Piemonte: Grandi Langhe 2026 – Un successo clamoroso, con la denominazione Barbaresco in gran spolvero

La decima edizione di Grandi Langhe conferma il suo successo della passata edizione, con ben 515 espositori e un focus speciale sul Barbaresco.

Si è conclusa con grande soddisfazione la decima edizione di Grandi Langhe, kermesse che ha riunito i produttori vinicoli del Piemonte alle OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino. Dal 26 al 27 gennaio 2026, 515 espositori, di cui 379 provenienti da Langhe e Roero e 136 dal resto della regione, hanno presentato oltre 3100 etichette in degustazione.

La Kermesse

Per la seconda volta, la manifestazione ha coinvolto tutte le denominazioni piemontesi, arricchendosi anche di un’area dedicata interamente alla stampa con servizio Sommelier e dei consueti desk di assaggio. L’evento, organizzato dal Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani e dal Consorzio Tutela Roero, in collaborazione con Piemonte Land of Wine, ha registrato numeri da record, con un’affluenza significativa di operatori professionali del settore e stampa nazionale ed estera, quest’ultima proveniente da varie nazioni del mondo.

Le anteprime e il focus sul Barbaresco

Le anteprime più attese dell’evento hanno riguardato le annate 2022 di Barolo, 2021 di Barolo Riserva, 2023 di Barbaresco e Roero e 2022 per le rispettive tipologie Riserva. Tra i protagonisti della degustazione, il Barbaresco 2023 ha impressionato per eleganza e piacevolezza di beva, grazie a un’annata particolarmente propizia.

Ecco alcuni assaggi per i lettori di 20Italie

Giuseppe Cortese – Barbaresco Rabaja 2023 – Bel rubino con sfumature granato, al naso sprigiona sentori di viola, ciliegia,  frutti di bosco, menta e spezie dolci. Il sorso è vibrante e saporito, setoso, armonioso e lungo.

Paitin – Barbaresco Serraboella Sorì Paitin 2022 – Colore rubino con riflessi granati, rivela sentori di viola appassita, ciliegie sotto spirito, prugna, arancia sanguinella. tabacco e liquirizia, al palato è avvolgente, fine, coerente e persistente. Grande sorso.

Massolino –  Barbaresco Albesani 2023 – Rosso rubino intenso tendente al granato emana sentori di petali di rosa, amarena, prugna, mora e pepe bianco. Al gusto è vellutato con tannini nobili,  appagante, generoso e duraturo.

Tenute Cisa Asinari dei Marchesi di Gresy – Barbaresco Camp Gros Martinenga Riserva 2021 – Il calice é rosso granato intenso, dipana sentori di violacciocca, marasca, rosa appassita, ribes, spezie fini e con cenni balsamici. Sorso leggiadro, avvolgente, setoso e saporito.

Cigliuti – Barbaresco  Bricco di Neive Vie Erte 2022 – Bel rubino con sfumature granato, al naso sprigiona sentori di ciliegia, frutti di bosco, menta e spezie orientali. Il sorso è vibrante e saporito, setoso ed armonioso.

Angelo Negro – Barbaresco Basarin 2022 – Tonalità granato intenso e trasparente, giungono al naso sentori di rosa canina, lampone, ciliegia, tabacco e liquirizia. Dai tannini setosi è intenso, di buona struttura e notevole persistenza.

Pelissero – Barbaresco Vanotu 2022 – Tonalità rosso granato trasparente, libera sentori di rosa, lampone, ciliegia, timo e vaniglia. Al gusto è vellutato, avvolgente, pieno e decisamente persistente.

Socrè – Barbaresco Pajore 2021 – Veste color granato vivace e trasparente, rimanda sentori di floreali che richiamano la mammola, poi mora, prugna,  ribes, tabacco e bacche di ginepro. Il gusto è contraddistinto da una setosa trama tannica e una buona piacevolezza di beva.

Michele Chiarlo – Barbaresco Faset 2022  –  Granato intenso e consistente, con raffinati sentori di ciliegia, prugna, mirtillo, liquirizia e nuances mentolate. Sorso vellutato, suadente e persistente.

Adriano Marco e Vittorio – Barbaresco Docg Basarin 2022 – Rubino con sfumature granato, si percepiscono note di rosa, violetta, ciliegia, pepe nero e nuance mentolate. Il sorso è  fresco e sapido, al contempo setoso e armonioso.

Catalogo Proposta Vini 2026: alla Leopolda di Firenze il futuro del vino passa anche dal recupero delle sue “radici”

Il 18 e 19 gennaio 2026 alla Stazione Leopolda a Firenze si è svolta la presentazione del Catalogo 2026 di Proposta Vini, uno dei maggiori distributori italiani di vini e di distillati.

L’ambientazione è stata a dir poco perfetta per un evento di questa caratura: oltre 200 cantine sia italiane che estere, più di 35 produttori di distillati, 6 masterclass, e svariati vini in degustazione hanno animato la manifestazione. Non siamo qui solo per sciorinare numeri e statistiche però; Proposta Vini è anche un attore che ha deciso di investire tempo e risorse in progetti che possono portare nuova linfa al mondo del vino, in un periodo di contrazione dei consumi.

Fra questi, di sicuro interesse è il progetto dei “vini dell’angelo”, una riscoperta dei vitigni che fino alla grande guerra erano presenti in maniera non estemporanea nella zona del Trentino, allora Tirolo italiano. L’area interessata non è casuale, infatti Gianpaolo Girardi fondatore di Proposta Vini nel lontano 1984 è originario della regione tridentina e molto legato ad un sogno che segue personalmente fin dall’inizio.

Il progetto “vini dell’angelo” promuove la coltivazione, la vinificazione e la commercializzazione proprio di questi rare varietà autoctone, recuperate da alcune cantine, dando alla luce vini che uniscono sapori antichi a conoscenze e vinificazioni moderne con dei risultati di sicuro interesse.

Il recupero è stato possibile sia grazie alla ricerca fatta in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach (inizialmente fondata a Innsbruck nel 1874), che ha propiziato il reinserimento degli antichi vitigni nel catalogo nazionale delle varietà di uva da vino, in base al ritrovamento di una carta geognostica del Trentino che fu esposta addirittura all’ esposizione internazionale di Vienna del 1873.

Nella mappa, oltre alla conformazione geologica della regione, furono inserite anche le zone vinicole vocate. Pur non conoscendone l’esatta ragione possiamo presumere che l’ufficiale dell’esercito che la disegnò fosse un appassionato di viticoltura e di vino, che ha permesso, con buona approssimazione, di sapere le presenze di diversi tipi di vitigni coltivati nelle varie vallate, anche quelle più piccole e laterali.

La fortuna vuole che ci sia stato tramandato a riguardo parecchio materiale grazie alla proverbiale organizzazione dell’allora impero Austro-Ungarico. Prima con la riforma voluta da Maria Teresa d’Austria riguardo la scolarizzazione e l’obbligo di alfabetizzazione e poi con una serie di vere e proprie raccolte statistiche sulle varie annate si è potuta operare una vasta raccolta di dati.

Attualmente più di 20 cantine partecipano al progetto, con studi su 30 tipologie di antichi vitigni in modi diversi. C’è anche da dire che non tutte le uve recuperate avevano bisogno di “vini dell’angelo” in quanto alcune varietà hanno superato indenni il cambio varietale avvenuto negli anni, per loro stessa natura non venendo deliberatamente o meno abbandonate.

Dentro ogni calice un frammento di storia identitaria della regione tornerà a vivere. Un filo sottile che unisce carte ottocentesche e il lavoro quotidiano delle cantine di oggi. Ed è proprio in questo dialogo tra passato e presente che il vino riesce ancora a sorprendere e a raccontare qualcosa di autentico anche grazie al lavoro di persone come Girardi.

Le foto del presente articolo sono state scattate da Mattia Genovese.

Puglia – Fatalone, il Dna della Famiglia Petrera nel Primitivo di Gioia del Colle

L’esistenza della viticoltura in Puglia è antecedente ai rapporti tra le popolazioni autoctone e i Fenici, i quali iniziarono a spingersi con le loro navi lungo i litorali della regione a partire dal 2000 a. C. per finalità commerciali. A questi antichi naviganti, provenienti dalla Cananea, va il merito di aver introdotto nuovecultivar e nuove tecniche di allevamento della vite più efficaci, esattamente come fecero con gliHistri, popolo dell’Istria, stanziali presso la Valle del fiume Arsa e la baia di Kalavojna, come in seguito la definirono i greci e che significa “buon vino”.

La storia della viticoltura in Puglia

Nell’area bagnata dal Mare Adriatico corrispondente a gran parte dei Balcani, Dalmazia inclusa, storicamente nota col nome di Illiria, si iniziarono a muovere i primi flussi migratori verso la Puglia, soprattutto verso il Salento, attorno al 1200 a.C. Gli Japigi, forse discendenti dai coloni cretesi stabilitisi a Taranto, furono la prima tribù a popolare queste terre, a cui seguirono prima i Peuceti e i Dauni, probabilmente originari dell’Albania, verso il VII sec. a.C. e successivamente, tra il IX e il X secolo a.C., i Choni e i Messapi.

