Arriva Natale e ritorna la sfida tra le ultime due annate di Brunello di Montalcino, organizzata da Vinodabere

Come di consueto l’avvicinarsi del Natale porta con sé un momento ulteriore di riflessione su quanto fatto e vissuto durante l’anno. Dalle Anteprime, alle visite in cantina, fino ai press tour ed ai momenti di degustazione nei ristoranti gourmet, la vita di un giornalista enogastronomico è densa di spunti per raccontare al meglio l’attualità enologica in Italia.

Un’occasione perfetta per la giusta sintesi di un areale storico del Bel Paese, dunque, l’evento organizzato dalla testata giornalistica Vinodabere presso il ristorante VII Coorte di Roma, riguardante la “comparazione” delle ultime 2 annate di Brunello di Montalcino. Stavolta sono scese metaforicamente in campo la 2020, di prossima uscita, recentemente valutata durante Benvenuto Brunello al seguente articolo Benvenuto Brunello 2024, considerazioni e migliori assaggi, contro la 2019 attualmente in commercio e, pertanto, con un anno in più di bottiglia.

Il riposo di sicuro giova al Sangiovese, ma acuisce maggiormente le differenze d’annata più che di stile. Non ci stupisce, quindi, che l’equilibrata 2020 prevalga per maggiore piacevolezza di beva, concedendosi al consumatore con tannini di buona fattura, rispetto ad una 2019 ancora a tinte in chiaroscuro, dal forte carattere, ma dal volume di bocca inferiore e un passo diverso nello scatto finale.

Ne consegue una inevitabile omologazione dei punteggi medi per la prima versione, con picchi di bellezza maggiormente presenti, però, nella seconda vintage. La degustazione, da parte di un panel formato da 30 persone, è avvenuta rigorosamente alla cieca (senza nemmeno sapere l’annata in assaggio).

Ecco l’elenco dei partecipanti (in ordine alfabetico di nome):

Alberto Chiarenza (critico enogastronomico)

Antonella Piga (sommelier)

Antonio Paolini (giornalista enogastronomico)

Daniele Moroni (critico enogastronomico)

Delia Giri (ristoratrice)

Emanuele Giannone (critico enogastronomico)

Federico Gabriele (critico enogastronomico)

Franco Santini (critico enogastronomico)

Giampaolo Gravina (critico enogastronomico)

Gianmarco Nulli Gennari (giornalista enogastronomico)

Gianni Travaglini (critico enogastronomico)

Giuseppe Garozzo (critico enogastronomico)

Luca Grippo (giornalista enogastronomico)

Luca Matarazzo (giornalista enogastronomico)

Luciano Lombardi (critico enogastronomico)

Marco Carnevali (sommelier)

Marco Dall’Asta (giornalista enogastronomico)

Marco Sciarrini (critico enogastronomico)

Maurizio Gabriele (critico enogastronomico)

Maurizio Valeriani (giornalista enogastronomico)

Paolo Carpino (giornalista enogastronomico)

Paolo Frugoni (agente)

Pino Perrone (critico enogastronomico)

Raffaele Mosca (critico enogastronomico)

Roberto Alloi (critico enogastronomico)

Rowena Dumlao (critica enogastronomica)

Samuele Parrinello (sommelier)

Simone Di Giorgio (sommelier)

Susanna Schivardi (giornalista enogastronomica)

Vittorio Ferla (giornalista enogastronomico)

Ecco la lista delle 25 etichette, in ordine di preferenza, che hanno superato i 91 centesimi ed hanno maggiormente convinto (secondo la media dei punteggi) i presenti:

Brunello di Montalcino  2020 – Franco Pacenti

Brunello di Montalcino  2020 – La Magia

Brunello di Montalcino  2020 – Tornesi

Brunello di Montalcino  2020 – Mastrojanni

Brunello di Montalcino  2019 – Lisini

Brunello di Montalcino  2020 – Celestino Pecci

Brunello di Montalcino  2019 – Villa al Cortile

Brunello di Montalcino  2019 – Celestino Pecci

Brunello di Montalcino  2019 – Pian delle Querci

Brunello di Montalcino  2020 – Pinino

Brunello di Montalcino  2020 – Tenuta La Fuga

Brunello di Montalcino  2020 – Máté

Brunello di Montalcino  2020 – Pian delle Querci

Brunello di Montalcino  2019 – Sesti Castello di Argiano

Brunello di Montalcino  2020 – Argiano

Brunello di Montalcino  2019 – Argiano

Brunello di Montalcino  2019 – Castello Tricerchi

Brunello di Montalcino  2019     La Rasina

Brunello di Montalcino  2020 – Fattoria dei Barbi

Brunello di Montalcino  2019 – Tornesi

Brunello di Montalcino  2019 – Fattoi

Brunello di Montalcino  2020 – Villa al Cortile

Brunello di Montalcino  2019 – Franco Pacenti

Brunello di Montalcino  2020 – Donatella Cinelli Colombini – Progetto Prime Donne

Brunello di Montalcino  2020 – Donatella Cinelli Colombini

In assaggio inoltre erano presenti 16 Rosso di Montalcino (6 dell’annata 2023, 9 dell’annata 2022 e 1 dell’annata 2021).

Ecco quali hanno maggiormente convinto i presenti al Ristorante VII Coorte:

Rosso di Montalcino 2022 – Collemattoni

Rosso di Montalcino 2022 – Scopone

Rosso di Montalcino 2023 – Fattoria dei Barbi

Rosso di Montalcino 2022 – Fattoi

Rosso di Montalcino 2023 – Tornesi

Rosso di Montalcino 2022 – Donatella Cinelli Colombini

Rosso di Montalcino 2023 – Camigliano

Ritorna la presentazione ufficiale della Guida Vitae di AIS Italia

Lo scorso 16 novembre, alla Stazione Leopolda di Firenze, AIS (Associazione Italiana Sommelier) ha presentato i vini della Guida Vitae 2025, assegnando anche i 22 prestigiosi premi “Tastevin”. In occasione si è svolta la finale del concorso per decretare il Miglior Sommelier d’Italia – TrentoDoc. I finalisti si sono cimentati in una prova, con 18 minuti di tempo a disposizione. Tutti molto preparati e professionali, ma alla fine Andrea Gualdoni delegazione Ais Lombardia ha avuto la meglio sugli altri due candidati.

Un’ appassionante kermesse rivolta sia ai soci sia ai visitatori, i quali numerosi hanno varcato la soglia della Stazione Leopolda. La location scelta mette a disposizione ampi spazi, location ideale per questo tipo di eventi, scelta anche dal Consorzio Vini del Chianti Classico per l’Anteprima Chianti Classico Collection.

Una passerella tra i numerosi  banchi d’assaggio con le eccellenze vitivinicole del nostro paese, vini che hanno ottenuto l’importante riconoscimento con la “Gemma”. Dietro ai banchi d’assaggio vi erano i sommelier a dare informazioni e servire i vini. Due le masterclass condotte da Daniele Cernilli e curate da Gabriele Gorelli.

Alcuni assaggi: la qualità dei vini è davvero elevata, tra le etichette presenti degustate e valutate da una commissione composta da 22 redazioni ed estrapolate da circa 20.000 campioni.
La scelta è stata dura e alcune etichette meritevoli non saranno contenute in questa breve lista.

Franciacorta Dosaggio Zero  Anna Maria Clementi Riserva 2015 –  Chardonnay 55 % Pinot Bianco 25%, Pinot Nero 20% – Permane Permanenza sui lieviti 8 anni e 6 mesi – Giallo dorato brillante, perlage finissimo e continuo, sprigiona sentori di agrumi, frutta secca, miele e piccola pasticceria. Cremoso, suadente e persistente.

Trento Doc Le General Blanc Dosaggio zero Riserva 2016 Monfort – Chardonnay 100% – Permanenza sui lieviti di 6 anni – Di colore giallo dorato, dalle bollicine finissime e continuative, emana note di mela verde, frutta tropicale accompagnate da sfumature d’agrume. Sorso vibrante, secco e decisamente lungo.

