Il 21 giugno al Teatro della Legalità Casal di Principe presentazione di “Di-vino e Di-verso”

il vino prodotto con bambini nello spettro autistico su terreni confiscati alla criminalità organizzata

Sabato 21 giugno (ore 10,00) al Teatro della Legalità Casal di Principe (CE) si presenta un’iniziativa che coniuga agricoltura sociale e autismo. 500 bottiglie di Asprinio di Aversa “Di-vino e Di-verso”, con etichette e scatole realizzate dai bambini nello spettro autistico dell’associazione Kairos, saranno prodotte nella vigna affidata alla cooperativa Eureka di Casal di Principe e successivamente vendute per finanziare le attività dell’associazione.

La produzione sarà curata dalla Cantina Vitematta che sui terreni confiscati alla criminalità organizzata mette all’opera gli adulti affidati ad Eureka per motivi penali o psichici accanto ai vignaioli esperti della cantina.

Partecipazione degli ultimi, riutilizzo per fini sociali di beni confiscati alla camorra, tutela dell’alberata aversana, prosecuzione della tradizionale e storica produzione dell’Asprinio di Aversa, riscatto del territorio di Casal di Principe, raccolta fondi per le attività dell’associazione Kairos, questo e molte altre nobili tematiche si uniscono nel progetto Di-vino e Di-verso.

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Al termine della presentazione ci sarà una degustazione di pizze a cura del maestro pizzaiolo Antonio Della Volpe de “La Vita è Bella” di Casal di Principe (abbiamo scritto già del suo impegno nell’articolo Pizzeria La Vita è Bella a Casal di Principe: solo nella legalità si può puntare alla qualità).

Di-vino e Di-verso è patrocinato dal Movimento per la Giustizia – ART. 3 ETS e dal Comune di Casal di Principe.

Programma:​​​ ​​

Dallo spettro alla luce: un progetto Di-vino e Di-verso

21 giugno ore 10.00

Teatro della Legalità Casal di Principe

Interverranno:

Ida Teresi, Sostituto Procuratore nazionale DNA 

Carabinieri Nas Caserta

Salvatore Schiavone, Direttore icqrf Italia meridionale

Marisa Licenza, Vicepresidente di Kairos, Docente e Mamma

Vincenzo Letizia, Presidente Coop. Eureka

Pietro Iadicicco, Delegato Ais Caserta

Gaetano de Mattia, Direttore DSM Caserta

Gennaro Oliviero, Presidente Consiglio Regionale della Campania

Giampiero Zinzi, Deputato

Giovanni Allucci, Amministratore delegato Agrorinasce

Saluto di Ottavio Corvino, Sindaco di Casal di Principe

Modera Andrea De Rosa

Per contatti

Vincenzo Letizia

+39 328 7949712

info@vitematta.it

Marisa Licenza +39 366 2043777

Grechetto Fiorfiore di Roccafiore: esperienza indimenticabile, intima, “blind”

“Quando calano le tenebre splende la luce interiore”.

Aggiungo questa frase ad altre amate e citate da Luca Boccoli, esperto di vino da oltre trent’anni, per descrivere l’esperienza emozionale, unica nel suo genere e totalmente confidenziale che ci ha fatto vivere in una mattinata romana in una Trastevere riposta.

Chi conosce Luca sa che sette anni fa ha perduto la vista in un incidente motociclistico: da quel momento la sua vita è inevitabilmente cambiata e ora comunica il sentire il vino nella sua nuova condizione di non vedente. Inalterate sono rimaste le qualità di sensibilità e di cortesia poichè Luca ne era già ampiamente provvisto.

A differenza di chi nasce già senza, aver vissuto con e privo di questo importante senso, gli consente di capire appieno il cambiamento avvenuto, e per circa un’ora assieme ad altri comunicatori del vino, ai produttori del vino assaggiato, e alle persone che ci hanno ospitato, abbiamo fatto l’esperienza che è la sua nuova quotidianità: ascoltare il vino senza poterlo vedere. Un momento emoziante ad alta concentrazione di emotività.

Questa è la vera “degustazione alla cieca”, quindi quella dove la sola bottiglia ci è occultata, è da chiamare “degustazione coperta”: cercherò di non incappare più nell’errore.

Del resto che importanza può avere il colore?

Potrebbe sembrare il motto di una campagna pubblicitaria, ma sono anni che sostengo assieme certamente ad altri, che la visiva andrebbe eliminata da qualsiasi valutazione, soprattutto se si intende dare dei punteggi.

Nel nostro caso, abbracciati dalle tenebre, non si trattava solo delle variazioni cromatiche da percepire in un bicchiere ma di effettuare concentrati e rilassati una sorta di degustazione capovolta, respirando il vino intensamente, sentendolo nelle nostre viscere, cogliendo il qui ed ora del momento, percependo il liquido nella profondità del corpo, e affinché l’esperienza si completasse occorreva che fosse ingerito. Quindi nessun contenitore per versare il vino era previsto nella prima fase dell’assaggio (qualcuno si deve far carico dell’onere di trovare un sinonimo più elegante al termine in voga al momento di “sputacchiera”: inizio io con “sversatoio”) e cautela estrema nell’individuazione e posizionamento dei calici, con l’ulteriore invito ad astenersi a ondeggiare gli stessi per evitare fuoriuscite indesiderate.

Non so se per voi è lo stesso, ma è sempre durante la notte, con l’oscurità, che mi ritrovo completamente con me stesso, solo con la mia interiorità, e non sempre mi sento a mio agio, quindi il fattore buio si presta perfettamente all’introspezione. Per rendere totale l’esperienza necessitava di un ultimo veicolo, a chiusura di un cerchio di elementi che comunicano col nostro profondo (visto che anche il vino ottempera al proposito): la musica.

Obbligatorio era pertanto collocare l’evento in luogo adeguato.

Studio 33 di Enzo Abbate (il numero scegliete voi se è per causa del civico 33a di via della Paglia oppure per i giri del vinile), un salotto curato finemente da un progetto di Ana Gugić, è l’ambiente perfetto. Una hi-end listening room, un locale che emozionerebbe qualunque audiofilo, che utilizza essenzialmente prodotti della Oswalds Mill Audio, dagli amplificatori con valvole originali degli anni ’50, ai diffusori AC1 da pavimento, costruiti con legno massiccio, a tre vie e caricati a tromba posta in cima, e tant’altro che non riesco ad esprimere per via della mia ignoranza, una elegante sala curata nei minimi dettagli affinché  la musica si allarghi nello spazio, venga espansa e non compressa, ti avviluppi senza che tu possa sottrarti e impedirlo. Il progetto di Studio 33 si completa con una propria etichetta discografica, la Hyperjazz.

