Abruzzo: alla scoperta della cantina San Lorenzo ed il falso mito sfatato dei “vini leggeri” ad ogni costo

Quante volte l’avrete sentito dire? “Il vino moderno richiede un obbligatorio processo di decrescita strutturale, costi quel che costi”. Sembrerebbe quindi, opinione comune, che il gusto del consumatore medio si sia stancato di sapori eccessivi, densità alcoliche e palpitazioni gliceriche come nel passato. Andando poi a varcare il mondo della ristorazione, si da per scontata la scelta di pietanze dalle minor lavorazioni possibili, con cotture in sacchetto a bassa temperatura divenute ormai una moda più che una prassi.

Per una volta (e solo una) lasciatemelo dire: basta! Non se ne può più di essere comandati a bacchetta da indicazioni prive di fondamento persino con forchetta e calice alla mano. L’assurdità dell’idea del “levare” non è pericolosa in sé; garantirebbe comunque un’attenzione maggiore per i rischi connessi agli eccessi di cibo e alcool e in taluni casi sta condizionando positivamente la salute dell’avventore. Condimenti ridotti, minor uso di carni, corretto apporto calorico e vini meno pesanti ben si uniscono al concetto di Dieta Mediterranea. Alziamo le mani quando si parla di rispetto per il proprio corpo.

Ma l’estremo opposto non può e non deve condurre ad un conseguente stato di terrore emotivo per alcuni prodotti che possono trasmettere emozioni indelebili pur nel “non essere leggeri”. A volte anche il piacere dei sensi conta e spesso è un piacere godurioso, di quelli che ricordano gli anni della fanciullezza quando a tutto pensavi tranne che a bilance, pappine e retro etichette con simboli e avvertimenti tali da danneggiare potenzialmente un settore di miliardi di euro.

Alla cantina San Lorenzo si respira ancora un vento di artigianalità nei vini, tra le numerose tipologie proposte dai fratelli Gianluca e Fabrizio Galasso. In quelli che erano i terreni del Duca Caracciolo oggi si coltivano principalmente gli autoctoni d’Abruzzo come Pecorino e Montepulciano. I tempi dei conferimenti d’uva alle Cooperative Vitivinicole sono finiti: con la qualità espressa nelle vendemmie infatti, i Galasso hanno cominciato dal 1998, dopo 100 anni dalla fondazione avvenuta nel 1890, a provare l’imbottigliamento diretto con una serie di investimenti utili a trasformare un’attività prettamente familiare in qualcosa di più.

Gli ettari vitati sono 168 suddivisi tra l’areale di collina di Castilenti e quello prospiciente al mare a Pescara, curati dallo zio agronomo Gianfranco Barbone. I vini vengono poi predisposti stilisticamente dall’enologo Riccardo Brighigna, un vero numero uno in Abruzzo, che ci racconta l’idea del nuovo nato di casa San Lorenzo, il Don Guido: <<con il Colline Teramane Montepulciano d’Abruzzo Riserva “del Fondatore” abbiamo optato per un appassimento breve che conferisce maggiore morbidezza al vino, con un successivo affinamento in tonneau per sette anni.  Questo lungo tempo gli dona eleganza e morbidezza e un tannino per nulla invadente>>.

Tutto confermato all’assaggio in una spettacolare 2015 che racconta di sensazioni radiciose e balsamiche unite ad un frutto denso e scuro da mirtillo e pepe nero in grani. Sfiora i 16.5 gradi volumici di alcool, senza farsi percepire e giocando invece sulle dinamicità e sulla freschezza finale. Lo stereotipo dei vini “bomboloni” creati per un mercato extra continentale viene qui sfatato, con 1000 Magnum dal sapore autentico e decisamente tipico per il Montepulciano d’Abruzzo. Aderenza al territorio, sostenibilità ambientale in vigna grazie alla certificazione BIO rilasciata su ogni appezzamento e gestione ancora familiare di una grande impresa che produce ormai quasi 800 mila bottiglie, oltre ad un altrettanto quantitativo di vino in bag in box.

Il futuro sarà pure dei folli come recita un celebre motto, ma se non viene comandato a dovere con scelte coraggiose lo si vivrà sempre con sudditanza. Gianluca e Fabrizio Galasso hanno deciso di affrontarlo con sana incoscienza, tanto impegno e tanta passione. Ora possono raccogliere i frutti del presente.

Anteprima Vini Ad Arte 2024: Romagna Albana e Sangiovese alla prova dei fatti

Nella splendida cornice di Villa Abbondanzi a Faenza è andata in scena l’edizione 2024 di Vini Ad Arte, l’Anteprima per la stampa delle nuove annate di Romagna Albana e Sangiovese. Un ringraziamento al Consorzio Vini di Romagna guidato dal Presidente Roberto Monti ed all’Agenzia Wellcome con Marta e Alessandra per l’ottima organizzazione e accoglienza.

Veniamo alle considerazioni complessive sui vini degustati rigorosamente alla cieca: la 2023 sarà ricordata, per sempre, come l’annata dei record in negativo, con il dolore ancora vivo della pesante alluvione e le inclemenze primaverili che hanno portato ad un taglio netto della produzione d’uva. Evidenti i cambiamenti strategici e di marketing, cui le aziende sono state obbligate.

Non tutto viene per nuocere. Le poche quantità raccolte hanno dimostrato un grande potenziale corredato da buone maturazioni fenoliche, in sincronia con quelle zuccherine. Un vantaggio meglio gestito dai bianchi, in particolare le Albana di qualità davvero elevata, con i 21 campioni targati 2023, che pur dimostrando carattere non soffrono le volubilità tanniche dei rossi.

Il Sangiovese, nei pochi esemplari (solo 10) della vendemmia 2023 presenti all’Anteprima, resta ancora indecifrabile seppur gradevole in alcune espressioni leggere e meno ingombranti del passato. Lo stile del futuro porterà verso lo snellimento degli apporti calorici e strutturati ormai anacronistici. Chi saprà farlo non avrà snaturato né il territorio, né il magnifico animo del varietale: avrà semplicemente compreso la tendenza evidente nelle scelte e nei gusti del consumatore, cui spetta l’insindacabile giudizio finale.

Le copiose 2022 restano, invece, troppo ancorate ad estrazioni e surmaturazioni solo in parte compensate da una corretta trama tannica. La 2021, a tratti di maggior ruvidezza, conserva bellezza di frutto e fragranze speziate con alcuni picchi di rara eccellenza. Il dado è tratto ed è giunta l’ora, per i vini di Romagna, di varcare il Rubicone verso le carte dei migliori ristoranti italiani. Con maggior consapevolezza e spirito costruttivo si intende.

Un doveroso cenno ai capolavori firmati nelle versioni “passito”: la storia dell’Italia intera viaggia attraverso nicchie enologiche meravigliose come queste, dove l’Albana sa recitare un ruolo da protagonista assoluto specie quando interviene l’attacco della Botrytis Cinerea (Muffa Nobile).

Di seguito l’elenco delle nostre valutazioni indicate in ordine alfabetico e senza graduatoria di merito. Sono campioni che hanno conseguito una valutazione alla cieca superiore ai 90/100.

