A Battipaglia la vita rurale della Piana del Sele nella galleria di immagini del ristorante gourmet Cinque Foglie e nella nuova cantina

Oltre un anno di lavori incessanti per la famiglia Adinolfi, imprenditori salernitani attivi nel settore della quarta gamma e dell’hospitality di qualità. Il sogno di Giovanni, realizzare un qualcosa di unico nel territorio di Battipaglia, si è realizzato con la presentazione della galleria permanente di immagini storiche della Piana del Sele e della nuova cantina vini del gourmet Cinque Foglie, uno dei punti gastronomici in capo all’Hotel Commercio assieme al lounge Linfa e al ristorante Le Radici.

La nuova cantina vini

Un autentico tempio del vino, per tutti gli appassionati che desiderano condividere la gioia dell’apertura di una bottiglia di prestigio o per un brindisi da aperitivo prima di accomodarsi nell’elegante sala fine dining e continuare al tavolo con le portate di chef Roberto Allocca. Quasi 1500 referenze con alcune storiche verticali accompagnate dal racconto negli abbinamenti del direttore ed f & b manager Ivan Mendana Fernandez.

Il progetto Cinque Foglie

Dall’ingresso, attraverso una mostra permanente di scatti fotografici del territorio, all’experience dell’ala degustazione riservata ai clienti del Cinque Foglie, parte la narrazione del primo e unico ristorante gourmet a Battipaglia ad aver ricevuto la menzione speciale nell’ambita Guida Michelin.

Il progetto si arricchisce di ulteriori elementi, che prendono la forma di racconto multisensoriale destinato non soltanto alla sosta fine dining, ma anche alla conoscenza della cultura storica e della “fatica contadina” di coloro che hanno preservato le tradizioni agricole nella pianura salernitana del fiume Sele.

Il tabacco, settore che rappresenta gli inizi dell’attività familiare, ma anche pomodori, cotone, bufale, risaie e, ovviamente, insalate e prodotti ortofrutticoli, fonti inesauribile di primizie per le popolazioni residenti.

La famiglia Adinolfi

Giovanni Adinolfi e prima di lui il padre Giuseppe e il nonno Antonio sono coltivatori e commercianti nel settore ortofrutticolo sin dal secondo dopoguerra a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Dai 5 ettari iniziali, ricavati dalla cessione terreni a seguito della riforma fondiaria, si è giunti agli attuali 270 ettari di proprietà, che diventano oltre 500 comprendendo quelli dei conferitori dell’agro pianeggiante del Sele, tra Pontecagnano e Paestum.

Un vero e proprio impero agricolo con 320 dipendenti e 24 referenze prodotti, destinate alla grande distribuzione, al consumatore privato e al settore Ho.Re.Ca. tramite legami commerciali radicati in Italia e in tutta Europa.

Ma il sogno di Giovanni, della moglie e dei figli Francesca, Giuseppe ed Ida non poteva fermarsi all’amore per la rucola: dal ricordo degli studi d’infanzia e dalle esperienze giovanili maturate nella gestione di hotel e strutture di prestigio, decise di investire energie e risorse nel recupero dello storico Hotel Commercio a Battipaglia e nella ristorazione di altissima qualità con Le Radici prima e la sala gourmet Experience poi, divenuta Cinque Foglie, due versioni differenti della proposta gastronomica ai clienti dell’hotel e agli ospiti esterni.  

L’incontro con lo chef Roberto Allocca

Alla guida della cucina c’è Roberto Allocca, avellinese d’origine, dal percorso professionale intenso e prestigioso. Dalla scuola dei maestri Enrico Derflingher, Alfonso Iaccarino e Paolo Barrale, dalla conquista della stella Michelin come Executive Chef del Relais Blu alle esperienze al Marennà e all’Hotel Le Agavi, la sua cucina è fatta di rispetto, tecnica e poesia.

Ogni piatto è un racconto sussurrato, un invito alla scoperta lenta, un equilibrio tra emozione e misura. Una proposta elegante e concreta, che muta in funzione della stagionalità degli elementi, basata sulla forza della tradizione, sulle contaminazioni e sull’originalità fuori da schemi e vincoli.

I menù proposti trasformano virtualmente le immagini viste in galleria in contenuti reali di emozioni tutte da assaggiare. Due le degustazioni tra le incursioni mediterranee nel “Nostos” a mano libera – 8 soste ad € 110,00 e la visione pionieristica di eccellenti produttori di primizie di quarta gamma ne “L’Orto di Francesca” – 6 soste ad euro 90,00. Per chi desidera “contaminare” le varie tappe la possibilità di optare per la carta e comporre a propria scelta il percorso.

Sannio Top Wines: eccellenze e visione comune

Il Museo del Sannio ha ospitato una nuova edizione di Sannio Top Wines, l’appuntamento che celebra le cantine del territorio distintesi nelle guide italiane e nei concorsi nazionali e internazionali. Un evento che ha acceso i riflettori su 34 aziende simbolo della crescita qualitativa del comparto vitivinicolo sannita.

Promossa dal Sannio Consorzio Tutela Vini insieme alla Provincia di Benevento, Sannio Europa, alla Rete Museale provinciale e a Coldiretti Benevento, la manifestazione ha messo in evidenza un territorio che continua a consolidare la propria reputazione grazie a impegno, professionalità e costante ricerca della qualità.

Coesione e progettualità

Particolarmente sentito l’intervento del presidente del Consorzio, Carmine Coletta, visibilmente emozionato, che ha richiamato con forza il valore della coesione e del gioco di squadra come chiave per affrontare le sfide future. Un messaggio chiaro: solo lavorando insieme il Sannio potrà rafforzare ulteriormente la propria presenza sui mercati.

L’assessore regionale all’Agricoltura Maria Carmela Serluca ha invece indicato nella

progettualità la parola dordine, sottolineando la necessità di pianificare con visione strategica e di essere pronti a cogliere le opportunità, a livello nazionale e internazionale, per sostenere il vino campano.

Un percorso lungo sessant’anni

A margine dell’evento, l’intervento dell’onorevole Roberto Costanzo ha offerto una riflessione di ampio respiro storico. È stato ricordato come questa giornata rappresenti un passaggio fondamentale per il Sannio, frutto di oltre sessantanni di lavoro iniziati nel 1960, quando la DOC del Sannio fu la prima a essere riconosciuta.

Un percorso costruito nel tempo, fatto di investimenti, sacrifici e comunicazione, che oggi consente di raccogliere risultati concreti in termini di reputazione e riconoscimenti.

L’invito finale è stato quello di essere orgogliosi del cammino compiuto e di continuare a lavorare uniti, come Sannio e come Irpinia, per rafforzare la presenza del territorio nel panorama enologico nazionale e internazionale, con un incoraggiamento sentito rivolto a tutte le cantine protagoniste di questa crescita.

Campania, dalla Valle Caudina il “33 33 33” di Vallisassoli

La Valle Caudina è una fertile conca in Campania, costituente un vero e proprio territorio cerniera tra le province di Benevento e Avellino, famosa tanto per la storia sannitica che romana, ricca di borghi medievali e aree naturalistiche, come ad esempio quelle dei monti del Taburno e del Partenio. L’epica battaglia delle Forche Caudine, il Medioevo, la fase gotica e bizantina, oltre al periodo del ducato longobardo di Benevento, vedono nell’antica Via Appia, che la attraversa, una congiungente tra il passato e il presente.

Tra i borghi più significativi e caratteristici di questa terra, San Martino Valle Caudina è uno di quelli che meglio conserva il fascino di altri tempi. Con poco meno di 4800 abitanti, il comune è situato ai piedi del monte Pizzone e del monte Teano, con un’altimetria variabile dai 200 ai 1525 metri sul livello del mare, circondato da terre fertili, boschi di castagno e faggi.

A San Martino Valle Caudina, il cui riferimento al santo viene fatto risalire al IX secolo, si respira ancora l’aria di un passato illustre, caratterizzato dalle attività di famiglie come i Della Leonessa, Pignatelli, Del Balzo e Imbriani, giusto per citarne alcune, e dalla presenza di luoghi di grande interesse, sia religioso che laico:  la Chiesa di San Giovanni Battista, dove sono custodite le reliquie dei Santi Palerio ed Equizio, il Convento e Chiesa di Santa Caterina, risalente al 1408, il Palazzo Ducale del XVII secolo, il Palazzo Cenci Bolognetti e Casa Giulia, dimora di Matteo Renato Imbriani, sono solo alcuni esempi, unitamente alle bellezze architettoniche, come l’Obelisco di piazza Santa Maria, la Galleria Civica di Arte Contemporanea, ospitata nel palazzo municipale,e la Fontana del Salvatore.

Particolarmente rilevante il Castello Pignatelli Della Leonessa: di origine medievale, con un impianto normanno, per quanto si presumano origini altomedievali, domina dalle alture il centro storico della cittadina; il maniero è stato molto modificato ed arricchito nella sua struttura, durante il XVII e il XVIII secolo, e nel salone, affrescato con le gesta della famiglia della Leonessa, è conservato il mobilio d’epoca.

San Martino Valle Caudina è stato inserito nel Sentiero Italia, inoltre è possibile compiere il percorso lungo il fiume Caudino e visitare la località Mafariello, nota per la fonte di acqua oligominerale e un’ampia area adibita per pic nic molto frequentata dai turisti.

Il “33 33 33” IGT Bianco Campania Vallisassoli di Paolo Clemente nasce in questa bellissima terra, è un vino biologico, certificato anche Demeter dal 2018 e, sia grazie al nome che all’etichetta, quanto all’attenzione produttiva, costituisce un esempio di numerologia: la veste della bottiglia è infatti ha origine da una ricerca storica del sito dove si trova la vigna, grazie anche al contributo di Giovanni Pignatelli  Della Leonessa, duca di San Martino Valle Caudina, mettendo a disposizione dello studio di Paolo Clemente un libro antico denominato Platea, una forma di catasto di beni  appartenenti al clero e alla nobiltà durante il periodo borbonico. È proprio da questo libro che spunta una mappa del 1714, disegnata a mano da un tecnico napoletano, ritraente la zona della Varrettella e che, dopo un’attenta elaborazione grafica e grazie alla volontà di rappresentare il territorio, è diventata l’etichetta del 33 33 33.

