Metti una sera a cena al Castello di Rocca Cilento

Esistono castelli e castelli: quello di Rocca Cilento, nel restauro proposto dalla famiglia Sgueglia e dal compianto Stefano, sfiora senza dubbio l’immaginario collettivo in tema di ricordi medievali.

Non manca davvero nulla, neppure il ponte che collega un’ala all’altra della dimora storica e che assomiglia ai ponti levatoi con tanto di fossati utilizzati nei kolossal del cinema americano, tra nobili cavalieri, disfide e tenzoni romantiche, panorami bucolici mozzafiato.

In tale contesto, sotto gli occhi ammirevoli dei presenti, è andato in onda (proprio il caso di dirlo) un evento unico nel suo genere, la cena a 4 mani tra due chef che stanno scrivendo pagine importanti nella ristorazione della Campania.

La parte del “padrone di casa” viene ben recitata da Matteo Sangiovanni, di recente approdato in questi magnifici luoghi dopo esperienze prestigiose. L’invitato di lusso è invece Vincenzo Cucolo di Aquadulcis, ristorante in capo alla famiglia Cobellis a Massa di Vallo della Lucania (SA).

Nell’attesa di avvicinarsi ai tavoli del Bistrot dei Sanseverino, che fa parte del resort con 6 stanze per gli ospiti, di cui 4 suite arredate in chiave luxury, viene servito un aperitivo in terrazza al tramonto, con le primizie proposte dagli assistenti di chef Sangiovanni ed i Franciacorta dell’azienda Montina, la giusta atmosfera per un momento di festa enogastronomica.

Potersi rilassare per un attimo al calar del sole estivo, osservando in lontananza il mare di Agropoli e le colline retrostanti in direzione del Monte Cervati e della diga di Alento, è un lusso che non ha prezzo.

Trascorso nella convivialità l’inizio di serata, arriva il clou con l’esibizione ai fornelli dei due chef, nella proposizione di un ricco menù.

Dal filetto di trota, pesto di prezzemolo, wasabi e pomodoro rosa di Cucolo ai ravioli con carpaccio di gamberi rossi di Acciaroli e fonduta di piselli, per terminare prima dei dessert con un tonno rosso scottato, salsa di Franciacorta “Montina” e fiori di zucca in tempura entrambi di Matteo Sangiovanni.

Coccole finali tra ricotta, rhum, pere, frolla e fondente del giovane talento di Aquadulcis e la piccola pasticceria realizzata da Federico Sorrentino pastry chef del Castello di Rocca Cilento.

Un “contest” in cui nessuno vince davvero, se non il palato di chi ha potuto assistere comodamente seduto tra miti, leggende e tanta concretezza culinaria.

Benevento: tra cavalieri, streghe, santi e buona tavola

Sanniti: popolo fiero di ceppo sia irpino che caudino, originatosi dagli Osci. I Romani conoscono bene l’orgoglio delle genti che abitavano queste vallate così ricche di bellezza e di mistero. Il nome stesso di Benevento, punto di partenza del nostro racconto di una delle perle della Campania, è intriso di storia e leggenda. Forse un’antica storpiatura del termine malies (che richiama le origini greche dei fondatori) o mallos a simboleggiare il vello della pecora, e l’abilità di allevatori e coltivatori degli abitanti.

La fondazione di Benevento la si deve, secondo ipotesi recenti, a un rituale tipico dei sanniti, che consacravano al dio Mamerte i nati tra il 1 marzo e il 1 giugno secondo i canoni della “primavera sacra” (ver sacrum). Gli stessi, divenuti giovani uomini, si sacrificavano per il bene comune spostandosi alla ricerca di luoghi da colonizzare, seguendo le orme di un animale sacro, qui da sempre incarnato nel cinghiale.

Da allora sono poche le fonti disponibili che testimoniano la volgarizzazione del nome in Maleventum, poi diventato, dopo il 275 a.C. Beneventum per buon auspicio da parte del nuovo conquistatore, Roma, che concederà subito il beneficio di Municipium, quale punto nevralgico per gli scambi mercantili lungo la Via Appia.

Gli invasori non furono usurpatori anzi: provvidero nei secoli al benessere complessivo di Benevento, con la costruzione di numerosi monumenti ancora esistenti, come l’Arco Traiano, il Teatro Romano, le antiche Terme e persino un’importante scuola di gladiatori. Alla caduta dell’Impero d’Occidente seguì la fase di dominio dei Longobardi, stirpe di guerrieri provenienti dalla Pannonia. Capitali della “Longobardia Minor” divennero Benevento e Spoleto.

Dal loro buon governo vennero edificate la Chiesa di Santa Sofia, patrimonio Unesco e le cinta murarie aperte da 9 porte ancora in parte visibili. Il 1077 d.C. segna il passo con l’ultimo re Longobardo, prima che Benevento fosse amministrata dal papato per il tramite di Rettori Pontifici.

La Rocca dei Rettori e l’astio crescente della popolazione per il nuovo potere, causarono un lento declino durato fino al 1860, con la deposizione di Edoardo Agnelli. Da quell’istante di libertà ci fu il ritorno dell’attenzione sulla cittadina e le sue leggende, come quella delle Streghe, le cosiddette “Janare”, seguaci di Diana nei culti pagani, o della dea Iside per l’abilità nelle pratiche di magia occulta, che volavano con la scopa e praticavano il rito del Sabba ai piedi dei nocelleti.