Migliori Romagna Albana Secco 2023

I Croppi – Celli

Bianco di Ceparano – Fattoria Zerbina

Neblina – Giovanna Madonia

Gioja – Giovannini

Alba Nuova – La Cantina di Cesena

Frangipane – Tenuta La Viola

Vigna Rocca – Tre Monti

Arlus – Trerè

Migliori Romagna Sangiovese Superiore 2023

Noelia Ricci – Il Sangiovese – Predappio – Pandolfa Noelia Ricci

Vigna Palazzina – Mercato Saraceno – Tenuta Casali

Campo di Mezzo – Serra – Tre Monti

Migliori Romagna Sangiovese 2022

Alcjone – Superiore Imola – Cantina Mingazzini

Chiara Condello – Predappio – Condè

Mammutus Oriolo – Oriolo – La Sabbiona

Cesco 1938 – Predappio – Piccolo Brunelli

Rondò – Superiore Bertinoro – Tenuta De Stefenelli

Colombarone – Bertinoro – Tenuta La Viola

Franco Villa Poggiolo – Superiore – Villa Poggiolo

Beccafico – Superiore Oriolo – Poderi Morini

Migliori Romagna Sangiovese Riserva 2021

Raggio Brusa – Predappio – Condè

Vigna del Pruno – Drei Donà

Predappio di Predappio Vigna del Generale – Fattoria Nicolucci

Palazzo di Varignana

Don Pasquale – Podere Palazzo

Petrignone – Tre Monti

Manano – Bioni

Migliori Romagna Albana Passito

Scaccomatto 2022 – Fattoria Zerbina

Giulia 2022 – La Sabbiona

Ombre di Luna 2022 – Merlotta

Soprano 2022 – Tenuta Uccellina

Volo d’Aquila 2020 – Cantina Forlì Predappio

Fattoria del Monticino Rosso 2020

AR 2019 – Riserva – Fattoria Zerbina

MARCO FERRARI: da Monteverde a Cornas, la “monoposto” del vino in Valtellina

Pioveva a dirotto. Superata Sondrio percorrevo la Strada del Vino in Valtellina dove molti sfrecciavano in auto sfidando il tempo, quando qualche metro prima di un cartello che informava l’abbandono del comune di Montagna in Valtellina per entrare in quello di Poggiridenti, scorgo alla mia destra, a ridosso della montagna, una vetrata d’ingresso di una sorta di garage, composta di rettangoli colorati parzialmente coperti da una cascata di edera bagnata: eravamo arrivati alla nostra meta.

A fianco, due botti una sopra l’altra, a definire compiutamente l’entità del luogo, e appesa vicino a un caratteristico muro di pietre, una vecchia targa in metallo con il logo dell’Alfa Romeo. Sull’uscio, assieme al papà che appena mi presento saluta me e mia moglie per poi dileguarsi, ci attende Marco Ferrari, produttore di Nebbiolo delle Alpi come si usa chiamare qui il nobile vitigno per distinguerlo dal piemontese. Un’altra targa all’ingresso è quella con il logo dei Vignaioli Indipendenti.

Conoscendo il mio amore per la Valtellina e per i suoi vini, avevo seguito il consiglio datomi dall’amico e collega Sergio Vizzari, colto narratore enoico (e non solo), d’assaggiare i prodotti di Marco Ferrari dei quali ignoravo l’esistenza. Mi condusse dove trovarli, una piccola enoteca romana; subito rimasi sorpreso per la sobrietà e, soprattutto, per un’eleganza che difficilmente riscontro nei vini provenienti da questa terra, evocandomi alcune espressioni dei cugini d’oltralpe a cui non immaginavo il nebbiolo locale potesse giungere.

Decido pertanto di contattarlo e approfondire la questione: <<ciao Marco, qui corrono tutti, tu ti chiami Ferrari, e la prima cosa che noto è una targa dell’Alfa Romeo, come si spiegano tutte queste cose?>> debutto celiando.

<<Mio padre faceva i rally>>.

Interessante, rifletto, vale la pena di chiedergli di partire dall’inizio e raccontare la sua storia. Avvezzo come sono al suono del parlato dei valtellinesi ai quali sento di far parte, il suo accento non mi sembra affatto del luogo e glielo dico.

<<Sono bresciano, nato agli Spedali Riuniti, ma battezzato a Monteverde, a Santa Silvia>>.

Ammicco per aver indovinato e invito a proseguire.

Un romano non può non conoscere il quartiere di Roma come Monteverde, al momento molto in voga, e colmo di interesse per il vino. Il nonno materno lavorava in Alitalia, logico un suo trasferimento nella capitale dove nasce la mamma di Marco. Lui, invece, viene al mondo a Brescia sul finire del 1986, per poi trascorrere a Roma i primi cinque anni di vita, fino a quando i genitori tornano nella città celebre per essere stata il luogo di partenza e d’arrivo della storica Mille Miglia. Il legame con la terra è quello paterno, la cui famiglia si occupava di zootecnia legata alla produzione del latte da conferire al consorzio del Grana Padano. È un richiamo che anche Marco possiede, si avverte parlandoci, non a caso, a un certo della sua vita, decide di cambiarla.

La laurea in Scienze Politiche conseguita alla Lumsa di Roma non è quel che fa per lui, molto più appagante è un Master d’impresa agroalimentare che ottiene a Bologna, a cui seguirà un apprendistato di lavoro in Franciacorta, ma in ufficio. A forza di guardare dalla finestra quei vigneti scatta la scintilla, e abitando vicino all’azienda di Enrico Gatti inizia a lavorarci. Giovane e desideroso di conoscere, con una strada ancora non definita da percorrere, e perché no affermarsi, si reca in Francia.

Tenta di proporsi in Borgogna: effettua un colloquio al Domaine di Confuron, ma non ha fortuna, quindi si reca in Loira. Ma è nel Rodano che avverrà la seconda illuminazione della sua vita, dove resterà per quattro anni. Inizia a Mauves a lavorare per il Domaine Pierre et Jérôme Coursodon dove si vinifica per la denominazione Saint Joseph, e poi approda a uno dei grandi nomi della produzione di Cornas: Franck Balthazar. Segue pertanto in entrambi i casi la vinificazione di uve Syrah e oltre a conquistare l’amicizia di Balthazar frequenta altri nomi di rilievo del Cornas come Thierry Allemand e Guillaume Gilles. Impara molto in quel periodo, probabilmente sarà il più importante della sua carriera da autodidatta o perlomeno il più determinante per quella futura e di cui serba un piacevole ricordo. Apprende non solo sul vino: sarà una sorta di scuola di vita, poiché durante quegli incontri improntati sulla semplicità capisce l’importanza delle relazioni umane, e di come attraverso queste l’impossibile diventi possibile. Comprende inoltre che il ruolo del vigneron è d’essere unicamente un custode del terroir, concetto che chi produce vino dovrebbe sempre avere a mente.

Dopo quattro anni vuole mettersi in gioco, desidera un’espressione del vino interamente sua e a Cornas non è possibile. È giunta l’ora di tornare in Italia, ha dei risparmi, non molti in realtà, ma bisogna comunque provarci, ma dove? L’insegnamento sull’importanza del territorio fa sì che sia interessato più a quest’ultimo che a un vitigno in particolar modo. Parlando con Marco scopro che abbiamo gusti comuni: come vino bianco apprezza sopra ogni cosa il Verdicchio, ha poi una ossessione per Mamoiada (come biasimarlo?) e ama il nebbiolo preferendo quello proveniente da un luogo con un clima più rigido e nette escursioni termiche, rispetto a quel che avviene in Piemonte. La decisione è presa.

