I vini della cantina Alabastra

Galeotto fu il bagliore della bianca spiaggia di Costa Rei, Sardegna sud-orientale. Era il 2016 e proprio su quegli arenili Lucia Pintore, orgogliosamente sarda, e suo marito Angelo Valentino, irpino altrettanto orgoglioso, decidono di dare vita alla cantina Alabastra. Lei sommelier professionista, relatrice A.I.S. (Associazione Italiana Sommelier) e miglior Sommelier d’Italia 1987 (prima volta per una donna); lui enologo già alle dipendenze di importanti “maison” irpine poi, tuttora, consulente freelance per varie aziende vitivinicole campane. Quale migliore sinergia per dar vita ad una produzione enoica tutta propria.

Da sinistra l’enologo Angelo Valentino, l’autore di 20Italie Antonio Follo e Lucia Pintore

La sede irpina nel centro storico di Cesinali, ove da qualche settimana è stata inaugurata un’accogliente sala degustazioni con annesso punto vendita, è idealmente proiettata oltre le coste continentali verso il waterfront isolano. Il genius loci, in questo caso, si raddoppia con un ponte ideale tra Campania e Sardegna. Una rivendicata continuità territoriale tra i due luoghi dell’anima di Lucia ed Angelo attraverso l’universale, ecumenico linguaggio del vino.

La dimensione ultraterritoriale del progetto è indicata già nell’etimo stesso del nome aziendale: da Alabastron, raffinato e sinuoso contenitore in terracotta utilizzato in remotissime epoche in tutto il bacino dell’Egeo e del Mediterraneo meridionale. Anche se, all’osservazione nel calice delle giallissime livree dei bianchi assaggiati, il pensiero fatalmente corre alle dorate tonalità dell’omonima pietra minerale. 

I vini sono ottenuti da una accurata, maniacale selezione in campo delle uve da acquistare: Fiano, Greco e Aglianico in Irpinia; Falanghina nel Sannio e Carignano nell’isola di Sant’Antioco per produrre un sorprendente, straordinario IGP Isola dei Nuraghi assaggiato in versione 2016. E’ proprio quest’ultimo a indurre ulteriormente la curiosità del cronista; non solo per l’interpretazione davvero magistrale del winemaker Angelo Valentino ma anche per la dedica al nonno di Lucia il cui soprannome in sardo era proprio Achibera (aquila reale) come il nome di questo vino in etichetta.

Le etichette riproducono coloratissimi quadri di un’artista messicana conosciuta quasi per caso da Lucia e la cui pittura costantemente s’ispira alla dimensione onirica del vino. A farci caso, peraltro, i vini recano nomi propri e iniziano e terminano, proprio come il nome della casa madre, con la “a”: Alania, Agata, Astralèa, Aregha, quasi a sottolineare una cifra stilistica che non si esaurisce con il processo produttivo strettamente inteso.

Una gamma di tutto rispetto in considerazione della gioventù di Cantine Pintore & Valentino che si completa con lo spumante brut Charmat lungo ottenuto da sapienti blend di uve bianche irpinosannite e, soprattutto, da un suadente, carezzevole liquore al mirto nero di Sardegna: basterebbe assaggiare il solo Adarchìa per capire, oltre ogni narrazione, l’amore viscerale, inossidabile di Lucia per la “sua” Sardegna.

In epoca di “ponti” annunciati e non, questo di Alabastra ci sembra ben riuscito!

Napoli: presentato il Brunello di Montalcino Riserva Renieri di Bacci Wines a Palazzo Petrucci

Per il primo evento a Napoli dedicato alla stampa e agli operatori del settore lo scorso 15 Maggio, il gruppo Bacci Wines ha scelto il ristorante una stella Michelin Palazzo Petrucci per presentare il Brunello di Montalcino Riserva Renieri.

La Docg rappresentativa del territorio toscano all’estero è solo una di quelle confluite nel patrimonio vitivinicolo della famiglia Bacci. A partire da Castello di Bossi in Chianti Classico, acquisito nel 1984 da Marco Bacci, passando per Renieri (Brunello di Montalcino) e Terre di Talamo (Morellino di Scansano), oggi gli oltre 200 ettari vitati complessivi arrivano ad includere territori fuori dalla Toscana con Terre Darrigo, nel versante dell’Etna, e la recentissima acquisizione di Blue Zone a Mamoiada in Sardegna.

Una storia lunga quarant’anni, partita da un contesto imprenditoriale lontano dal vino (Marco Bacci nasce come imprenditore nel mondo dell’abbigliamento in un’area e in un’epoca –  quello della provincia di Firenze tra gli anni ‘70 e ‘80 –  in cui il settore tessile rappresentava ancora la prima voce del Pil italiano) e diventata con Jacopo, classe 1984, il cuore dell’attività di famiglia.

Laureato in enologia e impegnato nella promozione commerciale delle cantine di famiglia sui mercati esteri, Jacopo ha presentato insieme a Raffaele Vecchione, enologo e critico enologico, una verticale di vecchie annate Brunello di Montalcino Riserva, dalla 2010 fino alla 2013, insieme all’annata corrente del Brunello di Montalcino, la 2019.

L’obbiettivo centrato appieno era quello di evidenziare l’evoluzione di una denominazione storica in un’azienda a conduzione biologica relativamente giovane – l’acquisizione di Renieri risale al 1998 – partendo dagli inizi. Nuova cantina, nuovi impianti, nuovi vigneti che hanno espresso la loro prima vendemmia nel 2010, la prima anche delle annate in degustazione. Sono seguite la 2011, 2012, 2013 con un percorso di cantina molto simile, ma un approccio in vigna differenziato a seconda delle difficoltà climatiche; la degustazione si è chiusa con la 2019 quale punto di riferimento del percorso compiuto fino a questo momento.

Renieri si estende con i suoi 120 ettari, di cui 30 vitati, a sud-est di Montalcino, all’ombra del Monte Amiata, su terreni vulcanici, costituiti prevalentemente da calcare e roccia mischiati ad argille rosse e tufo. La vendemmia è manuale, la fermentazione avviene esclusivamente in acciaio con lieviti indigeni, l’affinamento in legno grande.

La 2010, considerata tra le migliori annate di Brunello, si presenta nel nostro bicchiere matura già nel colore arancio scarico e nel naso di sottobosco umido, di fiori appassiti e ruggine, mentre conserva buona freschezza e succosità al palato.

Più fredda e chiusa la 2011 che esprime in prima battuta un frutto a tratti acerbo, su verticalità di palato. Annata controversa, con un inverno freddo e una bolla di caldo estremo ad agosto, in questo bicchiere, spiega Jacopo, si capisce il lavoro in vigna, con grappoli fino a completa maturazione.

La 2012, altra vintage cinque stelle per il Brunello di Montalcino, si esprime invece in maniera ricca e possente con una chiara presenza del frutto in buon equilibrio con le nuance floreali, mentre in bocca risulta avvolgente e cremosa, più distesa della precedente 2011.

La degustazione delle vecchie annate si conclude con la 2013, sfaccettata nel naso da piccoli frutti rossi, muschio di montagna, canfora e lineare al palato con freschezze a tratti balsamiche. Il bicchiere più centrato nell’equilibrio gusto olfattivo.

Il salto alla 2019 è vertiginoso e ci porta, questa volta con un Brunello di Montalcino ancora giovanissimo, a tratti timido, con una percezione chiara del frutto e un sorso snello. Parliamo di un’annata lenta nella maturazione arrivata agli inizi di ottobre con una buona resa qualitativa. Necessita di tempo per esprimere al meglio i tratti tipici del varietale, quel Sangiovese che ha fatto la storia del Brunello di Montalcino.

