Giuseppe Pignalosa raddoppia Le Parùle e apre a Salerno, al Porto Marina d’Arechi

Una location privilegiata con il mare e le barche a fare da sfondo. Un manifesto scritto con acqua, farina e sale. La pizzeria è la rivoluzione semplice di Pignalosa: la pizza come atto agricolo e pop.

In attesa della rinnovata sede a Ercolano, Giuseppe Pignalosa raddoppia Le Parùle e il 1 Maggio apre a Salerno, al Porto Marina d’Arechi, una location  privilegiata con  il mare e le barche a fare da sfondo. Il maestro dell’impasto ha fatto della tradizione vesuviana un terreno fertile per far prosperare la sua idea radicale di pizza, come giardino mediterraneo: un paesaggio commestibile coltivato con passione.

Il nome Parùle – che in dialetto napoletano indica gli orti coltivati con pazienza e saper fare – è una dichiarazione d’intenti: qui ogni pizza nasce come un atto agricolo, popolare, condiviso. La stagionalità è il principio guida, l’impasto il cuore di una visione che ha fatto scuola e continua a insegnare. Le verdure sono la voce di uno stile di vita non una decorazione e provengono da un sistema reale, da un patto con i piccoli produttori, per amore della genuinità.

Una pizza unica perchè quando l’assaggi ricordi qualcosa che non sapevi di aver dimenticato.

Un’idea che mette radici: l’orto come manifesto

Le Parùle si distingue per visione, identità e radici profonde nella terra. Una terra che non è solo metafora ma sostanza, grazie a una rete di piccoli produttori che affiancano Giuseppe Pignalosa nella ricerca quotidiana di sapori autentici.  È intorno agli orti vulcanici dove, da generazioni, si coltivano verdure, frutti e aromi che profumano di Mediterraneo che nasce il sogno di Pignalosa: una pizza che ha una storia da raccontare, una pizza generosa che al marketing preferisce un’alleanza viva con la sua gente, che parla con il Pomodoro del piennolo, San Marzano, provola di latte 100% campano, fior di latte e olio extravergine di oliva cilentano, basilico fresco.

“Molti pizzaioli oggi puntano sul topping creativo o sul “wow visivo”. Nella mia pizzeria la pizza si spoglia per tornare nuda e potente – dice Giuseppe Pignalosa – Ho costruito un’identità forte sulla semplicità, con un impasto che si racconta da solo: lavorato con criterio scientifico e amore artigianale”.

L’impasto, l’arte e il tempo

La semplicità si fa scienza nelle mani di Pignalosa. L’impasto – preparato con un blend selezionato di farine monomolino a basso impatto glicemico, certificato Veronesi – è una materia viva, il risultato di anni di studio, sperimentazione e passione.

La pizza tradizionale si distingue per un’idratazione del 63% e un riposo di 12 ore; quella contemporanea arriva al 70% di idratazione con 24 ore di maturazione. Il lievito fresco, la camera di lievitazione a temperatura controllata e l’attenzione a ogni fase del processo assicurano un risultato sorprendente: una pizza leggera, digeribile, che si scioglie in bocca, scompare e diventa memoria, lasciando una sensazione di leggerezza e appagamento.

Pignalosa smonta così uno dei più grandi pregiudizi sulla pizza: non è il lievito a causare la cattiva digestione, ma una lavorazione frettolosa e scorretta. Il suo metodo, invece, è una carezza al palato e allo stomaco.

Pizze come racconti

Ogni pizza nel menu de Le Parùle è un racconto del territorio.
Pignalosa ama definire la tradizione come una forma di innovazione continua. E in questa visione convivono le radici e le ali, la memoria e l’intuizione, la famiglia e l’arte.

Una famiglia, una missione, una scuola

Tre generazioni, un figlio di 14 anni e cinquant’anni di impasti. Tutto nasce con Leopoldo Pignalosa, che nel 1973 apre la prima pizzeria a Portici. Da lì, un viaggio che passa per Milano, San Giorgio a Cremano ed Ercolano, fino alla nuova apertura salernitana. Oggi Giuseppe guida il figlio, che a soli 14 anni è già un giovane pizzaiolo.

I riconoscimenti

Nel 2019, l’apertura di Le Parùle a Ercolano viene premiata come miglior nuova apertura dell’anno agli Awards di Roma e conquista il 36° posto nella guida 50 Top Pizza.
Nel 2020, Gina Pizza raggiunge il 5° posto nella stessa guida.
Nel 2021, arrivano i Tre Spicchi del Gambero Rosso.
A Venezia, durante il Festival del Cinema, Pignalosa riceve l’International Starlight Cinema Award per il suo impegno nell’educare alla buona tavola e nella promozione della biodiversità.

La nobiltà della semplicità

C’è una grandezza silenziosa nelle pizze “povere” di Giuseppe Pignalosa. Ricette nate dalla fame e diventate patrimonio. Preparazioni essenziali che parlano una lingua antica, fatta di pochi ingredienti e di tanta sapienza.

Come la pizza di scarole, con provola e alici, omaggio a una cucina che ha saputo trasformare la mancanza in invenzione, la necessità in gusto.
È la pizza che sfamava i lavoratori, che si preparava con quello che c’era, che univa le famiglie intorno al fuoco.

Oggi, Pignalosa la riporta in tavola con lo stesso spirito: offrire una pizza popolare, accessibile, sincera. Una pizza per tutti, come è sempre stata.
Perché la vera rivoluzione è ricordare che la pizza nasce povera tra i poveri, e proprio per questo è diventata ricchezza di tutti.