A febbraio 2018 incontra Emanuele Pelizzatti Perego (enologo di Arpepe) alla manifestazione Sorgente del Vino a Piacenza e gli manifesta l’intenzione di recarsi in Valtellina per produrre vino iniziando con vigneti in conduzione. Vuole al contempo anche lavorare finché il suo vino non sarà pronto, pertanto è fin dall’inizio cristallino quando il 3 dicembre 2018 comincia a collaborare con Arpepe dove rimane fino al proprio esordio enoico nel marzo 2021 con quattromila bottiglie di Rosso di Valtellina 2019. Inizia con 1 ettaro nel 2019, che diventano 1.6 l’anno successivo, e nel 2021 quasi 2 ettari. Oggi coltiva 2.7 ettari, dei quali 0.8 sono di proprietà nella sottozona della Sassella.

Dicevamo che la vinificazione avviene in un locale (mi è venuto spontaneo pensare ai vin de garage) che in precedenza ospitava un laboratorio di formaggi diviso in stanze, dove per i primi due anni, essendo un posto nuovo per questo genere di attività, per la fermentazione si è dovuto procedere all’inoculo con pied de cuve, ma a partire dal 2021 questa avviene spontaneamente, testimoniata dalle pareti di calce colorate da microrganismi del nuovo genius loci.

Si lavora in sottrazione, e senza ricorrere a filtrazioni e chiarifiche. La vinificazione si accomuna ai tre vini prodotti, Rosso di Valtellina, Valtellina Superiore Sassella e Valtellina Superiore Inferno, anche nel caso in cui vari a causa dell’annata. Il rapporto con gli amici del Cornas è rimasto vivo e spesso Marco si confronta con loro sull’andamento dei suoi vini (la nostra prima impressione su questi trova quindi una conferma, dipenderà da questo?).

Perché la finalità della bottiglia, ci rivela, è solo quella della condivisione con il prossimo, principio che sottoscriviamo e aggiungiamo di nostro, non dovrebbe essere sempre così e per chiunque?

La produzione totale è soggetta al comportamento dell’annata, ad ogni modo al massimo di 10.000 bottiglie, le quali per il 70% sono destinate all’estero, con Francia e U.S.A. con 1200 cadauna, a cui segue la Svizzera. Poche bottiglie rimangono quindi per il nostro paese, il che ci stimola la domanda di come fosse giunto a conoscere l’enoteca romana dove mi recai ad acquistarle, un piccolo ma gustoso negozio di quartiere. Ci risponde che l’enotecaria l’aveva contattato poiché un suo cliente che spesso si reca in Francia gliene aveva portato una bottiglia in assaggio trovata lì. Sappiamo di chi si tratta: il nostro amico!

I grappoli solo in parte sono diraspati, sempre decisione soggetta all’annata. Ad esempio nel 2023 il grappolo era intero al 100% della massa. La funzione del raspo in annate calde è quella di diluire, poiché al suo interno contiene acqua. Inoltre, oltre alla capacità drenante, si aggiunge quella di fornire i tannini, per estrarre i quali occorre fare attenzione al suo colore che deve tendere al giallo o al giallo/bruno.

Pigiatura con i piedi in cassette, soffice e leggera, per iniziare un lieve ammostamento, per poi caricare il contenitore in acciaio a strati alternati, come una torta millefoglie, di uva e ghiaccio secco azotato a – 80 °C  con un solo rimontaggio. Dopo 3/4 giorni, quando il cappello non bolle più, inizia con le follature, due volte al giorno, tramite un pilone di legno fabbricato da un falegname, che al termine del processo sarà sanificato col fuoco.

La macerazione, a seconda dell’annata, varia dagli 11 ai 18 giorni, e Marco, quotidianamente, alle ore 11 e alle ore 17, a pupille pulite, assaggia la massa, svinando solo quando i tannini gli seccano il palato, purché gli zuccheri siano interamente svolti. Segue malolattica in acciaio e passaggio in botti, tutte tonneau da 500 litri (ne abbiamo contate 23), senza effettuare travasi e con frequenti bâtonnage, e l’assaggio di una volta al mese. Permane nelle botti per 16/18 mesi, tranne che il Rosso di Valtellina per 8 mesi.

Osservazione a margine sull’etichetta della bottiglia, simile alle tre tipologie, bella e comunicativa, creazione dell’ex compagna di Marco e influenzata da un suo viaggio in Africa. È l’abbraccio di una mano alla montagna, le cui dita affusolate tipiche dell’arte senegalese si fondono stilisticamente nei terrazzamenti valtellinesi. Un’immagine fortemente evocativa e riuscita che nell’etichetta è stata leggermente modificata, rendendo differente l’altezza delle due cime della montagna, che nel bozzetto originale sono pari.

Durante la nostra visita, avvenuta nel tardo pomeriggio del 2 maggio anno corrente abbiamo avuto l’occasione di assaggiare quattro campioni da botte, di seguito le nostre impressioni.

ROSSO DI VALTELLINA 2023

Questo vino è frutto dei vigneti situati tra i 450 e i 600 metri di altitudine. L’annata calda non ha consentito la consueta produzione, ridotta a 3000 bottiglie. Piacevolmente fresco, elegante, con tannini ancora troppo evidenti e da arrotondare e con un leggero sentore amarognolo sul finale. C’è frutta a piccola bacca rossa ovviamente, come un acerbo lampone di bosco, ma anche molta spezia da pepe bianco.

VALTELLINA SUPERIORE INFERNO 2023

I vigneti dell’Inferno sono omogenei in altitudine, essendo situati tra i 460 e i 490 metri. La riduzione di produzione è stata decisamente più netta, passando dalle 4500 bottiglie del 2022 a 2500 dell’anno in questione. Si tratta di un vino più austero, importante, fresco ed elegante. Marco Ferrari paragona, come me, l’Inferno al territorio di Serralunga D’Alba del Piemonte, sua zona prediletta. Pur presenti, i tannini sono più delicati di quanto mi aspettassi. Ci spiega Marco che l’Inferno rispetto al Sassella appare pronto in tal senso molto prima. Vino materico, spezie quale il pepe verde e nell’ambito di queste la liquirizia. Ma soprattutto emergono note di genziana ed erbe alpine, ad esempio l’erba iva come qui in Valtellina è chiamata l’achillea muschiata, o di radice, la ruta.

VALTELLINA SUPERIORE SASSELLA 2023

Circa duemila bottiglie ottenute dal vigneto di proprietà situato a 480 metri d’altitudine. Si conferma meno pronto e tannico. All’inizio la Sassella ha tannini aggressivi, tuttavia, col tempo, supera in morbidezza e setosità l’Inferno. Insomma la prima è una maratoneta, mentre il secondo gareggia in pista. Molte spezie di meno ed erbe aromatiche del precedente, giusto un cenno di timo. Maggiore invece è l’apporto di frutta a piccola bacca rossa, ancora lampone poco maturo e fragolina di bosco acerba. Fiori, petali di rosa, in un vino dotato di freschezza e aromaticità. Il finale è centrato sui tannini.

VALTELLINA SUPERIORE SASSELLA 2022

L’annata ha consentito una composizione differente, con la percentuale di uva diraspata al 30%. Sorride Marco sull’andamento dell’annata, poiché ci dice di non avergli complicato la vita, quasi gli dispiaccia e che ami le sfide, anzi che è stata facile da lavorare e diverrà un vino che si lascerà bere con semplicità, per via dei sapidi tannini presenti nel vino che la richiamano. Agevole, tendente al morbido, materico e con decise note di fruttato di bosco, anche di ciliegia, e suggestioni di macchia mediterranea.

Marco è un curioso endemico e come San Tommaso deve provare per convincersi. Assieme ad altri due colleghi valtellinesi, Marino Lanzini e Pizzo Coca di Lorenzo Mazzucconi e Alessandro Aldisquarcina, entrambe aziende a Ponte in Valtellina, stanno sperimentando a vinificare in biodinamica. Ho come l’impressione che il futuro ci riserverà ulteriori sorprese.

