Maturazioni Pizzeria celebra gli 80enni di San Giuseppe Vesuviano: una pizza in regalo nel giorno del loro compleanno

Maturazioni Pizzeria, realtà ormai conosciuta a livello nazionale per il suo successo sui social e per i milioni di visualizzazioni conquistate grazie a una comunicazione autentica e innovativa, conferma ancora una volta la propria vocazione sociale con un’iniziativa dal forte valore simbolico e umano.

La pizzeria ha infatti deciso di regalare una pizza a tutti gli ottantenni di San Giuseppe Vesuviano nel giorno del loro compleanno. Un gesto semplice ma significativo, pensato per celebrare una generazione che rappresenta la memoria storica e l’anima del territorio. Nel corso del 2026 saranno circa 200 gli ottantenni che riceveranno in dono una Margherita o una Marinara, le due pizze simbolo della tradizione partenopea.

L’iniziativa si inserisce nel percorso di responsabilità sociale che Maturazioni Pizzeria porta avanti da tempo, affiancando al successo mediatico un impegno concreto verso la comunità locale. Un modo per restituire valore al territorio che ha visto nascere l’azienda, rafforzando il legame con i cittadini e promuovendo una cultura dell’attenzione e della condivisione. Con questo progetto, Maturazioni Pizzeria dimostra come anche un brand capace di parlare a milioni di persone possa continuare a mettere al centro le relazioni, le storie e le persone, partendo da chi ha contribuito a costruire l’identità di un paese.

Shochu, il distillato giapponese per eccellenza

Il Giappone, soprattutto nell’ultimo ventennio, si è guadagnato la fama di Paese produttore di whiskey, rum e gin, riscontrando un crescente apprezzamento tra i fine drinkers italiani e internazionali. In realtà, tra i distillati più autorevoli, autentici e rappresentativi del Giappone, lo Shōchū riveste un ruolo primario: la sua produzione è fatta risalire a tempi ben più remoti dell’arrivo degli europei in Estremo Oriente e quindi alla comparsa di altri superalcolici in quei territori.

Nella misura in cui oggi non ci è estranea la parola Nihonshu, più appropriata e specifica di Sake, termine quest’ultimo riferito all’alcol in termini generici, piuttosto che alla bevanda più in voga in una determinata area, anche lo Shochu ha un significato preciso e una storia piuttosto affascinante: Shochu si esprime attraverso due kanji, di cui uno molto simile a quello del sake, il cui significato complessivo  è “alcol bruciato“, designando così quanto il calore, diversamente che per un qualsiasi fermentato, sia inficiato nel processo di distillazione.

La definizione di Shochu pertanto è quella di distillato ottenuto preliminarmente dalla fermentazione della materia prima impiegata nel processo: infatti, tra le tipologie più apprezzate di Shochu si annoverano quello di riso, orzo, patate dolci, grano saraceno, talvolta semi di sesamo e castagne, o lo zucchero di canna, ma si possono utilizzare anche lo shiso e il sake kasu. Da ciò si evince che lo Shochu può avere una produzione molto diversificata e comunque non soltanto ridotta al processo di distillazione, proprio perché occorre modificare ed adeguare gli ingredienti principali attraverso le fasi fermentative. Pertanto, produrre Shochu implicherà necessariamente l’acqua, il koji bianco e i lieviti da Saccharomyces Cerevisia.

Generalmente la distillazione è multipla ma per i piccoli produttori, che generalmente coltivano le materie prime necessarie, lo Shochu viene distillato una sola volta, assumendo il termine di honkaku shochu, ossia autentico, con un sapore fortemente legato alla materia prima e meno alcolico. Lo Shochu distillato più volte è detto Kōrui Shochu.

Le origini dello Shochu risiedono anzitutto nell’Awamori, considerato suo progenitore: esso deriva infatti dall’introduzione delle tecniche di distillazione presso l’isola di Okinawa, al tempo nota come Ryukyu, direttamente dal Sud-Est asiatico attorno al XV secolo. L’Awamori, come per l’honkaku Shoshu, viene distillato una sola volta ma si differenzia da esso per l’impiego di un riso thailandese del gruppo indica e di koji nero, anziché bianco, venendo oltretutto affinato in anfora per almeno 3 anni.

L’Awamori è molto simile al Sato Tailandese, anticamente chiamato Lao-u o Lao Khao, a sua volta derivante dall’Arrrak, una ancestrale discendenza alcolemica derivatagli anche grazie alle relazioni commerciali dell’isola nipponica con l’alloraSiam. Non a caso Jorge Álvarez, esploratore portoghese che sostò diverso tempo presso il porto di Yamagawa, nei suoi resoconti di viaggio scrisse nel 1546 che i giapponesi consumavano, appunto un distillato di riso molto simile all’Arrak.

Proprio perché il regno di Ryukyu è stato un avamposto commerciale di fondamentale importanza, principalmente per il resto del Giappone e la Cina, attraverso i traffici marittimi, si sostiene che l’arte della distillazione dello Shochu sia partita da qui, di isola in isola, fino ad arrivare a Kyushu.

Esistono naturalmente altre ipotesi, come ad esempio quella che vorrebbe i pirati giapponesi, detti Wakou, grazie alle loro scorribande tra le isole del Mar Cinese Meridionale, abbiano introdotto distillati nel Paese del Sol Levante tra il XIV e XV secolo, trafugando addirittura degli alambicchi; anche l’ipotesi che la cultura della distillazione sia passata attraverso lo stretto braccio di mare tra il Giappone e la penisola coreana è abbastanza verosimile: al centro di questo canale si trova l’isola di Tsushima, appartenente a Kyushu, patria incontestabile dello Shochu tradizionale.

Le prime notizie sullo Shochu, risalenti alla fine del 1400, provengono proprio da questa area, così come una prima traccia scritta è custodita presso il tempio di Koriyama Hachiman aKagoshima ed è fatta risalire al 1559: consiste in una incisione su una tavola interna del tempio fatta dai falegnami che dice “Il capo sacerdote shintō del santuario era così tirchio da non averci mai offerto dello Shochu da bere”.

Il processo produttivo vede, generalmente, le seguenti fasi: preparazione del koji, composizione dello shubo nel moromi primario, fermentazione multipla parallela nel moromi secondario, distillazione, a pressione atmosferica o sotto vuoto, invecchiamento, diluizione, che porta lo Shochu dai 44° alcolici medi ai 25° finali, filtraggio e imbottigliamento.