Comunicazione:

Hubitat: info@wearehubitat.com

Referente: Diletta De Sio, cell. 328 1038018 – dilettadesio@ gmail.com

Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: Il Papavero

Continua il nostro viaggio in Campania nel racconto di 7 luoghi ricchi di cultura gastronomica, premiati dalla più nota guida ristoranti al mondo: la Guida Michelin. Abbiamo già visitato gli stellati Marotta, Osteria Arbustico, O Me o il Mare, Oasis Sapori Antichi.

Proseguiamo verso Eboli, avamposto di frontiera, crocevia di gente e commerci tra la piana salernitana, quella del Sele, il Cilento ed il Vallo di Diano. Città simbolo della letteratura, menzionata nel celebre romanzo di Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli” nei ricordi del forzato confino subito dall’oppressore Fascista.

Jevule, come viene chiamato il Comune in dialetto, non è più un simbolo di arretratezza contadina, bensì un universo di attività piccole e grandi che sta contribuendo alla forte ripresa, anche in termini di lavoro, del comparto agricolo e vitivinicolo. Lo abbiamo rimarcato nell’articolo Eboli: una fermata di gusto e durante le numerose visite ad eventi di settore e prestigiose aziende rurali a chilometro zero.

Caseifici, produttori di mozzarella di Bufala, allevatori e vigneron; olivicoltori, operatori ortofrutticoli della cosiddetta “Quarta Gamma” e, naturalmente connessi ad essi eccellenti ristoranti. Tra quest’ultimi impossibile non citare Il Papavero, di proprietà di Maurizio Somma deus ex machina del ristorante, proveniente da tutt’altro settore. Da stimato luminare nella Medicina della Riproduzione cominciò dal nulla ad avvicinarsi alla ristorazione di qualità, cercando di ricreare quell’atmosfera di casa che non ha mai smarrito. Neppure nel 2011, dopo l’ambito riconoscimento di una Stella Michelin, riconfermata anno dopo anno dal talento puro dello chef Fabio Pesticcio.

Dai pochi tavoli iniziali agli attuali 30 coperti, ricavati in stanze accoglienti dalle pareti colorate e piene di opere d’arte. Divertente il giardino esterno che dà una sensazione quasi di passeggiata fuori porta nelle primaverili giornate di sole, con arredi moderni in stile shabby chic.

Ma è nel menu proposto che avviene il vero tocco di magia de Il Papavero. Degustazioni a portata di tutte le tasche, che soddisfano i sensi ed appagano la curiosità di vivere un’esperienza elegante e diversa dal consueto. In fondo l’essenza stessa dello scegliere un locale gourmet in linea con il contesto culinario attuale. Pochi fronzoli e tanta concretezza, come il piatto firma di Pesticcio: la pasta mista con polpo e spuma di patate.

Comodi gli entrée di benvenuto e l’antipasto composto da triglia, provola e acqua di scarole per coniugare inventiva e ricette della tradizione. In successione arriva l’uovo cotto a bassa temperatura con porro e pecorino e, per secondo, l’anatra con sedano, rapa e finocchio.

Coccole finali dai dessert di Benedetta Somma, figlia di Maurizio ed autodidatta nel difficile mondo della patisserie. Qui non sono ammessi errori e Benedetta riesce sempre a trovare il modo giusto per contaminare sapori in chiave tra dolce e salato, tecnica rara e contemporanea. Piccola pecca la carta dei vini in via di riorganizzazione dopo il cambio sommelier avvenuto nel 2024, comunque fornita di etichette nazionali ed internazionali di buon livello e dal ricarico calmierato.

Esce oggi il libro “Nato Oste” di Piero Pompili

Edito da Maretti Editore, esce oggi 22 aprile 2025 “Nato Oste” il libro autobiografico di Piero Pompili, deus ex machina de “Il Gastronomo Riluttante” con lo pseudonimo di Muccapazza28.

Creato nel 2003, Il Gastronomo Riluttante, blog dedicato a Ruth Reichel, pioniera del food writing, ha fatto un po’ in Italia la storia dell’enogastronomia via internet. Numerosi gli articoli e le considerazioni sia di protagonisti della ristorazione già affermati, sia di chef dalla grande prospettiva, a dimostrazione dell’occhio lungo di Piero Pompili nel riconoscere il talento e della sua capacità di avere una visione lungimirante e d’insieme della direzione che il fine dining avrebbe preso nei successivi vent’anni.

Premiato il suo come miglior blog nel 2007, giusto un anno prima de “Il Papero Giallo”, Piero decide di abbandonare l’esperienza del blogger, a causa dell’imperversare della mediocrità che già qualche decennio fa ha caratterizzato la comunicazione sul web, portandola all’eccesso e alla banalizzazione, fino a stabilirsi a Bologna e, nel 2016, ad assumere la direzione in sala del ristorante Al Cambio.

Al di là della critica irriverente e senza mezzi termini del blog, l’erudizione e la professionalità di Piero, che della ristorazione ha fatto un’arte raffinata, galante e senza platealità, ha reso intramontabile la cucina tradizionale bolognese in un’epoca di piatti ipercolorati, talvolta anche vuoti di forma e contenuto, riportando l’ospite al centro dell’attenzione.

È in omaggio a Gianluigi Morini, fondatore del ristorante San Domenico a Imola, che Piero indosserà l’abito sartoriale in doppiopetto che lo contraddistingue tutt’oggi e con il quale ha saputo accendere nuovamente i riflettori su Bologna, riportandola ad essere capitale culinaria, e restituire alla sala e alla figura di cameriere quella centralità e quel protagonismo legittimo di cui la ristorazione moderna, sin troppo spesso, è deficitaria.