Forti della lingua e di una civiltà definita da usanze e costumi comuni i Messapi si fusero con gli Japigi, dando così inizio alla cultura e al popolo di Messapia, il cui significato è “Terra tra i due Mari” corrispondente alle attuali subregioni di Murge e Salento. Tra realtà e leggenda, migrazioni, assonanze fonetiche e incroci di civiltà, le viti antenate del Primitivo attecchirono tanto nei Balcani che in Japigia, vasto territorio comprendente la Daunia, la Peucezia e la Messapia, sopravvivendo al tempo e alle dominazioni che modificarono il volto dei territori uniti dal Mare Adriatico, così come lo fecero i Greci dall’VIII sec. a.C. in poi, pur mantenendo relazioni di reciproco rispetto e indipendenza culturale.

Il Primitivo, origine di un nome

Per certi versi, l’incertezza storica che getta nebbia sull’origine definitiva di determinate popolazioni riguarda anche il Primitivo: però, tra i più accreditati studiosi di ampelografia, il dottor Antonio Calò reputava la comparsa del Primitivo in Puglia, o comunque la sua scoperta, risalisse al XVII secolo per merito dei monaci benedettini; tra costoro, molti partirono attorno al 1086 anche dall’Abbazia di Cava de’ Tirreni, un’importante sede monastica benedettina fondata nel 1011 da Sant’Alferio che, dopo il rinnovamento del XVI secolo, entrando nella Congregazione Cassinese, continuò a essere un centro spirituale e culturale, inviando monaci in missione, fondando altre comunità e sostenendo quelle preesistenti, a dimostrazione della sua influenza in Sud Italia.

Merito anche del re Federico II che nel 1194 favorì la viticultura, proteggendo le vigne esistenti, incoraggiandone coltivazione e sperimentazione, così come efficacemente fece la Riforma Gregoriana dopo il definitivo decadimento degli ordini monastici basiliani; in tutto ciò, rispetto al monachesimo, bisogna però si tenga conto che una precedente opera di diffusione delle uve potesse essere già stata messa in atto nella seconda metà del IV secolo dai monaci Basiliani trasferitisi dalla Grecia, persino nelle odierne province diBari e Taranto. Sicuramente, senza i monasteri e senza la perseveranza benedettina di quelle viti non sarebbe rimasta traccia alcuna.

Va evidenziato comunque che il Calò, rispetto alla sua tesi, fu preceduto da Giuseppe Di Rovasenda, il quale pure asseriva che il periodo in cui apparve il Primitivo fosse databile attorno al XVII secolo, ma per altre ragioni: infatti, l’autore del Saggio di Ampelografia Universale asseriva che le marze di Primitivo giunsero grazie ai profughi slavi originari di Zagabria dopo diverse ondate migratorie, spinti anche dall’egemonia saracena.  Non a caso SchiavoneMontenegroAlbanese Zagarese, sono sinonimi del Primitivo gioiese

Quel che è certo è che è a Francesco Filippo Indellicati, nato a Gioia del Colle nel 1767, che va riconosciuto il merito di selezionare e classificare il Primitivo, dandone definizione per la prima volta nel XVII secolo, come appunto asserito dal Calò; Indellicati, appassionato studioso di Botanica e Agronomia, oltre che dignitario papale, divenne primicerio del capitolo della Chiesa Madre di Gioia del Colle e, secondo Francesco Antonio Sannino, fu colui che nel 1799 avviò ufficialmente la coltivazione del Primitivo di Gioia del Colle in un terreno di otto quartieri di estensione in località Liponti, presso la contrada Terzi di Gioia del Colle.

Filippo Indellicati aveva particolarmente a cuore questa cultivar, notando all’epoca che raggiungeva la maturazione fenolica in agosto, precocemente rispetto alle altre uve. Fu per queste ragioni che, nel gergo dialettale gioiese, l’uva veniva chiamata Primativo, detto anche Primaticcio, ma non è escluso che l’etimo avesse a che fare con la carica ecclesiastica ricoperta dall’Indellicati stesso, come asserito anche dal prof. Giuseppe Musci nel 1919, al tempo direttore dei Consorzi di Difesa della Viticultura di Bari.

L’arco temporale intercorso tra gli inizi dell’800 fino ai primi anni ’50 ha visto l’annessione del Mezzogiorno al resto d’Italia, il cosiddetto Brigantaggio, la Grande Guerra e la Seconda Guerra Mondiale, eventi che hanno cambiato per sempre, assieme alle grandi migrazioni, il volto del nostro Paese e che hanno richiesto un immane sforzo per la ricostruzione e, soprattutto nell’Italia del Sud, tanta fatica contadina.

La famiglia Petrera

Un punto di riferimento fondamentale per la preservazione del patrimonio vitivinicolo gioiese e il futuro del Primitivo di Gioia del Colle in quest’epoca è stato il punto in cui Nicola Petrera, nato nel 1827, decise di costruire la propria casa, senza sapere che la scelta di un luogo, nelle mani di un suo futuro erede, diventerà la pietra miliare per dare grandezza al nome di questo emblematico vitigno pugliese; infatti, agli inizi del XIX secolo elesse la sommità della collina di Spinomarino per la sua dimora con tutta la tenuta attorno per praticare la viticoltura.

Il lavoro, tra disboscamento, lo scavo dei pozzi per fare scorta idrica e l’estrazione della roccia con cui venne costruita la casa trullo, fu davvero durissimo, ma il sacrificio non andò perduto e neanche le parole di Nicola, che riassumono i valori familiari e l’abnegazione per la fatica in vigna: “chi ama e rispetta la Natura, ama Dio e se stesso”. La casa trullo, come vedremo di seguito, resta un vero e proprio punto cospicuo per coloro che vogliono ripercorrere la storia del Primitivo, così radicato nel dna della Famiglia Petrera, tanto che ancora oggi è possibile vedere sulla sua sommità una roccia con sopra inciso un triangolo, simbolo geodetico che identifica la masseria come riferimento cartografico.

Il lavoro però era ancora tanto e mancava molto a ciò che la tenuta avesse l’aspetto attuale: a proseguire l’opera di Nicola è stato il figlio Filippo Petrera, nato nel 1852 e detto Fatalone, termine designante nel gergo locale un Don Giovanni e che da allora sarà il soprannome familiare dei Petrera. Filippo visse fino a 98 anni facendo colazione fino all’ultimo giorno con mezzo litro di Primitivo e mezzo litro di latte appena munto. A ereditare l’impegno di Flippo, nel proseguire l’opera avviata dal padre Nicola e poi da lui stesso, sarà Pasquale Petrera, nato nel 1913, il quale chiamerà suo figlio Filippo Vito Petrera, come tradizione vuole.

Nasce il progetto “Fatalone

Filippo, è un uomo risoluto e dal grande amore per la sua terra, quando lo si interroga a proposito del destino la sua risposta è semplice: non che il destino abbia voluto così, sciocchezze! In realtà è il risultato di come ci si pone nel rapporto con la Natura, ovvero il Creato e il Creatore, e col prossimo ed è quindi semplicemente l’effetto delle nostre azioni. Nel portare avanti la tenuta la capacità di Filippo sarà quella preservare e coniugare tanto l’eredità, costituita dai vigneti familiari, quanto di fare tesoro della conoscenza enologica di suo suocero Giuseppe Orfino, nato nel 1921 e venuto a mancare nel 2016. Con molte difficoltà Filippo Petrera riuscirà a realizzare il suo sogno più grande: dar lustro e identità al nome del Primitivo di Gioia del Colle imbottigliandolo in purezza per la prima volta!

Perché ciò potesse accadere Filippo iniziò a confrontare l’evoluzione dei vini prodotti fra suo padre e suo suocero per comprendere quale procedimento di vinificazione potesse essere più efficace a rendere il Primitivo più espressivo e longevo. La svolta si ebbe con l’annata 1981, emblematica per Filippo in quanto la materia prima aveva finalmente incontrato il giusto peso della mano dell’uomo e la bottiglia recava con sé il messaggio di un sogno che presto si sarebbe realizzato.

Arrivò il 1987 e, dopo una lunga lotta di carte bollate condotta assieme al dott. Erasmo Pastore, Filippo Petrera restituì il Primitivo di Gioia del Colle al suo legittimo destino, vedendosi finalmente riconosciuta la Doc Primitivo di Gioia del Colle, ottenendo altresì tutte le autorizzazioni necessarie per produrre, imbottigliare e promuovere il Primitivo in purezza. Filippo Petrera, quando accarezza i filari vicino casa sua, ricorda bene quei momenti e, oltre ad essere divenuto presidente del relativo Consorzio, nel 1988 vide la vendemmia del 1987 diventare la prima annata e realizzare prima bottiglia ufficiale con il marchio Fatalone. Era la grande annata di suo padre Pasquale e di suo suocero Giuseppe, tutto il vino imbottigliato ed etichettato a mano! U’ Pr’mativ’e!

Oggi, con Pasquale Petrera, figlio di Filippo e classe del ’78, assumiamo che per riconoscere la grandezza del Primitivo di Gioia del Colle ci sono volute ben 5 generazioni e l’unione di due famiglie, legate per la vita, la passione per la vitivinicoltura e il lavoro.

La cantina Fatalone Petrera si eleva in contrada Gaudella a 365 metri sul livello del mare, in un punto di Gioia del Colle pressoché distante dal Mar Adriatico e il Mar Jonio, a circa 45 chilometri, contando 9 ettari tutti intorno alla proprietà in un territorio ricco di storia: siamo pur sempre nella subregione delle Murge, un tempo abitata dai Peuceti, come dimostrano gli scavi archeologici e il vasellame destinato a contenere vino e olio presso il Monte Sannace.