Gli Shochu assumono la seguente denominazione a seconda della materia prima: il Kome Shochu, nato nella regione di Kuma, è fatto di riso ed è considerato lo shochu che ha dato vita a tutti gli altri, presentando aromi più raffinati anche grazie alla distillazione sotto vuoto; l’Imo Shochu viene prodotto grazie alla patata dolce e ha sempre rappresentato un distillato molto strong, anche se i moderni master distiller tendono a modelli più delicati; il Mugi Shochu, fatto con orzo, piuttosto che grano o segale, presenta un sapere leggero e fruttato, con note tostate; infine, il Soba Shochu viene fatto distillando il grano saraceno e presenta piacevoli note crispy.

Tra le aree più vocate primeggia appunto Kyushu, le cui sette prefetture producono Shochu di diverso tipo, a seconda del contesto storico, culturale e geografico, per quanto a Nord sia molto apprezzato il Mugi Shochu e il Kasutori Shochu, ricavato dal sake kasu, praticamente la “vinaccia” del sake. La prefettura di Nagasaki vede il rinomato Shochu di Iki, un’isola famosa per il distillato fatto con l’orzo. Il Kome Shochu di Kumamoto è molto celebre, così come a Miyazaki e Kagoshima lo sono quelli fatti con la patata dolce. Infine, l’isola di Amami è famosa per il Kokuto Shochu, ricavato dallo zucchero di canna, la cui produzione ebbe inizio durante la seconda guerra mondiale.

Lo Shochu è un grande prodotto, capace di rievocare uno stile di beva antico, articolato e diversificato, a seconda del distretto geografico di origine, è molto versatile nella miscelazione, ma viene consumato anche durante i pasti. In tal caso difficilmente viene bevuto liscio, ma sempre diluito sia con acqua calda che acqua fredda o con ghiaccio. Gli Shochu diluiti con l’acqua vengono chiamati Mizuwari, mentre quello con la soda è il cocktail più popolare, detto Chūhai, al quale si aggiungono anche aromi alla frutta come limone, pompelmo o yuzu.

A seconda della temperatura di servizio e della tipologia, gli Shochu si accompagnano benissimo al sashimi e alleostriche, così come alle fritture in tempura, ai ramen e agli stufati di manzo e maiale, incluse le preparazioni a base di ortaggi, funghi e tartufi, come pure alla pizza e ai formaggi, fino alle carni grigliate e al cioccolato fondente. Naturalmente gli Shochu e l’Awamori sono prestazionali anche in abbinamento al fumo lento.

In Italia, tra i maggiori estimatori ed esperti di questi nobili distillati è doveroso fare menzione di Luca Rendina, che con Bere Giapponese è diventato ambasciatore della cultura dell’alcol giapponese, promuovendone la degustazione attraverso masterclass di rilievo in diverse regioni e contesti. Evidentemente lo Shōchū costituisce un legame indissolubile tra storia, cultura, tecnica e arte produttiva, territorio e condizione economica del popolo giapponese, uno stile di bere raffinato, capace di conservare la memoria della materia prima da cui si ricava e con cariche aromatiche complesse ed intense.

Comunemente bevuto nelle Izakaya, lo Shochu, così come il Nihonshu, diventa un rituale votato alla socialità, essendo tra i drink preferiti per rilassarsi tra colleghi e amici dopo il lavoro, consumato spesso con piatti da condividere per corroborare vecchi legami o instaurarne di nuovi.

Battipaglia, il ristorante gourmet Cinque Foglie entra ufficialmente in Guida Michelin

È il 1° e unico ristorante della città ad essere segnalato dalla “Rossa”

Cinque Foglie conquista la sua prima, prestigiosa segnalazione all’interno della Guida Michelin, come 1° e unico ristorante della città di Battipaglia ad entrare nel celebre firmamento della critica gastronomica internazionale. Un riconoscimento storico per la città, che entra così ufficialmente nella mappa dell’alta ristorazione italiana.

Un progetto che segna una nuova onda gastronomica nella Piana del Sele

Nato dal sogno della famiglia AdinolfiCinque Foglie è un luogo di ricerca, un laboratorio creativo immerso nella natura della Piana del Sele, dove lo chef Roberto Allocca trasforma tradizione mediterranea e tecnica contemporanea in un linguaggio gastronomico unico. Il nome Cinque Foglie incarna la filosofia di un progetto che mette al centro la perfezione nascosta della natura nella selezione delle materie prime e la continua ricerca di armonia: un luogo in cui la bellezza dei gesti agricoli e quella della cucina d’alta gamma convivono nella stessa luminosa identità.

Nel cuore della Piana del Sele, tra natura, tecnica e ispirazione

Al centro del progetto c’è un’idea di cucina che parte dalla terra: il ristorante è circondato da un un giardino mediterraneo di un ettaro coltivato a biologico è il cuore pulsante dell’esperienza gastronomica: una dispensa viva da cui arrivano frutta, ortaggi ed erbe utilizzati in cucina. Da qui provengono molte delle materie prime utilizzate nei piatti.

La filiera corta diventa cortissima in un atto di voluta autenticità. I piatti raccontano la potenza della costa, la dolcezza delle colline, l’equilibrio fragile e perfetto della terra madre. Ogni sapore è narrazione, ogni aroma è memoria che si fa presente.

Il menu ovvero un ecosistema gastronomico integrato

Due i percorsi degustazione firmati dallo chef Roberto Allocca che definiscono l’identità di Cinque Foglie:

  • NOSTOS, un viaggio tra mare e terra che racconta la morfologia del Cilento attraverso contrasti, memorie e profumi mediterranei.
  • L’Orto di Francesca, un itinerario vegetale dedicato alla giovane Francesca Adinolfi, oggi custode dell’azienda agricola di famiglia, che rende omaggio alle radici contadine e all’eredità culturale della Valle dei Templi.

L’esperienza è arricchita da una cantina di 250 mq di oltre 1800 etichette, a breve aperta anche al pubblico e da un ecosistema gastronomico che comprende anche il bistrot Le Radici e il cocktail bar Linfa, realtà sorelle che condividono valori di sostenibilità, ricerca e legame profondo con il territorio.

La firma dello chef Roberto Allocca

Alla guida della cucina c’è Roberto Allocca, chef campano dal percorso intenso e prestigioso: dalla scuola di maestri come Enrico Derflingher, Alfonso Iaccarino e Paolo Barrale, alla conquista della stella Michelin come Executive Chef del Relais Blu, fino alle esperienze al Marennà e all’Hotel Le Agavi.

La sua cucina è fatta di rispetto, tecnica e poesia. Ogni piatto è un racconto sussurrato, un invito alla scoperta lenta, un equilibrio tra emozione e misura.

Un riconoscimento che segna un inizio

La segnalazione nella Guida Michelin è la conferma di una visione. Cinque Foglie continuerà a coltivare il suo dialogo tra natura e cultura, memoria e innovazione, tecnica e poesia. Al centro il grande atlante di sapori della Piana del Sele.