“Nato Oste” è stato presentato in anteprima nazionale a Napoli, lo scorso 9 aprile, dinanzi a un pubblico attento di giornalisti, enogastronomi e addetti ai lavori del mondo della ristorazione. Durante la piacevole serata in via Partenope, salotto a cielo aperto con vista mare, sono stati Luciano Pignataro e Maurizio Cortese ad affiancare l’autore, in qualità di relatori, durante la presentazione di un libro che ha voluto essere un incontro informale tra persone.

In ricordo all’atmosfera calorosa ricreata dal popolo campano presente, questa l’affermazione di Piero Pompili:

Non potevo che iniziare la presentazione di” Nato Oste” che nella mia città del cuore, Napoli. In nessun’altra città d’Italia riesco a sentirmi a casa come qui dove il calore che si respira ti riempie il cuore e fa bene all’anima. Non avrei mai pensato con la mia storia, i miei successi e gli insuccessi di arrivare così dritto al cuore della gente tanto da emozionarli. È stato bellissimo e non smetterò mai di ringraziarvi tutti quanti perché invece tutti voi avete emozionato me. Un ringraziamento speciale a Maurizio Cortese e Luciano Pignataro per avermi fatto sentire per una sera più che un Oste un vero Re in doppio petto. Grazie Napoli che non deludi mai “.

Il libro “Nato Oste” va ben oltre il racconto autobiografico dei primi 50 anni dell’autore e commuove sin dalle prime pagine per le dediche che vi sono contenute. È una narrazione densa, intima, coraggiosa e personale sulla vita riservata, discreta e impeccabile di un oste galante, il quale ha saputo riportare la gastronomia bolognese ai fasti di 50 anni orsono; indossando una corazza di imperturbabile impeccabilità, e l’evidente professionalità di una carriera ai massimi livelli, l’autore confessa anche la sua discrezione, quel delicato pensiero di tenere fuori dal lavoro e lontano dalle persone care la pioggia battente del periodo più triste e sofferto della sua esistenza e che ha portato alla scomparsa di Arnaldo Laghi, cuoco dell’Osteria Numero Sette, conosciuto nel ’96, e suo compagno di vita.

Il libro esce oggi, proprio nello stesso giorno del 2018 in cui morì Arnaldo e come sostiene Piero “questo non sarà più il giorno in cui ha vinto il cancro, ma il giorno in cui abbiamo vinto noi”.

Protagonista assoluto come pochi nel panorama nazionale del fine dining, Piero ha riportato nel libro, e con il suo esempio, un carico di umanità formidabile e commovente, riportando l’Umanesimo nella ristorazione, un dettaglio forse romantico e, per quanto raro, pur certo esiste e vive attraverso la vocazione di quelle persone che, proprio come lui, scelgono quello che più che un mestiere è, decisamente, una vocazione.

Da vero e proprio visionario, Piero ha portato avanti una rivoluzione culturale ed eversiva, raccontando la verità che nessuno ha voluto riportare del mondo della ristorazione, raccontando la verità che nessuno mai ha voluto riportare, con stile, determinazione e resilienza.

Credits by Federica Capo Photographer

Napoli: a Palazzo Cappuccini si ripercorre la storia dell’Agro Pontino con i vini di Casale del Giglio

Che c’entra il Cappelletto di Ferrara con Casale del Giglio, azienda vinicola di Ferriere nel cuore dell’Agro Pontino? Bisogna andare indietro di quasi un secolo per capirlo, quando la più grande opera di bonifica mai compiuta in Italia, quella delle Paludi Pontine, portò tra il 1929 e il 1939 migliaia di ferraresi a emigrare per lavorare come operai e coloni nelle terre risanate. Con loro si trasferirono anche le tradizioni culturali e culinarie, lungo la dorsale compresa tra i Monti Lepini, i Monti Ausoni, il mar Tirreno e il Promontorio del Circeo.

Casale del Giglio ha scelto di omaggiare questa storia bellissima, intrisa di lavoro e sacrificio, per presentare le nuove annate dei suoi vini. Lo ha fatto a Napoli con un pranzo evento a Palazzo Cappuccini, alla presenza di Antonio Santarelli, patron della cantina.

Casale del Giglio fu fondato nel 1967 da Dino Santarelli a Ferriere, in provincia di Latina. Antonio, il figlio, inizia giovanissimo a collaborare e, nel 1985, traghetta l’azienda verso una grande trasformazione, epocale per quei tempi: la sperimentazione in campo enologico. Con la collaborazione di un team di agronomi e di Paolo Tiefenthaler, enologo storico della cantina,  vennero messi a dimora oltre 60 ceppi di diversi vitigni.

“Ho semplicemente deciso di seguire le orme e il progetto di mio padre”, ha spiegato Santarelli durante l’evento napoletano. E il tempo gli ha dato ragione perché oggi Casale del Giglio può contare su un patrimonio ampelografico vasto, che spazia dai vitigni autoctoni laziali, come Bellone e Cesanese, fino agli internazionali: Syrah, Petit Manseng, Petit Verdot e Viognier, ormai adottati di diritto nel Lazio.

Il pranzo a Palazzo Cappuccini è stato prima di tutto un evento di valorizzazione del territorio, l’Agro Pontino, trasformato in poco meno di un secolo da acquitrino malarico e paludoso in un territorio di frontiera per l’attività vitivinicola. Abbiamo ascoltato la storia delle genti di Ferrara e delle tradizioni gastronomiche rivisitate con prodotti locali, dalle parole della giornalista Maria Corsetti.

Ci siamo incantati osservando le mani della “Sfoglina” Fiorella Guerzi che ha offerto un saggio nella preparazione dei cappelletti, lavorando e tirando una pasta sottilissima, modellata poi con abile maestria.