Entrati nel buio totale l’udito si è preso lo spazio lasciato dal senso che momentaneamente ci era venuto a mancare. Il rumore del vino che percolava nei calici si è amplificato, più che definirlo molto vicino era tridimensionale e assomigliava al sentire della musica nelle cuffie. Un suono rilassante, ipnotico, zen e mistico per la mia esperienza. Per un momento ho pensato provenisse dai diffusori, fino a quando questi si sono attivati sul serio, trasmettendo musica italiana d’autore (De Gregori, Califano, De André, Morricone performato da Pat Metheny) con brani meno noti dimodoché le dolci melodie servissero allo scopo di interagente e non intralciassero la concentrazione della degustazione. Ciò che è avvenuto durante, a tu per tu col vino, è complicato da spiegare in maniera compiuta e immagino che ognuno dei presenti avrà la sua versione da raccontare. Semplificando è stato un avvenimento totalmente diverso da quanto finora mi era accaduto in un frangente analogo, anche nella semplice fruizione del succo d’uva fermentato. Al di là delle considerazioni sul vino che comunque esprimerò, è stato un rapporto molto intimo e consensuale con il liquido odoroso (cit.), come quello tra due persone che si intendono e si amano.

Ma è giunto il momento di parlare dei vini.

L’azienda che si è coraggiosamente prestata all’esperimento è stata la Cantina Roccafiore situata in Umbria a Todi. Ero stato messo in allerta in anticipo che la Cantina disponeva di un Grechetto di notevole qualità. Oltre a confermarlo aggiungo di grande longevità.

Luca Baccarelli ci ha narrato la nascita dell’azienda avvenuta alla fine degli anni ’90 per opera del padre Leonardo, una tenuta di circa 90 ettari dei quali solo 15 sono vitati, il resto è destinato a noccioleti e oliveti (abbiamo avuto occasione di assaggiare un olio a base del classico trittico di frantoio, moraiolo e leccino di grande intensità e qualità). Roccafiore si completa di un resort con centro benessere e ristorante.

Antesignana nell’investire su un vitigno autoctono come il Grechetto, che 20 anni fa era una scommessa con incerto risultato, Roccafiore ha grande attenzione al rispetto dell’ambiente, suggellata dall’essere nel 2007 tra le prime aziende vinicole a dotarsi di fotovoltaico. La conduzione è in biologico, con certificazione di viticoltura sostenibile Viva, e alcuni vini sono effettuati con fermentazione spontanea da pied de cuve.

Protagonista dell’evento è stato il Grechetto, ma l’azienda produce anche un vino da Trebbiano Spoletino (chiamato l’altrobianco), un sangiovese (anche in versione rosato), altri due rossi fra cui un Montefalco Sagrantino, e infine un passito da uve Moscato. È attiva anche con una distribuzione di champagne e affini chiamata Les Bulles, che al momento ha in catalogo 22 aziende. Abbiamo avuto modo di assaggiarne uno, proveniente dalla valle della Marna, l’extra brut di Éric Taillet domiciliato a Baslieux-sous-Châtillon, da Pinot Meunier in purezza, molto sapido rispetto a quanto il vitigno generalmente offre.

Il Grechetto di Todi è una Doc relativamente giovane, instaurata nel maggio 2010, ma il vitigno era già menzionato da Plinio il giovane quindi abbiamo un buco di attenzione di duemila anni, ci dice con ironia Luca Baccarelli. La varietà dà luogo globalmente a circa un milione di bottiglie, una produzione ancora irrisoria.

Vini in sottrazione, freschi e bevibili era l’idea alla base del concepimento paterno e per arrivare al risultato e dargli spessore e agilità si rivolgono all’enologo Hartmann Donà di Terlano. Dopo quindici anni di collaborazione, a partire dal 2014 la cura in vigna e in cantina passa in mano a Luca con il supporto dell’enologo Alessandro Biancolin.

Per godere di un clima maggiormente fresco, consentire acidità e maturazione adeguata dei grappoli, in tre riprese i vigneti vengono spostati sul versante nord; tuttavia l’effetto collaterale è il problema di gelate primaverili, come è avvenuto nel 2017 e 2021.

Al buio eravamo in presenza di una verticale del medesimo vino con annate diverse, e questo personalmente lo avevo colto. Il fatto sorprendente è di non aver centrato la successione dei millesimi, nella fattispecie abbiamo iniziato con il secondo più anziano, e sul quale avevo quasi la certezza fosse tra i più giovani.

Il Grechetto di Todi Fiorfiore di Roccafiore effettua una pigiatura delicata delle uve, con mosti decantati in modo naturale e fermentazione spontanea con pied de cuve a temperatura controllata in tini di acciaio.

L’affinamento è di 12 mesi in anfore non ossidative, con ridottissa porosità, che quanto a risultato sono assimilabili adoperando contenitori in cemento vetrificato, inoltre sono utilizzate grandi botti di rovere di Slavonia di legno esausto, dove il vino rimane a contatto con le fecce fini e non svolge la fermentazione malolattica; dopo l’imbottigliamento il vino riposa minimo 6 mesi in bottiglia.

Fiorfiore 2016 13.5%

Sorso teso ed elegante, proveniente da una annata esemplare. È stato il vino che ha maggiormente sorpreso per via della sua freschezza, ingannando i partecipanti, come chi scrive che lo aveva collocato nella decade successiva. Lineare, con note di miele d’acacia, di cipria, confettura di frutta gialla. Tuttavia mi aspettavo una complessità e una persistenza maggiore.

Fiorfiore 2017 13%

Malgrado l’annata calda il vino è risultato fresco, vivo, dotato di grande sapidità e piacevolezza. Frutta a polpa gialla e una tenue nota tannica fa intendere lo spessore riscontrato nel calice. Amerei riassaggiarlo in seguito perchè potrebbe destare delle sorprese.

Fiorfiore 2018 13%

Il vino che mi ha entusiasmato in maniera più significativa. Fresco, con sorso verticale, una beva complessa e ricca, e piacevolmente scorrevole. Sapido e con note minerali in evidenza, molto intenso olfattivamente, con richiami alla frutta gialla e anche a quella esotica, munito di richiami a delle spezie delicate. Lunga è la sua persistenza a rimarcare lo spessore di questo vino.

Fiorfiore 2019 13%

Non sempre le bottiglie sono in stato di grazia. In questo caso ho trovato un vino poco concentrato, con sentori vinosi, di tenue frutta esotica, di ananas, e indubbiamente sapido. Al palato è rarefatto e di media persistenza.

Fiorfiore 2014 13.5%

La magnum aperta per l’occasione è la testimonianza della longevità del vitigno, quando è prodotto con maestria. Proveniente da una singola vigna di circa un 1,5 ettari, si differenzia dagli altri vini assaggiati per la vinificazione avvenuta interamente con l’affinamento in legno, nessun apporto quindi dovuta ad anfore. Si riscontrano ovviamente i segni dell’evoluzione, ma il vino è ancora teso, con note di legno e di frutta a confettura, di miele, glicerina, cera d’api, crema pasticciera, ma anche con sentori di cipria, e di sapidità e mineralità persistenti.