Le janare nascevano durante la vigilia di Natale. Tra le loro abitudini avrebbero avuto quella di fare di notte le treccine alla criniera dei cavalli, lasciando dei nodi come una sorta di incantesimi capaci di legare certe linee di forza sottili.

Furono ampiamente perseguitate e fino al secondo dopoguerra il termine stesso comprendeva un’accezione negativa rivolta alle donne non osservanti delle rigide regole sociali dell’epoca. Nell’archivio arcivescovile erano conservati circa 200 verbali di processi per stregoneria, in buona parte distrutti nel 1860 per evitare di conservare documenti che potessero infiammare ulteriormente le tendenze anticlericali che accompagnarono l’epoca dell’unificazione italiana. Un’altra parte è andata persa a causa dei bombardamenti che hanno quasi distrutto la città.

La Rocca dei Rettori è l’attuale sede della Provincia. Fu completata tra il 1320 e il 1340 d.C. dai Rettori che prima vivevano nel palazzo del duca longobardo Arechi II.

La costruzione della Chiesa di Santa Sofia venne invece completata nel 760, anno in cui furono accolte le reliquie dei XII Fratelli Martiri. Circa 23 metri e mezzo di lunghezza, fungeva inizialmente da cappella privata palatina o più probabilmente, per la redenzione di Arechi II e a vantaggio della salvezza del suo popolo e della sua patria. Evidente l’intento devozionale e lo scopo dichiaratamente politico e terreno a cui il duca si richiama: sin dalla fondazione, la chiesa venne concepita quale santuario non solo del principe, ma anche e soprattutto dell’intero organismo sociale e territoriale posto sotto il dominio del principe.

Il Complesso Monumentale di Santa Sofia fu poi ampliato di un convento ed un campanile, ricostruito ex novo distante dalla Chiesa dopo il terremoto distruttivo del 1688, nell’ambito delle mura del monastero benedettino. Presenti anche le reliquie traslate di San Mercurio e San Bartolomeo martire. Le colonne di granito grigio provenivano dall’Egitto e lo splendido chiostro interno annovera 47 colonne con 47 capitelli differenti per stile e composizione.

L’Hortus Conclusus di proprietà dell’ex Convento di San Domenico comprende le opere di Mimmo (Domenico) Palladino, artista appartenente alla corrente della transavanguardia nata con Achille Bonito Oliva. Un piccolo giardino incantato dove trovare la pace tanto desiderata e il silenzio della natura circostante.

Da lì il nostro percorso conduce verso il Triggio (o trivium), incontro di tre strade, quartiere medievale costruito sui resti di un precedente teatro romano. Qui alberga da sempre “A’ Zucculara”, spirito del teatro romano, l’antica dea Ecate protettrice degli incroci e della magia, che camminava con gli zoccoli per avvisare tutti della sua presenza.

Passeggiando tra i vicoli si giunge davanti al Teatro Romano edificato sotto imperatore Adriano, figlio adottivo di Traiano da ben 7500 spettatori, che vedeva l’esibizione di vari giochi e sfide, comprese le naumachie, vere e proprie battaglie navali. Perfetta l’acustica anche per opere e recite classiche di drammaturgia.

La nostra visita a Benevento termina con l’Arco Traiano, da dove la via Appia conduceva a Brindisi. Traiano era un imperatore di origine germanica e, sotto impero longobardo, l’Arco diverrà una delle Porte Auree di ingresso al centro cittadino.

L’appetito deve essere soddisfatto, però, non solo dalla cultura e dalla storia, ma dal buon cibo e vino. All’Agriturismo Le Peonie, che offre anche camere confortevoli in stile shabby chic, ce ne parla la titolare Annamaria Colanera seguita poi dalle parole del Presidente del Sannio Consorzio Tutela Vini Libero Rillo. Un territorio unico, intriso di rara magia e bellezza.

Morellino del Cuore 2024

Lo scorso 19 giugno si è svolta la seconda edizione di “Morellino del Cuore” serata dedicata al Morellino di Scansano. L’evento si è svolto  a Firenze presso il Ristorante Olio, una degustazione di 10 vini selezionati da una commissione di Sommelier ed importanti Ristoranti del Belpaese.

Nella prima edizione la commissione era composta da giornalisti, esperti e collaboratori di importanti guide e riviste enogastronomiche.  La degustazione  è stata organizzata dai giornalisti Roberta Perna e Antonio Stelli in collaborazione con il Consorzio Tutela Morellino di Scansano.

Prima di passare all’analisi sensoriale dei vini in degustazione, lasciamo il tempo ad alcune nozioni su questo incantevole areale.

Il Morellino di Scansano è una perla enologica localizzata tra l’antico vulcano Monte Amiata e la meravigliosa costa Tirrenica in provincia di Grosseto. L’etimologia del termine sembrerebbe derivare dai cavalli neri detti morelli che trainavano le carrozze. La vicinanza al mare e al Monte Amiata danno origine a  un microclima unico e propizio per l’allevamento della vite; tuttavia, i suoli e le altimetrie variano nei comuni  ricadenti nella denominazione quali: Scansano,  Manciano, Magliano in Toscana, Semproniano, Roccalbegna, Campagnatico e Grosseto. Terreni, argillosi,  sabbiosi con presenza di galestro ed alberese.

Il Morellino di Scansano per disciplinare deve essere prodotto con uve Sangiovese almeno per l’85%, possono concorrere al completamento nella misura massima del 15%: Alicante, Ciliegiolo, Colorino, Malvasia Nera, Canaiolo, Montepulciano, Merlot, Syrah, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Tuttavia, prevalentemente i produttori prediligono lavorare  il Sangiovese in purezza. Nelle annate  migliori viene prodotta anche la tipologia Riserva. 