È possibile visualizzare la presenza del ristorante sul sito della Guida Michelin al seguente link insieme alle nuove entrate del mese:

https://guide.michelin.com/it/it/selection/italy/ristoranti/nuovi-ristoranti

Toscana: Montespertoli, dove la geografia diventa vino

Il debutto della mappa dei vigneti firmata Enogea racconta un territorio che si lascia finalmente leggere e comprendere.

Montespertoli ha il passo lento delle colline toscane, quello delle strade che si arrampicano tra vigne e oliveti, dei borghi che sembrano sospesi tra passato rurale ed energia contemporanea. Ma il 1° dicembre 2025, al MuTer, il Museo del Territorio, quel passo ha accelerato: per un momento, il cuore vitivinicolo del comune fiorentino ha battuto all’unisono, mentre la nuova mappa dei vigneti di Montespertoli veniva svelata alla stampa di settore e agli operatori. Insieme al collega Adriano Guerri, abbiamo assistito a questo eccellente lavoro che aggiunge valore al territorio di Montespertoli.

Un grande applauso ha sciolto la tensione quando il drappo è caduto, rivelando la cartografia firmata da Alessandro Masnaghetti per Enogea. Non una semplice mappa, ma una fotografia totale di un territorio: vigne, geologia, storia, altimetrie, acqua, boschi. Una chiave di lettura che, per la prima volta, restituisce l’identità di Montespertoli in un quadro unitario, complesso e suggestivo.

Una visione d’insieme: il primo vero passo verso l’identità territoriale

Il progetto è stato voluto dalle tredici aziende dell’Associazione Viticoltori di Montespertoli, nata solo nel 2022 ma già sorprendentemente dinamica, supportata dal Comune e guidata dalla determinazione del presidente Giulio Tinacci. Importante contributo di Marina Ciancaglini dell’Ufficio Stampa Affinamenti, che ha dato il giusto respiro mediatico all’evento.

«Vederlo concreto, poterlo toccare, ci rende ancora più orgogliosi di fare vino a Montespertoli» ha raccontato Tinacci. Una frase che restituisce bene il senso del lavoro: non un esercizio estetico, ma un atto di consapevolezza collettiva.

Masnaghetti ha interpretato Montespertoli non come un’appendice del Chianti, bensì come un sistema viticolo autonomo, densissimo e sfaccettato. Qui si trova la sottozona più vitata dell’intero Chianti DOCG, e il Comune, con i suoi 2215 ettari di vigneto, supera per superficie tutte le municipalità del Chianti Classico. Numeri che raccontano un peso storico, produttivo e paesaggistico che per troppo tempo era rimasto in secondo piano.

Una terra che cambia da una collina all’altra

La mappa mette ordine in una geologia tutt’altro che semplice. Montespertoli è uno spartiacque naturale:

  • da una parte gli antichi depositi alluvionali rivolti verso Firenze;
  • dall’altra le argille azzurre plioceniche, di origine marina, che guardano verso il mare.

Un territorio stratificato, dove argille, sabbie e ciottoli si alternano come pagine di un libro geologico complesso. Qui, anche un singolo vigneto può attraversare più strati diversi sulla stessa pendenza, generando interpretazioni del Sangiovese, e degli altri vitigni locali, sorprendentemente eterogenee.

Su queste basi, lo studio di Enogea ha suddiviso il territorio in quattro settori principali (nord-occidentale, sud-occidentale, centrale, orientale) e individuato, grazie anche al Catasto Ferdinandeo Leopoldino, 18 Unità Geografiche: strumenti preziosi per comunicare ai consumatori la ricchezza di sfumature che questa terra può offrire.

Non mancano gli elementi del paesaggio che completano il mosaico: l’olivo, pilastro culturale tanto quanto agricolo, e i numerosi geositi, luoghi dove la geologia si mostra letteralmente “a vista”, rendendo tangibile il legame tra suolo e vino.

Un territorio che cambia, ma con memoria lunga

Tra i dati più interessanti presentati durante l’incontro c’è quello sulle precipitazioni:

  • 925 mm annui tra 1921 e 1950,
  • 819 mm tra 1951 e 1980,
  • 830 mm tra 2010 e 2024.

Diminuzioni, oscillazioni, ma nessuna frattura radicale: Montespertoli insegna che il clima può cambiare, sì, ma spesso seguendo cicli lunghi, non sempre lineari.

Le aziende, il Comune e la comunità del vino

Il sindaco Alessio Mugnaini, presente all’incontro, ha espresso la soddisfazione dell’amministrazione: «È uno strumento di ricerca e promozione che mancava. Sarà utile per le aziende e troverà spazio anche nel Museo del Territorio».

Ed è vero: la mappa è un nuovo punto di riferimento per le tredici aziende associate — da Podere all’Anselmo a Castello Sonnino, passando per La Gigliola, Le Fonti a San Giorgio e Montalbino — impegnate nel promuovere una delle aree più vitate della Toscana.

Gli Ambasciatori di Montespertoli 2025

Durante l’evento sono stati premiati anche coloro che hanno contribuito a diffondere la cultura del territorio:

  • Miglior Comunicatore: Martin Rance (Fisar Firenze)
  • Miglior Enoteca: Maciste Wine Bar (Empoli)
  • Miglior Ristorante: La Lanterna di Pulica (Montelupo Fiorentino)

Un segnale: per crescere, un territorio ha bisogno di vignaioli, certo, ma anche di chi il vino lo racconta, lo serve, lo cucina.

La degustazione e l’olio: due facce della stessa identità

Dopo la presentazione, la degustazione collettiva dei vini ha accompagnato un light lunch preparato dagli osti locali. Ma Montespertoli non è solo vigne: è anche olio, come dimostra il progetto MontEspertOlio DICIANNOVE.

Diciannove come i soggetti coinvolti, tra aziende, Comune, università e partner tecnici, e come le storie che questa bottiglia vuole rappresentare. Il packaging, nero con dettagli dorati, porta inciso in forma stilizzata il territorio di Montespertoli, con un punto d’oro che indica la posizione di ciascuna azienda. Un segno grafico semplice, ma potentissimo: ancora una volta, un’identità che si riconosce nella geografia.

Una mappa che non è un punto d’arrivo

La mappa dei vigneti di Montespertoli non chiude un percorso: lo apre. È uno strumento per capire dove si è, ma anche per immaginare dove si può andare. In un tempo in cui l’enologia italiana cerca sempre più di raccontarsi attraverso territori precisi, Montespertoli sceglie la strada della conoscenza, della trasparenza e della coralità. E oggi, quelle colline che da sempre disegnano il paesaggio toscano possono finalmente raccontarsi con voce più chiara, più consapevole, più propria. Una voce che, grazie a questa mappa, è appena diventata più forte.