Complessivamente la missione è compiuta se si intendeva creare vini agili, freschi e improntati alla beva. Circa la vinificazione in sottrazione invece, devo dire che li ho trovati molto più ricchi di quanto ci si poteva aspettare, senza tuttavia arrivare all’opulenza. Per la mia modesta opinione è un plus rilevante. La cosa però ancor più importante è la costanza nella cifra stilistica, declinata alla freschezza, alla sapidità e mineralità.

A conclusione dell’articolo, devo ammettere che pur avendo tentato il completo rilassamento durante l’oretta in cui si è svolta la degustazione alla cieca (secondo il parere del mio orologio vi sono riuscito perché sancisce che ho dormito per 18 minuti) ero altrettanto consapevole della transitorietà dell’esperienza: essere in quella condizione è certamente tutt’altra faccenda.

GIACOMO BARTOLOMMEI NUOVO PRESIDENTE CONSORZIO VINO BRUNELLO DI MONTALCINO, IL PIÙ GIOVANE NELLA STORIA DELLA DENOMINAZIONE

NOMINATI ANCHE I TRE VICEPRESIDENTI: ANDREA CORTONESI (UCCELLIERA), FABIO RATTO (ANTINORI) E BERNARDINO SANI (ARGIANO)

(Montalcino-SI, 3 giugno 2025).  Giacomo Bartolommei (33 anni) è il nuovo presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino. Il più giovane presidente nella storia della denominazione – e tra i più giovani in Italia in questo ruolo – è stato nominato oggi all’unanimità dal nuovo consiglio di amministrazione per il prossimo triennio e succede a Fabrizio Bindocci, alla guida dell’ente negli ultimi due mandati.

Nel corso della seduta sono stati eletti anche i vicepresidenti: Andrea Cortonesi (Uccelliera, che guiderà la Commissione tecnica), Fabio Ratto (Antinori, Commissione istituzionale) e Bernardino Sani (Argiano, Commissione promozione).

“Desidero ringraziare i soci per la significativa fiducia riposta in me e nei consiglieri appena eletti. La grande percentuale di soci presenti alle ultime elezioni sono un messaggio forte di appartenenza al Consorzio – ha dichiarato Giacomo Bartolommei, da oggi alla guida del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino -. L’auspicio, pertanto, è che tutti i soci riscoprano nel Consorzio un ambiente propizio alla coesione e al lavoro comune per il bene e lo sviluppo del territorio. Il contesto economico attuale richiede un’azione energica in termini di promozione e comunicazione – ha concluso Bartolommei -. La nostra priorità sarà duplice: valorizzare il prestigio dei nostri vini e, potenziarne la percezione sul mercato. Parallelamente con  inalterata determinazione continueremo a tutelare il nostro marchio e le nostre denominazioni.”

“Lascio in eredità al nuovo presidente un Consorzio economicamente solido che, nel 2024, ha registrato un fatturato prossimo ai 4,5 milioni di euro, in aumento del 4,3% rispetto all’anno precedente, e un utile di quasi 627 mila euro destinato a riserva – ha commentato Fabrizio Bindocci, presidente uscente-. Sono certo che la nuova governance saprà affrontare con determinazione e visione le sfide all’orizzonte, continuando a investire sulla promozione e sul posizionamento dell’intera piramide qualitativa espressa dai vini di Montalcino, a partire dal suo Brunello divenuto sempre più brand territoriale conosciuto in tutto il mondo”.

Classe 1991, Giacomo Bartolommei è oggi enologo e responsabile export di Caprili, l’azienda di famiglia nata nel 1965 a sud-ovest del territorio del comune di Montalcino. Dopo gli studi in Enologia e viticoltura all’istituto Tecnico Agrario Ricasoli a Siena, entra ufficialmente in Caprili nel 2016, anno della sua prima vendemmia. Nel 2018 consegue la laurea in Economia e commercio all’università senese. È stato vicepresidente del Consorzio nell’ultimo triennio.

Il Consiglio di amministrazione del Consorzio del vino Brunello di Montalcino registra l’ingresso nel board di Violante Gardini Cinelli Colombini (Casato Prime Donne) a seguito delle dimissioni per motivi personali di Andrea Costanti intervenute successivamente alle elezioni del 14 maggio scorso.

Il Consorzio del vino Brunello di Montalcino riunisce oggi 214 soci, per una tutela che si estende su un vigneto di oltre 4.300 ettari nel comprensorio del comune di Montalcino (2.100 gli ettari a Brunello, contingentati dal 1997), in favore di quattro Dop del territorio (Brunello di Montalcino, Rosso di Montalcino, Moscadello e Sant’Antimo).

In allegato: foto Giacomo Bartolommei, presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino.

Ufficio stampa Consorzio del Brunello di Montalcino – Ispropress:

Benny Lonardi, 393.4555590 – direzione@ispropress.it;

 Simone Velasco, 327.9131676 – simovela@ispropress.it;

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Un giorno tra gli antichi documenti dell’Archivio Storico del Banco di Napoli, Patrimonio Unesco

Ben 100 chilometri di documenti, 4 piani ed oltre 200 stanze di Palazzo Ricca a Napoli occupate dagli antichi scritti del Fondo Apodissario degli otto Banchi Pubblici presenti nel capoluogo partenopeo, facente parte del più articolato Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli.

Stiamo parlando di un Patrimonio Unesco di rara bellezza, memoria storica delle principali attività economiche dal 1500 fino alla metà del secolo scorso. Agli inizi dell’opera manuale certosina, Napoli era considerata la seconda città più popolosa dopo Parigi e la capitale del Mediterraneo, grazie all’espandersi del sistema portuale. Con la guida Dalila Lahoz ha inizio da qui un lungo viaggio tra cultura e affari, che dura da quasi cinque secoli.

La Napoli del 1500 e la nascita dei Banchi Pubblici

I suoi abitanti attendevano un radicale intervento utile a favorire e implementare gli scambi commerciali; un metodo alternativo all’usura, considerata senza alcuna deroga un peccato mortale da parte della Chiesa Cattolica e, pertanto, screditata e osteggiata. Dall’arpagone singolo, al classico e regolare rapporto bancario, tutto ciò che richiedeva il pagamento di interessi a fronte di un prestito veniva bollato dall’opinione pubblica e condannato dalla Legge.

Il teologo predicatore Bernardino da Siena aveva aperto, in precedenza, un piccolo spiraglio nella visione dogmatica dell’impresa e della proprietà privata, ammettendo la legittima ambizione al guadagno del lavoratore onesto e timoroso di Dio. A buona azione deve corrispondere un vantaggio sia personale che per l’intera collettività: ecco la decisione coraggiosa dell’istituzione del primo Banco Pubblico nel 1539: il Banco di Pietà a San Biagio dei Librai.