“Il segreto sta nel ripieno”, spiega con scarne parole la signora Guerzi, “carne di ottima qualità – manzo, pollo, maiale e salame ferrarese – che viene bollita, tritata, condita con parmigiano, sale e noce moscata”. Lei, insieme a Paola Sangiorgi, ne ha preparati più di mille in occasione dell’evento per la stampa.

Dopo l’aperitivo a base di salame ferrarese, li abbiamo finalmente a degustati a tavola. A raccontare i vini di Casale del Giglio in abbinamento al pranzo, è stato Tommaso Luongo, presidente di AIS Campania.

Con i cappelletti in brodo di gallina sono stati serviti Anthium 2023 e Radix 2020 entrambi da Bellone in purezza, vitigno autoctono laziale che predilige climi marittimi ed è particolarmente resistente al caldo. Naso delicato di agrumi dolci, frutta tropicale matura e fiori campestri, Anthium ha un sorso saporito e intrigante, che richiama continuamente il successivo grazie alla chiusura sapida. Più complesso e strutturato il Radix, immediatamente su sentori iodati che delineano i contorni di un naso ricco di sfumature e di cesellata precisione: frutta gialla succosa, erbe mediterranee, spezie dolci, cocco rapé, resina di pino e lievi nuance lattiche per una sorso di corpo, a tratti masticabile, di grandissima sapidità.

In accompagnamento al ripieno delicato e compatto del cappelletto e alla sua sfoglia callosa, Anthium soprattutto crea un piacevole gioco di assonanze con la speziatura della noce moscata.

Dopo il cappelletto non poteva mancare il bollito di manzo, vitello e gallina, accompagnato da giardiniera e  mostarda artigianali.

La seconda coppia di vini in abbinamento è composta da Matidia 2023, Cesanese in purezza, e Mater Matuta 2019 blend di Syrah e Petit Verdot.

Fresco, giovane, croccante, il Matidia offre un naso di frutti e fiori fragranti, una bevuta scorrevole e snella. In abbinamento a manzo e vitello ci convince di più Mater Matuta, in cui prevale il carattere speziato e scuro della Syrah; il sorso caldo e avvolgente intessuto da fitta trama tannica, è capace di reggere anche  la sfida con la speziatura piccante della mostarda.

Con la gallina invece ritorniamo con piacere su Radix 2020: la delicata presenza tannica dovuta alla macerazione sulle bucce, accompagna la carne bianca in maniera ottimale.

La chiusura di pranzo è stata affidata a un’altra prelibatezza originaria della bassa del Po: la torta Sbrisolona Mantovana, dolce a base di mandorle da servire in pezzi grossolani e sbocconcellare in abbinamento a un vino dolce. Aphrodisium 2023 Vendemmia Tardiva è un blend di Petit Manseng, Viognier, Greco e Fiano. Color oro nuziale ha naso di confettura di albicocche, miele d’acacia e fior d’arancio. Il sorso dolce non stanca mai  grazie alla struttura fresco sapida in perfetto equilibrio.

Accompagnato alla frolla sbriciolata ci riporta, in un viaggio a ritroso di proustiana memoria, ai profumi dolci che avvolgevano casa nel periodo pasquale.

I tanti “Elementi” in gioco nella pizzeria di Mimmo Papa

Acqua, farina e lievito non bastano a fare un bravo pizzaiolo, ma sono “Elementi” essenziali come il nome della pizzeria di Mimmo Papa, classe 1988, a Caserta. È normale che la tecnica deve avere un ruolo principale, dalla preparazione corretta degli impasti ai topping proposti, originali e mai eccessivi. Mimmo non lo poteva sapere che questa sarebbe diventata la svolta della sua vita, quando si iscrisse ad un corso per pizzaioli della Scuola Dolce e Salato di Maddaloni.

Naturalmente, come tutte le storie tribolate, ma dal lieto fine, non poteva mancare l’apertura del locale a settembre 2020 in piena pandemia, quando mangiare anche una semplice pizza in compagnia sembrava una sfida titanica.

Nella zona di San Bartolomeo, Papa è diventato in tempi rapidi una piccola istituzione artigianale, con i quasi 60 coperti interni, cui si aggiungono i 40 esterni nel periodo estivo. E ciononostante la difficile ricerca di personale qualificato e volenteroso, capace di gestire qualsiasi esigenza, compresa una piccola sbavatura nel servizio del dolce finale occorsa al sottoscritto, che nulla toglie però al giudizio finale sulle valide proposte assaggiate durante la serata dedicata alla stampa grazie alla giornalista Laura Gambacorta.

Un’ulteriore sfida imposta dall’era moderna e che già impegna (e non poco) l’intera catena nei settori dell’accoglienza enoturistica e della ristorazione italiana.

Il nuovo menù degustazioneRadiCE”

Fiore all’occhiello della proposta di Elementi è il nuovo percorso degustazione RadiCE, che è allo stesso tempo un omaggio a Caserta e alle eccellenze del territorio.

L’Aran(CE)no di Riso e Verza (risotto alla verza con punta di petto di bovino e parmigiano reggiano Dop stagionato 30 mesi) nasce dal ricordo del piatto preferito che gli preparava la nonna; la RadiCE di Pan Cotto invece, una pizza al padellino con impasto alla segale con cicoria, friarielli e scarola, sbianchiti e ripassati in padella, fagiolo lenzariello e mais, si ispira alla fresella che gli proponeva il nonno.

Proseguiamo con la Merenda della SuoCEra – impasto classico con crema di topinambur, spinaci, spinacino croccante, patate gialle sotto cenere e brunoise di patate dolci – che non ha bisogno di interpretazione.