RENIERI

Località Renieri

Strada Consorziale Pian dell’Asso 53024 Montalcino (SI)

Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest – day by day: giorno 1

Ci sono territori che si smarcano da qualsiasi contesto enogastronomico produttivo. San Gimignano ha sempre giocato un doppio ruolo in Toscana: quello di uno dei borghi più belli d’Italia (e del mondo) e quello dell’essere un Comune ad alta densità di aziende impegnate nel settore agroalimentare. Prodotti tipici, contornati da aneddoti storici ineguagliabili e, naturalmente, il vino Vernaccia di San Gimignano cui si ispira l’evento Regina Ribelle Wine Fest.

Due giorni densi che hanno registrato la presenza di 1000 wine lover ed oltre 90 giornalisti italiani e stranieri, con un programma ricco di degustazioni itineranti per il centro storico della città, ma anche wine tasting e laboratori di abbinamento cibo-vino con i prodotti tipici toscani. All’ombra delle numerose Torri tutto sembra più bello, in una calma serafica che solo le colline toscane sanno donare al visitatore. Piccole botteghe, viuzze ed anfratti dove i colori si mescolano tra di loro, con le sfumature tenui della luce primaverile.

Il Presidente del Consorzio del vino Vernaccia di San Gimignano Irina Strozzi

Il Presidente del Consorzio del vino Vernaccia di San Gimignano, Irina Strozzi, ha aperto ufficialmente la manifestazione nella suggestiva Sala comunale di Dante, ripercorrendo la lunga storia di questo antico vitigno, senza dimenticare le sfide del presente e del futuro, a partire dai cambiamenti climatici. Presentata la non semplice annata 2023, particolarmente complessa per tutte le denominazioni italiane; proprio in questo difficoltoso andamento climatico, la Vernaccia di San Gimignano ha dimostrato un sorprendente “colpo di reni” con vini godibili, succosi e serbevoli, come scritto nell’articolo Anteprima Vernaccia di San Gimignano Wine Fest “Regina Ribelle”.

Il Consorzio nasce il 3 luglio 1972 per volontà di alcuni viticoltori e nel 1993 ottiene l’ambita Denominazione di Origine Controllata e Garantita per la Vernaccia di San Gimignano, mentre è del 1996 la DOC San Gimignano Rosso. L’idea proposta è stata vincente: unificare il momento delle valutazioni critiche per la stampa a quello della conoscenza del territorio con visite in cantina e molti momenti di confronto tra produttori ed esperti di settore.

Dal lontano 1276, anno della prima menzione della Vernaccia di San Gimignano, il percorso secolare l’ha vista sempre come grande protagonista dell’eccellenza da un platea di grandi della storia come Dante, Michelangelo, Boccaccio, Redi, Manzoni, Chaucer Deschamps, Francis Scott. Il vino dei Papi e dei Signori potenti dagli appena 768 ettari iscritti al Registro Nazionale.

L’enologo Ovidio Mugnaini

Regina Ribelle ha ospitato anche il prestigioso Premio Gambelli, assegnato ogni anno al miglior enologo under 40, promosso da Aset Toscana (Associazione Stampa EnoGastroAgroAlimentare Toscana) in ricordo del maestro assaggiatore Giulio Gambelli, assegnato stavolta a Ovidio Mugnaini, giovane enologo toscano dell’azienda La Sala del Torriano.

Un rosso vestito di bianco, dal sapore potente, genuino, pieno di corpo e sensazioni fresche, dal finale quasi tannico, ma che ben si adatta alla versione spumantizzata ed a contenitori differenti dal cemento all’acciaio, al legno e persino alla terracotta. Sono stati 37 i vitivinicoltori presenti ai banchi d’assaggio per 37 anime “ribelli” diverse. Nulla sarebbe stato possibile senza un’adeguata interazione con la Regione Toscana, presieduta da Eugenio Giani e con l’Amministrazione Comunale grazie al sindaco Andrea Marrucci.

Da sinistra il sindaco di San Gimignano Andrea Marrucci, il vicepresidente della Regione Toscana Stefania Saccardi ed il Presidente Eugenio Giani

Le giornate a tema si sono concluse con una cena di gala allestita nello scenografico Chiostro di Sant’Agostino e curata dai ristoranti di San Gimignano Linfa e San Martino 26. Durante la serata sono stati anche presentati i piatti artistici delle edizioni 2023 e 2024 dedicati a Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest creati dalla ceramista locale Silvia Berghè, dedicati al connubio tra vino, artigianalità e gastronomia.

Nel prossimo articolo vi racconteremo il momento più entusiasmante del tour: quello delle visite in cantina, in attesa della prossima edizione di Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest che si terrà dal 14 al 18 maggio 2025 a San Gimignano.

PARTE VITIGNOITALIA 2024, TRA NOVITA’ E CONFERME

Da domenica 2 a martedì 4 giugno presso la Stazione Marittima di Napoli, Molo Angioino: 1500 etichette di oltre 300 aziende rappresentative dell’intero panorama vitivinicolo italiano. 30 buyer provenienti da tutto il mondo. Ricchissimo il calendario degli appuntamenti tra masterclass, presentazioni di libri e degustazioni top level.

La testata 20Italie sarà presente come media partner.

Manca sempre meno all’inizio di VitignoItalia 2024, in programma da domenica 2 a martedì 4 giugno, per la prima volta presso la Stazione Marittima, appuntamento imperdibile per i professionisti e gli amanti del vino di qualità che anche quest’anno farà di Napoli la capitale della promozione dell’Italia del Vino. Un’edizione, la numero 18, che si prospetta davvero interessante con un programma all’insegna dell’interazione tra il vino e le varie espressioni culturali, che coniuga la degustazione alla conoscenza e celebra la ricchezza del patrimonio enologico tricolore. 

“Ci avviciniamo alle due decadi di storia – sottolinea Maurizio Teti, Direttore di VitignoItaliaun traguardo importante che intendiamo celebrare nel migliore dei modi. Abbiamo alzato ulteriormente l’asticella puntando ancora di più, grazie alla collaborazione con l’ICE, su una presenza qualificata di operatori provenienti da tutti i continenti. E anche con un calendario di iniziative di altissimo livello dove abbiamo voluto anche giocare con il concetto di contaminazione tra il nostro mondo, quello del vino, e ambiti come arte e cultura”.

Con più di 1500 etichette e 300 aziende da ogni regione, VitignoItalia si conferma come appuntamento in grado di raccontare al meglio le realtà enologiche più affascinanti della Penisola, con una grande partecipazione sia nei numeri che in termini di varietà dei territori coinvolti. Un parterre di cantine di altissimo livello tanto quanto le masterclass, per un percorso di degustazione che offrirà una panoramica tanto sulle grandi denominazioni presenti, quanto su realtà e temi importanti del comparto. 

Partenza di livello domenica 2 giugno, alle ore 15.00, con l’esperienza sensoriale tra le Rive del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg, carrellata delle migliori espressioni della celebre denominazione, condotta da Diego Tomasi, direttore del Consorzio. Alle 16.30 Angelo Peretti presenta “Esercizi spirituali per bevitori di vino”, con Luciano Pignataro, Francesco Continisio, Lucio Monte e “I Rossi di Sicilia”, una selezione dei grandi rossi dell’isola. Seguirà, alle ore 18.00, la masterclass di Umani Ronchi, eletta cantina dell’anno 2024, con la verticale delle migliori annate del Plenio Castelli di Jesi Verdicchio DOCG Classico Riserva, a cura di Monica Ippoliti e Francesco Continisio.

