Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa: il lungo binario della storia del treno in Italia

Il Mezzogiorno d’Italia conserva bellezze naturalistiche e paesaggistiche conosciute in tutto il mondo. Lo dimostrano i numeri esponenziali del turismo che ha visto premiare le regioni del Sud tra le mete preferite di chi cerca un’oasi di pace e buon cibo.

Un territorio zavorrato negli anni bui del dopoguerra dalla piaga della criminalità e dell’arretratezza economica, oggi riscoperto e valorizzato come merita per cultura, enogastronomia e quale simbolo di calda accoglienza mediterranea: dal piccolo borgo contadino dell’entroterra ancora inesplorato a quello marinaro incastonato tra fiordi e spiagge di sabbia dorata e acque cristalline.

La storia del treno in Italia

La storia del Meridione ha radici che originano nella notte dei tempi quando popolazioni come Greci, Romani e poi le dinastie dei Saraceni, dei Normanni e degli Aragonesi, hanno trasformato per sempre il volto di ciò che era l’antica Magna Grecia.

I sovrani borbonici del Regno delle Due Sicilie erano alla ricerca di continue migliorie e novità industriali. La prima ferrovia della Penisola venne costruita nel 1839 proprio in Campania, lungo la tratta Napoli-Portici, dalla società francese Bayard & De Vergès.

La Ferrovia Napoli-Portici

Il tratto iniziale, costituito da un binario unico che venne rapidamente raddoppiato nei mesi successivi, rappresentò lo spartiacque nel periodo della cosiddetta Rivoluzione Industriale. Una sola locomotiva a vapore in funzione, denominata “Vesuvio”, di costruzione inglese dalla Longridge e Co. di Newcastle e che sviluppava una potenza – oggi risibile – di appena 65 CV.

Un successo senza precedenti con oltre 80 mila viaggiatori in poco più di un mese, che ha portato un’accellerazione consistente dei lavori in tutto il reame con un indotto in termini di occupazione e progresso incalcolabile. La prima conseguenza pratica fu proprio la trasformazione dell’industria siderurgica di Pietrarsa nel Reale Opificio Meccanico, Pirotecnico e per le Locomotive, fondato da Ferdinando II di Borbone nel 1840, il primo nucleo industriale d’Italia con ben 1500 operai in piena attività.

Il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa

Lo stabilimento produttivo rimase operativo fino agli anni ’70 del ‘900, quando l’affermarsi delle locomotive elettriche e diesel determinò il declino dei mezzi a vapore. Nel 1977 le officine furono quindi destinate a diventare museo, inaugurato nel 1989 dopo i necessari lavori di adeguamento.

Passeggiare tra i padiglioni del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa è un po’ come tornare ai ricordi dell’infanzia, quando il gioco più bello e ambito era il trenino elettrico con le rotaie allungabili e i locomotori uniti ai vagoni diversi a seconda delle epoche e delle tipologie. Il 1 maggio appena trascorso rappresenta la Festa del Lavoro e mai lavoro più bello e usurante è stato quello dei primi ferrovieri, quando il carbone era il solo combustibile a disposizione.

Un lavoro difficile e ricco di fascino, che elevava l’intera categoria (conducenti, operai, controllori e capo stazioni) al rango di lavoratori stimati e ammirati dalla popolazione.

La storica collezione treni

La collezione si compone di oltre 55 rotabili storici collocati negli antichi padiglioni dell’opificio borbonico che, un tempo,  ospitavano i reparti specializzati nelle varie lavorazioni del ciclo produttivo. Prima dell’avvento delle “Littorine”, infatti, vi erano i treni in cui si veniva avvolti dal vapore della locomotiva, quelli delle panche di legno e delle carrozze sovraffollate, la mitiche “Terrazzini” e  “Centoporte”.

La carrozza del Re

Negli anni venti del ‘900 fu commissionato alla Fiat un apposito treno per i viaggi del re e della sua famiglia che doveva essere dotato delle più moderne tecnologie disponibili. Consegnato nel 1929, il nuovo treno reale disponeva di tre carrozze, una per la regina, una per il re (perduta nel secondo conflitto mondiale) e la sala da pranzo.

L’allestimento interno fu curato dal noto architetto Giulio Casanova, che progettò i tre interni in modo davvero fastoso, come testimoniato dalla vettura preservata in questo Museo. Con la fine della monarchia, vennero apportate alcune modifiche alle decorazioni, eliminando i riferimenti alla Casa reale e al regime fascista.

Nacque così il nuovo treno presidenziale, consegnato nel 1948. Aveva in composizione la vettura salone Sz 1, già appartamento della regina, cui furono aggiunte altre tre nuove carrozze e, in seguito, il fastoso salone Sz 10, la vettura sala da pranzo del treno reale, oggi a Pietrarsa.

Fondazione FS Italiane

La Fondazione FS italiane è il custode e gestore del grande patrimonio storico delle Ferrovie italiane: costituita il 6 marzo 2013 riunisce sotto la sua tutela un parco di rotabili storici composto da 400 mezzi, i fondi archivistici e bibliotecari, i musei di Pietrarsa e Trieste Campo Marzio e le linee ferroviarie un tempo sospese, oggi recuperate ad una nuova vocazione turistica con il progetto «Binari senza Tempo».

FS Treni Turistici Italiani è l’impresa Ferroviaria del Gruppo FS che gestisce i treni storici della Fondazione FS.

Museo Nazionale Ferroviario di Petrarsa

Via Petrarsa snc – Napoli (NA)

CONTATTI:  Tel. 081 472003 | Mail: museopietrarsa@fondazionefs.it

ORARI DI APERTURA
  • MERCOLEDÌ: solo su prenotazione
  • GIOVEDÌ: dalle 9:30 alle 20:00
  • VENERDÌ: dalle 9:00 alle 17:30
  • SABATO E DOMENICA: dalle 9:30 alle 19:30

È possibile acquistare il biglietto di ingresso presso la biglietteria del Museo il giorno stesso della visita.

Ingresso con visita libera

  • 9,00 € intero
  • 6,00 € ridotto (under 18 e over 65)
  • 20,00 € tariffa speciale per due adulti e un ragazzo di età compresa tra i 6 e i 17 anni
  • 25,00 € tariffa speciale per due adulti e due ragazzi di età compresa tra i 6 e i 17 anni

Al via il nuovo menu di Casa Lerario a Melizzano

La Pasqua è passata da poco e seppur il meteo ancora non abbia fatto capolino verso la bella stagione anticipatrice dell’estate e delle scampagnate in famiglia, Casa Lerario ha proposto la sua idea personalizzata di menu primaverile.

La storia di Pietro Lerario e della mamma Tatiana Bruno, ancora attivissima in cucina dopo aver raggiunto il traguardo delle 81 candeline, è cominciata nel lontano 1983 con l’acquisto di un piccolo podere e annessa casa rurale, ristrutturata per ricevimenti di nozze o altri eventi importanti, oltreché per il relax della famiglia e degli amici nei fine settimana e nei periodi di vacanza.

A Pietro però, appassionato di orto e di vita nei campi, andava stretta la figura dell’organizzatore di feste fine a se stesse. Mirava ad un progetto di lungo corso nel campo arduo della ristorazione di qualità, sognando l’apertura di un agriturismo che in breve tempo è diventato un punto di riferimento per il territorio sannita.

Da qui l’idea vincente di proporre le primizie del proprio orto e dei campi circostanti, ben 23 ettari coltivati, compresa una parte a vite per offrire un gustoso vino della casa a tavola per gli avventori del locale. Era il 1997 ed il massimo numero di coperti a disposizione superava di poco le dieci unità; organizzazione, passione e sacrificio hanno reso possibile l’incremento dei tavoli per sostenere venti volte le cifre iniziali, con punte che hanno sfiorato le trecento presenze in alcuni casi, per la gioia (e l’ansia) di mamma Tatiana ai fornelli.

C’è anche una parte dedicata all’allevamento di ovini, bovini e suini neri casertani e tre piccoli appartamenti, arredati con gusto e con tutti i comfort, per consentire un rilassante soggiorno nella natura. L’ultima invenzione di Casa Lerario è, ormai da 10 anni, il pranzo d’autore con chef rinomati, anche Stella Michelin, dai migliori ristoranti gourmet d’Italia. Negli anni si sono avvicendati a Melizzano artisti della cucina quali: Peppe Guida, Paolo Barrale, Angelo Sabatelli, Luca Abbruzzino, Roy Caceres, Salvatore Tassa, Angelo Carannante, Domenico Candela, Maicol Izzo, Alfio Ghezzi, Marco Caputi, Nicola Fossaceca, Salvatore Bianco e Lorenzo Montoro.

Proprio in occasione di alcune iniziative simili, organizzate dalla giornalista Laura Gambacorta, abbiamo scritto negli articoli Da Casa Lerario “il Molise esiste” con le ricette dello chef una Stella Michelin Stefania di Pasquo e Lo chef Marianna Vitale a Casa Lerario: il Sannio ospita i Campi Flegrei.

Mancava dunque, la presentazione alla stampa del nuovo menu in vista della stagione primaverile – autunnale, dove le belle giornate ed il fresco delle colline di quest’angolo paradisiaco della Campania, consentiranno ai clienti a pranzo e cena un momento di assoluto relax gastronomico con prodotti locali “a metro zero”. 

La degustazione è iniziata con un assaggio di calzoncini e montanare fritte al momento dopo ben 60 ore di lievitazione, accompagnate da una selezione di affettati di suino nero casertano e formaggi come primo sale e ricottine paesane. Gran trionfo su prosciutto crudo affumicato, un protagonista assoluto della buona tavola.   