La Doc è nata nel 1978 e l’ambito riconoscimento a Docg è giunto nel 2007. A fine anni ottanta è  stato un vino molto apprezzato e presente nelle carte vini di molti ristoranti sia in Italia sia all’estero. Un breve periodo di pausa ed è  di nuovo tornato meritatamente nella sfera dei grandi vini rossi italiani.

I vini in degustazione

“Annata”
Cantina Vignaioli Morellino di Scansano Roggiano Docg 2023 – Sangiovese 95% e Ciliegiolo 5% – Piacevoli note di violetta,  visciola ed erbe aromatiche. Fresco, saporito, dinamico con buona facilità di beva.

San Felo Morellino di Scansano Docg 2023 – Sangiovese 85%, Cabernet Sauvignon e Merlot 15% – Note di rosa, ciclamino, ciliegia e fragola, dal sorso setoso, lungo e armonioso.

Terenzi Morellino di Scansano Docg 2022 – Sangiovese 100% – Emana note di frutti di bosco, scorza d’arancia  e spezie dolci,  avvolgente, deciso, preciso è composito.

“Intermedio”
Boschetto di Montiano PerBene Morellino di Scansano Docg 2022 – Sangiovese 90%, Cabernet Franc e Merlot 10% – Sprigiona sentori di lampone, mirtillo, tabacco e cuoio. Gusto pieno e soddisfacente.

Morisfarms Morellino di Scansano Docg 2022 – Sangiovese 90% , Cabernet Sauvignon e Merlot 10% – Ciliegia, prugna, pepe e nuances terragne. Al palato è succoso, setoso e armonioso.

Roccapesta Morellino di Scansano Docg 2022 – Sangiovese con un saldo di Ciliegiolo. Libera sentori di rosa, mora, melagrana e bacche di ginepro; sorso vibrante, avvolgente e armonico.

Podere 414 Morellino di Scansano Docg 2021 – Sangiovese 85%, Ciliegiolo, Colorino, Alicante, Syrah 15% –  Rivela note di cassis, amarena,  liquirizia, pepe e nuances mentolate. Setoso, avvolgente e leggiadro.

“Riserva”
Alberto Motta Morellino di Scansano Docg Riserva 2021 – Sangiovese 100% – Note di mirtillo,  mora, amarena e spezie orientali, dal sorso accattivante e duraturo, con tannini ben integrati.

Val delle Rose Poggio al Leone Morellino di Scansano Docg Riserva 2021 – Rimanda sentori di prugna, marasca, tabacco su scie balsamiche. Trama tannica nobile, saporita e coerente.

Santa Lucia Tore del Moro Morellino di Scansano Docg Riserva 2020 – Sangiovese 100% – Emana note di frutti di bosco, sottobosco e nuance boisée. Rotondo, appagante e persistente.

Dopo la degustazione delle 10 etichette è seguita una gustosa cena, con piatti ben preparati e ben presentati in abbinamento ai campioni degustati.

Rauscedo: alle radici del Vino

Avrete spesso sentito parlare di quanto lavoro ci sia dietro ad un calice di vino: anni di grande sacrificio, di passione e dedizione da parte di produttori, enologi e tutte quelle persone che rendono possibili le nostre degustazioni: dalla cura dei vigneti, alla trasformazione dell’uva in vino, dall’imbottigliamento alla distribuzione. Oggi affronteremo un viaggio che inizia ancor prima del vigneto, nei primi 12 mesi di vita della vite (scusate il gioco di parole), quando la stessa prende il nome di “barbatella”.

La visita al VCR Research Center – Vivai Rauscedo si è rivelata istruttiva e al tempo stesso suggestiva: un percorso iniziato con la visione di un documentario sulla storia di Rauscedo e delle barbatelle, la passeggiata nei vivai, la degustazione e la visita alla cantina storica.

Un po’ di storia

I primi documenti storici sulla storia di Rauscedo, piccola frazione del comune di San Giorgio della Richinvelda, in Friuli-Venezia Giulia, risalgono al 1204, l’etimologia del nome “Rauscedo” deriva da “rausea” che nel basso latino significa “canna” o “canneto”. In tale ambiente estremamente dinamico e complesso, per via dei fiumi che lo percorrono, nella prima decade del Novecento è fiorita la produzione delle barbatelle, un’attività che ha consegnato Rauscedo alla storia mondiale.

Nel XIX un insetto proveniente dall’America sconvolse la vite: il parassita della fillossera, un afide che si nutre di linfa e attacca le radici della vite. Svolge il suo intero ciclo di vita a contatto con la pianta: dalle foglie, dove depone le uova, alle radici dove inizia a creare danni. Un vero e proprio flagello di natura che portò alla distruzione di interi vigneti in tutta Europa.

Correva l’anno 1880 quando due ricercatori Charles Valentine Riley e Jules Émile Planchon capirono come l’unica strada percorribile fosse cambiare l’innesto. Avevano notato la resistenza dell’apparato radicale di alcune varietà di vite americana, da innestare con le varietà di vite europea, aggirando il parassita. Inizialmente l’innesto veniva fatto su un ceppo di vite americana già presente sul terreno.