Qui il terreno, del tipo argilloso-calcareo a medio impasto, ricco di minerali e con presenza di fossili marini, costituisce un valore aggiunto, capace di conferire ai vini di questa azienda agricola la caratterizzante freschezza e mineralità, che sono da ricercarsi anche nella consuetudine di impiantare le barbatelle a circa un metro di profondità, di modo che l’apparato radicale possa espandersi e captare l’umidità intrappolata nel suolo.

I vini

Ecco perché Pasquale Petrera sostiene che tutto parte dalla terra.

La prima generazione ha domato la terra e ha gettato le basi per l’attuale azienda, la seconda e la terza hanno ampliato e gestito con cura i vigneti, la quarta ha scolpito il nome del Primitivo di Gioia del Colle nella storia dell’enologia italiana e Pasquale Petrera, la quinta generazione, ha proiettato le cantine Fatalone nel futuro: l’attuale titolare racconta fieramente di quanto l’azienda sia stata pioniera nella conversione all’agricoltura biologica, la 288^ in tutta la Puglia e la Basilicata contemplando tutti i modelli agronomici e zootecnici, inclusi quelli con produzione diversa da uva da vino.

Pasquale riporta altresì che, quando era stata riconosciuta la Doc nel 1987, la sua famiglia, con un totale di 4,75 ettari, era tra i pochi possidenti di vigneti impiantati a Primitivo, per un totale di 12 ettari, in un’area in cui il vitigno era stato quasi completamente espiantato e che, grazie alla sua famiglia e alla sua personale visione, oggi gode di una fama internazionale, visto il buon posizionamento di mercato dei vini in diversi Paesi. La cantina Fatalone Petrera persegue un rigido protocollo di agricoltura biologica, senza irrigazione e favorendo l’inerbimento spontaneo con la pratica del sovescio.

Quattro le referenze di Casa Petrera, tutte non chiarificate, stabilizzate o filtrate, a basso contenuto di solfiti e prodotte esclusivamente con proprie uve: il Fatalone Primitivo Riserva e il Fatalone Primitivo di Gioia del Colle Doc, le cui viti, impiantate nel 1990, affondano le radici negli stessi suoli attorno alla proprietà e vengono allevate con una moderna versione di Alberello Pugliese con due capi a frutti adattato a spalliera, rispettivamente per un totale di bottiglie prodotte di 15 mila e 25 mila.

Per la versione riserva 12 mesi in acciaio e 12 mesi in botti di Rovere di Slavonia da 750 litri, con la peculiarità della musicoterapia al fine di ottimizzare lo spontaneo processo di micro-ossigenazione e favorire l’affinamento del vino stesso, per definitivi 6 mesi in bottiglia prima dell’immissione sul mercato. Il Teres Primitivo Rosato Igt Puglia viene prodotto a metà ottobre, frutto dei racemi delle viti di questa cultivar, per un totale di 6000 bottiglie, ottenute da una fermentazione spontanea e macerazione di 30 ore in solo inox e malolattica naturale.

Infine lo Spinomarino Greco Igt Puglia, frutto di viti allevate a pergola tra i due e i quattro capi a frutto, ottenuto da pressatura soffice senza diraspatura con breve macerazione in pressa di 24 ore, fermentazione spontanea in in acciaio a temperatura controllata con soli lieviti indigeni per 4500 bottiglie totali.

L’ottimizzazione assidua del prodotto, a partire dal miglioramento delle pratiche agronomiche ed enologiche, è una costante della cantina Fatalone Petrera, meditante piani di valorizzazione, ricerca e sviluppo: infatti, non sono mancate negli anni coincidenti al passaggio di testimone a Pasquale, cooperando ad esempio nel 2000 con ad un programma di ricerca dell’Istituto per la Viticoltura di Turi per la selezione clonale dei vitigni di Primitivo presenti sul territorio.

Nel 2003 è stata avviata la collaborazione con la Facoltà di Agraria dell’Università della Basilicata sulla caratterizzazione chimica dei vini Doc e Igt del Sud-Italia, compresa la ricerca in partnership con il Centro Nazionale Ricerca dell’Università di Lecce, sull’identificazione, la caratterizzazione e la selezione dei lieviti presenti nel Primitivo.

Non ultimo, tra il 2005 e il 2007, la cantina Petrera ha lavorato, in collaborazione con il Centro Ricerche e Analisi Agroalimentari di Bari, autorizzato dal Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca, sulle possibili strategie per la prevenzione della contaminazione da ocra-tossina A nei vini, coadiuvata dal Dipartimento di Chimica dell’Università La Sapienza di Roma e con la supervisione dell’Istituto Superiore della Sanità.

La nostra redazione ha avuto il piacere di raggiungere Pasquale Petrera per porgli qualche domanda:

Quali sono i tratti più caratterizzanti dei vini Fatalone?

In Natura, un’osservazione umile, aperta e sincera è la chiave per un vero apprendimento e una vera comprensione di ciò che realmente accade nel vigneto e di ciò di cui la vite ha effettivamente bisogno. È il modo per sentirsi e percepire veramente se stessi come parte del tutto, accettandone pacificamente l’imprevedibilità di annate non sempre favorevoli e lasciandosi guidare da esse, dandovi giusta e opportuna interpretazione. Ciò per noi, vignaioli da 5 generazioni, stabilisce la differenza tra chi parla di tradizione e chi la pratica, facendo tesoro di tutti gli insegnamenti che ci derivano da cooperazioni con atenei e istituzioni scientifiche.

Coerenza e fedeltà alle nostre radici, una visione ampia e lungimirante, vivendo il presente con la consapevolezza che c’è sempre da imparare è ciò che noi accomuniamo alla roccia, al vento marino e al sole che leviga le nostre uve.

A cosa dovrebbe essere imputata nel complesso l’attuale crisi del vino e come la state fronteggiando?

I fattori sono complessi e dinamici, alcuni tornano con una certa ciclicità altri sono conseguenze di un’epoca particolare. Potrei parlare di dazi ed errate politiche agricole, eccessiva fiducia in una certa maniera di comunicarsi o staticità sui mercati, ma mi limito semplicemente a dire il vino sta vivendo un processo di selezione naturale e che ciascuno è libero di percorrere la propria strada come meglio crede.

Riguardo a ciò che facciamo, credo che Il concetto di resilienza nel nostro percorso vinicolo familiare sia strettamente legato alle difficoltà e alle sfide intese non come momenti, ma come una costante che perdura ancora oggi, dopo che il nostro capostipite gettò nel 1800 le fondamenta di quella che ancora oggi si può considerare una pietra angolare per gli estimatori del Primitivo di Gioia del Colle.

Mio padre nacque durante la Seconda Guerra Mondiale, visse la povertà della vita di campagna di quel periodo nel Sud Italia, poi emigrò al Nord Italia per cercare lavoro come operaio siderurgico, ma all’inizio degli anni ’80 decise di tornare a casa per prendere in mano l’azienda agricola di famiglia e liberare il Primitivo dalla sua reputazione di vitigno a bassa resa, adatto solo alla produzione di vino sfuso da assemblare con altre uve più ritenute più pregiate.

Rilevò alcuni dei pochi vecchi vigneti di Primitivo autoctono ancora esistenti a Gioia del Colle e ne piantò di nuovi quando tutti gli altri stavano estirpando il Primitivo per sostituirlo con altre varietà più produttive. Quando iniziò a imbottigliare il Primitivo nel 1987, possedevamo 4,75 ettari su una superficie totale di una dozzina di ettari distribuiti su tutto il territorio della Doc di Gioia del Colle.

Dare inizio alla nostra avventura con l’imbottigliamento del Primitivo alla fine degli anni ’80, subito dopo lo scandalo del metanolo, operare in un contesto difficile come quello del Sud Italia, avvicinare lo scettico cliente internazionale introducendo un vitigno quasi sconosciuto, proveniente da una regione del Sud Italia quasi altrettanto sconosciuta, elementi entrambi associati alla produzione di vino sfuso, è stata un’impresa che ha richiesto non poco coraggio e fiducia nei nostri mezzi, provando e riprovando per almeno sei vendemmie prima di arrivare a imbottigliare con il nostro nome.

Quindi la nostra risposta a una sfida costante è sempre stata la costanza e la coerenza nel seguire le nostre passioni e i nostri sogni, lavorando duramente nel pieno rispetto delle buone e rispettose pratiche di campagna, dando profondità, autenticità e valore a ciò che facciamo con quell’ostinata passione che ci ha condotto oggi esattamente dove siamo.

È tutto legato ad una sola questione: sapere chi sei e, qualunque cosa cambi intorno a te, rimanere esattamente lo stesso. È pura personalità, dignità e orgoglio, ma è anche senso di onestà e rispetto per chi ha imparato ad amare i nostri vini e ci scegli per ciò che siamo, senza lasciarci affabulare dalle lusinghe della moda o dall’andamento, talvolta volubile, dei mercati.