Si è proseguito con crostini di baccalà mantecato, pizza rustica ed una squisita caponatina siciliana, leggermente in agrodolce, con capperi e olive retaggio degli insegnamenti dello chef Mimmo Alba. I primi piatti erano un autentico duetto tra ravioli ripieni di porcini e tartufo e risotto limone e pistacchio, servito in tazza.

Pausa rinfrancante prima di avviarsi all’esterno della sala, dove la brace ardente era pronta per cuocere alla perfezione le bistecche di suino nero casertano affumicato alla temperatura di 45°, spennellato di birra per trattenere maggiormente i succhi durante la rosolatura.

Coccole finali tra torta al cioccolato di nonna Tatiana, con ben il 90% di cacao fondente e graffe calde. Il prezzo medio per una degustazione completa, dove tempo e confini vengono azzerati (qui il telefono cellulare e lo stress non sono ospiti graditi), si aggira sui 45 euro salvo scelta o vini alla carta o pietanza particolari su richiesta.

Agriturismo Casa Lerario

Contrada Laura, 6

Melizzano (BN)

Tel. 0824 944018

Nizza Docg: un grande lavoro di squadra portato avanti dai suoi produttori

Nizza Monferrato si distingue storicamente come un importante centro vitivinicolo nel Piemonte, con una tradizione che affonda le radici nel passato. Una lettera del 1609, scoperta dal dottor Arturo Bersano (studioso di storia piemontese e del Risorgimento), sottolinea l’importanza del vino Barbera prodotto in questa area, evidenziando come già all’epoca il suo apprezzamento fosse tale da meritare l’attenzione della Corte ducale di Mantova.

Il passaggio del Barbera da vino popolare a vino di alta qualità, un processo che ha avuto luogo nel corso del Novecento grazie anche alla figura di Bersano, è emblematico della capacità della regione di valorizzare le proprie risorse vitivinicole. Questo cambiamento ha permesso di elevare un vino che, pur avendo origini umili, è stato in grado di conquistare i palati più raffinati, tanto da essere servito in occasioni di prestigio.

L’area di Nizza Monferrato, delimitata dai fiumi Tanaro e Belbo e dal torrente Nizza, si presenta come un territorio vocato alla viticoltura, dove la Barbera è stato coltivata in purezza varietale per lungo tempo. Questa storicità e continuità nella produzione contribuiscono a conferire al vino un’identità unica, legata non solo al territorio ma anche alla tradizione e alla cultura locale.

L’evento organizzato da AIS Monza sulla Docg Nizza si è rivelato entusiasmante e arricchente, offrendo l’opportunità di approfondire un territorio (18 comuni intorno a Nizza Monferrato) dove il vitigno principe si esprime al meglio per potenza ed eleganza.

Questa piccola Denominazione – riconosciuta Docg nel 2014 – è un simbolo della tradizione vitivinicola piemontese, caratterizzata da una forte identità territoriale e da un’attenta valorizzazione della Barbera. I terreni argillosi e calcarei contribuiscono a dare vita a vini dal colore intenso, profumi complessi e una struttura tannica equilibrata.

Il Disciplinare prevede l’utilizzo esclusivo del vitigno Barbera sia nella tipologia Nizza che Nizza Riserva. Un’ulteriore selettività nei vincoli colturali ed enologici è data dalla possibilità di usufruire della menzione “Vigna”.

Alcune aziende presenti ed i relativi vini degustati

Cascina Guido Berta

Esempio di passione e tradizione vinicola, si trova a San Marzano Oliveto, areale riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Guido ha ereditato l’amore per la viticoltura dai suoi genitori, vignaioli esperti, e da oltre 25 anni si dedica alla gestione della cantina di famiglia. Sotto la sua guida, la produzione vinicola si è ampliata significativamente, oggi in listino ci sono 10 vini, tra rossi, bianchi, rosati e un vino spumante metodo Charmat.

Il suo Nizza DOCG parte dal colore rosso granato inteso, arricchito con riflessi violacei che ne evidenziano la vivacità. Al naso esprime un bouquet profondo e complesso, dove le note fruttate di ciliegia e prugna si intrecciano coi sentori di cioccolato. In bocca si presenta corposo ed armonico, con una gustosa esplosione di frutta rossa e una delicata nota di mandorla che aggiunge un tocco di eleganza, dal finale in armonia.

Canto di Luna Nizza DOCG Riserva, granato intenso, caratterizzato da riflessi brillanti. All’olfatto offre un profilo aromatico avvolgente e complesso: i piccoli frutti rossi si fondono con rimandi di cioccolato fondente. In bocca presenta una grande struttura dal carattere deciso. La morbidezza sorprendente e la complessa persistenza fruttata lo rendono un vino di grande eleganza.

Cascina la Barbatella

Attiva dal 1982 rappresenta da sempre un punto di riferimento per qualità ed eccellenza nella produzione vinicola della zona. La dedizione e la passione vengono espresse in ogni fase del processo, dalla cura del vigneto alla selezione delle uve, fino alla vendemmia. Il nome dell’azienda evoca l’origine della vite, la barbatella.

Nel primo anno di produzione del loro NIZZA Docg “VIGNA DELL’ANGELO” hanno ottenuto importanti riconoscimenti. Ed è proprio il Nizza DOCG Riserva “La Vigna dell’Angelo” che degustiamo, frutto di un’attenta selezione delle uve provenienti da vigneti storici piantati nel 1950. L’esposizione a Sud contribuisce a conferire al vino una straordinaria complessità e profondità. Al naso sprigiona aromi intensi di frutta matura, come prugne e ciliegie, accompagnati da sfumature speziate che evocano il pepe nero e la vaniglia. Vino che si distingue per una struttura equilibrata, dalla piacevole acidità che esalta un finale lungo e persistente.

Cantina Sociale Barbera dei Sei Castelli.

Il termine, “sociale”, esprime la passione di Noi vignaioli che operiamo insieme per il bene comune e la valorizzazione dei vini del territorio. Originariamente il nome della Cantina prese spunto dai sei comuni conferitori: Agliano, Castelnuovo Calcea, Moasca, San Marzano, Costigliole d’Asti e Calosso. Oggi troviamo anche altre zone di produzione, ottenendo un bacino più ampio ed una scelta maggiore.

Il loro Nizza Riserva Angelo Brofferio è dedicato alla figura di un intellettuale nato nel 1802 nell’Astigiano che si distinse per la sua opposizione alle politiche unitarie di Cavour. Il colore è di un brillante rosso rubino. L’olfatto ricorda note vegetali condite da frutti rossi; al palato è succoso con tannini vivaci e ottima struttura.

Michele Chiarlo  

Un’autentica istituzione dal 1956. Michele Chiarlo esprime l’essenza del Piemonte con i suoi 110 ettari di vigneti tra Langhe, Monferrato e Gavi. Il loro motto: la tradizione è un’innovazione consolidata. Valorizzazione dei grandi terroir utilizzando solo vitigni autoctoni; vinificazione esclusivamente di uve che provengono dai vigneti di proprietà; centralità del lavoro in vigna nel pieno rispetto dell’ambiente e della sostenibilità. Infine proiezione all’innovazione con il dovuto rispetto e riguardo della tradizione.

Cipressi Nizza DOCG, rubino intenso, sorprende per la sua finezza ed eleganza. Frutta rossa, ciliegia matura, lampone e note dolci di tabacco. Sorso fresco e morbido particolarmente piacevole, con una struttura ampia dal finale sapido.

Montemareto Nizza DOCG: rubino intenso e profondo dai riflessi violacei. Olfatto inebriato dai profumi di ciliegia, amarena e piccoli frutti neri. Qualche cenno speziato conferisce maggior complessità. Molto ampio in bocca, conferma l’olfatto con in aggiunta un tannino vellutato.

La Court Nizza DOCG Riserva una delle etichette più rappresentative della cantina. Affina per un anno in botti di legno e barrique. Colore rosso rubino, al naso frutta matura, spezie con note boisée. Sorso ampio e morbido con una vena fresca che rende la beva scorrevole.

L’Armangia

L’Armangia in dialetto piemontese significa rivincita, il loro motto è “non ci prendiamo sul serio, ma facciamo vini seriamente” La voglia di giocare e sperimentare che passa da un’agricoltura rispettosa nei confronti della natura, dalla responsabilità di chi lavora nei vigneti e di chi consuma i loro vini.

Titon Nizza DOCG rosso rubino alla vista con riflessi violacei, rimanda a profumi di fragola, viola, mandorla, vaniglia, preludio della pienezza e della buona acidità che si rivela in bocca. La vinificazione classica in acciaio è seguita dalla sistemazione in fusti di rovere, la parte finale dell’affinamento avviene esclusivamente in botte grande.

Vignali Nizza DOCG Riserva il colore rosso rubino profondo con unghia violacea indicativo della giovinezza del vino, si evolve verso la tonalità granata dopo alcuni anni di invecchiamento. Le note di frutti polposi come ciliegie e prugne, si mescolano a fragole e a sentori floreali di viola mammola. Ad arricchire il profilo aromatico la presenza di vaniglia e mandorla essiccata. In bocca è sapido e pieno, talvolta di buona acidità, nelle fasi giovanili con tannino lievemente astringente.

Bellone Lab 0.1: il Lazio vitivinicolo si unisce per il futuro del suo vitigno autoctono

L’Italia è una terra di straordinaria biodiversità vitivinicola, un mosaico di territori in cui ogni angolo custodisce un tesoro unico: i vitigni autoctoni. Sono loro a fare la differenza, testimoni di storia, cultura e tradizioni radicate nel tempo. Dai celebri Nebbiolo, Sangiovese e Aglianico ai recenti e straordinari Timorasso, Pecorino e Nerello Mascalese, ogni varietà racconta il carattere del proprio territorio attraverso vini dall’identità inconfondibile. In un mondo del vino sempre più globalizzato, l’Italia si distingue per questa ricchezza e per la capacità di valorizzarla, regalando agli appassionati esperienze sensoriali irripetibili.

