A Battipaglia la vita rurale della Piana del Sele nella galleria di immagini del ristorante gourmet Cinque Foglie e nella nuova cantina

Oltre un anno di lavori incessanti per la famiglia Adinolfi, imprenditori salernitani attivi nel settore della quarta gamma e dell’hospitality di qualità. Il sogno di Giovanni, realizzare un qualcosa di unico nel territorio di Battipaglia, si è realizzato con la presentazione della galleria permanente di immagini storiche della Piana del Sele e della nuova cantina vini del gourmet Cinque Foglie, uno dei punti gastronomici in capo all’Hotel Commercio assieme al lounge Linfa e al ristorante Le Radici.

La nuova cantina vini

Un autentico tempio del vino, per tutti gli appassionati che desiderano condividere la gioia dell’apertura di una bottiglia di prestigio o per un brindisi da aperitivo prima di accomodarsi nell’elegante sala fine dining e continuare al tavolo con le portate di chef Roberto Allocca. Quasi 1500 referenze con alcune storiche verticali accompagnate dal racconto negli abbinamenti del direttore ed f & b manager Ivan Mendana Fernandez.

Il progetto Cinque Foglie

Dall’ingresso, attraverso una mostra permanente di scatti fotografici del territorio, all’experience dell’ala degustazione riservata ai clienti del Cinque Foglie, parte la narrazione del primo e unico ristorante gourmet a Battipaglia ad aver ricevuto la menzione speciale nell’ambita Guida Michelin.

Il progetto si arricchisce di ulteriori elementi, che prendono la forma di racconto multisensoriale destinato non soltanto alla sosta fine dining, ma anche alla conoscenza della cultura storica e della “fatica contadina” di coloro che hanno preservato le tradizioni agricole nella pianura salernitana del fiume Sele.

Il tabacco, settore che rappresenta gli inizi dell’attività familiare, ma anche pomodori, cotone, bufale, risaie e, ovviamente, insalate e prodotti ortofrutticoli, fonti inesauribile di primizie per le popolazioni residenti.

La famiglia Adinolfi

Giovanni Adinolfi e prima di lui il padre Giuseppe e il nonno Antonio sono coltivatori e commercianti nel settore ortofrutticolo sin dal secondo dopoguerra a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Dai 5 ettari iniziali, ricavati dalla cessione terreni a seguito della riforma fondiaria, si è giunti agli attuali 270 ettari di proprietà, che diventano oltre 500 comprendendo quelli dei conferitori dell’agro pianeggiante del Sele, tra Pontecagnano e Paestum.

Un vero e proprio impero agricolo con 320 dipendenti e 24 referenze prodotti, destinate alla grande distribuzione, al consumatore privato e al settore Ho.Re.Ca. tramite legami commerciali radicati in Italia e in tutta Europa.

Ma il sogno di Giovanni, della moglie e dei figli Francesca, Giuseppe ed Ida non poteva fermarsi all’amore per la rucola: dal ricordo degli studi d’infanzia e dalle esperienze giovanili maturate nella gestione di hotel e strutture di prestigio, decise di investire energie e risorse nel recupero dello storico Hotel Commercio a Battipaglia e nella ristorazione di altissima qualità con Le Radici prima e la sala gourmet Experience poi, divenuta Cinque Foglie, due versioni differenti della proposta gastronomica ai clienti dell’hotel e agli ospiti esterni.  

L’incontro con lo chef Roberto Allocca

Alla guida della cucina c’è Roberto Allocca, avellinese d’origine, dal percorso professionale intenso e prestigioso. Dalla scuola dei maestri Enrico Derflingher, Alfonso Iaccarino e Paolo Barrale, dalla conquista della stella Michelin come Executive Chef del Relais Blu alle esperienze al Marennà e all’Hotel Le Agavi, la sua cucina è fatta di rispetto, tecnica e poesia.

Ogni piatto è un racconto sussurrato, un invito alla scoperta lenta, un equilibrio tra emozione e misura. Una proposta elegante e concreta, che muta in funzione della stagionalità degli elementi, basata sulla forza della tradizione, sulle contaminazioni e sull’originalità fuori da schemi e vincoli.

I menù proposti trasformano virtualmente le immagini viste in galleria in contenuti reali di emozioni tutte da assaggiare. Due le degustazioni tra le incursioni mediterranee nel “Nostos” a mano libera – 8 soste ad € 110,00 e la visione pionieristica di eccellenti produttori di primizie di quarta gamma ne “L’Orto di Francesca” – 6 soste ad euro 90,00. Per chi desidera “contaminare” le varie tappe la possibilità di optare per la carta e comporre a propria scelta il percorso.

Sannio Top Wines: eccellenze e visione comune

Il Museo del Sannio ha ospitato una nuova edizione di Sannio Top Wines, l’appuntamento che celebra le cantine del territorio distintesi nelle guide italiane e nei concorsi nazionali e internazionali. Un evento che ha acceso i riflettori su 34 aziende simbolo della crescita qualitativa del comparto vitivinicolo sannita.

Promossa dal Sannio Consorzio Tutela Vini insieme alla Provincia di Benevento, Sannio Europa, alla Rete Museale provinciale e a Coldiretti Benevento, la manifestazione ha messo in evidenza un territorio che continua a consolidare la propria reputazione grazie a impegno, professionalità e costante ricerca della qualità.