Liguria: alla scoperta del Rossese di Dolceacqua con i vini di Ka’ Manciné

Nascosto tra le colline della Liguria occidentale, il Rossese di Dolceacqua spicca come un tesoro della viticoltura, offrendo agli intenditori del vino una esperienza sensoriale unica e coinvolgente. Questo vino è un’espressione autentica del territorio, rappresentando una combinazione magistrale di clima, suolo e tradizione. Il Rossese, vitigno imparentato con il Tibouren francese, trova il suo habitat naturale nelle terrazze collinari che circondano il pittoresco borgo medievale di Dolceacqua, situato nella provincia di Imperia.

Qui, le viti si aggrappano ai ripidi pendii rocciosi, abbracciando il calore mediterraneo e beneficiando della brezza marina che permea l’area. Un microclima unico che conferisce al vino le caratteristiche distintive tali da renderlo tanto apprezzato. Prima Doc della Liguria a essere stata istituita nel 1972, è stata recentemente protagonista di una modifica del disciplinare che ha introdotto il termine “Nomeranza”, per indicare le menzioni geografiche aggiuntive di prestigio e legate a evidenze storiche: il lavoro di ricerca portato avanti per anni da Filippo Rondelli dell’azienda Terre Bianche e da Alessandro Carlassare è stato coronato dal successo.

Di fatto, ogni nomeranza è particolare e dà origine a prodotti unici: i suoli possono essere caratterizzati dal flysch di Ventimiglia, “ sgrutto” in termine dialettale, oppure dai conglomerati del Monte Villa o ancora dalle argille di Ortovero dette anche marne blu: Possono cambiare le altitudini, che elevano fino ai 500 metri e oltre i ripidi terrazzamenti che costituiscono i fianchi delle colline che proteggono la Val Verbone, la Val Nervia e zone appartenenti ai comuni di Vallecrosia, Vallebona e Ventimiglia.

Salendo la Val Verbone, superato San Biagio della Cima comune famoso per aver dato i natali allo scrittore francesco Biamonti, arriviamo a Soldano e da li una stradina stretta e tortuosa ci conduce alla frazione San Martino dove vive e ha sede la cantina di Maurizio Anfosso. Una persona solare, sagace, dotata di grande talento non solo nel fare vino ma anche nella pittura e nel disegno.

L’azienda di Maurizio e di sua moglie Roberta Repaci si chiama Ka’ Manciné, Casa dei Mancinei: infatti deriva dal soprannome dato a Pietro Anfosso, per distinguerlo da un altro “Pietro Anfosso”, che era mancino. Maurizio aveva iniziato a lavorare con il padre che si occupava di distribuzione di prodotti dolciari: quando alla fine degli anni Novanta gli venne prospettato di vendere i terreni di famiglia, compreso la terra a San Martino, Maurizio si oppose e decise di cambiare vita e di ritornare alle origini.

Un amore per i luoghi della sua infanzia , tra cui la Vigna Galeae, ad anfiteatro, che guarda proprio davanti alla cantina sul lato opposto della valle, a circa 390 mt in altitudine ove furono reimpiantate le viti di Rossese, fino alle acquisizioni di nuovi possedimenti e quote per rilevare tutta la vigna di Beragna.

Maurizio aveva inoltre iniziato a lavorare per una azienda appena nata, Altavia, insieme all’enologo Federico Curtaz, dove rimase fino al 2005; successivamente la collaborazione con Filippo Rondelli a Terre Bianche, fino al 2010, anno di nascita di Kà Mancinè: ora gli ettari vitati si attestano intorno ai 4, con una resa di 50 quintali per ettaro e una media di 20.000 bottiglie annue.

La produzione di Maurizio Anfosso vanta un vino bianco, il “Tabaka”, principalmente ottenuto da Massarda, un antico vitigno autoctono che sembra essere arrivato dall’isola di Tabarca, dal profilo olfattivo floreale, avvolgente in bocca e sapido in chiusura. I documenti testimoniano che la massarda veniva ampiamente coltivata nel corso del XIX secolo nella zona di Ventimiglia e che resistette alla fillossera: le viti sono infatti ancora oggi a piede franco, frutto delle selezioni massali. Una varietà che ama l’esposizione al sole in altitudine e che veniva abitualmente condotta ad alberello, forma di allevamento sostituita nei tempi moderni dal doppio cordone speronato.

“Sciakk” è il rosato dal colore cerasuolo intenso, con profumi succosi di frutti di bosco e di lavanda; in bocca dimostra una bellissima struttura e un finale che ricorda il sale del mare. Pulizia e grande piacevolezza di beva, ottimo potenziale di abbinamento con carni bianche, zuppe di pesce e con le paste al sugo.

Rossese di Dolceacqua Doc “Beragna” interamente vinificato in acciaio fa apprezzare le caratteristiche del vitigno, che rimandano ai piccoli frutti rossi ed al pepe bianco. Il frutto è integro e succoso, il colore luminoso, rubino di media intensità e il tannino regala sensazioni seriche. Il sorso è caratterizzato da freschezza e sapidità in chiusura, buona la persistenza. Una bottiglia che una volta aperta, praticamente… è già finita.

Beragna è una Nomeranza nel Comune di Soldano, in Val Verbone, localizzata a circa 300 mt slm, ricca di flysch di Ventimiglia, che gode una esposizione da est a nord.

Rossese di Dolceacqua Doc “Galeae” proviene dalla vigna storica di famiglia, anch’essa situata del Comune di Soldano, con piena esposizione a est: i grappoli vengono vendemmiati tardivamente e il mosto fermenta a lungo con le bucce in acciaio. Vino strutturato, emozionante, dai fini sentori balsamici e fruttati, che ha un ottimo potenziale di invecchiamento. Sempre dal vigneto Galeae troviamo “Angè”, prodotto in poche centinaia di esemplari, che viene arricchito dai sentori speziati legati al passaggio in legno. “Bugiardino” invece è il rossese che viene vinificato in anfore di argilla e chamotte dell’azienda Demetra, l’ultimo nato in casa Anfosso, di cui si attende l’uscita della nuova annata.

L’eredità di Terre del Principe

I ricordi di bambino, tra giri in calesse col nonno presso i poderi familiari e le conversazioni tra contadini sui vitigni autoctoni, hanno portato Peppe Mancini ad abbandonare la professione di avvocato ed inseguire l’amore per la vigna, amore condiviso con la sua sposa Manuela Piancastelli che, dopo una splendida carriera da giornalista, lascia il suo ruolo e convola ancora una volta a nozze con suo marito, anche nella vocazione di vigneron, seguendolo in tutto e per tutto, per scrivere assieme a lui un’importante pagina della vitivinicultura in Campania, diventando due cuori in una vigna.

Il sogno viene realizzato nel 2003 con la fondazione di Terre del Principe,  ma non è un sogno imprenditoriale, bensì un sogno d’amore. E tale è stato fino al 2022 con l’ultima annata, perdurando ancora oggi nei loro ricordi e nelle vibranti parole di Manuela, che si lascia raggiungere per un’intervista, di cui questo pezzo è semplice preludio, e ci apre le porte di casa con quel calore e quell’accoglienza spiccatamente mediterranea.