Un obiettivo da raggiungere nei prossimi anni…

Migliorarci anzitutto, continuando a dialogare con le nostre viti con il linguaggio tramandato da 5 generazioni, interrogandole con i mezzi più etici e innovativi per prevenirne le esigenze, ottimizzando sempre più la vendemmia, anno dopo anno.  Naturalmente vorremmo che la nostra storia, la storia del Primitivo di Gioia del Colle, incontri sempre più appassionati nel mondo, ma soprattutto che tanti appassionati possano venire a trovarci, toccando con mano quel che facciamo e raccontarlo al mondo

Il professor Giancarlo Moschetti e la cantina 2Vite

Ricordiamo tutti Adriano Celentano ballare in un film al ritmo della musica, mentre pigia le vinacce con i piedi all’interno di un tino.

Quel gesto all’apparenza considerato “rustico” era in realtà il simbolo di un passato neppure troppo lontano, quando le campagne venivano vissute in maniera diversa, con momenti di gioia alternati a quelli di grande fatica contadina.

Anche oggi fare vino rappresenta la fase più delicata di ogni produttore, come l’attesa di un figlio in arrivo, ma quella magia, quella voglia di unirsi alla natura in perfetta armonia, è stata spesso messa da parte dai progressi tecnologici.

Il discorso non vale per Giancarlo Moschetti – cantina 2Vite – che produce solo 2 etichette per pochissime bottiglie numerate. La consulenza di un fuoriclasse come l’enologo Vincenzo Mercurio non gli ha impedito di mantenere un protocollo “biologico” nel vero significato del termine, rispettando procedure antiche e limitando al minimo l’intervento dell’uomo.

Giancarlo, professore all’università di Palermo, aveva già la passione per alcune componenti fondamentali del vino: i lieviti e la loro interazione con gli uccelli migratori, responsabili della diffusione degli stessi anche a lunghe distanze. Una ricerca approvata a livello internazionale che segna solo uno dei passi del suo nuovo progetto di vita.

Ad esso si uniscono i reimpianti del 2014 a Taurasi nelle vecchie vigne di famiglia, il metodo Me.Mo. stabilito proprio con Mercurio per aiutare la micorrizzazione, ovvero la simbiosi tra un fungo e le radici della vite e l’adesione all’Associazione Vignaioli e Territori per promuovere la biodiversità e la sostenibilità delle pratiche agronomiche.

E poi la bellezza pura e sincera di vedere il professore impegnato ancora in quelle pratiche di rimontaggio artigianale, quasi “casalingo”, mentre si immerge fino alle braccia all’interno dei fusti di castagno aperti.

La volontà di unire l’Irpinia con il Vesuvio nelle varietà rappresentative: Roviello e Aglianico per Taurasi, Caprettone e Piedirosso per l’areale di Terzigno. Due vini frutto del blend tra uve complementari, che sanno distinguersi nel calice ciascuno con la propria personalità.

Macerazione pellicolare per 3 giorni e pied de cuve per il bianco annata 2024 che dimostra il suo carattere in stile orange wine, con scie di pesca matura, cannella, erbe di campo e parti iodate sul finale. Più compatto il sorso del rosso 2022 dai tannini ancora scalpitanti tipici dell’Aglianico, circondati però da nuance da frutti di bosco, liquirizia e tabacco.

Appena 2000 bottiglie per ogni tipologia, una microproduzione che regala una ventata di freschezza ed eleganza contemporanea, nel rispetto dei ricordi dolci del passato.

Alcamo Wine Fest 2025: tra storia, territorio e vini d’eccellenza

14-15 dicembre 2025 – Alcamo (TP)

Pochi giorni fa la cucina italiana è stata ufficialmente inserita nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. Quando Gambero Rosso mi ha proposto di partecipare ad Alcamo Wine Fest, dopo la precedente Alcamo Wine Fest, che sia un Catarratto per tutti, non poteva esserci modo migliore per celebrare questo traguardo se non nella Trinacria, terra di cucina, dolci e vini eccellenti.

Il viaggio inizia al Resort La Battigia, un elegante hotel affacciato sul mare e vicino al cuore di Alcamo. Un perfetto punto di partenza per immergersi nei segreti enologici e culturali di questa affascinante area siciliana.

Alcamo DOC: il bianco storico che guarda al futuro

Alcamo DOC, una delle prime denominazioni siciliane istituite nel 1972, racconta una storia silenziosa ma intensa. Il vitigno simbolo è il Catarratto, soprattutto nella sua variante Lucido, espressione pura di freschezza, sapidità e precisione aromatica.

Le colline ventilate tra Trapani e Palermo, i suoli calcareo-marnosi e le escursioni termiche permettono di preservare acidità e fragranza, caratteristiche che fanno dei bianchi di Alcamo vini identitari e longevi. Solo negli anni ’90 il disciplinare si amplia includendo rosati e rossi, segnando l’evoluzione produttiva della denominazione.

L’Alcamo Wine Fest: tra istituzioni e storie di territorio

Il festival, ospitato al Castello dei Conti di Modica, è organizzato dal Comune di Alcamo, dall’Enoteca Regionale Sicilia Occidentale e dal Consorzio Alcamo DOC, con la collaborazione di Gambero Rosso.

Tra gli ospiti, il Sindaco Domenico Surdi, Nino Aiello e Gianni Fabrizio del Gambero Rosso, e Maria Possente, Presidente dell’Enoteca Regionale Sicilia Occidentale.

Il Sindaco Surdi ha sottolineato l’importanza di una comunicazione strutturata e credibile del territorio, mentre Gianni Fabrizio ha evidenziato il valore identitario dei vitigni autoctoni, invitando a evitare mode effimere come vini aranciati o eccessivamente macerati, e puntare invece sulla loro autenticità e vocazione naturale.

Nino Aiello ha ricostruito il contesto storico dell’Alcamo post-bellico, tra fame, riforma agraria del 1950 e nascita delle cantine sociali. Un territorio ricco di potenzialità enologiche, come il Catarratto, che ora trova finalmente voce grazie a un nuovo approccio produttivo e alla crescente professionalità dei vignaioli locali.

I Bagli di Alcamo: memoria e vita rurale

Prima di entrare nelle cantine, vale la pena soffermarsi sui bagli, le tipiche costruzioni rurali siciliane che per secoli hanno scandito il tempo agricolo e sociale.

Con la loro corte interna, i magazzini, i palmenti e gli alloggi per i lavoranti, i bagli rappresentano un microcosmo autosufficiente, dove il vino non era solo economia, ma identità e appartenenza. Tra Ottocento e primo Novecento, Alcamo diventa uno dei poli più importanti della viticoltura siciliana, grazie anche ai traffici commerciali con l’Inghilterra.

Oggi molti bagli sono silenziosi, altri rivivono grazie a progetti di recupero e a nuove generazioni di vignaioli, che ne fanno spazi di racconto, memoria e innovazione.

È con questo spirito che prende forma il mio viaggio tra i Bagli di Alcamo.

Il Baglio Florio

Baglio Florio – Famiglia Adamo

Tra le colline tra Alcamo e Calatafimi, il Baglio Florio, costruito nel 1875 dai Florio, conserva il fascino del passato industriale del vino siciliano. Oggi Vincenzo Adamo e sua moglie Liliana hanno avviato un paziente recupero, trasformando il baglio in punto di incontro tra storia e degustazione.
I vini colpiscono per ricchezza ed eleganza, capaci di raccontare il territorio con naturalezza. La cucina tradizionale di Liliana, autentica e generosa, accompagna i vini con piatti che sono veri e propri momenti di piacere gastronomico.

Baglio Domenico Lombardo

Una storia di ritorno e fedeltà alla terra. La cantina punta sul Catarratto, coltivato in vigneti storici tra 300 e 500 metri di altitudine. Le vinificazioni sono essenziali, guidate dal tempo e dalla materia prima, con vini freschi, strutturati e territoriali, autentici interpreti dell’Alcamo agricola.

Baglio Ceuso Tonnino

Antonio Tonnino ha sapientemente ristrutturato il baglio, con dettagli classici e moderni che riflettono il suo estro. I vini degustati dimostrano precisione, freschezza e territorialità, con etichette come:

Pizzo di Gallo Pinot Grigio Ramato 2024

Colore ramato tenue. Profilo olfattivo intenso e ben definito, con marcate note di frutto della passione, litchi, melone bianco e sfumature di frutta tropicale. Al palato è secco, con una buona corrispondenza gusto-olfattiva; la sapidità è misurata e accompagnata da una componente minerale evidente. La progressione è lineare, con un finale asciutto e decisamente sapido. L’impiego dell’atomizzatore a fine luglio ha favorito il mantenimento dell’integrità aromatica e della freschezza.

Terre di Mariù Selezione di Grillo 2024

All’esame olfattivo mostra una buona intensità aromatica, con profumi varietali ben espressi. L’attacco in bocca è equilibrato, sostenuto da una freschezza efficace e da una sapidità ben integrata. La chiusura è netta, con una marcata impronta salina e note salmastre persistenti, che conferiscono carattere e territorialità al vino.

CEUSO Rosso 1998

Vino in eccellente stato evolutivo. Al naso esprime complessità e profondità, con sentori di frutto maturo, corteccia, radici e lievi note vegetali riconducibili alla presenza del Cabernet. Il sorso è strutturato e potente, ma al tempo stesso equilibrato, con una freschezza ancora ben presente che sostiene la trama tannica. Finale lungo e coerente. Un rosso di impostazione “Super Tuscan”, interpretato con personalità e precisione.