Il viaggio in Irpinia secondo Paul Balke

Oggettivamente L’Irpinia non è quella di chi pratica l’arte delle passerelle con il sorriso a comando, fatto di plastica e botulino e che ha confuso la quintessenza del vino con il volto del loro unico Dio: il denaro, le nomine politiche e altre cose parallele per i riflettori e la notorietà.

C’è un’Irpinia, invece, il cui cuore batte più forte e il verde brilla ancor più: è quello che ha dato vita alla Valle dei Mulini, è l’area avellinese dei fiumi gemellari, Il Sabato e il Calore, nati sulle alture di Montella che si salutano virtualmente per ritrovarsi nel Sannio. Il lungo respiro delle foreste e dei boschi incontaminati, delle fonti idriche cospicue che scendono sino alle Puglie, la volta stellata che di notte riluce come al tempo degli Antichi Miti.

È l’Irpinia più autentica, quella delle piccole cantine che narrano sé stesse senza ostentazioni su un territorio diffuso, fiere di aprirsi al cittadino temporaneo per condurlo verso i propri borghi colmando il calice con il proprio vino, esortando persino l’assaggio dei prodotti delle altre aziende agricole, quelle del comprensorio, come nei più genuini rapporti di buon vicinato.

Questa è l’Irpinia di chi sa guardare oltre il calice e ciò che gli fa più comodo; è l’Irpinia come è sempre stata e come spesso non appare agli occhi di chi la vive e la abita da autoctono, forse perché assuefatto da una bellezza che non appare mai scontata all’animo delle persone sensibili. Una bellezza che autenticamente si rispecchia nel paesaggio e nell’umanità di chi lavora la terra per davvero e la cui ospitalità non è né ostentata né scontata.

È piuttosto facile vedere oggigiorno questo esteso distretto vitivinicolo come uno tra i più grandi laboratori a cielo aperto dell’eccellenza enologica italiana, è evidente come lo è l’indiscussa qualità dei vini che riesce ad esprimere: il punto però non è il valore enologico, né la capacità di sfidare il clima, grazie ad eccezionali fattori pedoclimatici, o la possibilità di ambire a un mercato più ampio, sia a livello nazionale che internazionale: il fattore determinante che fa fatica ad affiorare è “l’identità irpina”, sin troppe volte maldestramente ed egoisticamente celebrata a porte chiuse con una comunicazione e una visibilità non sempre accessibile ai più.

Certo è che l’Irpinia sta vivendo da circa un decennio un periodo di profondo mutamento trasformazione: oltre alle vendemmie anticipate e all’aumento dei costi in salita, comincia a scarseggiare la manodopera e non ci sarebbe neanche troppo da meravigliarsi visto che il rischio di spopolamento è stato annunciato da un pezzo, le nascite sono in calo e i giovani in fuga.

Eppure, tutta la provincia di Avellino ha una fortissima vocazione all’enoturismo, anzi al turismo intermodale poiché in quest’area meravigliosa della Campania si concentrano natura, storia, archeologia e percorsi religiosi che rendono necessari nuovi modelli di accoglienza e indispensabile quell’identità che, per quanto pur certo esiste, deve potersi imporre agli occhi dei tour operator e dei visitatori desiderosi di fare esperienze vere e a misura d’uomo, dall’Italia e dal mondo.

E dal mondo Paul Balke ha saputo portare in Irpinia occhi e volti nuovi: grazie alla sinergia tra sindaci, associazioni e realtà produttive, durante un’international press tour di ampio respiro e fuori dagli schemi, si è potuto vedere il coinvolgimento di giornalisti ed enogastronomi provenienti da diversi Paesi, per la prima volta in visita nella Verde terra. I testimoni dello straordinario potenziale e di un’identità autentica, incastonata tra le montagne, che mai avrebbero potuto immaginare se non fossero venuti qui apposta.

Giornalista, scrittore e sommelier olandese, noto per i suoi libri e la sua profonda passione e conoscenza del vino italiano, specializzato in regioni come Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Campania e Puglia, oltre che per aver creato signature wines capaci di unire diverse realtà vinicole europee, con un focus culturale e innovativo, Paul Balke, da sensibile pianista, ha saputo mostrare una programmazione molto articolata.

L’Irpinia più autentica dinanzi a un pubblico internazionale, fatto di esperti comunicatori e specialisti del vino, arrivando persino a confrontare il Taurasi con il Barolo: non lo ha fatto soltanto dal punto di vista espressivo ed evolutivo, come Arturo Marescalchi fece, ma addirittura da una prospettiva antropologica tra due borghi, quello avellinese e quello piemontese, fatto ugualmente di genti di montagna, funestati da una simil povertà, ma con la creazione di un futuro diverso, proprio grazie al vino.

Un futuro diverso grazie al vino che però in Irpinia fa fatica a decollare, come diversamente accaduto nelle Langhe, e che non vede ancora il Taurasi assurgere al suo totale riconoscimento, per quanto iconico almeno tanto quanto al Barolo e al Brunello. Eppure, Beppe Fenoglio con i suoi racconti di miseria in “La malora” e il culmine della tragedia irpina col terremoto del 23 novembre 1980 dovrebbero essere il metronomo di una povertà che non si è arresa a sé stessa, ma che ha generato voglia di riscatto e di ricostruzione che ha portato a un cambio paradigmatico dei due territori, da infelice a rinomato.

E perché i vini irpini, come il Taurasi ad esempio, per quanto di altissimo profilo qualitativo fanno fatica ad affermarsi come il re dei rossi piemontesi? Certo, servono strade e collegamenti funzionali e ben manutenuti, collegamenti e segnaletica efficienti, trasporti pubblici e una politica degna di questo nome e che abbia finalmente voglia di fare. Ma, stando alle considerazioni di cui sopra, ci vorrebbe meno egoismo e manie di grandezza proprio da parte di chi dovrebbe prodigarsi per l’evoluzione di questo fantastico distretto vitivinicolo e garantire crescita e prestigio per tutti.

Per fortuna il mondo del vino è fatto da chi vede le cose con oggettività e una sensibilità diversa, rispetto al territorio, al vino così come dovrebbe essere, guardando con attenzione e riguardo alle persone che si prendono cura del vigneto, e quindi del paesaggio irpino, ben oltre il loro ruolo di produttori e attori economici di una delle più importanti filiere vitivinicole del Sud Italia.