Poi la Margherita RadiCE con Antico Pomodoro Riccio dell’azienda agricola La Sbecciatrice, di cui abbiamo già parlato nell’articolo sulle eccellenze gastronomiche del Matese, mozzarella di latte di bufala e olio extravergine di oliva è un tributo alla città di origine.

Chiusura con la RadiCE di Genovese, impasto in 3 cotture con genovese in crema con mela cotta, carne di bufalo, carota e cipollotto marinato alla soia e poi cotto al barbecue, crema di carote e basilico viola, una rivisitazione di un classico molto amato dal nonno.

Elementi Pizzeria

Via Maggiore Salvatore Arena, 6

Caserta (CE)

Tel. 0823 1767358 – 339 1246184

www.elementipizzeria.it

Pasqua 2025 – la colomba Violetta del Gran Caffè Gambrinus

Comunicato Stampa

Si chiama Violetta ed è la colomba ideata dal Gran Caffè Gambrinus di Napoli per la Pasqua 2025. Un omaggio alla Principessa Sissi che sul finire dell’Ottocento gustò proprio nel locale storico il gelato alla violetta che è ancora in produzione. E così il gusto delicato che conquistò la bella imperatrice d’Austria durante la sua tappa a Napoli, dove approdò con il suo yacht l’11 novembre 1890, ora si ritrova nel lievitato preparato dal pasticciere Stefano Avellano che ha nell’impasto l’aroma di violetta, bacche di vaniglia, aroma di fori di acacia.

Nel ripieno gocce di cioccolato bianco e copertura di cioccolato Ruby con praline dello stesso cioccolato. Disponibili nello shop on line e nel bar che rientra tra i Locali Storici d’Italia, anche altri gusti di colombe oltre alle pastiere, un must del periodo, ma che oramai si trovano sempre nelle vetrine del Gran Caffè Gambrinus.

Gate20 – Burger Tour di Viaggia Quasi Gratis lancia il nuovo menù con un evento esclusivo

Un’idea food innovativa tutta a tema viaggio, dei giovanissimi Anthony e Nancy, founder del gruppo campano che comprende 7 agenzie di viaggi, 2 pub Gate20 Burger Tour, il Poetica Hotel e il tour operator SeiMondo.

Comunicato Stampa

Gate20 Burger Tour, la catena di ristoranti a tema viaggio spin-off del gruppo Viaggia Quasi Gratis, lancia il nuovo menù con un evento esclusivo con tanti ospiti, sponsor e special guest. Durante l’evento del 2 aprile sono stati presentati 3 corner tematici dedicati al settore food dei paesi America, Giappone e Messico, oltre a 2 nuovi dolci.

Gate 20 – Burger Tour è una catena di ristoranti specializzati nella vendita di piatti tipici provenienti da paesi differenti del mondo. Grazie al format che propone è capace di far viaggiare col palato chiunque in Campania desideri gustare portate food dell’estero. Il marchio Gate 20 – Burger Tour nasce a luglio 2024 a Napoli da un’idea innovativa dei giovanissimi Anthony Ventimiglia e Nancy Busiello (33 e 32 anni ciascuno), fondatori del gruppo Viaggia Quasi Gratis, con l’obiettivo di offrire esperienze culinarie di viaggio interattive e sostenibili per tutti.

Due ristoranti situati rispettivamente in Piazza Salvatore Lobianco 6, nel cuore del quartiere Rione Luzzatti a Napoli, e il secondo all’interno del Centro Commerciale MaxiMall Pompeii di Torre Annunziata. Questa sede si trova al secondo piano dell’area dedicata alla ristorazione, con affaccio sulla piazzetta dove avviene giornalmente lo spettacolo dinamico di fontane con luci e colori. L’evento, presentato in collaborazione con Radio Marte, che ha intrattenuto gli ospiti esterni, è stato sponsorizzato anche da tanti brand rilevanti tra cui: Il Cartaio GL One, MCL Srl, Macelleria D’Ausilio, Mr Foody, Horecapp e il Birrificio Okorei.

Il Gate 20 – Burger Tour offre un’esperienza culinaria unica, permettendo di scegliere piatti stranieri dal vasto menù o di optare per un percorso food personalizzato, ispirato alla destinazione preferita. Il tutto in un’ambientazione completamente tematizzata sul mondo dei viaggi e degli aeroporti. All’ingresso, i clienti vengono accolti con indicazioni come “Check-in”, “Partenze” e “Bagagli”, che contribuiscono a ricreare l’atmosfera di un terminal, offrendo un’esperienza immersiva a chi desidera assaporare piatti tipici intercontinentali senza lasciare la propria città.

Una volta accomodati nella propria “postazione di partenza”, i visitatori si trovano in un ambiente dal design studiato nei minimi dettagli: colori vivaci, elementi decorativi originali come maniglie simili a quelle dei bus e tavoli che riproducono i classici display informativi degli aeroporti, rendono l’esperienza ancora più coinvolgente.

Nel nuovo menù “intercontinentale” di Gate20 Burger Tour, sono state proposte alcune portate, direttamente realizzate grazie alla personale esperienza di viaggio dei founder Anthony e Nancy. Nel corner dedicato al Messico troviamo:

● Chili Mex crispy: Triangoli di mais, ripieni di chili tex-mex, accompagnati da salsa hot messicana.

● Taco shells: Croccanti tacos di mais ripieni di insalata, chili con carne, pollo grigliato e salsa yogurt.

● Salmon Mex Pop: Pop corn di salmone in panatura croccante, accompagnato da nachos, guacamole e salsa messicana. Con il corner dedicato al paese Giappone, invece, sono stati proposti:

● Asiatic Chicken Karage: Pollo marinato alla soya in tempura, accompagnato da maionese Ponzu e alga wakame.

