Cilento Tastes 2024

Il Cilento torna nella sua cornice di sapori, tradizioni e cultura grazie a Cilento Tastes, evento enogastronomico che celebra l’essenza di questo territorio incastonato tra le montagne e il mare, un’area storica che comprende borghi antichi, colline rigogliose e una costa incontaminata.

Cilento Tastes nasce come un’iniziativa volta a promuovere la cultura alimentare e le eccellenze locali del Cilento, un patrimonio unico, frutto di una combinazione di antiche ricette, prodotti di qualità e di una profonda connessione con la terra.

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La seconda edizione si è svolta dal 27 al 29 settembre 2024 presso l’ex Tabacchificio di Capaccio-Paestum, un’imponente struttura industriale risalente agli inizi del Novecento, oggi polo multifunzionale che ospita eventi, mostre e attività culturali. attirando un vasto pubblico e numerosi espositori.

La location ha potuto comodamente accogliere i circa 90 espositori, “gli artigiani del gusto”, tra cui produttori locali, artigiani e cantine, creando un ambiente vivace, festosa e accogliente. Durante i tre giorni, i partecipanti hanno partecipato a degustazioni guidate e laboratori di cucina, scoprendo le tecniche tradizionali e i sapori unici del Cilento. Le cantine aderenti hanno presentato i loro prodotti, offrendo un’ottima opportunità per abbinare i piatti tipici con vini locali.

Tra le novità spicca il progetto “Da Zero”, ambasciatore della pizza cilentana, che ha già raggiunto città come Milano e Bologna per esportare le eccellenze locali, e che non solo celebra la tradizione della pizza cilentana, ma la reinventa con un approccio moderno.

È stato introdotto anche il progetto “Neve Gelati e Torte”, innovativo nel settore del gelato, che combina ingredienti freschi del territorio e tecniche artigianali per creare gusti unici e originali. In anteprima il Gin Paestum dell’azienda “Old Tom Gin” che si distingue per l’uso di botaniche locali, portando un tocco di Cilento a una bevanda sempre più popolare. Un’altra innovazione è rappresentata dal Hera nei Campi, pionieri nel reintrodurre la coltivazione del riso nella Piana del Sele, sviluppato in collaborazione con l’Università Federico II.

Si sono svolti convegni su temi come l’hospitality, la pizza ammaccata, l’olivicoltura e il food marketing. Per i più piccoli è stata allestita l’area Lab for Kids, con laboratori dedicati alla scoperta delle tradizioni culinarie e artigianali cilentane Anche l’intrattenimento non è mancato. La manifestazione ha incluso concerti di musica cilentana e la proiezione del docufilm “I Cilentenari”, che narra storie di longevità nel Cilento.

Diverse le masterclass in collaborazione con le principali Associazioni nazionali: vini, formaggi, olio extravergine d’oliva ed un focus sulla mozzarella, la pizza cilentana ed il gelato. La manifestazione è stata l’occasione giusta per ospitare la presentazione del progetto sostevin “Sostenibilità e sviluppo della diversità bio-culturale vitivinicola campana”, vede coinvolti il CREA, Centro di ricerca Viticoltura ed Enologia (CREA VE), con le sedi di Turi (Ba) Asti, Velletri, Arezzo , il CNR – ISPC,Tito (PZ) e il capofila “I piccoli Campi” srl Felitto (SA).

La masterclass sul Fiano del Cilento, condotta da Maria Sarnataro, delegata AIS Cilento e Vallo di Diano, ha messo in luce la storia e l’importanza di questo vino. Il particolare terroir cilentano influisce, infatti, sulle caratteristiche organolettiche del Fiano. I partecipanti hanno degustato diverse etichette, imparando a riconoscere i profumi floreali e fruttati, insieme alla componente minerale distintiva dei vini.

Nella sessione di Cheese Lento, con il Delegato ONAF Maria Sarnataro, i partecipanti hanno assaporato formaggi tipici, scoprendo la biodiversità e le tecniche artigianali che ne caratterizzano la produzione. La degustazione ha offerto un ampio ventaglio di sapori, da quelli freschi e delicati a quelli più complessi e stagionati.

L’olio d’oliva è stato al centro della masterclass guidata da Mimmo Cosimo dell’associazione Oleum. Qui, i partecipanti hanno appreso la storia, le varietà e le tecniche di produzione dell’olio extravergine, enfatizzando il ruolo del terroir e delle pratiche sostenibili. Diverse varietà di olio sono state degustate, rivelando profili aromatici unici, da note fruttate a quelle piccanti.

L’Aglianico del Cilento ha avuto come relatore Ugo Baldassarre della FISAR, che ha presentato le caratteristiche di questo vitigno. I partecipanti hanno potuto riconoscere profumi e sapori tipici dell’Aglianico, come frutta rossa matura e spezie, apprezzando la sua struttura tannica.

Nella masterclass sulla Pizza Ammaccata, Cristian Santomauro ha condiviso la sua passione per la tradizione culinaria cilentana. Ha spiegato le peculiarità della pizza, dalla forma irregolare alla consistenza morbida, e ha mostrato le tecniche per un impasto perfetto, sottolineando l’importanza di ingredienti freschi come farina e pomodori locali.

La sessione sul gelato, guidata da Domenico Belmonte, ha esplorato l’arte della produzione artigianale, con focus su ingredienti freschi e tradizioni locali. Infine, la masterclass sui salumi, condotta da Enrico De Nigris di ONAS, ha presentato le specialità del Cilento, come capocollo e soppressata. De Nigris ha illustrato l’importanza delle tecniche artigianali e degli ingredienti locali, mostrando come ogni salume racconti una storia legata al territorio e alle tradizioni familiari.

Il Circolino by Sadler, Il Club del Gusto a Monza

Quando si parla di Monza la prima cosa che salta alla mente è sicuramente il GP d’Italia; qualcuno conosce il parco e la sua splendida Villa Reale; altri, forse più avvezzi alla storia, ricordano le gesta della Regina dei Longobardi, Teodolinda, e della sua Corona Ferrea, custodita nel Duomo cittadino; altri ancora il personaggio di manzoniana memoria della Monaca di Monza

Monza è una bella città sotto molteplici aspetti e anche quello enogastronomico non è da meno, soprattutto dopo una new entry: Il Circolino by Sadler, Il Club del Gusto.