Durante una serie di giornate davvero intense e ricche di visite ai borghi, a produttori, ristoratori e cantine, giornalisti come Annie B. Shapero e Eric Lyman, fra i tanti altri, sono stati accolti in terra irpina e coinvolti in un programma di rivalutazione territoriale sotto la guida attenta di Paul Balke.

Il progetto, dal titolo “Radici e Riti – Il Viaggio dei Borghi Irpini”, è stato realizzato grazie al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione della Regione Campania e grazie alla lungimiranza di Cassano Irpino, comune capofila, Castelfranci, Nusco, Rocca San Felice, Sant’Angelo dei Lombardi e Torella dei Lombardi.

Il nutrito gruppo di specialisti della comunicazione è stato accolto dalla governance locale presso Il Vecchio Mulino 1834, in quell’oasi naturalistica, boschiva e fluviale, tratteggiata dal fiume Calore, con diverse rappresentanze dei vari municipi tra cui Salvatore Vecchia, sindaco di Cassano Irpino, il quale ha molto tenuto a precisare il ruolo dell’attrattore territoriale e, successivamente, della rete che deve avere capacità di trattenere.

Dopo una relazione sulla storicità dei luoghi e sulla geomorfologia dei suoli, i giornalisti sono stati accolti dai proprietari delle cantine aderenti, entrando nel vivo con una full immersion enologica, internamente dedicata ai loro vini. Precisamente, a dare il benvenuto ai cittadini temporanei con i loro vini, c’erano i produttori di Cantine Gambale, Colle di Castelfranci, Boccella, Cortecorbo, Antonio Molettieri, Regina Collis e Perillo.

L’analisi che ne è venuta fuori è stata non soltanto organolettica ma altresì concettuale: vini di territorio di piccole produzioni, ciascuno con sfumature riconoscibili nel range di filosofia produttiva, ma legati allo stesso tempo da una forte caratterizzazione, senza compromessi, senza banalizzazioni e senza strizzare l’occhio al palato internazionale; ne è venuto fuori il terroir nudo e crudo: vini di stoffa legati da racconti di viaggio e visite sul campo alla gastronomia locale, alla mefite, alle sorgenti di Cassano Irpino, ai castagneti, ai musei contadini e al foliage nei vigneti del comprensorio a incorniciare i piccoli paesini con i loro colori variegati.

Convocati da Paul Balke, gli specialisti della comunicazione hanno potuto respirare il vento montano dell’Irpinia e del suo verde brillante, unitamente al sorriso di tutte le persone incontrate, tra cui Daniele del Polito, al timone del ristorante Il Vecchio Mulino 1834, il quale ha portato a tavola sapori per loro inesplorati: il caciocavallo podolico, i salumi tipici, tra cui la culatta e il capocollo dell’azienda agricola Biancaniello, a Torella dei Lombardi, la polenta fritta con ricotta al tartufo, la sontuosa fesa salmistrata di manzo podolico con nocciole tostate e maionese alla senape, la maccaronara al ragù, la sfrittuliata, fatta con tocchetti di maiale, patate e papaccelle e Il cannolo di ricotta scomposto.

Oltre a questa forma di gastronomia irpina più ricercata, i visitatori internazionale hanno potuto confrontarsi anche con la versione più tradizionale officiata presso l’Agriturismo Montagne Verdi a partire dai ricchissimi antipasti, tra cui il pane casereccio al caciocavallo impiccato, i ravioli ripieni di ricotta mantecati al burro e tartufo di Bagnoli, tutto un seguito di formati di pasta fatta in casa, il baccalà alla pertecaregna con peperone crusco e le ottime carni alla brace a base di manzo, suino e agnello con funghi porcini e di stagione.

Le giornate sono state tutte contraddistinte dalla reale rappresentazione di uno degli spaccati irpini, con il suo epicentro a Castelfranci, più autentici e di impatto tra natura, storicità e gastronomia, con degustazioni mirate di Falanghina, Fiano di Avellino, Aglianico e Taurasi, privi di omologazione e che hanno mostrato il valore del meglio della produzione enologica, oltre alla capacità di fare accoglienza enoturistica, delle Cantine Gambale, di Colle di Castelfranci, di Boccella, delle cantine Cortecorbo, di Antonio Molettieri, dell’azienda agricola Regina Collis e della cantina Perillo.

I press tour internazionali organizzati da Paul Balke hanno avuto dei risultati strepitosi, un grandissimo consenso da parte di tutti gli operatori coinvolti, culminando il 29 novembre scorso alla celebrazione di un evidente successo durante una cena di gala esclusiva presso il Palazzo Marchionale di Taurasi, dove lo storico rosso a denominazione di origine controlla e garantita ha fatto sfoggio di sé in tutte le sue principali interpretazioni e sfumature territoriali.

Paul Balke ha saputo creare una rete fatta anzitutto di persone grazie alla sua sensibilità e alle sue doti umane, svelando il volto reale dell’Irpinia, il suo cuore pulsante, le mani che duramente lavorano per tenere insieme questo territorio straordinario, anche se a volte pieno di contraddizioni, dimostrando che la coerenza, la competenza e il gioco di squadra tra persone che condividono comuni passioni, valori autentici e obiettivi concreti, saranno gli elementi irrinunciabili per l’ennesimo rilancio del Vino Irpino.

Gran Caffè Gambrinus – I ritrovamenti nella Sala degli Specchi

Gran Caffè Gambrinus, completati i lavori di restauro alle sale in via Chiaia

Il locale storico torna nella sua dimensione originaria La famiglia Sergio – Rosati: “Un giorno memorabile”

Un’attenta opera di restauro e recupero minuzioso degli spazi quella che ha visto protagonista il Gran Caffè Gambrinus di Napoli ed in particolare le sale in via Chiaia che sono state unite al locale già esistente con ingresso da piazza Trieste e Trento.

Il restauro

La famiglia Sergio- Rosati ha fortemente voluto la riunificazione dell’intero locale, nel patrimonio di Città Metropolitana, annettendo le sale con affaccio in via Chiaia, oggetto di un corposo lavoro di recupero che ha portato alla luce un pavimento originario in marmo di Carrara, le ornie degli infissi, i dipinti, gli stucchi e gli affreschi il tutto con la supervisione della Soprintendenza.

La storia

Finalmente il sogno di Michele Sergio si è avverato: lui agli inizi degli anni ’70 diede inizio alla battaglia per recuperare i locali del Caffè situato nel cuore di Napoli, battaglia poi vinta. Ed ora con la Sala degli Specchi il Gambrinus si riappropria della sua storia.

Il presente

Oggi il lavoro di valorizzazione iniziato da Michele Sergio è portato avanti dai figli Arturo e Antonio Sergio e dai nipoti Massimiliano Rosati, Michele Sergio e Benedetta Sergio.  