● Osaka: Pane Bao al vapore, salmone affumicato, insalata, avocado, cipolla crispy e salsa teriyaki.

● Oriente: Insalata verde, pomodorini, salmone pop crispy, cipolla croccante, maionese jappo, mandorle tostate, salsa teriyaki.

Con il corner America, gli ospiti dell’evento esclusivo hanno provato:

● Avocado Bacon Smash: un Potato bun con patty smashed, cheddar, bacon, salsa BBQ e avocado fresco, accompagnato da salsa al pepe rosa e lime.

● Philly CheeseSteak: Panino lungo, straccetti di manzo con formaggio fuso, funghi champignon e cipolla crispy.

● Brisket sandwich: Punta di petto di manzo marinata e cotta al bbq, tra due fette di pane tostate al burro e salsa di senape al miele, accompagnato da insalata coleslaw e patate con buccia.

La proposta di Gate20 Burger Tour permette di viaggiare per il mondo attraverso un semplice pasto. Dalla Spagna alla Grecia, Stati Uniti, Giappone, Marocco, l’obiettivo del format di ristorazione è quello di ampliare e differenziare sempre più l’offerta culinaria internazionale, grazie alla costante ricerca di nuovi piatti tipici intercontinentali.

I due titolari di Gate20 Burger Tour Anthony Ventimiglia e Nancy Busiello viaggiano per il mondo scoprendo nuove realtà culinarie, dunque riportando ciò che hanno provato in una determinata destinazione nei ristoranti Gate20 Burger Tour.

Tra le nuove proposte dolci troviamo:

● Lotus Cheese Cake: dolce con biscotto Lotus, servito con caramello salato e panna.

● Crumbl Cookies: Biscotto al burro americano con gocce di cioccolato al latte, topping di nutella e confetti colorati.

L’obiettivo dell’evento di Gate20 Burger Tour di lanciare il nuovo menù e di creare un format innovativo ha avuto un gran successo. I due ristoranti saranno ben lieti di accogliere tutti coloro che vorranno fare un viaggio culinario senza dover uscire dalla Campania.

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Farinati: fritti, pizza, sinergie, no waste, gluten free… and many more

Renato Ruggiero ha il tipico aplomb britannico da titolare di Farinati – pizza and more. Entrando nel suo locale si respira subito l’aria dei film in stile American Graffiti, dove mangiare non solo è un simbolo di democrazia, ma genera cultura.

Della concezione bulimica dei fast-food e del cibo spazzatura abbiamo per fortuna imparato poco. Cosa insolita per il nostro carattere, abituati a prendere pregi e difetti dagli altri, magari valorizzando meno quel che abbiamo in casa. Anche il nome stesso Farinati riecheggia quel sound maccheronico d’oltre oceano, ma l’ammiccamento di Ruggiero alle filosofie espansionistiche anglosassoni finisce qua ed inizia l’amore per le proprie origini squisitamente partenopee.

La storia parte dalla trattoria della zia, in cui muove i primi passi da semplice cameriere di sala. Poi l’incontro con Diego Vitagliano e l’inserimento davanti ai forni prima di passare, per una fortuita coincidenza, in cucina a seguire la partita delle fritture. Renato, poco più che ventenne, non si scoraggia e tirando fuori la sana “cazzimma” napoletana, diventa da zero un maestro nell’arte del fritto perfetto, al punto tale di fondare un’Accademia con tanto di corsi e consulenze anche all’estero.

Prodotti artigianali che portano la sua firma, dal migliaccio salato (rigorosamente fatto con la sugna), alla frittatina amatriciana, dove il ripieno dimostra tutta la tecnica del prodotto cucinato, come facevano le nonne di un tempo. L’idea di aprire il ristorante-pizzeria è solo un aspetto conseguenziale ad un successo giunto in fretta e più che meritato.

Di insperato non c’è nulla quando cerchi di fare le cose per bene; la fortuna non guasta e per quella l’attenzione di una parte influente della stampa locale ha creato il giusto volano commerciale. Ma prima o poi sarebbe arrivato lo stesso per la voglia di imparare di Renato, sempre umile, sempre pronto ad ascoltare e interagire (cosa rara nel settore) con altri colleghi pizzaioli.

Da sinistra Renato Ruggiero e Daniele Cacciuolo

La cena a 4 mani ideata con il napoletano Daniele Cacciuolo, due spicchi Gambero Rosso a Gela, ne è l’esempio cardine, con l’inserimento, nei rispettivi menù, di due pizze speciali. Renato ha ideato per Daniele la pizza “ruota Cilento”: base focaccia, prosciutto crudo di Parma, miele al bergamotto, confettura di fichi, cacio ricotta, basilico, olio extravergine d’oliva. “Stavolta è toccato a me ospitare Daniele nella mia pizzeria, ed è stata un’esperienza di grande collaborazione, che mi ha reso più ricco. Ci siamo scambiati preziosi consigli e abbiamo condiviso le nostre filosofie di pensiero, non vedo l’ora di ricambiare la visita e raggiungerlo a Gela per continuare questa bella avventura”.

Daniele con la moglie Marzia ha pensato a una pizza fresca e innovativa: “Gambero fiorito”: vellutata di datterino giallo, stracciata di bufala, tartare di gambero rosso, zest di limone, pepe nero, fiori edili, olio evo. “Erano 12 anni che non tornavo nella mia città Natale e l’emozione di sfornare pizze qui è stata enorme. Ringrazio Renato per avermi accolto e per aver scelto una mia pizze per il suo menù, farò anche io lo stesso, nel segno di una amicizia forte tra colleghi”.