Ad esso si aggiunsero, fino al 1640, altri 7 banchi posti nel perimetro del centro storico. A palazzo Ricca, attuale sede dell’Archivio Storico, sorgerà il Banco dei Poveri; ognuna di queste strutture gode delle medesime procedure amministrative e associative, compresa la scelta di un’Opera Pia (o Ente ecclesiastico affine) di carità per garantire una facciata sana a protezione da qualsiasi stigma religioso.

Studiando e leggendo le decine di migliaia di reperti, si risale al momento di passaggio dall’utilizzo della moneta contante alla nascita delle fedi di credito, antesignane dei moderni titoli all’ordine e delle madrefedi, sorta di primordiale conto corrente.

Ma cos’è una “fede di credito”?

All’epoca non era semplice certificare le reali sostanze patrimoniali negli accordi e nei contratti. La fede di credito era una testimonianza scritta, da parte di chi la rilasciava e controllata da notai, del rapporto esistente tra banco e cliente correntista. Divenne rapidamente una sorta di valore di scambio, utilizzabile previa girata e intestazione al posto del conio in vigore. In ogni causale veniva indicata la motivazione del pagamento, al fine del prelievo dei soldi da parte di chi fosse in possesso della notula.

Era prevista la possibilità di girare intestando all’infinito le fedi di credito, al punto tale che molte di esse non rientreranno mai nelle filiali d’emissione, consentendo un utilizzo effettivo dei depositi da parte dei governatori spagnoli per le spese più disparate comprese quelle per armi, abbellimento dei quartieri e sanità.

Immancabile la contraffazione dei documenti: gli impiegati dei banchi furono costretti ad applicare un bollo a freddo per registrare le fedi di credito. Quelle non più utilizzabili venivano impilate in apposite “filze” appese al soffitto, per esigenze di spazio e per essere salvate dalla fame dei roditori.

La pregiata carta d’Amalfi di cui erano composte ne ha consentito la perfetta conservazione fino ad oggi, divenendo lo specchio raffigurante di un passato, lungo trecento anni, di evoluzione della comunità non solo napoletana, ma mediterranea e delle crisi socio-politiche precedenti la fine del Regno delle Due Sicilie e l’unità d’Italia.

I registri: pandetta, libro dei conti e giornale copia polizze

Le vite di 17 milioni di persone in 4 secoli vennero registrate ad eterna memoria nei registri bancari, composti dalla pandetta dove veniva indicato nome e cognome e numero di conto. Si iniziava così per usanza spagnola, dando precedenza alle lettera A – F – G iniziali dei nomi più diffusi a Napoli all’epoca.

Si procedeva quindi con il libro dei conti dare/avere che includeva le spese e le entrate, elencate con dovizia minuziosa da ogni funzionario riconoscibile per sigla. Infine, per avere contezza delle effettive causali, si passava all’analisi e relativa compilazione del giornale copia polizze, elemento fondamentale per risalire alla storia finanziaria di ciascun cliente.

La peste e l’emergenza sanitaria

A metà del XVII secolo imperversò l’epidemia di peste bubbonica, che colpì la metà della popolazione partenopea. Napoli venne blindata, non si poteva entrare né uscire, ma i Banchi restarono comunque aperti per le spese del personale sanitario, dei farmaci, lazzaretti e persino dei becchini. Il medico siciliano Carlo Amorexano venne richiesto d’urgenza dal collega amico Agostino Baratto per salvare la vita del figlio, pagandolo in cambio con una fede di credito, a testimonianza dell’uso di tale strumento anche nel periodo più buio dell’Umanità.

La storia del Cristo Velato commissionato dal principe Raimondo di Sangro

Allo scultore Giuseppe Sammartino venne commissionato uno dei capolavori marmorei di indiscussa bellezza, all’interno della cappella Sansevero del principe Raimondo di Sangro. Nella causale, compilata dal servo Gennaro Tibet, venne indicato dal nobiluomo ogni minimo particolare di come dovesse essere realizzata la statua del Cristo Velato e il pagamento promesso di ben 500 ducati, quasi 120 mila euro attuali.

La nascita del Regno d’Italia

Nel 1819 gli 8 Banchi esistenti nel capoluogo vennero unificati dai Borbone nel Banco delle Due Sicilie; nel 1861, all’arrivo dei Savoia, il nome muterà in Banco di Napoli. La storia post-unificazione racconta dell’ingente attività di invio somme di denaro per il mondo, seguendo i flussi migratori.

Ogni cliente poteva spedire un conforto economico da e per il luogo dove i parenti erano emigrati per lavoro. Tante le storie di sofferenza documentate, quando i soldi non potevano essere consegnati per irreperibilità o morte del beneficiario o, semplicemente, perché rientrato in Patria.

Il compositore Rossini e la fine dei rapporti con l’impresario Domenico Barbaja

Anche il gossip dietro le fedi di credito conservate in archivio. Il celebre compositore Gioacchino Rossini, talento scoperto e scritturato da Domenico Barbaja per il Real Teatro di San Carlo di Napoli, dovette restituire parte dei compensi percepiti a seguito della rottura dei rapporti tra i due.

Motivo del contendere fu una donna, la cantante d’opera Isabella Colbrand compagna di Barbaja, che fuggì per amore con Rossini divenendo in seguito sua moglie.

Michelangelo Caravaggio nell’Archivio Storico del Banco di Napoli

Anche Caravaggio figurò nei rapporti del Banco. In realtà l’archivio è la testimonianza scritta con il maggior numero di documenti attribuibili all’artista. Caravaggio dovette fuggire a Napoli dopo un duello vinto durante il quale uccise Ranuccio Tomassoni, per una disputa d’amore e debiti. Protetto dalla famiglia Colonna, trovò asilo in Campania dove alcuni mercanti gli commissionano quadri e rare opere d’arte. Uno di essi, Nicolò Radolovich, pagò 150 ducati per una tela mai rinvenuta.

Il dubbio che non sia stata mai realizzata dal pittore risiede nel fatto che egli incassò l’acconto a valere su 200 ducati totali. La forma del contratto indicava con dovizia la data di consegna e come dovesse essere dipinto il quadro, comprese le posizioni delle figure.

La digitalizzazione: una nuova era per l’Archivio Storico del Banco di Napoli

Nella prospettiva di un più ampio disegno di definizione e implementazione delle risorse digitali  dell’Archivio Storico del Banco di Napoli è stata compiuta un’operazione di recupero e integrazione dei contenuti informativi degli inventari cartacei dei diversi fondi documentali. Gli inventari trattati sono collocati in tre sezioni: la prima dedicata ai banchi pubblici di età moderna, la seconda al Banco delle Due Sicilie, la terza al Banco di Napoli.

L’intervento, praticato con l’ausilio dell’applicativo Arianna, ha previsto una attività iniziale dedicata al trattamento delle scritture apodissarie degli otto antichi banchi di età moderna (secc. XVI ultimo quarto – XIX primo quarto). Le scritture patrimoniali sono attualmente in revisione, ma un primo supporto ha riguardato la serie delle pergamene del Banco della Pietà. È inoltre in via di completamento il lavoro di inventariazione analitica dei verbali degli organi sociali del Banco di Napoli (secc. XIX seconda metà – XX seconda metà).