Tra questi gioielli enologici, il Bellone emerge con forza come uno dei vitigni bianchi più interessanti del Lazio, una varietà che, dopo anni di relativa marginalità, sta vivendo una riscoperta entusiasmante. Il convegno “Bellone Lab 0.1”, organizzato dalla Cooperativa Cincinnato a Cori il 13 marzo, ha rappresentato il punto di partenza di un percorso di valorizzazione e crescita per questo vitigno.

Un evento tecnico e strategico per il futuro del Bellone

L’evento si è articolato in due momenti chiave: un convegno tecnico con l’analisi dei dati scientifici e produttivi e una tavola rotonda con produttori, enologi e istituzioni per definire strategie di sviluppo. Il tutto si è concluso con una degustazione che ha visto protagonisti i vini da uve Bellone di ben 21 aziende laziali, un segnale chiaro dell’interesse crescente per questa varietà.

Il presidente della Cincinnato, Nazareno Milita, ha sottolineato l’importanza dell’incontro come stimolo per tutto il settore vitivinicolo laziale: “Bellone Lab 0.1 non vuole essere solo un evento, ma l’inizio di un percorso per rafforzare l’identità vitivinicola della regione e renderla più competitiva sui mercati nazionali e internazionali.”

E i numeri parlano chiaro. Dopo un lungo declino, il Bellone ha registrato un incremento del 15% negli ultimi cinque anni, segnale di un rinnovato interesse sia da parte dei produttori sia del mercato. Un trend positivo che conferma il potenziale di questo vitigno autoctono come ambasciatore del Lazio enologico.

Dalla ricerca alla strategia: il ruolo del Bellone nel Lazio vitivinicolo

Il convegno, moderato dal giornalista Fabio Ciarla de Il Corriere Vinicolo, ha visto la partecipazione di esperti del settore:

Riccardo Velasco, direttore di CREA Viticoltura Enologia, ha evidenziato il valore della ricerca applicata per migliorare la resistenza del Bellone alle malattie e valorizzarne le caratteristiche enologiche.

Giovanni Pica (Arsial) ha fornito dati sulla diffusione del vitigno, confermando la tendenza di crescita degli autoctoni laziali a discapito delle varietà internazionali.

• Gli enologi Mattia Bigolin e Pierpaolo Pirone hanno analizzato le peculiarità del Bellone nei diversi territori, evidenziando le potenzialità di questa varietà nella produzione di vini bianchi di alta qualità.

A seguire, la tavola rotonda ha coinvolto istituzioni e produttori in un acceso dibattito sulle strategie future. Il consigliere regionale Vittorio Sambucci ha ribadito l’impegno della Regione Lazio nel supportare il settore, mentre Nicola Tinelli, responsabile dell’Unione Italiana Vini, ha sottolineato come la valorizzazione dei vitigni autoctoni sia una delle chiavi per distinguersi nel mercato globale.

Dal lato dei produttori, si è discusso dell’importanza di fare squadra, con interventi di Nazareno Milita (Cincinnato), Antonio Santarelli (Casale del Giglio) e Marco Carpineti (Carpineti Vini). L’idea di unire le forze sotto un’unica bandiera, quella del Bellone, per rafforzare l’identità vitivinicola laziale ha riscosso ampio consenso.

Il momento della verità: la degustazione dei vini da Bellone

Dopo teoria e strategia, è arrivato il momento della pratica: la degustazione. 21 aziende hanno presentato i loro vini da Bellone, serviti dai sommelier della delegazione AIS di Latina. Una panoramica che ha mostrato le molteplici sfaccettature del vitigno, dalla freschezza e sapidità delle versioni più giovani alla complessità dei vini affinati.

Tra le cantine partecipanti: Casale Del Giglio, Marco Carpineti, Cincinnato, Cantina Bacco, Divina Provvidenza, Tenute Filippi e molte altre, tutte accomunate dalla volontà di far emergere l’identità autentica del Bellone.

Verso il futuro: appuntamento a Vinitaly e “Bellone Lab 0.2”

L’entusiasmo generato dall’evento non si spegnerà presto. Il prossimo appuntamento per i produttori sarà Vinitaly (6-9 aprile 2025), dove il Bellone sarà protagonista di un rinnovato padiglione Lazio. Ma la vera sfida sarà la continuità: l’appuntamento è già fissato per il 2026 con “Bellone Lab 0.2”, un’edizione che promette di consolidare il percorso intrapreso. Grazie alla perfetta organizzazione di Giovanna Trisorio, il “Bellone Lab 0.1” ha posto le basi per un nuovo slancio del Lazio vitivinicolo. Il Bellone non è più solo un vitigno da riscoprire, ma un’opportunità concreta per rilanciare un’intera regione nel panorama enologico italiano e internazionale.

Romagna: cantine Amaracmand, l’enologo Maurilio Chioccia prova a dare perfezione stilistica al loro Sangiovese “Imperfetto”

“Per fare tutto ci vuole un fiore” cantava l’indimenticato Sergio Endrigo. Per fare un’azienda vitivinicola, in realtà, ci vuole un po’ meno poesia e tanta concretezza. Leggiamo ovunque di proposte a dir poco fantasiose, creazioni stilistiche, affinamenti terracquei e subacquei, vigne recuperate da vitigni scomparsi, quasi impronunciabili.

Tutto bene per carità, quando si punta su un settore con un preciso target e ne nasce un business vincente, nessuno può mettere bocca. Il liberismo è anche questo, opinabile o meno, ma noi addetti del settore preferiamo parlare in termini pratici se quanto veduto e assaggiato possa aderire ai canoni della piacevolezza, della contemporaneità del gusto e del territorio.

Marco e Tiziana Vianello delle cantine Amaracmand probabilmente non si aspettavano cosa comportasse il vero lavoro di vigneron in Romagna. Qui non si scherza, quando si ha a che fare con autoctoni di lusso come Albana e Sangiovese. Due varietà peraltro maltrattate in passato, rispetto alle reali potenzialità in essere. L’enologo Maurilio Chioccia, che di sfide se ne intende, ha preso a cuore questa piccola realtà in forte crescita nell’areale di Sorrivoli, tra le colline di Cesena, zona storica per dare al Sangiovese complessità e lunghezza.

Merito dei suoli compositi, misti tra argille calanchive, calcari sedimentari marini e la forza dell’arenaria pre-appenninica. Diverse morfologie per differenti alture ed esposizioni. La scelta di cosa esaltare nel calice spetta unicamente ad una sana e prudente gestione in campo ed in cantina, partendo dalla selezione massale, con recupero del materiale genetico proveniente dalle vecchie piante del 1964, optata dal prof. Paliotti dell’Università di Perugia, e del prof. Cardinali per lo studio dei lieviti indigeni presenti negli appezzamenti di Amaracmand, eventualmente replicabili ed utilizzabili nelle vinificazioni.

L’enologo Maurilio Chioccia

E poi, ovviamente, l’opera incessante del consulente enologico, che non deve smettere mai di testare, verificare e approvare quanto di buono arriva in azienda. I presupposti ci sono tutti per far bene, la proprietà crede fortemente nel ruolo degli esperti delegati alla produzione ed anche questi sono segnali positivi. La cantina è stata disegnata in modo da essere del tutto invisibile e non disturbare il paesaggio circostante; al suo interno la tecnologia è d’avanguardia e tutta improntata alla sostenibilità ambientale e lavorativa per i collaboratori.

Vengono utilizzati persino i purificatori d’aria “AEROCIDE”, brevettati dalla NASA, che consentono di mantenere lontani muffe e batteri contaminanti, evitando così di ricorrere a sterilizzazioni a base di prodotti nocivi per l’ambiente. Maurilio Chioccia ha infatti sempre inteso il proprio luogo d’azione come una sala operatoria (e non a torto).

L’IGT Rubicone 2022 “Imperfetto”, degustato a novembre, dimostrava ancora la sua gioventù, restando chiuso e tenero su quegli aromi vegetali di un Sangiovese nudo e crudo. Riprovato di recente, con la giusta calma in bottiglia, emerge finalmente quel frutto maturo di amarene succose, unito a spezie torbide e scure tipiche, accompagnati da scie floreali eleganti e buona lunghezza gustativa. Il progetto prevederà, in futuro, ulteriori ricerche su cloni ed innesti e l’abbandono dei compagni internazionali, che per adesso devono essere presenti nel blend a donare maggior equilibrio.

Anno zero, dunque, anzi “anno due”, come il numero di vinificazioni prodotte sin qui dal nuovo corso. Attendiamo con fiducia di osservarne i progressi nell’immediato futuro, perché Romagna e Sangiovese meritano sempre la nostra attenzione.

Grandi Langhe 2025 – Atto Secondo

Si è appena conclusa la nona edizione di Grandi Langhe 2025 tenuta nel bellissimo complesso OGR – Officine Grandi Riparazioni Torino. Questo stupendo edificio fu costruito a fine ottocento come complesso industriale e adibito alle riparazione di grandi mezzi, come locomotive dei treni e altro, rappresentando l’eccellenza in questo settore, oggi dopo che è stata fatta una grande opera di recupero di questa immensa infrastruttura, è diventata così un vero e proprio hub della creatività e dell’innovazione. Qui si fa comunicazione culturale, progettazione e formazione, dai temi che vanno dall’arte contemporanea, alla musica e letteratura, tenendo conto dell’inclusione sociale.