Ma facciamo qualche passo indietro…

Nell’area di Castel Campagnano, grazie alla vicinanza del vulcano di Roccamonfina e col Vesuvio a circa 30 km, i suoli sono di origine miocenica, le cosiddette arenarie di Caiazzo, accolgono i vitigni di Pallagrello Bianco, Pallagrello Nero e Casavecchia ove un tempo v’era un mare dalle acque calde e poco profonde e sono costituite da pietrisco, marne, tufo grigio, fossili e materiale piroclastico. Questo dunque l’areale in cui per un ventennio ha operato l’appassionata coppia che ha fondato la bellissima realtà di Terre del Principe; poi l’annuncio, nel settembre del 2023, dalla stessa Manuela Piancastelli che, né per l’anno in corso né per quelli a venire, ci sarebbe stata un’altra vendemmia.

Ne riportiamo la lettera che annuncia la decisione presa serenamente dai due coniugi:

Cari amici,

Terre del Principe non farà la vendemmia 2023. Abbiamo deciso di continuare a vendere fino ad esaurimento i vini attualmente in commercio, poi la nostra avventura sarà terminata. Data la notizia, entriamo nel merito per chi abbia voglia di approfondire. Innanzitutto stiamo bene, non abbiamo problemi di alcun tipo, abbiamo solo deciso che dopo venti anni in cui abbiamo dato ogni nostra energia e ogni attimo della nostra vita al Pallagrello e al Casavecchia, riscoprendoli, studiandoli, rilanciandoli e dando loro la visibilità che giustamente meritavano, questa fase della nostra esistenza può dirsi conclusa proprio nel ventennale della nascita di Terre del Principe. 2003-2023: il territorio in questi venti anni è cresciuto immensamente ed ora ha la consapevolezza di possedere un patrimonio vitivinicolo di grande valore.

C’è un libro che racconta la storia del Pallagrello dall’antichità a oggi, un manuale per chi vorrà aggiungere conoscenza alla passione. Sono nate tante aziende, ci sono molti giovani bravi vignaioli che potranno continuare a far parlare di sé e delle straordinarie colline del Medio Volturno, patria di questi vitigni. Ogni cosa ha il suo tempo sotto il sole, rispetto a venti anni fa per noi ora è un altro tempo, e un altro sole.

Lo diciamo con gioiosa e consapevole leggerezza, senza alcuna tristezza, sicuri di aver scritto una pagina importante della storia vitivinicola della Campania.

I vini attualmente in commercio, cioè Fontanavigna 2022, Le Sèrole 2019, Castello delle Femmine 2020, Ambruco 2017, Centomoggia 2017 e Piancastelli 2017 saranno venduti sul territorio nazionale, fino ad esaurimento, da Vino & Design, il nostro straordinario distributore Dick ten Voorde, che ci ha accompagnato con affetto in questi ultimi anni.  Alcune bottiglie di vecchie annate, anche in magnum, saranno disponibili in cantina.

Buona Vita a Tutti”. Questo pezzo è un pegno di riconoscenza verso Terre del Principe per aver costantemente comprovato la sua vocazione di cantina dotta e capace di offrire percorsi sensoriali complessi e di grande interiorità che, in questi 20 anni, sono andati ben oltre l’assaggio ed il mero marketing. A Manuela e Peppe, cui l’enologia campana deve tanto, un ringraziamento per essere genitori putativi di tre cultivar di cui sentiremo parlare sempre più spesso e per aver regalato agli abitanti di Castel Campagnano il sogno di diventare vignaioli a loro volta e restare nella loro terra di origine.

Napoli: Vallepicciola porta il vento del Chianti Classico nel “paese d”o sole e d”o mare”

Bello rivedere, dopo la mia visita di qualche anno fa, Alberto Colombo CEO di Vallepicciola a Napoli nel “paese d”o sole e d”o mare”, come la famosa melodia di Bovio e D’Annibale. Bello riassaporare anche i vini provenienti da quest’angolo di Chianti Classico appartenente alla UGA Vagliagli, piccola frazione di Castelnuovo Berardenga.

Un doppio evento organizzato da smstudio pr & communication in un press day entusiasmante, suddiviso tra una tappa pomeridiana per la stampa ad Altogrado Vineria ed un momento più informale e interattivo nella cena serale al Ristorante Steak House, con l’abbinamento perfetto per i rossi toscani: la “ciccia” cotta a puntino.

Cantina avveniristica, sogno di Bruno Bolfo imprenditore ligure leader nel settore siderurgico. Per anni la consulenza enologica fu affidata alle abili mani di Riccardo Cotarella, che ne ha seguito le fasi prodromiche, lasciando poi il testimone per scelta aziendale ad Alessandro Cellai. L’opera di quest’ultimo, già riconosciuta e apprezzata in passato nei Domini Castellare di Castellina, è stata quella di rendere la materia prima eccellente, meno ricca e opulenta nella trasformazione e maturazione dell’uva in vino, anche grazie alla scelta di contenitori in cemento.

Eleganza, lunghezza ed espressività inserite nel ricamo territoriale. Vagliagli è nota per i suoi terreni compositi, basati su argille di tipo galestroso, calcare, buone altitudini ed esposizioni per garantire ventilazione con escursioni termiche notturne. L’incanto del paesaggio, i Monti del Chianti in lontananza, le vallate di Radda e Gaiole a pochi chilometri, è tale da rendere l’intera zona un sito di alto prestigio sul lato enoturistico.

Nella degustazione guidata presso Altogrado Vineria abbiamo riconosciuto la bellezza della diversità, raccontata nei calici da prodotti e annate differenti. In particolare il Chianti Classico 2021 ha un corredo di frutta e agrume rosso su nuance fumée di brace e radice di liquirizia. Il tannino lascia una scia avvolgente, quasi gelatinosa che rende il sorso aggraziato e godurioso. Annata della potenza e della morbidezza contrapposta alla fresca e floreale della Riserva 2020, dove i richiami di incenso, spezie scure e macchia mediterranea ben si uniscono alla trama antocianica irta e polverosa da sbuffo boschivo.

L’idea del Rosso Toscana IGT 2021 realizzato da Sangiovese in purezza ricalca la volontà di non adeguarsi ed adagiarsi per forza ai dettami di un disciplinare di produzione, cercando piuttosto di valorizzare quanto il terroir sa offrire senza incastonarlo in schemi prefissati. In questo caso il campione deve ancora digerire le espressioni boisé date dall’utilizzo di legni piccoli per la sosta in bottaia. Dalla vigna vecchia di 40 anni ne deriva un vino materico, strutturato e mellifluo, con dicotomia di bocca tra lievi surmaturazioni e pungenze tanniche. Ciò che è sicuro è che avrà molto tempo davanti per potersi esprimere nella sua piena compiutezza.

Chiudiamo i sipari con la garanzia di casa Vallepicciola: il Pievasciata Pinot Nero, che nella vintage 2022 ha regalato emozioni palpitanti ai cronisti, compreso il sottoscritto. Non serve attendere nulla per divertirsi con un sorso dinamico, ricco di piccoli frutti di bosco (lampone e fragoline) su tocchi balsamici e di cannella nel finale. Versatile, ottimo nel rapporto qualità-prezzo per non concentrarsi solo sul “Re” Sangiovese.

Due righe di chiosa le merita anche il Ristorante Steak House, con Francesco, Barbara e Gennaro che ci hanno accolto nel segno della tradizione partenopea di 54 anni di storia e una selezione di carni e frollature da autentici numeri uno. Apprezzabile il contesto “goliardico” per finire la giornata insolitamente calda, tra i ricordi del vento del Chianti Classico e del sole e del mare di Napoli.