Negli ultimi anni sono stati varati progetti di ricerca e repertoriazione dedicati alla pratica di Arti e mestieri (secoli XVI-XIX) e al primo biennio del Decennio francese (1806-1808): le schedature hanno previsto la creazione delle relative collezioni digitali e rappresentano un’agile risorsa per studi ed indagini.

Ultimo nato è l’intervento sulle pandette del XVI secolo dedicato all’indicizzazione dei nominativi dei clienti degli antichi banchi pubblici napoletani. A questo si aggiunge comunque la possibilità per i visitatori, previa apposita richiesta da inoltrare alla Fondazione Banco di Napoli, di poter visitare tutte le aree adibite alla raccolta dei documenti storici, negli orari aperti al pubblico.

Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli

Palazzo Ricca – Via dei Tribunali 213 – 80139 Napoli
Centralino +39 081 449400
E-mail: archiviostorico@fondazionebanconapoli.it

Chiuso il mercoledì e la domenica pomeriggio

VitignoItalia 2025: il focus sui processi di internazionalizzazione del vino

A due settimane dalla chiusura della XIX edizione di Vitigno Italia, si guarda con grande ottimismo a una manifestazione che negli anni ha mantenuto costante il suo trend di crescita. Quest’anno, nelle giornate 11-13 Maggio, hanno esposto alla stazione marittima di Napoli oltre 200 cantine con 2000 etichette per un record di 12.000 visitatori, tra cui una delegazione di diciannove buyer stranieri.

Da sempre la manifestazione concentra i suoi sforzi per attivare politiche volte a sostenere l’internazionalizzazione delle cantine presenti all’evento.

“Vitigno Italia ha portato negli anni oltre 600 buyers a Napoli e nelle precedenti edizioni almeno il 30% delle cantine ha aperto un canale estero”, ci ha confermato Maurizio Teti, direttore della manifestazione.

“D’altronde Vitigno Italia”, continua Teti, “è l’unica manifestazione del Sud Italia con cui l’ICE collabori”.

Diversi mesi prima dell’evento, viene attivata, in concerto con l’Istituto per il Commercio Estero, una vera e propria campagna volta prima a selezionare i paesi e successivamente a raccogliere le adesioni di quei soggetti economici interessati ad ampliare il proprio portfolio nel nostro Paese.

Per la XIX edizione della manifestazione è stata rivolta un’attenzione particolare alla Germania, ai paesi scandinavi e all’Inghilterra. Anche gli Stati Uniti, nonostante il momento di tensione economica, rimangono un mercato imprescindibile e due erano i buyer presenti. Rappresentato anche il Giappone con due piccoli importatori. Tutte le categorie rappresentate: dai più classici importatori e distributori, fino a enoteche e negozi al dettaglio.

“Sempre di stimolo il confronto con professionisti impegnati su mercati con regole molto diverse ma accomunati dalla tipica fascinazione alimentata dalla difficoltà di comprendere le tante sfumature del vino italiano. Ancora di più se si tratta di Sud, territorio emergente che sorprende i più e che, facendo leva su Vitigno Italia a Napoli, riferimento nazionale di tutto il centro-Sud, può ben sperare in una sempre migliore penetrazione” interviene Chiara Giorleo, giornalista ed esperta di comunicazione del vino.

Novità di quest’anno, rispetto alle edizioni precedenti, le modalità con cui aziende vinicole e buyer sono entrati in contatto: non più incontri BtoB preventivamente programmati in base agli interessi di ciascuna delle parti, ma un lungo lavoro di concerto che ha permesso la conoscenza approfondita dei players coinvolti. Alcune settimane prima della manifestazione, grazie a un webinar, alcuni delegati esteri hanno potuto incontrare preventivamente le aziende vinicole coinvolte. Il webinar è stata l’occasione per presentare i singoli mercati esteri con le proprie caratteristiche, per raccogliere informazioni dettagliate sulle cantine e sui vini prodotti.

“In questo modo abbiamo favorito possibilità di incontro e dialogo tra soggetti che magari in prima battuta e sulla base di conoscenze generiche non si sarebbero presi in considerazione”, continua Maurizio Teti. Vitigno Italia è una manifestazione aperta a tutte le cantine italiane ma di fatto è una vera e propria leva per il settore vinicolo della Campania.

Durante la manifestazione abbiamo incontrato Cesarino Gobbi. Italiano di origine marchigiana, Gobbi vive in Svezia da vent’anni e da diciotto conduce una propria attività d’importazione vini. Ci spiega che Vitigno Italia è una manifestazione di grande rilievo per attività come la sua: spesso sollecitati dalla presenza di prodotti più noti all’estero, molti compratori hanno poi la possibilità di venire in contatto su questa piazza con piccole realtà vinicole altrimenti sconosciute.

Inoltre, l’organizzazione dedicata da Vitigno Italia alla delegazione dei buyer si spinge oltre la partecipazione all’evento in Stazione Marittima, durante la quale vengono anche organizzate svariate masterclass. Nell’ultimo giorno di permanenza infatti la delegazione viene accompagnata in un territorio vinicolo campano e guidato in diverse cantine, selezionate dai consorzi e dalle Camere di Commercio locali. Quest’anno si è trattato di Sannio-Irpinia, con la visita a I Capitani a Torre Le Nocelle, Petrillo Vini a Pietredifusi e La Guardiense a Guardia Sanframondi.

In questo modo dunque Vitigno Italia, rimanendo una manifestazione di respiro nazionale, riesce a catalizzare l’interesse dei buyers stranieri in maniera specifica sul territorio campano. Ci vorranno non meno di sei mesi affinché si abbiano dei riscontri concreti su questa edizione di Vitigno Italia, in un momento in cui il mondo del vino è sotto scacco da diversi fronti. Ciò non di meno non bisogna perdere di vista l’elemento principale di questo settore, ha concluso Maurizio Teti, ossia che il vino è principalmente veicolo di cultura e solo attraverso questa lettura possiamo sperare che il settore continui a prosperare a tutti i livelli.

Salerno: Michele Orsini è il Miglior Sommelier Junior 2025 per AIS Campania

L’Istituto Professionale di Stato per i Servizi dell’Enogastronomia e dell’Ospitalità Alberghiera – in sigla IPSEOA – R. Virtuoso di Salerno (SA) è stata la sede prescelta per l’edizione 2025 del Miglior Sommelier Junior di AIS Campania.

A spuntarla sui tre finalisti è Michele Orsini, proprio di Salerno con una prova che ha lasciato poco spazio a dubbi. Michele si è distinto in una selezione scritta in mattinata, con un compito che prevedeva risposte vero-falso e a scelta multipla oltreché la degustazione di due campioni di vino alla cieca, ovvero senza conoscerne l’etichetta di riferimento.