Collio Friulano Nekaj 2020 Damian Podversic – Oro  luminoso, dai sentori di mela cotogna, nocciola, erbe di campo e agrumi. Vibrante, saporito e duraturo.

Custoza Superiore Amedeo 2022 Cavalchina –  Giallo paglierino dalle sfumature dorate. Emergono, in successione, note di biancospino, pesca, pera e ananas. Verticale, sapido ed elegante.

Valle d’Aosta Chardonnay Le Vin de Michel 2022 Grojean Vins – Paglierino brillante, sviluppa subito essenze di fiori di campo, burro,  vaniglia e pepe bianco. Avvolge ed intriga.

Costa d’Amalfi  Furore Bianco Fiorduva 2023 Marisa Cuomo – Dorato brillante,  libera sentori di pesca, melone, litchi, cedro e miele. Un piccolo capolavoro della “Divina Costiera”.

Vermentino di Gallura Superiore Vign’Angena 2023 Capichera – Paglierino con riflessi verdolini, rivela rapido note di zagara, ginestra, mela e agrumi. Sorso succoso, dalla piacevole spalla fresca, elegante e lungo.

Colli Tortonesi Timorasso Cavallina 2022 Claudio Mariotto – Dorato brillante, dipana note di camomilla, biancospino, albicocca e nettarina. Al palato è ricco e fresco, dotato di una buona piacevolezza di beva. 

Barbaresco Rabaja Riserva 2019 Produttori del Barbaresco – Granato trasparente, i suoi sentori richiamano a viola, ciliegia, fragola e spezie dolci. Sorso pieno ed appagante, setoso e armonioso.

Barolo Cannubi 2020 Pirelli E & Figli – Chiara Boschis –  Rubino dalle sfumature granate, rimanda a sentori di violetta,  mora, ribes, liquirizia e sottobosco. Tannino setoso che termina con buona freschezza.

Barolo Vignarionda 2019 Ettore Germano – Tonalità rosso granato intenso, sviluppa note di petali,  tabacco, prugna, mirtillo e menta. Al palato sa essere generoso, coerente e lunghissimo.

Boca 2020 Le Piane –  Rosso rubino trasparente, al naso giungono sentori di mammola, melagrana, frutti di bosco, tabacco ed eucalipto. Fresco e contraddistinto da finezza e grande piacevolezza di beva.

Gattinara Vigna Molsino 2020 Nervi – Conterno – Rosso granato intenso,  esprime sentori marasca,  mirtillo, mora, sottobosco e spezie. Vino suadente e persistente.

Brunello di Montalcino Rennina 2019 – Pieve Santa Restituita – Rosso granato accompagnato da una buona trasparenza, libera note di ciliegia, arancia sanguinella, anice stellato e liquirizia. Attacco tannico vellutato, saporito, coerente e persistente.

Kupra Marche Rosso Igt 2021 Oasi degli Angeli – Color granato intenso, rivela sentori di frutti di bosco,  rosa canina, arancia sanguinella, tè e spezie. Palato delicato, dal tannino setoso.

Etna Rosso San Lorenzo 2022 Girolamo Russo – Nerello Mascalese e un piccolo saldo di Nerello Cappuccio – Rubino intenso,  emerge un pot-pourri floreale, frutti di bosco e spezie, con lieve nota affumicata sul finale. Buona struttura, tannino nobile, lungo e duraturo.

Sicilia Nero d’Avola Duca Enrico 2020 Duca di Salaparuta – Rosso rubino profondo e consistente, emana note di iris, mora di gelso, prugna, mirtillo e spezie. Il sorso è ricco, avvolgente e persistente.

Romagna Albana Passito AR Riserva 2018 Fattoria Zerbina – Giallo dorato luminoso,  all’olfatto arrivano note di frutta candita,  albicocca,  fico, miele e cannella. Vibrante e carezzevole al tempo stesso, chiosa fine e incredibilmente lungo.

Vecchio Samperi Marco De Bartoli – Vino perpetuo – Grillo 100% – Color oro antico, un tripudio di sentori fruttati maturi che ben si fondono con note balsamiche e spezie dolci. Bocca verticale, piacevolmente rotonda, leggiadra e duratura. Vino iconico, una vera perla per chiudere la meravigliosa giornata di festa in casa AIS.

Irpinia Wine Days: l’Irpinia del vino riparte dai tre Master Of Wine italiani

Non bastano le diatribe interne e visioni politiche contrastanti che hanno tormentato negli anni uno degli areali potenzialmente più brillante del panorama italiano: l’Irpinia, con le sue denominazioni Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi, meriterebbe ben altri encomi e palcoscenici. Lo diciamo da sempre, consci più che mai che un cambio di passo si renda necessario in vista dei temi scottanti proposti dal mercato mondiale del vino.

Un fantasma si aggira per l’Europa (e non solo): quello della crisi dei consumi nel comparto enologico. Far fronte comune, superare impasse ed ataviche posizioni, certo faciliterebbe di gran lunga il compito già arduo per Teresa Bruno, Presidente del Consorzio Tutela Vini d’Irpinia. Il raggiungimento di una coesione tra tutti i produttori, indispensabile per scrollarsi di dosso le posizioni di nicchia seppur di altissima qualità dei vini, viaggia in parallelo all’apertura a mercati sin qui raggiunti solo a macchia di leopardo dai singoli attori.

Per non essere la solita cronaca autoreferenziale destinata a restare lettera morta, ben venga la giusta “ripartenza” con la prima edizione di Irpinia Wine Days e con un calendario ricco di eventi tra i vari comuni dell’avellinese, alla ricerca dello spirito affine per sdoganare il territorio fuori dai propri confini. Importante anche l’adesione delle Istituzioni regionali, qui rappresentate da Maurizio Petracca, presidente della Commissione Agricoltura Regione Campania e da Giovanni Maria Chieffo, presidente del GAL Irpinia e l’Associazione Italiana Sommelier con il Delegato della Campania Tommaso Luongo. E dobbiamo ammetterlo: per la prima volta si è finalmente vista una volontà costruttiva e pragmatica, che parte anzitutto dalle cose che non vanno e che non devono ripetersi.

L’idea stessa di invitare i tre Master Of Wine italiani (in sigla MW) – Gabriele Gorelli, Andrea Lonardi e Pietro Russo – in qualità di consulenti per un approfondimento tematico degustativo sulle varietà Fiano, Greco e Aglianico delle Docg Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi, ha fatto da volano nello scoperchiare il vaso di ipocrisie ed incongruenze udite in tante occasioni.

Gabriele Gorelli

Per Gorelli <<la troppa accessibilità dei prodotti causa poca attenzione del consumatore. Bisogna dosare anche l’assenza da mercati inflazionati con una seria riflessione sull’uso e la diffusione dei vini irpini. Il valore del vino – rileva il primo MW d’Italia – esiste, ma non sempre viene capitalizzato all’origine, lasciando pochi margini per il territorio da cui proviene>>.

Lonardi rincara la dose, aggiungendo <<la necessità di tenere lontano la politica nelle scelte, valorizzare il terroir e aggrapparsi ad esso uniti, perché solo così è possibile guardare in faccia la grave crisi che si prospetta inevitabile. Ciclicità che potranno non mettere in discussione zone più esperte e resilienti di quelle campane, dove invece si potrebbero verificare danni ingenti. Bisogna creare un messaggio preciso, tale da non essere intaccato>>.

Andrea Lonardi

<<Quando sarà pronto, il vino si venderà senza alcuna difficoltà o spinta dall’esterno. Una comunicazione semplice, non prosaica e aderente quanto più possibile alle offerte turistiche per il pubblico dei millenials, nati a cavallo del vecchio e nuovo millennio, potrebbe essere uno splendido gancio. Il vino, infatti, è l’unica categoria merceologica del lusso in cui si pretende che il consumatore sia preparato; troppa esclusività e poca inclusività>>.

Conclude il quadro Pietro Russo, enologo prima ancora che MW, indicando quale alternativa <<la creazione di storie con messaggi chiari ed experience efficaci in cantina. Un turismo che richiede responsabilità precise e sinergie con gli organismi decisori ad ogni livello politico ed infrastrutturale>>.