Concretezza nella scelta dell’impasto, dove si preferisce usare il pre-fermento al classico diretto tradizionale, per raggiungere la sofficità desiderata. Materie prime d’eccellenza ed esperimenti in tema di zero sprechi, riutilizzando, per una nuova lievitazione, l’impasto avanzato dalla chiusura della sera. Nasce la ciabatta passata in forno elettrico e farcita in tanti modi appetitosi, dai friggitelli e provola, ad alici, pomodorini dolci e stracciata di bufala.

Attenzione anche per i celiaci, con un reparto separato per la lavorazione delle farine gluten free e del forno di cottura. Manca quella resistenza meccanica all’assaggio data dalla maglia glutinica, ma nel complesso non ha nulla da invidiare per sapore alle pizze tradizionali. Una sensibilità importante per rispettare un tema delicato della ristorazione, che sta coinvolgendo sempre più clienti.

Dolci e coccole finali, tra il sanguinaccio artigianale e le chiacchiere o, appositamente per la stampa, la sorpresa delle zeppole di San Giuseppe a cura del pasticciere Gianluca Portoghese.

“Farinati pizza e amore” sono le parole conclusive per descrivere una serata di grande cultura gastronomica made in Campania.

Sentieri Beneventani: “Saporì”, la pizza diventa esperienza

Comunicato Stampa

Prosegue il viaggio tra le eccellenze gastronomiche con il secondo appuntamento del ciclo di eventi “Saporì: la pizza diventa esperienza”. La serata “Sentieri Beneventani” si terrà il 27 marzo 2025, a partire dalle ore 20.00, presso la pizzeria Saporì Pizza e Qualcos’altro, situata all’interno del prestigioso complesso alberghiero del Grand Hotel Angiolieri a Seiano.

L’evento offrirà un percorso degustativo esclusivo, mettendo al centro i sapori autentici del Beneventano attraverso la combinazione di pizze stagionali primaverili e prodotti d’eccellenza.

Partner della serata saranno la Macelleria Cillo, rinomata per la qualità delle sue carni selezionate con cura e lavorate nel rispetto della tradizione, il Birrificio Bonavena le cui birre accompagneranno le creazioni gastronomiche e il distributore Partenocraft.

Il menù della serata nasce dalla collaborazione tra il maestro pizzaiolo Fernando Speranza, della pizzeria Saporì, e lo chef Fabrizio De Simone, del ristorante L’Accanto, segnalato dalla guida Michelin e anch’esso parte del Grand Hotel Angiolieri.

Antipasto
Arancino con piselli e carciofi, guarnito con pancetta croccante in abbinamento a Match (DDH Pale Ale)

Pizze in degustazione

Fritta e ripassata gamberi, battuto di lardo, limone salato e borragine in abbinamento a Boxeo (Ipa)

Misto fiordilatte e provola, prosciutto cotto, finocchi spadellati al Pernod, pecorino e puntarelle croccanti in abbinamento a Blood (Bock)

Misto Fiordilatte e provola, würstel glassati con salsa di soia, schiacciata di patata invecchiata e salsa verde in abbinamento a Knuckle (Pils)

Pizza in pala con pulled pork, cavolo rosso fermentato, uvetta idratata con aceto di lamponi e blu di pecora in abbinamento a Floyd (Stout)

Dolce Gelato con mela annurca, albicocca Pellecchiella e biscotto alla nocciola

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Le acciughe del Mar Cantabrico

Viaggiando nel nord della Spagna è immancabile una visita nella regione della Cantabria, nota per le coste frastagliate, le spiagge infinite e un entroterra caratterizzato da paesaggi montuosi e verdi vallate.

Vale la pena una sosta di ristoro a Santoña, paesino affacciato sul mare, per conoscere la storia delle acciughe più famose del mondo, quelle che localmente si chiamano Anchoas del Cantábrico.

Famosissime ormai a livello globale, le acciughe del Mar Cantabrico sono oggi una delle specialità gastronomiche della Spagna più richieste. Carnose, profumate, grandi e leggermente salate, il loro valore è oggi molto alto. Ma non è sempre stato così…

Fino alla fine dell’Ottocento, le acciughe del Mar Cantabrico erano considerate localmente una risorsa trascurabile, utilizzate principalmente come esca per la pesca di specie più pregiate o addirittura scartate.

In Italia accadeva esattamente l’opposto: l’acciuga aveva una lunga storia nella tradizione culinaria italiana, soprattutto in Campania e in Sicilia: la salatura e la conservazione delle stesse erano pratiche tradizionali tramandate da secoli. Ne abbiamo già parlato nell’articolo Un giorno in Costiera Amalfitana: divina poesia.

Fu proprio un siciliano, Giovanni Velia Scatagliota che, spedito a Santoña dall’azienda genovese Angelo Parodi, verso la fine del 1800, insegnò ai locali le tecniche di lavorazione e conservazione.

In Italia la richiesta di alici era sempre più alta e il pescato dei nostri mari non più sufficiente a soddisfare la domanda. Là in Cantabria, invece, i pescatori tiravano sù reti gonfie di alici ma le rigettavano in mare.

Questa fusione di culture e tradizioni ittiche diede vita a un legame straordinario tra la Sicilia e la Cantabria, trasformando il modo in cui le acciughe venivano pescate e lavorate. I pescatori siciliani, con la loro esperienza e il loro know-how, introdussero metodi innovativi che migliorarono la qualità del prodotto.