Una numerologia fluida che si configura nella precisione topografica dell’epoca e del suo studio, nel calendario astronomico e nell’avvicendamento delle stagioni, nella scelta paritaria delle uve, oggetto vivo di una vinificazione che avviene nella maniera meno invasiva possibile, ma senza lasciare nulla al caso; inoltre, il 33 33 33 richiama evidentemente una scena del film Non ci resta che piangere con Massimo Troisi e Roberto Benigni.

Partito come autodidatta, Paolo Clemente, la cui attività di vignaiolo ha avuto inizio nel 2011, si è cimentato nell’apprendimento delle tecniche della potatura presso la scuola Simonit & Sirch, frequentando l’associazione biodinamica Campana per apprendere i principi di questo modus operandi al fine di creare un vero e proprio Organismo Agricolo, per migliorare la terra e le uve che coltiva amorevolmente. Oggi Paolo è impegnato altresì nella cura e nel ripristino della vigna all’interno dell’orto-giardino del castello longobardo della famiglia Pignatelli Della Leonessa, in cui spicca anche un particolare biotipo di Aglianico, localmente detto Mangiaguerra.

La vigna che dà vita al 33 33 33, di circa un ettaro complessivo e ubicata in località Varrettella, è posta ad un’altitudine media di 300 metri dal livello del mare e i vitigni di Coda di Volpe, Fiano e Greco, dell’età media di 40 anni vedono una cospicua densità di impianto grazie alla starseta a quattro uscite; le viti vengono allevate con il metodo della vecchia pergola avellinese e affondano le loro radici in terreni argillosi con impasto calcareo sedimentario, piuttosto compatti, ricchi di minerali e buona presenza di fossili marini risalenti almeno al Pleistocene.

La vendemmia, per l’annata 2022, è avvenuta intorno al 20 settembre, portando i grappoli in pressa, senza diraspatura, per consentire un miglior drenaggio. Mosto in serbatoio inox con lieve macerazione entro le 24 ore e fermentazione spontanea senza lieviti aggiunti, per una durata complessiva tra i 15 ed i 20 giorni senza bucce. Dopo la malolattica, una parte del vino è stata travasata, sempre in acciaio, dal contenitore più grande a uno più piccolo, mentre un’altra quota è stata trasferita in contenitori di cemento sulle fecce fini. Il 33 33 33 è stato imbottigliato dopo due anni, per poi affinare in bottiglia fino all’ottobre 2025 prima di uscire in commercio con un numero complessivo di circa 2000 esemplari. 

Paolo, persona estremamente competente per quanto modesta e ospitale, ha offerto un’ampia panoramica sulla sua cantina e sulla sua personale evoluzione come produttore e vigneron, coadiuvato da Maurizio De Simone, attestandosi oggi tra i principali attori della filosofia steineriana in Campania. Gli assaggi di diverse annate del suo vino, nessuna uguale all’altra, dimostrano una capacità di interpretare la vendemmia con sincerità e competenza.

Il 33 33 33 Campania Bianco Igt del 2022 dell’azienda agricola Vallisassoli, ottenuto da Coda di Volpe, per la struttura, dal Fiano per il bouquet odoroso e l’armonia, e dal Greco per l’acidità e la sapidità, indossa una veste dorata vivida, lucente ed elegante, con ragguardevole consistenza. In apertura il naso è pervaso da una brezza di iodio marino e dagli umori dell’ostrica Tsarskaya, inclusa la sua distintiva nota di nocciola, poi nespola, pesca sciroppata, camomilla essiccata, cera d’api e tabacco biondo. Al morso, più che al sorso, tanto voluminosa è la beva, una lieve astringenza stimola subito il palato, presto inondato dalla succulenza sprigionata da una briosa freschezza e da una sapidità che verge all’umami.

Questo vino, materico e avvolgente grazie alla voluminosità del sorso e per la verticalità conferita dall’acidità, restituisce alla via retronasale le note fruttate e il tabacco, ove però la nespola diventa tamarindo, vi si aggiungono sottili note di tè verde, e la cera d’api volge in miele di corbezzolo, per una chiusura finemente amaricante, decisiva ed elegante. Per la sua ricchezza in umami e la buona acidità, oltre che per una buona persistenza aromatica intensa, il 33 33 33 di Paolo Clemente si abbina perfettamente alle cannazze alla genovese, soprattutto per la sua sapidità in contrapposizione con la tendenza dolce della cipolla ramata di Montoro, che finisce con l’appassire ancor più, oltre che per la lunga cottura, per il suadente abbraccio con questo piacevolissimo vino. La pienezza e la godibilità di questo armonico abbinamento non distraggono dal chiedersi come evolverà nei prossimi cinque anni.

30 anni di Villa Raiano “serviti” da 20 vini iconici e 10 piatti della tradizione

Abbiamo già avuto modo di visitare Villa Raiano in più occasioni, durante un press tour organizzato dall’agenzia Miriade & Partners ed in un momento di celebrazione delle vecchie pergole avellinesi, le cosidette “starsete”, patrimonio d’Irpinia sempre più a rischio scomparsa.

Una storia, quella della famiglia Basso, che nasce dall’amore per l’agricoltura e per l’olio d’oliva, anche se i ricordi degli studi di Sabino Basso tra i banchi dell’Istituto Agrario Francesco De Sanctis di Avellino e l’incontro con il professor Luigi Moio han piano piano fatto maturare il sogno della cantina vini.

«Dopo 30 anni di attività nel campo enologico posso dire di essere conosciuto più per le quasi 300 mila bottiglie di vino che per le oltre 70 milioni di quelle di olio prodotte ogni anno» afferma, ancora incredulo, Sabino.

Per tutti Villa Raiano era l’Aglianico, quello straordinario di Castelfranci con i vecchi impianti di mezzo secolo d’età coltivati a raggiera. Poi il cambio di rotta verso la prima decade del nuovo millennio, l’arrivo del giovane enologo Fortunato Sebastiano e l’idea di creare veri e propri cru di Fiano e Greco da valorizzare in etichette storiche come “Bosco Satrano”, “22” e “Contrada Marotta”.

Le nuove leve generazionali entrate in azienda e la visione contemporanea in un contesto economico di particolare delicatezza, con i consumi in calo che però non hanno intaccato le vendite di chi, come Villa Raiano, ha sempre puntato sulla qualità. Così la Falanghina, l’entry level che portava risorse da investire nelle selezioni superiori, venne affiancata e infine superata nelle scelte di mercato dai degni rappresentanti delle tre Docg irpine.

Proprio nel momento di massimo splendore l’ennesimo cambio di passo, con l’addio al Fiano di Avellino “22” e al “Bosco Satrano”, le cui uve confluiscono adesso pienamente nel Fiano di Avellino versione base, mentre resta immutato il Fiano di Avellino “Alimata”. Quasi il commiato stesso all’idea di lieu dit verso il più ampio concetto borgognone di climat e di rappresentazione reale di una delle varietà a bacca bianca straordinaria per spettro aromatico e capacità evolutive.

«In tante zone d’Italia si cerca di lavorare in purezza, come fosse una sorta di Santo Graal – afferma Fortunato Sebastiano – Eppure pochi vitigni sanno giocare davvero da soli come il Fiano, in qualche modo performante e identitario in tutte le annate, anche quelle difficili». Una scommessa vinta, quando pochi conoscevano nel passato le differenze d’espressione organolettica tra zona e zona.

Villa Raiano è diventata, all’alba delle 30 candeline, un tempio del vino anche grazie alle visioni architettoniche del compianto Raffaele Vitale, che immaginava persino una sala ristorante in uno degli spazi della bottaia, con momenti emozionanti per degustare la cucina territoriale e le varie etichette in carta.

Dopo la scomparsa le redini sono passate in mano al suo allievo Claudio Marcelo Ruiz che si occupa degli eventi in cantina e delle serate di gioia come queste, organizzate per stampa, operatori del settore e amici. Lo chef ha messo le mani simbolicamente sui 10 piatti di pasta simbolo della Campania, tra frittatine varie, spaghetti alla colatura d’alici, linguine alla Nerano e bucatini con ragù e cotenna.

Tra le vecchie vintage, fuori dagli schemi per rara bellezza il “22” Fiano di Avellino 2010, tropicale, mediterraneo e dall’esuberante allungo iodato e il Fiano di Avellino “Bosco Satrano” 2018 agrumato e teso come il vento di mare. Tra i rossi, irragiungibile l’energia vibrante del Taurasi 2016 ricco di essenze boschive, dal tannino palpabile, saporito e perfettamente integrato.

“Bisogna comunicare l’Irpinia” conclude Sabino Basso. Noi ci proviamo da sempre, evidenziando però, ancora una volta, che un treno è fatto di vagoni e di locomotive trainanti. Mentre i primi sono numerosi e ben distinti, manca ancora un forte cavallo a vapore che possa trascinare il territorio e i suoi produttori ai vertici ambiti da tempo. A chi dunque l’arduo compito?

Alcamo Wine Fest 2025: tra storia, territorio e vini d’eccellenza

14-15 dicembre 2025 – Alcamo (TP)

Pochi giorni fa la cucina italiana è stata ufficialmente inserita nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. Quando Gambero Rosso mi ha proposto di partecipare ad Alcamo Wine Fest, dopo la precedente Alcamo Wine Fest, che sia un Catarratto per tutti, non poteva esserci modo migliore per celebrare questo traguardo se non nella Trinacria, terra di cucina, dolci e vini eccellenti.

Il viaggio inizia al Resort La Battigia, un elegante hotel affacciato sul mare e vicino al cuore di Alcamo. Un perfetto punto di partenza per immergersi nei segreti enologici e culturali di questa affascinante area siciliana.

Alcamo DOC: il bianco storico che guarda al futuro

Alcamo DOC, una delle prime denominazioni siciliane istituite nel 1972, racconta una storia silenziosa ma intensa. Il vitigno simbolo è il Catarratto, soprattutto nella sua variante Lucido, espressione pura di freschezza, sapidità e precisione aromatica.