CEUSO Rosso 2020

Profilo olfattivo complesso e stratificato, caratterizzato da note speziate, balsamiche ed erbacee. Evidenti i richiami al pepe nero e al caffè. Al palato mostra una freschezza ben calibrata e una buona struttura; il Nero d’Avola emerge come vitigno dominante rispetto agli altri uvaggi, conferendo identità, tensione e profondità al vino.

CEUSO Bianco 2023

Blend composto da 60% Catarratto, con Grillo e Grecanico. Al naso si presenta pulito ed elegante, con note di frutta a polpa gialla matura. La freschezza è presente ma non verticale, risultando ben integrata nella struttura del vino. In bocca è avvolgente e sinuoso, con una tessitura morbida e una progressione equilibrata.

Mediterraneo Chenin Blanc 2024

Al naso emergono profumi di fiori bianchi ed erbe aromatiche. Il sorso è fresco e scorrevole, con una sapidità misurata che si manifesta soprattutto in fase finale. Coerente la corrispondenza gusto-olfattiva, con ritorni di erbe aromatiche e frutta gialla. Finale pulito e ben definito.

Alcamo e il Monte Bonifato

La mattina successiva si apre con una splendida colazione all’Hotel Resort La Battigia, seguita da una passeggiata nel cuore di Alcamo, accompagnati dalla guida Rimi Maria, Istruttore Culturale, che ci conduce alla scoperta delle bellezze storiche e artistiche della cittadina. Il viaggio prosegue tra i vigneti del Monte Bonifato e della contrada San Nicola, con visite guidate alle aziende vitivinicole locali: Maria Possente della Cantina Possente Wines, Gabriele Vallone della Cantina Tenute Valso e Guido Grillo, enologo della Cantina Elios, offrendo uno sguardo approfondito sulla produzione e sulle peculiarità dei vini alcamese.

Possente Wines è una cantina che parla il linguaggio dell’energia e della determinazione, già nel nome. Qui il vino nasce da una visione chiara: valorizzare il territorio attraverso scelte precise, senza compromessi, dove tecnica e sensibilità convivono. I vini si distinguono per carattere e identità, esprimendo forza ma anche equilibrio, materia e tensione. Ogni bottiglia racconta un percorso fatto di lavoro in vigna, rispetto per l’uva e volontà di imprimere uno stile riconoscibile, capace di lasciare il segno, proprio come suggerisce il nome Possente.

Tenute Valso è una cantina che nasce da un legame profondo con la terra e da una visione contemporanea del vino. Qui la vigna è il punto di partenza di tutto: curata con attenzione quotidiana, ascoltata stagione dopo stagione, per dare vita a vini che puntano sulla finezza più che sull’eccesso. Le etichette di Tenute Valso raccontano un territorio attraverso equilibrio, pulizia espressiva e coerenza stilistica, con vini che si distinguono per eleganza e bevibilità, capaci di unire identità e modernità senza perdere autenticità.

Cantina Elios è luce che diventa vino, proprio come suggerisce il suo nome. Qui il sole di Sicilia non è solo clima, ma energia vitale che accompagna la vite fino alla bottiglia. Elios racconta Alcamo con uno stile essenziale e identitario, fatto di rispetto per i vitigni autoctoni e di una visione pulita, a basso intervento, mai forzata. I vini esprimono freschezza, equilibrio e una sincerità rara, capaci di restituire nel calice l’anima di un territorio che oggi sa parlare con voce chiara e consapevole.

Giunto alla Cantina Aldo Viola, mi ritrovo immerso in un luogo che sembra sospeso tra passato e presente, dove gli elementi della tradizione convivono armoniosamente con una visione contemporanea. I colori caldi degli ambienti, le superfici vissute, gli oggetti che raccontano storie, restituiscono immediatamente una sensazione di accoglienza autentica, quasi domestica.

Aldo Viola è una forza della natura: un uomo che non si limita a fare vino, ma lo vive, lo respira, lo incarna. La passione che trasmette è palpabile, viscerale, e rende chiaro fin da subito che per lui questo non è un lavoro, ma una dichiarazione d’amore quotidiana verso la terra e l’uva. La degustazione diventa così un’estensione del suo racconto personale: vini che entusiasmano per complessità, profondità ed energia, capaci di sorprendere sorso dopo sorso, e che parlano senza filtri di un territorio interpretato con coraggio, libertà e assoluta sincerità.

Ogni vino di Aldo Viola racconta un pezzo di territorio, una stagione, una scelta di lavoro e filosofia. La degustazione diventa così un viaggio tra storia, tradizione e modernità, dove la complessità dei vini si intreccia con la sincerità del territorio alcamese e con l’energia della passione di Aldo Viola.

Alcamo Wine Fest si è concluso con un’intensa sessione di degustazione dei vini di Alcamo e delle eccellenze siciliane della Guida Tre Bicchieri del Gambero Rosso, accompagnata dai piatti di APÌ Catering:

  • Vellutata di zucca, noci miste con caprino e olio al rosmarino.
  • Tortello di finto ragù vegetale con fonduta di pecorino.
  • Pancia di maiale con pesto di cavolo nero e riduzione al Marsala.

Un momento che ha unito territorio, storia e qualità enologica, offrendo a produttori e appassionati la possibilità di confrontarsi con la ricchezza e la diversità dei vini siciliani.

L’Alcamo Wine Fest 2025 conferma che la denominazione Alcamo DOC sta vivendo una vera rinascita: una terra ricca di storia, bagli antichi e vitigni autoctoni che ora trovano voce grazie a cantine coraggiose e a produttori appassionati. Un’esperienza che unisce cultura, enologia e gastronomia, dove il passato dialoga con il presente e ogni calice racconta un pezzo di Sicilia da scoprire e celebrare.

Concludo con un sentito ringraziamento a Giuseppe Buonocore, responsabile commerciale per il Sud Italia e il Triveneto del Gambero Rosso, per la sua straordinaria professionalità, la naturale empatia e l’eccellente capacità organizzativa dimostrate in ogni fase dell’evento.

Toscana, tutte le novità da Montalcino: Poggio Severo di Lisini e il “Cru itinerante” di Marone Cinzano

Nella trentaquattresima edizione di Benvenuto Brunello, come parte del panel composto da Maurizio Valeriani, Franco Santini e Paolo Valentini di VinodaBere e da Luca Matarazzo, direttore di 20Italie, abbiamo potuto degustare in anteprima l’annata 2021 e la Riserva 2020 del Brunello di Montalcino, previste in uscita sui mercati a Gennaio 2026 Benvenuto Brunello 2025, la valutazione sugli assaggi dell’annata 2021 e della Riserva 2020.

Carlo Lisini

Tralasciando le impressioni generali, vogliamo in questa sede soffermarci su due etichette novità nel panorama del territorio ilcinese, pur facendo capo a consolidate realtà vitivinicole.

Lisini è tra le cantine storiche fondatrici del Consorzio del Vino Brunello di  Montalcino, nel 1965. Posizionati a cavallo tra Sant’Angelo in Colle e Castelnuovo dell’Abate, nel quadrante sud-est della denominazione, la famiglia Lisini affonda le proprie rdici in questo territorio già dalla metà del XVI secolo, ma la prima annata di Brunello di Montalcino in commercio risale al 1967. L’azienda oggi vanta una produzione di circa settantamila bottiglie, tra IGT San Biagio, Rosso, Brunello, Riserva e il cru Ugolaia.

Durante l’Anteprima è stata presentata la prima annata del Brunello di Montalcino 2021 Poggio Severo, nato per valorizzare le vigne d’altitudine di proprietà. Campone e Lingua di Campone si trovano infatti a 500 mt d’altezza, su suoli antichi, poveri, a prevalenza calcarea e circondate da boschi, ci ha spiegato Carlo Lisini.

Prodotto in sole 2000 bottiglie, deve il suo nome all’austerità che lo caratterizza, ci ha raccontato Francesca, figlia di Carlo Lisini, durante la cena conviviale coi produttori. Assaggiato in tre diverse occasioni durante la manifestazione – nel panel alla cieca, alla cena conviviale con i produttori e al banco degustazione – convince già alla sua prova d’esordio, dal bouquet compatto e austero e il sorso che sa di frutto scuro maturo. Lo osserveremo nelle sue future evoluzioni.

Santiago Marone Cinzano

Rimaniamo a sud di Montalcino, e ci spostiamo nel quadrante ovest, a Sant’Angelo Scalo, dove la famiglia Marone Cinzano produce Brunello di Montalcino a Col d’Orcia dal lontano 1974 e ha ora proposto la prima etichetta col nome di famiglia, Brunello di Montalcino Marone Cinzano Lot.1. Nel panel alla cieca la 2020 è risultata tra i migliori Brunello degustati.

Abbiamo raggiunto il conte Santiago Marone Cinzano durante la manifestazione aperta al pubblico dei wine lovers. Trentuno anni, cresciuto tra Italia e Cile, è entrato in Col d’Orcia nel 2017 e rappresenta la decima generazione di un famiglia che produce vino da quattrocento anni. A lui abbiamo chiesto di raccontarci il progetto di “cru itinerante”, di cui Lot.1 2020 rappresenta in realtà già la seconda annata.

“È un modo di adattarsi a un clima sempre più incerto”, ci ha spiegato Santiago. “Quando si sceglievano i cru negli anni Ottanta e Novanta, c’era coerenza tra annata e annata. Col tempo ci siamo resi conto invece che i migliori sangiovese arrivavano da parcelle sempre diverse e da qui è nato il concetto di cru itinerante. Si va a campionare l’uva sin dall’invaiatura, per individuare l’appezzamento che meglio interpreta l’annata e al momento della vendemmia, per produrre Lot.1, si vinifica solo quell’uva.”