Se aggiungiamo che i tre moschettieri, come sono stati definiti da Stevie Kim, global brand ambassador di Vinitaly e madrina della manifestazione, poco conoscevano di Irpinia nelle loro innumerevoli degustazioni, non c’è altro da aggiungere.

Pietro Russo

Un terzo del commercio dei vini resta in Regione, con una filiera cortissima che garantisce ottimi margini e bassi costi di marketing alle aziende locali. Manca però uno studio approfondito sul consumatore medio che rientra in tale percentuale e sul contesto in cui opera, per non lasciare inutilizzate ulteriori possibilità di crescita. Il triste adagio del “meglio una gallina oggi che un uovo domani” deve lasciare il posto al coraggio di fare rete, creando modelli virtuosi che fungano da traino per ogni esponente.

Con i bianchi il percorso è stato più agevole, pur in un contesto estremamente eterogeneo. Giocofòrza scorgere nel fragile Taurasi il vero banco di prova per il futuro, dove l’Aglianico è capace di esprimere i vari aspetti delle zone d’elezione irpine (i cosiddetti quadranti), ma che vive ancora in debito di uniformità stilistica e di eleganza richiesta dai canoni del bere moderno. Si spera di non passare da un eccesso all’altro, andando a stravolgere l’anima tannica e potente della varietà, per copiare male altre tipologie. Non basta lo studio approfondito sui suoli e sulle sottozone, di sicuro utile, ma una visione lungimirante di come coinvolgere appassionati, vacanzieri e operatori del settore a vivere il Made in Irpinia a 360 gradi.

Il confronto tra esperti di caratura internazionale insegna a non dare nulla per scontato e che il momento di agire con unità di intenti, senza guardare cosa fa il vicino e senza pensare che il proprio vino sia migliore degli altri, è l’unica strada da percorrere per scogniurare l’oblio. Se lo merita l’Irpinia e se lo meritano Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi, campioni di rara bellezza, spessore e longevità, che non conoscono tempo e confini ideologici.

Arte e Cultura a Casal della Mandria, il luogo del cuore dello Chef Giuseppe Verri

Se ognuno provasse a immaginare un luogo della propria infanzia, dove ogni oggetto diventa creazione in un impeto dadaista condito di tecnologia, troverebbe naturale che un artista come Giuseppe Verri abbia fatto una playhouse della sua tenuta Casal della Mandria a Lanuvio. Dalle composizioni postmoderne, scultoree così come pittoriche, si è immediatamente accolti all’arrivo nel suo nuovo luogo del cuore, che sorprende non solo per il complesso di sculture che abbraccia il visitatore, avvolto in dimensioni e colori di oggetti distribuiti in un caos calmo tra opifici e ristorante.

La sorpresa è proprio Giuseppe, ospite entusiasta non già di esibirsi ma di farti trovare in mezzo a tutto quel che riesce a creare dalle forme ai colori ai piatti in tavola. Giuseppe Verri, noto come “Verrigud”, non si è mai risparmiato sulla creatività, i suoi oggetti applicati ti avvolgono come la sua cucina: un ingegnere di formazione ma uno scultore e pittore di estrazione, possono mai fare uno Chef protagonista della gastronomia del Lazio?

Risposta positiva: una selezione di ottimi vini, in mezzo ad affreschi e quadri, invita alla tavola imbandita di sue creazioni.

Il suo concetto di ristorante, a lunghe tavolate, si fonde con l’esperienza agricola dei luoghi dell’agro Pontino, e le sue piccole coltivazioni di ortaggi sono materia con cui plasmare pietanze che attingono ad eccellenze dai diversi territori vicini. Nella speciale cornice architettata da Carol Agostini, l’evento odierno raccoglie ed ospita eccellenze alimentari e vinicole tra Campania, Lazio e Toscana, con un bell’accento offerto dall’Oltrepò Pavese.

La cucina di Giovanni Verri diventa veicolo di trasporto per i funghi prodotti a Lanuvio nella tenuta dei Fratelli Milletti, per le carni “Mandriani” dei Fratelli Villani dell’Agro Nocerino-Sarnese, per i napoletanissimi sughi e le vellutate di Vestalia, per i salumi dell’Oltrepò Pavese “GranVarzi” offerti dalla Tenuta Borgolano con i suoi vini.

La composizione di arti e di vini presenti esprime un forte legame con la terra di lavoro: la “Bimba che raccoglie i Fiori” di Giuseppe rimanda la mente dall’Asprinio d’Aversa di Petra Marzia alla Bonarda dell’Oltrepò Pavese di Tenuta Borgolano. In direzione contraria, i “Polusca” contadini guerrieri e viaggiatori in ferro riportano il cuore dal Buttafuoco delle Colline Pavesi al Taurasi  dell’Irpinia.

Giuseppe Verri è uno Chef ha pensato in maniera postmoderna piatti della cultura agricola, ricomponendoli e prestandoli a gusti nuovi – come la Tartare di Manzo a base della frutta sminuzzata. La sua interpretazione è la sua missione, ossia naturalmente ricomporre l’esistente: la sua ”Maza”, focaccia di Grani Rari con lievitazione di ben 15 giorni, offerta con Crema di Friarielli e Ricotta di Battipaglia, oppure con Zucca Verde marinata e Guanciale Napoletano.

L’intenzione di Giuseppe e di Carol è di avviare una serie di eventi come questo, a combinare arti e mestieri culinari, inondandoli di vini di volta in volta presi tra le eccellenze delle terre di lavoro in Italia.

Ma non solo vini: questa volta abbiamo visto, ad esempio, un volto di Montalcino e della prossima Val d’Orcia che non è il Brunello ma la Birra e i prodotti della terra come Miele e del forno come il Panettone, tutti distinti dalla presenza dello Zafferano coltivato in loco dall’azienda Maccari.

Insomma un crescendo di sorprese articolate tra Paccheri col Guanciale di Mandriani, gli Spaghettoni al Sugo Napoletano di Vestalia – il cui carattere distintivo sta nei pomodori locali così come negli accenti di Aglianico infuso nella ricetta.

Vestalia accompagna anche i Paccheri serviti da Giuseppe Verri con la loro Genovese Napoletana distinta dalla Cipolla Ramata di Montoro e dall’Olio EVO di sola Coratina.

A chiudere, una composizione dolce di Biscotto fatto in casa con la Frutta al Naturale de “La Golosa” di Montelparo nelle Marche – una vera delizia ostinatamente biologica e priva di ogni possibile contaminazione.

Segue  -note degustative dei vini:

  1. Petra Marzia “Marcianus” Asprinio D’Aversa – Spumante Charmat lungo

Al sentire di gelsomini e fiori gialli si sovrappone una fragranza di cipria al naso subito corroborata nel gusto da grano e farina, accentati di oliva. Il palato avverte la caratteristica pungenza mista a concentrata mineralità dell’Asprinio.

Uno charmat lungo scelto con saggezza garantisce la persistenza della fragranza dovuta alla sosta sui lieviti. Buono e persuasivo, ideale su dolci leggeri e formaggi morbidi.

  1. Tenuta Borgolano “Donna” Bonarda dell’Oltrepò Pavese – 2009

Pregio conferito al naso da un immediato sentore di pout-purri e di essenze eteree, per un colore granato che rimanda a riflessi tipici del Marsala. Un’esperienza degustativa resa piena dal connubio con Salami di Varzi e Pancetta Pepata. La potente persistenza, data dall’invecchiamento di una Croatina in purezza già raccolta surmaturata, offre una boccata pregna e arricchita di tannini nobili. Si accompagna bene a secondi di carne bianca ma anche a paste come uno Spaghettone di Gragnano al Sugo Napoletano Vestalia.

  1. Petra Marzia “Parlami” Taurasi DOCG – 2017

Colore granato intenso e semitrasparente, leggera unghia tendente al viola.