Le presenze in questa edizione a Grandi Langhe sono state di grande crescita oltre 5.000 presenze, ed è stato dedicato ampio spazio al trade che indica un 20% di presenze dall’estero. L’evento è stato organizzato da: il Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani con il Consorzio di Tutela Roero e in collaborazione con PiemonteLand of Wine, con il supporto della Regione Piemonte, la Città di Torino e Banca d’Alba.

Le cantine presenti sono state 500 di cui 380 da Langhe e Roero e 120 dal resto del Piemonte che hanno presentato più di 3000 referenze di tutte le DOC e DOCG piemontesi. Le degustazioni erano suddivise in due giorni, dando così il via a tutte le “Anteprime Italiane del vino”.

Negli assaggi ci sono state alcune nuove scoperte e delle splendide conferme.

Inizio così il mio giro di degustazioni con la Cantina Sant’Anna dei Bricchetti che si trova a Costigliole d’Asti, qui si lavorano solo due uve: barbera e moscato. I proprietari sono Ruggero e Orsetta Lenti, innamorati delle colline del Monferrato decidono di acquisire nel 2012 questa azienda, dove hanno coniugato sia la passione per il vino che per questo territorio. Oggi lavorano in azienda anche i figli Giulia e Giacomo.

L’azienda è composta da 5 ettari di vigneto e fin da subito la scelta è stata quella di produrre vini che avessero grande identità territoriale. L’etichette proposte sono un metodo Charmat, due metodo classico, un moscato secco, tre versioni di barbera, un moscato d’Asti e un passito naturale, per una produzione di circa 20.000 bottiglie annue.

L’uva Barbera

Da un punto di vista enologico la Barbera è caratterizzata da una grande duttilità: le sue uve, dotate di elevata acidità fissa, trovano impiego in una vasta gamma di vini. Vengono utilizzate per la produzione di spumanti, per rossi giovani e frizzanti, per vini tranquilli di medio corpo e, infine, con uve ben mature ed affinamento più o meno prolungato nel legno, per rossi ricchi e generosi, e di grande eleganza. Da questa uva in genere si produce un vino rosso color rubino carico, dai profumi intensi, vinosi e fruttati. Nelle zone più adatte è possibile ottenere un vino ricco di struttura e di corpo adatto anche a sopportare un lungo invecchiamento.

L’uva Moscato

Le sfumature che contraddistinguono il vino prodotto con queste uve sono l’intensità della componente aromatica e l’armoniosa dolcezza della componente zuccherina, accompagnata da un basso tenore alcolico.

Storicamente in Piemonte viene utilizzata per fare due fra i vini italiani più conosciuti al mondo, e le differenze nella produzione fra Asti Spumante Docg e il Moscato d’Asti Docg, si riscontrano soprattutto a livello di vinificazione, nel primo si usa il metodo Charmat, mentre nel secondo la fermentazione viene arrestata al raggiungimento della gradazione alcolica di circa 5 % vol. Inoltre il Moscato d’Asti, pur non essendo uno spumante (non viene sottoposto a presa di spuma durante le fasi finali della fermentazione alcolica) mantiene una vivacità che lo rende tipico ed unico.

I profumi del moscato ci ricordano generalmente il glicine ed il tiglio, la pesca e l’albicocca e sentori di erbe aromatiche con sentori di salvia, limoni e fiori d’arancio. Oggi la versione del moscato secco, ci offre notevoli opportunità di bere in modo diverso, regalandoci così abbinamenti inconsueti, come per esempio con la cucina orientale.

Gli assaggi:

Incanto rose è un Metodo Classico Extra Brut 2017, 60 mesi sui lieviti, sboccatura febbraio 2024. Fatto con barbera per il 90% e moscato per un 10% che viene aggiunto al momento del tiraggio. Color buccia di cipolla, molto delicato. Il naso verte su floreale di rosa e piccoli frutti rossi, con accenni di erbe aromatiche. In bocca risulta succoso e cremoso allo stesso tempo lasciando una bocca fresca e appagata. Il perlage è fine e persistente e la sensazione finale è aggraziata e piacevole

Incanto Pas Dosé

Le uve sono le stesse, questa volta la barbera è vinificata in bianco, il procedimento è lo stesso, annata 2017 e sboccatura 2014 con 60 mesi sui lieviti, il risultato però è molto diverso: colore giallo paglierino brillante, i profumi sono più definiti su crosta di pane, pan brioche, poi arriva una marcata nota di agrumi, cedro e erbe aromatiche come la salvia. Olfatto complesso e elegante. Il sorso è appagante, regala cremosità alternato a grande verticalità grazie alla vena acida presente che lo rende molto fresco. Perlage elegante e persistente.

Suggestioni – Piemonte Doc Moscato secco 2023

Questa espressione di moscato secco ci regala un bel momento di degustazione, fermentato in barrique, viene poi filtrato e rimane successivamente in legno per altri sei mesi. La cantina è termo condizionata ad una temperatura costante di circa 16°per preservare i profumi. Bel giallo paglierino con leggeri riflessi dorati. Mantiene tutti i profumi primari del moscato, è elegante con il legno che è dosato in modo equilibrato. In bocca ha un ottimo equilibrio fra acidità e sapidità, regala così un sorso strutturato e fresco.

Vivace – Piemonte Doc Barbera 2021

Questo vino rappresenta la tradizionale barbera frizzante che fa solo acciaio. Il colore è un rosso rubino con riflessi violacei, ricorda la viola e un fruttato di prugna, molto varietale. Un vino diretto senza fronzoli, con una bollicina aggraziata e un sorso succoso e piacevole.

Ricordi – Barbera d’Asti Docg 2021

Una produzione di 40 ql/h che vinifica e rimane in acciaio fino a giugno, segue l’imbottigliamento e rimane in affinamento in cantina per circa due anni. Colore rosso rubino brillante, al naso molto espressivo e elegante, frutto pieno di more, poi arrivano sentori terziari con nuance di inchiostro e grafite, chiodi di garofano e leggero sentori di radici di bosco. All’assaggio risulta succoso e ampio, ottimo equilibrio, persistente con tannini eleganti e vivaci.

Vigna dei Bricchetti – Barbera d’Asti Superiore DOCG 2019

Le uve arrivano da un solo vigneto con una produzione di circa 70 ql/h, dopo la vinificazione in acciaio rimane per circa un anno in tonneau di rovere francese. Rosso rubino intenso e brillante con riflessi granato. Al naso arrivano prima i sentori terziari come inchiostro, tabacco, e chiodi di garofano per poi evolvere sul frutto scuro, leggeri accenni di radici di liquirizia nel finale che risulta essere complesso. Il sorso è profondo e molto elegante con un tannino setoso e intrigante. Persistente e sapido nel finale.

Interessante anche l’assaggio del Moscato d’Asti Docg 2024 che si esprime sul floreale, molto tipico con un ottimo equilibrio fra gli zuccheri/acidità risultando fresco. Infine chiudo la degustazione con Destino, vino da uve stramature appassite sul tralcio per oltre due mesi, in questa versione del 2016, si esprime con un colore ambrato, un naso complesso che verte su datteri, fico secco, agrumi canditi e profumo di miele millefiori, con una bocca aggraziata, equilibrata e gustosa.

DOPO LA BARBERA MI SPOSTO NEL MONDO DEL GRIGNOLINO…

Questa uva ci regala un vino degno della tradizione piemontese, il vino di solito risulta essere quasi un rosso atipico, che si caratterizza per delicatezza, freschezza e raffinatezza, piuttosto che per potenza e intensità aromatica.

Questo vitigno, difficile da coltivare, produce un acino molto piccolo con abbondante presenza di vinaccioli, quindi la maturazione fenolica è molto importante. Il vino si presenta dal carattere elegante e schivo, c’è da dire però che negli ultimi decenni è stato riscoperto da molti produttori, che ne propongono versioni in purezza di notevole interesse e qualità. Il Grignolino ha un colore rosso rubino tendente al granato piuttosto scarico, quasi da risultare trasparente.  Al naso si apre con un bouquet dai delicati profumi di rosa e fiori secchi a cui si aggiungono note di piccoli frutti di bosco e nuances speziate. Al palato è piacevolmente scorrevole, di medio corpo con fine trama tannica e buona acidità. Sul finale chiude con una caratteristica nota amarognola.

Continuo gli assaggi con l’azienda Vicara di Rosignano Monferrato (AL).

Il progetto di Vicara nasce nel 1992 dall’amicizia di tre famiglie che sono:i Visconti custodi del territorio fin dal xv sec., i Cassinis maestri della comunicazione e i Ravizza, instancabili vignaioli, il nome appunto prende forma con le iniziali delle tre famiglie. Le uve che vengono coltivate in azienda sono da sempre quelle che hanno le radici più profonde in questo territorio: il grignolino, la barbera e la freisa. I vigneti sono adagiati su dolci colline con terreni diversi fra loro e si esprimono principalmente su tre zone: Vadmon, Crosia e Bricco Uccelletta. Trentatre gli ettari di vigneto suddivisi in queste tre zone che differiscono sia per composizione che per età, che risale a circa 30 milioni di anni fa, qui si producono circa 55.000 bottiglie annue. Dal 2022 Giuseppe e Emanuele Visconti guidano questa azienda, con profonde radici nella tradizione del Monferrato, in una fra quelle più contemporanee del momento

Domino – Spumante Brut Rosè – Metodo Martinotti 2023

Questo vino fatto con grignolino e chardonnay ci regala un esplosione di fiori di rosa e zagare, pompelmo rosa, sorso piacevole e aggraziato con una bollicina elegante.