“Per noi è un giorno davvero importante, un momento in cui ricordiamo nostro padre – affermano Arturo ed Antonio Sergio, titolari assieme al nipote Massimiliano Rosati -. Uno spazio recuperato, testimone di arte e urbanistica di un tempo, con opere d’arte da non sottovalutare, che è stato rimesso a nuovo nel pieno rispetto dei vincoli esistenti”.

L’arte

Affreschi su altorilievi della Scuola di Posillipo, stucchi e fregi nella nuova sala del Gran Caffè Gambrinus in via Chiaia, unita allo spazio del locale storico con affaccio su piazza Trieste e Trento e piazza del Plebiscito. Una sala che in realtà racchiude più ambienti, un colpo d’occhio davvero affascinante all’insegna del culto dell’accoglienza e della cultura. Sedersi ad uno dei tavolini è ripercorrere la storia di Napoli, quella autentica da leggere e approfondire guardando l’arte del locale finalmente nel suo insieme.

I decori in stile liberty e gli affreschi erano coperti dalle pannellature dei negozi che hanno occupato nel corso degli anni questi spazi. La Sala degli Specchi abbaglia chi vi entra per la prima volta, un tuffo all’indietro nel tempo per chi si fermerà ad uno dei tavolini e sui divani che arredano la sala. La Belle Epoque rivive ai giorni nostri e appassionati, turisti e cittadini potranno contare su un altro pezzo di storia napoletana riportato all’antico splendore con cura e attenzione. Uno spazio che nell’idea della proprietà sarà una naturale estensione del Gran Caffè Gambrinus, luogo di letterati, intellettuali, politici e personaggi del mono dello spettacolo.

DALLA RELAZIONE TECNICA

IL PAVIMENTO

Lo scavo, eseguito rigorosamente a mano, ha riservato una sorprendente scoperta: un pavimento originario quasi perfettamente conservato, in marmo bianco Carrara e tozzetti in marmo Emperador. La ritrovata pavimentazione è stata numerata, smontata e conservata in attesa dell’esecuzione dei lavori di manutenzione straordinaria

LE ORNIE
Nel deposito al piano inferiore sono state ritrovate le ornie originarie degli infissi su via Chiaia, cosi come soglie degli scalini dei vani di accesso e la boiserie in marmo.

I DIPINTI

I dipinti presenti nei riquadri che sovrastano le bucature di ingresso e la nicchia posta di fronte all’apertura individuata dal civico n.4 di Via Chiaia sono stati interessati da operazioni di pulitura che hanno ristabilito la leggibilità complessiva delle raffigurazioni.

Gli interventi di restauro sono stati seguiti sotto la supervisione della Soprintendente facente funzione, arch. Rosalia D’ Apice, e sono stati condotti nel rispetto dei principi fondamentali del restauro quali riconoscibilità, reversibilità, compatibilità, minimo intervento e interdisciplinarietà

Grazie al lavoro minuzioso di restauro degli antichi stucchi e di recupero dei pregevoli affreschi, il Gran Caffè Gambrinus rinasce a nuovo splendore. La totalità delle superfici decorate e intonacate è stata interessata dalla rimozione degli strati di tinteggiatura posticci, per restituire, con particolare riferimento per gli stucchi, la qualità e la tridimensionalità originali.

I MATERIALI

Tra i materiali di risulta sono stati ritrovati anche parte degli originali capitelli delle colonnine in legno facenti parte dell’apparato decorativo lateralmente agli specchi. Di questi è stato eseguito un calco e riprodotti quelli mancanti, rivestiti successivamente in foglia d’ oro. La bicromia degli stucchi mancanti è stata richiamata con un duplice trattamento superficiale. Il bianco potrà essere richiamato con finitura satinata; il dorato con finitura lucida.

Torna a Isola del Liri la presentazione di “CastelWine”

Sabato 22 Novembre al castello a Isola del Liri in provincia di Frosinone, Stefano Boncompagni Viscogliosi e Isabella Citerni di Siena hanno nuovamente accolto giornalisti, autorità e amici all’evento esclusivo che ha visto la presentazione dei vini prodotti dall’azienda vinicola, curanti dalla mano sapiente dell’enologa Vincenza Folgheretti. Ne avevamo scritto già durante la prima edizione di Castello Viscogliosi presenta l’evento CastelWine e le due etichette prodotte in Toscana

I vigneti da cui si ottengono le uve sono ubicati nel Grossetano e più precisamente a Scarlino, terreni che già anticamente appartenevano alla famiglia Boncompagni Ludovisi e pervenuti per via ereditaria alla famiglia Viscogliosi. La degustazione per un ristretto numero di giornalisti si è tenuta in una bellissima sala affrescata del Castello.

L’azienda Castelli di Viscogliosi possiede circa tre ettari nella zona di Scarlino, di cui due impiantatati a vigneto, caratterizzati da suoli prevalentemente argillosi ricchi di sabbia, formatisi nell’Oligocene; si è scelto di puntare sui vitigni autoctoni quali pugnitello, ansonica e aleatico. La scelta di includere il merlot è stata dettata dal discendenza francese di Stefano. Il progetto è iniziato intorno al 2016 e sin dal principio si è voluto dare voce all’aleatico, vitigno molto difficile da seguire e vinificare, soprattutto quando si opta per la versione secca.

Il primo vino in degustazione è Carpiano 2024 un rosato da aleatico 100%, vinificato e affinato interamente in acciaio. La raccolta viene fatta manualmente intorno alla terza settimana di agosto,

Rosa salmone delicato e luminoso, profilo olfattivo discreto, che resta fedele alla qualità aromatica dell’uva senza esprimerla in modo esagerato: lampone, fragola, ciliegia, un nota speziata. In bocca il sorso è pieno, materico, e ha una bellissima chiusura sapida. Un rosato che si sposa bene con il cibo, mai banale e che invita alla beva.

Vincenza Folgheretti aggiunge che è un vino giovane, frutto di sperimentazioni eseguite nelle annate precedenti, per cercare di ottenere quel risultato che sembra proprio raggiunto con l’annata 2024.

La gestione tecnica è stata orientata per contenere e comporre gradevolmente la componente romantica. Sicuramente un’uva non semplice da seguire sia in vigna che in cantina, ma profondamente amata da Stefano Viscogliosi, perché legata ai ricordi dell’infanzia e alla tradizione della sua famiglia.

In assaggio anche Carpiano 2022, in cui spicca sicuramente il colore decisamente più intenso e la componente speziata che risulta in evidenza quasi rispetto alla componente fruttata che vira su note più mature. In bocca si percepisce l’identità del vitigno e la coerenza con quanto prima espresso a livello olfattivo e la distintiva nota salina, che rimanda al territorio da dove provengono le uve.