Il locale si trova in pieno centro storico, proprio lì dove una volta c’era il famoso Circolo Anita Garibaldi, un baretto che conoscevano tutti, dove si giocava a carte e a biliardo e si trascorrevano delle ore in compagnia. Ho avuto l’occasione di pranzare al bistrot, di cenare al ristorante, di fare colazione al caffè e di deliziarmi con la mixology del cocktail bar.

Il locale trae ispirazione dagli storici circolini italiani degli anni Venti e Trenta dove i dadi, le carte e il fumo la facevano da padrone. Il progetto è di tre imprenditori brianzoli. Mario e Stefano Colombo, padre e figlio, e Federico Grasso che hanno riportato a nuova vita una location storica della città rimasta per anni inutilizzata.

Alta ristorazione con il coinvolgimento di Claudio Sadler, chef dell’omonimo ristorante Stella Michelin di Milano, e cucina affidata al Resident Chef Lorenzo Sacchi che, dopo numerose esperienze nell’alta ristorazione estera, è rientrato nella natia Monza.

Ecco le mie esperienze:

  • Il Caffè un luogo dove l’atmosfera è raffinata e accogliente, alle pareti una combinazione di elementi bohémien e carte da gioco rendono questo bar caffè elegante dove ogni dettaglio è curato per garantire non solo un’ottima qualità del caffè, ma anche un’esperienza di relax e stile, rendendolo un luogo ideale per incontri, pause dal lavoro o semplicemente per godere di un momento di piacere personale. La selezione di dolci e pasticcini attira l’attenzione degli ospiti, le brioches sono super!
  • Il Bistrot dall’atmosfera informale, si trova subito all’ingresso accanto al bancone del bar. Un ambiente conviviale e un’offerta pranzo e cena veloce. I tavolini del bistrot hanno i piani con le tavole da gioco degli scacchi e del backgammon.

Le ricette riprendono il concetto delle tapas spagnole: tanti piccoli e gustosi assaggi, eccone solo alcuni: croquetas di Jamón Ibérico (un delizioso stuzzichino che regala la combinazione di sapori intensi e consistenza cremosa); pan brioche, burro, rafano e acciuga del Mar Cantabrico (l’accostamento di questi ingredienti crea un’esperienza culinaria affascinante, in cui il dolce del pan brioches si sposa perfettamente con il sapore deciso delle acciughe e la piccantezza del rafano); carpaccio di alalunga, pesca, basilico ed infusione di pomodoro (un piatto raffinato e fresco, perfetto per valorizzare la delicatezza del pesce. La dolcezza della pesca si sposa perfettamente con la sapidità dell’alalunga e la fragranza del basilico, mentre l’infusione di pomodoro aggiunge un tocco di freschezza e un piacevole contrasto).

Il bistrot offre anche il brunch della domenica con i grandi classici internazionali come uova, bacon e pancake, sandwich e toast accompagnati da caffè, tè e cocktail.

  • Il Ristorante gourmet si presenta come un luogo di incontro affascinante, dove l’arte e il design si fondono per creare un’atmosfera unica e accogliente. Le decorazioni murali sono caratterizzate da pannelli con pattern geometrici, che donano un senso di modernità e dinamicità agli spazi. I tavoli, con piani in grès che riflettono un’elegante finitura, sono circondati da bordi in legno che aggiungono calore e naturalezza all’ambiente. Le sedie, in un vibrante stile pop art, sono rivestite in velluto, offrendo non solo estetica ma anche comfort.

Varcare la soglia del ristorante fa entrare in una dimensione fatta di cultura culinaria e di attenzione per i dettagli, una vera filosofia ai fornelli che si basa sulla combinazione di tradizione e innovazione. I piatti non solo deliziosi, ma anche visivamente spettacolari. Ogni portata è una sinfonia di sapori e consistenze, pensata per sorprendere e deliziare il palato. Qui si può godere di un’esperienza culinaria unica.

Di seguito alcune pietanze proposte nel menù: presa Ibérica alla brace, finferli, albicocca e mojo rojo (un’espressione culinaria che combina ingredienti spagnoli e italiani in un’armonia di sapori. La presa iberica è un taglio di carne di maiale pregiato proveniente dai maiali iberici, noto per la sua tenerezza e il sapore ricco. L’accostamento con i finferli e l’albicocca crea un interessante contrasto con il salato della carne); ravioli di baccalà mantecato (un piatto interessante che unisce sapori tradizionali e innovativi. La farcitura di baccalà mantecato, cremosa e saporita, viene abbinata a una salsa di curry rosso, che aggiunge una nota speziata e aromatica. Le cozze, con il loro sapore di mare, arricchiscono ulteriormente il piatto, mentre il peperone crusco, tipico della cucina meridionale, aggiunge un tocco croccante e un sapore affumicato); torrija, mango, zafferano e yogurt (una ricetta che combina la dolcezza delle torrijas, la freschezza del mango, l’aroma unico dello zafferano e la cremosità dello yogurt, creando un dessert bello da vedere e delizioso da gustare).

Un plus del ristorante è la cucina a vista che contribuisce a donare un tratto distintivo al locale, esperienza bellissima ammirare la danza degli chef ai fornelli. Le due cantine create su misura sono un esempio di eleganza e funzionalità, ideali per ospitare la vasta selezione di etichette di vini. Ogni cantina è progettata per mantenere le temperature ottimali per diversi tipi di vini.

Il Circolino di Monza vanta anche un incantevole giardino di circa 350 metri quadrati, perfettamente incastonato vicino al fiume Lambro. Questo spazio verde è caratterizzato da una varietà di piante che conferiscono un’atmosfera accogliente e rilassante. In prossimità della zona ristorante, si trova un piccolo orto di erbe aromatiche, dove basilico, rosmarino, prezzemolo e altre piante aromatiche prosperano.

Ci si trova bene in questo luogo vivace e accogliente, dove l’eleganza di un ristorante gastronomico si unisce al calore di un caffè e alla vivacità di un cocktail bar, il tutto sotto lo stesso tetto. Questo format innovativo si propone come la meta ideale per ogni esigenza e ogni momento della giornata. Questo format, quindi, non è solo un ristorante, un caffè o un cocktail bar, ma un vero e proprio hub di socializzazione e gastronomia.

Non resta che provarlo!

Salumi: la Cecina de León tra storia e gusto inimitabile

Per definizione il salume, dal latino “salumen”, ossia “insieme di cose salate”, afferisce a un prodotto alimentare a base esclusiva di carne suina, per cotta o cruda che sia, conservata con sale e che vede l’eventuale aggiunta di spezie, piuttosto che insaccato in budelli, naturali o meno, triturando la materia prima. Naturalmente il termine è stato esteso anche ad altre carni, magari con l’osservanza di usare in certi casi il lardo di maiale in date percentuali, piuttosto che impiegare selvaggina o processare addirittura il pescato.