Coesione e progettualità

Particolarmente sentito l’intervento del presidente del Consorzio, Carmine Coletta, visibilmente emozionato, che ha richiamato con forza il valore della coesione e del gioco di squadra come chiave per affrontare le sfide future. Un messaggio chiaro: solo lavorando insieme il Sannio potrà rafforzare ulteriormente la propria presenza sui mercati.

L’assessore regionale all’Agricoltura Maria Carmela Serluca ha invece indicato nella

progettualità la parola dordine, sottolineando la necessità di pianificare con visione strategica e di essere pronti a cogliere le opportunità, a livello nazionale e internazionale, per sostenere il vino campano.

Un percorso lungo sessant’anni

A margine dell’evento, l’intervento dell’onorevole Roberto Costanzo ha offerto una riflessione di ampio respiro storico. È stato ricordato come questa giornata rappresenti un passaggio fondamentale per il Sannio, frutto di oltre sessantanni di lavoro iniziati nel 1960, quando la DOC del Sannio fu la prima a essere riconosciuta.

Un percorso costruito nel tempo, fatto di investimenti, sacrifici e comunicazione, che oggi consente di raccogliere risultati concreti in termini di reputazione e riconoscimenti.

L’invito finale è stato quello di essere orgogliosi del cammino compiuto e di continuare a lavorare uniti, come Sannio e come Irpinia, per rafforzare la presenza del territorio nel panorama enologico nazionale e internazionale, con un incoraggiamento sentito rivolto a tutte le cantine protagoniste di questa crescita.

Antonio Tancredi di Diametro 3.0 protagonista dell’Altograno Experience targata Molino Casillo

Spicchi d’autore con Molino Casillo

Una serata all’insegna dell’eccellenza, della ricerca e della visione contemporanea della pizza: è quella che vedrà protagonista Antonio Tancredi, founder e pizza chef di Diametro 3.0 a Casoria e l’azienda molitoria Molino Casillo. Mercoledì 4 marzo alle ore 20.00 Tancredi porterà alla scoperta del nuovo sfarinato rivoluzionario con Altograno®, l’innovativa farina da grano 100% italiano, macinato secondo un processo brevettato che preserva le parti più nobili del chicco. La serata experience prevede un menu degustazione al costo di 30 euro, un viaggio gastronomico capace di coniugare tecnica, leggerezza e profondità aromatica.

Le creazioni del re della Scrunchy, studiate per esaltare le caratteristiche strutturali e nutrizionali della farina, saranno: Marinara gialla con crema di datterino giallo aglio origano di montagna e olio evo; Puttanesca di baccalà con fior di latte, salsa alla puttanesca, terra di olive nere Caiazzane, baccalà affumicato e all’uscita emulsione di prezzemolo. Ed ancora Dolce incontro con fior di latte, funghi cardoncelli, nocciole tostate, speck del Tirolo e miele di acacie e per concludere Norvegese con rucola selvatica, salmone affumicato, stracciata di vaccino e zeste di limone. «Serate come questa dimostrano quanto sia fondamentale il dialogo tra pizzaioli e aziende. Solo attraverso il confronto e la sperimentazione possiamo far evolvere il nostro settore, mantenendo sempre altissima la qualità» dichiara Antonio Tancredi.

L’Altograno Experience si conferma così un appuntamento di riferimento per i professionisti dell’arte bianca, un laboratorio di idee e sapori in cui tecnica, sostenibilità e cultura del grano si incontrano per tracciare nuove prospettive nel mondo della pizza contemporanea.

Per Antonio Tancredi e Diametro 3.0, la partecipazione all’evento rappresenta un ulteriore tassello in un percorso di crescita che mette al centro studio, passione e valorizzazione delle eccellenze italiane.

Per Info e prenotazioni

Diametro 3.0 Traversa Via Michelangelo 9/11 – Casoria (Na)

4 Marzo ore 20.00

 081 014 3001

347 234234

https://prenotadiametro30.guestplan.it/

La cucina stellata di Luigi Tramontano di O me o il mare a Gragnano incontra l’arte di Gabriele Leonardi

O Me O Il Mare suona come un ultimatum… ed in effetti lo è. Era quello che cinquant’anni fa la madre di Luigi Tramontano fece al marito Antonio intimandogli di scegliere tra una tranquilla vita familiare o quella disagiata e imprevedibile, come chef di bordo su navi da crociera. Antonio scelse la prima e con essa portò a terra la passione per la cucina trasmessa a Luigi, che oggi si esprime ad altissimi livelli da O Me O Il Mare: aperto infatti nell’aprile 2024, il successivo ottobre conquistava già la stella Michelin. 20Italie era già stato in questo luogo magico: Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: O Me o il Mare Restaurant.

Affianco a Luigi in un percorso iniziato nel 2004 da Don Alfonso a Massa Lubrense e passato attraverso l’Excelsior Vittoria di Sorrento e Le Agavi di Positano, la moglie Nicoletta Gargiulo, insignita del titolo di Miglior Sommelier 2026 da L’Espresso, già miglior sommelier d’Italia AIS nel 2007, unica donna nell’albo d’oro dell’Associazione Italiana Sommelier, insieme a Lucia Pintore (1987) e a Ilaria Lorini, attualmente in carica.