I sentori di marasca e prugna sono in piena esposizione olfattiva, il che è davvero sorprendente per un 2017 e lascia ai margini, felicemente, la percezione di sottobosco poi ripreso al palato. Il gusto inizia con una leggera nota agrumata a far da accento a un bouquet di viole e fiori rossi, pout-purri, con spezie e legno saggiamente mitigati dal passaggio in altra botte. La freschezza al palato fa davvero tentennare la lettura dell’annata: questo Taurasi appare destinato a un invecchiamento lunghissimo e per nulla afflitto dalla particolare alcolicità tipica. I tannini sembrano appena desti, gentili ma robusti. Il corpo è presente ed equilibrato, leggera prevalenza acida che accompagna un gusto prolungato e relazionato alla persistenza del fruttato. Tratti floreali e vegetali ne corredano il finale. Una creazione davvero ben riuscita, sembra un trait d’union tra classico e moderno quale risultato di meno estrazione e più equilibrio nella fattura. Pairing su carni rosse, come la Costata alla Brace.

  1. Tenuta Borgolano “Dekameron” Buttafuoco – 2019

Eccellente combinazione di uvaggi pregiati dell’Oltrepò Pavese con forti influenze piemontesi: 60% Croatina, 25% Barbera dell’Oltrepò, 15% Vespolina. Ed è quest’ultima a caratterizzare da subito il naso, con ciliegia e fragola e frutti di bosco, seguiti  bacche e fiori rossi ed erba di sfalcio tipici di Barbera e Croatina. Si percepisce già un mite passaggio in legno, con spezie e vanillina. Al gusto abbiamo una preponderanza della confettura di ciliegie, buona la morbidezza glicerica contrapposta a tannini: un blend tutto in equilibrio tra gioventù e affinamento. Finale vegetale contornato da sfumature liquorose. Ideale per secondi succulenti, dallo Stufato alla Cassoeula.

L’arte della Sommellerie a misura d’uomo: intervista a Pasquale Esposito

Esistono diverse vie per approdare alla Sommellerie; ogni caso è assolutamente a sé stante e ciascuno ha le sue buone motivazioni, stando al vissuto, all’estrazione sociale e alle aspirazioni personali, per incamminarsi lungo un percorso impegnativo, investendo tempo e denaro tra le tante sigle professioniste d’Italia. C’è chi lo fa per mestiere, provenendo dal mondo ristorativo-alberghiero, e quindi per incontrare un miglioramento professionale e nuove opportunità lavorative; c’è chi invece inizia per curiosità e passione trovando poi, a prescindere dalla spinta iniziale, una vocazione che sentiva forse dal principio o che è andata affiorando, corroborandosi strada facendo, fino a diventare una parte irrinunciabile della propria esistenza.

Oggi ai sommelier moderni si richiede soprattutto di essere abili comunicatori, giudici sul lavoro di un anno di chi prova a fare vino in maniera seria; un hobby ben remunerato in qualche caso, non sempre legato al settore ristorazione di qualità. Probabilmente la Sommellerie concepita agli inizi non esiste più, fortunatamente ora dinamica, poliedrica ed adatta ai diversi contesti della wine industry, anche con qualche improvvisato che cerca di evitare l’inevitabile fatica della gavetta quotidiana. Stesso dicasi per il mondo della stampa enogastronomica si intende, absit iniuria verbis.

Ci sono poi donne e uomini operosi, capaci e grandemente talentuosi, che non si vantano e preferiscono giocare nel dietro le quinte. Coloro che sono riusciti a fare del mestiere del vino una vocazione verace e una professione al tempo stesso, opportunamente alimentata da un amore sincero e da un continuo desiderio di migliorarsi. Pasquale Esposito è uno di loro ed è la dimostrazione che il lavoro, la dedizione e i sacrifici, se non si molla mai, ripagano eccome.

Pasquale è stato meritatamente incoronato miglior sommelier della Campania 2024 da AIS – Associazione Italiana Sommelier durante il concorso svolto lo scorso giugno a Pompei, conseguendo un risultato strepitoso, frutto di un grandissimo impegno che gli ha concesso di emergere su tantissimi concorrenti, altrettanto validi e preparati.

Nato a Castellammare di Stabia, classe 1980, sotto il segno del toro, ama farsi chiamare sommelier chianchiere” – termine locale che significa macellaio – anticipando da subito le costanti della sua storia professionale.

Esposito lo dice chiaramente “io ho avuto la fortuna di essere il figlio di don Peppe il macellaio, devo tutto ai miei genitori che mi hanno avviato alla macelleria” e infatti il padre lo andava cercando ovunque se mancava da troppo tempo dalla bottega, ecco perché il legame di Pasquale con le carni è davvero particolare e privilegiato. Cresciuto in un ambiente per niente facile, in un periodo dove 8 ragazzi su 10 si perdevano per la cattiva strada, ha iniziato a lavorare all’età di 10 anni, portando la spesa ai clienti che spesso lo ricambiavano con caramelle; un ragazzo affabile, tutto pane, strada e lavoro, coi tempi che corrono oggi, ricorda con affetto quelle dolci e affettuose regalie. Le persone che maggiormente lo hanno ispirato sono la signora Emma, sua madre, e don Peppe, il papà macellaio che tanta passione gli ha trasmesso, provenienti entrambi da famiglie poverissime.

Terminati gli studi superiori in ragioneria, a 18 anni riusciva a gestire mirabilmente tutti gli aspetti del mestiere, dai tagli all’allevamento del bestiame,  dalle trattative presso i mercati boari e i centri di macellazione fino alle doti di vendita alla clientela, fino alla passione per la salumeria che, a partire dal ’99, gli ha consentito di avviare una produzione norcina e di avviare l’attività di ristoratore con C’è posto per Te, dove propone specialità di carne e pizza in abbinamento ad una selezione vini di tutto rispetto.

Quale vocazione è sorta prima, quella per la ristorazione o per il vino?

Sicuramente è nata prima la passione per la ristorazione, una diretta conseguenza della macelleria, e subito dopo il vino. Ho scoperto che il vino è diventato parte dominante della mia vita quando ho conosciuto un produttore friulano che a definirlo “dinamite” sarebbe poco. Parlo di Fulvio Bressan, che mi ha trasmesso la giusta carica per conoscere il mondo del vino. Non scorderò mai quando l’ho incontrato a Farra di Isonzo assieme al papà Nereo, allora novantenne ma che lavorava come un ventenne. Anche Antonio Caggiano mi ha dato una forte motivazione.

Com’è cambiata la ristorazione a tuo avviso dopo la pandemia?

Direi che ha subito un colpo quasi letale. Tocca a noi ristoratori comprendere che la rotta intrapresa anni addietro non è più percorribile, inoltre bisogna essere più disponibili verso la popolazione, leggere i sentimenti delle persone e prevenire in quale direzione sta andando il mercato. È del tutto inutile avere certi atteggiamenti spocchiosi, impuntandoci come a dire “questo sono io, chi mi vuole mi deve amare così, altrimenti vada altrove”: siamo andati già a sbattere, dobbiamo cambiare mentalità per riportare la ristorazione a misura d’uomo.

Si potrebbe affermare che la figura del sommelier non sia ancora decollata del tutto nel mondo ristorazione-hotellerie?

Si è vero, la figura del sommelier non è mai decollata efficacemente. C’è ritrosia da parte di molti titolari di investire in questa figura, ma ultimamente c’è anche un aumento vertiginoso di ristoranti che accettano di buon grado la Sommellerie e si rendono conto dell’importanza di avere un professionista decisivo per la gestione della cantina e della carta, nonché per valorizzare l’investimento costituito dal vino e dare maggiore prestigio al locale. Per fortuna noto che negli ultimi anni le cose stanno cambiando.

Com’è cambiata la Sommellerie di oggi rispetto al passato?

Sono totalmente diverse, talvolta opposte e spesso tale differenza genera piccole divergenze di vedute tra un sommelier più vecchio e uno più giovane. Due mondi non accomunabili, per quanto si parla della stessa materia, ma con visioni totalmente diverse: sono cambiati i territori, sono stati fatti grossi investimenti e di conseguenza anche le nuove tecnologie hanno visto un miglioramento progressivo. Le due visioni dovrebbero trovare un accordo in un contesto dove il cambio di clima è evidente, la tecnologia la fa da padrone e i vini di ieri quasi non esistono più per perfezione tecnica.