Lot.1 non esce come un brand Col d’Orcia, ma come brand a sé stante Marone Cinzano.

“Oltre alle scelte produttive, Lot.1 ha per me una valenza emotiva perché porta il nome di famiglia”, continua Santiago, “questo significa restituire alla famiglia, in particolare a mio padre, l’uso del cognome, diritto che avevamo perso negli anni Novanta, quando era stata venduta la Cinzano.”

Abbiamo assaggiato entrambe le annate di Lot.1, per cogliere le diverse peculiarità del cru itinerante. La 2019, prodotta in 9944 bottiglie, proviene dal Vigneto Canneto, a 220 mt s.l.m., impiantato a piede franco nel 1999 su un suolo equilibrato tra argilla, limo e sabbia. Si declina nelle nuance di un frutto maturo e potente; gustoso e avvolgente al palato, è equilibrato e caratterizzato da un tannino fittissimo e di buona struttura.

La 2020, prodotta in 6644 bottiglie, proviene invece dal vigneto Fontillatri, a 210 mt s.l.m., impiantato negli anni Ottanta su un suolo argilloso-sabbioso ricco di scheletro. È leggiadra, caratterizzata da un frutto rosso fresco ed elegante e da una lunga persistenza che si spegne su sentori balsamici. Degustato nuovamente al banco del produttore, si conferma tra i migliori assaggi dell’anteprima.

Roma – Tutta l’eleganza delle Langhe con i vini di Josetta Saffirio al ristorante Da Francesco

Roma accoglie la Langa e i suoi profumi. I sampietrini lucidi per la leggera pioggia, in una grigia mattinata nel cuore della città, tra le vie storiche che incorniciano Piazza del Fico, l’azienda Josetta Saffirio ha presentato alla stampa le sue nuove annate in un evento organizzato in collaborazione con AB-Comunicazione.

A guidare i giornalisti alla scoperta delle etichette è stata Sara Vezzi, voce autorevole della cantina, che con competenza e passione ha raccontato filosofia, stile e identità produttiva dell’azienda.

Il Ristorante Da Francesco, noto indirizzo romano e luogo di incontro per buongustai e addetti ai lavori, si è trasformato per l’occasione in una scenografia ideale: intima, accogliente, autenticamente cittadina, perfetta per far dialogare Roma con le colline di Langa.

Un ponte tra Roma e Monforte d’Alba

La famiglia Saffirio, dal 1800 è custode di una delle realtà più identitarie di Monforte d’Alba, ha presentato alla stampa una selezione delle sue etichette più rappresentative. L’evento ha messo in luce l’anima più elegante della Langa, evidenziando la coerenza stilistica della cantina: vini precisi, profondi, puliti, capaci di raccontare con sensibilità la complessità dei diversi cru.

La presenza di un pubblico attento ha reso il dialogo vivace e ricco di spunti, mentre l’organizzazione impeccabile di ab-comunicazione ha garantito un contesto professionale e coinvolgente.

Il menù dello Chef Gianluca Marrella: un viaggio gastronomico in abbinamento ai Barolo

L’esperienza è stata esaltata da un percorso culinario sapientemente elaborato dallo Chef Gianluca Marrella, che ha studiato piatti in equilibrio tra tradizione romana, note autunnali e richiami piemontesi, valorizzando al meglio la struttura e l’eleganza dei vini in degustazione.

I piatti e gli abbinamenti:

  • Verdura di stagione in tempura con salsa piccante in agrodolce Abbinamento: Spumante Metodo Classico Alta Langa DOCG sciccheria 2021. Un incontro fresco e dinamico, perfetto per aprire le danze.
  • Tagliolino cacio, pepe e tartufo nero Abbinamento: Monforte 2020 Barolo DOCG (Comune di Monforte d’Alba) Cremoso, aromatico, elegante: un abbinamento che ha esaltato la verticalità del vino.

  • Fusillo con ragù di vitello e castagne Abbinamento: Ravera 2019 Barolo DOCG Un piatto che gioca sulle morbidezze e sul calore autunnale, perfetto per la struttura del cru Ravera.
  • Guancia di vitello brasata con crema di zucca Abbinamento: Barolo DOCG Riserva  1948 2018. Uno dei momenti più intensi del pranzo: profondità, complessità ed emozione nel bicchiere.
  • Degustazione di formaggi Abbinamento: Barolo DOCG Persiera – Magnum edizione limitata (bottiglia 41/340) Una rarità servita in grande formato, capace di avvolgere e valorizzare ogni forma e stagionatura.
  • Conclusione dolce: crema di zabaione e frutti di bosco Chiusura armoniosa, fresca e vellutata, perfetta per lasciare una nota memorabile.

Il racconto del vino secondo Sara Vezzi

Durante la presentazione, Sara Vezzi ha accompagnato la stampa in un percorso narrativo che ha intrecciato viticoltura, stile enologico e visione aziendale. Dai Barolo più austeri e longevi alle interpretazioni più immediate del Nebbiolo, ogni vino ha espresso un’identità chiara e riconoscibile, sottolineando la fedeltà della cantina ai valori di sostenibilità, precisione e rispetto del territorio.

L’evento al Ristorante Da Francesco è stato molto più di una degustazione: un incontro culturale, un momento di confronto, una celebrazione della Langa raccontata nel cuore di Roma.

I vini di Josetta Saffirio, presentati con competenza e passione da Sara Vezzi, hanno saputo coinvolgere e conquistare i presenti, mentre la cucina di Gianluca Martella ha firmato un percorso gastronomico capace di dialogare con eleganza e intensità con ogni calice. Un appuntamento che conferma, ancora una volta, come il grande vino sia soprattutto narrazione, identità e condivisione.

PODERE 1925 presenta il suo metodo classico “021” da Caveau 14 a Giugliano in Campania

Non ha nulla in comune con la smorfia napoletana né fa riferimento a qualche speciale assemblaggio la scelta del numero che dà il nome al nuovo metodo classico millesimato lanciato da Podere 1925.

“021” è infatti l’anno di nascita della piccola Serena Di Maro, ultima nata di una famiglia che, nell’arco di tre generazioni, ha segnato le proprie tappe nel solco della storia del vino italiano. Il viaggio della famiglia Di Maro inizia nel 1956 con Vincenzo: selezionatori di uve italiane, provenienti dalle regioni più vocate, producono e vendono vino sfuso. Successivamente, con Nicola, si concentrano su uve e vini tipicamente campani, e solo con la terza generazione, quella dei tre fratelli Raffaele, Stefania e Amalia, compiono il passo decisivo, passando dallo sfuso  all’imbottigliato. 

Da questo momento in poi, che nel 2016 segna il nuovo passo della cantina, si avvalgono della consulenza enologica di Gianluca Tommaselli, dando il via a una linea di etichette di vini campani che omaggia ogni membro della famiglia con la propria data di nascita: dall’aglianico 25 del  bisnonno Vincenzo  alla falanghina metodo charmat 83 di papà Raffaele, il metodo classico 021 non poteva che essere della piccola Serena.

Abbiamo avuto occasione di degustare le prime due annate di 021, in un evento ospitato da Caveau 14 – wine boutique con cucina a Giugliano –  durante il quale sono intervenuti Raffaele Di Maro e Gianluca Tommaselli, moderati dalla giornalista Antonella Amodio.

Attraverso il racconto di Raffaele, papà della piccola Serena, abbiamo toccato le tappe salienti dell’impresa di famiglia mentre Gianluca ha presentato il progetto 021 e le scelte tecniche ed enologiche che hanno portato ad imbottigliare la seconda annata di un metodo classico dalla tiratura limitata: appena mille bottiglie.

La scelta delle uve è ricaduta immediatamente sulla Falanghina. Poiché i fattori determinanti per la riuscita di un buon metodo classico sono il PH e l’acidità – ha spiegato Tommaselli – è  stata preferita la Falanghina del Sannio a quella dei Campi Flegrei, perché questi due parametri  avevano determinato risultati migliori nella spumantizzazione.

Il processo di vinificazione è interamente in acciaio; imbottigliamento, sosta sui lieviti e sboccatura avvengono in seno alla cantina, che d’altra parte dispone anche delle autoclavi per la produzione della Falanghina 83 metodo charmat.

Il primo campione in degustazione è il più giovane, annata 2024, dodici mesi sui lieviti, sboccatura del primo lotto avvenuta un paio di settimane prima della presentazione. Una sorta di esperimento lo definisce Tommaselli, per esaminare con un pubblico professionista lo stato evolutivo del prodotto.

Sentori di canfora e pietra focaia emergono da una fitta trama fumé e non lasciano spazio alle nuance più fresche e fruttate, che invece caratterizzano un sorso già piacevolmente equilibrato in sapidità e freschezza.

Il secondo campione è la prima annata prodotta, la 2021, con due anni di sosta sui lieviti e sboccatura avvenuta nel 2024.

La matrice olfattiva è chiaramente la medesima del primo campione, ma in questo secondo caso i sentori mentolati e fumé appaiono integrati con il frutto a pasta bianca. Il sorso rivela freschezza e cremosità grazie all’effervescenza fine e persistente, mentre il finale amaricante che caratterizzava il primo campione ora assume appieno le caratteristiche del pompelmo rosato.