Il merlot dà vita a due vini, che si differiscono per lo stile di vinificazione: il primo in acciaio, il secondo in barrique nuove per un 25% e per il restante di terzo e quarto passaggio per 13 mesi e successivi 15 in bottiglia.

Alma è la versione che affina in acciaio per 9 mesi e a cui seguono altri 6 in bottiglia. Un vino che si offre nel calice con un rosso rubino con bagliori granato sul bordo, profumi di prugna, lentisco, ciliegia. Un tannino preciso e composto, come del resto la componente alcolica. Buona la persistenza e la sua versatilità negli abbinamenti.

Guado dell’Alma è la versione che prevede l’uso del legno, premiata a Merano Wine Festival: le note speziate, di cacao e tabacco arricchiscono il bouquet e donano un tocco elegante e internazionale, predisponendo a scenari evolutivi sicuramente interessanti.

Dulcis in Fundo – in tutti i sensi- una meraviglia prodotta in circa 400 esemplari: Alea, la versione dell’aleatico vendemmia tardiva. Una dolcezza che fa emozionare Stefano Viscogliosi, perché lo riporta al vino fatto dal nonno e bevuto durante le feste. Un bouquet che avvolge i sensi e si apre su note di marasca, china, dattero, prugna, pepe; l’acidità dà brio alle sensazioni dolci al palato e il finale è molto lungo e persistente.

Terminata la degustazione, i partecipanti hanno potuto ascoltare i saluti del sindaco di Isola del Liri e il racconto del Professor Viscogliosi sulla storia della famiglia del principe, che attraverso i secoli ha visto intersecarsi i destini di Papi, Nobili  e Reali e che ha svelato il motivo di questa liaison tra il Lazio e la Toscana, che ha visto i natali all’azienda Castello Viscogliosi.

Il pomeriggio si è concluso con l’assaggio dei vini abbinati a deliziosi finger food.

Viaggio attraverso la Grecia del vino a Merano Wine Festival 2025

A Merano, in occasione della 34° edizione del WineFestival che ha avuto luogo dal 7 all’ 11 novembre 2025, in uno degli ampi saloni dell’Hotel Therme, si è tenuta una masterclass dal titolo: Viaggio attraverso la Grecia del Vino. Curata da “I Vini del Cuore” con Olga Sofia Schiaffino , in collegamento vi erano, Haris Papandreou, ideatore del Wine Greek Day e le cantine Hatzidakis, Jima e Diamantakis. Olga Sofia Schiaffino, esperta sommelier, nonché, autore di 20Italie, ha presentato i tre vini in degustazione interagendo con le persone citate.

I Vini del Cuore e una guida social, la prima in Italia, ideata da Olga Sofia Schiaffino in collaborazione con Clara Maria Iachini, giunta ormai alla sua quinta edizione. Al progetto sono stati coinvolti e selezionati Wine Blogger, Sommelier, Wine Expert ed Instagramer di tutta Italia e non solo. La prefazione in questa edizione è stata curata dal patron del Merano WineFestival Helmut Köcher.  Nella guida sono rappresentate tutte le regioni dello stivale ed alcune aree dei Balcani e della Grecia selezionate rispettivamente dai Wine Ambassador Haris Papandeou e Michela Cojocaru e molte novità a partire dai vini della Gran Bretagna curati dall’esperta e MW Patricia Stefanowicz e aggiunte e riconfermate Clizia Zuin e Tamar Tchitchiboshvili.

Ai vini selezionati dai partecipanti della guida non viene assegnato nessun punteggio, ma vengono solo raccontati in maniera emozionale. Per i vini da esaminare non viene richiesto l’invio da parte dei Blogger alle aziende. I vini sono talvolta di piccole aziende e reperibili sul mercato, capaci di suscitare piacevoli sensazioni dal profondo del cuore.

Ecco i vini degustati durante la masterclass:

Pgi Creta Diamatopetra bianco 2024 Diamantakis Winery – Vidiano 50% e Assyrtiko 50% –  Giallo paglierino con sfumature verdoline, emana sentori di ananas, pesca, albicocca, cedro e vaniglia, il sorso è vibrante, coerente, stimolante e persistente.

Kalomodia Super Girl 2024 Jima – Debina 100% – Giallo paglierino luminoso, sprigiona sentori di mela, pescanoce, ananas e zagara, al palato è fresco, saporito, corrispondente e duraturo.

Pdo Santorini Skitali 2023 Hatzidakis – Assyrtiko 100% – Giallo paglierino, sfumature oro, sviluppa sentori di fiori di camomilla, susina, albicocca e lime, al gusto è dinamico, leggiadro, pieno ed avvolgente.

Brunello al vertice: Riserva 2019 e Vigna 2018

La masterclass condotta dal giornalista Giambattista Marchetto.

Parlare di vertice nel mondo del vino significa evocare ricerca, tensione, eccellenza. Ma cosa intendiamo davvero quando definiamo “vertice” una Riserva? La Riserva è sempre l’edizione speciale, il vino che ha attraversato un affinamento più lungo, la selezione più attenta, frutto di una ricerca ossessiva per catturare la massima finezza ed eleganza. E allora, la “Vigna” può anch’essa aspirare a questa definizione? Può una singola parcella, curata nei minimi dettagli, diventare un vertice?

Benvenuto Brunello 2025 ci ha offerto l’occasione per riflettere su queste domande attraverso una degustazione che ha messo a confronto due annate emblematiche e due modi di interpretare il Brunello di Montalcino: la Riserva 2019 e la Vigna 2018. Otto vini in totale, quattro Vigne e quattro Riserve, ciascuno con la propria voce, la propria energia e il proprio racconto del territorio.

Tra le Vigne 2018, spicca subito Tenuta Buontempo Brunello di Montalcino Vigna P.56, austero e maestoso, con un bouquet che si apre dal frutto maturo alla spezia, fino a note terrose e vegetali che parlano di una terra ricca e complessa. Val Di Susa Vigna Spuntali 2018Mastrojanni Vigna Schiena d’Asino 2018 e Canalicchio di Sopra Vigna Montosoli 2018 completano un quadro di eleganza pura: vini verticali, tesi, capaci di raccontare la particolarità di ciascuna parcella, con la mineralità e la profondità tipiche di un Brunello che sa farsi rispettare fin dal primo sorso.

Dall’altra parte, le Riserve 2019 confermano il concetto classico di vertice: Sassodisole Riserva 2019Camigliano Riserva Gualto 2019Banfi Riserva Poggio all’Oro 2019 e Lisini Riserva 2019 sono bottiglie di grande intensità, con affinamenti calibrati che esaltano concentrazione, struttura e armonia. Qui il tempo ha lasciato un’impronta inconfondibile, donando vini eleganti, profondi, pronti a raccontare storie di longevità e complessità.