“Fermavento” di Giovanna Madonia, l’identità del Sangiovese di Romagna

Nel vino la continuità è necessaria per capire il talento. È per questo motivo che le verticali sono essenziali per capire di che stoffa è fatto un vino. E grazie a questa verticale di “Fermavento” Romagna DOC Sangiovese Superiore di Giovanna Madonia, abbiamo ben compreso che di talento ne ha da vendere. Ma prima di parlare della verticale, è necessario parlare del contesto dal quale nasce questo vino.

Siamo a Bertinoro, il ventre della collina romagnola, a metà strada esatta fra mare e Appennino, dove la cultura per il vino è così radicata che il vino si chiama “e bé”, ossia “il bere”.

Per scoprire la genesi di questo vino, dobbiamo fare un salto indietro fino ad inizio anni ‘90, dove una Giovanna che studiava vulcanologia, russo e cinese nella capitale, decide di tornare qui col marito Giorgio a curare la residenza di famiglia, acquistata nel dopoguerra dal nonno Pietro Antonio. Proprietà che comprendeva, oltre ad una cantina, anche tre ettari di vigna.

Da dove nasce la volontà di diventare produttrice di vino? Dall’esigenza di creare qualcosa di suo per sentirsi realizzata. Giovanna però di come si faceva il vino non sapeva nulla, non sapeva nemmeno da dove partire. Un giorno degli amici Americani le fecero assaggiare un vino rosso durante un pranzo, dicendole “Questo è Sangiovese!”. Lei ridendo, replicò: “Ma no, lo conosco il Sangiovese, non si tiene!” (modo di dire romagnolo a indicare un vino che non prospetta longevità). Era un vino di Castelluccio, probabilmente del 1985. Fu in quel momento che realizzò che si poteva fare un vino di qualità. Oltre all’audacia e all’umiltà ebbe anche la fortuna di incontrare Remigio Bordini, noto agronomo che ha fatto la storia del vino Romagnolo, che la aiutò enormemente fino a che nel 1996 produsse la prima annata di Sangiovese.

Nel 2016, esattamente 20 anni dopo quella prima annata, l’ingresso in azienda della figlia Miranda e del compagno Gennaro, è stato caratterizzato da un obiettivo ben chiaro: dissociarsi dal Sangiovese Toscano con forza in una modalità patriottica di ricerca e sperimentazione, senza tuttavia stravolgere l’identità aziendale. In tutto ciò c’è da riconoscere un particolare merito a Gennaro, un vulcano di idee che si è guadagnato la fiducia della più fondamentalista Giovanna e ha portato il suo contributo con nuove tecniche di potatura e pratiche enologiche.

Una simpatica curiosità a proposito dell’etichetta, che oggi possiamo definire contemporanea ma che per gli anni ‘90 era ben futuristica e innovativa e che rappresenta il fumetto di un aeroplano. Tutte le etichette di Giovanna Madonia sono disegnate da Altan, straordinario vignettista, che sicuramente ricorderete per “La Pimpa” o per le vignette di satira politica de L’Espresso, Panorama e Repubblica. L’idea piacque così tanto a Giovanna che le diede pure l’ispirazione per il nome del vino. Essendo Bertinoro una zona ventosa, pensò al gioco di parole “ferma il vento che devo decollare!”, e da lì il nome Fermavento.

Ma veniamo ora alla degustazione di alcune delle annate più significative.

1997

Questa verticale parte al contrario, proprio da una delle annate più vecchie, dove troviamo un vino che – seppur ormai senza materia – ha mantenuto abbastanza acidità da permettergli di superare la prova del tempo. Gli aromi sono esili, principalmente rosa appassita e carcadè.

2001

Probabilmente uno dei migliori. Il colore inizia a saturarsi mantenendo un’elegante trasparenza. Il naso fa capire che siamo sullo spungone: innesti bianchi, iodati e calcarei a ricordare proprio una conchiglia. Zest di arancia e peperone rosso. In bocca troviamo un tannino superbamente levigato, il sale che spinge la persistenza e una rotondità ad equilibrare il tutto.

2007

Annata non affatto entusiasmante, caratterizzata da siccità precoce. Il tannino è polveroso e leggermente verde. Piacevole la nota marmellatosa ma nel complesso il vino non è particolarmente luminoso.

2008

Decisamente tutta un’altra musica. Colore attraente, ancora vivido. Un naso cioccolatoso e balsamico, con un fiore di geranio a farla da padrone. Sale che spinge il sapore e tannino ben integrato. Un vino equilibrato in tutte le sue componenti.

2010

Annata piovosa, complicata, con raccolta tardiva. Avremmo bisogno di annate così. Torna il balsamico con note di eucalipto e fanno la loro comparsa la liquirizia e la menta. Un vino boschivo dove il coup de nez rivela un’interessante e misurata parte selvatica.

2013

Naso pungente e speziato. Succo di ciliegia scura e buccia di agrume. Tannini di grana fine e un sale che quasi si attacca al palato a confermare che sia questa la vera chiave di lettura del terroir. Colla e lacca per la parte terziaria degli aromi.

2021

L’ultimo quartetto va al contrario (e capiremo il perché), ripartendo proprio dall’ultima annata disponibile in commercio. Il colore scuro e intenso è un trailer del naso austero che sa di agrume, glicine, lavanda e resina. Un tannino importante che deve ancora levigarsi, diamogli almeno altri 6 mesi. Il 20% circa delle uve non subisce diraspamento.

2020

Contrasto perfetto fra note fresche e note dolci, sia sul frutto, sia sulla spezia. Acidità e sapidità sono ben preponderanti ma ben equilibrate da una piacevole rotondità. Parte verde meno presente rispetto alla 21.

2019

Forse una delle annate più equilibrate, caratterizzata da piogge ed escursioni termiche. La percentuale di grappolo intero era il 30% e lo si nota soprattutto perché al naso sembra quasi un vino di montagna. In bocca un’inspiegabile eleganza che lo rende pericolosamente molto bevibile.

2016 La più grande annata in Romagna degli ultimi tempi fa bingo anche con la miglior annata di Fermavento. Un vino generoso in tutte le sue componenti che unisce in matrimonio eleganza e potenza. Letteralmente clamoroso.

San Colombano al Lambro e Azienda Agricola Nettare dei Santi: fare vino a Milano

San Colombano al Lambro è l’unica exclave della città metropolitana di Milano, posta fra le province di Lodi e di Pavia, dista circa 50 km da Milano e 31 da Pavia. Si trova sulla sponda destra del fiume Lambro, è un centro storico ricco di monumenti con una storia antica ma anche zona principale della produzione del vino DOC omonimo.

Il nome si deve ad un Santo irlandese che si stabilì nella zona dopo la caduta dell’Impero Romano, probabilmente attratto dalla natura circostante che ricordava la verde Irlanda.

In una soleggiata domenica di aprile ho avuto l’occasione di visitare questo gioiello lombardo e scoprire monumenti altrimenti chiusi al pubblico grazie all’evento organizzato dalla cantina Nettare dei Santi. Il ritrovo è subito fuori dalla porta di ingresso del paese, nel cortile una grande quercia precede l’ingresso alla vecchia tinaia dell’oratorio di San Rocco. È qui che, alla fine dell’Ottocento, ha inizio la storia vitivinicola della famiglia Riccardi ed è sempre qui che inizierà la produzione del primo metodo classico di cui vi parlerò in seguito.

All’inizio il vino prodotto veniva utilizzato per il fabbisogno personale o al massimo barattato con altri beni di prima necessità, poi alla fine degli anni 40 Franco Riccardi decise di avviare una vera e propria attività imprenditoriale. Il racconto sulla figura di Franco Riccardi è molto coinvolgente; adiacente alla tinaia visitiamo il suo studio dove campeggiano un suo ritratto, diverse foto d’epoca e i ricordi della sua attività sportiva, tre volte campione olimpico di spada con un palmarès di tutto rispetto.