Le colline ventilate tra Trapani e Palermo, i suoli calcareo-marnosi e le escursioni termiche permettono di preservare acidità e fragranza, caratteristiche che fanno dei bianchi di Alcamo vini identitari e longevi. Solo negli anni ’90 il disciplinare si amplia includendo rosati e rossi, segnando l’evoluzione produttiva della denominazione.

L’Alcamo Wine Fest: tra istituzioni e storie di territorio

Il festival, ospitato al Castello dei Conti di Modica, è organizzato dal Comune di Alcamo, dall’Enoteca Regionale Sicilia Occidentale e dal Consorzio Alcamo DOC, con la collaborazione di Gambero Rosso.

Tra gli ospiti, il Sindaco Domenico Surdi, Nino Aiello e Gianni Fabrizio del Gambero Rosso, e Maria Possente, Presidente dell’Enoteca Regionale Sicilia Occidentale.

Il Sindaco Surdi ha sottolineato l’importanza di una comunicazione strutturata e credibile del territorio, mentre Gianni Fabrizio ha evidenziato il valore identitario dei vitigni autoctoni, invitando a evitare mode effimere come vini aranciati o eccessivamente macerati, e puntare invece sulla loro autenticità e vocazione naturale.

Nino Aiello ha ricostruito il contesto storico dell’Alcamo post-bellico, tra fame, riforma agraria del 1950 e nascita delle cantine sociali. Un territorio ricco di potenzialità enologiche, come il Catarratto, che ora trova finalmente voce grazie a un nuovo approccio produttivo e alla crescente professionalità dei vignaioli locali.

I Bagli di Alcamo: memoria e vita rurale

Prima di entrare nelle cantine, vale la pena soffermarsi sui bagli, le tipiche costruzioni rurali siciliane che per secoli hanno scandito il tempo agricolo e sociale.

Con la loro corte interna, i magazzini, i palmenti e gli alloggi per i lavoranti, i bagli rappresentano un microcosmo autosufficiente, dove il vino non era solo economia, ma identità e appartenenza. Tra Ottocento e primo Novecento, Alcamo diventa uno dei poli più importanti della viticoltura siciliana, grazie anche ai traffici commerciali con l’Inghilterra.

Oggi molti bagli sono silenziosi, altri rivivono grazie a progetti di recupero e a nuove generazioni di vignaioli, che ne fanno spazi di racconto, memoria e innovazione.

È con questo spirito che prende forma il mio viaggio tra i Bagli di Alcamo.

Il Baglio Florio

Baglio Florio – Famiglia Adamo

Tra le colline tra Alcamo e Calatafimi, il Baglio Florio, costruito nel 1875 dai Florio, conserva il fascino del passato industriale del vino siciliano. Oggi Vincenzo Adamo e sua moglie Liliana hanno avviato un paziente recupero, trasformando il baglio in punto di incontro tra storia e degustazione.
I vini colpiscono per ricchezza ed eleganza, capaci di raccontare il territorio con naturalezza. La cucina tradizionale di Liliana, autentica e generosa, accompagna i vini con piatti che sono veri e propri momenti di piacere gastronomico.

Baglio Domenico Lombardo

Una storia di ritorno e fedeltà alla terra. La cantina punta sul Catarratto, coltivato in vigneti storici tra 300 e 500 metri di altitudine. Le vinificazioni sono essenziali, guidate dal tempo e dalla materia prima, con vini freschi, strutturati e territoriali, autentici interpreti dell’Alcamo agricola.

Baglio Ceuso Tonnino

Antonio Tonnino ha sapientemente ristrutturato il baglio, con dettagli classici e moderni che riflettono il suo estro. I vini degustati dimostrano precisione, freschezza e territorialità, con etichette come:

Pizzo di Gallo Pinot Grigio Ramato 2024

Colore ramato tenue. Profilo olfattivo intenso e ben definito, con marcate note di frutto della passione, litchi, melone bianco e sfumature di frutta tropicale. Al palato è secco, con una buona corrispondenza gusto-olfattiva; la sapidità è misurata e accompagnata da una componente minerale evidente. La progressione è lineare, con un finale asciutto e decisamente sapido. L’impiego dell’atomizzatore a fine luglio ha favorito il mantenimento dell’integrità aromatica e della freschezza.

Terre di Mariù Selezione di Grillo 2024

All’esame olfattivo mostra una buona intensità aromatica, con profumi varietali ben espressi. L’attacco in bocca è equilibrato, sostenuto da una freschezza efficace e da una sapidità ben integrata. La chiusura è netta, con una marcata impronta salina e note salmastre persistenti, che conferiscono carattere e territorialità al vino.

CEUSO Rosso 1998

Vino in eccellente stato evolutivo. Al naso esprime complessità e profondità, con sentori di frutto maturo, corteccia, radici e lievi note vegetali riconducibili alla presenza del Cabernet. Il sorso è strutturato e potente, ma al tempo stesso equilibrato, con una freschezza ancora ben presente che sostiene la trama tannica. Finale lungo e coerente. Un rosso di impostazione “Super Tuscan”, interpretato con personalità e precisione.

CEUSO Rosso 2020

Profilo olfattivo complesso e stratificato, caratterizzato da note speziate, balsamiche ed erbacee. Evidenti i richiami al pepe nero e al caffè. Al palato mostra una freschezza ben calibrata e una buona struttura; il Nero d’Avola emerge come vitigno dominante rispetto agli altri uvaggi, conferendo identità, tensione e profondità al vino.

CEUSO Bianco 2023

Blend composto da 60% Catarratto, con Grillo e Grecanico. Al naso si presenta pulito ed elegante, con note di frutta a polpa gialla matura. La freschezza è presente ma non verticale, risultando ben integrata nella struttura del vino. In bocca è avvolgente e sinuoso, con una tessitura morbida e una progressione equilibrata.

Mediterraneo Chenin Blanc 2024

Al naso emergono profumi di fiori bianchi ed erbe aromatiche. Il sorso è fresco e scorrevole, con una sapidità misurata che si manifesta soprattutto in fase finale. Coerente la corrispondenza gusto-olfattiva, con ritorni di erbe aromatiche e frutta gialla. Finale pulito e ben definito.

Alcamo e il Monte Bonifato

La mattina successiva si apre con una splendida colazione all’Hotel Resort La Battigia, seguita da una passeggiata nel cuore di Alcamo, accompagnati dalla guida Rimi Maria, Istruttore Culturale, che ci conduce alla scoperta delle bellezze storiche e artistiche della cittadina. Il viaggio prosegue tra i vigneti del Monte Bonifato e della contrada San Nicola, con visite guidate alle aziende vitivinicole locali: Maria Possente della Cantina Possente Wines, Gabriele Vallone della Cantina Tenute Valso e Guido Grillo, enologo della Cantina Elios, offrendo uno sguardo approfondito sulla produzione e sulle peculiarità dei vini alcamese.

Possente Wines è una cantina che parla il linguaggio dell’energia e della determinazione, già nel nome. Qui il vino nasce da una visione chiara: valorizzare il territorio attraverso scelte precise, senza compromessi, dove tecnica e sensibilità convivono. I vini si distinguono per carattere e identità, esprimendo forza ma anche equilibrio, materia e tensione. Ogni bottiglia racconta un percorso fatto di lavoro in vigna, rispetto per l’uva e volontà di imprimere uno stile riconoscibile, capace di lasciare il segno, proprio come suggerisce il nome Possente.

Tenute Valso è una cantina che nasce da un legame profondo con la terra e da una visione contemporanea del vino. Qui la vigna è il punto di partenza di tutto: curata con attenzione quotidiana, ascoltata stagione dopo stagione, per dare vita a vini che puntano sulla finezza più che sull’eccesso. Le etichette di Tenute Valso raccontano un territorio attraverso equilibrio, pulizia espressiva e coerenza stilistica, con vini che si distinguono per eleganza e bevibilità, capaci di unire identità e modernità senza perdere autenticità.

Cantina Elios è luce che diventa vino, proprio come suggerisce il suo nome. Qui il sole di Sicilia non è solo clima, ma energia vitale che accompagna la vite fino alla bottiglia. Elios racconta Alcamo con uno stile essenziale e identitario, fatto di rispetto per i vitigni autoctoni e di una visione pulita, a basso intervento, mai forzata. I vini esprimono freschezza, equilibrio e una sincerità rara, capaci di restituire nel calice l’anima di un territorio che oggi sa parlare con voce chiara e consapevole.

Giunto alla Cantina Aldo Viola, mi ritrovo immerso in un luogo che sembra sospeso tra passato e presente, dove gli elementi della tradizione convivono armoniosamente con una visione contemporanea. I colori caldi degli ambienti, le superfici vissute, gli oggetti che raccontano storie, restituiscono immediatamente una sensazione di accoglienza autentica, quasi domestica.

Aldo Viola è una forza della natura: un uomo che non si limita a fare vino, ma lo vive, lo respira, lo incarna. La passione che trasmette è palpabile, viscerale, e rende chiaro fin da subito che per lui questo non è un lavoro, ma una dichiarazione d’amore quotidiana verso la terra e l’uva. La degustazione diventa così un’estensione del suo racconto personale: vini che entusiasmano per complessità, profondità ed energia, capaci di sorprendere sorso dopo sorso, e che parlano senza filtri di un territorio interpretato con coraggio, libertà e assoluta sincerità.

Ogni vino di Aldo Viola racconta un pezzo di territorio, una stagione, una scelta di lavoro e filosofia. La degustazione diventa così un viaggio tra storia, tradizione e modernità, dove la complessità dei vini si intreccia con la sincerità del territorio alcamese e con l’energia della passione di Aldo Viola.

Alcamo Wine Fest si è concluso con un’intensa sessione di degustazione dei vini di Alcamo e delle eccellenze siciliane della Guida Tre Bicchieri del Gambero Rosso, accompagnata dai piatti di APÌ Catering:

  • Vellutata di zucca, noci miste con caprino e olio al rosmarino.
  • Tortello di finto ragù vegetale con fonduta di pecorino.
  • Pancia di maiale con pesto di cavolo nero e riduzione al Marsala.

Un momento che ha unito territorio, storia e qualità enologica, offrendo a produttori e appassionati la possibilità di confrontarsi con la ricchezza e la diversità dei vini siciliani.