Bisogna attendere qualche anno ancora, nel 1917, quando un caporale maggiore dell’esercito sabaudo, sopravvissuto alla disfatta di Caporetto, nel tornare a casa, ricevette ospitalità da Andrea Rauscedo a cui insegnò la tecnica dell’innesto al tavolo. Non fu più necessario unire la gemma europea su un ceppo americano già sul terreno, era sufficiente avere un tralcio di vite americana e una gemma, unirli in modo che i legni attecchissero e solo dopo fare in modo che la nuova piante sviluppasse radici e foglie. Una tecnica questa che cambiò radicalmente l’approccio dei rauscedesi che oggi arrivano a produrre il 75% delle barbatelle italiane e più di ¼ di quelle mondiali.

Il processo di produzione delle barbatelle

Verso la fine di dicembre e gli inizi di febbraio avviene la raccolta dei tralci di vite europea e di quella americana; il legno americano viene ripulito e tagliato ad una lunghezza di 40/50 cm, etichettato e conservato in frigo. Stessa sorte per le gemme di vite europea che però vengono tagliate ad una lunghezza di 5/6 cm. Agli inizi di febbraio si avvia la fase dell’innesto al tavolo: la marza, gemma europea, viene innestata sul piede americano, il porta innesto.

L’incisione può avere diverse forme, la più comune è il taglio ad omega. L’innesto passa quindi alla paraffinatura che protegge e rinforza la zona di contatto dei due legni. Da questa unione nascerà la nuova pianta che, sistemata in una cassa di legno con segatura umida, creerà il callo di cicatrizzazione tra la marza e il porta innesto. 

A metà aprile si controlla la cicatrizzazione e si ripuliscono le barbatelle che vengono sottoposte ad una seconda paraffinatura di protezione coprirà metà pianta e dopo 10/15 giorni si procederà con la messa a dimora della barbatella nel vivaio. Questa operazione è totalmente manuale: inserite una ad una ad una distanza che varia dagli 8 agli 11 cm garantiscono lo sviluppo dell’apparato fogliale e di quello radicale. In estate seguono controlli, irrigazione, pulitura dei polloni prodotti dal porta innesto.

A settembre la maturazione della pianta è oramai vicina e ad ottobre inizia l’espianto; le barbatelle saranno conservate in ambienti chiusi e umidi fino a quando avverrà l’ultima paraffinatura di protezione per essere poi etichettate e conservato in locali refrigerati in attesa di essere vendute.

Da più di un secolo la produzione di barbatelle di vite accomuna i cittadini di Rauscedo, paese ai piedi delle Alpi Carniche, un’avventura diventata ormai leggenda. Oggi oltre 200 aziende e tante cooperative, come quella dei Vivai Cooperativi Rauscedo. Costituita nel 1930, vanta attualmente duemila dipendenti, 210 soci-produttori, oltre 80 milioni di barbatelle innestate all’anno e una presenza commerciale capillarmente distribuita in 35 Paesi nel mondo. Una realtà che ha saputo trasformare una terra povera nel primo distretto al mondo per la produzione di barbatelle.

Nel 1965 la creazione del primo centro sperimentale della Cooperativa. Da qui sono partite le prime selezioni clonali e le sperimentazioni delle varietà resistenti. La visita al VCR Research Center, ampliato e rinnovato nel 2019, si è svolta percorrendo le sale adibite ai laboratori, la cantina di microvinificazione, un vero e proprio gioiello unico nel suo genere dove vengono effettuate 900 microvinificazioni all’anno, le celle climatizzate per l’imbottigliamento e la sala per le degustazioni dove abbiamo assaggiato tre anteprime di varietà resistenti: il Sauvignon Kretos con una linea aromatica di buona intensità e un buon potenziale di invecchiamento; il Sauvignon Rytos dalla bella mineralità e sentori di frutta tropicale; il Pinot Iskra spumantizzato con notevole freschezza e persistenza.

La visita è proseguita nella cantina storia Rauscedo, nata nel 1951, una cooperativa che unisce persone con ideali di condivisione e aggregazione. 1900 ettari di superficie vitata, la più importante del Friuli, il 92% di uve è a bacca bianca. Gli spazi ampi ospitano le cisterne e i sistemi all’avanguardia con cui si vinifica.

Abbiamo degustato anche il Metodo Classico Brut Villamanin, Pinot Nero e Chardonnay, oltre 32 mesi di affinamento sui lieviti, dai sentori fruttati di ananas e mela, ottima mineralità e lunghezza; il Traminer Aromatico, dai ricordi floreali di rosa e di frutta a polpa gialla, elegante e di buon corpo; lo Chardonnay Rauscedo secco e armonico, elegante e intenso.

I vini di Rauscedo esprimono l’essenza di questo territorio con terreni di origine alluvionale, prevalentemente sassosi e ghiaiosi dove la vite ha trovato il suo habitat ideale. La visita è terminata con una pausa pranzo da Antica Osteria Il Favri per assaggiare le prelibatezze culinarie di questi luoghi. Un posto autentico con una cucina casalinga da 10 e lode.

Un grazie sincero a Lorenzo Tosi, Michele Leon e Mauro Genovese, senza dimenticare le amiche divine e di vino Claudia e Marta.

Prosit!

I Borboni si confermano tra le 50 migliori pizzerie d’Italia secondo la guida 50 TOP PIZZA

Comunicato Stampa

Anche per il 2024, I Borboni si riconfermano tra le 50 migliori pizzerie d’Italia secondo la prestigiosa guida 50 Top Pizza. Ideata da Barbara Guerra, Albert Sapere e il giornalista Luciano Pignataro, questa guida è la più influente nel mondo della pizza, selezionando le eccellenze in Italia e nel mondo con oltre 100.000 pizzerie esaminate.