Il vino che più ti ha sopreso nella vita?

La tipologia di vino che più mi ha sorpreso è stato lo Champagne. Sono rimasto affascinato dalla cura maniacale dei vigneti, dalla visione del Clos du Mesnil, nel cuore della Côte de Blancs, in particolar modo in riferimento ad una nota azienda del comune di Le Mesnil-sur-Oger, che nei racconti dei comunicatori più bravi assume dei contorni incredibili, quasi mistici. Reims, épernay sono località fantastiche e tra le foto più belle conservo quella presso la sede della Moët & Chandon.

Il tuo rapporto con il cibo?

È bellissimo, fin troppo buono. Lo dico col sorriso perché amo tanto il cibo, amo tanto i sapori genuini. Con mia sorella Angela, chef a C’è Posto per Te, portiamo nuovi sapori in cucina, ne parliamo, ci confrontiamo, assaggiamo, restando però fedeli alla cucina tradizionale campana, di riferimento per tutto il mondo.

Piatto preferito?

Domanda difficilissima perché a me piacciono un sacco di cose e non ho un piatto preferito vero e proprio, ma dovendo scegliere direi anzitutto l’agnello di mamma, fatto al forno con patate, funghi e piselli, magari abbinato ad un buon calice di Taurasi. Poi però il richiamo degli scampi è potente e mi ricordano appunto la mia predilezione per lo champagne.

La caratteristica principale dello staff di C’è Posto per Te?

È la familiarità, la mia principale prerogativa, il mio pallino, il mio punto di forza. Ci troviamo in un’area non centrale di Castellammare, dovevamo dare qualcosa in più alle persone, farle tornare. Diamo accoglienza vera, genuina, ci piace farli sentire comodi, importanti e soprattutto a casa loro. Lo facciamo bene perché ci viene dal cuore, perché è così che vorremmo essere trattati anche noi. Li ho scelti personalmente uno ad uno i miei collaboratori, non si tirano mai indietro a una richiesta di un cliente. Devo ringraziare i ragazzi dello Staff, sono stupendi: dal motore del ristorante che è mia sorella e gli aiuti in cucina, ma soprattutto i ragazzi in sala.

Il percorso per arrivare al titolo di Miglior Sommelier della Campania per l’Associazione Italiana Sommelier?

Un percorso di enormi sacrifici. Non so neanche io dove abbia potuto trovato il tempo, perché tra lavoro e famiglia la mia giornata inizia alle 9:00 fino a mezzanotte, per poi mettermi alla ricerca della materia prima migliore, dalle carni più pregiate al pescato e frutti di mare, che a Castellammare di Stabia non mancano mai. Per 7 anni ho viaggiato dal lunedì al mercoledì per visitare territori e conoscere cantine, per poi tornare a lavorare a tempo pieno nel ristorante fino a mezzanotte.

Conoscere per me significa toccare le realtà enologiche con le proprie mani: le sensazioni che si possono percepire personalmente sono più forti e chiedersi perché in uno stesso distretto vitivinicolo un produttore la pensa in maniera diametralmente opposta ad un altro produttore a mezzo chilometro di distanza è fondamentale per uno curioso come me. Questo mio percorso lo vedo come punto di partenza e non come punto di arrivo, il primo tassello di ambizioni future che sono normali per chi come me vuole crescere e continuare a migliorarsi.

Che consiglio ti senti di dare a chi vuole iniziare un percorso come sommelier?

Di mettersi in gioco e non sentirsi tagliati fuori da alcun progetto. Credere fortemente in quello che si sta iniziando a fare, perché se uno ci prova senza metterci il giusto impegno non riesce ad ottenere risultati importanti.

Un sogno nel cassetto?

Il mio desiderio è che Castellammare di Stabia faccia un passo avanti verso il mondo dei sommelier, puntando su questa figura. Spero che molti titolari di aziende ristorative si ravvedano, visto che non scommettono sul sommelier e non lo fanno entrare nel loro ristorante. Sogno di contribuire a portare la Campania a un livello ancora più importante, perché abitiamo in una regione fantastica, che dona vini stratosferici e che si fa fatica a trovare in altre regioni. Greco, Falanghina e Fiano sono tre punte di diamante e credo che avere tre autoctoni simili in una sola regione non è da tutti. Ringrazio tutti i colleghi sommelier che si sono cimentati nella prova, in particolar modo Antonio Calandriello e Ivan Fernandez Mendana (ndr gli altri 2 finalisti sul palco). Estendo infine la mia gratitudine al Presidente AIS Italia Sandro Camilli, al Presidente AIS Campania Tommaso Luongo e al formatore responsabile Area Concorsi AIS Campania Luca Matarazzo, per avermi sempre stimolato a crescere professionalmente.

Majolini Franciacorta, vino e arte

Recarsi in Franciacorta suscita sempre tante emozioni legate ai vini che regalano una varietà di aromi e sapori dove ogni sorso racconta storie di uve, terra e tradizione; legate al paesaggio collinare, punteggiato da vigneti, laghi e borghi storici, che offre panorami mozzafiato. Recarsi dalla cantina Majolini Franciacorta vuol dire immergersi in una realtà fatta di vino e arte, essere accolti con calore in un ambiente curato, dove è palpabile la forte connessione con il territorio volta a favorire uno sviluppo sostenibile. Siamo nel comune di Ome (BS) che si snoda tra colline verdi e vigneti, per arrivare in cantina ci si deve inoltrare nelle stradine del paese per risalire poi la collina e intravedere all’orizzonte la struttura che si staglia imponente, perfettamente integrata con la natura circostante.

Fondata nel 1993, la cantina ha saputo affermarsi nel panorama vinicolo grazie all’attenzione alla qualità e alla cura dei dettagli. Ad accoglierci all’ingresso Simone Majolini, onorati di avere un cicerone di eccezione, che inizia il racconto di quella che è una tradizione di famiglia, un legame profondo con la terra, della combinazione tra vino e arte.

Subito all’esterno, nel piazzale della cantina, ci accolgono le prime opere: la scultura di bronzo “Cavalli Innamorati” di Aligi Sassu in posizione dominante di tutta la valle e dei vigneti, questa celebra la bellezza della natura e rappresenta l’amore per questo territorio; il “Moby Dick” di Mattia Motta, la balena inabissata, arpionata da Achab e mai conquistata è il simbolo del sogno irraggiungibile: quello della sfida costante per creare un vino perfetto.

Simone racconta che la cantina nasce e si sviluppa intorno ad un’idea di bellezza che vive attraverso l’arte, la sostenibilità, l’architettura. Le stanze ospitano pezzi da collezione, ambienti affascinanti e originali.

  • La stanza Luxury Wine Collection dove il fermento della moda e del design crea un ponte con il mondo del vino e offre l’opportunità di esplorare come queste due realtà, apparentemente distinte, possano intersecarsi in modi innovativi e sorprendenti. Alcune bottiglie sono vestite con giacchette in pelle di struzzo rosa e azzurre a ricordare i bustini ottocenteschi che servivano a modellare la figura femminile, evidenziando il punto vita e creando una silhouette a “campana” che era molto in voga all’epoca; altre indossano veri e propri abiti da sera tagliati e cuciti come in haute couture caratterizzati da una cura artigianale impeccabile e da materiali di altissima qualità. La parola d’ordine è sensualità femminile. Questa è quella che Simone chiama la “stanza dei sogni” a sottolineare che il vino può essere abbinato a qualsiasi cosa, non solo al cibo.
  • L’antica barricaia ospita “Opera Sensoriale” realizzata dall’ebanista di fama Luciano Molinari con 199 legni provenienti dai cinque continenti. Un’opera da guardare e da annusare: sigillo della cantina scomposto in tanti piccoli tasselli di legno, rimanda ai profumi in vasetto dei legni corrispondenti, per “sentire” la materia tramite l’olfatto. Un’esperienza multisensoriale durante la degustazione dei Franciacorta Majolini.