In questa circostanza vogliamo parlare di un famosissimo prodotto dell’arte norcina spagnola, che le fonti storiche vorrebbero fosse conosciuto già prima che Lucio Giunio Moderato Columella ne descrivesse il procedimento di lavorazione nel suo De Re Rustica: parliamo della Cecina de León, salume di carne bovina d’eccellenza originario della regione di Castiglia e León.

Senza comparazione con la nostrana bresaola ovviamente.

Per quanto sappiamo dalle fonti storiografiche, la Cecina ha origini risalenti persino al I secolo a.C. ed il suo consumo ha avuto maggior diffusione a partire dal XVI secolo, diventando popolare a quei tempi grazie ai contadini che la producevano e la raccomandavano ai locandieri dell’epoca. Il famoso agronomo spagnolo Gabriel Alonso de Herrera riporterà, nel suo Trattato di Agricoltura Generale del 1513, un capitolo a sé sulla Cecina e le tecniche di salagione delle carni, mentre sono a cavallo tra il 1835 ed il 1839 le testimonianze riportate nella raccolta Tierra de León di Patrocinio Garca Gutiérrez in cui si evince che il suo consumo in un lustro fosse di ben 4800 arrobas, ossia 528 quintali.

In seguito Enrique Gil y Carrasco, scrittore romantico, dedicherà ampio spazio, nel suo “Il Pastore Transumante” del 1843, alla vita dei “figli della montagna” ed alle commoventi separazioni coi familiari per condurre le greggi lungo i tratturi, portando con loro fiambreras, ossia recipienti da viaggio tipici per conservare le provviste. Oggigiorno si stima che circa il 95% della Cecina consumata in Spagna e nei paesi della Comunità Europea venga prodotta ed affinata nella sola León.

Divenuta Indicazione Geografica Protetta (IGP) nel 1994, la produzione di Cecina, il cui etimo deriva dal latino “siccus”, “essiccato”, è consentita nel solo comprensorio di León, Zamora ed altri paesi limitrofi, che, grazie al fattore pedoclimatico e ad un’altitudine media attorno agli 800 metri sul livello del mare, offre le condizioni ideali. Con il clima asciutto e ben ventilato l’area di produzione ben si presta alla stagionatura della Cecina, conferendo quella sua caratteristica delicatezza.

Generalmente la classificazione dipende a seconda del taglio: avremo a partire dal maggior peso la Cecina de contra, taglio di petto o sottofesa, la Cecina de tapa, ossia del muscolo o fesa, la Cecina de babilla, corrispondente alla parte posteriore della coscia o noce e la Cecina de cadera, ossia dell’anca o scamone; i tagli carnei provengono esclusivamente da mattatoi autorizzati ed il processo produttivo prevede le seguenti fasi: la rifilatura, la salagione a base di sale grosso marino, il lavaggio, il riposo, l’affumicatura, della durata variabile di 12-16 giorni, impiegando legna di quercia, rovere o leccio, ed infine l’asciugatura in camere naturali, con il tradizionale metodo di regolazione di apertura e chiusura delle finestre.

Tale filiera produttiva, a partire proprio dalla salagione, avrà una durata non inferiore ai sette mesi, al termine dei quali viene assegnata l’etichetta certificativa numerata a patto che l’organismo di disciplina, cioè il Consejo Regulador, abbia riscontrato qualità e rispondenza durante l’analisi sensoriale, garantendo quindi la tracciabilità a seconda che la cecina sia intera, oppure avvolta o imbustata, porzionata o confezionata affettata e sottovuoto.

All’esame visivo si evince che la colorazione esterna della cecina assume toni di marrone scuro, mentre al taglio l’aspetto assume un colore variabile tra la polpa di ciliegia matura ed il granato a seconda della stagionatura, i quali tendono ad accentuarsi verso i bordi; inoltre è possibile vedere una raffinata marezzatura, fattore che la rende assolutamente più gustosa e complessa. I profumi rievocano note tostate e di affumicato senza prevaricazione, profumi di nocciola e caldarroste talvolta che aggiungono alla delicatezza, durante l’assaggio, dotato di aromi inconfondibili; un lieve accenno sapido e di grassezza, che piuttosto che patinare il palato conferisce all’insieme una piacevole succulenza, grazie al fattore umami, completando il quadro con complessità ed armonia, grazie ad una fibra tenera ed una gradevole persistenza.

La Cecina è un prodotto di grande evocazione storica, davvero tradizionale, e che si abbina perfettamente con vini territoriali, come ad esempio un rosato a base di uve Prieto Picudo ma, con un esemplare di grande stagionatura un Metodo Classico, magari Trento Doc da Chardonnay in purezza e lunghissimo affinamento sui lieviti, saprà accontentare certo i palati più esigenti.

Il Cilento che non ti aspetti

Vivere nel Cilento. Bella impresa si direbbe, persi tra stradine, borghi antichi e usanze tipiche marinare. Eppure in quest’angolo di paradiso alberga un ritmo di vita forse unico al mondo, pari solo ai villaggi dei pescatori scandinavi e poco altro.

Festina lente pronunciavano i Romani: appropinquarsi con la giusta lentezza, il vero segreto di una lunga e serena esistenza. Quando lo stress del quotidiano pesa sulle nostre spalle, arriva un momento in cui l’assenza di responsabilità, di tensioni nervose e di voglia di sgomitare sul prossimo devono lasciare il posto alla quiete, al silenzio assordante di luoghi senza tempo e sapori senza confini, impregnati di storia e tradizione.

“Le vie del Cilento sono infinite”, parafrasando un celebre motto. Vengono persino utilizzate per sentieri religiosi come il Cammino di San Nilo, che conduce dalla Calabria alle sponde laziali di Grottaferrata ripercorrendo le tappe dei monaci eremiti bizantini. I viandanti e pellegrini dell’epoca ben conoscevano ante litteram i pregi delle terre d’origine della Dieta Mediterranea, celebrata secoli dopo dal biologo scrittore Ancel Keys.

Un entroterra quasi esoterico, ricco però di pietanze a base di sughi e carne, formaggi e salumi e tanti prodotti dell’orto. La Costa, invece, regno del pescato, in particolare dell’alice di menaica e sostenuta dai profumi mediterranei delle classiche erbe officinali, per dare un tocco di aroma e sostanza alle ricette.