L’annuncio, atteso con trepidazione, è stato dato al Teatro Manzoni di Milano, durante un evento scintillante presentato da Federico Quaranta, volto noto della Rai: I Borboni classificati al 40° posto su oltre 100.000 pizzerie in Italia e con l’accesso alla finale Mondiale di Settembre che decreterà le 100 migliori pizzerie al Mondo.

“Riconfermare questi risultati ed essere nell’élite dei pizzaioli, accanto a maestri che hanno fatto e continuano a fare la storia di questo antico e sempre in evoluzione alimento, è un’emozione profonda. Questa sensazione amplifica l’energia che dedichiamo al nostro lavoro e rafforza la passione che ci mettiamo ogni giorno e che ci dà la forza di fare sempre meglio,” dichiarano con orgoglio Valerio Iessi, Daniele Ferrara e Adriano Romano.

E del resto, buon sangue “borbone” non mente: basti ricordare l’avanguardia di re Ferdinando di Borbone, a cui si deve il merito della costruzione del primo forno a legna di Palazzo Reale a Capodimonte – lo stesso in cui nel 1889 venne cotta per la prima volta la pizza “alla Margherita”, dedicata alla regina Margherita di Savoia e poi diventata il piatto più celebre al mondo.

Dall’anno della sua apertura nel 2018, Valerio Iessi e Daniele Ferrara hanno portato avanti con dedizione e innovazione il percorso tracciato secoli prima da re Ferdinando. Impegnandosi a salvaguardare la nobile arte della pizza napoletana e a farla evolvere, hanno trasformato I Borboni in un faro di eccellenza.

Fin dalla sua nascita, I Borboni ha puntato su una sperimentazione costante, unita alla ricerca dell’eccellenza nella materia prima, studio attento degli impasti e alla valorizzazione degli ingredienti Made in Sud. Completano l’offerta una carta delle birre artigianali e una lista vini più volte premiata per la qualità e l’attenzione al territorio Campano.

Questo progetto visionario ha subito raccolto ampi consensi da parte del pubblico buongustaio e dei critici gastronomici, attirando l’attenzione degli esperti e guadagnandosi menzioni speciali in numerose guide di settore. I Borboni non sono solo una pizzeria, ma un simbolo di tradizione, innovazione e passione. Ogni pizza è un viaggio sensoriale che celebra la storia e la maestria della cucina napoletana, portando avanti con orgoglio l’eredità di re Ferdinando e scrivendo nuove pagine nella storia della pizza.

PR & PRESS info@todisco.media

Il Luminist Cafè Bistrot di Giuseppe Iannotti trionfa nella classifica dei Visionary Places redatta da Gambero Rosso e Artribune

Arte, ospitalità, cultura del buon cibo e della bellezza. Appartenere alla classifica stilata dal Gambero Rosso e Artribune per i “Visionary Places”, i ristoranti visionari che sanno unire aspetti gourmet e architettonici, per la goduria dei sensi di chi li visita, rappresenta un punto d’onore nel vasto panorama enogastronomico italiano.

La “fuffa”, per utilizzare un neologismo ampiamente abusato, del tutto fumo e poco arrosto ha ormai le ore contate. Abbiamo vissuto momenti indelebili nella ricerca spasmodica di ciò che sembrava mai raccontato. Imitazioni, per non dire copie con carta carbone, di realtà che poco hanno a che fare col savoir-fare italiano, fatto di affabilità e complicità con il cliente anche quello più esigente.

Non basta definirsi critici enogastronomici provetti, così come non va tutto buttato nel pattume, anzi. Lo stimolo per qualcosa di diverso, che coinvolgesse per tecnica e capacità realizzativa, ha portato la nostra idea di cucina verso spazi inesplorati. Il ricontatto con la realtà, mantenendo i piedi ben saldi a terra, conduce invece ad una necessaria contrazione dei mezzi impiegati verso un ulteriore gradino del concept gourmet da Stella Michelin.

Oggigiorno ci si scosta dall’ipotesi intonsa e candida delle visioni minimaliste del passato. Stili e colori spesso identici (il bianco che più bianco non si può), perché a parlare fossero solo nuvole, sifoni, gelificazioni e composizioni molecolari, “arie” dei titolari incluse. Ristoranti in profonda crisi economica e propositiva, che richiedeva per forza un passo di lato confortante.

Ritorniamo allora al concetto di bello, come voluto fortemente dal Gambero Rosso che di Guide ne capisce da sempre. Un vero e proprio comitato scientifico, con rappresentanti del mondo della gastronomia, dell’arte e della cultura per valutare i migliori Visionary Places, capaci di distinguersi senza seguire le mode, interpretando il concetto di benessere sia per i commensali che per il personale ponendo attenzione a tutti gli elementi accessori alla cucina, che contribuiscono a rendere l’esperienza del cliente completa.

Accanto a Gambero Rosso e Artribune, il direttore creativo del Gruppo Tenute Capaldo – Feudi di San Gregorio, Ella Capaldo, l’artista e appassionato “conoscitore” enogastronomico Gabriele De Santis, l’AD di MondoMostre Simone Todorow, ed Emilia Petruccelli, co-fondatrice di Galleria Mia a Roma e fondatrice di EDIT Napoli.

Un progetto voluto con passione sin dagli albori dal Presidente di Gambero Rosso e Artribune Paolo Cuccia, dal Consiglio d’Amministrazione al completo e dal neo Direttore Responsabile Lorenzo Ruggeri, al primo banco di prova importante dopo la sua nomina al posto del dimissionario Marco Mensurati, approdato ad altri incarichi di prestigio al Poligrafico e Zecca di Stato.