L’Alcamo Wine Fest 2025 conferma che la denominazione Alcamo DOC sta vivendo una vera rinascita: una terra ricca di storia, bagli antichi e vitigni autoctoni che ora trovano voce grazie a cantine coraggiose e a produttori appassionati. Un’esperienza che unisce cultura, enologia e gastronomia, dove il passato dialoga con il presente e ogni calice racconta un pezzo di Sicilia da scoprire e celebrare.

Concludo con un sentito ringraziamento a Giuseppe Buonocore, responsabile commerciale per il Sud Italia e il Triveneto del Gambero Rosso, per la sua straordinaria professionalità, la naturale empatia e l’eccellente capacità organizzativa dimostrate in ogni fase dell’evento.

Il viaggio in Irpinia secondo Paul Balke

Oggettivamente L’Irpinia non è quella di chi pratica l’arte delle passerelle con il sorriso a comando, fatto di plastica e botulino e che ha confuso la quintessenza del vino con il volto del loro unico Dio: il denaro, le nomine politiche e altre cose parallele per i riflettori e la notorietà.

C’è un’Irpinia, invece, il cui cuore batte più forte e il verde brilla ancor più: è quello che ha dato vita alla Valle dei Mulini, è l’area avellinese dei fiumi gemellari, Il Sabato e il Calore, nati sulle alture di Montella che si salutano virtualmente per ritrovarsi nel Sannio. Il lungo respiro delle foreste e dei boschi incontaminati, delle fonti idriche cospicue che scendono sino alle Puglie, la volta stellata che di notte riluce come al tempo degli Antichi Miti.

È l’Irpinia più autentica, quella delle piccole cantine che narrano sé stesse senza ostentazioni su un territorio diffuso, fiere di aprirsi al cittadino temporaneo per condurlo verso i propri borghi colmando il calice con il proprio vino, esortando persino l’assaggio dei prodotti delle altre aziende agricole, quelle del comprensorio, come nei più genuini rapporti di buon vicinato.

Questa è l’Irpinia di chi sa guardare oltre il calice e ciò che gli fa più comodo; è l’Irpinia come è sempre stata e come spesso non appare agli occhi di chi la vive e la abita da autoctono, forse perché assuefatto da una bellezza che non appare mai scontata all’animo delle persone sensibili. Una bellezza che autenticamente si rispecchia nel paesaggio e nell’umanità di chi lavora la terra per davvero e la cui ospitalità non è né ostentata né scontata.

È piuttosto facile vedere oggigiorno questo esteso distretto vitivinicolo come uno tra i più grandi laboratori a cielo aperto dell’eccellenza enologica italiana, è evidente come lo è l’indiscussa qualità dei vini che riesce ad esprimere: il punto però non è il valore enologico, né la capacità di sfidare il clima, grazie ad eccezionali fattori pedoclimatici, o la possibilità di ambire a un mercato più ampio, sia a livello nazionale che internazionale: il fattore determinante che fa fatica ad affiorare è “l’identità irpina”, sin troppe volte maldestramente ed egoisticamente celebrata a porte chiuse con una comunicazione e una visibilità non sempre accessibile ai più.

Certo è che l’Irpinia sta vivendo da circa un decennio un periodo di profondo mutamento trasformazione: oltre alle vendemmie anticipate e all’aumento dei costi in salita, comincia a scarseggiare la manodopera e non ci sarebbe neanche troppo da meravigliarsi visto che il rischio di spopolamento è stato annunciato da un pezzo, le nascite sono in calo e i giovani in fuga.

Eppure, tutta la provincia di Avellino ha una fortissima vocazione all’enoturismo, anzi al turismo intermodale poiché in quest’area meravigliosa della Campania si concentrano natura, storia, archeologia e percorsi religiosi che rendono necessari nuovi modelli di accoglienza e indispensabile quell’identità che, per quanto pur certo esiste, deve potersi imporre agli occhi dei tour operator e dei visitatori desiderosi di fare esperienze vere e a misura d’uomo, dall’Italia e dal mondo.

E dal mondo Paul Balke ha saputo portare in Irpinia occhi e volti nuovi: grazie alla sinergia tra sindaci, associazioni e realtà produttive, durante un’international press tour di ampio respiro e fuori dagli schemi, si è potuto vedere il coinvolgimento di giornalisti ed enogastronomi provenienti da diversi Paesi, per la prima volta in visita nella Verde terra. I testimoni dello straordinario potenziale e di un’identità autentica, incastonata tra le montagne, che mai avrebbero potuto immaginare se non fossero venuti qui apposta.

Giornalista, scrittore e sommelier olandese, noto per i suoi libri e la sua profonda passione e conoscenza del vino italiano, specializzato in regioni come Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Campania e Puglia, oltre che per aver creato signature wines capaci di unire diverse realtà vinicole europee, con un focus culturale e innovativo, Paul Balke, da sensibile pianista, ha saputo mostrare una programmazione molto articolata.

L’Irpinia più autentica dinanzi a un pubblico internazionale, fatto di esperti comunicatori e specialisti del vino, arrivando persino a confrontare il Taurasi con il Barolo: non lo ha fatto soltanto dal punto di vista espressivo ed evolutivo, come Arturo Marescalchi fece, ma addirittura da una prospettiva antropologica tra due borghi, quello avellinese e quello piemontese, fatto ugualmente di genti di montagna, funestati da una simil povertà, ma con la creazione di un futuro diverso, proprio grazie al vino.

Un futuro diverso grazie al vino che però in Irpinia fa fatica a decollare, come diversamente accaduto nelle Langhe, e che non vede ancora il Taurasi assurgere al suo totale riconoscimento, per quanto iconico almeno tanto quanto al Barolo e al Brunello. Eppure, Beppe Fenoglio con i suoi racconti di miseria in “La malora” e il culmine della tragedia irpina col terremoto del 23 novembre 1980 dovrebbero essere il metronomo di una povertà che non si è arresa a sé stessa, ma che ha generato voglia di riscatto e di ricostruzione che ha portato a un cambio paradigmatico dei due territori, da infelice a rinomato.

E perché i vini irpini, come il Taurasi ad esempio, per quanto di altissimo profilo qualitativo fanno fatica ad affermarsi come il re dei rossi piemontesi? Certo, servono strade e collegamenti funzionali e ben manutenuti, collegamenti e segnaletica efficienti, trasporti pubblici e una politica degna di questo nome e che abbia finalmente voglia di fare. Ma, stando alle considerazioni di cui sopra, ci vorrebbe meno egoismo e manie di grandezza proprio da parte di chi dovrebbe prodigarsi per l’evoluzione di questo fantastico distretto vitivinicolo e garantire crescita e prestigio per tutti.

Per fortuna il mondo del vino è fatto da chi vede le cose con oggettività e una sensibilità diversa, rispetto al territorio, al vino così come dovrebbe essere, guardando con attenzione e riguardo alle persone che si prendono cura del vigneto, e quindi del paesaggio irpino, ben oltre il loro ruolo di produttori e attori economici di una delle più importanti filiere vitivinicole del Sud Italia.

Durante una serie di giornate davvero intense e ricche di visite ai borghi, a produttori, ristoratori e cantine, giornalisti come Annie B. Shapero e Eric Lyman, fra i tanti altri, sono stati accolti in terra irpina e coinvolti in un programma di rivalutazione territoriale sotto la guida attenta di Paul Balke.

Il progetto, dal titolo “Radici e Riti – Il Viaggio dei Borghi Irpini”, è stato realizzato grazie al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione della Regione Campania e grazie alla lungimiranza di Cassano Irpino, comune capofila, Castelfranci, Nusco, Rocca San Felice, Sant’Angelo dei Lombardi e Torella dei Lombardi.

Il nutrito gruppo di specialisti della comunicazione è stato accolto dalla governance locale presso Il Vecchio Mulino 1834, in quell’oasi naturalistica, boschiva e fluviale, tratteggiata dal fiume Calore, con diverse rappresentanze dei vari municipi tra cui Salvatore Vecchia, sindaco di Cassano Irpino, il quale ha molto tenuto a precisare il ruolo dell’attrattore territoriale e, successivamente, della rete che deve avere capacità di trattenere.

Dopo una relazione sulla storicità dei luoghi e sulla geomorfologia dei suoli, i giornalisti sono stati accolti dai proprietari delle cantine aderenti, entrando nel vivo con una full immersion enologica, internamente dedicata ai loro vini. Precisamente, a dare il benvenuto ai cittadini temporanei con i loro vini, c’erano i produttori di Cantine Gambale, Colle di Castelfranci, Boccella, Cortecorbo, Antonio Molettieri, Regina Collis e Perillo.

L’analisi che ne è venuta fuori è stata non soltanto organolettica ma altresì concettuale: vini di territorio di piccole produzioni, ciascuno con sfumature riconoscibili nel range di filosofia produttiva, ma legati allo stesso tempo da una forte caratterizzazione, senza compromessi, senza banalizzazioni e senza strizzare l’occhio al palato internazionale; ne è venuto fuori il terroir nudo e crudo: vini di stoffa legati da racconti di viaggio e visite sul campo alla gastronomia locale, alla mefite, alle sorgenti di Cassano Irpino, ai castagneti, ai musei contadini e al foliage nei vigneti del comprensorio a incorniciare i piccoli paesini con i loro colori variegati.

Convocati da Paul Balke, gli specialisti della comunicazione hanno potuto respirare il vento montano dell’Irpinia e del suo verde brillante, unitamente al sorriso di tutte le persone incontrate, tra cui Daniele del Polito, al timone del ristorante Il Vecchio Mulino 1834, il quale ha portato a tavola sapori per loro inesplorati: il caciocavallo podolico, i salumi tipici, tra cui la culatta e il capocollo dell’azienda agricola Biancaniello, a Torella dei Lombardi, la polenta fritta con ricotta al tartufo, la sontuosa fesa salmistrata di manzo podolico con nocciole tostate e maionese alla senape, la maccaronara al ragù, la sfrittuliata, fatta con tocchetti di maiale, patate e papaccelle e Il cannolo di ricotta scomposto.