Il riassunto ideale, tra mari e monti, lo si trova tra i sobborghi di Ceraso, all’Osteria del Notaro della famiglia Notaroberto con Augusto, la moglie e il figlio Stefano ai fornelli. Dalla mozzarella nella mortella, alla parmigiana bianca per finire con fiori di zucca fritti (senza ripieno come vuole la tradizione) e le alici proposte in frittella o “rinchiuppate”, ossia riempite di formaggio e pane raffermo, variabile a seconda del luogo in cui le si assaggia.

E poi la fetta di carne tipica locale, la melanzana al pomodoro, per chiudere poi in dolcezza con le pasterelle cilentane fritte con crema di castagne. Il cibo e il vino viaggiano di pari passo e l’offerta enologica è notevolmente ampia in Cilento, soprattutto quando a parlare sono due varietà cardine per la Campania: il Fiano per i bianchi, l’Aglianico per i rossi.

Suoli marnoso calcarei, con punte di argille lamellari che donano potenza e armonia ai vini, come quelli di Fattoria Albamarina di Mario Notaroberto, raffinato gourmand proprietario di ristoranti in Lussemburgo, con vasta esperienza nel commercio estero delle nostre eccellenze alimentari. Partendo dalle bollicine giocose de “L’Eremita”, passando per la suadente Falanghina “Etèl”, il Greco del “Nylos”, verso i due cavalli di razza del Fiano: “Valmezzana” (vinificato solo in acciaio) e l’ammiccante borgognone “Palimiento”, strutturato e denso come la varietà sa offrire.

Completano il quadro l’Aglianico del “Futos” e quello di “Agriddi”, una sorta di riserva che guarda alle scie tanniche taurasine, non dimenticando l’avvolgenza del Vulture. Vigne a strapiombo, cullate dal tramonto di un sole che tutto colora con luci soffuse, in mezzo a colline dalle verdi sfumature. Un emozionato Mario Notaroberto ci narra proprio delle origini del paese di Futani e della menzione grafica speciale tra le etichette dei suoi vini.

Dalle altezze di Ceraso sino alle propaggini di Pisciotta, seguiamo l’arte di chi, come Alessandro Amendola, vive il mare da protagonista con il frutto del proprio lavoro ricavato dalle reti artigianali dette “menaiche”, che pescano solo le alici più grandi preservando l’ecosistema per le generazioni future. Un procedimento di salagione e stagionatura simile ad altri magnifici territori campani; una moneta di scambio in passato, da barattare con le primizie contadine di chi viveva lontano dalle spiagge.

La giornata si chiude in barca sulla rotta di Palinuro e della celebre Grotta Azzurra, tra miti e leggende che si perdono nella notte dei tempi. Un inatteso sapore di vita sana.

Un giorno in Costiera Amalfitana: divina poesia

“Ma come fanno i marinai” cantava il duo De Gregori – Dalla. Come fanno davvero a non restare allibiti dalla bellezza di un posto senza tempo, perso tra curve e fiordi, limoneti e vigne a strapiombo sulle acque blu?

La Costiera Amalfitana, per tutti la Divina, nasconde storie e tradizioni tramandate di generazione in generazione, quando anche in questo luogo si soffriva la fame di lavoro e l’unica alternativa possibile era l’emigrazione. Ancor più dolce il ritorno di chi aveva fatto fortuna, o semplicemente sentiva nostalgia, la saudade dei popoli di mare che mal sopportano freddo e polvere.

Tra i suoi borghi, il vento placido ti porta ad assaporare gusti che accomunano territori diversi delle coste campane. Il pescato è il principe della tavola, qui proposto sempre in versioni delicate e ben unite ai vini tipici a base di Falanghina, Biancolella e molte varietà semisconosciute ai registri ampelografici. Ripolo (o Ripoli), Ginestra, Biancazita, Pepella, sono solo alcuni dei nomi curiosi di varietà d’uva coltivate dalla notte dei tempi. Un patrimonio inestimabile conservato con cura da aziende storiche come le Cantine Marisa Cuomo di Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo, sposati per amore di intenti e passione infinita verso il territorio.

Un calice di Furore Bianco, dalla profonda vena aromatica e minerale, quasi salmastra all’assaggio, o dell’emblema Fiorduva capolavoro concepito dalla mente brillante dell’enologo Luigi Moio, sono l’incipit ideale per un pranzo sulla terrazza panoramica dell’Hostaria Baccofurore dal 1930. Donna Erminia gestisce sia l’albergo che il ristorante assieme al figlio Domenico. Il nonno veniva chiamato “Bacco” perché latifondista che produceva vino e nel 1930 nasce la locanda per offrire ristoro alle maestranze locali durante i lavori per la strada collegamento Amalfi-Agerola.

I primi avventori 2 esterni furono il medico condotto Francesco Sirica e la moglie, entrambi di Sarno. Artisti di strada hanno affrescato le mura d’ingresso in onore all’ospitalità dei proprietari. Qui c’era solo terra e vigna e si mangiava pollo alla diavola, cannelloni, pasta al forno e minestre maritate. Adesso i gusti sono cambiati e la ricerca dell’eleganza di piatti e sapori è nelle mani dello chef Raffaele Afeltra.

Ad esempio: pane al pomodoro con burro aromatizzato e alici di cetara, il polpo scottato su insalata di fagiolini e patate e il risotto con crudo di gamberi uova di lompo e spuma al prezzemolo. Ricette efficaci, che partono da materie prime a km zero invidiate in tutto il mondo. Ma la vera emozione va ricercata nelle parole di Donna Erminia Cuomo, sorella di Marisa, che da un paesino della Bosnia Erzegovina si è spostata seguendo il cuore. E con il cuore si sbaglia difficilmente.

Si va a ritroso verso Salerno, arrivando nel piccolo borgo di Cetara. Negli occhi i colori ed i profumi dei limoni amalfitani, lo “Sfusato” ricco di essenze e adatto per la sua scorza coriacea ad infusi e liquori tra cui il celebre Limoncello.

La nostra attenzione viene catturata da un prodotto ittico che ha fatto la storia di queste terre: la colatura d’alici. Ce ne parla Giulio Giordano della ditta Nettuno, che parte dalle origini dei tempi romani, quando si produceva il “garum” una sorta di salsa condimento per gli alimenti dell’epoca.