Una maggior sosta sui lieviti e in bottiglia, successivamente alla sboccatura, hanno chiaramente favorito una migliore evoluzione di 021 restituendoci un prodotto gradevole e adatto a pasteggiare.

Lo abbiamo sperimentato immediatamente in abbinamento alle proposte gastronomiche di Stefano Battista, di Caveau 14, e il matrimonio con i gamberi in tempura e con la pinsa condita con burrata e tartare di scampi è risultato quello ideale.

Podere 1925

Piazza Margherita 6

80145 Napoli

Caveau 14

Corso Campano 414 80014 Giugliano in campania

Toscana: Montespertoli, dove la geografia diventa vino

Il debutto della mappa dei vigneti firmata Enogea racconta un territorio che si lascia finalmente leggere e comprendere.

Montespertoli ha il passo lento delle colline toscane, quello delle strade che si arrampicano tra vigne e oliveti, dei borghi che sembrano sospesi tra passato rurale ed energia contemporanea. Ma il 1° dicembre 2025, al MuTer, il Museo del Territorio, quel passo ha accelerato: per un momento, il cuore vitivinicolo del comune fiorentino ha battuto all’unisono, mentre la nuova mappa dei vigneti di Montespertoli veniva svelata alla stampa di settore e agli operatori. Insieme al collega Adriano Guerri, abbiamo assistito a questo eccellente lavoro che aggiunge valore al territorio di Montespertoli.

Un grande applauso ha sciolto la tensione quando il drappo è caduto, rivelando la cartografia firmata da Alessandro Masnaghetti per Enogea. Non una semplice mappa, ma una fotografia totale di un territorio: vigne, geologia, storia, altimetrie, acqua, boschi. Una chiave di lettura che, per la prima volta, restituisce l’identità di Montespertoli in un quadro unitario, complesso e suggestivo.

Una visione d’insieme: il primo vero passo verso l’identità territoriale

Il progetto è stato voluto dalle tredici aziende dell’Associazione Viticoltori di Montespertoli, nata solo nel 2022 ma già sorprendentemente dinamica, supportata dal Comune e guidata dalla determinazione del presidente Giulio Tinacci. Importante contributo di Marina Ciancaglini dell’Ufficio Stampa Affinamenti, che ha dato il giusto respiro mediatico all’evento.

«Vederlo concreto, poterlo toccare, ci rende ancora più orgogliosi di fare vino a Montespertoli» ha raccontato Tinacci. Una frase che restituisce bene il senso del lavoro: non un esercizio estetico, ma un atto di consapevolezza collettiva.

Masnaghetti ha interpretato Montespertoli non come un’appendice del Chianti, bensì come un sistema viticolo autonomo, densissimo e sfaccettato. Qui si trova la sottozona più vitata dell’intero Chianti DOCG, e il Comune, con i suoi 2215 ettari di vigneto, supera per superficie tutte le municipalità del Chianti Classico. Numeri che raccontano un peso storico, produttivo e paesaggistico che per troppo tempo era rimasto in secondo piano.

Una terra che cambia da una collina all’altra

La mappa mette ordine in una geologia tutt’altro che semplice. Montespertoli è uno spartiacque naturale:

  • da una parte gli antichi depositi alluvionali rivolti verso Firenze;
  • dall’altra le argille azzurre plioceniche, di origine marina, che guardano verso il mare.

Un territorio stratificato, dove argille, sabbie e ciottoli si alternano come pagine di un libro geologico complesso. Qui, anche un singolo vigneto può attraversare più strati diversi sulla stessa pendenza, generando interpretazioni del Sangiovese, e degli altri vitigni locali, sorprendentemente eterogenee.

Su queste basi, lo studio di Enogea ha suddiviso il territorio in quattro settori principali (nord-occidentale, sud-occidentale, centrale, orientale) e individuato, grazie anche al Catasto Ferdinandeo Leopoldino, 18 Unità Geografiche: strumenti preziosi per comunicare ai consumatori la ricchezza di sfumature che questa terra può offrire.

Non mancano gli elementi del paesaggio che completano il mosaico: l’olivo, pilastro culturale tanto quanto agricolo, e i numerosi geositi, luoghi dove la geologia si mostra letteralmente “a vista”, rendendo tangibile il legame tra suolo e vino.

Un territorio che cambia, ma con memoria lunga

Tra i dati più interessanti presentati durante l’incontro c’è quello sulle precipitazioni:

  • 925 mm annui tra 1921 e 1950,
  • 819 mm tra 1951 e 1980,
  • 830 mm tra 2010 e 2024.

Diminuzioni, oscillazioni, ma nessuna frattura radicale: Montespertoli insegna che il clima può cambiare, sì, ma spesso seguendo cicli lunghi, non sempre lineari.

Le aziende, il Comune e la comunità del vino

Il sindaco Alessio Mugnaini, presente all’incontro, ha espresso la soddisfazione dell’amministrazione: «È uno strumento di ricerca e promozione che mancava. Sarà utile per le aziende e troverà spazio anche nel Museo del Territorio».

Ed è vero: la mappa è un nuovo punto di riferimento per le tredici aziende associate — da Podere all’Anselmo a Castello Sonnino, passando per La Gigliola, Le Fonti a San Giorgio e Montalbino — impegnate nel promuovere una delle aree più vitate della Toscana.

Gli Ambasciatori di Montespertoli 2025

Durante l’evento sono stati premiati anche coloro che hanno contribuito a diffondere la cultura del territorio:

  • Miglior Comunicatore: Martin Rance (Fisar Firenze)
  • Miglior Enoteca: Maciste Wine Bar (Empoli)
  • Miglior Ristorante: La Lanterna di Pulica (Montelupo Fiorentino)

Un segnale: per crescere, un territorio ha bisogno di vignaioli, certo, ma anche di chi il vino lo racconta, lo serve, lo cucina.

La degustazione e l’olio: due facce della stessa identità

Dopo la presentazione, la degustazione collettiva dei vini ha accompagnato un light lunch preparato dagli osti locali. Ma Montespertoli non è solo vigne: è anche olio, come dimostra il progetto MontEspertOlio DICIANNOVE.

Diciannove come i soggetti coinvolti, tra aziende, Comune, università e partner tecnici, e come le storie che questa bottiglia vuole rappresentare. Il packaging, nero con dettagli dorati, porta inciso in forma stilizzata il territorio di Montespertoli, con un punto d’oro che indica la posizione di ciascuna azienda. Un segno grafico semplice, ma potentissimo: ancora una volta, un’identità che si riconosce nella geografia.

Una mappa che non è un punto d’arrivo

La mappa dei vigneti di Montespertoli non chiude un percorso: lo apre. È uno strumento per capire dove si è, ma anche per immaginare dove si può andare. In un tempo in cui l’enologia italiana cerca sempre più di raccontarsi attraverso territori precisi, Montespertoli sceglie la strada della conoscenza, della trasparenza e della coralità. E oggi, quelle colline che da sempre disegnano il paesaggio toscano possono finalmente raccontarsi con voce più chiara, più consapevole, più propria. Una voce che, grazie a questa mappa, è appena diventata più forte.

Il viaggio in Irpinia secondo Paul Balke

Oggettivamente L’Irpinia non è quella di chi pratica l’arte delle passerelle con il sorriso a comando, fatto di plastica e botulino e che ha confuso la quintessenza del vino con il volto del loro unico Dio: il denaro, le nomine politiche e altre cose parallele per i riflettori e la notorietà.

C’è un’Irpinia, invece, il cui cuore batte più forte e il verde brilla ancor più: è quello che ha dato vita alla Valle dei Mulini, è l’area avellinese dei fiumi gemellari, Il Sabato e il Calore, nati sulle alture di Montella che si salutano virtualmente per ritrovarsi nel Sannio. Il lungo respiro delle foreste e dei boschi incontaminati, delle fonti idriche cospicue che scendono sino alle Puglie, la volta stellata che di notte riluce come al tempo degli Antichi Miti.

È l’Irpinia più autentica, quella delle piccole cantine che narrano sé stesse senza ostentazioni su un territorio diffuso, fiere di aprirsi al cittadino temporaneo per condurlo verso i propri borghi colmando il calice con il proprio vino, esortando persino l’assaggio dei prodotti delle altre aziende agricole, quelle del comprensorio, come nei più genuini rapporti di buon vicinato.

Questa è l’Irpinia di chi sa guardare oltre il calice e ciò che gli fa più comodo; è l’Irpinia come è sempre stata e come spesso non appare agli occhi di chi la vive e la abita da autoctono, forse perché assuefatto da una bellezza che non appare mai scontata all’animo delle persone sensibili. Una bellezza che autenticamente si rispecchia nel paesaggio e nell’umanità di chi lavora la terra per davvero e la cui ospitalità non è né ostentata né scontata.

È piuttosto facile vedere oggigiorno questo esteso distretto vitivinicolo come uno tra i più grandi laboratori a cielo aperto dell’eccellenza enologica italiana, è evidente come lo è l’indiscussa qualità dei vini che riesce ad esprimere: il punto però non è il valore enologico, né la capacità di sfidare il clima, grazie ad eccezionali fattori pedoclimatici, o la possibilità di ambire a un mercato più ampio, sia a livello nazionale che internazionale: il fattore determinante che fa fatica ad affiorare è “l’identità irpina”, sin troppe volte maldestramente ed egoisticamente celebrata a porte chiuse con una comunicazione e una visibilità non sempre accessibile ai più.