Lunedì 3 giugno alle 11.30 il grande appuntamento “Il vino e il mare: underWATERwines”, un seminario – degustazione senza precedenti, condotto da Luca Grippo, con protagonisti i migliori vini degli abissi, per approfondire l’affinamento subacqueo e l’utilizzo dell’acqua di mare; un dialogo tra scienza e tecnica enologica, con la partecipazione di produttori, degli esperti della Stazione Zoologica di Napoli e altri professionisti del settore. Alle ore 15.00 spazio alla masterclass “Doc Friuli- Più che un vino: storia, arte, natura” per scoprire i vitigni e le cantine più rappresentative del Consorzio, attraverso il racconto di Luciano Pignataro.

Martedì 4 giugno, ore 11.00 sarà la volta di “I bianchi vulcanici che sfidano il tempo”, con Luciano Pignataro e Tommaso Luongo, per scoprire le migliori realtà bianchiste da invecchiamento della Penisola. Seguirà, alle ore 15.00, la masterclass sui Bianchi e Spumanti di Sicilia con Adele Granieri. 

Chiusura in grande stile, martedì 4 alle ore 18.00, con “50 Insoliti Noti”, l’attesissimo incontro organizzato dal Corriere del Mezzogiorno che verterà sulla presentazione della guida che racconta 50 vini di grande carattere tradizionale e territoriale. La tavola rotonda vedrà la partecipazione di Tommaso Luongo (Presidente AIS Campania), Franco Continisio (Presidente Scuola Europea Sommelier), Vincenzo Mercurio (Enologo) e l’ideatore della guida, giornalista e critico Enogastronomico del Corriere del Mezzogiorno, Gimmo Cuomo. La presentazione della guida sarà preceduta da un approfondimento dedicato allo stato di salute e alle prospettive del settore vitivinicolo campano con dati a cura di Nomisma, che vedrà la partecipazione di Ferdinando Natali, Regional manager Sud di Unicredit e Alessandro Tosi, Referente agribusiness-corporate di Unicredit. Entrambi gli appuntamenti saranno moderati da Simona Brandolini, firma del Corriere del Mezzogiorno.

Non da meno gli appuntamenti culturali presso l’Agorà: lunedì alle 17.00 focus sull’abbinamento con “Calici & Spicchi. L’armonia perfetta tra pizza e vino”, la presentazione del primo libro che apre le porte all’affascinante viaggio tra il vino e la regina degli impasti, con Luciano Pignataro e l’autrice Antonella Amodio. Alle 18:30 sarà poi la volta della presentazione dei 100 Best Italian Rosé, la quarta edizione della guida dedicata ai migliori rosati d’Italia, edita da LucianoPignataroWineBlog e svelata in esclusiva proprio a VitignoItalia 2024, cui farà seguito una dalla degustazione delle etichette premiate. Martedì alle 16.30, in programma sempre all’interno dell’Agorà, la presentazione di “Verso del Vino, Verso Divino”, il nuovo volume di Marianna Ferri e Ottavio Costa per un dialogo-degustazione con gli autori. 

“Negli anni VitignoItalia è entrato di diritto nel novero degli appuntamenti che contano nel panorama nazionale – conclude Teticon uno zoccolo duro di cantine che ci seguono sin dagli esordi e con continui inserimenti, tra i quali mi piace sottolineare quelli costituiti da realtà consortili e territoriali come Friuli DOC, Prosecco di Conegliano Valdobbiadene DOCG, Roma DOC, Istituto Regionale del Vino e dell’Olio. Senza dimenticare la preziosa collaborazione con l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania, nonché la sinergia con FEAMPA (Fondo Europeo Affari Marittimi Pesca e Acquacoltura) e Unicredit. Con tutti loro abbiamo costruito un appuntamento che, mi fa piacere evidenziare, ha contribuito in qualche modo a “costruire”, qui a Napoli, almeno un paio di generazioni di appassionati che sono cresciuti con noi. E noi con loro”.

Consulta il programma completo

VITIGNOITALIA, XVIII Salone dei vini e dei territori vitivinicoli italiani

Stazione Marittima, Molo Angioino, 80133 Napoli
Domenica 2 dalle ore 14.00 alle ore 21.00
Lunedì 3 dalle ore 13.00 alle ore 21.00
Martedì 4 giugno – dalle ore 13.00 alle ore 20.00

Campania: l’azienda agricola Guerritore apre le porte della nuova cantina con annessi relais e ristorante “a km zero”

Comunicato di Redazione

Siamo sempre felici quando una nuova realtà spicca il volo. La felicità è doppia quando si parla di Campania e del territorio salernitano, sempre alla ricerca di qualità da offrire ai numerosi turisti in visita alle bellezze della Costiera Amalfitana e del Cilento.

A pochi passi da Salerno, la storica Hippocratica Civitas, l’architetto Giovanni Sullutrone e sua moglie Marina Guerritore hanno investito risorse e passione per creare un piccolo gioiello nelle campagne tra Baronissi e Lancusi, tra vigne, olivi secolari e panorami bucolici: l’azienda agricola Guerritore. Abbiamo intervistato Giovanni proprio nell’ultima edizione di Vinitaly, entusiasta per il riconoscimento ottenuto dai suoi prodotti.

Tre etichette per tre persone: ai due coniugi, infatti, si è aggiunta la giovane e preparata figlia Svieta, responsabile dell’azienda, già sommelier in capo alla Delegazione A.I.S. di Salerno. Riccardo Cotarella coadiuvato dall’enologo interno Pasquale Vitale, segue le varie fasi produttive dal campo alla cantina, per realizzare vini in purezza rispettivamente da uve Fiano, Aglianico e Merlot. Acquamela, il Fiano, deriva da un antico Casale situato lungo la via dei “Due Principati” dove la Regina di Napoli Margherita di Durazzo si rifugiò durante la peste del Trecento. Il borgo di Cariti dà il nome al Merlot, mentre Fusara viene dal nome di un piccolo paese all’orizzonte dei filari di Aglianico.

La nuova cantina ha un’ala dedicata alla barricaia e ricalca l’idea di quiete necessaria al giusto riposo del mosto fermentato. Profondità e serbevolezza nel bianco, con una buona dose di tipicità. Goloso l’autoctono a bacca rossa principe della Campania, robusto e materico il cugino d’Oltralpe, forse quello che ha bisogno più di tutti di tempo.

E poi il bellissimo relais dotato di 7 camere con annessi piscina e ristorante “a km zero”. Ricerca del gusto con prodotti e ricette del territorio, curate dallo chef Angelo Borghese, un curriculum impressionante tra i gourmet italiani ed esteri. A lui il compito di dover coniugare eleganza e consistenza nei piatti, senza dimenticare però la tradizione.

Il ristorante prevederà apertura a pranzo e cena con una carta ricca di formule “easy” per ogni esigenza ed un angolo aperitivo per chi vorrà godere del relax in piscina: l’enoturismo vede l’azienda agricola Guerritore giocare un ruolo da vero protagonista nel panorama locale.