Naturalmente le tecniche sono diverse rispetto ad allora, mantenendo comunque due componenti fondamentali nei secoli: la qualità delle alici, rigorosamente cetaresi e la manualità di chi esegue i vari procedimenti. Dalla “scapezzatura”, quando vengono tolte le teste e le viscere ai pesci prima di essere adagiati con il sale in un caratello di castagno, si perde circa il 70% dei liquidi non commestibili. Segue la “nzuscatura” con la pulizia delle alici e il reinserimento nelle piccole botti di legno con il metodo pancia-schiena a strati sovrapposti, per evitare spazi liberi e consentire al sale di estrarre il prezioso liquido che arriverà ad essere estratto, tramite percolazione, dopo ben 36 mesi.

Un colore ambrato, denso di personalità aromatica, che solo con poche gocce riesce a cambiare il volto delle pietanze donandone sapidità e persistenza. La Divina Costiera non finisce mai di stupire.

Tutti in treno con Irpinia Express

Non c’erano fazzoletti sventolanti al binario 2 di Avellino centrale, quando venerdì 30 agosto è partito il treno storico Irpinia Express, ma l’emozione, il fascino, le suggestioni e le attese generate da quel vecchio convoglio a trazione diesel erano evidenti tra le molte persone a bordo. E’ cominciato così, il lento viaggio lungo la via ferrata che dal capoluogo irpino raggiungeva, un tempo, il capolinea pugliese di Rocchetta Sant’Antonio.

In compagnia di Alessandro Graziano di Visit Irpinia e chef Mirko Balzano direttore artistico di Irpinia Mood, la comitiva di ospiti, giornalisti, blogger, ristoratori, fotoreporter, operatori della comunicazione hanno percorso la prima parte della tratta che da Avellino descrive il cosiddetto Cammino di San Guglielmo.

Da sinistra chef Mirko Balzano e il sindaco di Montella Rizieri Rino Buonopane

Un verde mosaico di vigneti, oliveti, boschi cedui e castagneti tra loro incastonati tra i quali fanno capolino i borghi di Salza Irpina, Montefalcione, Montemiletto, Lapio, Taurasi, Luogosano, Paternopoli, Castelvetere sul Calore, Castelfranci, Montemarano, Cassano Irpino fino alla tappa finale di Montella.

Lo storytelling degli albori della vecchia ferrovia, con l’intrigante correlata aneddotica, è stato tenuto dai volontari dell’Associazione InLocoMotivi che opera in supporto di Fondazione Ferrovie dello Stato mentre, insieme al caffè di benvenuto, venivano dispensate amorevoli coccole a base di pasticcini e croissant di Dolciarte, la rinomata pasticceria avellinese di Carmen Vecchione.

Il lento incedere del convoglio dagli allegri salottini cinabrici ha proiettato i partecipanti in una dimensione “sine tempore”, continuamente attratti da rapidi cambi di scenario, lunghe gallerie e numerosissimi ponti di intersezione dei binari con l’asta fluviale del Calore. Fino ai 35 metri di altezza del famoso ponte Principe, ardita costruzione in acciaio lunga oltre 280 metri, di realizzazione fine-ottocentesca su progetto ingegneristico della società Strade Ferrate del Mediterraneo.

L’arrivo a Montella, dopo oltre 90 minuti di viaggio per i pochissimi chilometri percorsi, ha evocato il fascino concettuale del “féstina lente”, apparente ossimoro latino: quell’affréttati lentamente del quale non siamo più capaci nel turbinio della nostra spasmodica quotidianità. Solo il tempo del trasbordo e dei ringraziamenti agli appassionati volontari di InLocoMotivi ed eccoci giunti, al cospetto di Gilberto Soriano (col suo fedelissimo e mansueto… attendente Dadà, l’asinello di casa) patron del bioparco di fattoria Rosabella che sorge a valle del Monte Accellica sviluppando lungo i rivoli sorgenti del fiume Calore.

Lungo la camminata per raggiungere la cascata della Madonnella Gilberto ha copiosamente dispensato preziose informazioni e curiosità su castagne e castagneti, biodiversità presente nel Parco, microclima e fauna dell’areale, servizi e funzioni del bioparco; al termine della piacevole escursione un ghiotto spuntino  a base di salumi e formaggi della casa accompagnati a un fresco bicchiere di Fiano o di corposo Aglianico irpini sono stati offerti come… amuse-bouche al pranzo che attendeva il gruppo di li a poco.

Solo il tempo di riprendere le navette con destinazione Casale del Monte ed ecco aprirsi un nuovo spettacolare panorama dal sagrato di Santa Maria della neve, un complesso monastico con annesso chiostro e romitorio realizzato, per successive stratificazioni storiche, a partire dalla seconda metà del XVI secolo. Gli onori di casa, questa volta, sono toccati al Sindaco di Montella nonché Presidente della Provincia di Avellino, Rizieri Rino Buonopane che, unitosi al gruppo, ha accompagnato i suoi ospiti fino al rientro in stazione FS del paese.

La bellezza mistica ed austera dei luoghi non ha affatto precluso al gusto di un ricchissimo buffet a base di ricette e preparazioni della tradizione popolare, magistralmente curato dal montellese Ristorante Zia Carmela. Indimenticabili, tra gli altri manicaretti, la zuppa di ceci e funghi porcini all’olio extravergine di ravece e il cannolo alla ricotta farcito all’istante.

La susseguente visita al romitorio è davvero imperdibile. Un sapiente lavoro di restauro e recupero funzionale ha avuto il pregio di valorizzare i luoghi esterni ed interni e le loro originarie funzioni, come nel caso delle ampie cucine, del chiostro, delle ancestrali toilette ad uso dei monaci e del locale con tetto a camino ove venivano essiccate, tramite affumicatura, le famose castagne del prete montellesi.

Proprio la castagna – massima espressione del genius loci montellese – è stata protagonista dell’ultima tappa del viaggio presso la antica e rinomata azienda castanicola di proprietà della famiglia Malerba. Il piccolo museo contadino aziendale e l’illustrazione del processo produttivo della castagna, prima in campo, poi nelle lunghe fasi di stoccaggio, lavorazione, conservazione, trasformazione ed uso gastronomico ha fatto da preludio all’assaggio del dolce frutto nelle sue numerose (dolci e salate) “interpretazioni”, non ultime l’originale liquore e la sorprendente produzione brassicola della birra alla castagna.

La tirannia del tempo che scorre, troppo veloce al cospetto di così tante ipnotiche suggestioni, ha obbligato la compagnia a salutare i propri straordinari ospiti per far rientro a Borgo ferrovia in Avellino. Non senza foto di gruppo di prammatica.