Ciò che colpisce è il dialogo tra le due annate: la 2018 si mostra più austera, verticale e disciplinata, mentre la 2019, più fresca e vibrante, offre immediata godibilità senza rinunciare alla profondità. Entrambe, però, parlano di Montalcino, di un territorio unico e di produttori che continuano a cercare il vertice non solo nel vino, ma nella capacità di interpretare la propria terra con sincerità e attenzione estrema.

Vigne 2018

  1. Tenuta Buontempo Brunello di Montalcino Vigna P.56 2018

Austero, elegante e verticale. Bouquet complesso con frutti rossi maturi, spezie dolci e leggero accenno di note terrose e vegetali. Sorso pieno, vibrante, con tannini setosi e una mineralità evidente.

  1. Val di Susa Brunello di Montalcino Vigna Spuntali 2018

Frutti rossi e neri maturi al naso, con note speziate e un tocco di grafite. Palato elegante e strutturato, con acidità fresca e tannini levigati che sostengono il corpo senza appesantire.

  1. Mastrojanni Brunello di Montalcino Vigna Schiena d’Asino 2018

Profumi intensi di ciliegia, prugna e spezie dolci, con note balsamiche e leggermente terrose. Bocca piena e verticale, con tannini ben integrati e persistenza lunga.

  1. Canalicchio di Sopra Brunello di Montalcino Vigna Montosoli 2018
    • Note di degustazione: Aromi di frutti rossi maturi, spezie delicate e note minerali. Sorso elegante, equilibrato, con struttura ben definita e finale armonico e persistente.

Riserve 2019

  1. Sassodisole Brunello di Montalcino Riserva 2019

Frutti rossi maturi e note di prugna, accompagnate da spezie dolci e accenni balsamici. Sorso intenso, armonico e strutturato, con tannini fini e persistenti.

  1. Camigliano Brunello di Montalcino Riserva Gualto 2019

Bouquet elegante di ciliegia matura, tabacco e spezie dolci. Bocca complessa, fresca e sapida, con tannini morbidi e finale lungo e armonioso.

  1. Banfi Brunello di Montalcino Riserva Poggio all’Oro 2019

Profumi ricchi di frutti rossi e neri, con note speziate, cacao e leggero caffè. Palato strutturato, equilibrato, con tannini rotondi e una lunga persistenza aromatica.

  1. Lisini Brunello di Montalcino Riserva 2019

Aromi complessi di ciliegia, mora, spezie e leggere note terrose. Sorso elegante, verticale, con tannini setosi e finale lungo e sapido. Benvenuto Brunello 2025 conferma così un concetto fondamentale: il vertice non è solo un’etichetta, ma un equilibrio sottile tra annata, territorio e visione del produttore.

Che si tratti di una Riserva o di una Vigna, ciò che emerge è sempre la stessa qualità: vini capaci di emozionare, sfidare il tempo e raccontare il Brunello nella sua forma più pura e autentica. Un’edizione che lascia il segno, e che proietta Montalcino verso un futuro sempre più consapevole e qualitativo.

Fuori dal feed: il caffè che devi provare a Napoli non è amaro

Presentiamo la nuova rubrica di Simona Fiengo Ti porto fuori… dal feed
Lontano dai luoghi comuni, dalle mode e dalle mosse di marketing che dominano l’enogastronomia. Andiamo a riscoprire i posti semplici e puri, quelli che non hanno bisogno di filtri per emozionare a tavola.  Una rubrica che racconta ciò che il feed non mostra: la verità dei sapori, delle persone e delle storie che valgono il viaggio. 

Ad oggi possiamo dire di aver provato di tutto, o quasi. La carne stampata in 3D, la pizza con più ore di lievitazione che ingredienti… e persino il caffè con i glitter commestibili.

È come se il nostro palato fosse collegato direttamente allo smartphone, sempre più affamato di novità e di cose incredibili da poter provare (e fotografare). Forse è per questo che mi sono emozionata bevendo il caffè “caldo freddo” di Salvatore Mastracchio a Napoli, in un noiosissimo qualsiasi mercoledì mattina.

La location è vecchio stampo. Un bar poco “aesthetic”, con una vetrina di dolci classici, essenziali e buoni. Dietro il bancone, per nulla patinato, c’è proprio Salvatore che prepara il caffè. Le sue mani si muovono con la precisione di un rituale tra una macchinetta e l’altra, mentre parla del calcio Napoli. Alcuni clienti discutono sulla squadra di Conte; tra loro è presente anche uno juventino e Salvatore interviene nel dibattito senza mai perdere il ritmo.

Dall’altra parte, alla cassa, c’è la moglie: elegante, cordiale, che si emoziona quando le chiedo da quanti anni lavora accanto al marito. Mi mostra orgogliosa i ritagli di due giornali stranieri, uno tedesco, l’altro spagnolo, che parlano proprio di Mastracchio e del suo famoso caffè caldo freddo. Ammetto di non averlo ancora mai provato, “il mio primo caldo freddo”.

Visto l’entusiasmo la signora mi invita a osservare la preparazione da vicino. Salvatore saluta e mi chiede: “Ma mica vuoi copiarmi anche tu il caffè?”. Sorrido e gli dico di no.

La ricetta prevede: caffè caldo, crema fredda, zucchero e cacao amaro. Un contrasto dolce-amaro preciso e perfetto, fin dal primo sorso, problema è che uno tira l’altro e io ne avrei bevuti almeno altri tre.

Il Bar Mastracchio si trova all’inizio dei Quartieri Spagnoli, quelli amati oggi e denigrati nel passato, quelli belli e brutti dove convive il bene e il male. Il contrasto perfetto e perenne unico in una metropoli come Napoli.

I puristi del caffè forse inorridiranno, ma a me è piaciuto. E mentirei se dicessi che è piaciuto solo perché sono una golosa curiosa, sempre pronta a provare nuovi sapori, soprattutto se c’è di mezzo il cacao. Mi è piaciuto sopratutto per averlo bevuto in un contesto vero, circondata da persone vere, da voci vere. Quelle che animano la città e parlano un dialetto autentico di chi è nel commercio da più di trent’anni e non sa nemmeno come si posta una storia su Instagram. Il caffè di Salvatore non ha avuto bisogno di strategie social per emergere, gli è bastata la chimica e l’affetto di un quartiere.

Lo so, qualcuno mi darà dell’ipocrita, dopotutto, io vivo di social, dovrei elogiare chi ne fa buon uso. Ma, dopotutto, sono anche napoletana… vivo di contrasti.