  • La Sala della Trasformazione dove le bottiglie svolgono la rifermentazione sotto lo sguardo di un Sole e di due Meduse, opere di Giuseppe Bergomi, artista lombardo, amico di famiglia. Il sole rappresenta la natura che per primo trasforma l’uva e la rende utilizzabile e le due Meduse, che sono il simbolo greco e romano della trasformazione in qualcosa di morto, sono un monito per ricordare che fare vino deve essere sempre un attento gioco di equilibri per evitare il rischio di modificare troppo ciò che la natura ci regala.
  • La stanza con le fotografie di Enrica Sensini che riesce a cogliere con la sua arte l’essenza dell’anima. Non solo immagini in senso tradizionale, ma rappresentazione della personalità, delle emozioni di un individuo attraverso i suoi occhi, le espressioni del viso, i suoi abiti e l’ambiente circostante.

Con gli occhi colmi di arte e lo spirito nutrito da tanta bellezza e creatività, ci spostiamo nella sala degustazione anche qui l’arte la fa da padrona.

In alto i calici!

  • Majolini Franciacorta Saten Brut, 100% Chardonnay. Una bollicina fine e persistente, profumi che ricordano la pasticceria e la crosta di pane. Persistente con delle belle note di tostatura. In bocca cremoso, delicato con cenni di frutta matura;
  • Majolini, Franciacorta Brut, Chardonnay e Pinot Nero: fresco e fruttato, con note di mela verde, pera e fiori bianchi. Vivace e ben equilibrato, perfetto per aperitivi. Un vino dalla personalità chiara, ben definita. É avvolgente, secco e deciso;
  • Majolini Franciacorta Brut Vintage Millesimato Le uve, Chardonnay e Pinot Nero, a perfetto grado di maturazione vengono pigiate in modo soffice e fatte fermentare in vasche d’acciaio ad una temperatura controllata. In primavera viene poi realizzata la cuvée ed effettuato l’imbottigliamento per la presa di spuma. Il profumo è ampio, schietto e con note floreali. Il sapore è sapido, persistente e molto equilibrato;

  • Majolini Franciacorta Disobbedisco Extra Brut 100% Pinot Nero.Questo vino nasce per celebrare il Poeta e l’eroe Gabriele d’Annunzio. L’etichetta, creata dall’artigiano Luca Briconi in metallo smaltato e dorato, riproduce il gonfalone della Città di Fiume voluto da d’Annunzio: il serpente che si morde la coda (Oroboro) è il simbolo egiziano dell’eternità e della vita che si rinnova. Le sette stelle del Grande Carro è un altro simbolo di eternità, perché è la costellazione che non tramonta mai e indica la Stella Polare, che dà la rotta ai marinai e che ha accompagnato il Poeta nella Beffa di Buccari. Racconta la rivendicazione dell’italianità della città di Fiume, dopo la prima guerra mondiale. Azione politica e di lotta di cui D’Annunzio fu protagonista.  Elegante e raffinato con aromi di mela verde, pera e fiori bianchi. In bocca è fresco e cremoso, con una piacevole acidità e una nota minerale persistente;
  • Majolini Electo Franciacorta Millesimato Brut, ha un uvaggio composto da Chardonnay 80% e Pinot Nero 20%. Le uve vengono raccolte, manualmente in cassette, non appena giunte a maturazione ideale con vena leggermente acida. La vendemmia è rivolta, principalmente, al mantenimento dell’integrità dei grappoli. Le due varietà vengono vinificate separatamente con pressatura soffice. La fermentazione dello Chardonnay continua in piccole botti di rovere. Successivamente, in primavera sarà valutata la composizione della cuvée. Una volta composta si passa alla rifermentazione in bottiglia con riposo sui lieviti della durata di almeno 36 mesi;

  • A chiudere questa magnifica degustazione una vera chicca: Vino Rosso Majolini 2019, prodotto solo in 666 esemplari nel formato Magnim.Unvino ricavato dalla vinificazione di solo uve Majolina. Uva di cui oggi esistono meno di 1.000 piante, tutte in quella zona (tra Ome e Monticelli Busati), negli appezzamenti più vecchi è ancora a piede franco, cioè senza bisogno della radice americana diffusasi in Europa dopo la filossera. I Maiolini le hanno dedicato un piccolo vigneto di 450 piante, uva che entra in piccola percentuale nel Rosso «Ruc»; prodotto dagli anni 60 e imbottigliato, nelle annate migliori, in purezza, solo nel formato magnum.

Prosit!

I “vini subacquei” di Cantine Carputo

Narra la leggenda che Nicolò Pesce detto Colapesce, giovane napoletano originario di Santa Lucia,  trascorresse più tempo nelle profondità degli abissi alla ricerca di tesori sommersi che sulla terraferma. Quando la madre, stanca delle continue assenze del figlio, decise di punirlo con la maledizione “Potessi addiventà ‘nu pesce!”, il corpo del giovane si rivestì di squame consegnandosi definitivamente al mondo marino. Chissà se Colapesce, tra le sue scorribande subacquee, alcune delle quali commissionategli da Federico II di Svevia, avrebbe mai immaginato di trovare anche del vino, non reduce di un naufragio ma volontariamente sommerso.

Cantine Carputo, cantina con sede storica a Quarto (NA), è stata protagonista, lo scorso 24 ottobre, del primo cantinamento sommerso nel braccio di mare antistante Castel dell’Ovo. A occuparsi dell’operazione, partita del Molo San Vincenzo, è la società Megaride Cantine Sommerse di Francesco Lerro, dopo l’autorizzazione da parte del Demanio – nel gennaio 2024 –  ad una cantina sommersa di oltre un chilometro di superficie a 40 metri sotto il livello del mare.

La famiglia Carputo, ci ha spiegato Raffaele, CEO di Cantine Carputo, vuole in questo modo festeggiare il prossimo trentennale di fondazione della cantina che cadrà nel 2025, anno in cui sarà effettuata l’operazione di riemersione delle bottiglie. Sono in via di studio gli effetti che il cantinamento subacqueo ha sul vino: con una temperatura costante tra i 14 e i 15 gradi e l’assenza di luce, in concomitanza con la pressione esercitata dall’acqua sul tappo della bottiglie, sembra si ottenga un rallentamento dei processi ossidativi.

A godere dell’affinamento sottomarino per circa un anno saranno 2000 bottiglie di Falanghina Metodo Classico e 2380 di Rosso Riserva da Piedirosso e Aglianico, vitigni tradizionali dei Campi Flegrei, territorio cui Cantine Carputo è strettamente legata. Bottiglie celebrative per esprimere la doppia anima che da sempre contraddistingue le etichette aziendali: il Sole e la Luna, componenti maschili e femminili della famiglia Carputo, ma pure la dualità degli elementi fuoco – quello del territorio flegreo, la cui etimologia è direttamente legata al verbo greco φλέγω, ardo –  e acqua, quella del mare. L’evento di cantinamento ricade inoltre nell’anno di in un altro importante anniversario, il trentennale della DOP Campi Flegrei, istituita nel 1994.

Da sottolineare anche la valenza sociale dell’evento, svolta in collaborazione con Archeoclub Italia e l’Istituto Penale Minorile di Nisida. A fare da scorta infatti all’intera manifestazione, con un equipaggio di giovani e studenti di archeologia e subacquea, è stata la Motovela della Legalità e della Memoria Marenostrum – Dike, un clipper di 15 metri sequestrato ad attività illecite di traffico di immigrati sulle rotte egee e restituito alla collettività nella sezione Marenostrum di Archeoclub Italia, specializzata in recupero costieri e marittimi; mentre a documentare l’evento con riprese subacquee sono stati i ragazzi dell’Istituto Penale Minorile di Nisida che, nel solco di un percorso di legalità e crescita, hanno conseguito brevetto da sub, con una formazione teorica sul patrimonio geologico, ambientale e storico. Una connessione fortemente voluta tra legalità e promozione del patrimonio vitivinicolo.