Terminata la carriera sportiva impiegherà le proprie energie allo sviluppo della cantina, creandone il nome “Nettare dei Santi”, iniziando ad imbottigliare negli anni 50 e conferendo una nuova immagine al prodotto ottenuto che già ai tempi allietava le tavole dei milanesi. Alla fine degli anni 60 Enrico Riccardo, figlio di Franco, rileverà l’attività di famiglia e realizzerà i due principali vini che anche oggi sono il simbolo dell’azienda: la Verdea la Tonsa e il Roverone.

Arriviamo ai mitici anni 80 (quelli della mia età li ricordano sicuramente così) quando la cantina dal centro del paese viene spostata in cima alla collina tra i vigneti di proprietà, questi sono gli anni che daranno un grande impulso alla crescita e alla notorietà dell’azienda. La collina di San Colombano si presta alla meraviglia dell’osservatore, un’altura isolata nel bel mezzo della Pianura Padana che si erge a 147 m sul livello del mare. Già molto ambita in passato perché lì si produceva il vino migliore, un terreno fertile ricco di sostanze organiche che alterna zone sabbiose e calcaree molto permeabili creando un habitat ideale per la coltivazione della vite. Un clima particolare, giustamente piovoso in primavera, caldo e asciutto in estate.

I vigneti a perdita d’occhio producono oggi vini Rossi, Bianchi e Rosati da uve Croatina, Barbera, Uva Rara, Verdea e da vitigni internazionali come il Pinot Nero, Cabernet Sauvignon, Merlot, Riesling e Chardonnay. Nella zona il primo riconoscimento arriva nel 1984 con l’istituzione della DOC San Colombano a Lambro e, a seguire, con la vendemmia del 1995 i Colli di San Colombano diventano anche zona IGT con il nome “Collina del Milanese”.

Prima di salire in collina per la visita alla cantina nuova e per la degustazione, la guida ci conduce all’Oratorio di San Rocco, chiesa privata di proprietà della famiglia Sferza-Riccardi. La piccola chiesa, risalente al 1514, venne costruita appena fuori le mura. Si presenta a pianta ottagonale, in stile bramantesco. All’interno spicca il matroneo, con bifore impreziosite da colonne finemente lavorate. Negli anni Sessanta del secolo scorso, durante lavori di restauro dell’Oratorio, vennero alla luce quattro porte antiche situate sui lati diagonali della struttura ottagonale, insieme a dipinti più antichi raffiguranti San Giovanni Battista e San Fermo. Un vero gioiello di architettura rinascimentale che lascia il visitatore ammirato.

Terminata la visita ci allontaniamo dal paese e in una manciata di minuti in auto arriviamo in collina dove si trova la cantina nuova, qui ci attende la degustazione accompagnata da prodotti tipici locali. La cantina è in una posizione stupenda e gode di una vista invidiabile sui vigneti. Molto interessante la visita alla sezione dove oggi si produce il loro metodo classico.

I 30 ettari di vigneto dell’azienda sono sapientemente gestiti seguendo la filosofia del rispetto della trazione ma con un occhio attento all’innovazione, conoscendo il terreno, il microclima e l’esigenza dei vitigni. Il sistema di allevamento poco espanso è “il guyot” e la lavorazione delle uve nasce da una attenta selezione in vigna, per arrivare a produrre vini che sappiano esprimere ed esaltare il legame vitigno -territorio

Nettare dei Santi produce oggi diverse etichette tra rossi, bianchi e spumanti, tra i quali spiccano il Domm metodo classico e il Roverone, un rosso corposo dal profumo intenso e fruttato. Dell’azienda ho degustato diversi vini sia in occasione dell’evento di cui sto scrivendo, sia in altri momenti, ecco i miei assaggi:

  • DOMM Metodo Classico Brut Millesimato da uve Chardonnay e Pinot Nero è una bollicina importante che dedica la sua etichetta, lineare e pulita, al Duomo di Milano. Colore giallo paglierino che risplende nel bicchiere e un perlage fine e continuo. Al naso un bouquet di intense sensazioni fruttate e floreali. Al palato è gradevole, floreale e ben persistente, sentori erbacei e fruttati sul finale.
  • ROVERONE Colline di Milano IGT. Un vino che prende il nome dal Podere Roverone, una zona della Collina di San Colombano che, per le caratteristiche del terreno e per l’esposizione, ben si presta alla produzione di vini rossi.

Un uvaggio di Barbera, Croatina, Merlot e Cabernet Sauvignon, con un profumo di frutti rossi e un sapore avvolgente, caldo e di buon corpo.

  • FRANCO RICCARDI Colline Milanesi IGP è un piccolo capolavoro. Una vera e propria celebrazione. Dedicato a un grande uomo, Franco Riccardi, il fondatore. Un blend di Merlot e Cabernet Sauvignon con uve leggermente appassite. Un ottimo vino, dal rosso rubino intenso con sfumature violacee. Il bouquet olfattivo è intenso e persistente, con intense sensazioni erbacee e fruttate. Al palato è pieno, austero ma vellutato e armonico.
  • VERDEA LA TONSA Vino bianco frizzante. Prodotto da uve Verdea per 85% e altre uve bianche. Un vino che si lascia bere! Colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, profumi delicatamente fruttati e floreali, un gusto brioso e fresco con un retrogusto leggermente amarognolo.
  • SOLITAIRE Passito di Verdea Raggiunta una ottima maturazione a fine settembre le uve vengono raccolte in piccole cassette, trasportate alla cantina e poste in un locale adatto all’appassimento dove rimangono fino a Natale quanto vengono pressate delicatamente. Il dolcissimo mosto ottenuto fermenta per 6 mesi in piccole botti e matura in piccoli serbatoi d’acciaio. Un colore giallo oro carico, profumi avvolgenti e intensi, in bocca rotondo e vellutato con aromi di confettura, di fiori appassiti, miele.

Se volete fuggire dal caos cittadino di Milano questo è il luogo ideale, alle porte delle metropoli, una meta green per ritemprarsi, per godere del buon vino e del buon cibo.

Prosit!

Piemonte: Vinchio Vaglio, cooperare con amore

È stupefacente pensare che nel lontano 1959 un piccolo gruppo di 19 viticoltori provenienti dai Comuni di Vinchio e Vaglio Serra, in provincia di Asti, riuscì a superare le divisioni territoriali secolari, uniti dalla comune passione per la vite, dando vita a una Cooperativa vitivinicola destinata a far parlare di sé.

Vinchio Vaglio diverrà “Il Nido della Barbera”, un luogo dove tale varietà potrà esprimere appieno le sue caratteristiche poliedriche. La Barbera, infatti, è un vitigno estremamente duttile che, a seconda dello stile di vinificazione e dell’affinamento, può regalare sia vini giovani e profumati che prodotti adatti a un buon invecchiamento.

In controtendenza a quanto accadeva in quegli anni, in cui nelle regioni più avanzate si pensava principalmente a rimpiazzare i vigneti vecchi con nuove piantagioni, dai cloni differenti e dalle densità di impianto più elevate, nel 1987 a Vinchio Vaglio si decideva di individuare i migliori vigneti dei propri soci, con un’età superiore ai 50 anni, dando vita a un vino sin da allora chiamato “Vigne Vecchie”. Un successo consolidatosi nel tempo e che, nel 2009, in occasione del cinquantesimo anniversario della cantina, si sdoppia con un secondo vino denominato “Vigne Vecchie 50”. Mentre il primo affina in legno, raccontando la Barbera nella sua longevità, complessità di profumi e struttura, il secondo sceglie di esprimere la freschezza e l’eleganza di una Barbera giovane.