.G  – Grignolino del Monferrato Casalese Doc 2023

Questa è la prima annata certificata Bio, anche se di fatto in campagna lavorano da sempre con un occhio di riguardo a tutta la filiera produttiva in modo sostenibile. .G ha un significato ben preciso dato da Domenico Ravizza che è stato uno degli enologi più rispettati e conosciuti del territorio, cioè portare l’attenzione su questo “vitigno complesso, fiero e testardo allo stesso tempo, che rappresenta l’anima delle genti di questo territorio”(cit.).

Vinificazione in acciaio e affinamento per sei mesi circa in bottiglia. Il naso è definito sulla rosa canina e frutti come il ribes rosso, ma anche accenni di terziari come l’inchiostro. Ottimo equilibrio fra sapidità e acidità, che ci regalano così freschezza ad ogni bicchiere, il tannino è ben presente, vivace e croccante.

Uccelletta I Monferace – Grignolino del Monferrato Casalese Doc 2020

Il vino si ottiene da una fermentazione spontanea con “pied de cuve” svolta dai lieviti indigeni, vinificazione in cemento per poi affinare in tonneau metà di rovere e metà di acacia per circa 24 mesi, ulteriore affinamento in bottiglia per altri due anni. Si presenta con rosso rubino scarico con riflessi aranciati, molto brillante. Sentori di frutti scuri e nuance floreali, cioccolato e note balsamiche rendono il naso complesso e elegante. In bocca è ampio, lungo e persistente con tannini dinamici e eleganti.

Volpuva – Barbera del Monferrato Doc 2023

Barbera 100% segue una vinificazione in acciaio e affinamento per circa 4 mesi in bottiglia. Un vino definito: essenziale e versatile, e io aggiungerei gastronomico. Colore rosso rubino intenso, sentore di more e frutti scuri, note di cioccolato e accenno di inchiostro. Bocca ampia, succosa e fresca.

Cantico della Crosia Barbera del Monferrato Superiore Docg 2020

L’areale Crosia racchiude una complessità di terreni che vanno da 7 a 30 milioni di anni come formazione, e in questo anfiteatro naturale si può immaginare davvero la vita come un’esplosione di gioia, la bellezza è quella di visitare questi vigneti e “camminarci dentro” come ci insegnava Luigi Veronelli, per capire effettivamente come la natura possa davvero gratificare la nostra vita.

Vinifica in modo spontaneo in acciaio per poi fare un affinamento di sei mesi di barrique e un anno di botte grande, segue un anno di bottiglia. Granato intenso e profondo. Al naso si percepiscono frutti scuri, note di cioccolato, tabacco, inchiostro e china, balsamico e minerale. Il sorso è ampio e persistente con un tannino scattante e rotondo. Esprime grande eleganza gustativa.

Comune di Treville 33 Cascina Rocca – Barbera del Monferrato Doc 2021

Prodotto solo nelle annate migliori, qui hanno voluto evidenziare la potenza della barbera unita all’eleganza, ma soprattutto alla freschezza del frutto, per questo motivo questo vigneto, uno fra i migliori dell’azienda, iscritto in precedenza alla Docg è stato declassato a Doc per avere così la possibilità di fare meno legno durante le fasi di affinamento. Inizia la fermentazione spontanea in acciaio per poi fare un affinamento di otto mesi in tonneau e altri dodici in bottiglia.

Rosso rubino profondo, si esprime inizialmente sui terziari: inchiostro, balsamico, china, poi arriva l’esplosione del frutto scuro come la prugna. Il sorso è ampio e rotondo, persistente con una trama tannica importante, fitta, vivace e vellutata allo stesso tempo. Interessante la retrolfattiva che ci ricorda un bosco pieno di violette appena sbocciate. Elegante e fine.

NON POTEVA MANCARE UN PASSAGGIO A BARBARESCO…

Un piccolo accenno all’andamento climatico:

L’annata 2021 è stata definita come “un’ottima annata”, anche se è stata un po’ più calda rispetto ad altre, ma le piogge arrivate nel periodo invernale, anche se in modo anomalo, hanno garantito le riserve idriche necessarie, facendo si che la maturazione del frutto arrivasse senza problemi. La quantità delle uve è stata inferiore rispetto alla 2020 a causa delle gelate primaverili, producendo così acini più piccoli, ma il risultato è stato ottimale poiché avevano equilibrio e un apporto poli fenolico ricco, importante per la produzione di vini di struttura e equilibrati.

La 2020 è partita con un inverno nella media, senza grosse criticità. Durante i mesi di marzo e aprile ci sono state poche precipitazioni, facendo così intravedere una vendemmia precoce, fortunatamente a maggio sono arrivate le piogge che hanno consentito di riequilibrare tutto il processo vegetativo, per arrivare così ad una vendemmia nei tempi e senza stress per la maturazione del frutto.

Produttori di Barbaresco Società Agricola Cooperativa

Questa cantina è stata fondata nel 1958, ed è il cuore pulsante di questo paese, oggi i membri sono circa una cinquantina e coltivano 120 ettari di vigneto a Nebbiolo. La produzione si attesta in circa 650.000 bottiglie annue, ed è un grande esempio a livello nazionale, di come le cantine cooperative dovrebbero funzionare. Negli anni questi vini hanno sempre regalato assaggi di grande espressione territoriale e maestria nel valorizzare i Cru da dove provengono, oltre ad avere un ottimo rapporto qualità/prezzo.

I Cru che rappresentano i Produttori di Barbaresco sono: Asili, Montefico, Montestefano, Muncagota, Ovello, Pajè, Pora, Rabajà e Rio Sordo. In cantina seguono una vinificazione tradizionale, con macerazioni lunghe e affinamento in botte grande: circa 20 mesi per il Barbaresco DOCG e circa 30 per i Barbaresco Riserva.

Barbaresco Docg 2021 – Produzione circa 300.000 bottiglie

Il vino si presenta di un rosso rubino brillante, naso molto floreale con apertura su piccoli frutti a bacca rossa, note balsamiche e accenno di terziari. Il sorso è ampio e profondo con una trama tannica fitta e allo stesso tempo delicata, chiude con grande sapidità, regalandoci un finale fresco ed elegante.

Barbaresco Cru Muncagota – credito fotografico dal sito dei Produttori di Barbaresco

L’esposizione del vigneto è a Sud-Est risultando più fresco rispetto agli altri Cru, questo fa si che all’assaggio si esprima più su note floreali e balsamiche. Il suolo è ricco di calcio e dona carattere e tannini potenti. Questa è una delle zone più storiche dei Cru dei Produttori di Barbaresco, la prima vinificazione risale al 1967, con il nome di Moccagatta. Nel 2007 a seguito della classificazione ufficiale delle MGA (Menzioni Geografiche Aggiuntive), il nome è stato sostituito con Muncagota.

Barbaresco Muncagota Riserva 2020 – Produzione 13.300 bottiglie

Di un rosso rubino brillante con leggeri accenni granato. Al naso ci entusiasmano i sentori floreali di rosa e frutti rossi, balsamico di eucalipto e note diffuse di inchiostro e grafite. Al gusto è appagante, profondo e persistente con tannini di grande spessore in evoluzione, interessante sarà assaggiarlo fra qualche anno!

RIMANIAMO ANCORA UN PO’ A BARBARESCO…

Azienda Agricola PAITIN – Neive (CN)

Questa azienda ha radici secolari e oggi la conduzione viene portata avanti dall’ottava generazione della Famiglia Pasquero Elia. Luca il più giovane, è entrato in azienda dopo gli studi, affiancando il padre Giovanni e lo zio Silvano.

La loro storia è fitta di importanti passaggi, ma quello che conta oggi è che qui si continua a portare avanti la produzione dei vini partendo da un territorio unico e inconfondibile. Le colline dell’azienda sono caratterizzate da una grande biodiversità, facendo si che già dagli anni 2000 si potesse lavorare in un ambiente sano, teso a valorizzare la vigna, per arrivare alla certificazione biologica nel 2015. L’azienda conta circa diciannove ettari di vigneto per una produzione di circa 90.000 bottiglie annue.

Starda – Langhe Nebbiolo Dop 2023

Vino gastronomico, con un naso che si esprime su fiori e frutti rossi, ci regala un sorso agile e succoso.

Barbaresco Faset Dop 2021

Questo barbaresco nasce come prima annata nel 2019 da due appezzamenti: uno esposto a pieno Sud e uno che curva verso Sud- Ovest. Il terreno è composto da marne di colore grigio-blu e limo che può variare a seconda della ripidità della collina, originando così vini con aspetti organolettici diversi, anche se la caratteristica principale è quella di offrire vini immediati alla beva. Dal colore rosso rubino brillante, si esprime con sentori floreali e di frutta scura, il sorso è ampio e elegante, il tannino vivace gioca un ruolo importante per renderlo godibile fin da subito.

Barbaresco Basarin Dop 2021

Il vigneto da cui proviene questo vino è stato acquistato di recente nel 2018, e al momento solo i vigneti più vecchi sono dedicati alla produzione di Barbaresco. Esposto in pieno Sud, da cui deriva appunto il suo nome che significa “baciato dal sole”. La collina è molto erta e i suoli sono eterogenei con presenza di argille fini e una componente sabbiosa importante. Qui si incontrano le tre denominazioni di Neive, Treiso e Barbaresco. All’olfatto risulta complesso, elegante e fine con leggere note vegetali e balsamiche, al gusto è ampio e di ottima struttura con un tannino leggermente più marcato, ben integrato e in evoluzione.