Oltre a questa forma di gastronomia irpina più ricercata, i visitatori internazionale hanno potuto confrontarsi anche con la versione più tradizionale officiata presso l’Agriturismo Montagne Verdi a partire dai ricchissimi antipasti, tra cui il pane casereccio al caciocavallo impiccato, i ravioli ripieni di ricotta mantecati al burro e tartufo di Bagnoli, tutto un seguito di formati di pasta fatta in casa, il baccalà alla pertecaregna con peperone crusco e le ottime carni alla brace a base di manzo, suino e agnello con funghi porcini e di stagione.

Le giornate sono state tutte contraddistinte dalla reale rappresentazione di uno degli spaccati irpini, con il suo epicentro a Castelfranci, più autentici e di impatto tra natura, storicità e gastronomia, con degustazioni mirate di Falanghina, Fiano di Avellino, Aglianico e Taurasi, privi di omologazione e che hanno mostrato il valore del meglio della produzione enologica, oltre alla capacità di fare accoglienza enoturistica, delle Cantine Gambale, di Colle di Castelfranci, di Boccella, delle cantine Cortecorbo, di Antonio Molettieri, dell’azienda agricola Regina Collis e della cantina Perillo.

I press tour internazionali organizzati da Paul Balke hanno avuto dei risultati strepitosi, un grandissimo consenso da parte di tutti gli operatori coinvolti, culminando il 29 novembre scorso alla celebrazione di un evidente successo durante una cena di gala esclusiva presso il Palazzo Marchionale di Taurasi, dove lo storico rosso a denominazione di origine controlla e garantita ha fatto sfoggio di sé in tutte le sue principali interpretazioni e sfumature territoriali.

Paul Balke ha saputo creare una rete fatta anzitutto di persone grazie alla sua sensibilità e alle sue doti umane, svelando il volto reale dell’Irpinia, il suo cuore pulsante, le mani che duramente lavorano per tenere insieme questo territorio straordinario, anche se a volte pieno di contraddizioni, dimostrando che la coerenza, la competenza e il gioco di squadra tra persone che condividono comuni passioni, valori autentici e obiettivi concreti, saranno gli elementi irrinunciabili per l’ennesimo rilancio del Vino Irpino.

Il Chianti Classico di Panzano secondo Tenuta Casenuove

A Panzano in Chianti una storica realtà viticola ha riconquistato giovinezza, si tratta di Tenuta Casenuove, localizzata nella parte nord orientale del comune su suoli di pietraforte e galestro.

Qui nel 2015 Philippe Austruy ha avviato il suo progetto chiantigiano, avvalendosi della collaborazione di Alessandro Fonseca, agronomo, e di Cosimo Casini e Maria Sole Zoli, enologi. Abbiamo recentemente avuto occasione di visitare la tenuta e di fare un consuntivo dei primi anni di attività attraverso le corrispondenti prime dieci annate di Chianti Classico prodotte.

Ad accoglierci sono Alessandro, Cosimo e Maria Sole.

Austruy imprenditore francese nel mondo della sanità e appassionato d’arte, approda al mondo del vino negli anni Novanta del secolo scorso con l’acquisizione di una tenuta in Provenza. E’ poi la volta di Bordeaux e del Portogallo per giungere infine in Italia, dove incontra Alessandro Fonseca e Casenuove.

“Nel 2014 facevano capo alla cantina poco più di 13 ettari di vigne, la maggioranza a sangiovese, il saldo a merlot e cabernet,” ci racconta Alessandro, “lo stato agronomico non era dei migliori. Oggi gli ettari vitati totali sono trenta a conduzione biologica.”

La cantina si trova a quota 440 mt s.l.m. ma la tenuta, di circa 120 ettari – tra boschivo, vigneti e uliveti – si estende tra i 365 e i 500 mt sul livello del mare. Quattro le etichette prodotte: IGT Toscana, Chianti Classico Annata, Riserva e Gran Selezione, per cui verrà rivendicata UGA Panzano in Chianti.

Il progetto di Austruy include anche l’ospitalità: il casale originario, risalente alla metà del diciassettesimo secolo e teatro si rilevanti azioni partigiane durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato opera di recupero conservativo per la creazione di un B&B di charme di sole sei stanze.

La cantina invece, completamente ristrutturata, è stata adeguata alle più moderne tecniche costruttive: le vasche di fermentazione in cemento non vetrificato si aprono a livello pavimento calpestabile, nell’area di accettazione uve, in modo da avere un controllo visivo diretto della fermentazione e due di esse sono predisposte per la macerazione semicarbonica.

La fermentazione per singole parcelle avviene ad acino intero  per controllare l’estrazione in maniera meticolosa. Anche il successivo affinamento avviene in diversi contenitori per assecondare il più possibile le caratteristiche parcellari delle vigne: si prediligono i legni grandi, ma è lasciato spazio anche alla barrique e all’anfora clavyer. L’assemblaggio delle diverse masse avviene dopo circa un anno.

La degustazione delle prime dieci annate di produzione della Tenuta è avvenuta nella sala ricavata dall’antico frantoio.

Al di là delle valutazioni fatte sui singoli campioni, legate all’andamento stagionale, quello che ci preme sottolineare è l’evoluzione stilistica del Chianti Classico di Tenuta Casenuove, non solo percettibile nel percorso di degustazione, ma anche contestualizzato dalla  narrazione di Cosimo e Maria Sole, che hanno posto l’accento sulle tappe di crescita della cantina, sia da un punto di vista agronomico che di tecnica enologica.

I campioni a partire dalla 2015 sono stati divisi in tre batterie; per quanto riguarda le annate 2024 e 2025, si trattava rispettivamente di campioni da botte e da vasca.

2015 – 2018 – LA TRANSIZIONE

La prima batteria di vini è quella prodotta utilizzando le attrezzature cedute col passaggio di proprietà e le vigne nello stato in cui si trovavano. La proprietà è stata acquisita nel febbraio 2015, dunque, in particolare la prima annata, è di transizione dal punto di vista agronomico. 

I cambiamenti iniziano già dal 2016: nuovi impianti di vigna e sperimentazione di potatura a guyot, anziché a cordone speronato, su alcuni filari di sangiovese.

In questa prima tornata di campioni, è ancora importante la presenza dei vitigni internazionali in uvaggio col sangiovese, il 20% tra merlot e cabernet sauvignon.

Da un punto di vista climatico, i primi quattro anni di produzione si alternano tra annate calde se non estreme (la 2017 in particolare) ad annate più fresche e piovose (la 2016 e la 2018)

La 2015 è un vino generoso e profondo, specchio dell’annata di cui è figlio.

I frutti scuri in confettura dominano l’olfatto, al palato è caldo e potente. Di passo completamente diverso, le tre annate successive: con la 2016 inizia a dominare l’espressione varietale del sangiovese che si traduce in un sorso più scattante e succoso; la 2017, frutto di un’annata estrema, ci restituisce comunque un campione equilibrato, mentre la 2018 ci porta nel bicchiere un campione nuovamente più tagliente e diretto.

2019 – 2021 IL CAMBIAMENTO

Con il 2019 inizia il rinnovamento delle attrezzature di cantina, a partire dalle vasche di fermentazione in cemento. Questo favorisce un controllo nella fase fermentativa, soprattutto per quanto concerne tempistiche di macerazione ed estrazione.

Da questa annata la potatura a guyot viene estesa a tutto il sangiovese; inoltre gli internazionali cedono il passo nell’uvaggio ai vitigni autoctoni, in particolare al canaiolo.

Le tre annate degustate hanno in comune il tratto elegante che valorizza la tipicità del sangiovese, la più completa ci sembra la 2022, capace di coniugare in modo armonico caratteri di freschezza, sapidità, trama tannica ed esprimere un’importante ampiezza gusto-olfattiva, che spazia dalla frutta in confettura, alle spezie fino a declinare nell’arancia dolce essiccata.

2022-2025 IL NUOVO PASSO

Le annate 2022 e 2023 sono state per diversi motivi estremamente difficili, con una resa ridotta fino al 35% nel 2023: secca e calda la prima, molto piovosa la seconda, si esprimono con grande carattere nel bicchiere, a testimonianza della raggiunta maturità nella gestione delle uve e delle tecniche di cantina. La 2022 grazie a tempi di macerazione accorciati, esprime un tannino ben integrato e un sorso equilibrato. Mentre la 2023, imbottigliata nel mese di maggio di quest’anno,  ha un ventaglio olfattivo molto variegato ed espressivo, e al sorso risulta più incisiva, golosa e persistente.

Una storia ancora tutta da scrivere invece per la 2024 e per la neo-nata 2025.  La prima è un campione da botte, andrà in bottiglia nella primavera del 2026. Esprime un carattere fruttato e risulta succosa e già ben equilibrata. Con la 2025 sangiovese e canaiolo andranno in blend con una piccola percentuale di colorino e ciliegiolo. Il campione degustato deriva per la prima volta da una macerazione semicarbonica che ha esaltato la parte fruttata e fresca del sangiovese.

Chiudiamo la nostra degustazione con un fuori programma, il canaiolo risultato della vendemmia 2025. Dal 2019 in blend con il sangiovese, grazie al corredo floreale e speziato, ben si presta a ingentilire il carattere più spigoloso del fratello maggiore.

La rinascita gentile del Nebbiolo del Nord

A Stresa, dal 9 al 11 novembre 2025, è andata in scena l’ottava edizione di “Taste Alto Piemonte”

C’è un Piemonte che guarda le Alpi e respira un clima più sottile, dove i vigneti si arrampicano su colline di porfido rosso, sabbie antiche e morene glaciali. È l’Alto Piemonte, una delle culle storiche del Nebbiolo, oggi al centro di una rinascita silenziosa ma poderosa, guidata dal Consorzio Nebbioli Alto Piemonte, l’Ente che tutela e promuove 10 denominazioni, di cui 1 DOCG e 9 DOC:

DOCG: Ghemme; DOC: Gattinara, Boca, Bramaterra, Lessona, Sizzano, Fara, Colline Novaresi, Coste della Sesia, Valli Ossolane. In tutte il vitigno centrale è il Nebbiolo, spesso accompagnato da Vespolina, Uva Rara e Croatina.

A Stresa dal 9 al 11 novembre si è tenuta l’ottava edizione di Taste Alto Piemonte nel bellissimo ed elegante contesto del Grand Hotel des Iles Borromées & Spa, con la impeccabile organizzazione della agenzia stampa ab-comunicazione di Anna Barbon che ha dato all’evento il respiro internazionale che l’Alto Piemonte merita.