Piemonte: ReWine Canavese, l’evento per scoprire lo spirito artigianale dei Giovani Vignaioli Canavesi

Dal 17 al  19 maggio a Ivrea ha avuto luogo la quarta edizione di ReWine Canavese, organizzato dai Giovani Vignaioli Canavesani (GVC) con la preziosa collaborazione del direttore artistico Nello Gatti.

Tre giorni dedicati alla stampa per far conoscere meglio questo affascinante lembo di Piemonte. Il primo giorno è stato contraddistinto da un bel tour nel suggestivo borgo di Carema per recarci sotto i pergolati di Nebbiolo, ove molte viti sono a dimora da oltre mezzo secolo. Gian Marco Viano, presidente dell’Associazione ci ha fornito importanti informazioni sulla singolare enclave; siamo entrati in un edificio storico, recuperato e restituito alla Comunità, il Gran Masun, centro di valorizzazione del vino Carema e dopo aver assistito ad una proiezione sul territorio abbiamo degustato i vini della Doc.

Un numero relativamente esiguo di produttori, 10 per la precisione, coltivano e producono vino in un’estensione totale di 22 ettari vitati. Le vigne sono poste su terrazzamenti con muretti a secco e la vite è  allevata con il sistema a Pergola del Caremese, sorretta da pilastri troncoconici in pietra e calce, tipici del territorio, in loco chiamati “pilun”: le sue pietre immagazzinano calore e lo distribuiscono durante le ore notturne.

Il vitigno allevato è il Nebbiolo varietà Picotendro, capace di dare origine a vini freschi e dotati di una straordinaria piacevolezza di beva. I vigneti sono posti a forma di anfiteatro con suoli sabbiosi derivanti dal disfacimento delle morene dell’antico ghiacciaio. Un meraviglioso lembo di terra che si è ampiamente meritato il titolo di Presidio Slow Food. Le altimetrie dei vigneti si attestano fra i 350 e i 700 metri s.l.m. Carema è inoltre  attraversata dalla via Francigena.  A livello sensoriale il vino è di un bellissimo colore rosso granato intenso e  molto trasparente, al naso giungono sentori di rosa, lampone, frutti di bosco, polvere di caffè e tabacco, al palato è fresco e setoso, coerente e persistente. 

La degustazione

Cantina Produttori di Carema 2020 – Sprigiona sentori di rosa, amarena, e spezie dolci,  sorso setoso e armonioso. 

Cantina Togliana  Riserva 2020 – Emana note di frutti di bosco maturi, noce moscata e sottobosco,  gusto avvolgente e decisamente persistente. 

Sole e Roccia Monte Maletto 2020 – Rivela note di lamponi, ribes e sentori balsamici, avvolgente,  pieno ed appagante. 

Sorpasso 2020 – Si percepiscono sentori di ciliegia sotto spirito, arancia sanguinella, liquirizia e tabacco. Avvolgente, generoso ed armonioso. 

Muraje 2020 – Libera note di rosa, lampone e sussulti balsamici e speziati; il sorso rimane in bocca a lungo, è setoso e leggiadro. 

Turris Nuove Tradizioni 2021 – sentori di violetta, frutti di bosco e mora di rovo, fresco, pieno ed invitante.

Rubiolo Alberand 2021 – Giungono al naso note di viola, amarena e fragola, dai tannini setosi e dal finale duraturo. 

Toppia Figliej 2021 – Rivela sentori di rosa, frutti di bosco e menta. Sorso accattivante e duraturo.  

Broglina Kalamass 2021 – con sentori di ciclamino, mora, tabacco e liquirizia, regala un palato fine e rotondo.

Gasparre Buscemi 1986 – Un vino ancora in forma smagliante, davvero sorprendente, piacevole e lungo su nuance terziarie di tabacco dolce e cioccolato. 

Il secondo giorno è  iniziato con una tavola rotonda incentrata sul tappo a vite in comparazione con il tappo di sughero. Sul palco della Sala Santa Marta d’Ivrea, vi erano l’azienda Gaula Closures, rappresentata da Emanuele Sansone con gli “Svitati”: Walter Massa, Sergio Germano, Luca Rostagno della Cantina Matteo Correggia e Monica Laureati, Professore associato dipartimento di Scienze per gli alimenti dell’Università di Milano e Daniele Lucca, speaker di Wine Voice Radio & Podcast.

Una masterclass che ha ben chiarito la funzionalità del tappo a vite, senza demonizzare quello in sughero. Nei vari interventi sono emersi i vantaggi sia per i vini stessi (o perlomeno alcuni di essi) sia per la sostenibilità produttiva. In Italia, nostro malgrado, il tappo a vite gode ancora di una scarsa reputazione, ma viene molto più utilizzato nel nord Europa e in molti paesi del nuovo mondo. Nei vini bianchi sembra dimostrare di essere più indicato: i vini erano più freschi e piacevoli al palato. Per quanto riguarda i rossi è stato il tappo di sughero a dimostrare di avere maggiore capacità di affinamento, pur in un dibattito ancora molto aperto.

I vini proposti

Derthona 2017 Vigneti Massa

Monleale 2017 Vigneti Massa 

Langhe Sauvignon Doc 2007 Matteo Correggia 

Roero Riserva Roche d’Ampsej Docg Matteo Correggia

Riesling Herzu Langhe Doc 2016 Ettore Germano

Nebbiolo Langhe Doc 2016 Ettore Germano 

Dopo una pausa pranzo siamo tornati nella Sala Santa Marta per un focus ed una degustazione guidata di 8 etichette di Erbaluce. Varietà d’uva a bacca bianca che ha trovato la sua terra di elezione nel Canavese, conosciuto come Erbaluce di Caluso. In passato veniva prodotto nella tipologia Passito. Oggi si sono aggiunte anche le tipologie secco e spumante prevalentemente ottenuto da Metodo Classico. Un’uva capace di donare ai vini una buona acidità. 

Il Canavese è un ampio territorio circondato da laghi, castelli, suggestivi borghi e boschi, e verdi valli in provincia di Torino, nella parte nord e nord-est, confinante con la Valle D’Aosta, ricadente anche una piccola parte nelle province di Biella e Vercelli. Un anfiteatro naturale originato dal discioglimento delle morene dell’antico ghiacciaio, con suolo sabbioso, ricco di potassio e fosforo. Il clima alpino è caratterizzato da notevoli  escursioni termiche tra il giorno e la notte. La forma di allevamento è la pergola canavese, tuttavia è molto diffuso anche il guyot semplice. Due sono le Denominazioni: la Doc Canavese e la Docg Erbaluce di Caluso. I vitigni maggiormente coltivati oltre al Picotendro e L’ Erbaluce, sono la Barbera, la Vespolina e l’Uva Rara. 

I vini degustati dell’annata 2021

Canavese Doc Bianco Mezzavilla Terre Sparse – Al naso giungono note di camomilla, albicocca e mandorla. Saporito, coerente e lungo.

Vino Bianco Vecchie Tonneaux Monte Maletto – Emana sentori di zagara, pera e mela cotogna, fresco, avvolgente e persistente. 

Caluso Docg Anima Dannata La Masera – Nuance di mela, frutta tropicale e erbe aromatiche, pieno sapido e durevole. 

Calusco Docg Etichetta Nobile La Campore – Sprigiona sentori di zagara,  ananas ed erbe di campo. Rinfrescante e duraturo. 

Calusco Docg San Martin – Libera note di mela, pera Williams e banana. Sorso vibrante, avvolgente e coerente. 

Calusco Docg Primavigna Roberto Crosio – Dipana sentori di fiori di camomilla, zagara e ananas, dal gusto dinamico e invitante.