Barbaresco Albesani Dop 2021

I terreni sono più strutturati, specialmente nelle parti alte che acquistano una struttura argillosa-calcarea importante. «Le vigne sono poco ventilate durante il giorno, ma dalle ore 5 del pomeriggio si potrebbe rimettere l’orologio, poiché arriva il “Marino” e calano le temperature» mi racconta Luca durante l’assaggio. Sicuramente l’influenza del fiume Tanaro aiuta a creare un microclima adatto alle escursioni termiche durante le giornate più calde. Forse questi sono fra i vigneti più celebri della zona, un tempo monopolio del Castello di Neive e vinificato sapientemente per decenni da Bruno Giacosa.

Il vino si presenta di un rosso rubino intenso e brillante. Al naso si percepiscono più sentori di frutta scura e arancia sanguinella, che note floreali, chiudono nuance di inchiostro e sottobosco. In bocca si percepisce una struttura equilibrata e di spessore quasi austera, tannino giovane e vibrante.

Piccolo approfondimento

La collina di Serraboella si estende in lunghezza con un versante esposto a Ovest che diventa più ripido in altezza e volge lentamente verso Sud, i venti caldi vengono incanalati verso il villaggio di Neive riscaldando i vigneti durante il giorno. La valle essendo molto estesa però riesce a rinfrescarsi altrettanto velocemente durante la notte. I terreni in questa collina si dividono essenzialmente in tre grandi espressioni:

  1. La parte più limosa, produce vini più rotondi
  2. La parte leggermente più argillosa-sabbiosa identificata come Sorì, regala vini di maggiore profondità e struttura.
  3. La parte più sabbiosa, offre vini più magri e nervosi, con espressioni però sempre molto affascinanti.

Il Barbaresco Serraboella nasce da una cuvée dei terreni limosi-sabbiosi, mentre per il Sorì Paitin si utilizzano i vigneti della parte centrale del Cru.

Barbaresco Serraboella Dop 2021

Il colore acquisisce una sfumatura più profonda anche seppur sempre molto brillante. Un naso complesso e elegante ci ricorda: inchiostro, china, frutti rossi e agrumi canditi, balsamico e sanguigno, minerale. Si esprime con un sorso complesso e fine, sapido, persistente e profondo. Il tannino è aggraziato e setoso.

Sorì Paitin Barbaresco Serraboella Dop 2021

Questo vino viene prodotto dall’azienda dal 1893 e i vigneti sono nel cuore del Cru Serraboella.

Si presenta con un rosso rubino profondo con riflessi granato. Qui si gioca con i profumi delicati e eleganti e allo stesso tempo complessi che vanno dal floreale ai frutti scuri, note di inchiostro e grafite, con un tocco balsamico. La bocca esprime perfetto equilibrio, centrata e appagante. L’acidità ci regala freschezza, fine e persistente, grande struttura che al tempo stesso esprime agilità nel sorso. Il tannino è giovane, vibrante con una trama fitta in evoluzione.

PER L’ULTIMO ASSAGGIO ANDIAMO A BAROLO

Le Langhe si sono formate a seguito del sollevamento della terra (Arco Alpino) dovuto ad assestamenti delle placche europea e africana, nel periodo miocenico terziario (Miocene da 25 Ma a 5 Ma) e sono ricche di calcare, le rocce sono di origine sedimentaria e la composizione del terreno è varia a seconda del periodo di formazione. Alcuni periodi di riferimento sono il Tortoniano e l’Elveziano (questi nomi si riferiscono ad un’età ben precisa del terreno) con la risultanza di avere caratteristiche del terreno ben distinte e di conseguenza i vini che sono prodotti su questi terreni hanno caratteristiche molto diverse (qui sotto ho provato a suddividere i Cru di Barolo in riferimento alla loro età di formazione):

  • al periodo Elveziano (da 13 a 11 Ma), corrispondono terreni ricchi di marne grigie-brune molto compatte e vi appartengono i comuni di Serralunga d’Alba, Monforte e Castiglione Falletto.
  • al periodo Tortoniano (da 11 a 7 Ma), ricco di marne azzurre, meno compatte, appartengono i comuni di La Morra e Barolo.

Azienda Agricola Giovanni Rosso – Serralunga d’Alba

Anche questa è un’azienda storica langarola, siamo alla quarta generazione e dal 2001 subentra alla guida l’enologo Davide Rosso, portando tutte le sue esperienze maturate all’estero, per una conduzione dinamica e attuale, senza mai perdere di vista la territorialità. L’azienda è composta da ventun ettari dislocati fra le più importanti MGA delle Langhe. Si producono circa 320.000 bottiglie annue.

Barbera d’Alba Doc 2023

Colore rosso rubino brillante con un naso che si esprime su frutti scuri e piccoli frutti rossi, in bocca è agile, gustoso e fresco, con tannini setosi e vivaci.

Langhe Nebbiolo Doc 2022

Colore rosso rubino brillante. Il naso verte sul floreale di rosa e ciliegia, balsamico, potrei definirlo classico! Il sorso regala freschezza data dalla grande acidità espressa, rendendo il vino godibile. Ottima struttura e persistenza con tannini fini e aggraziati.

Barolo Docg 2021

Questo vino è un blend da vari vigneti, per la precisione: otto vigne da Serralunga, una da Barolo, e una da Castiglione Falletto. Il colore è rosso rubino con leggeri accenni granato. Sentori di fiori poi il frutto di ciliegia, inchiostro, china e nuance di bacche di bosco. Il sorso è ampio e con grande spessore, ottima sapidità che allunga in profondità, tannino giovane e vivace.

Barolo Cerretta Docg 2021

Si trova nella parte settentrionale del comune di Serralunga d’Alba con esposizione a Sud-Est, il suolo è tipicamente argilloso-calcareo. Floreale di violetta è la prima cosa che si percepisce, poi arriva la ciliegia e altri frutti rossi, vira poi su inchiostro e grafite, accenno di pepe bianco e note di mentuccia. In bocca è ampio ma composto, arriva piano piano esprimendo equilibrio e estrema eleganza, tannino avvolgente e ben integrato.

Barolo Serra Docg 2021

Questo Cru si trova nel comune di Serralunga ed è fra i più elevati, trovandosi a 370 metri di altitudine, adagiato su un terreno di colore bianco, indice di grande presenza di calcare.

Frutti scuri e note di tabacco, radici di liquirizia e note di tabacco, humus e balsamico, molto complesso ma credo anche che fosse in grande evoluzione olfattiva al momento dell’assaggio! Ottimo equilibrio gustativo, struttura e corpo, tannini fitti e graffianti con un grande spettro evolutivo davanti, accompagnano il sorso in profondità regalando una grande persistenza e sapidità finale.

Mi sto già preparando per l’anno prossimo, magari con tempi meno stringati!!!

Fonti:

https://www.grandilanghe.comhttps://ogrtorino.it

Amarone Opera Prima – l’annata 2020 del grande Rosso della Valpolicella

Nel centenario dalla nascita del Consorzio Tutela Vini della Valpolicella, arriva la presentazione alla stampa dell’annata 2020 dell’Amarone della Valpolicella, il grande Rosso del Comprensorio veronese. La zona di produzione della denominazione copre l’intera fascia pedemontana della provincia di Verona, interessando 19 comuni – 5 nella zona classica e 14 nella zona DOC – e circa 30.000 ettari. Il suo territorio confina ad ovest con il Lago di Garda, mentre a est e a nord è protetta dai Monti Lessini.

Secondo il disciplinare di produzione il territorio è suddiviso in tre zone ben distinte

  • La zona DOC con i comprensori del comune di Verona e le valli di Illasi, Tramigna e Mezzane.
  • La zona Classica, formata da cinque aree geografiche, ovvero l’areale di Sant’Ambrogio di Valpolicella e di San Pietro in Cariano, le vallate di Fumane, Marano di Valpolicella e Negrar di Valpolicella.
  • La zona Valpantena, che comprende l’omonima valle.

Un Consorzio ricco di storia e cambiamenti, seppur relativamente giovane nel conferimento della funzione cosiddetta “Erga Omnes” prevista dalla Legge, a salvaguardia dell’areale nei confronti anche delle aziende non associate. Una decisione probabilmente sofferta e discussa, come lo è l’attuale clima produttivo vitivinicolo. I vini della Valpolicella, in primis l’Amarone, hanno visto momenti altalenanti di grande successo con quotazioni elevate e ritorno sui propri passi verso le origini, fase attualmente in corso.

Si chiede, in prospettiva, un alleggerimento delle potenze caloriche e della densità materica imposta da certe scelte commerciali a cavallo tra metà anni ’90 e prima decade del 2000; adesso il mercato globale tende a guardare, per motivazioni che non staremo qui a discutere, verso residui zuccherini nettamente bassi a favore di bevute più agevoli anche nell’abbinamento quotidiano con il cibo. Il che non significa sacrificare l’identità preziosa di un vino riconosciuto in tutto il mondo come l’Amarone della Valpolicella – nato peraltro come versione secca del passito Recioto – quanto più semplicemente contestualizzarlo con maggior cura al territorio e alle varietà d’uve prescelte dal Disciplinare come Corvina, Corvinone, Rondinella, Molinara ed altre ammesse.

Gli assaggi previsti in sala stampa hanno evidenziato proprio la fase di interregno tra chi è rimasto più realista del re mostrando estrazioni e opulenze fuori scala e chi, invece, ha cominciato da tempo a seguire le nuove prospettive, con prodotti decisamente gustosi, dotati di freschezza e sapidità: in poche parole agili da bere. Buona comunque la qualità media offerta e positiva l’impressione generale sull’annata, confermata più fresca rispetto ad altre anche dal report rilasciato dallo stesso Consorzio. Qualche perplessità sulle tante tipologie previste tra DOC e DOCG della Valpolicella (molto simili in alcuni casi), sull’esigenza di suddividere l’Amarone tra annata e Riserva e sulla ridotta adesione e comunicazione di campioni che escono in etichetta con indicata la sottozona Valpantena.