Vince su tutti il Luminist Cafè Bistrot di chef Giuseppe Iannotti, già proprietario del Kresios a Telese. Nella cornice esclusiva delle Gallerie d’Italia Napolimuseo di Intesa Sanpaolo si è tenuta la presentazione della prima edizione del progetto con la premiazione dei 10 locali italiani tra i 30 che erano stati selezionati ed ha avuto la meglio proprio il ristorante posto al roof top del polo museale, inserito in un contesto di rara bellezza tra tele di Velàzquez e artisti conteporanei. Secondi e terzi sul podio rispettivamente il SanBrite di Cortina d’Ampezzo e IO Luigi Taglienti di Piacenza.

SOLOPACA: una nuova era si prospetta grazie a delle Uve Rare

Qualcosa di nuovo è accaduto nel territorio vitivinicolo che va dal Taburno Camposauro alla costa tirrenica, altrimenti chiamato Sannio. Una inaspettata ricchezza ampelografica è emersa grazie a ricerche approfondite iniziate al termine del 2019.
Un quinquennio di studi scientifici di un gruppo di ricercatori professionisti per individuare e riuscire a iscrivere nel Registro Nazionale delle varietà di vite ben 11 (ma a breve diventeranno 12) nuovi vitigni, denominati “Uve Rare” per il vino di Solopaca.

Per la precisione si tratta di:

Agostina, Cocozza, Ingannapastore, Urmo, per i vitigni a bacca bianca; Arulo (altresì Vernaccia di Arulo) come sinonimia col Grero o Grero Nero di Todi, Castagnara, Reginella, Sabato, Suppezza, Tennecchia (altresì Tentiglia), Tesola nera (altresì Vernaccia di Vigna), per i vitigni a bacca nera. A questi si aggiungerà a breve la Ghiandara Bianca (altresì Aglianico Bianco).

Il “Progetto Solopaca”, modello da imitare per chi crede che l’unico passaggio possibile di un giusto rapporto dell’uomo con la natura sia quello del recupero delle tradizioni e della cura del paesaggio (come sostiene l’archeologo Massimo Botto, dirigente della ricerca CNR – ISPC) è frutto e merito dell’incontro e scambio di conoscenze fra chi del territorio ne aveva una profonda conoscenza, come Clemente Colella capofila dell’Associazione Vignaioli di Solopaca, i ricercatori del CNR, quelli del CREA, nonché i funzionari della Regione Campania e della delegazione AIS di Grosseto, che ha testato in più occasioni e fornito vari suggerimenti sui vini prodotti esclusivamente con Uve Rare.

Il frutto di questo lavoro è stata la pubblicazione di un volume di ben 430 pagine (e se allo scrivente è consentito, in qualità di bibliofilo annoso, un libro curato e ben fatto), un’opera open access e open science quindi scaricabile, dal titolo SOLOPACA Viticoltura di terroir e “Uve Rare” dal Taburno Camposauro alla costa tirrenica a cura del prof. Stefano Del Lungo, edito da Dibuono Edizioni di Villa D’Agri (Pz), presentato lo scorso 4 luglio, una data che quasi sancisce una volontà rivoluzionaria e per creare un neologismo “emersiva”, nella Sala Cavour del Ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste.

Sono state tre ore di esplicazione di puro interesse per i cultori del vino e non solo, durante le quali, coordinati da Fosca Tortorelli, e dopo una introduzione della direttrice ad interim del CNR ISPC Costanza Miliani, sono intervenuti Clemente Colella per l’Associazione Vignaioli di Solopaca, Stefano Del Lungo (curatore del libro) e Antonio Pasquale Leone per il CNR, Angelo Raffaele Caputo e Vittorio Alba per il CREA, ed Emilano Leuti dell’AIS di Grosseto.

Una ricchezza di informazioni provenienti dagli studi per le quali è necessario rimandare al libro, con un’unica anticipazione che ci ha colpito: la quasi bilanciata distribuzione dei sistemi di allevamento nel territorio di Solopaca. Su un totale di 795 ettari di superficie vitata, 422 ettari vale a dire il 53% sono a spalliera, e i restanti 373 ettari a raggiera, riconosciuta e iscritta dalla ricerca nel Registro nazionale di paesaggi rurali storici, pratiche agricole e conoscenze tradizionali come “Raggiera del Taburno”.

Al termine abbiamo avuto modo di assaggiare un paio di vini di Solopaca, uno bianco e uno rosso, prodotti esclusivamente da “Uve Rare”, che hanno evidenziato una freschezza di base e facilità di beva, una nota più tendente al salino che al minerale, una presenza alcolica molto misurata, una buona acidità, e del frutto giallo per la versione bianco, e piccola frutta scura per quella in rosso, e che avendo margine di crescita lasciano presagire una loro evoluzione produttiva positiva in futuro.

I 100 anni del Consorzio Vino Chianti Classico: metti una sera a cena al Teatro della Pergola

Ci sono serate che ripagano dai tanti sforzi del mestiere. Raccontare vini, produttori, territori, non può escludere il rapporto con i Consorzi di Tutela e le Istituzioni del mondo agrario. Tra i tanti, uno in particolare affascina da sempre per il suo emblema – un Gallo Nero – e per la storia di un comparto conosciuto nel mondo tra le eccellenze del made in Italy: il Consorzio Vino Chianti Classico.