TXAKOLI’ E PIXOS: identità dei Paesi Baschi

L’estate volge al termine, le vacanze sono ormai un ricordo ma le emozioni, i sapori, le risate, le scoperte sono ancora vividi. Ciò mi spinge a parlare di un Paese nel Paese con tradizioni culturali molto forti, paesaggi mozzafiato, una rinomata cucina e una lingua autoctona nata prima delle lingue romanze: I Paesi Baschi (in basco Euskadi; in spagnolo País Vasco), un mondo a sé nel nord della Spagna.

Fuori dalle rotte più gettonate, sono conosciuti per essere un territorio montuoso e selvaggio, con una costa frastagliata e un interno rigoglioso: spiagge incantevoli lungo la costa, montagne maestose, valli verdi e riserve naturali, che attirano gli amanti della natura e degli sport all’aria aperta (il surf la fa da padrone).

Un breve cenno, ci vorrebbero fiumi di parole per descriverle, sulle città basche che ho visitato: Bilbao, è la capitale culturale, una capitale mitteleuropea. Il Museo Guggenheim, la metro e il lungofiume sono esempi di una mirabile riqualificazione urbanistica che si contrappone alla città vecchia con le sue viuzze, i negozi variopinti, le piazze e le chiese, al mercato coperto de La Ribera con i banchi di pesce fresco, frutta e gastrobar dove gustare le prelibatezze locali.

Vitoria-Gasteiz ha puntato invece su una crescita compatibile con l’ambiente che l’ha fatta diventare nel 2012 capitale verde d’Europa, la città basca conserva un quartiere medievale in cui è possibile trovare innumerevoli luoghi dal sapore tradizionale.

San Sebastian una città elegante che vanta un’invidiabile posizione sulla baia de La Concha affacciata sul Mar Cantabrico, circondata da verdi montagne, con la romantica città vecchia ricca di angoli caratteristici e i tradizionali bar di pintxos da accompagnare con un bicchiere di Txakolì o di Sidra.

Ed è qui che volevo arrivare. Let’s start! Vi racconto dei Pintxos queste piccole prelibatezze, invitanti e gustosissime mini-porzioni (chiamate localmente raciones), stuzzichini costituiti da una fetta di pane (spesso baguette) accompagnata da uno o più ingredienti.

Il nome basco pintxo indica lo stuzzicadente che tiene insieme il tutto, non sempre usato però in tutte le pietanze servite. I pintxos sono assimilabili alle più famose tapas spagnole, ma differiscono da queste per l’elaborazione, la complessità nella realizzazione e l’utilizzo di una gran varietà di materie prime.

Tra gli ingredienti troviamo le acciughe che qui sono una vera prelibatezza, grosse e carnose, il pintxos Gilda è un classico, il primo a essere comparso sui banconi dei locali baschi: un peperone, un filetto di acciuga del Cantabrico e un’oliva manzanilla infilzati in uno stuzzicadenti. Il nome Gilda è stato dato in riferimento al personaggio principale del film Gilda, interpretato l’attrice Rita Hayworth nel 1946 poiché, come lei, era “salata, verde e un po’ piccante”.

Un’esperienza particolare è l’abbinamento con il Vermut De Grifo Zarro, elegante ed equilibrato che crea una combinazione perfetta con il gusto salato, ma raffinato delle acciughe. Ottimi pintxos anche quelli con i peperoni verdi più famosi dei Paesi Baschi (Pimientos de Gernika); quelli con il baccalà e quelli con il peperoncino di Ibarra (le piparras Ibarra) dalla pellicina sottile e dal sapore delicato. Se preferite invece sapori classici, il vostro palato sarà deliziato dai pixtos con lo jamón (proscitto) o con il queso (formaggio) ottimo se sciolto sulla fetta di pane.

A volte insieme a queste raciones vengono serviti anche piatti più tradizionali come la tortilla, una frittata di patate e cipolle che nella versione basca viene messa sulla fetta di pane, le crocchette ripiene di prosciutto e formaggio e diversi tipi di molluschi marinati o fritti.

Insomma è meraviglioso compartir la comida! (trad. condividere il cibo). Se poi al cibo abbiniamo il vino giusto, il gioco è fatto.

Un ottimo abbinamento è sicuramente un vino fortemente legato alla tradizione basca: il Txakolì (si pronucia Ciacolì), un vino leggero, fresco, leggermente frizzate e con una spiccata acidità dovuta al fatto che la vendemmia viene fatta quando gli acini sono ancora verdi. Un vino legato alla tradizione, a tempi lontani quando la produzione era prettamente casalinga, che sta facendo oggigiorno un grande salto di qualità grazie alle cantine che hanno investito in nuove tecnologie e al riconoscimento di tre Denominazioni di Origine: Álava, Getaria e Bizkaia. Le zone di coltivazione e produzione si trovano sia nell’entroterra che sulla costa nelle province di Vizcaya, Guipúzcoa e Álava, ciascuna associata a una delle tre denominazioni d’origine.

Il vitigno protagonista è, quasi sempre, l’Hondarrabi Zuri, vitigno autoctono che deve rappresentare almeno l’80% del blend, a cui si aggiungono Gros Manseng, Petit Courbu e Chardonnay. Esiste anche una versione rossa, con l’Hondarrabi Beltza, e la versione rosé. La vendemmia normalmente si svolge a metà settembre e il vino può essere venduto, secondo la legge, già a gennaio. Solitamente però si aspetta marzo per mettere in commercio la nuova annata.

Alla degustazione presenta profumi di frutta esotica, mela verde, agrumi e fresche note erbacee. Al palato si riconosce un’acidità ben integrata e un finale salino a ricordare la brezza marina.

Nelle zone di Álava, Vizcaya e Getaria non si produce solo il Txakolì, ma qui si trovano anche le Sagartoteche (sidrerie), cantine dove il sidro della zona, prodotto da mele locali, viene fatto maturare e conservato dentro grandi botti. Il sidro basco, chiamato anche sidra, ha una gradazione alcolica relativamente bassa ma potente sulla distanza, molto beverino, leggero e profumato invita alla beva, ma fate attenzione!

La coltivazione delle mele nei Paesi Baschi risale al Medioevo, i pellegrini diretti a Santiago de Compostela che attraversavano la zona, citano la presenza di infiniti meleti e il grande consumo di sidro. In questi territori si trovano diverse varietà di mele, che arrivano a maturazione da fine settembre a metà di novembre. La lavorazione prevede una scrupolosa selezione, il lavaggio, la spremitura per estrarre il succo, regolari filtraggi per togliere i residui e concentrare il succo per poi lasciarlo fermentare lentamente (anche dai tre ai cinque mesi).