Abbiamo assaggiato alla cieca in panel insieme al giornalista Maurizio Valeriani (Direttore Responsabile di Vinodabere) e al critico enogastronomico Alfonso Mollo tutti i 77 vini disponibili, di cui solo 16 campioni di botte, qualcuno di essi peraltro già sorprendente.

Di seguito l’elenco dei migliori posto non in ordine di preferenza

Costa Arènte – Amarone della Valpolicella Valpantena 2020

Pasqua Vigneti e Cantine – Amarone della Valpolicella Famiglia Pasqua 2020 (campione di botte)

Ca’ La Bionda – Amarone della Valpolicella Classico Ravazzol 2020

Montezovo – Amarone della Valpolicella 2020

Marion – Amarone della Valpolicella 2020

Villa Canestrari – Amarone della Valpolicella Riserva Plenum 2020 (campione di botte)

Corte Saibante – Amarone della Valpolicella Classico 2020

Secondo Marco – Amarone della Valpolicella Classico 2020

Fattori – Amarone della Valpolicella Riserva 2020

Massimago – Amarone della Valpolicella Conte Gastone 2020

Bottega – Amarone della Valpolicella Il Vino degli Dei 2020

Santa Sofia – Amarone della Valpolicella Classico 2020

Cavedini – Amarone della Valpolicella 2020

Azienda Agricola Boscaini Carlo – Amarone della Valpolicella Classico S.Giorgio 2020  

Ca’ dei Frati – Amarone della Valpolicella Pietro Dal Cero 2020

Tezza Viticoltori in Valpantena – Amarone della Valpolicella Valpantena 2020

Roccolo Grassi – Amarone della Valpolicella 2020

Salvaterra – Amarone della Valpolicella Classico 2020

Cantine di Verona S.C.A. – Amarone della Valpolicella Torre del Falasco 2020

Famiglia Furia – Amarone della Valpolicella 2020 (campione di botte)

Tenuta Santa Maria di Gaetano Bertani – Amarone della Valpolicella Classico Riserva 2020

Corte Figaretto – Amarone della Valpolicella Valpantena Musa del Figaretto 2020

Accordini Igino Winery – Amarone della Valpolicella Classico Le Bessole 2020

Zeni 1870 – Amarone della Valpolicella Classico Vignealte 2020

Benazzoli – Amarone della Valpolicella Classico 2020

Cantine del Notaio, l’animo eclettico dell’Aglianico del Vulture

Giuratrabocchetti è il cognome più lungo d’Italia: quello di Gerardo, agronomo, enologo, notaio mancato, sfuggito alla carriera paterna e al cosiddetto nomen omen a cui però ha legato la sua azienda vitivinicola Cantine del Notaio.

Nell’appuntamento di gennaio di Banca del Vino, presso l’Enopanetteria di Stefano Pagliuca a Melito (NA), è stata ospite la Basilicata con la cantina che per prima ha puntato sulla valorizzazione dell’Aglianico del Vulture.

Gerardo si è raccontato anzitutto come uomo: prima la laurea in Scienze Agrarie, poi la brillante carriera universitaria e di ricercatore, infine la consulenza per diverse aziende zootecniche e la creazione del primo laboratorio di genetica molecolare in campo zootecnico del Sud Italia. Ma non era questa la sua strada, lo sentiva dentro.

A quarant’anni, nel pieno di una crisi profonda, mentre passeggiava nella vigna lasciatagli in eredità dal nonno di cui porta il nome, ne sente la voce che gli indica il suo destino nel mondo vino. È il 1998 e insieme alla moglie Marcella fonda Cantine del Notaio. Per essere precisi un notaio in famiglia c’è: è Consalvo, padre di Gerardo. Unico in una famiglia di contadini a cui è stata data la possibilità di studiare, ha dedicato la propria vita a ricostituire le risorse per rimettere in sesto l’azienda zootecnica del suocero e del progetto vinicolo del figlio non ne ha voluto proprio sapere.

Gli elementi per l’ennesimo storytelling sembrano esserci tutti: la chiamata all’avventura, la storia d’amore, il conflitto familiare. Ci troviamo al cospetto di un vulcano attivo, il Vulture, ben 1326 metri d’altezza a 150 chilometri di distanza dal mare. Nell’ultima eruzione, circa 132 mila anni fa, i depositi di ceneri hanno generato una roccia porosa tufacea che caratterizza il suolo di questo territorio. Gerardo spiega come non sia solo ciò a definire il carattere di un vino, bensì la combinazione di diversi fattori fisici che, sottoponendo la pianta a una stress moderato, ne determinano la reazione.

Il tufo vulcanico è in grado di assorbire acqua d’inverno e rilasciarla durante l’estate torrida, “allatta” le vigne; l’altitudine espone i filari a brezze di mare e di terra, oltre a garantire escursioni termiche nell’ordine dei venti gradi. La vigna reagisce a questi fattori peculiari del territorio, attraverso un corrispondente sviluppo dell’apparato radicale e di conseguenti polifenoli. In tal senso il carattere dell’Aglianico del Vulture è così diverso da quello dell’Aglianico irpino in stile Taurasi da aver fatto credere a lungo che si trattasse di un clone o addirittura di una varietà diversa di uva.

Oggi la scienza – prosegue Giuratrbocchetti – ha scoperto che si tratta del medesimo frutto, semplicemente espressione di areali differenti. Varietà a raccolta tardiva, di forma conica allungata, mediamente spargolo e ricco di pruina, è caratterizzato da tannini fortemente pronunciati. Giocando con i tempi di maturazione delle uve e sfruttando il gradiente di macerazione sulle bucce, Gerardo è riuscito a creare vini diversi da un unico vitigno.

La Degustazione

Cantine del Notaio si estende su 50 ettari di vigneti in cinque diverse contrade (Rionero, Barile, Ripacandida, Maschito e Ginestra) i cui suoli diversificati hanno in comune la combinazione di strato tufaceo e il microclima ottimale per l’Aglianico. Cantine del Notaio produce circa 580 mila bottiglie all’anno su 18 diverse etichette.

Durante la degustazione abbiamo avuto l’occasione di mettere a confronto tre diverse etichette che prevedono la vinificazione in purezza dell’Aglianico del Vulture. Abbiamo iniziato con La Stipula VSQ 2016, raccolta uve nell’ultima decade di settembre e macerazione per un solo giorno. Fermenta in acciaio, rifermenta poi in bottiglia e sosta sulle fecce per 48 mesi. Dosaggio zero. Il risultato è uno spumante color rosa antico dai riflessi brillanti, di bollicina medio fine, dai tipici sentori di erbe aromatiche – tra tutte il rosmarino –  e note fumée che ritornano anche al sorso di piacevole cremosità.

A seguire, la verticale de Il Repertorio Aglianico del Vulture DOC nelle annate 2020 – 2018 – 2017 e 2015. Qui la vendemmia si sposta tra la seconda e la terza decade di ottobre, mentre la macerazione è di dieci giorni. Seguono fermentazione in acciaio e maturazione in tonneaux di rovere, oltre affinamento in bottiglia. Il confronto ci ha permesso anche di valutare l’evoluzione nel tempo: la 2020 è centrata su sentori fruttati di ciliegia e spezie dolci; il tannino fine si intreccia in un sorso succoso e rotondo che chiude nuovamente sul frutto. La 2018 si evolve su un naso più scuro e compatto, in cui prevale il frutto di bosco in confettura mentre al palato risulta verticale, scattante, equilibrato. Ancora un’ottima freschezza per la 2017, di naso e palato sicuramente più distesi, in cui iniziano a emergere sentori evoluti, balsamici e di sottobosco, mentre la 2015 mostra un carattere decisamente maturo e compiuto, con note di cuoio e fungo all’olfatto, e un palato denso dove spicca preponderante la sapidità.

Di marcia diversa, invece, La Firma Aglianico del Vulture DOC 2015, frutto di una maturazione più avanzata e di macerazioni più lunghe.  In questo caso infatti la raccolta delle uve avviene nella prima decade di novembre, mentre la macerazione dura venti giorni. Segue fermentazione in acciaio, maturazione in carati di rovere, affinamento in bottiglia. Il naso profuma di frutta sotto spirito, liquirizia, chiodi di garofano, con tocchi balsamici e di tabacco, il sorso si espande in bocca, si struttura in un tannino ben cesellato e chiude su tostature di cacao.

CANTINE DEL NOTAIO

Via Roma 159

Rionero in Vulture (PZ)

L’Irpinia fuori dall’Irpinia

Incontrare l’Irpinia fuori dall’Irpinia nell’evento organizzato da Gambero Rosso. Una serata interamente dedicata alle tre grandi DOCG campane della provincia di Avellino (Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi), con banchi d’assaggio e una masterclass ricca di piacevoli scoperte. Avevamo già reso conto degli spunti di riflessione nell’articolo del collega di redazione Alberto Chiarenza: Roma incontra i vini dell’Irpinia.

Mancava all’appello proprio la degustazione guidata aperta a operatori del settore e stampa nazionale ed estera, che ha visto la conduzione di Lorenzo Ruggeri – direttore di Gambero Rosso – Teresa Bruno, Presidente del Consorzio Vini d’Irpinia, e Marzio Taccetti, editor di Gambero Rosso.