Oggi, quegli stessi vigneti vantano più di 80 anni e richiedono un lavoro sempre accurato. Le poche uve che producono, tuttavia, possiedono qualità e caratteristiche del tutto particolari. Stiamo parlando di rese che vanno dai 30 ai 40 quintali per ettaro e per garantire ai viticoltori la possibilità di continuare a lavorare su questi vigneti, la cantina si impegna a garantire un determinato rendimento ad ettaro.

Il forte legame tra i soci è evidente, e il presidente Lorenzo Giordano sottolinea spesso: <<Il lavoro più importante è quello di mantenere questo contatto stretto e positivo, perché è solo grazie ai viticoltori i cui vigneti sono stati scelti per vini come ‘Insynthesis’, ‘I tre Vescovi’, i due ‘Vigne Vecchie’ o il Nizza ‘Laudana’, che in cantina arrivano uve perfette al momento concordato>>.

Grazie a questo legame, quasi 500 ettari di vigneto ancora oggi adornano le colline del Monferrato, riconosciute come Patrimonio UNESCO. La superficie media di proprietà di ogni viticoltore è di circa 2,5 ettari, rendendo la cantina l’unica possibilità per i quasi 200 conferitori di continuare a coltivare le proprie vigne in modo economicamente sostenibile. Vinchio Vaglio si erge come esempio virtuoso di Cantina Cooperativa, dimostrando l’importanza che un tale organismo può avere per il territorio e per una varietà così preziosa come la Barbera.

Alla scoperta delle gemme del Monferrato

È mattino presto, la brina e i primi raggi del sole fanno capolino tra le nebbie che lentamente si diradano, scoprendo le dolci colline del Monferrato, localmente chiamate “bricchi”. Mentre il sole lentamente sale, i colori tenui dal rosa all’arancio tingono i vigneti e i raggi fanno brillare i cristalli di ghiaccio sulle viti di Barbera. Si respira un profumo di storia su queste colline patrimonio dell’ UNESCO dal 2014 e che per secoli hanno visto avvicendarsi eventi che hanno fatto la storia d’Italia.

Grazie all’impeccabile organizzazione di Maddalena Mazzeschi, scopro luoghi meravigliosi alla scoperta della Cantina Cooperativa Vinchio Vaglio.

Oggi la produzione totale vede la Barbera come vitigno protagonista indiscusso. La maggior parte della produzione è nelle mani di un esclusivo gruppo di 30/35 soci della Cantina Cooperativa. Nizza Monferrato, dunque, non è solo un luogo di straordinaria bellezza paesaggistica, ma anche un punto di riferimento nel mondo vinicolo, dove la tradizione si unisce alla modernità. Gli enologi in sinergia con uno staff specializzato di professionisti, curano ogni aspetto dalla gestione dei vigneti di ogni conferitore, al trasporto in cantina, alla vinificazione, all’ affinamento e imbottigliamento.

Ogni conferitore viene seguito attentamente, con pratiche agricole mirate a ottenere uve di altissima qualità. Il trasporto delle uve in cantina è un momento cruciale, dove la delicatezza e l’attenzione sono fondamentali per preservarne l’integrità. Una volta giunte in cantina, le uve sono sottoposte a vinificazione, un processo guidato dalla maestria degli enologi, che sanno esaltare al massimo le caratteristiche di ogni varietà. Dopo la vinificazione, segue l’affinamento, dove il tempo e la cura sono essenziali per permettere al vino di sviluppare complessità e armonia. Infine, l’imbottigliamento, fase finale del processo, è eseguito con precisione chirurgica per garantire che ogni bottiglia sia un’opera d’arte pronta per essere gustata.

I vini degustati sono stati apprezzati da tutti i presenti tra cui l’amica e collega di 20Italie Olga Schiaffino

  1. Sorì dei Mori – Barbera d’Asti DOCG 2022
  2. I Tre Vescovi – Barbera d’Asti Superiore DOCG 2022
  3. Vigne Vecchie 50 – Barbera d’Asti DOCG 2021
  4. Laudana – Nizza DOCG 2020
  5. Vigne Vecchie – Barbera d’Asti Superiore DOCG 2019
  6. Sei Vigne Insynthesis – Nizza DOCG 2019

Vinitaly 2024: la “purificazione del Tempio” (del vino) è finalmente compiuta

Anche quest’anno le telecamere e i microfoni di 20Italie erano presenti a Vinitaly, per documentare il grande fermento del settore vitivinicolo italiano. “Fuori i mercanti dal Tempio”? Niente affatto! Siano benvenuti i “mercanti”, con un aumento degli operatori esteri da ben 140 paesi, di cui 1200 top buyer invitati e ospitati da Veronafiere in collaborazione con Ice Agenzia.

Bilancio positivo anche per Vinitaly Plus, la piattaforma di matching tra domanda e offerta con 20mila appuntamenti business, raddoppiati in questa edizione, e per il fuori salone Vinitaly and the city, che ha superato le 50mila degustazioni (+11%). Al netto delle presenze politiche ed istituzionali di rito, i visitatori complessivi hanno oltrepassato la soglia delle 97 mila unità: una vetrina impareggiabile per il Made in Italy nel mondo intero.

Un trend inarrestabile, con un cambio di passo avvenuto proprio durante gli anni tremendi della pandemia Covid, quando gli ingressi furono contingentati, dando respiro al dialogo tra produttori e venditori: lo scopo essenziale di una Fiera tra le più importanti d’Europa, giunta ormai alla 56^ edizione.

L’allestimento dei padiglioni dimostra parimenti un salto di qualità importante, con alcune aree e slot disegnati appositamente da stilisti e interior design. Un vero “Tempio del vino”, curato in ogni particolare, assistito dal personale dell’organizzazione, che ha risposto con prontezza alle esigenze richieste dalla banchettistica.

E poi il piacere di vedere i volti felici degli imprenditori; tavoli e sedie occupati dagli operatori nell’attesa di concludere ordini e contratti di fornitura; degustazioni guidate che hanno agevolato il compito della stampa nel fornire un servizio esaustivo per il lettore. Passeggiare senza spintonarsi, senza vedere situazioni “critiche” di chi abusa di alcool, è un inno per quanti (noi compresi) propongono l’idea del bere responsabile.

Se il Vinitaly cambia forma, anche la cultura del vino deve adeguarsi, scoraggiando l’iniziativa di chi ha dipendenze fisiche o non riesce a controllare gli istinti, penalizzando chi vuole lavorare in serenità e con risultati soddisfacenti. Ottima l’idea dell’aumento annuale dei costi d’ingresso, con un ticket giunto alla soglia dei 120 euro. Ottima l’idea di uno stand della Polizia di Stato a fungere da dissuasore degli abusi. Ottima, infine, la partecipazione dell’Associazione Italiana Sommelier in tanti spazi espositivi di Consorzi ed altri Enti fieristici compresa una confortevole Area Lounge, dove la professionalità fa la differenza.

Fuori i beoni, dentro solo gli operatori del settore e chi ama questo mondo bellissimo, il pane quotidiano delle nostre rubriche enogastronomiche. Colori, sapori, esperienze interattive e coraggio: con questi valori diamo un arrivederci alla 57^ edizione di Vinitaly a Veronafiere dal 6 al 9 aprile 2025.

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