Fondato con l’obiettivo di dare voce unitaria a un mosaico di terroir frammentati e molto diversi tra loro, il Consorzio riunisce produttori, cantine e realtà locali, facendosi garante dei disciplinari e promotore della qualità. La sua missione è chiara: raccontare al mondo un’interpretazione del Nebbiolo diversa da quella delle Langhe, meno muscolare e più raffinata, figlia di suoli unici e di un clima che guarda a nord.

La caratteristica che accomuna i Nebbioli dell’Alto Piemonte è la freschezza cristallina, la precisione aromatica, la tensione minerale. È un Nebbiolo che seduce senza alzare la voce: elegante, austero, verticale.

Se le Langhe restano il riferimento mondiale del Nebbiolo, l’Alto Piemonte sta mostrando una via alternativa: vini che parlano di roccia e vento, meno opulenti e più taglienti, capaci di un’evoluzione lenta e precisa nel tempo. Una seconda giovinezza che il Consorzio sta scrivendo giorno dopo giorno, con l’ambizione di riportare queste colline nel panorama internazionale che meritano. Il Presidente Andrea Fontana ha ribadito che sarà fatto ogni sforzo possibile per riportare i Nebbioli dell’Alto Piemonte agli antichi splendori. “D’altronde è qui che fu portato il vitigno dagli antichi romani”.

Le prime testimonianze scritte risalgono al XIII secolo”, come ci ricorda Antonello Rovellotti, ma studi ampelografici e storici fanno pensare a origini ancora più lontane, forse romane o addirittura celtiche. Certo è che già nel Medioevo i vini “nebbiolati” erano considerati di pregio e venivano serviti sulle tavole delle famiglie nobili del nord Italia.

Il suo territorio d’elezione: l’Alto Piemonte

Il Nebbiolo è una pianta esigente: vuole colline ripide, terreni calcareo-argillosi, altitudini tra i 250 e i 500 metri, escursioni termiche e soprattutto esposizioni perfette. È un vitigno che non accetta mezze misure: dove non trova ciò che vuole, semplicemente non dà grandi risultati.

Nella degustazione con le ultime annate delle dieci denominazioni dell’Alto Piemonte, emerge uno stile comune: vini verticali, agrumati, spesso caratterizzati da note erbacee e una beva scorrevole. A tratti austeri per gioventù, ma con grande potenziale di evoluzione.

I tratti più significativi:

Colline Novaresi DOC Bianco

Erbaluce in purezza non dichiarabile in etichetta: sapidità, note pepate, frutta bianca, erbe officinali. Chiusura amara ma molto pulita.

Boca DOC

I più snelli ed eleganti: frutti rossi non maturi, note verdi e grande sapidità. Il campione 5 spicca per intensità aromatica.

Bramaterra DOC

Freschezza e tannino deciso: agrumi, alloro, nocciola, richiami di rabarbaro e chinotto. Il campione 9 si distingue per equilibrio.

Nebbiolo Colline Novaresi e Coste della Sesia

La serie più eterogenea: melograno, bergamotto, note tostate, china e pompelmo rosa. Elegante il campione 20; più rustico e longevo il 17.

Fara DOC

La denominazione più morbida della giornata: ciliegia matura e tannini più docili. Il 23 è il più equilibrato.

Gattinara DOCG

Agrumi, cuoio, balsamicità. Tannino serrato ma pieno. Il campione 31 è il più armonico.

Ghemme DOCG

Affilato e fresco: pompelmo, arancia amara, note verdi e tannino evidente. Il 41 è il migliore per profondità.

Lessona DOC

Tra i più convincenti: floreale, sanguinella, eleganza naturale. Il 2019 (campione 42) è impeccabile.

Sizzano DOC

Profilo floreale, agrumi e liquirizia. Il 2020 (44) il più fine.

Valli Ossolane DOC – Prünent

La sorpresa dell’evento: fiori, sottobosco, spezie, grande equilibrio. I campioni 49 e 50 sono i più emozionanti dell’intera degustazione.

Lessona, alcuni Ghemme e soprattutto i Prünent confermano la straordinaria vocazione di questa parte di Piemonte per vini longevi e raffinati.

Una panoramica che conferma la vocazione dell’Alto Piemonte per vini freschi, tesi e longevi. Tannino, acidità e agrumi sono fili conduttori.

Tra i più convincenti: Lessona, una parte dei Ghemme, e soprattutto i Prünent, capaci di unire tradizione e sorprendente eleganza moderna.

Montecrestese è una porta silenziosa sulla Val d’Ossola, un luogo dove la montagna non è solo paesaggio, ma cultura. Qui la vite cresce su terrazzamenti antichi, muri a secco che si aggrappano alla pietra come fossero righe scritte sulla valle. Camminarci dentro significa incontrare il legame più antico tra uomo e territorio: un lavoro lento, verticale, fatto di fatica e pazienza.

Le vigne di Montecrestese sono piccole, preziose, scolpite nella montagna. Qui maturano uve quasi eroiche, allevate in pendenza, esposte al vento, con un clima alpino che regala escursioni termiche e profumi nitidi. L’uva qui si concentra, si asciuga, si riempie di montagna: aromi puliti, freschezza, mineralità, una schiettezza che è identità.

E quando, tra un filare e l’altro, si guarda l’intera valle dall’alto, si ha la sensazione di vedere un mosaico. Matteo Garrone ci racconta la storia della valle e lo spopolamento vissuto nel secolo scorso, che ha portato a una riduzione drastica degli ettari vitati, a beneficio dell’industria. Il clone di Nebbiolo che viene prodotto in queste zone prende il nome di “Prunent”, un clone ottenuto da varie selezioni massali che lo rendono più resistente e con grappoli più grandi.

Oira – light lunch presso Cà d’Matè

Cà d’Matè è un bel casale che si trova nel paese di Oira, di proprietà della famiglia Garrone in cui oltre all’agriturismo ristorante, si trova anche la cantina. La sorpresa è stata la Lunch box con prodotti tipici della valle con:Panino di segale con Crudo della Val Vigezzo e formaggio Bettlemat, Croissant salato con pesto di cavolo nero e formaggio, Quiche vegana al radicchio, La Fugascina di Mergozzo, Formaggio Ossolano della latteria di Oira con miele di rododendro e marmellata di fichi.

La visita all’Antica Latteria di Oira: si entra in un edificio di pietra, fresco anche d’estate. Le pareti raccontano la storia dei pastori della valle, dei pascoli alti, delle vacche allevate chiuse nel silenzio di boschi e alpeggi. La cagliata viene rotta con lo spino, piccoli granuli che scivolano sul fondo e quando il casaro solleva la cagliata con la tela e la deposita nelle forme, nasce il formaggio. È un momento semplice e bellissimo, è il passaggio dalla materia al prodotto, dal latte all’identità culinaria della valle.

Centro storico di Domodossola

Dal cuore medievale della città, si percorrono strade lastricate e tranquille. Le case in pietra hanno balconi di legno, portali antichi, finestre piccole come occhi. Attraversi Piazza Mercato, elegante e irregolare, circondata da palazzi rinascimentali con portici e logge scolpite. Da lì, alla stazione è una breve camminata e si giunge alla Ferrovia Vigezzina–Centovalli lasciando il borgo antico per incontrare i binari che puntano verso le montagne.

Il viaggio da Domodossola a Locarno dura il tempo di un soffio, eppure basta per ritrovarsi immersi in un’atmosfera completamente diversa. Appena il trenino si arrampica tra i monti, il rumore del mondo si affievolisce e lascia spazio a un silenzio morbido, interrotto solo dal profumo della legna che sale dai camini delle case sparse lungo la valle. È un peccato che il sole sia già scivolato dietro le creste scure delle montagne: l’oscurità inghiotte i contorni del paesaggio, e posso solo immaginare la bellezza che mi circonda.

Quando scendo dal trenino, mi basta fare pochi passi per giungere alla Trattoria della Stazione. Lì ci attendono i produttori delle quattro aziende della Val d’Ossola, pronti a farci scoprire la loro terra attraverso una degustazione dedicata.

Cantina di Tappia apre il percorso con il suo Rosato “Romano” 2024, seguito dal Barbarossa Valli Ossolane DOC Rosso (Merlot) 2023 e dal Prunent Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, vini che portano nel bicchiere il carattere più autentico delle vigne ossolane.

Cantina DEA propone l’Archè Vino Rosso 2023 e il suo Prunent Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, interpretazioni eleganti e dirette di un territorio che sa sorprendere.

Si continua con Cantine Garrone, che offre una verticale di Prunent: il Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, il Prunent Vigna Fornace 2023 e il più maturo Prunent Dieci Brente Superiore 2022, ciascuno con una personalità distinta e riconoscibile.

Chiude il cerchio Ca Da L’Era con il Cadalera Valli Ossolane DOC Rosso 2024, il P di Pietro Nebbiolo 2024 e il Prunent Valli Ossolane DOC 2022, vini che raccontano il lavoro paziente e appassionato di una piccola azienda familiare.

A seguire la cena tradizionale, preparata dallo Chef della Trattoria. Un delicato Baccalà mantecato con patate al timo e salsa al pane nero apre la serata, seguito dai Raviolini di pasta fresca ripieni di pancotto e formaggio nostrano. Il cuore del menu è il “Rossini contadino”, uno stracotto di manzo accompagnato da polenta arrostita e cipolla caramellata. A chiudere, una versione rivisitata del “Credenzin”, dolce tipico che racconta l’ultima nota di una serata fatta di sapori, storie e persone.

Visita di Ghemme, percorrendo la Strada Traversagna, l’asse che unisce Stresa a Borgomanero e prosegue poi verso Maggiora, Boca e Grignasco, attraversando alcuni dei paesaggi più caratteristici dell’Alto Piemonte, tra vigneti storici, boschi e antichi borghi. Giunti a Ghemme facciamo visita al Ricetto e la storica Cantina Rovellotti Viticoltori in Ghemme guidati da Antonello Ravellotti e suo figlio Luigi.