La filosofia creativa di O Me O Il Mare  s’incentra sul mare ed è la stessa che ispira il pittore livornese Gabriele Leonardi nelle sue opere. Da questo comune denominatore, è nata  un’originale cena a quattro mani, quelle di Leonardi e di Tramontano: un connubio tra arte e cucina, “perché la cucina è un’arte: le cromie e la combinazione degli ingredienti in un piatto rappresentano un’opera a tutti gli effetti”, ha commentato Leonardi.

Ispirato alla pittura in chiave fiabesca di Antonio Possente, di cui è stato allievo, Gabriele Leonardi si definisce un pittore del mare. Il mare infatti costituisce il soggetto principale delle sue opere in due filoni artistici: quello degli abissi e quello dei ricordi, rappresentati attraverso un tratto ironico e leggero.

La sardina, uno dei temi più cari a Leonardi, incontra e incarna alcuni dei momenti più preziosi dell’infanzia dell’artista: in Rubber Ducky Day vola su un mare in tempesta attraversato dalla paperella di gomma gialla che caratterizza il bagnetto dei bimbi; in Cinque Stelle Cadenti nuota in un cielo blu stellato nel ricordo di una notte estiva oppure, ne La Big Bubble, su uno sfondo rosa shocking, gonfiando un palloncino della mitica gomma da masticare.

E non è forse il tema della memoria ricorrente e preponderante anche in cucina?

Così la prima proposta di Luigi Tramontano porta nel piatto il ricordo, oltre al soggetto più caro a Gabriele Leonardi. Le mie alici arreganate sono l’interpretazione di un piatto povero della tradizione, un piatto delle nonne, costituito da pochi ingredienti dove a spiccare, oltre al pesce azzurro e al prezzemolo, è l’origano (da qui l’aggettivo arreganato). La rivisitazione dello chef non perde di vista la semplicità degli ingredienti ma veste di eleganza le alici con una farcia di pesce, alghe e limone, zabaglione ai capperi, pane croccante aromatizzato all’origano e salsa verde.

La mischia francesca riporta di nuovo a tavola la tradizione, quella povera della pasta mista, ottenuta da spezzoni di pasta avanzati di formati diversi, spesso utilizzata nelle zuppe. In quella di Luigi Tramontano, l’ingrediente principale è il polpo, soggetto favorito nel filone abissi di Leonardi. Fondo di brodo di polpo, ragù di polpo, crema e spuma di patate e dragoncello determinano un connubio perfetto tra tendenza dolce e sapidità marina e abbracciano la mischia francesca in un’elegante tazza da tè di fine porcellana bianca.

L’abbinamento vino fatto da Nicoletta Gargiulo porta in tavola Quintaluna 2021 verdejo in purezza della cantina Ossian, in Castiglia e Leon. Un sorso che racchiude il respiro del mare – grazie ai sentori agrumati e iodati – caratterizzato da texture elegante, per la sosta prolungata sulle proprie fecce.

Il primo piatto, lo spaghettone di Gragnano con alici, finocchi e carpaccio di pesce azzurro è uno dei piatti firma di Luigi Tramontano, che meglio rappresentano il suo percorso evolutivo.

Finocchio e finocchietto determinano una sottile trama aromatica che incornicia sapore e sapidità marina portati da tartare, carpaccio di tonno e sferette di colatura di alici. Ne risulta un boccone ricco e strutturato che si completa nell’abbinamento al Fiano di Avellino DOCG Riserva 2019 I Favati, compagno anche del piatto successivo.

Spazio alla creatività e all’innovazione nella portata che segue, assaggiata in anteprima: una crepe di seppia, ripiena di zucca e mandarino, servita con una maionese d’ostrica. Le pennellate di colore nel piatto si riconducono direttamente a una delle opere di Gabriele Leonardi: la Sardina in Blu è infatti la rappresentazione di un caleidoscopio e della sua ricchezza di forme e colori. Il piatto si ricollega alla rappresentazione non solo per la composizione cromatica ma anche per la complessità degli aromi: la dolcezza agrumata del mandarino è un’onda che degrada nella tendenza dolce della zucca e avvolge la nota salina dalla maionese all’ostrica.

Il pre-dolce granita e gin mare, rinfresca e introduce al dessert vero e proprio. Qui Luigi Tramontano ha usato il piatto come una tela dipingendo la propria visione del mare.

In Riva al mare ricorda un atollo o un tratto di spiaggia, disegnato con una mousse di mandorle e mandarini, dove la sabbia è rappresentata dalla crema al caramello e crumble al cacao, i ciottoli da piccole mandorle caramellate, le alghe da pan brioche al pistacchio e il mare da un infuso di blu curaçao.

Una suggestiva chiusura che con un elegante punto di ricamo conclude la trama dell’intera serata, in cui lo chef Tramontano ha sorpreso la platea dei suoi ospiti anche grazie a preziosi dettagli: dal tris di amuse-buche di crescente intensità gustativa, ai grissini con alghe di mare per finire con le piccole rose di pane ripiene di broccoli.

Alcune delle opere d’arte di Gabriele Leonardi rimarranno esposte all’interno di O Me O Il Mare per alcuni mesi, esperienza già sperimentata dall’autore in altri ristoranti rinomati come il Pascucci al Porticciolo a Roma o La Capinera a Taormina.  Il ristorante diventa dunque una galleria d’arte sui generis oltre che il luogo di elezione del pittore livornese per esporre le proprie opere: ammirare un quadro durante un momento conviviale e di relax è una vetrina privilegiata, che mette in contatto direttamente l’appassionato con l’artista, senza passare dalle più canoniche gallerie d’arte.