Nel porto di Santoña, la lavorazione delle acciughe ha rappresentato una vera e propria rivoluzione economica e culturale. Grazie all’attenzione per la qualità e alle tecniche di conservazione tradizionali, questi piccoli pesci hanno guadagnato una reputazione che ha superato i confini nazionali. La produzione di conserve di acciughe ha permesso non solo di elevare un alimento che un tempo era considerato di second’ordine, ma ha anche stimolato l’industria locale, creando opportunità di lavoro e sviluppo per la comunità.

Il commercio dell’acciuga spagnola da parte di pescatori italiani crebbe tanto che già nei primi anni del Novecento le famiglie originarie del Bel Paese divennero numerosissime.

Grazie all’impegno di queste famiglie, Santoña ha saputo reinventarsi, diventando un centro di riferimento per la produzione e la conservazione.

Ancora oggi, infatti, la Spagna riconosce gli italiani come attori principali nella storia dell’acciuga del Cantabrico, nel 2011 una targa commemorativa ricorda los salazoneros italianos.

Le tecniche di salatura e conservazione, spesso trasmesse di generazione in generazione, hanno giocato un ruolo cruciale nel conferire all’acciuga il suo status attuale. Oggi, l’acciuga di Santoña è celebrata per la sua qualità e il suo sapore, diventando un ingrediente fondamentale in molte ricette tradizionali e una prelibatezza nei ristoranti di tutto il mondo.

Abbiamo visitato questi luoghi, conoscendo l’azienda conserviera Avelina a Santoña. Qui la lavorazione e la conservazione delle acciughe viene portata avanti dalla stessa famiglia da 4 generazioni.

La storia di Conservas Avelina risale alla bisnonna María Rodríguez, una vita dedicata al mare. La produzione di acciughe iniziò alla fine del XIX secolo, con l’arrivo dei primi siciliani. Il luogo in cui custodiva le sue conserve era una piccola casa vicino alla palude. Negli anni a seguire, la figlia Avelina si dedicò professionalmente alla produzione di conserve. Oggi i nipoti Avelina, Jesús e il loro figlio costituiscono la quarta generazione di conservieri della famiglia.

Conservas Avelina promuove un prodotto di altissima qualità lavorato in maniera artigianale, sostenibile e socialmente etico. Una maturazione di 9-12 mesi in barili conferisce alle acciughe una consistenza morbida e un sapore intenso.  

Ma partiamo dall’inizio, Avelina ci racconta gli aspetti principali della pesca e della lavorazione:

  • Tecniche di pesca: La pesca delle acciughe viene effettuata principalmente con reti a circuizione, che consentono di catturare grandi quantità di pesce in un colpo solo. Le barche da pesca utilizzano reti specifiche che sono progettate per non danneggiare il pesce, mantenendo così la qualità del prodotto.
  • Stagionalità: La pesca è altamente stagionale. Le acciughe migrano e si riproducono in determinati periodi dell’anno, e i pescatori pianificano le loro attività in base a queste migrazioni. La stagione di pesca è spesso regolamentata per garantire la sostenibilità delle popolazioni di pesce. Vengono pescate solo in primavera, quando hanno il giusto equilibrio di carne e grasso, che le rende estremamente gustose.
  • Filtraggio e selezione: Dopo la cattura, le acciughe vengono rapidamente selezionate e separate da altri pesci. Questo è un passaggio cruciale per garantire che solo il pesce di alta qualità venga utilizzato per la produzione di conserve e altri prodotti.

La lavorazione è affidata alle sobadoras, le signore di Santoña che ancora oggi portano avanti la tradizione della sfilettatura artigianale delle alici. Pratica che consiste nell’eliminare ogni parte superflua del pesce, come spine, lisca e pelle, prima di essere confezionato.

Di seguito le fasi:

  • Pulizia: Una volta catturate, le acciughe vengono rapidamente pulite per garantire la freschezza. Vengono rimosse le teste e visceri, e il pesce viene sciacquato con acqua fredda.
  • Salatura: Dopo la pulizia, le acciughe vengono messe in strati alternati di sale in apposite contenitori. Questa fase è fondamentale, poiché il sale non solo conserva il pesce, ma ne intensifica anche il sapore. Rimangono in salamoia per un periodo che può variare da alcune settimane a diversi mesi, a seconda della varietà e delle preferenze del produttore.
  • Lavaggio e asciugatura: Una volta completata la salatura, le acciughe vengono rimosse dal sale e lavate per eliminarne l’eccesso. Vengono quindi strofinate con un pezzo di rete da pesca per portare via la pelle; con le forbici si tagliano la coda e le parti laterali superflue per avere filetti il più possibile omogenei. Successivamente, vengono asciugate con cura.
  • Confezionamento: Le acciughe possono essere confezionate in vari modi, a seconda della tradizione e delle specifiche del produttore. Spesso vengono conservate in olio d’oliva, ma conservate al naturale nelle latte sono il massimo.
  • Maturazione: Alcuni produttori lasciano le acciughe in maturazione per un ulteriore periodo di tempo, durante il quale i sapori si amalgamano e si sviluppano ulteriormente.

Arriviamo alla degustazione, la combinazione di freschezza, delicatezza e sapidità rende queste acciughe un prodotto gourmet, posso solo confermare che sono tra le migliori al mondo!

Le acciughe del Mar Cantabrico sono un ingrediente versatile, utilizzato in numerosi piatti tradizionali spagnoli e non solo. Possono essere servite su pane tostato, come parte di tapas, o utilizzate per insaporire salse e piatti a base di pesce.

Le proviamo su una fetta di pane tostato, senza aggiunta di altro, per valorizzarne la qualità, magari accompagnate da un bicchiere di Txakolì, vino locale che si abbina perfettamente.

Prosit!