“Oggi siamo a Roma” – sostiene Teresa Bruno – “ma le iniziative proseguiranno a Milano e poi negli Stati Uniti, nell’impronta del nome scelto per la nuova sede del Consorzio: Opificio delle DOCG e delle DOC d’Irpinia”.

Situazione climatica, morfologia del territorio e vendemmie lente e prolungate rendono l’Irpinia una regione altamente vocata alla viticoltura. Tuttavia i tre areali delle DOCG permettono di fatto, a ciascun borgo, di esprimere terroir con caratteristiche precipue, da cui il complesso mosaico vitivinicolo presente.

Nove i vini, tre per ciascuna delle DOCG presentate all’evento, con lo scopo di rappresentare e descrivere, senza la pretesa di essere esaustivi, le loro caratteristiche principali, a nostro avviso ancora troppo poco conosciute fuori dai confini della Campania.

LA “RESISTENZA” DEL FIANO DI AVELLINO

Partiamo con il Fiano di Avellino degustato in tre distinte vendemmie: 2023, 2022, 2020. Un vino che spesso raggiunge e supera i due decenni di vita; merito dell’acidità e dello svilupparsi di un ventaglio olfattivo che dai sentori fruttati e floreali, si evolve fino a chiare percezioni minerali, idrocarburiche, affumicate.

Ciascun areale è poi in grado di imprimere un timbro di base e un’evoluzione completamente differenti ai singoli vini. Così Colli di Lapio 2023 di Clelia Romano, elegante e pulito nelle nuance di nespola e frutta a polpa bianca è attraversato da un lievissimo sbuffo gessoso;  Alimata 2022 di Villa Raiano già evidenzia la tipica nuance fumee al palato, in maniera materica e avvolgente. Erre Riserva 2020 di Tenuta Sarno 1860 vibra al sorso agrumato, così preciso e verticale da essere quasi in controtendenza con le scie idrocarburiche pienamente sviluppate.

IL “SAPORE” DEL GRECO DI TUFO

Completamente diverso il registro con cui si esprime il Greco di Tufo, nonostante i comuni compresi nella DOCG siano spesso a una manciata di chilometri di distanza da quelli del Fiano di Avellino. Ci troviamo in una dimensione più piccola costituita da terreni di maggior scheletro, ricchi di marne, fossili e, non da ultimo, materiali sulfurei in molti punti.

Mineralità salina e acidità in combinazione ed equilibrio determinano vini di corpo e struttura oltre che saporiti. Ancora una volta tre campioni in degustazione, da tre zone differenti, per sottolineare le diverse espressioni ed interpretazioni delle cantine.

Vigna Breccia 2023 di Montesole ha naso definito di frutta matura e bocca salata e materica, mentre Cutizzi Riserva 2022 di Feudi San Gregorio si presenta più aggraziato nei sentori di frutta e fiori bianchi e nel sorso più avvolgente. Chiudiamo con Riserva Vigna Serrone 2022 di Cantine di Marzo, espressione di un equilibrio perfetto tra freschezza e sapidità che definisce un sorso armonico ed elegante. Caratteristica comune le sensazioni iodate che a diverso grado chiudono il sorso e riportano a chiari sentori marini.

LA “POTENZA” DEL TAURASI

Il Taurasi negli ultimi anni ha ricevuto una profonda rilettura che, senza nulla togliere alle caratteristiche e all’essenza del grande vino irpino, è di fatto tra i grandi rossi italiani.

Una parola è d’obbligo nel vocabolario del Taurasi, il tempo: quello necessario al tannino ad aprirsi e distendersi e, conseguentemente, a tutte le altre componenti ad armonizzarsi in maniera sinfonica. Frutto di uve Aglianico, il Taurasi esce a non meno di tre anni dalla vendemmia (quattro nella versione riserva), anche se molti produttori attendono tempi più lunghi. L’uso del legno nella fase di invecchiamento definisce le caratteristiche di un vino austero e rigoroso, ideale per accompagnare la cucina tradizionale irpina costituita da zuppe arricchite da cotiche, ragù e carni a lenta cottura.

La degustazione ci ha permesso di andare indietro nel tempo e toccare tre diverse annate: 2018, 2016, 2014. Rue 333 2018 di Nativ si evidenzia con un naso di spezie dolci, erbe aromatiche e note empireumatiche che ricordano la cenere di camino, al palato il tannino preciso e sottile è sostenuto da freschezza ben evidente; visciola sotto spirito, tostature e cioccolato fondente caratterizzano la Riserva 2016 di Petilia, dal tannino incisivo al palato, a tratti ancora lievemente verde, e chiusura coerente sul frutto. Infine Vigna 5 Querce 2014 di Salvatore Molettieri, elegante e sontuoso senza cedere nessun punto alla potenza: al naso si rincorrono sentori tostati e speziati di pepe e noce moscata e poi foglia di tabacco, torba e nuance dal sottobosco; in bocca entra quasi in punta di piedi, poi si espande e rimane compatto, avvolgente e infine chiude lunghissimo su note di cacao: un’ode alla complessità del Taurasi.

Una piccola realtà vinicola sui Castelli Romani: Azienda Agricola Le Rose

A due passi dai laghi vulcanici di Nemi e Albano, lungo la via Appia Vecchia che congiunge Velletri a Genzano, si trova l’Azienda Agricola Le Rose. Nata nel 2003 prende il nome dalla strada poderale che attraversava la proprietà, rigogliosa di cespugli di rose.

Con la vendemmia del 2006, la cantina di Cataldo Piccarreta è stata la prima realtà vinicola in Lazio ad aver ridato piena dignità alla coltivazione del vitigno Fiano, qui presente fin dall’antichità e perfettamente a suo agio sui terreni a matrice tufacea.

Oggi Le Rose conta ben otto ettari e mezzo di vigne, tra Fiano, Malvasia Puntinata, Bombino Bianco, Grechetto, Verdicchio, Petit Manseng, Cabernet Sauvignon e Cesanese; produce una media annuale di circa 50 mila bottiglie, suddivise su sette etichette, avvalendosi della consulenza enologica di Luca D’Attoma.

Biologici da sempre, tutte le etichette escono sul mercato come IGP Lazio avendo scelto sin da subito di imprimere una propria identità al di fuori dei disciplinari Castelli Romani e Colli Lanuvini.

I vini subiscono il medesimo processo di sviluppo, con tempistiche diverse a seconda del vitigno: chiarifica del mosto a 6° per esaltare i caratteri di finezza ed eleganza, fermentazione in acciaio, e successivo passaggio prima in botti da 20 ettolitri, poi in vasche di cemento; affinamento in bottiglia.

La più recente novità aziendale è stata l’apertura – in piena epidemia Covid – del ristorante, con lo scopo di valorizzare i prodotti, in abbinamento a una cucina regionale rivisitata. Un’ampia sala, minimal negli arredi, accogliente e luminosa grazie all’effetto serra delle grandi vetrate affacciate sulle vigne e sul terrazzo, teatro in estate di eventi serali a sfondo musicale. Si scorgono in lontananza, a circa venti chilometri, il mare e le Isole Pontine, tutte ben distinguibili, tranne Ventotene, coperta dal promontorio del Circeo.

Abbiamo avuto l’occasione di degustare le proposte del ristorante, in abbinamento ad una piccola selezione vini. In cucina lo chef Simone Marotti prepara piatti stagionali e ci spiega che il menù, basato su materie prime a chilometro zero, cambia quasi mensilmente. Oltre al vino, anche olio, pane e pasta, così come molte erbe aromatiche e ortaggi provenienti dagli orti sempre di proprietà.

Il coregone del lago di Nemi diventa antipasto sfizioso nella sfera con salvia fritta, mostarda di vino e frutti rossi mentre le puntarelle alla romana accompagnano il carpaccio di manzo marinato al ginepro, con scaglie di pecorino romano DOP.

Tra i primi risaltano gli spaghettoni con carciofi alle tre consistenze, menta e pecorino romano DOP, gli gnocchi di zucca alla romana su pecorino romano DOP e granella di nocciole tostate, le mezzemaniche al ragù di pesce di lago con olive e capperi, ma non deludono i grandi classici della cucina romana, come la pasta alla carbonara.

Il filetto di coregone ritorna tra i secondi in una versione rivisitata del saltimbocca alla romana, qui servito con prosciutto crudo di Bassiano e gel di melograno; mentre la guancia brasata al Faiola rosso è di bufala della pianura pontina, per ottenere una consistenza più morbida e delicata.

In abbinamento abbiamo degustato tre etichette: Colle dei Marmi IGP Lazio Fiano 2022, che esce a due anni dalla vendemmia e profuma di caramella d’orzo e miele d’acacia, buccia di mandarino ed erbe aromatiche, il sorso, tondo e avvolgente ma al contempo agile, fa a braccetto con il pesce. La Faiola IGP Lazio bianco 2022, blend di bombino, grechetto e verdicchio, è pungente nel naso di mela golden e zest di limone, spruzzati di pepe bianco e cardamomo, fresco e sapido in bocca è il compagno ideale della crocchetta di maiale nero sfilacciato.

Infine Tre Armi IGP Lazio Rosso 2023, unione tra Cabernet Sauvignon e Cesanese, ricorda il cassis e l’eucalipto, con radice di liquirizia e foglia fresca di tabacco; in bocca il sorso ancora teso, di beva piacevole e tannino finissimo, incontra bene la guancia di bufala.

Piccola curiosità finale: tutte le etichette dei vini sono la riproduzione di disegni presentati nel 1977 all’esame di maturità artistica dalla moglie di Cataldo.

AZIENDA AGRICOLA LE ROSE

Via Ponte Tre Armi, 25

00045 Genzano di Roma (RM)