La Sidra Natural Traditional dei Paesi Baschi al primo sorso ti lascia spiazzato, confuso, non è accomodante e rotonda come il sidro francese. All’inizio si distingue una pungente acidità che poi fa largo ai profumi della mela e a una dolcezza appena percepita che bilancia acidità e amaro. Nella parte finale un retrogusto fresco a pulire la bocca. Ottimo abbinamento con i pinxtos.

Sono stati giorni di scoperte enogastronomiche interessanti, esperienze fondamentali per immergersi in questo territorio che ha una storia importante e travagliata, regione ricca e fieramente indipendente che difende la propria cultura, una terra dove il verde delle montagne incontra il blu dell’oceano.

White Summer 2024

Per il dodicesimo anno, Città del Gusto Napoli ha rinnovato l’appuntamento con “White Summer”. Una festa glamour dedicata al solstizio d’estate organizzata da Gambero Rosso presso “l’Hotel Resort Le Axidie” di Marina d’Aequa di Vico Equense.

Un luogo incantevole incastonato in uno splendido scorcio della Penisola Sorrentina, da dove è possibile ammirare il Vesuvio che domina il bellissimo, ed unico al mondo, golfo di Napoli. L’area delle Axidie ha fatto da cornice all’evento all’insegna del benessere; una terrazza che tra le sue varie piscine ha permesso un piacevole percorso enogastronomico.

Il protagonista assoluto, come abbiamo già rimarcato, è stato il bianco, sia da bere (come vino) sia da indossare: eravamo tutti rigorosamente vestiti di bianco.

Quest’anno, oltre a varie etichette di vini bianchi Campani messi a disposizione del pubblico, ce ne sono state alcune di altre zone d’Italia e soprattutto quelle fornite dal Consorzio Tutela Lugana DOC. Uno splendido territorio che ricade ai confini di Lombardia e Veneto, rispettivamente tra le provincie di Brescia (Sirmione, e parte di Pozzolengo, Desenzano e Lonato) e Verona (parte di Peschiera), affacciandosi sul Lago di Garda. Un’areale che conosciamo e apprezziamo da sempre, ma che dalle nostre parti non sempre troviamo nelle carte vini.

Un terroir per lo più pianeggiante formatosi dallo scioglimento dei ghiacciai della Valle dell’Adige i cui terreni di matrice argillosa, nella fascia collinare, si mescolano a percentuali di sabbia. Il microclima è influenzato dalle brezze mitigatrici del lago che rendono il clima di tipo mediterraneo. I vini prodotti con un minimo del 90% di Trebbiano di Soave, localmente detto Turbiana o Trebbiano di Lugana, esprimono profumi vigorosi, netti, tra la mandorla e l’agrume, con un’ossatura strutturale fresco sapida.

Tra le circa 20 aziende del Consorzio presenti, ho assaggiato varie tipologie: dallo spumante da metodo charmat come quello di Corte Sermana agli ottimi metodi classici di Olivini e Ca’ Maiol; vari fermi, anche nella versione superiore di Ca’ Maiol e riserva di Le Morette 2023.

Da altre parti d’Italia c’era la possibilità di assaggiare il Bellone di Casale del Giglio o il Verdicchio dei Castelli di Jesi di Umani Ronchi. I vini campani delle varie provincie erano rappresentati in parte: la Penisola Sorrentina DOP Sorrento di De Angelis; la Costa d’Amalfi con il Furore Bianco di Marisa Cuomo o il Bianco di Raffaele Palma; le Falanghine dei Campi Flegrei di Portolano, Cantine Astroni e Federiciane, del Beneventano di Cantina dei Monaci, o quella Irpina di Macchie santa Maria; non potevano certamente mancare i Fiano di Avellino e Greco di Tufo, rappresentati dai vari Borgodangelo, Montesole e Nardone. Se proprio devo fare un appunto, mi rammarico della mancanza di almeno un’azienda del Casertano con un asprinio d’Aversa, un pallagrello bianco o un Falerno del Massico. Sarà per la prossima volta.

Un plauso particolare ad Ais Campania che con i propri sommelier ha gestito in modo perfetto il servizio.

I banchi d’assaggio gastronomici di vari produttori ed artigiani del territorio, si alternavano armonicamente a quelli dei vini, in modo da sostenere le varie bevute e, perché no, stimolare il gioco degli abbinamenti. Sono partito da un maestro della panificazione come “Malafronte”, assaggiando il pane da lievito madre e i grissini stirati a mano, che mi hanno permesso di accompagnare anche le mozzarelle pugliesi della Murgia del caseificio “Gioiella” di Gioia del Colle. Da buon napoletano, sono stato poi piacevolmente attratto dal biscotto sbagliato di San Tarallo, e cioè i taralli gourmet della pasticceria “Celestina”, che li ha proposti anche al sacro ragù e alla benedetta genovese, come resistergli. Non poteva mancare qualche spicchio di pizza, quella di “Impasto Vivo”.

Mi sono poi avvicinato al tavolo dello Chef Executive De Luca delle Axidie, che con uno show cooking dal vivo, ci ha deliziato con dei primi piatti di pasta e riso.

Per completare il percorso, non mi sono certo perso le dolcezze di “Laurita Atelier di Pasticceria” e i gelati e sorbetti gourmet della gelateria “Ikigai”.

Una bellissima serata a cui non è mancata una selezione musicale di un bravissimo Dj che ci ha allietato gradevolmente per tutta la durata dell’evento. Una serata di cui il mondo enogastronomico ha sempre bisogno, per comunicare al meglio le proprie eccellenze anche in Campania.

Arrivederci all’anno prossimo!

Il Pomodorino Cannellino Flegreo unisce storia e gastronomia della Campania

Che cosa accomuna le rovine dell’antica Cuma e un pomodorino di forma oblunga e gusto versatile? Semplice: il territorio dei Campi Flegrei ricco di storia e cultura enogastronomica. Se poi parte delle coltivazioni del Pomodorino Cannellino Flegreo sono localizzate nella città bassa del Parco Archeologico di Cuma, la suggestione di trovarsi in un’area densa di cultura diventa una realtà tangibile e concreta.