Tra i 45 partecipanti iscritti, provenienti da ben 15 Istituti Alberghieri della Campania, un vero record, solo 3 hanno avuto accesso alla fase finale con esibizione pubblica sul palco, tra stappatura di un Metodo Classico, degustazione emozionale e domande tratte da slide di riferimento proiettate sul maxi schermo.

Michele Orsini dell’IPSEOA R. Virtuoso di Salerno ha dunque prevalso su Antonio Chiariello dell’IIS Minzoni di Giugliano in Campania e su Ada La Sala dell’IPSEOA Duca di Buonvicino di Napoli, giunti rispettivamente al secondo e terzo posto. Al Campione un premio consistente nel corso completo (ben 3 livelli) per diventare ufficialmente un Sommelier AIS e uno stage di perfezionamento presso la Scuola Internazionale di Cucina Alma. Riconoscimenti anche per gli altri due candidati finalisti.

La Giuria esaminatrice era composta dal presidente Antonio Riontino responsabile Area Concorsi AIS Puglia, da Tommaso Luongo, presidente di AIS Campania, Franco De Luca, responsabile didattica AIS Campania, Vincenzo Di Donna, responsabile Gruppo Servizi AIS Campania, Stella Marotta, miglior sommelier AIS Campania 2023, Mino Perrotta, responsabile Gruppo Servizi Delegazione AIS Salerno.

Il Dirigente Scolastico Ornella Pellegrino dell’IPSEOA R. Virtuoso di Salerno ha commentato a caldo con estrema soddisfazione: <<un concorso interessante e sentito: i ragazzi hanno partecipato con grande entusiasmo e professionalità e sono state offerte opportunità per accrescere le proprie competenze nella nobile arte della sommelerie oltre a dare prestigio all’evento e al Virtuoso che ha ospitato il concorso. Appassionare i ragazzi è stato il leitmotiv di tutta la gara grazie ai professionisti impegnati che hanno accompagnato gli studenti con dedizione dando loro dritte per  riuscire con successo. Per l’Ipseoa Virtuoso è stato un doppio successo: il privilegio di accogliere un concorso così prestigioso e la vittoria di Michele Orsini alunno della V sala che ha gareggiato con passione e doti tecniche frutto di studio metodico. Un ringraziamento speciale ai professori Napoli e Di Donna per il continuo supporto nell’attività organizzativa>>.

Anche il Presidente di AIS Tommaso Luongo rimarca con gioia: <<la splendida giornata di oggi ha radici molto lontane. Da mesi l’intero Consiglio Direttivo, che ho la fortuna di presiedere, ha dato prova di unità e spirito di gruppo; ma un plauso enorme va agli sforzi di Vincenzo, per noi tutti “Enzo”, Di Donna per aver impegnato ogni risorsa a convincere 15 Istituti Alberghieri ad esser qui presenti con i propri ragazzi. Un record assoluto che speriamo presto di poter eguagliare e superare nella prossima edizione e che farà da volano ad una futura selezione nazionale, per decretare il Miglior Sommelier Junior AIS Italia scelto tra tutti i vincitori regionali>>.

Al Senato della Repubblica pioggia di riconoscimenti per la Campania enogastronomica

Comunicato Stampa

Il 9 maggio 2025 è stata una giornata memorabile per l’enogastronomia della Campania. A Palazzo Giustiniani, sede del Senato della Repubblica, presso la Sala Zuccari, si sono riuniti i vertici del Comitato del Premio Internazionale di Venezia, rappresentato dal presidente Sileno Candelaresi, operativo nel segmento “Goldel Lion” dedicato alle eccellenze del Made in Italy. 

Dopo la moderazione di Luz Adriana Sarcinelli vice presidente del Leone d’Oro e grazie  all’organizzazione di Concetta Bianco, vice presidente del contest premiante “Golden Lion Chef”, è stata officiata la premiazione di personalità eccellenti in vari campi delle attività umane, raggiunti dall’ambita statuetta del leone alato di Venezia, sia nella versione aurea che d’argento, unitamente ad altri riconoscimenti e premi.

Tra i primi a ricevere il Leone d’Oro Sergio Rastrelli, senatore a vita  della Repubblica, a cui sono seguiti prefetti, medici, ricercatori, artisti, registri cinematografici, cavalieri del lavoro, giornalisti, attivisti nel volontariato e per la salvaguardia della vita umana in mare.

Domenico Fortino e Lorenzo Oliva di WIP Burger & Pizza a Nocera Inferiore, hanno ricevuto la nomina a Cavalieri della Cucina Italiana nel Mondo per l’impegno profuso in ambito gastronomico e per aver apportato innovazione nel mondo della pizza e aver reso, nell’arco di un decennio, il loro locale un punto di riferimento per artigiani del gusto, produttori di eccellenze agroalimentari e intenditori. Susseguono ad esponenti illustri come Franco Pepe, Iginio Massari e Matteo Lorito, magnifico rettore dell’Università di Napoli “Federico II”.

In maniera del tutto inaspettata è stato menzionato dal presidente Candelaresi anche Gaetano Cataldo, nostro autore su 20Italie, insignito del riconoscimento al merito: è la prima volta nella storia del Gran Premio Internazionale di Venezia che ad un sommelier vengono riconosciuti i suoi meriti sul campo.

In quanto a giornalista enogastronomico, fondatore di Identità Mediterranea, associazione culturale impegnata alla valorizzazione del territorio, a Gaetano Cataldo è stata attribuito il riconoscimento al merito per il suo impegno di comunicatore, sensorialista in vari ambiti, innovatore, grazie alla creazione della prima bottiglia celebrativa di una capitale idella cultura, e per la sua ventennale carriera di sommelier indipendentista, come d’altronde riconosciutagli con la nomina a miglior sommelier dell’anno al Merano Wine Festival. Lo stesso Cataldo, oltre alla pergamena, ha ricevuto una targa di riconoscimento speciale al merito del Gran Premio Internazionale di Venezia con il patrocinio della Regione Veneto e della Città di Venezia. 

Sono stati chiamati sul palco molti altri protagonisti, quasi tutti campani: i fratelli Giugliano, alla guida del ristorante Mimì alla Ferrovia, Giuseppe Scicchitano dell’omonimo ristorante in via Foria e Ciro Scognamillo della celebre pasticceria Poppella, sono stati premiati con menzioni, riconoscimenti al merito e l’ingresso nel cavallierato della Cucina Italiana, decisamente un riconoscimento che si lega in particolar modo alla volontà del Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare di ottenere la Cucina Italiana diventi patrimonio immateriale Unesco, anche grazie al contributo del team del Leone d’Oro e di altri enti istituzionali.