La degustazione

Al termine dell’evento, al parterre di giornalisti e ospiti presenti è stato possibile degustare i vini oggetto di cantinamento, direttamente nella sede di Cantine Carputo a Quarto. Scopo della degustazione tecnica è stato quello di rilevare le caratteristiche dei due vini prima dell’affinamento subacqueo per poter poi procedere a un successivo confronto alla riemersione, tra circa un anno.

A raccontare Cantine Carputo e i suoi vini sono stati Francesco Carputo, il fondatore, e Antonio Pesce, l’enologo; a condurre la degustazione tecnica, la referente dei Campi Flegrei di AIS Napoli Paola Licci; a moderare la discussione, la giornalista Chiara Giorleo.

Vino Spumante di Qualità Metodo Classico Falanghina Millesimato 2021

Da vendemmia precoce, dopo un affinamento di 4 mesi in acciaio e presa di spuma in bottiglia a gennaio 2022, ha sostato sulle fecce per 30 mesi, con una sboccatura nella prima decade di settembre 2024.

Si presenta con un perlage continuo e persistente, di media finezza. Il naso è delicato con sentori di agrumi, erbette mediterranee e fiori bianchi, attraversati da un lieve sbuffo sulfureo, mentre nuance gessose e di melannurca ritornano con il sorso; è verticale all’ingresso di bocca per poi rilasciarsi in una consistenza cremosa sostenuta da una buona sapidità e da una media persistenza.

Abbinabile a tutto pasto su cucina di mare grazie al residuo minimo post fermentativo e al dosaggio zero.

Rosso Riserva Campania IGT 2020

(60% aglianico – 40% piedirosso)

Blend in uvaggio, con piedirosso al massimo della maturazione; fermentazione per 25 giorni con due délestage; svinatura del solo mosto fiore (resa del 60%) e acciaio per i successivi sei mesi con lievi rimontaggi settimanali. Affinamento in tonneau per 36 mesi e imbottigliamento a giugno 2024.

Il colore rubino presenta ancora un orlo violaceo. Il naso è tipico di frutta matura (ciliegie e prugna), rosa rossa e pepe, con un ritorno di cacao amaro al sorso.Il sorso è pieno e opulento, con un tannino fitto dalle nuance ancora verdi. Chiusura amaricante, di nuovo su cacao in polvere.

Una curiosità: i nomi dei due vini, come pure le etichette, non sono stati svelati nel corso dell’evento. Dovremo avere la pazienza di aspettare i prossimi dodici mesi per saggiare le differenze rispetto allo stato attuale e dare una veste definitiva alle due bottiglie.

Cantine Carputo

Via Viticella, 93

80010 Quarto (NA)

La storia delle Viti a Piede Franco narrata dal Comitato Italiano per la Tutela del Piede Franco

Correva l’anno 1863 quando un insetto originario delle Americhe fece la sua comparsa in Europa a Pujaut, piccolo paese francese nel Gard, in Occitania. Nel giro di qualche decennio la Fillossera mise in ginocchio l’80% del patrimonio vinicolo europeo, cambiando di fatto non solo il panorama agricolo, ma anche l’assetto sociale del Vecchio Continente.

Molti furono i tentativi per debellare questo insetto, ma solo grazie al fondamentale contributo di Pierre Viala, si giunse alla soluzione che ancora oggi è alla base della moderna viticoltura: l’innesto della Vitis Vinifera europea su un ceppo di Vitis Berlandieri di provenienza americana. Parlare di viti a piede franco significa dunque parlare di viti che tuttora mantengono il piede originario della Vitis Vinifera europea e si riproducono per propagazione o talea.

Il Comitato Italiano per la Tutela del Piede Franco, costituitosi pochi mesi fa e presto destinato a tramutarsi in associazione, si pone come obiettivo la salvaguardia del patrimonio viticolo a piede franco nel nostro Paese. Lo scorso 23 settembre, presso la sala cinese della Reggia di Portici, nel primo convegno La salvaguardia delle viti a piede franco organizzato con il patrocinio del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli e introdotto da Identità Mediterranea, il Comitato ha presentato il proprio programma di lavoro, che si sostanzia in nove punti principali.

Da creare un elenco nazionale dei vigneti a piede franco a raccogliere fondi per la ricerca genetica viti a piede franco; da pensare ad itinerari turistico nazionali a creare una piattaforma internet che riunisca tutte le piccole realtà, individuando tutte le viti a piede Franco e numerandole, Infine, avviare le pratiche ministeriali per inserire in etichetta la dicitura Vino prodotto da vitigni a piede franco, organizzare manifestazioni/convegni a livello nazionale, formare un consiglio nazionale stabile con la creazione di un museo telematico sul piede franco.

Al convegno, oltre al Presidente del Comitato Silvano Ceolin e al Delegato del Comitato per la Campania Cosimo Orlacchio, sono intervenuti svariati professionisti del settore che hanno contribuito in maniera diversificata al dibattito: Giulio Caccaviello, agronomo; Ciro Verde, enologo; Riccardo Aversano, Professore di Genetica Agraria; Teresa Del Giudice, Professoressa di Economia Agraria Alimentare ed Estimo Rurale; Giovanna Sangiuolo, Giurista di diritto vitivinicolo.

“Non c’è alcun approccio critico nei confronti dei vini prodotti da viti a piede franco piuttosto che innestate”, ha commentato Ceolin nell’introduzione ai lavori, “l’intento è solo quello di salvaguardare un patrimonio storico”. Lo stesso Ceolin ha infatti definito le viti a piede franco come reduci di guerra, ognuna delle quali può raccontare una storia.

La scelta di organizzare il primo convegno del Comitato in Campania è dovuta al fatto che questa regione nel 1930, al picco dell’infestazione in Italia, insieme alle provincie di Frosinone e Rieti, risultava quella meno inficiata. Ancora oggi la Campania è tra le regioni che conservano il maggior numero di viti a piede franco. Tra le condizioni che hanno preservato il piede franco oltre a terreni sabbiosi e all’altitudine, ci sono anche i suoli di origine vulcanica, di cui la Campania – con il Vesuvio, i Campi Flegrei, il vulcano di Roccamonfina e Ischia – è ricca , ha spiegato Cosimo Orlacchio.

Al centro del dibattito è stato il tema della salvaguardia non solo delle viti a piede franco quale patrimonio storico ma anche quale patrimonio genetico al quale attingere per la ricerca in un’epoca in cui i cambiamenti climatici rappresentano forse la minaccia più importante per la moderna agricoltura, come ribadito sia da Giulio Caccaviello che da Riccardo Aversano.

Ciro Verde ha inoltre sottolineato come, vinificando col minor impatto enologico possibile da viti a piede franco radicate da decenni in un determinato suolo, è possibile restituire un prodotto totalmente identificativo del territorio.

Da sinistra il Presidente Silvano Ceolin e Gaetano Cataldo

Il Comitato, associato alla francese Franc de pieds, la più grande associazione che raggruppa viticoltori di viti a piede franco a livello mondiale, è stato incaricato di organizzare il prossimo convegno mondiale sulla viticoltura a piede franco, che si terrà a Napoli dal 22 al 24 gennaio 2025.

Al termine del convegno è seguita una degustazione di vini da viti a piede franco provenienti da diverse regioni italiane.

I VINI IN DEGUSTAZIONE

Piccà metodo ancestrale – 100% pecorino – Agriarquata

Surpicanum Marche IGT bianco 2021 – Agriarquata

Harmonia Falanghina Campi Flegrei DOC 2021 – Il IV miglio

Le Ghiarelle Lambrusco dell’Emilia IGT 2016 – Poderi Fiorini

Raije Carignano del Sulcis DOC 2021 – Azienda Agricola La Scogliera

Groppello di Revò IGT 2022 – Azienda Agricola El Zeremia

Vigna Le Nicchie 2018 – Prephilloxera tempranillo  IGT Toscana – Società Agricola Pietro Beconcini

Due ori per l’Italia ai Vinoinfluencers World Awards 2024 di Valladolid

Comunicato Stampa

In un contesto internazionale dove la comunicazione digitale si integra sempre più alla promozione del territorio, del vino e del turismo enogastronomico, la prima edizione dei Vinoinfluencers World Awards ha visto l’Italia in cima al podio per ben 2 volte, confermando il talento e l’influenza dei suoi comunicatori digitali. L’evento si è svolto presso il Centro Cultural Miguel Delibes di Valladolid, in collaborazione con enti come Turespaña, la Junta de Castilla y León e il Comune di Valladolid, e ha riunito le voci più influenti del settore del vino sia a livello nazionale che internazionale per un totale di 150 comunicatori provenienti da oltre 30 Paesi.