Certo è che l’Irpinia sta vivendo da circa un decennio un periodo di profondo mutamento trasformazione: oltre alle vendemmie anticipate e all’aumento dei costi in salita, comincia a scarseggiare la manodopera e non ci sarebbe neanche troppo da meravigliarsi visto che il rischio di spopolamento è stato annunciato da un pezzo, le nascite sono in calo e i giovani in fuga.

Eppure, tutta la provincia di Avellino ha una fortissima vocazione all’enoturismo, anzi al turismo intermodale poiché in quest’area meravigliosa della Campania si concentrano natura, storia, archeologia e percorsi religiosi che rendono necessari nuovi modelli di accoglienza e indispensabile quell’identità che, per quanto pur certo esiste, deve potersi imporre agli occhi dei tour operator e dei visitatori desiderosi di fare esperienze vere e a misura d’uomo, dall’Italia e dal mondo.

E dal mondo Paul Balke ha saputo portare in Irpinia occhi e volti nuovi: grazie alla sinergia tra sindaci, associazioni e realtà produttive, durante un’international press tour di ampio respiro e fuori dagli schemi, si è potuto vedere il coinvolgimento di giornalisti ed enogastronomi provenienti da diversi Paesi, per la prima volta in visita nella Verde terra. I testimoni dello straordinario potenziale e di un’identità autentica, incastonata tra le montagne, che mai avrebbero potuto immaginare se non fossero venuti qui apposta.

Giornalista, scrittore e sommelier olandese, noto per i suoi libri e la sua profonda passione e conoscenza del vino italiano, specializzato in regioni come Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Campania e Puglia, oltre che per aver creato signature wines capaci di unire diverse realtà vinicole europee, con un focus culturale e innovativo, Paul Balke, da sensibile pianista, ha saputo mostrare una programmazione molto articolata.

L’Irpinia più autentica dinanzi a un pubblico internazionale, fatto di esperti comunicatori e specialisti del vino, arrivando persino a confrontare il Taurasi con il Barolo: non lo ha fatto soltanto dal punto di vista espressivo ed evolutivo, come Arturo Marescalchi fece, ma addirittura da una prospettiva antropologica tra due borghi, quello avellinese e quello piemontese, fatto ugualmente di genti di montagna, funestati da una simil povertà, ma con la creazione di un futuro diverso, proprio grazie al vino.

Un futuro diverso grazie al vino che però in Irpinia fa fatica a decollare, come diversamente accaduto nelle Langhe, e che non vede ancora il Taurasi assurgere al suo totale riconoscimento, per quanto iconico almeno tanto quanto al Barolo e al Brunello. Eppure, Beppe Fenoglio con i suoi racconti di miseria in “La malora” e il culmine della tragedia irpina col terremoto del 23 novembre 1980 dovrebbero essere il metronomo di una povertà che non si è arresa a sé stessa, ma che ha generato voglia di riscatto e di ricostruzione che ha portato a un cambio paradigmatico dei due territori, da infelice a rinomato.

E perché i vini irpini, come il Taurasi ad esempio, per quanto di altissimo profilo qualitativo fanno fatica ad affermarsi come il re dei rossi piemontesi? Certo, servono strade e collegamenti funzionali e ben manutenuti, collegamenti e segnaletica efficienti, trasporti pubblici e una politica degna di questo nome e che abbia finalmente voglia di fare. Ma, stando alle considerazioni di cui sopra, ci vorrebbe meno egoismo e manie di grandezza proprio da parte di chi dovrebbe prodigarsi per l’evoluzione di questo fantastico distretto vitivinicolo e garantire crescita e prestigio per tutti.

Per fortuna il mondo del vino è fatto da chi vede le cose con oggettività e una sensibilità diversa, rispetto al territorio, al vino così come dovrebbe essere, guardando con attenzione e riguardo alle persone che si prendono cura del vigneto, e quindi del paesaggio irpino, ben oltre il loro ruolo di produttori e attori economici di una delle più importanti filiere vitivinicole del Sud Italia.

Durante una serie di giornate davvero intense e ricche di visite ai borghi, a produttori, ristoratori e cantine, giornalisti come Annie B. Shapero e Eric Lyman, fra i tanti altri, sono stati accolti in terra irpina e coinvolti in un programma di rivalutazione territoriale sotto la guida attenta di Paul Balke.

Il progetto, dal titolo “Radici e Riti – Il Viaggio dei Borghi Irpini”, è stato realizzato grazie al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione della Regione Campania e grazie alla lungimiranza di Cassano Irpino, comune capofila, Castelfranci, Nusco, Rocca San Felice, Sant’Angelo dei Lombardi e Torella dei Lombardi.

Il nutrito gruppo di specialisti della comunicazione è stato accolto dalla governance locale presso Il Vecchio Mulino 1834, in quell’oasi naturalistica, boschiva e fluviale, tratteggiata dal fiume Calore, con diverse rappresentanze dei vari municipi tra cui Salvatore Vecchia, sindaco di Cassano Irpino, il quale ha molto tenuto a precisare il ruolo dell’attrattore territoriale e, successivamente, della rete che deve avere capacità di trattenere.

Dopo una relazione sulla storicità dei luoghi e sulla geomorfologia dei suoli, i giornalisti sono stati accolti dai proprietari delle cantine aderenti, entrando nel vivo con una full immersion enologica, internamente dedicata ai loro vini. Precisamente, a dare il benvenuto ai cittadini temporanei con i loro vini, c’erano i produttori di Cantine Gambale, Colle di Castelfranci, Boccella, Cortecorbo, Antonio Molettieri, Regina Collis e Perillo.

L’analisi che ne è venuta fuori è stata non soltanto organolettica ma altresì concettuale: vini di territorio di piccole produzioni, ciascuno con sfumature riconoscibili nel range di filosofia produttiva, ma legati allo stesso tempo da una forte caratterizzazione, senza compromessi, senza banalizzazioni e senza strizzare l’occhio al palato internazionale; ne è venuto fuori il terroir nudo e crudo: vini di stoffa legati da racconti di viaggio e visite sul campo alla gastronomia locale, alla mefite, alle sorgenti di Cassano Irpino, ai castagneti, ai musei contadini e al foliage nei vigneti del comprensorio a incorniciare i piccoli paesini con i loro colori variegati.

Convocati da Paul Balke, gli specialisti della comunicazione hanno potuto respirare il vento montano dell’Irpinia e del suo verde brillante, unitamente al sorriso di tutte le persone incontrate, tra cui Daniele del Polito, al timone del ristorante Il Vecchio Mulino 1834, il quale ha portato a tavola sapori per loro inesplorati: il caciocavallo podolico, i salumi tipici, tra cui la culatta e il capocollo dell’azienda agricola Biancaniello, a Torella dei Lombardi, la polenta fritta con ricotta al tartufo, la sontuosa fesa salmistrata di manzo podolico con nocciole tostate e maionese alla senape, la maccaronara al ragù, la sfrittuliata, fatta con tocchetti di maiale, patate e papaccelle e Il cannolo di ricotta scomposto.

Oltre a questa forma di gastronomia irpina più ricercata, i visitatori internazionale hanno potuto confrontarsi anche con la versione più tradizionale officiata presso l’Agriturismo Montagne Verdi a partire dai ricchissimi antipasti, tra cui il pane casereccio al caciocavallo impiccato, i ravioli ripieni di ricotta mantecati al burro e tartufo di Bagnoli, tutto un seguito di formati di pasta fatta in casa, il baccalà alla pertecaregna con peperone crusco e le ottime carni alla brace a base di manzo, suino e agnello con funghi porcini e di stagione.

Le giornate sono state tutte contraddistinte dalla reale rappresentazione di uno degli spaccati irpini, con il suo epicentro a Castelfranci, più autentici e di impatto tra natura, storicità e gastronomia, con degustazioni mirate di Falanghina, Fiano di Avellino, Aglianico e Taurasi, privi di omologazione e che hanno mostrato il valore del meglio della produzione enologica, oltre alla capacità di fare accoglienza enoturistica, delle Cantine Gambale, di Colle di Castelfranci, di Boccella, delle cantine Cortecorbo, di Antonio Molettieri, dell’azienda agricola Regina Collis e della cantina Perillo.

I press tour internazionali organizzati da Paul Balke hanno avuto dei risultati strepitosi, un grandissimo consenso da parte di tutti gli operatori coinvolti, culminando il 29 novembre scorso alla celebrazione di un evidente successo durante una cena di gala esclusiva presso il Palazzo Marchionale di Taurasi, dove lo storico rosso a denominazione di origine controlla e garantita ha fatto sfoggio di sé in tutte le sue principali interpretazioni e sfumature territoriali.

Paul Balke ha saputo creare una rete fatta anzitutto di persone grazie alla sua sensibilità e alle sue doti umane, svelando il volto reale dell’Irpinia, il suo cuore pulsante, le mani che duramente lavorano per tenere insieme questo territorio straordinario, anche se a volte pieno di contraddizioni, dimostrando che la coerenza, la competenza e il gioco di squadra tra persone che condividono comuni passioni, valori autentici e obiettivi concreti, saranno gli elementi irrinunciabili per l’ennesimo rilancio del Vino Irpino.