Cantine Ferrari e la famiglia Lunelli: la dinastia del Trento Doc nel mondo

Il 1902 è l’anno in cui Giulio Ferrari inizia a dar vita ad un sogno: ricreare le bollicine tanto apprezzate in Francia, durante i suoi studi primordiali a Montpellier. La spumantistica italiana era praticamente inesistente, eccezion fatta per alcune produzioni artigianali – o per meglio dire casalinghe – che poco o nulla avevano a che fare con quelle celebri d’Oltralpe.

La lunga storia delle cantine Ferrari

I fatti raccontati così sembrerebbero semplici; in realtà Ferrari ha vissuto tante vite come le catene effervescenti che caratterizzano i suoi Metodo Classico. Da Calceranica (TN), antico borgo sulle rive del Lago di Caldonazzo, si sposta a Montpellier per gli studi in agraria. Quindi Geisenheim in Germania, luogo ideale per l’approfondimento formativo sulle barbatelle di vite e le varietà d’uva. Infine Épernay nel cuore del distretto della futura AOC Champagne, ancora neppure in embrione dal punto di vista legislativo ed il successivo rientro in patria, con tanta esperienza e alcuni ceppi di Chardonnay da impiantare sulle colline di Lavis (TN).

Sperimentazione, ricerca e voglia di realizzare in Trentino, su suoli dolomitici di origine glaciale, quanto avveniva da secoli tra le pianure della Francia. Vigne lavorate ad altitudini superiori a quanto prevedeva l’usanza dell’epoca e, soprattutto, la valorizzazione per primo in Italia dello Chardonnay, quando nessuno ne conosceva il potenziale per la spumantizzazione. Subito 2 medaglie d’oro conseguite all’Esposizione Internazionale nel 1906 e nel 1936, prima dell’abbandono dell’attività con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e la fuga in Svizzera.

L’antica sede di Via Belenzani a Trento e il futuro del Metodo Classico in Italia

Il nuovo colpo di scena nella vita di Giulio è stata la sorpresa di trovare intatta la sede storica di Via Belenzani, in una Trento distrutta dai bombardamenti. Celate all’interno ancora 6 bottiglie, integre dopo anni di silenzio e oscurità, che hanno acceso in lui l’idea della lunga sosta sui lieviti come mantra produttivo. Un compito proseguito con successo da Bruno Lunelli, scelto quale degno successore per il prosieguo del brand, dopo un’accurata selezione di candidati in assenza di eredi diretti.

Lunelli, noto per la gestione di un’antica enoteca in città, riceve questo dono inestimabile dietro pagamento di un corrispettivo di vendita pari a 30 milioni di lire, indebitandosi fino al collo. Una scelta di cuore e di testa, supportato dai familiari da subito uniti nel progetto. I suoi figli Franco, Gino e Mauro ripagano totalmente il sacrificio del padre portando la casa Ferrari ai vertici dell’eccellenza enologica mondiale, icona di stile e gusto del Made in Italy.

Inizia così l’era della Famiglia Lunelli, proseguita negli anni ’80 con l’altrettanto fondamentale epoca dell’enologo Ruben Larentis, che li accompagnerà fino al 2023, per oltre 37 anni, contribuendo al mito del Trento Doc nel mondo. La parte sotterranea in stile “Cave” di riposo della nuova cantina ospita l’intera produzione aziendale prima dell’immissione in commercio. Quasi 8 milioni di bottiglie ambite in ogni angolo del goblo e dai main sponsor sportivi e automobilistici. Il simbolo della vittoria e della conquista del primato assoluto per identità e storia.

Quasi 700 ettari vitati (la metà di quelli censiti per la Denominazione) suddivisi tra 700 conferitori totali ed un marchio che non teme paure per dazi e oscillazioni geopolitiche. Ciò lo si deve all’estrema differenziazione delle aree di vendita e all’importante percentuale – circa due terzi di fatturato – ricavata da ristorazione, hotel e grandi distributori in Italia, come voluto dall’impegno dei cugini Alessandro, Camilla, Marcello e Matteo, terza generazione dirigenziale.

Maso Pianizza è il vigneto storico di Chardonnay da 12 ettari piantati a pergola a metà degli anni Sessanta, attorno a un maso situato tra i 500 e i 600 metri d’altitudine, sulla collina a Est di Trento. Qui nel 1972 prende forma l’etichetta Giulio Ferrari Riserva del Fondatore, dedicata alla scomparsa del visionario personaggio dell’enologia trentina. Mauro Lunelli, all’insaputa dei fratelli Gino e Franco, decide di scegliere e conservare in un luogo nascosto della cantina alcune migliaia di bottiglie ricavate dalle migliori uve provenienti proprio da Maso Pianizza e di informare i parenti solo nel 1980 dopo 8 anni di stoccaggio.

Sembra un sogno utopico eppure diventerà rapidamente una splendida realtà, superata negli anni ’90 dal Bruno Lunelli e dal Giulio Ferrari Collezione che arrivano rispettivamente a 16 e 18 anni di sosta sur lie.

La straordinaria degustazione delle Riserve

Ferrari Perlé Nero Riserva 2017 – un Blanc de Noir, da Pinot Nero in purezza, cremoso, tropicale, con sfumature di vaniglia e zenzero. Controllo perfetto delle asperità aggressive del varietale, di grande eleganza gastronomica e da sbuffi di torrefazione sul finale.

Ferrari Riserva Lunelli 2015 – una delle 2 etichette a riportare entrambi i cognomi storici della cantina. Extra Brut come il precedente, gioca su nuance gessose, agrumi gialli, sandalo e albicocca. Cala lievemente nella persistenza di chiusura su frutta a guscio essiccata, complice una vintage molto muscolare e meno delicata.

Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 2015 – spinge rapido su bergamotto, erbe officinali e miele di millefiori. Sorso cremoso e lunghissimo, sboccato nel 2024 dimostra lunga vita ancora davanti. Preferita la fermentazione in acciaio rispetto al secondo campione.

Giulio Ferrari Riserva del Fondatore Rosé 2012 – blend per il 60% da uve Chardonnay e 40% Pinot Nero vira su tocchi lievi di pasticceria e scie floreali con allungo tra fragoline di bosco e arancia sanguinella. Color rosa antico è uno dei prodotti più recenti e contemporanei studiato dai Lunelli di casa Ferrari.

Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa: il lungo binario della storia del treno in Italia

Il Mezzogiorno d’Italia conserva bellezze naturalistiche e paesaggistiche conosciute in tutto il mondo. Lo dimostrano i numeri esponenziali del turismo che ha visto premiare le regioni del Sud tra le mete preferite di chi cerca un’oasi di pace e buon cibo.

Un territorio zavorrato negli anni bui del dopoguerra dalla piaga della criminalità e dell’arretratezza economica, oggi riscoperto e valorizzato come merita per cultura, enogastronomia e quale simbolo di calda accoglienza mediterranea: dal piccolo borgo contadino dell’entroterra ancora inesplorato a quello marinaro incastonato tra fiordi e spiagge di sabbia dorata e acque cristalline.