La premiazione, che ha coinvolto 10 categorie diverse, tra cui miglior sommelier, consulente, educatore, etc,  ha visto la partecipazione di personalità da tutto il mondo, con l’Italia che ha conquistato ben due ori grazie alle performance di Andrea Zigrossi (Trotterwine) e Nello Gatti (L’Ambasciatore). Zigrossi ha vinto il premio nella categoria Wine Communicator, affermandosi come uno dei protagonisti più seguiti del panorama digitale enologico. Durante il suo discorso, ha voluto condividere la vittoria con i suoi amici più stretti, invitando sul palco lo stesso Nello GattiIkerwineLorenawinediaryWinespicegirlHipsterwine  e The Reason Wine, ribadendo l’importanza della collaborazione in un mondo sempre più interconnesso e la gratitudine verso chi supporta, collabora e condivide questo percorso.

Gatti, invece, ha ricevuto un riconoscimento speciale rilasciato dalla Junta di Castilla y Leon, un premio che lo ha incoronato come la figura più votata dagli stessi partecipanti, organizzatori, Cantine e istituzioni dell’evento per le proprie doti professionali, personali e il proprio approccio multi-disciplinare in materia vino. Questo premio, unico nel suo genere, ha celebrato il suo impatto trasversale, che va oltre una singola categoria, premiando il suo approccio sincero e diretto nella comunicazione del vino oltre le metriche e i parametri dei canali social. Nel suo discorso, ha voluto sottolineare l’importanza di una virata necessaria per una diffusione più autentica e meno sensazionalista, dichiarando: “Dobbiamo fare meno quantità e più qualità, come molte cantine insegnano ci hanno insegnato.”

L’evento ha confermato la centralità delle nuove figure digitali nel panorama enologico globale, in un’epoca in cui la comunicazione del vino non si limita più ai soli canali social come Instagram, TikTok e YouTube, coinvolgendo milioni di utenti in tutto il mondo, ma si integra alle esperienze e i grandi eventi presenti sul territorio. Grazie all’evoluzione del mercato digitale, comunicatori come Andrea Zigrossi e Nello Gatti, insieme ad altre personalità italiane presenti come Luca Grippo e Tomas Taddeo (Hipsterwine), stanno contribuendo a trasformare il modo in cui il vino viene raccontato e percepito, avvicinando soprattutto le nuove generazioni alla cultura vinicola attraverso contenuti coinvolgenti e innovativi.

La giuria, composta da sommelier, critici, giornalisti, chef e personalità di fama mondiale, tra cui la prima donna MW spagnola Almudena Alberca, il pluristellato Martín Berasategui e il Presidente dell’associazione giornalisti spagnoli del vino Ernesto Gallud, ha valutato ogni partecipante in base alla capacità di trasmettere la cultura del vino, promuovendo al contempo il territorio e le tradizioni locali, mentre la conduzione dell’evento è stata affidata alla nota professionista Meritxell Falgueras e il contributo di Raquel Arias e le cantanti Twins Melody.

Con il supporto di collaborazioni internazionali e il patrocinio di istituzioni vinicole globali, i Vinoinfluencers World Awards 2024 hanno dimostrato come la comunicazione enologica sia ormai un fattore determinante non solo per la promozione del prodotto, ma anche per il rafforzamento del turismo legato al vino e le opportunità globali che si possono generare facendo rete. 

Bruno Paillard presenta lo Champagne Extra-Brut Millesimé assemblage 2015, dégorgement 2022

Martedì primo ottobre è partito da Napoli il roadshow di presentazione del nuovo assemblaggio della maison Bruno Paillard: Champagne Extra-Brut Millesimé assemblage 2015, dégorgement 2022. 
Il ristorante una stella Michelin Aria Restaurant ha accolto la degustazione che è stata presentata e raccontata da Luca Cuzziol della Cuzziol grandi vini e da Alice Paillard figlia del fondatore della Maison che continua nello sviluppo del progetto originale. 

 La Maison Bruno Paillard è nata dal desiderio del suo fondatore di creare uno champagne molto differente dagli altri, uno champagne molto puro, uno champagne che sia prima di tutto un vino di assemblaggio, un assemblaggio anzitutto dei cru, delle uve, ma anche dei millesimi… con la costante volontà di cogliere la quintessenza della finezza e dell’eleganza all’interno del calice, “quando lo Champagne è servito con amore”.  

Situata a Reims, la Maison diChampagne Bruno Paillard veglia su un vigneto d’eccezione, esteso su 32 ettari di viti, divisi in 15 cru, di cui 12 classificati “Grand Cru”. Il vigneto riunisce i grandi terroir di Oger, Le Mesnil sur Oger, Cumières, Verzenay, nonché l’eccezionale Cru des Riceys situato a sud della Champagne. 

Ogni terroir è il frutto di una riflessione costante, che mira a selezionare solo l’uva migliore. Lo stile Bruno Paillard si basa su questa continua ricerca dell’eccellenza, perseguita attraverso una selezione intransigente. Per l’elaborazione dei suoi champagne, la Maison utilizza solo i succhi più puri della prima spremitura, infatti, si distingue per la grande varietà dei vini di riserva, che permettono di realizzare assemblaggi estremamente precisi di anno in anno.  

La Maison realizza invecchiamenti da due a quattro volte più lunghi di quanto richiesto dal disciplinare della denominazione. La Maison di Champagne Bruno Paillard è la prima nella sua regione ad indicare su ogni bottiglia la data della sboccatura rispettiva, garantendo così una massima trasparenza quanto all’origine e all’evoluzione del vino. 

L’Extra-Brut Millesimé assemblage 2015 è ottenuto esclusivamente dalla prima spremitura, la più pura, dei prestigiosi gran cru e premier cru di Pinot Noir (48%) e Chardonnay (42%), di cui il 25% sono vinificati in piccole botti di rovere antico a cui seguono 84 mesi di affinamento in cantina, compreso un minimo di 18 mesi di riposo dopo il dégorgement e un dosaggio finale di soli 4,5 g/l – così da sviluppare una sensazione di delicatezza e concentrazione servita da una persistente freschezza salina. 

Lo Champagne Assemblage Millesimé 2015 si presenta alla vista di un colore oro profondo, luccicante, effervescenza sostenuta. Al naso i primi aromi di fragole e fragoline di bosco, evolvono in cassis. L’arancia rossa e il pompelmo rosa si impongono progressivamente. All’areazione si dipanano note spinte di elicrisio e liquirizia, pepe di sichuan, accompagnate a sensazioni intense e concentrate. Al palato l’attacco vivo, a sua volta fruttato e salino. Sapori di scorza d’arancia candita, di frutta nera matura, portati da una trama potente. Il finale è lungo ed evolve verso la polvere di cacao e frutta secca. EMOZIONALE!

Extra-Brut Millesimé Assemblage 2015 dégorgement novembre 2022 Bruno Paillard  La presentazione è stata anche l’occasione per unire l’eleganza dello Champagne della Maison con l’eleganza e la perfezione dei piatti dello chef, una Stella Michelin, Paolo Barrale.

ARIA-NCINA  Ragù di manzo, spuma allo zafferano, riso soffiato con Extra-Brut Première Cuvée Bruno Paillard. 

UNA PASTA E PATATE AL MARE  Bottoni farciti di patate, provola, bisque d’astice con Extra-Brut Millesimé Assemblage 2015 dégorgement novembre 2022 Bruno Paillard.