O Me O Il Mare

Via Roma, 45

80054 Gragnano (NA)

Gabriele Leonardi Art Gallery

57016 Castiglioncello (LI)

Presentata a Roma la GuidaBio 2026 dei vini italiani

Roma ha ospitato il 24 gennaio 2026, all’Hotel Villa Pamphili, la Guida Bio dei Vini Italiani prodotti da cantine a certificazione biologica.

La premiazione di cantine bio di tutt’Italia per regione e tipologia ha offerto l’opportunità di confronto tra i maggiori stakeholder del comparto delle produzioni biologiche nel nostro paese.  

Il progetto di Antonio Stanzione, con la partnership dell’editore catanzarese Rubbettino, nasce dalla sua ispirazione all’innovazione nel rapporto tra consumatori, produttori e dall’intento di valorizzare le scelte green ed ecosostenibili del mondo enologico e di altri comparti della produzione agricola.

Difficoltà e responsabilità sono i binari su cui avviene questo percorso nel nostro paese, seguendo una coscienza collettiva sempre più improntata alla sostenibilità ambientale e dei processi di produzione dei cibi e delle bevande. La tutela del consumatore, sempre più attento alla provenienza delle materie prime, alla certificazione dell’origine e alla qualità dei procedimenti di trasformazione, richiede perciò scelte virtuose, etica, lungimiranza, rispetto e qualità.

Guida Bio è un prodotto editoriale innovativo che ha già una buona e consolidata esperienza nel raccogliere e raccontare i prodotti e le esperienze di produttori che ormai non sono più precursori ma attori protagonisti nel mainstream del cambiamento dei processi relativi agli alimenti.

Si sviluppa sulle recensioni di prodotti e aziende che hanno deciso di abbracciare tale condotta agricola attraverso l’adesione a rigidi disciplinari di certificazione.  Il percorso ha visto negli anni il coinvolgimento, necessario ancorché sollecitato, di istituzioni e organismi intermedi di categoria, creando un movimento culturale e produttivo che abbraccia ormai più di 25.000 produttori, dei quali secondo SINAB  circa 2.139 sono produttori vitivinicoli, con una media produttiva in aumento.

L’Italia è infatti leader europea nella viticoltura biologica con una superficie di oltre 135.000 ettari (al 2022), che rappresentano una quota del 17% del totale delle superfici vitate nel paese. La Sicilia vanta la maggiore superficie biologica (28% del totale nazionale), mentre la Toscana è prima per numero di cantine, seguita da Veneto e Puglia.

La produzione di vino biologico (da non confondere assolutamente con il cd. “Vino naturale” che è altro oggetto e risponde a una diversissima tendenza) ha registrato una forte crescita (+24% in un anno), superando i 2,8 milioni di ettolitri nella campagna 2021-2022, ma vedendo una leggera flessione dal 2023 ad oggi percepibile come fase di assestamento dopo anni di crescita rampante, e non come elemento di break strutturale.

È importante sapere che fino a circa 100 anni fa la densità d’impianto di vigne e olivi entro il comune agricolo di Roma era di gran lunga la maggiore del continente. Oggi l’amministrazione capitolina investe creando diversi progetti per il recupero e l’espansione dell’agricoltura – in particolare nel  Municipio IX e in specie se improntata al sociale con rigenerazione urbana dei territori. Ne è un esempio il progetto europeo IterVitis per ricostruire storicamente i vitigni originari, che a Roma vede il vigneto storico di San Sisto presso le Terme di Caracalla recuperare i 7 vitigni storici a ripristino dell’ampelografia dell’area.

Essenziale é infatti la scelta biologica integrale, spinta anche delle associazioni pro-biologico presenti nella Guida Bio, tra cui FederBio e SlowFood, coinvolte in alcuni progetti e segno dell’impegno e dell’intesa tra istituzioni locali e organizzazioni.

Il Lazio vede oggi una grande rinascita tecnica enologica, destinata a recuperarne la reputazione, nel quadro di una Italia sempre più a condizione climatica ideale per agricoltura biologica rispetto alla Francia e alla Spagna che persistono nella coltivazione intensiva.

Non mancano le criticità di periodo e di percorso, discusse da un panel davvero rappresentativo: Diana Lenzi (Coldiretti) affronta il problema degli incentivi discontinui, incerti, da parte della Politica Agricola Comunitaria dell’Unione Europea a beneficio delle  amministrazioni regionali e locali.

Nonostante L’Italia sia il primo paese per estensione della viticoltura biologica, e nonostante il settore agricoltura sia normato a ogni livello, gli elaboratori delle norme centrali, giù fino agli stati membri e alle regioni e ai comuni interessati, sono sempre  autori di provvedimenti chiaramente non competenti dei dettagli della materia da normare, sottovalutando le esperienze tecniche e amministrative dai professionisti sui territori.

La Coldiretti rinnova ogni anno il proprio compito di fornire ai legislatori i contenuti e gli aggiornamenti idonei alla necessità di conoscenza e competenza specifica.

Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio e produttrice toscana, indica alcune strategie per lo sviluppo del comparto agricolo biologico. È certamente ottimo avere una specifica guida per l’unicità dell’agricoltura biologica e per il valore che essa conferisce al territorio. Il comparto cresce dal 2012 grazie a un solido regolamento per il vino biologico, adotta la euro-foglia come simbolo distintivo delle produzioni bio, consapevole ormai che l’agricoltura biologica sia sempre cresciuta fino al  2022 con il 20% circa del territorio. Tuttavia, dal 2023 le aree ad agricoltura bio hanno perso il 2-3% ed è un calo dovuto an incomplete conversioni bio soltanto dei mezzi tecnici: ciò implica una strategia di sostegno all’ammodernamento tecnologico dei processi bio.

Ciò vuol dire anche una strategica cura del suolo, l’indirizzarsi alla specificità del vitigno, l’uso estensivo di difese naturali e le attività di bio-controllo.

Sono percorsi contrapposti alle scelte dei grandi gruppi industriali, orientati a riduzioni massive dei costi di produzione e purtroppo considerati privilegiati dal governo italiano attuale per destinazione di misure di sostegno – caso unico in Europa.

Una innovazione strategica guarda a  formazione e supporto tecnico, a investimento in sistemi non brevettabili perché diffusi, facilmente replicabili e non originali (anzi spesso vengono dalla storia agricola) ma certamente efficaci per la agricoltura bio. 

È necessario spingere per un’ulteriore semplificazione burocratica. Infine, è strategica la presa di coscienza di noi produttori bio della necessità di adottare una comunicazione intensiva ai cittadini, affinché sappiano che biologico vuol dire beni collettivi e interesse sociale, dalla salute all’ambiente. Basta guardare il caso di studio di Deloitte, incaricata dal governo olandese di produrre un’analisi comparativa tra biologico e non dell’agricoltura in Olanda: il risultato è stato il dato di risparmio di costi generali, che con l’introduzione dei processi bio ha visto risparmiare  2mld€ al comparto agricolo e la riduzione di 7mld€ di costi sociali.

Proprio nella comunicazione emergono elementi utili in prospettiva. Wine Tales Magazine, partner comunicazione della Guida Bio 2026, è presente con Ivan Vellucci, che riprende il punto degli investimenti in comunicazione: scarsi, evidente irrilevanza e ininfluenza, quasi sempre diretti a persone già coinvolte. Le etichette bio prodotte, se disposte in linea continua, arrivano forse a 400 metri di lunghezza contro circa 40 km in lunghezza coperti dalle etichette tradizionali. Le persone, alla fine, scelgono su quanto vengono a sapere: raccontare in maniera semplice e lineare i vini bio serve a educare i consumatori e la loro comprensione ed evoluzione identitaria di consumatori selettivi.

Investire in comunicazione(soldi ma soprattutto tempo) vuol dire oggi coinvolgere personalità che non banalizzino il messaggio su se stessi, dato tipico di influencer e di tecnici esclusivi. I produttori devono giungere a una comunicazione densa della loro storia, delle scelte e dei risultati biologicamente eccellenti. La bellezza di questi racconti contagerà le scelte dei consumatori come dei legislatori come degli altri produttori. 

Alessandro Elia, direttore generale di Suolo e Salute, organismo di controllo per l’agricoltura biologica in Italia, pone l’accento sul ruolo mitigatore degli effetti di cambiamento climatico dell’agricoltura bio. 

Gli studi scientifici nel mondo e su  diversi suoli confermano il trattenimento di carbonio operato da agricoltura bio fino a +26% rispetto all’agricoltura integrata, in barba ai sostenitori dell’inutilità dela conversione al biologico. Senza fertilizzanti e presidi di difesa sintetici, senza arricchimenti non organici, con trattamenti che in genere arrivano a 24-26 operazioni all’anno, il terreno invece risponde con tutte le proprie potenzialità di difesa e sviluppo.

La criticità qui é di nuovo l’informazione e l’educazione del consumatore che non conosce i danni alla salute (Reg.UE n.3012 del novembre 2024, su carbon farming e crediti carbonio). Realizzare finalmente il registro dei crediti carbonio UE, con crediti misurati per ettaro, sarebbe arrivare dentro  mercato globale dei crediti già attivo, con benefici e risultati subito tangibili. 

Antonio Stanzione, padre della Guida Bio, spiega che vino biologico non vuol dire vino“naturale” con odori non buoni, ma un vino a costi maggiori per l’investimento in tecniche e processi biologici. L’incapacità dei consorzi di riconoscere le aziende bio dalle tradizionali nella loro peculiare specificità è un problema deontologico: se solo 3 su 100 consorzi recepiscono le informazioni fornite dall’anagrafe bio, allora è doverosa la responsabilizzazione tramite la promozione attuata dai produttori bio verso i loro consorzi di appartenenza. Più coesione di comparto biologico, più determinazione a creare associazioni di scopo e con obiettivi di rappresentanza unitaria che superino la frammentazione.

La conclusione è affidata a Vincenzo Mercurio, noto enologo e studioso di rigenerazione dei terreni e dei vigneti. Da enologo, compara le operazioni di protezione della vigna, che proteggono investimenti oltre che prodotti, tra gli impieghi di solo rame e zolfo, le sole poche molecole fini al qualche anno fa disponibili, e le risorse attuali più numerose e naturali perché prese dall’osservazione della natura con le sue soluzioni.

I sistemi di difesa della natura sono spesso importanti e invece, con ignoranza, sottovalutati, spingendo alcuni a sostenere che l’agricoltura biologica sia in realtà una chimera impossibile. Mentre spesso la natura ha offerto soluzioni di difesa dell’uomo alla farmacopea per la salute umana.