Calusco Docg Galattica Fontecuore – Rivela note di fiori di campo, banana, agrumi e menta. Saporito, armonioso e leggiadro. 

Calusco Docg Scelte d’Ottobre  Cantina 336 – Rimanda a sentori di mela cotogna, vaniglia e liquirizia. Pieno e appagante.  

All’auditorium Mozart d’Ivrea si è svolto un convegno “Spirito artigianale e cultura collettiva: con uno sguardo verso il futuro”. Sono intervenuti Riccardo Boggio, giovane vigneron, Gaspare Buscemi, enologo artigiano, antesignano del comprensorio, Alberto Alma professore di Entomologia Generale e applicata, Laura Donadoni, scrittrice, giornalista e wine educator, e Daniele Lucca, speaker di Wine Voice Radio & Podcast.

Il titolo già suggerisce gli argomenti trattati, ha preso la parola anche Oscar Farinetti, imprenditore di successo, patron di Eataly e titolare di iconiche aziende vitivinicole italiane, un intervento molto apprezzato da parte di tutti, un decalogo finale per ottenere successo con interessanti riferimenti a personaggi storici del passato, alcuni su tutti Leonardo da Vinci, Napoleone Bonaparte, Winston Churchill, tratto dal suo ultimo libro scritto “10 mosse per affrontare il futuro”.

Nella terza ed ultima giornata alle Officine H d’Ivrea sono state aperte le porte al pubblico, tra eno-appassionati ed operatori del settore. Ho fatto una passerella tra la maggior parte degli espositori presenti, degustando soprattutto vini ottenuti con Picotendro ed Erbaluce di Caluso, quest’ultimo nelle tipologie Metodo Classico, fermo secco e qualche  passito. I vini variano a seconda degli affinamenti, tra acciaio, legno, cemento e anfora, che viene utilizzata da pochissimi produttori, ma la qualità dei vini è elevata.

Nei tre giorni è stata data la possibilità di capire bene il territorio e conoscere meglio i suoi protagonisti, persone molto cordiali, coese e unite negli intenti che hanno intrapreso un percorso avvincente per valorizzare questa singolare enclave, in un clima di amicizia e di calorosa accoglienza. Impeccabile l’organizzazione curata sia dai Giovani Vignaioli con l’occhio attento del dinamico direttore artistico Nello Gatti, coadiuvato da Domenico Buratti.

Lazio: il Frascati Superiore Riserva “Sesto Ventuno” di Casata Mergè

La storia di Casata Mergè ha inizio nel 1960 con Manlio Mergè, padre di Massimiliano, quando il vino ancora si portava sfuso a Roma con il carretto. Siamo nella Denominazione Frascati, un’azienda a conduzione familiare con il supporto di uno staff di professionisti che ha permesso di conseguire obbiettivi impensabili alle origini.

Grazie all’enologo Maurilio Chioccia i loro vini sono un riferimento nel panorama enologico laziale. Con Maddalena Mazzeschi, che ne cura le relazioni con la stampa abbiamo avuto modo di approfondire la qualità dei loro prodotti visitando la cantina.

Casata Mergè è particolarmente nota per la produzione di vini bianchi come il Frascati Superiore: il risultato di una meticolosa selezione di uve Malvasia di Candia, Malvasia del Lazio, Trebbiano Toscano e Bombino Bianco. La combinazione di tecniche di vinificazione moderne e tradizionali permette di ottenere un prodotto che rappresenta l’eccellenza della tradizione enologica dei Castelli Romani.

Oltre al Frascati Superiore, la cantina produce una gamma di altri vini bianchi e rossi, tra cui un Marino DOC e un Monteporzio Catone Rosso DOC. L’Enoturismo è uno dei punti cardine di Casata Mergè. La cantina apre le sue porte ai visitatori, grazie alla ristrutturazione del casale e della grotta, offrendo la possibilità agli appassionati e professionisti del settore, di partecipare a visite guidate dei vigneti e delle cantine. Queste visite si concludono con degustazioni dei vini, accompagnate da prodotti tipici locali, permettendo ai visitatori di scoprire i segreti della produzione vinicola dei Castelli Romani e di apprezzare la bellezza e l’autenticità del territorio.

Innovazione e Tradizione nei Vigneti Sesto Ventuno

All’interno dell’azienda i vigneti ultra cinquantenari rappresentano un patrimonio inestimabile, conferendo ai vini caratteristiche uniche. Gli ettari vitati sono 25 con un’esposizione ottimale e ventilata, che riduce al minimo i trattamenti. Le piante arboree mediterranee presenti fungono da antagonisti naturali, contribuendo a un equilibrio ecologico.

Una parte del vigneto è stata sovrainnestata con cloni di Sauvignon Blanc, grazie alla presenza di stratificazioni laviche e terreno basaltico ricco di silicio, ideale per questo vitigno. Per ottimizzare il lavoro in vigna, i vigneti sono suddivisi in quadri secondo le caratteristiche geologiche del terreno. Le potature corte a speroni con il sistema GDG (Geneve Double Courtin) sono perfette per piante con gemme basali molto fertili e varietà erette.

Oggi vi presentiamo il Frascati Superiore Riserva Sesto Ventuno di Casata Mergé, un vino che incarna l’eccellenza e la tradizione vitivinicola del Lazio. La degustazione ha riunito esperti del settore, giornalisti e appassionati, tutti accomunati dal desiderio di scoprire le peculiarità di questa etichetta in una strepitosa verticale dalla annata 2022 alla 2016.

Il vino si distingue per un carattere deciso; prodotto con un blend di Malvasia Bianca di Candia e Malvasia del Lazio, rivela subito eleganza al naso, con note floreali e fruttate (frutta bianca) che si intrecciano armoniosamente a sentori di miele e spezie dolci con un finale che ricorda la mandorla. Caratteristica predominante la brillantezza del colore paglierino dai riflessi dorati, segno di una maturazione ottimale e di una cura meticolosa in cantina. Al palato, il Sesto Ventuno si presenta avvolgente e strutturato, con una perfetta armonia tra freschezza e morbidezza, e un finale lungo e persistente che lascia una piacevole sensazione di mandorla e agrumi.

Da sinistra l’enologo Maurilio Chioccia e l’autore di 20Italie Alberto Chiarenza

La vinificazione avviene in acciaio inox a temperatura controllata, seguita da un affinamento in botti di rovere francese per almeno 12 mesi, che conferisce al vino una maggiore complessità e un bouquet aromatico ricco e variegato. Maurilio Chioccia, enologo di Casata Mergé, ha spiegato durante l’evento: <<Il Sesto Ventuno è il risultato di una ricerca continua della qualità e del rispetto delle tradizioni. Ogni fase della produzione è seguita con grande attenzione per ottenere un vino che possa rappresentare al meglio il territorio>>. Con la sua eleganza e complessità, questo vino promette di essere un ambasciatore del Lazio nel mondo, rappresentando al meglio l’eccellenza e la passione dei suoi produttori.

Abruzzo: alla scoperta della cantina San Lorenzo ed il falso mito sfatato dei “vini leggeri” ad ogni costo

Quante volte l’avrete sentito dire? “Il vino moderno richiede un obbligatorio processo di decrescita strutturale, costi quel che costi”. Sembrerebbe quindi, opinione comune, che il gusto del consumatore medio si sia stancato di sapori eccessivi, densità alcoliche e palpitazioni gliceriche come nel passato. Andando poi a varcare il mondo della ristorazione, si da per scontata la scelta di pietanze dalle minor lavorazioni possibili, con cotture in sacchetto a bassa temperatura divenute ormai una moda più che una prassi.

