerali. Al palato è sapido, fragrante e persistente.

RADIKON dal 1980 – ettari 25 – bottiglie annue 85.000

(https://www.radikon.it/it/)

Jakot 2020 Venezia Giulia Igt è un Friulano che effetta la fermentazione spontanea con macerazione delle bucce per circa tre mesi in tini troncoconici, e in seguito matura per tre anni in botti da 25 e 35 ettolitri, concludendo con uno o due anni a seconda dei casi di affinamento in bottiglia. Ricco di fiori gialli e di frutta gialla, pesca e albicocca. L’intesità aromatica è basata sulla freschezza e la fragranza. Al palato l’ingresso è sapido con evidente acidità volatile simile ad alcune birre belghe Lambic, ma non fine a sé stessa, sensazione tannica adeguata, e grande personalità e persistenza declinata alla frutta secca, nocciola tostata.

Il pranzo si è svolto nell’enoteca assieme a Luca Raccaro. L’enoteca di Cormòms, alla quale aderiscono 28 aziende del Collio, ha come focus di promuovere i prodotti del territorio. Qui si trovano i vini delle cantine che ne fanno parte ed è aperta a iniziative relative agli associati.

Com’era avvenuto sia da Gredič la sera precedente, che da Le due Torri due giorni prima, tra i cibi friulani da valorizzare, abbiamo assaggiato un formaggio che conosciamo da tempo e apprezziamo: il Formadi Frant. E’ un prodotto di recupero tipico del Friuli, della Carnia per la precisione, dove si sminuzzano e frantumano (dal cui nome Frant) gli avanzi di altri prodotti caseari con varie stagionature, i quali sono amalgamati con panna e pepe. In una vita precedente lo vendevamo nel nostro negozio enogastronomico a Roma sud e invitavamo i clienti a utilizzarlo anche per un’ottima variante della celebre pasta cacio e pepe romana. Con nostro sommo piacere, durante il soggiorno in Friuli per il progetto Alto Adriatico, ne abbiamo assunto in dose superiore alla somma di quanto mangiato finora ad allora!

Una rapida visita alla piazza principale di San Floriano del Collio, paesino con poco più di settecento anime, per godere a 276 metri di altitudine la vista dei vigneti dal punto più alto in zona, slargo dove è situata la chiesa dedicata a San Floriano Martire, e poi un giro per i filari del Collio. Quelli di proprietà di Raccaro, lungo la strada che da Cormòns porta a Brazzano, sono stupefacenti: si trovano alle pendici del Monte Quarin, ma l’aspetto straordinario è che i terreni dove la vite cresce avviluppa la chiesa di Santa Maria, chiamata anche di Santa Apollonia, con origini nell’Alto Medioevo giacché il primo documento rinvenuto dove se ne parla è datato 1319. La chiesetta è talmente importante per l’azienda Raccaro da impreziosire l’etichetta di tutti i vini prodotti con un’elegante effige della medesima. A tal proposito, noi abbiamo testato solamente il Friulano in un paio di differenti millesimi, al fine di far emergere la longevità del vitigno, ma Raccaro, che fa parte della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (FIVI), produce anche una Malvasia Istriana definita dalla cantina la punta di diamante della loro proposta per via dell’eleganza di cui si pregia, un Collio a base di Friulano, Sauvignon e Pinot Grigio, e infine un Merlot, tutti vini che siamo curiosi di assaggiare al più presto.

Affascinanti e suggestivi sono anche i declivi di Livon, una cartolina ammirevole dove l’ordine sembra apprezzato dalla natura stessa, che di suo non esercità, e tutto ciò l’abbiam notato malgrado l’ardore che ci asserragliava. In condizioni meteorologiche più mitigate devono essere luoghi davvero spettacolari.

Ora a tutti noi necessità una rifrescata, prima di recarci all’aperitivo e la cena che ci attende, quindi torniamo in albergo per poi essere accompagnati grazie a Renato Keber in luogo che promette molto bene, soprattutto per dove è ubicato: Locanda alle Vigne.

Cormons – Subida di Monte – AK+ ENGINEERING – Foto Elia Falaschi © 2024 – https://eliafalaschi.it – https://ak.plus

Si tratta di un ristorante immerso nei vigneti dell'azienda agricola Subida di Monte, un locale inaugurato a inizio 2024, di grandi dimensioni e molto curato, che si prefigge di valorizzare la cucina tradizionale friuliana. Al suo interno vi è un grande camino accogliente, chiamato il Fogolâr che grazie al cielo era spento. Iniziamo con due versioni di bollicine: Perté 2024 uno spumante a base di Ribolla Gialla prodotto da Castello di Spessa, dai delicati e piacevoli toni floreali e fruttati, e il Tanni 2017 un metodo classico pas dosé a base di Chardonnay di Tenuta Stella, con fermentazione inacciaio e tonneau, e in seguito 60 mesi sui lieviti, complesso, fresco ed elegante nelle suggestioni speziate, di agrumi canditi, e burrose. 

Nel frattempo conosciamo Saša Radikon che assieme a Renato Keber ci viziano con alcuni dei loro vini durante la cena.

Alla morte del padre Stanko avvenuta l’11 settembre del 2016, l’azienda Radikon passa nelle mani Saša, che raddoppia gli ettari di vigneto da 12 a 25, e la conseguente produzione annua di bottiglie che ora raggiunge le 85.000 unità. Nel 2023 grazie alla sorella Ivana nasce la linea POP, che preve un Bianco e un Rosso, con una breve macerazione delle uve e una beva più agevole rispetto allo stile per cui la cantina è nota, pur rimanendo un inconfondibile vino di Radikon, sia bene inteso.