Ghemme è uno dei borghi più affascinanti dell’Alto Piemonte, un luogo in cui la storia dialoga con il paesaggio vitato in modo naturale, quasi inevitabile. Il cuore identitario del paese è il Ricetto, un complesso fortificato medievale tra i meglio conservati della regione. Conosciuto come Ricetto di Ghemme, è una cittadella di origine trecentesca costruita per proteggere la comunità e i suoi beni più preziosi: granaglie, vino, strumenti agricoli.

All’interno di questo microcosmo medievale trova spazio anche una delle realtà vitivinicole più rappresentative dell’Alto Piemonte: la Cantina Rovellotti. Ospitata proprio nel ricetto, la cantina è un raro esempio di continuità tra architettura storica e produzione enologica, con antichi locali con soffitti a volta dove affinano i vini e dove sembra di percepire ancora l’eco delle attività agricole di secoli fa.

Dall’intreccio protetto di mura e cantine storiche, lo sguardo si apre naturalmente verso i vigneti che disegnano le colline di Ghemme, culla dell’omonima DOCG. La bellezza di questo paesaggio sta nella sua armonia: filari ordinati che si adagiano su lievi pendenze, intervallati da boschetti e piccoli corsi d’acqua, con il massiccio del Monte Rosa che spesso appare sullo sfondo come un custode silenzioso. Qui il Nebbiolo, trova una delle sue espressioni più eleganti, grazie ai suoli morenici, sabbiosi e ghiaiosi lasciati dai ghiacciai. Il risultato è un mosaico di microzone che cambiano luce, vento e carattere a distanza di pochi metri.

L’Alto Piemonte esce da questo viaggio con un’identità limpida: un territorio che non rincorre le Langhe, ma segue la propria vocazione fatta di rocce antiche, vigneti verticali e vini che parlano sottovoce. La freschezza, la precisione aromatica e la profondità minerale dei suoi Nebbioli raccontano una rinascita già in atto, sostenuta da produttori tenaci e da un Consorzio che sta restituendo a queste colline il ruolo che meritano. È un Piemonte diverso, più introverso e montano, ma capace di emozionare con eleganza e autenticità. Un patrimonio che oggi torna a farsi ascoltare.

Il villaggio operaio di Crespi d’Adda, un sogno industriale divenuto Patrimonio UNESCO

Dietro le mura ordinate e le strade silenziose del villaggio operaio di Crespi d’Adda si nasconde una storia di visione e coraggio imprenditoriale. Una storia che porta il nome di una famiglia capace di trasformare un’idea in un modello sociale unico, anticipando di decenni i temi del welfare e della dignità del lavoro.

Collocato tra Milano e Bergamo, in una piccola valle tra il fiume Adda e il suo affluente, il Brembo, Crespi d’Adda è un villaggio operaio progettato tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, quando in Italia nasceva l’industria moderna, per garantire case e servizi agli operai del cotonificio dei Crespi: un raro esempio di utopia industriale concretizzata, dove lavoro, vita e comunità si intrecciavano in un progetto visionario e armonico.

Case ordinate, tutte uguali, con giardino e orto. Una scuola, una chiesa, un teatro, persino un lavatoio pubblico con l’acqua calda. Il concetto era chiaro: se l’operaio vive bene, lavora meglio. E in questo equilibrio tra produzione e vita privata, tra industria e comunità, si rifletteva una visione paternalistica ma anche profondamente innovativa.

Nel 1878, quando iniziarono i lavori per la costruzione del villaggio qui non c’era praticamente nulla: solo boscaglia e qualche robinia.

I terreni vennero acquistati da Cristoforo Benigno Crespi, imprenditore tessile originario di Busto Arsizio, che conosceva bene la zona: qualche anno prima aveva tentato di avviare un’attività industriale a Vaprio d’Adda, poco distante.

Quella che inizialmente sembrava una sfida ambiziosa si trasformò ben presto in un progetto visionario, grazie soprattutto all’opera che portò avanti suo figlio Silvio: la creazione di un villaggio operaio che non fosse un semplice luogo dormitorio, ma una vera e propria comunità autosufficiente. Per realizzare questa visione, Crespi decise di dotare il villaggio di una serie di servizi fondamentali.

Uno di questi fu la scuola, oggi sede del Visitor Center UNESCO. Sulla porta campeggia ancora la scritta: Scuole Asilo S.T.I. L’istruzione, per la famiglia Crespi, era un valore centrale: volevano che ogni membro della comunità fosse in grado di leggere, scrivere e far di conto. Le prime generazioni di operai erano in gran parte analfabete, ma i loro figli iniziarono tutti a frequentare la scuola fino alla quinta elementare.

Le maestre erano scelte direttamente dai Crespi e assunte come dipendenti dell’azienda. Al termine del percorso scolastico, i bambini potevano decidere se iniziare subito a lavorare in fabbrica oppure, se particolarmente meritevoli, proseguire gli studi.

Di tutti le costruzioni presenti nel villaggio, la chiesa è sicuramente quella più particolare. Non rispecchia l’architettura degli altri edifici: il suo stile ricorda quella rinascimentale di Bramante, una scelta che richiama la chiesa di Busto Arsizio, paese d’origine della famiglia Crespi, alla quale erano profondamente legati.

Inizialmente costruita come cappella del villaggio, era destinata alla celebrazione delle messe festive e feriali. Con il passare del tempo, la chiesa assumerà un ruolo sempre più centrale nella vita religiosa della comunità, diventando prima vicariato parrocchiale e poi, nel 1983, parrocchia a tutti gli effetti.

Proprio di fronte alla chiesa si trova il cosiddetto “castello”, l’edificio che fungeva da dimora di rappresentanza della famiglia Crespi. I proprietari non vivevano stabilmente nel villaggio, ma a Milano, in via Borgonuovo. Quando necessario, si trasferivano temporaneamente al “castello”. Per facilitare le comunicazioni tra Milano e Crespi, fecero installare una linea telefonica diretta: la prima di tutta la zona.

Per quanto riguarda gli edifici del villaggio, all’inizio, nel 1878, esistevano solo i caseggiati. Successivamente vennero costruite le villette monofamiliari e bifamiliari: abitazioni molto ampie, pensate per accogliere famiglie numerose, com’era comune all’epoca.

La colorazione delle facciate arrivò solo in un secondo momento, durante il periodo fascista. Quelli che oggi appaiono come curati giardini erano, in origine, orti destinati all’autosostentamento. Il bagno si trovava nel retro, in un piccolo edificio separato. Nonostante la semplicità, tutte le abitazioni erano dotate di acqua corrente ed elettricità, un dettaglio non scontato per quei tempi.

Le case venivano affittate agli operai della fabbrica a un prezzo simbolico, detratto direttamente dallo stipendio. Un modo per ricordare loro che la casa era legata al lavoro: si poteva mantenerla solo finché si era impiegati nell’azienda.

Negli anni Venti, dopo la Grande Guerra, le condizioni dei lavoratori migliorarono. Iniziarono ad avere del tempo libero e venne istituito il dopolavoro, uno spazio dove ritrovarsi, giocare a carte, bere qualcosa a bassa gradazione alcolica e socializzare. Il tempo libero era comunque organizzato: il villaggio offriva impianti sportivi, un velodromo, una banda degli operai finanziata dai Crespi (che fornivano anche gli strumenti musicali) e persino una piccola compagnia teatrale.

Accanto alle abitazioni erano stati predisposti dei lavatoi, per evitare alle donne la fatica di andare a lavare al fiume. Il lavatoio era anche un luogo di socialità femminile, e disponeva di acqua riscaldata, come i bagni pubblici, dove si poteva accedere a una piccola piscina e alle docce calde.

Dopo le abitazioni destinate agli operai, il villaggio prevedeva un’area riservata agli impiegati. Queste case riflettevano una condizione sociale leggermente superiore. Più curate e più recenti, vennero edificate negli anni ’20 e si distinguono per dettagli come tapparelle, terrazzini e sottogronda dipinti, segni di maggiore eleganza. Nulla però a che vedere con le ville dei dirigenti, collocate nella zona più appartata: residenze singole, molto più articolate, ciascuna diversa dalle altre e circondate da ampi giardini.

Questa disposizione degli edifici rispecchiava fedelmente l’organizzazione interna dell’azienda.

Ogni abitazione, ogni spazio, raccontava il ruolo che ciascuno ricopriva nella fabbrica, in un sistema dove lavoro e vita quotidiana erano profondamente intrecciati. Questa forte identificazione con il proprio mestiere emergeva anche nei momenti più solenni, come negli epitaffi delle tombe.

Uno in particolare, dedicato a un capo officina, recita:

“Forte e instancabile lavoratore, meccanico valente, capo officina, si acquistò stima dai superiori e ammirazione dai conoscenti.” Un tributo che non celebra solo la persona, ma anche il ruolo che ha incarnato con dedizione.

Per comprendere appieno il senso di questo luogo, è necessario raccontare la storia della famiglia Crespi, soprattutto, come già dicevo, del figlio del fondatore: Silvio Crespi.

Nacque a Milano nel 1868. Dopo la laurea in giurisprudenza a soli ventun anni, volò in Inghilterra per studiare da vicino l’evoluzione dell’industria cotoniera. Tornato in Italia, nel 1889 entrò nell’azienda di famiglia, assumendone presto la guida.

Tenace e instancabile, Crespi non si limitò a dirigere la fabbrica: fu protagonista in campo industriale, politico e finanziario. Pubblicò studi sulla sicurezza sul lavoro, guidò l’Associazione Cotonieri, sedette nel Consiglio Superiore dell’Industria e del Commercio. Alla presidenza della Banca Commerciale Italiana e dell’Automobile Club d’Italia, consolidò il suo ruolo di leader.

In Parlamento, da deputato e senatore liberale cattolico, si batté per l’industria e per i diritti degli operai. Dopo la Grande Guerra, il governo lo nominò ministro plenipotenziario, riconoscendo il peso di una figura che aveva saputo coniugare impresa, innovazione e responsabilità sociale.

In collaborazione con gli architetti Ernesto Pirovano e Pietro Brunati, Silvio contribuisce a definire l’assetto definitivo di Crespi d’Adda.