Per una volta (e solo una) lasciatemelo dire: basta! Non se ne può più di essere comandati a bacchetta da indicazioni prive di fondamento persino con forchetta e calice alla mano. L’assurdità dell’idea del “levare” non è pericolosa in sé; garantirebbe comunque un’attenzione maggiore per i rischi connessi agli eccessi di cibo e alcool e in taluni casi sta condizionando positivamente la salute dell’avventore. Condimenti ridotti, minor uso di carni, corretto apporto calorico e vini meno pesanti ben si uniscono al concetto di Dieta Mediterranea. Alziamo le mani quando si parla di rispetto per il proprio corpo.

Ma l’estremo opposto non può e non deve condurre ad un conseguente stato di terrore emotivo per alcuni prodotti che possono trasmettere emozioni indelebili pur nel “non essere leggeri”. A volte anche il piacere dei sensi conta e spesso è un piacere godurioso, di quelli che ricordano gli anni della fanciullezza quando a tutto pensavi tranne che a bilance, pappine e retro etichette con simboli e avvertimenti tali da danneggiare potenzialmente un settore di miliardi di euro.

Alla cantina San Lorenzo si respira ancora un vento di artigianalità nei vini, tra le numerose tipologie proposte dai fratelli Gianluca e Fabrizio Galasso. In quelli che erano i terreni del Duca Caracciolo oggi si coltivano principalmente gli autoctoni d’Abruzzo come Pecorino e Montepulciano. I tempi dei conferimenti d’uva alle Cooperative Vitivinicole sono finiti: con la qualità espressa nelle vendemmie infatti, i Galasso hanno cominciato dal 1998, dopo 100 anni dalla fondazione avvenuta nel 1890, a provare l’imbottigliamento diretto con una serie di investimenti utili a trasformare un’attività prettamente familiare in qualcosa di più.

Gli ettari vitati sono 168 suddivisi tra l’areale di collina di Castilenti e quello prospiciente al mare a Pescara, curati dallo zio agronomo Gianfranco Barbone. I vini vengono poi predisposti stilisticamente dall’enologo Riccardo Brighigna, un vero numero uno in Abruzzo, che ci racconta l’idea del nuovo nato di casa San Lorenzo, il Don Guido: <<con il Colline Teramane Montepulciano d’Abruzzo Riserva “del Fondatore” abbiamo optato per un appassimento breve che conferisce maggiore morbidezza al vino, con un successivo affinamento in tonneau per sette anni.  Questo lungo tempo gli dona eleganza e morbidezza e un tannino per nulla invadente>>.

Tutto confermato all’assaggio in una spettacolare 2015 che racconta di sensazioni radiciose e balsamiche unite ad un frutto denso e scuro da mirtillo e pepe nero in grani. Sfiora i 16.5 gradi volumici di alcool, senza farsi percepire e giocando invece sulle dinamicità e sulla freschezza finale. Lo stereotipo dei vini “bomboloni” creati per un mercato extra continentale viene qui sfatato, con 1000 Magnum dal sapore autentico e decisamente tipico per il Montepulciano d’Abruzzo. Aderenza al territorio, sostenibilità ambientale in vigna grazie alla certificazione BIO rilasciata su ogni appezzamento e gestione ancora familiare di una grande impresa che produce ormai quasi 800 mila bottiglie, oltre ad un altrettanto quantitativo di vino in bag in box.

Il futuro sarà pure dei folli come recita un celebre motto, ma se non viene comandato a dovere con scelte coraggiose lo si vivrà sempre con sudditanza. Gianluca e Fabrizio Galasso hanno deciso di affrontarlo con sana incoscienza, tanto impegno e tanta passione. Ora possono raccogliere i frutti del presente.

Anteprima Vini Ad Arte 2024: Romagna Albana e Sangiovese alla prova dei fatti

Nella splendida cornice di Villa Abbondanzi a Faenza è andata in scena l’edizione 2024 di Vini Ad Arte, l’Anteprima per la stampa delle nuove annate di Romagna Albana e Sangiovese. Un ringraziamento al Consorzio Vini di Romagna guidato dal Presidente Roberto Monti ed all’Agenzia Wellcome con Marta e Alessandra per l’ottima organizzazione e accoglienza.

Veniamo alle considerazioni complessive sui vini degustati rigorosamente alla cieca: la 2023 sarà ricordata, per sempre, come l’annata dei record in negativo, con il dolore ancora vivo della pesante alluvione e le inclemenze primaverili che hanno portato ad un taglio netto della produzione d’uva. Evidenti i cambiamenti strategici e di marketing, cui le aziende sono state obbligate.

Non tutto viene per nuocere. Le poche quantità raccolte hanno dimostrato un grande potenziale corredato da buone maturazioni fenoliche, in sincronia con quelle zuccherine. Un vantaggio meglio gestito dai bianchi, in particolare le Albana di qualità davvero elevata, con i 21 campioni targati 2023, che pur dimostrando carattere non soffrono le volubilità tanniche dei rossi.

Il Sangiovese, nei pochi esemplari (solo 10) della vendemmia 2023 presenti all’Anteprima, resta ancora indecifrabile seppur gradevole in alcune espressioni leggere e meno ingombranti del passato. Lo stile del futuro porterà verso lo snellimento degli apporti calorici e strutturati ormai anacronistici. Chi saprà farlo non avrà snaturato né il territorio, né il magnifico animo del varietale: avrà semplicemente compreso la tendenza evidente nelle scelte e nei gusti del consumatore, cui spetta l’insindacabile giudizio finale.

Le copiose 2022 restano, invece, troppo ancorate ad estrazioni e surmaturazioni solo in parte compensate da una corretta trama tannica. La 2021, a tratti di maggior ruvidezza, conserva bellezza di frutto e fragranze speziate con alcuni picchi di rara eccellenza. Il dado è tratto ed è giunta l’ora, per i vini di Romagna, di varcare il Rubicone verso le carte dei migliori ristoranti italiani. Con maggior consapevolezza e spirito costruttivo si intende.

Un doveroso cenno ai capolavori firmati nelle versioni “passito”: la storia dell’Italia intera viaggia attraverso nicchie enologiche meravigliose come queste, dove l’Albana sa recitare un ruolo da protagonista assoluto specie quando interviene l’attacco della Botrytis Cinerea (Muffa Nobile).

Di seguito l’elenco delle nostre valutazioni indicate in ordine alfabetico e senza graduatoria di merito. Sono campioni che hanno conseguito una valutazione alla cieca superiore ai 90/100.