Dopo il Friulano (con aromaticità erbacee e officinali, e finale ammandorlato) e il Sauvignon (in linea con i caratteri varietali del vitigno) entrambi 2024 di Branko, un energico Saša ci versa lo Slatnik 2022 che esegue 8/14 giorni di macerazione sulle bucce, un anno di maturazione in botte e almeno quattro mesi in bottiglia, che si rivela di un fruttato succoso e opulento, pesca e albicocca, con cenni floreali e finale minerale; e la Ribolla 2020 che segue la medesima vinificazione dello Jakot (macerazione delle bucce per circa tre mesi in tini troncoconici, in seguito matura per tre anni in botti da 25 e 35 ettolitri, e uno o due anni a seconda dei casi di affinamento in bottiglia), con sentori mielati, speziati e di albicocca disidratata, e che mantiene un sorso dinamico e fresco.

Renato Keber estrae dal cappello due aneddoti: Friulano Riserva Zegla 2008, complesso e armonico, con suggestioni di agrumi disidratati, pesca sotto sciroppo, spezie e fiori essiccati, e un sorso elegante e setoso, minerale e ammandorlato, e il Sauvignon riserva Grici 2010 che se non sbagliamo è la prima annata prodotta da Renato, porta a termine la fermentazione in tonneaux per 12 mesi, elevatura sui lieviti ed ulteriore affinamento di oltre 2 anni in bottiglia, che durante il momento dell'assaggio ci è sembrato di avvertire un sovraccarico della tensione elettrica nel ristorante, e invece era l'esplosione di esoticità e longevità del vino che ci aveva sovrastimolato sensorialmente, con note di frutto della passione e kiwi, agrumi polputi, un sorso ancora vivace, equilibrato e armonico, colmo di materia, e un prolungato finale dedicato alle erbe aromatiche, due vini dei quali serberemo l'emoziante ricordo molto a lungo.

Risalendo il vialetto dove erano parcheggiate le automobili, abbiamo pensato: Perbacco, se non è stata la degna chiusura di una giornata molto intensa, quale altra?

Porto di Mola: tutto ciò che avreste voluto sapere sul territorio della Doc Galluccio e non avete mai osato chiedere

Ai piedi del Vulcano inattivo di Roccamonfina esiste un luogo magico dove il tempo sembra non scorrere mai. Il progetto Porto di Mola nasce da un’idea di Peppì Esposito e Antonio Capuano che nel 1988 cominciano a lavorare su queste terre. Successivamente Antimo Esposito, figlio di Peppì, seguendo le orme dei due fondatori, si appassiona all’idea, per dare lustro ad una delle più piccole denominazioni d’Italia, quella del Galluccio.

Lungo le rive del fiume Garigliano che divide la Campania dal basso Lazio, terre una volta unificate sotto il regno borbonico, giacciono le macerie di un antichissimo porto romano utilizzato per il piccolo cabotaggio verso l’interno della regione. Nel 2004 viene inaugurata così la cantina proprio accanto alle rovine ritrovate dai due imprenditori, in un’oasi naturale di rara bellezza tra laghetti, boschi ed un ecosistema in perfetto equilibrio.

Passeggiare tra le vigne negli oltre 70 ettari vitati di Porto di Mola significa viaggiare lungo il corso della storia, ritrovando la pace con se stessi e con la natura circostante. Oche, piccole lepri e altri animali di campagna osservano, per nulla spaventati, il passaggio dei visitatori, spettatori silenti di un mondo ancora inesplorato tutto da raccontare.

Al centro dell’azienda si trova la cantina di circa 2000/mq. Un ambiente sobrio ed essenziale, il luogo in cui Antimo segue personalmente le fasi di lavorazione dei prodotti. Alla cantina si è aggiunto il frantoio con la produzione di quattro tipologie di olio extravergine d’oliva spremuto a freddo: le moncultivar da Sassanella e Itrana, un classico da blend e una versione affumicato.

L’enologo Arturo Erbaggio collabora con la sua esperienza nell’esaltare al meglio le caratteristiche dei cosiddetti “vini vulcanici”, dove le componenti basaltiche del suolo influiscono marcatamente sulle qualità organolettiche finali. Vini dotati di grande verve minerale, struttura agevole e sfumature di colore meno intense dai riverberi brillanti.

Ne conseguono piacere di bocca, immediatezza e perfetto abbinamento con i piatti della tradizione, in particolare pasta e sughi. Ben 18 etichette per un totale di 300 mila bottiglie annue e l’amore per la Doc Galluccio.

La visita della cantina con la consueta degustazione è avvenuta durante la recente kermesse Campania Stories, già descritta ai link 1 e link 2 grazie al direttore Antonio Falvo.

Galluccio Bianco 2024: da uve Falanghina in purezza e ben articolata nelle sue nuance d’agrumi mediterranee e fiori bianchi. Termina al sorso su lunghezze iodate e saporite.

Petratonda 2024: la vendemmia tardiva di Falanghina risulta tropicale con amplificazione della vena salmastra finale. La 2023 esprime le caratteristiche sfumature sulfuree ma con minor ricchezza di aromi.

Galluccio Rosso 2023: solo Aglianico, goloso per le note floreali unite a chiodi di garofano e parti balsamiche. Meno potente degli omologhi irpini, ma con una precisa anima.

Contra Del Duca 2018: la Riserva da 24 mesi in legni di varia grandezza. Sorso arrotondato dalle sensazioni di spezie dolci, non privato però di una buona tensione finale da arancia sanguinella e ciliegia fresca. Contemporaneo e di pronta beva.

Porto di Mola

Via Risiera, snc – 81044 – Galluccio (CE)

Tel: 0823925801 – Mail: info@portodimola.it