Nel 1924 furono 33 i viticoltori ad avere un progetto comune e decidere di creare il Consorzio: la loro visione fu quella di credere nell’unità di intenti, nella forza della collettività, fu quella di investire nell’aggregazione uscendo dalla miopia del singolo interesse privato, perché solo così si poteva gestire una produzione che potesse parlare di un intero territorio. Questi 33 “padri fondatori” furono lungimiranti anche nel pensare per primi alla necessità di rendere visibile e riconoscibile la qualità del loro prodotto.

Oggi, a distanza di 100 anni, festeggiare l’impegno di coloro che sono stati autentici pionieri del movimento enologico italiano, non solo è un atto dovuto per chi esercita il ruolo di giornalista enogastronomico, quanto un onore nel far parte di un momento storico che si ripeterà solo tra un altro secolo. Il Presidente del Consorzio Vino Chianti Classico Giovanni Manetti ha raccolto il suo staff, i produttori, la stampa e gli operatori del settore in una serata magica a cena al Teatro della Pergola di Firenze.

Il teatro fu eretto con una struttura lignea nel 1656 da Ferdinando Tacca su incarico dell’Accademia degli Immobili, presieduta dal cardinale Giovan Carlo de’ Medici, e inaugurato il 26 dicembre 1656 e ufficialmente durante il carnevale del 1657, con la prima assoluta dell’opera buffa Il podestà di Colognole di Jacopo Melani. In questo teatro nacque il genere del cosiddetto melodramma, dal quale si sviluppò la vera e propria opera lirica.

Il pomeriggio al Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio

Il convegno “Back to the Future” nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio ha anticipato la cena di gala, sul tema della “sostenibilità e identità territoriale”, con gli interventi dei rappresentanti di alcune fra le più illustri denominazioni e grandi vini del mondo: Champagne, Borgogna, Porto e Douro, Oregon e Barolo.

Poi la presentazione del Manifesto di Sostenibilità e la visione di un Chianti Classico sostenibile sia come sistema imprenditoriale sia come mezzo di salvaguardia del territorio, per poterlo restituire intatto alle generazioni future.

Abbiamo atteso fino ad oggi ad affrontare, come Consorzio, il tema così attuale della sostenibilità, per potergli dare una caratterizzazione, un’identità specifica che fosse in grado di evidenziare ed esaltare i caratteri distintivi della nostra denominazione e del suo territorio di produzione – afferma Giovanni Manetti – Un manifesto che siamo certi i nostri viticoltori accoglieranno e renderanno vivo e attivo, fino a farlo diventare un vero impegno di sostenibilità del nostro territorio e delle sue produzioni”.

La serata di gala al Teatro della Pergola

Ed eccoci qua, sotto i riflettori del palcoscenico, a degustare le numerose etichette nella lista vini dedicata ai presenti. Emozionante l’ascolto delle testimonianze scritte nei verbali di alcuni passaggi delicati consortili in questi 100 anni.

A destra il Presidente del Consorzio Vino Chianti Classico Giovanni Manetti

Il ringraziamento degli Organi del Consiglio Direttivo e la storia di alcuni vitivinicoltori celebri nelle immagini video che scorrevano durante il breve dibattito è stato un brivido che resterà per sempre nel cuore di chi scrive.

Viva il Consorzio Vino Chianti Classico e come si dice in questi casi: cento di questi giorni!

“L’orto sotto casa” rispolvera il classico pane e cipolla, purché sia Cipolla di Certaldo

Andrea, Alessio e Mirko Delle Fave, fratelli alla nascita, imprenditori per amore della terra con l’azienda L’orto sotto casa. Siamo a Certaldo, incantevole borgo medievale toscano di infinita bellezza.

Luogo intriso di storia, tomba per il poeta Giovanni Boccaccio, memoria di battaglie epiche alla conquista di colline bucoliche prestate da sempre all’agricoltura, qui nel centro della Val d’Elsa. Tra i PAT (Prodotti Agroalimentari Tradizionali) degna di menzione è la Cipolla di Certaldo, presidio Slow Food e oggetto di produzione e commercio da parte di un ristretto gruppo di produttori locali.

Mirko Delle Fave

La varietà è a tunica rossa, come altre celebri italiane, ma ciò che la differenzia maggiormente sono le due qualità presenti: la “statina”, pronta per il consumo fresco a maggio (cipollotti) e matura in estate, e la “vernina”, con semina autunnale e raccolta a fine estate. Si impiega quindi sia come cipolla fresca da consumo (“statina” – cipollotti raccolti a maggio-giugno), sia come cipolla da serbo essiccata.

L’orto sotto casa ne produce diverse variazioni, proposte ai consumatori abituali e ai ristoratori che vogliono aggiungere quel pizzico di aromaticità e dolcezza alle proprie ricette. Conserve e sughi, salami e mortadella, per non parlare della composta e dei cantuccini, idea geniale per un momento appetitoso spezza fame o alla fine di un pasto.

E perché non riproporre l’antica tradizione del “pane e cipolla”, visto in passato come unico sostentamento delle famiglie in tempi di carestia e adesso rivalutato come merenda gustosa da accompagnare ad un tocco di Olio Extravergine di Oliva.

I riconoscimenti sono subito arrivati, dalle attenzioni di The WineHunter area Food del Merano Wine Festival, sia per i biscotti che per il salame al miele. Ma ai fratelli Delle Fave ciò non bastava: ecco allora spuntare l’Aglione, i pomodori costoluti, le zucchine lunghe fiorentine e molto altro ancora.