Oggi la punta del comparto sono 550 aziende e 2500 vini totalmente, integralmente biologico. Un suolo per sua natura non inerte, se non subisce concimazioni chimiche dannose alla microbiologia, sa creare resistenza naturale. La vite ne è l’esempio per eccellenza: bio non è più “moda” ma “sistemi” assurti a struttura ed architettura della “Biodiversità”. E ciò ha portato a una nuova generazione contemporanea di vini fortemente identitari. 

La prospettiva è chiara, quindi: fare vini sempre più territoriali, con millenni di storia e numero di vitigni autoctoni che lavorano a nostro favore. Raccontare bene il proprio territorio e programmarlo biologicamente sono assieme il passaporto per il futuro ben oltre la scelta bio, lontani da ripetizioni o imitazioni. 

La diversità delle produzioni vede e vedrà l’equivalenza della biodiversità in cantina.

Per consultazione:

https://sinab.it/wp-content/uploads/2024/10/Scheda-di-settore-del-vino-biologico.pdf

Roma celebra il Sud: Beviamoci Sud tra analisi, identità e nuove prospettive

Ci sono eventi che raccontano il vino. E poi ci sono eventi che raccontano un’idea di vino. Beviamoci Sud, andato in scena il 31 gennaio e 1° febbraio nelle sale eleganti del The Westin Excelsior di Via Veneto, appartiene decisamente alla seconda categoria.

Entrando nelle sale affrescate dell’hotel romano si aveva subito la sensazione che non si trattasse soltanto di una grande degustazione dedicata al centro-sud, ma di un progetto culturale costruito con visione e metodo. Il Sud, qui, non era una semplice area geografica: era un’identità plurale, un mosaico di territori, vitigni, storie familiari e nuove energie.

Il merito di questa regia precisa e appassionata va riconosciuto ad Andrea Petrini e Marco Cum, anima dell’agenzia Riserva Grande, che negli anni ha dimostrato una capacità rara: trasformare un evento in un racconto coerente. Nulla è lasciato al caso. Dalla selezione delle cantine alla scansione delle masterclass, fino all’equilibrio tra banchi d’assaggio e momenti di approfondimento, tutto risponde a una visione chiara: dare al Sud il palcoscenico che merita, senza folklore, ma con rigore e competenza.

Riserva Grande, sotto la guida di Marco Cum, conferma ancora una volta la propria vocazione a fare sistema. L’organizzazione è fluida, l’accoglienza professionale, la comunicazione puntuale. Ma soprattutto si percepisce una cura quasi sartoriale nel costruire relazioni tra produttori, stampa e operatori. Beviamoci Sud non è una fiera dispersiva: è un luogo di incontro vero, dove il dialogo è incoraggiato e la narrazione è parte integrante dell’esperienza.

Accanto alla struttura organizzativa, uno degli elementi più qualificanti di questa edizione è stato il ricco calendario di masterclass, che hanno dato profondità culturale alla manifestazione. Qui emerge con forza il contributo di Luciano Pignataro, relatore d’eccezione capace di coniugare competenza tecnica e capacità divulgativa.

Le sue sessioni dedicate ai vitigni del Meridione, dall’Etna al Primitivo di Manduria, fino ai territori emergenti come la Calabria della futura DOC Costa degli Dei, non si sono limitate a una degustazione guidata. Sono diventate veri percorsi interpretativi. Luciano Pignataro ha saputo contestualizzare ogni calice, legando il dato organolettico alla storia del territorio, alle dinamiche agronomiche, alle scelte stilistiche dei produttori. Ne è scaturito un dialogo vivo, partecipato, in cui il pubblico composto da appassionati e professionisti, ha potuto approfondire temi cruciali: identità varietale, evoluzione dei disciplinari, sfide climatiche, nuove letture dei vitigni autoctoni.

In un panorama spesso dominato dalla velocità dell’assaggio seriale, queste masterclass hanno rappresentato una pausa di riflessione. Hanno restituito al vino la sua dimensione culturale, ribadendo che conoscere un vitigno significa comprenderne l’ambiente, le mani che lo coltivano, la visione che lo interpreta.

E poi c’erano i banchi d’assaggio, oltre ottanta vignaioli a rappresentare Campania, Puglia, Calabria, Sicilia, Basilicata e Lazio. Un Sud sfaccettato, lontano dagli stereotipi, capace di esprimere finezza, verticalità, eleganza oltre alla consueta potenza solare. Dai bianchi vulcanici ai rossi mediterranei, passando per interpretazioni di Magliocco e Zibibbo che guardano al futuro con identità rinnovata, la sensazione condivisa era quella di una maturità ormai compiuta.

Beviamoci Sud si conferma così molto più di un evento tematico: è un osservatorio privilegiato sull’evoluzione enologica del Mezzogiorno. E se questo accade è grazie a una squadra che lavora con visione strategica e passione autentica. Andrea Petrini e Marco Cum, con l’agenzia Riserva Grande, hanno costruito una piattaforma credibile e solida. Luciano Pignataro, con le sue masterclass, ha dato profondità e spessore al racconto.

Il risultato è un appuntamento che non celebra soltanto il vino del Sud, ma ne rafforza l’autorevolezza. In una cornice iconica come quella del Westin Excelsior, il Mezzogiorno vitivinicolo ha parlato con voce chiara, consapevole, contemporanea.