La giornata del 22 Luglio, inizio della raccolta stagionale del Pomodorino Cannellino Flegreo, è stata anche quest’anno l’occasione per promuovere alla presenza di stampa locale e nazionale l’agricoltura di qualità, in concomitanza della visita agli scavi. Una bella iniziativa di promozione volta a rafforzare  il filo diretto che lega una delle storiche colonie della Magna Grecia (la fondazione di Κύμη risale all’VIII secolo avanti Cristo) con un ecotipo attestato sul territorio almeno dalla fine dell’Ottocento.

La manifestazione è stata organizzata dall’Azienda Cumadoro, in collaborazione con l’Associazione del Pomodoro Cannellino Flegreo e con il Patrocinio del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, l’Ente Regionale dei Campi Flegrei e il Comune di Pozzuoli.

Durante la serata Giovanni Tammaro, amministratore delegato di Cumadoro, ha raccontato un progetto nato nel 2018 con la creazione, insieme ad un pugno di giovani agricoltori-imprenditori locali, dell’Associazione del Pomodoro Cannellino Flegreo, ma che affonda le sue radici in un’epoca molto più lontana dato che questa tipologia di pomodoro è coltivato localmente da oltre un secolo. La famiglia Tammaro, con il suo vivaio, è custode del seme per la riproduzione, conservato anche nella banca semi della Regione Campania. Giovanni ha spiegato come un ricordo d’infanzia, quello del ragù preparato in famiglia proprio con questi pomodoroi, si è trasformato nella volontà di diffondere la conoscenza di questa coltivazione oltre che di creare opportunità di crescita e sviluppo per il territorio.

In questo senso il progetto è rientrato nel Monterusciello Agro City (MAC), finanziato nell’ambito dell’UIA (Urban Innovative Action), un’iniziativa dell’Unione Europea volta al recupero e alla valorizzazione delle aree urbane. Dal 2018 a oggi gli ettari totali coltivati a Pomodorino Cannellino Flegreo sono passati da 3 a 50, di cui 10 all’interno del Parco archeologico, e l’obiettivo rimane quello della crescita costante.

“Si deve cercare di fare sempre più sistema attraverso produzioni DOP e IGP”, ha commentato l’Assessore all’Agricoltura della Regione Campania Nicola Caputo, intervenuto all’evento, “Gli agricoltori devono convincersi che bisogna stare insieme: vinciamo se vinciamo tutti”.

Il Pomodorino Cannellino Flegreo deve il suo nome alle canne a cui vengono legate le piante per sollevarle da terra e che caratterizzano il panorama dei campi coltivati. Si è adattato in maniera ideale ai terreni sabbioso-vulcanici dell’area flegrea; ha forma oblunga, con una lieve strozzatura al centro, e pesa 15-20 grammi; il gusto a tendenza dolce, unito a una buona sapidità, ne fa un prodotto versatile sia nelle preparazioni salate che dolci, mentre la buccia sottile lo rende particolarmente vocato a trasformazione in salse e conserve.

Dopo la visita agli scavi di Cuma con una guida d’eccezione – Fabio Pagano, direttore del Parco Archeologico – abbiamo avuto l’occasione di degustare il pomodorino, declinato in varie proposte gastronomiche, grazie alla partecipazione di numerosi professionisti locali della ristorazione.

Dallo Scialatiello 2.0 con pomodorino e burrata al cheesecake al Pomodoro Cannellino Flegreo, passando per il bocconcino di tonno in doppia consistenza di Pomodoro Cannellino Flegreo e crumble di fresella, abbiamo potuto constatare la grande versatilità di questo prodotto, sempre più richiesto sul mercato della ristorazione e da poco entrato in Rossopomodoro, catena di ristoranti e pizzerie napoletane diffuse in Italia e all’estero.

Rimane di questa serata un’immagine suggestiva: la città alta di Cuma si affaccia da un lato su quel braccio di mare in cui la nostra storia più antica affonda le sue radici, dall’altro sulla piana che, grazie a un’agricoltura sostenibile e di qualità, promette prospettive di crescita nel futuro del territorio.

Metti una sera a cena al Castello di Rocca Cilento

Esistono castelli e castelli: quello di Rocca Cilento, nel restauro proposto dalla famiglia Sgueglia e dal compianto Stefano, sfiora senza dubbio l’immaginario collettivo in tema di ricordi medievali.

Non manca davvero nulla, neppure il ponte che collega un’ala all’altra della dimora storica e che assomiglia ai ponti levatoi con tanto di fossati utilizzati nei kolossal del cinema americano, tra nobili cavalieri, disfide e tenzoni romantiche, panorami bucolici mozzafiato.

In tale contesto, sotto gli occhi ammirevoli dei presenti, è andato in onda (proprio il caso di dirlo) un evento unico nel suo genere, la cena a 4 mani tra due chef che stanno scrivendo pagine importanti nella ristorazione della Campania.

La parte del “padrone di casa” viene ben recitata da Matteo Sangiovanni, di recente approdato in questi magnifici luoghi dopo esperienze prestigiose. L’invitato di lusso è invece Vincenzo Cucolo di Aquadulcis, ristorante in capo alla famiglia Cobellis a Massa di Vallo della Lucania (SA).

Nell’attesa di avvicinarsi ai tavoli del Bistrot dei Sanseverino, che fa parte del resort con 6 stanze per gli ospiti, di cui 4 suite arredate in chiave luxury, viene servito un aperitivo in terrazza al tramonto, con le primizie proposte dagli assistenti di chef Sangiovanni ed i Franciacorta dell’azienda Montina, la giusta atmosfera per un momento di festa enogastronomica.

Potersi rilassare per un attimo al calar del sole estivo, osservando in lontananza il mare di Agropoli e le colline retrostanti in direzione del Monte Cervati e della diga di Alento, è un lusso che non ha prezzo.

Trascorso nella convivialità l’inizio di serata, arriva il clou con l’esibizione ai fornelli dei due chef, nella proposizione di un ricco menù.

Dal filetto di trota, pesto di prezzemolo, wasabi e pomodoro rosa di Cucolo ai ravioli con carpaccio di gamberi rossi di Acciaroli e fonduta di piselli, per terminare prima dei dessert con un tonno rosso scottato, salsa di Franciacorta “Montina” e fiori di zucca in tempura entrambi di Matteo Sangiovanni.

Coccole finali tra ricotta, rhum, pere, frolla e fondente del giovane talento di Aquadulcis e la piccola pasticceria realizzata da Federico Sorrentino pastry chef del Castello di Rocca Cilento.

Un “contest” in cui nessuno vince davvero, se non il palato di chi ha potuto assistere comodamente seduto tra miti, leggende e tanta concretezza culinaria.