In fin dei conti lo stesso Boccaccio certificava la vocazione contadina degli abitanti del borgo, nel suo Decameron composto tra il 1394 ed il 1351: “Certaldo, come voi forse avete potuto udire, è un castello di Val d’Elsa posto nel nostro contado, il quale, quantunque picciol sia, già di nobil uomini e d’agiati fu abitato. Nel quale, per ciò che buona pastura si trovava, usò un lungo tempo d’andare ogn’anno una volta, a ricogliere le limosine fatte loro dagli sciocchi, un de’ frati di Santo Antonio, il cui nome era frate Cipolla, forse non meno per lo nome che per altra divozione vedutovi volentieri, con ciò che quel terreno produca cipolle famose per tutta la Toscana”.

La figura della cipolla compare persino nell’antico stemma di Certaldo del XII secolo, quando il paese era feudo dei conti Alberti e certamente L’orto sotto casa entra di diritto tra coloro che creano la storia con le mani e col sudore.

Perché la terra è sempre “troppo bassa” per chi la lavora…

Rinasce la Condotta Slow Food dei Campi Flegrei

Alle ore 18.00 del 25 giugno 2024 si è ricostituita la condotta Slow Food dei Campi Flegrei presso Il Quarto Miglio.

Ad adoperarsi per l’ottimale risultato il comitato promotore, composto da Marika Capuano, Filomena D’Avino, Marianna Fiorentino, Adele Munaretto, Cosimo Orlacchio, Giovanni Quadrano, Gennaro Schiano, Chiara Turturiello, Valeria Vanacore e dallo stesso Ciro Verde, enologo delle cantine quartesi dove ha avuto luogo l’avvenimento tanto auspicato per un territorio di estrema rilevanza per la pesca, l’archeologia, la vitivinicoltura e l’agricoltura.

La compagine di promozione di questa rinascita aveva provveduto ad indirizzare, alla direzione regionale campana e al consiglio direttivo nazionale di Slow Food, una lettera del 20 marzo scorso, esprimendo la volontà di ricostituire la condotta in quell’area, sotto il segno del buono, pulito e giusto.

Durante la cerimonia che ha deliberato la ricostituzione, davanti a un pubblico folto ed appassionato, l’assemblea costituente ha altresì decretato il nuovissimo Comitato di Condotta che vede il seguente schieramento: Cosimo Orlacchio al vertice e Marianna Fiorentino alla vicepresidenza con Alfonso Carmosino, il tesoriere Alfonso Carmosino, Filomena D’Avino, Filippo Veglia, Chiara Turtiello, Marika Capuano, Giacomina Di Pretore, Nicola D’Ambrosio e Adele Munaretto, responsabile per le cantine per la condotta flegrea.

Il nuovo fiduciario di Slow Food Campi Flegrei è beneventano di nascita ma flegreo di adozione. Cosimo Orlacchio è laureato in Ingegneria Elettronica, lavora presso il Dipartimento di Ingegneria Elettrica e delle Tecnologie dell’Informazione della Università degli studi di Napoli, Federico II. Dopo i quarant’anni si avvicina al mondo del vino e della gastronomia. Blogger e scrittore enogastronomico per diletto, scrive per riviste tra le quali il blog della delegazione Ais di Napoli.
Sommelier e Degustatore AIS, partecipa ai panel di degustazione per la stesura di alcune guide vini come per il concorso e guida di Decanto Untold: membro dell’Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Formaggi, per il quale ha intrapreso il precorso per diventare Maestro Assaggiatore, oltre che membro dell’Associazione Nazionale Ostricari, dopo aver partecipato al corso di primo livello. Ha conseguito l’attestato del primo livello di Assaggiatore della Scuola Italiana Sake, mentre, con l’Accademia Popolare del Gusto di Slow Food, ha frequentato il corso di avvicinamento al caffè e quello sull’olio extra vergine di oliva.

È attivo presso la Comunità Slow Food Agriculturale Flegrea per l’Inclusione e sin prima della sua nomina, si prodiga per progetti divulgativi a sostegno del territorio, organizzando laboratori e masterclass. Inoltre è responsabile della regione Campania per il Comitato Italiano per la Tutela del Piede Franco. Tra i suoi interessi principali l’enogastronomia, la scrittura gastronomica e la promozione dei Campi Flegrei. Ama scrivere di buon cibo, vino e tematiche tecnologiche in chiave leggera e accessibile a tutti.

Decisivo il lavoro di questa condotta che avrà il compito non facile di affiancare i ristoratori del territorio verso scelte consapevoli buone, pulite e giuste coinvolgendoli nelle progettualità e convogliandoli al progetto cuochi alleanze, sensibilizzare i produttori agricoli per attivare percorsi di educazione verso i cittadini per la salvaguardia di prodotti unici della zona flegrea, come ad esempio il pisello santacroce, la cicerchia flegrea, la cozza di Bacoli, la fava baiana ed il mandarino flegreo.

Un gruppo di persone e professionisti affiatati che sapranno colmare un vuoto grazie all’attivazione di percorsi di consapevolezza con i produttori vitivinicoli della zona per la valorizzazione dei vitigni e dei vini a piede franco. Altro compito importante sarà quello di favorire gli scambi commerciali tra produttori e consumatori nell’ottica del buono, pulito e giusto, come mercati della terra ed acquisti solidali, di affiancare i produttori già in cammino per il raggiungimento del presidio del mandarino e del limone flegreo e di educare, a partire dalle scuole, con il progetto degli orti ed il no waste food.