In particolare, mi preme fare un approfondimento sulla Masterclass Costa degli Dei.

La futura DOC Costa degli Dei nasce con l’obiettivo di dare identità e riconoscibilità al patrimonio vitivinicolo della provincia di Vibo Valentia, lungo uno dei tratti più suggestivi del Tirreno calabrese. Promossa dal Gal Terre Vibonesi e dall’Associazione Viticoltori Vibonesi, la denominazione punta a valorizzare un areale che si estende tra colline e mare, coinvolgendo sedici comuni della costa. Al centro del progetto due vitigni simbolo del territorio: il Magliocco Canino, anima dei rossi e dei rosati, e lo Zibibbo, interprete di bianchi aromatici di forte impronta mediterranea. Ancora in attesa del riconoscimento ministeriale, la DOC si propone come strumento di crescita qualitativa, promozione enoturistica e rilancio economico, con l’ambizione di trasformare la Costa degli Dei in un nuovo riferimento dell’enologia calabrese.

Accanto alla struttura organizzativa, uno degli elementi più qualificanti di questa edizione è stato il ricco calendario di masterclass, che hanno dato profondità culturale alla manifestazione. Tra queste, particolarmente significativa la degustazione guidata da Luciano Pignataro, Vincenzo Alvaro e Vitaliano Papillo, un focus serrato sui vini calabresi che ha messo in luce identità, potenzialità e anche qualche limite interpretativo.

Si è iniziato con il Cantina Masicei Rafè Pas Dosè Metodo Classico, 30 mesi sui lieviti, una produzione minuscola, tra le 600 e le 800 bottiglie l’anno, che racconta un artigianato autentico. Nel calice un rosa salmone brillante, al naso fiori e agrumi intensi; in bocca freschezza e sapidità, con rimandi al pompelmo rosa e all’arancia rossa, chiusura appena amaricante. Una bollicina identitaria, lontana da mode omologanti.

Il passaggio allo Zibibbo ha mostrato la versatilità del vitigno. Il Castelmonardo Calabria Zibibbo IGT 2024 si è presentato con un naso dolce e suadente, tra fiori e macchia mediterranea; in bocca, invece, austero e secco, con richiami a frutta gialla, litchi e agrumi. Un vino complesso, giocato sull’equilibrio tra aromaticità e tensione.

Di grande impatto il Benvenuto Calabria Zibibbo IGT 2024, premiato tra i primi dieci vini bianchi d’Italia. Ampio e articolato, con una componente morbida sostenuta da una freschezza elegante, ha offerto note dolci di fiori e frutti, dimostrando come lo Zibibbo possa ambire a traguardi di assoluto rilievo nazionale.

Più controverso il Centodì Origine & Identità Zibibbo Macerato 2024: al naso sensazioni di senape, cappero, acciughe. Un profilo spinto, che nella valutazione complessiva è risultato meno convincente, ma che testimonia la volontà di sperimentare e di esplorare linguaggi alternativi.

Il Magliocco Canino ha poi mostrato la propria duttilità. Il Cantine Laquaniti Tra.monti Rosato 2024 si è distinto per freschezza, tono e fragranza fruttata, mentre il Casa Comerci Libìci 2022 ha sorpreso per finezza ed eleganza: note vegetali di cardo, cappero e macchia mediterranea, in una versione raffinata e non scontata del vitigno.

Chiusura in dolcezza con il Cantine Artese Aurum Deum, Calabria IGT Zibibbo Passito 2023. Vendemmia tardiva con grappoli lasciati appesi, vinificazione a gennaio, imbottigliamento a giugno, produzione tra le 700 e le 1000 bottiglie l’anno. Nel bicchiere frutta candita e mandorle dolci, in un equilibrio che racconta pazienza e cura.

Questa masterclass ha rappresentato uno dei momenti più alti della manifestazione: un confronto serio, analitico, guidato da voci autorevoli capaci di mettere in prospettiva ogni assaggio. È qui che Beviamoci Sud dimostra la propria maturità: non solo celebrazione, ma analisi critica e approfondimento.

L’insieme delle degustazioni e degli incontri ha restituito l’immagine di un Sud consapevole, che non teme il paragone e che, anzi, rivendica la propria complessità. E se tutto questo è stato possibile, è grazie alla visione organizzativa di Andrea Petrini e Marco Cum con Riserva Grande, capaci di costruire una piattaforma credibile e solida, e alla qualità dei relatori che hanno dato spessore culturale all’evento.

Ai banchi d’assaggio si respirava un’energia viva, quasi febbrile, ma mai caotica. Il flusso continuo di appassionati, operatori e colleghi raccontava la fame di conoscenza verso un Sud che non si accontenta più di essere evocato, ma chiede di essere compreso calice alla mano. È qui, tra un assaggio e uno scambio di impressioni, che l’identità dell’evento ha trovato la sua espressione più spontanea.

Con il collega Adriano Romano mi sono soffermato a lungo al banco della cantina siciliana Iuppa, in Contrada Salice, sulle pendici dell’Etna. I loro vini restituiscono con precisione la voce del vulcano: il LINDO Etna Bianco Superiore 2022 si distingue per tensione e verticalità, con una trama sapida che richiama la pietra lavica e gli agrumi maturi; l’ATA Etna Rosato 2024 coniuga fragranza e slancio, giocando su note di piccoli frutti rossi e una chiusura salina; il CLO Etna Rosso 2022 esprime finezza e dinamismo, mentre il Pinin Nerello Mascalese IGT 2021, proveniente da vigne antiche a piede franco, offre profondità e complessità, con un sorso che alterna eleganza e vibrazione minerale. Vini che non gridano, ma raccontano con autenticità la stratificazione del loro terroir.