Migliori Romagna Albana Secco 2023

I Croppi – Celli

Bianco di Ceparano – Fattoria Zerbina

Neblina – Giovanna Madonia

Gioja – Giovannini

Alba Nuova – La Cantina di Cesena

Frangipane – Tenuta La Viola

Vigna Rocca – Tre Monti

Arlus – Trerè

Migliori Romagna Sangiovese Superiore 2023

Noelia Ricci – Il Sangiovese – Predappio – Pandolfa Noelia Ricci

Vigna Palazzina – Mercato Saraceno – Tenuta Casali

Campo di Mezzo – Serra – Tre Monti

Migliori Romagna Sangiovese 2022

Alcjone – Superiore Imola – Cantina Mingazzini

Chiara Condello – Predappio – Condè

Mammutus Oriolo – Oriolo – La Sabbiona

Cesco 1938 – Predappio – Piccolo Brunelli

Rondò – Superiore Bertinoro – Tenuta De Stefenelli

Colombarone – Bertinoro – Tenuta La Viola

Franco Villa Poggiolo – Superiore – Villa Poggiolo

Beccafico – Superiore Oriolo – Poderi Morini

Migliori Romagna Sangiovese Riserva 2021

Raggio Brusa – Predappio – Condè

Vigna del Pruno – Drei Donà

Predappio di Predappio Vigna del Generale – Fattoria Nicolucci

Palazzo di Varignana

Don Pasquale – Podere Palazzo

Petrignone – Tre Monti

Manano – Bioni

Migliori Romagna Albana Passito

Scaccomatto 2022 – Fattoria Zerbina

Giulia 2022 – La Sabbiona

Ombre di Luna 2022 – Merlotta

Soprano 2022 – Tenuta Uccellina

Volo d’Aquila 2020 – Cantina Forlì Predappio

Fattoria del Monticino Rosso 2020

AR 2019 – Riserva – Fattoria Zerbina

MARCO FERRARI: da Monteverde a Cornas, la “monoposto” del vino in Valtellina

Pioveva a dirotto. Superata Sondrio percorrevo la Strada del Vino in Valtellina dove molti sfrecciavano in auto sfidando il tempo, quando qualche metro prima di un cartello che informava l’abbandono del comune di Montagna in Valtellina per entrare in quello di Poggiridenti, scorgo alla mia destra, a ridosso della montagna, una vetrata d’ingresso di una sorta di garage, composta di rettangoli colorati parzialmente coperti da una cascata di edera bagnata: eravamo arrivati alla nostra meta.

A fianco, due botti una sopra l’altra, a definire compiutamente l’entità del luogo, e appesa vicino a un caratteristico muro di pietre, una vecchia targa in metallo con il logo dell’Alfa Romeo. Sull’uscio, assieme al papà che appena mi presento saluta me e mia moglie per poi dileguarsi, ci attende Marco Ferrari, produttore di Nebbiolo delle Alpi come si usa chiamare qui il nobile vitigno per distinguerlo dal piemontese. Un’altra targa all’ingresso è quella con il logo dei Vignaioli Indipendenti.

Conoscendo il mio amore per la Valtellina e per i suoi vini, avevo seguito il consiglio datomi dall’amico e collega Sergio Vizzari, colto narratore enoico (e non solo), d’assaggiare i prodotti di Marco Ferrari dei quali ignoravo l’esistenza. Mi condusse dove trovarli, una piccola enoteca romana; subito rimasi sorpreso per la sobrietà e, soprattutto, per un’eleganza che difficilmente riscontro nei vini provenienti da questa terra, evocandomi alcune espressioni dei cugini d’oltralpe a cui non immaginavo il nebbiolo locale potesse giungere.

Decido pertanto di contattarlo e approfondire la questione: <<ciao Marco, qui corrono tutti, tu ti chiami Ferrari, e la prima cosa che noto è una targa dell’Alfa Romeo, come si spiegano tutte queste cose?>> debutto celiando.

<<Mio padre faceva i rally>>.

Interessante, rifletto, vale la pena di chiedergli di partire dall’inizio e raccontare la sua storia. Avvezzo come sono al suono del parlato dei valtellinesi ai quali sento di far parte, il suo accento non mi sembra affatto del luogo e glielo dico.

<<Sono bresciano, nato agli Spedali Riuniti, ma battezzato a Monteverde, a Santa Silvia>>.

Ammicco per aver indovinato e invito a proseguire.

Un romano non può non conoscere il quartiere di Roma come Monteverde, al momento molto in voga, e colmo di interesse per il vino. Il nonno materno lavorava in Alitalia, logico un suo trasferimento nella capitale dove nasce la mamma di Marco. Lui, invece, viene al mondo a Brescia sul finire del 1986, per poi trascorrere a Roma i primi cinque anni di vita, fino a quando i genitori tornano nella città celebre per essere stata il luogo di partenza e d’arrivo della storica Mille Miglia. Il legame con la terra è quello paterno, la cui famiglia si occupava di zootecnia legata alla produzione del latte da conferire al consorzio del Grana Padano. È un richiamo che anche Marco possiede, si avverte parlandoci, non a caso, a un certo della sua vita, decide di cambiarla.

La laurea in Scienze Politiche conseguita alla Lumsa di Roma non è quel che fa per lui, molto più appagante è un Master d’impresa agroalimentare che ottiene a Bologna, a cui seguirà un apprendistato di lavoro in Franciacorta, ma in ufficio. A forza di guardare dalla finestra quei vigneti scatta la scintilla, e abitando vicino all’azienda di Enrico Gatti inizia a lavorarci. Giovane e desideroso di conoscere, con una strada ancora non definita da percorrere, e perché no affermarsi, si reca in Francia.

Tenta di proporsi in Borgogna: effettua un colloquio al Domaine di Confuron, ma non ha fortuna, quindi si reca in Loira. Ma è nel Rodano che avverrà la seconda illuminazione della sua vita, dove resterà per quattro anni. Inizia a Mauves a lavorare per il Domaine Pierre et Jérôme Coursodon dove si vinifica per la denominazione Saint Joseph, e poi approda a uno dei grandi nomi della produzione di Cornas: Franck Balthazar. Segue pertanto in entrambi i casi la vinificazione di uve Syrah e oltre a conquistare l’amicizia di Balthazar frequenta altri nomi di rilievo del Cornas come Thierry Allemand e Guillaume Gilles. Impara molto in quel periodo, probabilmente sarà il più importante della sua carriera da autodidatta o perlomeno il più determinante per quella futura e di cui serba un piacevole ricordo. Apprende non solo sul vino: sarà una sorta di scuola di vita, poiché durante quegli incontri improntati sulla semplicità capisce l’importanza delle relazioni umane, e di come attraverso queste l’impossibile diventi possibile. Comprende inoltre che il ruolo del vigneron è d’essere unicamente un custode del terroir, concetto che chi produce vino dovrebbe sempre avere a mente.

Dopo quattro anni vuole mettersi in gioco, desidera un’espressione del vino interamente sua e a Cornas non è possibile. È giunta l’ora di tornare in Italia, ha dei risparmi, non molti in realtà, ma bisogna comunque provarci, ma dove? L’insegnamento sull’importanza del territorio fa sì che sia interessato più a quest’ultimo che a un vitigno in particolar modo. Parlando con Marco scopro che abbiamo gusti comuni: come vino bianco apprezza sopra ogni cosa il Verdicchio, ha poi una ossessione per Mamoiada (come biasimarlo?) e ama il nebbiolo preferendo quello proveniente da un luogo con un clima più rigido e nette escursioni termiche, rispetto a quel che avviene in Piemonte. La decisione è presa.

A febbraio 2018 incontra Emanuele Pelizzatti Perego (enologo di Arpepe) alla manifestazione Sorgente del Vino a Piacenza e gli manifesta l’intenzione di recarsi in Valtellina per produrre vino iniziando con vigneti in conduzione. Vuole al contempo anche lavorare finché il suo vino non sarà pronto, pertanto è fin dall’inizio cristallino quando il 3 dicembre 2018 comincia a collaborare con Arpepe dove rimane fino al proprio esordio enoico nel marzo 2021 con quattromila bottiglie di Rosso di Valtellina 2019. Inizia con 1 ettaro nel 2019, che diventano 1.6 l’anno successivo, e nel 2021 quasi 2 ettari. Oggi coltiva 2.7 ettari, dei quali 0.8 sono di proprietà nella sottozona della Sassella.