La storia del treno in Italia

La storia del Meridione ha radici che originano nella notte dei tempi quando popolazioni come Greci, Romani e poi le dinastie dei Saraceni, dei Normanni e degli Aragonesi, hanno trasformato per sempre il volto di ciò che era l’antica Magna Grecia.

I sovrani borbonici del Regno delle Due Sicilie erano alla ricerca di continue migliorie e novità industriali. La prima ferrovia della Penisola venne costruita nel 1839 proprio in Campania, lungo la tratta Napoli-Portici, dalla società francese Bayard & De Vergès.

La Ferrovia Napoli-Portici

Il tratto iniziale, costituito da un binario unico che venne rapidamente raddoppiato nei mesi successivi, rappresentò lo spartiacque nel periodo della cosiddetta Rivoluzione Industriale. Una sola locomotiva a vapore in funzione, denominata “Vesuvio”, di costruzione inglese dalla Longridge e Co. di Newcastle e che sviluppava una potenza – oggi risibile – di appena 65 CV.

Un successo senza precedenti con oltre 80 mila viaggiatori in poco più di un mese, che ha portato un’accellerazione consistente dei lavori in tutto il reame con un indotto in termini di occupazione e progresso incalcolabile. La prima conseguenza pratica fu proprio la trasformazione dell’industria siderurgica di Pietrarsa nel Reale Opificio Meccanico, Pirotecnico e per le Locomotive, fondato da Ferdinando II di Borbone nel 1840, il primo nucleo industriale d’Italia con ben 1500 operai in piena attività.

Il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa

Lo stabilimento produttivo rimase operativo fino agli anni ’70 del ‘900, quando l’affermarsi delle locomotive elettriche e diesel determinò il declino dei mezzi a vapore. Nel 1977 le officine furono quindi destinate a diventare museo, inaugurato nel 1989 dopo i necessari lavori di adeguamento.

Passeggiare tra i padiglioni del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa è un po’ come tornare ai ricordi dell’infanzia, quando il gioco più bello e ambito era il trenino elettrico con le rotaie allungabili e i locomotori uniti ai vagoni diversi a seconda delle epoche e delle tipologie. Il 1 maggio appena trascorso rappresenta la Festa del Lavoro e mai lavoro più bello e usurante è stato quello dei primi ferrovieri, quando il carbone era il solo combustibile a disposizione.

Un lavoro difficile e ricco di fascino, che elevava l’intera categoria (conducenti, operai, controllori e capo stazioni) al rango di lavoratori stimati e ammirati dalla popolazione.

La storica collezione treni

La collezione si compone di oltre 55 rotabili storici collocati negli antichi padiglioni dell’opificio borbonico che, un tempo,  ospitavano i reparti specializzati nelle varie lavorazioni del ciclo produttivo. Prima dell’avvento delle “Littorine”, infatti, vi erano i treni in cui si veniva avvolti dal vapore della locomotiva, quelli delle panche di legno e delle carrozze sovraffollate, la mitiche “Terrazzini” e  “Centoporte”.

La carrozza del Re

Negli anni venti del ‘900 fu commissionato alla Fiat un apposito treno per i viaggi del re e della sua famiglia che doveva essere dotato delle più moderne tecnologie disponibili. Consegnato nel 1929, il nuovo treno reale disponeva di tre carrozze, una per la regina, una per il re (perduta nel secondo conflitto mondiale) e la sala da pranzo.

L’allestimento interno fu curato dal noto architetto Giulio Casanova, che progettò i tre interni in modo davvero fastoso, come testimoniato dalla vettura preservata in questo Museo. Con la fine della monarchia, vennero apportate alcune modifiche alle decorazioni, eliminando i riferimenti alla Casa reale e al regime fascista.

Nacque così il nuovo treno presidenziale, consegnato nel 1948. Aveva in composizione la vettura salone Sz 1, già appartamento della regina, cui furono aggiunte altre tre nuove carrozze e, in seguito, il fastoso salone Sz 10, la vettura sala da pranzo del treno reale, oggi a Pietrarsa.

Fondazione FS Italiane

La Fondazione FS italiane è il custode e gestore del grande patrimonio storico delle Ferrovie italiane: costituita il 6 marzo 2013 riunisce sotto la sua tutela un parco di rotabili storici composto da 400 mezzi, i fondi archivistici e bibliotecari, i musei di Pietrarsa e Trieste Campo Marzio e le linee ferroviarie un tempo sospese, oggi recuperate ad una nuova vocazione turistica con il progetto «Binari senza Tempo».

FS Treni Turistici Italiani è l’impresa Ferroviaria del Gruppo FS che gestisce i treni storici della Fondazione FS.

Museo Nazionale Ferroviario di Petrarsa

Via Petrarsa snc – Napoli (NA)

CONTATTI:  Tel. 081 472003 | Mail: museopietrarsa@fondazionefs.it

ORARI DI APERTURA
  • MERCOLEDÌ: solo su prenotazione
  • GIOVEDÌ: dalle 9:30 alle 20:00
  • VENERDÌ: dalle 9:00 alle 17:30
  • SABATO E DOMENICA: dalle 9:30 alle 19:30

È possibile acquistare il biglietto di ingresso presso la biglietteria del Museo il giorno stesso della visita.

Ingresso con visita libera

  • 9,00 € intero
  • 6,00 € ridotto (under 18 e over 65)
  • 20,00 € tariffa speciale per due adulti e un ragazzo di età compresa tra i 6 e i 17 anni
  • 25,00 € tariffa speciale per due adulti e due ragazzi di età compresa tra i 6 e i 17 anni

Pazziella Garden & Suites di Capri: accordo raggiunto con lo chef Fabrizio Mellino, Tre Stelle Michelin con Quattro Passi di Nerano

Si apre una nuova pagina del turismo di lusso in Campania: le tre stelle Michelin del ristorante Quattro Passi di Nerano si uniscono alle cinque stelle del boutique hotel Pazziella Garden & Suites di Capri per una importante avventura: si chiama Campanella by Quattro Passi il nuovo ristorante che aprirà il 15 giugno nel giardino di Pazziella.

Il Ceo di Pazziella Francesco Naldi e lo chef Fabrizio Mellino hanno deciso di unire le loro esperienze in una partnership che porterà la filosofia di cucina autentica dei Quattro Passi – che parla di territorio, tradizione, memoria, ricerca e futuro – nel giardino mediterraneo del luxury hotel di Capri.

Entrambi giovani, impegnati con successo nelle reciproche aziende, Naldi e Mellino vengono da solida tradizione familiare nel campo rispettivamente dell’hotellerie e della ristorazione e hanno visto nel ristorante del boutique hotel Pazziella lo spazio giusto per creare Campanella by Quattro Passi.    

Il giovane tre stelle Michelin Fabrizio Mellino costruirà con Pazziella una sinergia per far vivere agli ospiti un’esperienza gastronomica a trecentosessanta gradi nell’oasi mediterranea che circonda Pazziella Garden & Suites.