Silvio Crespi, sintetizza la sua visione in una frase che racchiude il senso profondo del villaggio:

“Ultimata la giornata di lavoro, l’operaio deve rientrare con piacere sotto il suo tetto, curi dunque l’imprenditore ch’egli vi si trovi comodo, tranquillo ed in pace.”

Alla fine degli anni Venti, il modello paternalistico su cui si fondava il villaggio inizia a mostrare i suoi limiti. I cambiamenti economici, sociali e industriali del Novecento rendono sempre più difficile sostenere un sistema così strutturato e dipendente dalla figura del “buon imprenditore”.

Tra il 1925 e il 1927 il cotonificio Crespi affrontò la prima vera crisi, causata dalle politiche autarchiche del regime che penalizzarono le esportazioni e portarono a pesanti licenziamenti.

La famiglia Crespi, pur avendo lasciato un’impronta indelebile, esce gradualmente dalla gestione diretta dell’azienda.

Nel 1929 Silvio vende la fabbrica, e con questo gesto si chiude simbolicamente l’epoca Crespi.

Superata la tempesta del ’29, nel 1930 nacque la Società anonima commerciale dei cotonifici Benigno Crespi, con sedi in Veneto e Toscana. Nel 1931 arrivò la fusione con il Cotonificio Veneziano e le Manifatture Toscane Riunite: nacquero gli Stabilimenti Tessili Italiani, un colosso con 21 impianti tra filatura, tessitura e finissaggio.

Nel 1937 la direzione fu affidata a Bruno Canto, che rilanciò la produzione sfruttando la congiuntura favorevole e avviò lavori di ammodernamento nel villaggio e nei servizi.

Il villaggio continua a vivere, ma perde quella visione unitaria che lo aveva reso un esperimento sociale unico.

Il 5 dicembre 1995 il villaggio operaio di Crespi d’Adda entra ufficialmente nella lista dei siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO. Nel 2003 lo storico stabilimento chiude i battenti. Dieci anni più tardi, nel 2013, la proprietà passa alla società Odissea, parte del Gruppo Percassi Il villaggio è oggi abitato in gran parte dai discendenti degli operai originari.

Toscana: il Brunello di Montalcino secondo Podere Le Ripi

In Toscana le “ripi” sono formazioni sedimentarie argillose, che testimoniano la presenza del mare in questa zona in epoca antichissima. Si tratta di getti a forma di cono, eruzioni di terra solidificate che conferiscono al paesaggio un aspetto onirico.

Da Podere Le Ripi ci troviamo nel quadrante sud orientale dell’areale di Montalcino, a Castelnuovo dell’Abate, su un poggio di poco meno di 300 metri, costeggiato dal fiume Orcia e affacciato sul Monte Amiata. Qui nel 1997 Francesco Illy ha trovato il suo buen retiro dando il via alla propria avventura ilcinese, con un piccolo podere e qualche ettaro di terra acquistato da un pastore sardo.

A ventotto anni di distanza la sensazione di essere in un luogo fuori dallo spazio e dal tempo rimane intatta; varchiamo il cancello di Podere Le Ripi al termine di una lunga strada sterrata e ci troviamo immersi in un vero e proprio ecosistema dove a dettare legge è la natura con i propri ritmi.

Podere Le Ripi è infatti una fattoria a conduzione biodinamica nata per preservare il territorio: all’attivo, oltre alla produzione di vino, ci sono quelle di olio d’oliva e di miele. L’orto è un’oasi giardino, dove vengono coltivate le verdure -ovviamente biologiche- utilizzate nella cucina del Serendipity, la bella terrazza-ristorante che affaccia sulla valle  del  fiume Orcia e fa venir voglia di perdersi qui, dove l’idea di serendipità – la scoperta fortuita di qualcosa di prezioso – risuona in ogni angolo.

Francesco ha voluto produrre sin da subito un Brunello di Montalcino di carattere. La prima vigna impiantata è stata quella di Lupi e Sirene, l’attuale riserva, coltivata ad alta densità, alla maniera bordolese: 12 mila ceppi per ettaro (la media a Montalcino si aggira intorno ai 10 mila), appena mille in meno del limite imposto dal disciplinare.

La nostra visita inizia da questa vigna storica e da un’altra iconica, quella dell’IGT Bonsai. Qui la sperimentazione si è spinta all’estremo perché ci troviamo nella vigna a più alta densità al mondo: 62.500 ceppi per ettaro, un sesto d’impianto serratissimo che in un conflitto estremo tra ceppi spinge le radici fino a tre metri di profondità. E poi la cantina di vinificazione e affinamento, una struttura a chiocciola in mattoni di calce, che riproduce la sezione aurea di Fibonacci e scende per tredici metri sotto il livello del suolo.

Lungo il corridoio elicoidale sono disposti i tini troncoconici di fermentazione e le vasche di cemento e vetroresina; al termine si accede al nucleo centrale della chiocciola che accoglie la sala di affinamento, una cupola che si innalza fino all’apice della sezione aurea e ricorda il Pantheon di Roma. In piena vendemmia assistiamo alle operazioni di rimontaggio, eseguite fino a quattro volte al giorno per il Sangiovese, e alla fermentazione del Bonsai in tonneau aperti.

Allo stesso livello della sala di affinamento accediamo alla sala delle anfore utilizzate per la produzione di un altro vino destinato a lasciare un’impronta alla nostra visita, il bianco IGT Toscana Canna Torta. Netta è la percezione che ogni vino prodotto in questa cantina sia una creatura a sé stante. E’ questa d’altronde la filosofia di Sebastian Nasello alla conduzione enologica nonché direttore del podere: ascoltare e accompagnare ogni annata nella migliore espressione di sé stessa.

La degustazione

Iniziamo la degustazione dalla linea giovane degli IGT: vini che non ricercano l’eleganza  a tutti i costi, piuttosto mirano a lasciare il segno.

Canna Torta 2023 – Toscana bianco IGT

L’unico bianco prodotto a Podere Le Ripi è una vera sorpresa. Blend di malvasia, trebbiano toscano e vermentino, la 2023 ha fatto macerazione in anfora per circa due mesi e mezzo. Il naso impatta grazie alla minima percentuale di malvasia (il 15%), per nulla scontato. Di carattere anche il sorso, materico e astringente, che si delinea nell’immediata sensazione fresco-sapida chiudendo su una piacevole nota amaricante. Nel calice sviluppa sentori agrumati di pompelmo rosa e mandarino.

Cappuccetto Rosa 2023 – Toscana rosato IGT

Acciaio e cemento per questo sangiovese in purezza, che macera otto ore sulle bucce, risultando più vicino a una rosso di corpo leggero che a un classico rosato. Succoso all’olfatto, si distingue per la sapidità di beva. Da gustare lentamente per apprezzare a pieno l’equilibrio che le varie componenti gustative costruiscono all’interno del bicchiere.

Attenti al Lupo 2022 – Toscana Rosso IGT

Un sangiovese alla maniera del Beaujolais grazie alla fermentazione a grappolo intero  e alla macerazione carbonica . Ne risulta una beva fresca e giocosa al gusto di frutta e di tannino grintoso. Nel nome in etichetta compare il lupo: filo conduttore di tutti i rossi di Podere Le Ripi, rappresenta la potenza del sangiovese.

Proseguiamo adesso con i vini tradizionali dell’areale di Montalcino. Si caratterizzano tutti per la fermentazione scoperta e l’utilizzo minimo di solforosa.

Sogni e Follia 2021 – Rosso di Montalcino DOC

Definito “baby Brunello”, è un Rosso che racchiude in sé già i caratteri del fratello maggiore. Le uve provengono dalle vigne circondate dai boschi che Podere Le Ripi ha acquisito nel quadrante ovest dell’areale, caratterizzato da sabbia, limo e terreni alluvionali. Dopo la fermentazione,  affina 24 mesi in botti grandi e 8 mesi in cemento. Assaggiamo la 2021 che mantiene un ottimo carattere di freschezza definito dal frutto di rovo  ancora croccante.

Cielo d’Ulisse 2019 – Brunello di Montalcino DOCG

Anche per il primo Brunello in degustazione, il sangiovese proviene dalle vigne occidentali. Dopo la fermentazione, affina 36 mesi in botti di rovere e 2 mesi in cemento. Il naso sa di frutta scura. Pronto da bere, al palato è fresco e di tannino gentile. Un termine su tutti per racchiuderlo: verticalità.

Amore e Magia 2020 – Brunello di Montalcino DOCG

Il sangiovese di questo Brunello proviene invece dalle vigne storiche della cantina, a Castelnuovo dell’Abate, su terreni caratterizzati da calcare e argilla. Amore e Magia è solare nel naso speziato e fruttato di pesca nettarina. Al sorso scalpita ancora e necessita di ulteriore evoluzione per essere goduto a pieno. Qui l’aggettivo giusto è succosità.

Lupi e Sirene 2019 – Brunello di Montalcino Riserva IGT

Ritorna il lupo nel nome in etichetta – la potenza del sangiovese- qui affiancato alla sirena, simbolo di eleganza. Ed è proprio in questo termine, eleganza, che si racchiude tutta l’essenza di Lupi e Sirene, la riserva di Brunello proveniente dalla vigna storica di Francesco Illy. Dopo la fermentazione, affina 36 mesi in botti di rovere e 14 mesi in cemento. Spezie dolci e pepe, prugna e frutta scura al naso, al palato è come una danza maestosa e potente, in cui il tannino si fa compagno leggero.

Bonsai 2021 – Toscana rosso IGT

Chiudiamo la nostra degustazione con un vino diventato ormai simbolo, Bonsai, che ci riporta nell’ambito degli IGT. Prodotto in poco più di un migliaio di bottiglie, è un vero e proprio concentrato di sangiovese. Dalla vigna a più alta densità al mondo, in grado di produrre al massimo due pigne per pianta, l’uva, dopo la vendemmia, viene diraspata manualmente chicco per chicco; successivamente gli acini fermentano in tonneaux aperti per circa venti giorni. Segue affinamento di 18 mesi in tonneau e dodici mesi in bottiglia. Il naso è intenso di frutti e fiori scuri, al palato risulta sapido, denso e concentrato, di tannino  schietto e impattante, rispecchiando in pieno la filosofia produttiva.

Podere Le Ripi

53024 Montalcino (SI)