Dicevamo che la vinificazione avviene in un locale (mi è venuto spontaneo pensare ai vin de garage) che in precedenza ospitava un laboratorio di formaggi diviso in stanze, dove per i primi due anni, essendo un posto nuovo per questo genere di attività, per la fermentazione si è dovuto procedere all’inoculo con pied de cuve, ma a partire dal 2021 questa avviene spontaneamente, testimoniata dalle pareti di calce colorate da microrganismi del nuovo genius loci.

Si lavora in sottrazione, e senza ricorrere a filtrazioni e chiarifiche. La vinificazione si accomuna ai tre vini prodotti, Rosso di Valtellina, Valtellina Superiore Sassella e Valtellina Superiore Inferno, anche nel caso in cui vari a causa dell’annata. Il rapporto con gli amici del Cornas è rimasto vivo e spesso Marco si confronta con loro sull’andamento dei suoi vini (la nostra prima impressione su questi trova quindi una conferma, dipenderà da questo?).

Perché la finalità della bottiglia, ci rivela, è solo quella della condivisione con il prossimo, principio che sottoscriviamo e aggiungiamo di nostro, non dovrebbe essere sempre così e per chiunque?

La produzione totale è soggetta al comportamento dell’annata, ad ogni modo al massimo di 10.000 bottiglie, le quali per il 70% sono destinate all’estero, con Francia e U.S.A. con 1200 cadauna, a cui segue la Svizzera. Poche bottiglie rimangono quindi per il nostro paese, il che ci stimola la domanda di come fosse giunto a conoscere l’enoteca romana dove mi recai ad acquistarle, un piccolo ma gustoso negozio di quartiere. Ci risponde che l’enotecaria l’aveva contattato poiché un suo cliente che spesso si reca in Francia gliene aveva portato una bottiglia in assaggio trovata lì. Sappiamo di chi si tratta: il nostro amico!

I grappoli solo in parte sono diraspati, sempre decisione soggetta all’annata. Ad esempio nel 2023 il grappolo era intero al 100% della massa. La funzione del raspo in annate calde è quella di diluire, poiché al suo interno contiene acqua. Inoltre, oltre alla capacità drenante, si aggiunge quella di fornire i tannini, per estrarre i quali occorre fare attenzione al suo colore che deve tendere al giallo o al giallo/bruno.

Pigiatura con i piedi in cassette, soffice e leggera, per iniziare un lieve ammostamento, per poi caricare il contenitore in acciaio a strati alternati, come una torta millefoglie, di uva e ghiaccio secco azotato a – 80 °C  con un solo rimontaggio. Dopo 3/4 giorni, quando il cappello non bolle più, inizia con le follature, due volte al giorno, tramite un pilone di legno fabbricato da un falegname, che al termine del processo sarà sanificato col fuoco.

La macerazione, a seconda dell’annata, varia dagli 11 ai 18 giorni, e Marco, quotidianamente, alle ore 11 e alle ore 17, a pupille pulite, assaggia la massa, svinando solo quando i tannini gli seccano il palato, purché gli zuccheri siano interamente svolti. Segue malolattica in acciaio e passaggio in botti, tutte tonneau da 500 litri (ne abbiamo contate 23), senza effettuare travasi e con frequenti bâtonnage, e l’assaggio di una volta al mese. Permane nelle botti per 16/18 mesi, tranne che il Rosso di Valtellina per 8 mesi.

Osservazione a margine sull’etichetta della bottiglia, simile alle tre tipologie, bella e comunicativa, creazione dell’ex compagna di Marco e influenzata da un suo viaggio in Africa. È l’abbraccio di una mano alla montagna, le cui dita affusolate tipiche dell’arte senegalese si fondono stilisticamente nei terrazzamenti valtellinesi. Un’immagine fortemente evocativa e riuscita che nell’etichetta è stata leggermente modificata, rendendo differente l’altezza delle due cime della montagna, che nel bozzetto originale sono pari.

Durante la nostra visita, avvenuta nel tardo pomeriggio del 2 maggio anno corrente abbiamo avuto l’occasione di assaggiare quattro campioni da botte, di seguito le nostre impressioni.

ROSSO DI VALTELLINA 2023

Questo vino è frutto dei vigneti situati tra i 450 e i 600 metri di altitudine. L’annata calda non ha consentito la consueta produzione, ridotta a 3000 bottiglie. Piacevolmente fresco, elegante, con tannini ancora troppo evidenti e da arrotondare e con un leggero sentore amarognolo sul finale. C’è frutta a piccola bacca rossa ovviamente, come un acerbo lampone di bosco, ma anche molta spezia da pepe bianco.

VALTELLINA SUPERIORE INFERNO 2023

I vigneti dell’Inferno sono omogenei in altitudine, essendo situati tra i 460 e i 490 metri. La riduzione di produzione è stata decisamente più netta, passando dalle 4500 bottiglie del 2022 a 2500 dell’anno in questione. Si tratta di un vino più austero, importante, fresco ed elegante. Marco Ferrari paragona, come me, l’Inferno al territorio di Serralunga D’Alba del Piemonte, sua zona prediletta. Pur presenti, i tannini sono più delicati di quanto mi aspettassi. Ci spiega Marco che l’Inferno rispetto al Sassella appare pronto in tal senso molto prima. Vino materico, spezie quale il pepe verde e nell’ambito di queste la liquirizia. Ma soprattutto emergono note di genziana ed erbe alpine, ad esempio l’erba iva come qui in Valtellina è chiamata l’achillea muschiata, o di radice, la ruta.

VALTELLINA SUPERIORE SASSELLA 2023

Circa duemila bottiglie ottenute dal vigneto di proprietà situato a 480 metri d’altitudine. Si conferma meno pronto e tannico. All’inizio la Sassella ha tannini aggressivi, tuttavia, col tempo, supera in morbidezza e setosità l’Inferno. Insomma la prima è una maratoneta, mentre il secondo gareggia in pista. Molte spezie di meno ed erbe aromatiche del precedente, giusto un cenno di timo. Maggiore invece è l’apporto di frutta a piccola bacca rossa, ancora lampone poco maturo e fragolina di bosco acerba. Fiori, petali di rosa, in un vino dotato di freschezza e aromaticità. Il finale è centrato sui tannini.

VALTELLINA SUPERIORE SASSELLA 2022

L’annata ha consentito una composizione differente, con la percentuale di uva diraspata al 30%. Sorride Marco sull’andamento dell’annata, poiché ci dice di non avergli complicato la vita, quasi gli dispiaccia e che ami le sfide, anzi che è stata facile da lavorare e diverrà un vino che si lascerà bere con semplicità, per via dei sapidi tannini presenti nel vino che la richiamano. Agevole, tendente al morbido, materico e con decise note di fruttato di bosco, anche di ciliegia, e suggestioni di macchia mediterranea.

Marco è un curioso endemico e come San Tommaso deve provare per convincersi. Assieme ad altri due colleghi valtellinesi, Marino Lanzini e Pizzo Coca di Lorenzo Mazzucconi e Alessandro Aldisquarcina, entrambe aziende a Ponte in Valtellina, stanno sperimentando a vinificare in biodinamica. Ho come l’impressione che il futuro ci riserverà ulteriori sorprese.