Di tutt’altra matrice, ma ugualmente identitaria, la presenza de Le Cantine del Notaio, presidio lucano che continua a rappresentare con autorevolezza l’Aglianico del Vulture. Il Rogito 2024 mostra energia e immediatezza, Il Repertorio 2022 conferma equilibrio e coerenza stilistica, mentre La Firma 2018 e Il Sigillo 2017 esplorano registri più profondi e strutturati, in cui il tempo diventa ingrediente essenziale. Una gamma che ribadisce quanto il Vulture sappia coniugare potenza e finezza.

Interessante anche l’incontro con Mourad Ouada, enologo cosmopolita dalle radici algerine, francesi e italiane, capace di trasferire nei progetti che segue una visione ampia e stratificata. Nei vini di Tenute Oskiros, in Gallura, si percepisce questa sensibilità: il Vermentino gioca su freschezza e precisione aromatica, mentre il Cannonau esprime un profilo mediterraneo elegante, mai sovraccarico, in cui il frutto dialoga con la macchia e la brezza marina.

A sorpresa, ma con idee chiare, la giovane realtà Mugilla, alle porte di Roma, che sta costruendo un percorso interessante nella valorizzazione del Lazio vitivinicolo, proponendo etichette capaci di coniugare territorialità e slancio contemporaneo.

E poi l’eccellenza campana di Antonio Molettieri, premiato per il miglior Taurasi DOCG “D’Oreste”: un riconoscimento che suggella un lavoro rigoroso sull’Aglianico irpino, vino di struttura e profondità, ma anche di precisione espressiva.

Questi incontri, così diversi per provenienza e stile, hanno restituito l’immagine di un Sud plurale, maturo, consapevole delle proprie radici e deciso a raccontarsi con linguaggi sempre più raffinati. Ai banchi di Beviamoci Sud non si è assistito soltanto a una successione di assaggi, ma a un dialogo continuo tra territori, interpreti e visioni. Ed è proprio in questa coralità, viva e articolata, che il Mezzogiorno enologico ha mostrato la sua forza più autentica.

Chianti Classico Collection 2026 – i risultati del panel di assaggi della tipologia Riserva 2023 e 2022 e della Gran Selezione 2022

Ultimo giorno di assaggi per l’Anteprima Chianti Classico Collection. È il momento dei risultati del panel organizzato con gli autori di 20Italie Adriano Guerri, Alberto Chiarenza e Ombretta Ferretto. I campioni della Riserva e della Gran Selezione sono stati rigorosamente degustati alla cieca e menzionati in ordine alfabetico.

Ecco i migliori assaggi:

Migliori Chianti Classico Riserva 2023

Casale dello Sparviero

Castello di Albola

Mons Driadalis

Mori Concetta – Morino

Villa a Sesta

Villa S. Andrea

Migliori Chianti Classico Riserva 2022

Caparsa – Caparsino

Casa Emma – Vignalparco

Castello di Monsanto

Istine – Levigne

Ottomani

Ruffino – Ducale

Vigneti La Selvanella/Melini – Vigneti La Selvanella

Migliori Chianti Classico Gran Selezione 2022

Castello di Ama – San Lorenzo

Castello di Fonterutoli – Badiola

Castello di Meleto

Colombaio di Cencio – Montelodoli

Conti Capponi – Vigna Contessa Luisa

Fontodi – Pastrolo

Le Filigare – San Lorenzo

Querceto di Castellina – Sei

San Felice Toscana A.D. 714 – La Pieve

Tolaini – Vigna Montebello Sette

Chianti Classico Collection 2026 – i risultati del panel di assaggi della tipologia “annata” 2024 e 2023 e della Gran Selezione 2023

L’attesa è sempre grande per l’Anteprima delle nuove annate scelte per Chianti Classico Collection. L’anno scorso erano stati evidenziati i seguenti risultati confortanti nel segno della qualità con l’articolo Anteprime di Toscana: Chianti Classico Collection – le nostre impressioni sulla tipologia “annata” 2023 e 2022. Anche quest’anno 20Italie è presente con gli autori Adriano Guerri, Alberto Chiarenza e Ombretta Ferretto per valutare i migliori assaggi effettuati alla cieca senza conoscere il produttore di riferimento.

Ecco l’elenco completo dei campioni che hanno ricevuto una media voti superiore ai 90 centesimi, in ordine alfabetico:

Migliori Chianti Classico Docg 2024

Bonacchi

Carpineto

Casa Emma

Castello di Gabbiano

Castello di Tornano – “Tornus” (campione da botte)

Castello di Vicchiomaggio – “Guado Alto”

Fattoria San Giusto a Rentennano (campione da botte)

Guidi 1929 – “Guidi”

Maurizio Brogioni Winery

Poggerino

Ricasoli – Brolio

Riecine

Rocca delle Macie

Rodano di Pozzesi e Figlie – Rodano

San Leonino – “Al Limite”

Tolaini

Tregole

Villa a Sesta – “Il Palei”

Viticcio

Migliori Chianti Classico Docg 2023

Belvedere di San Leonino – “Barocco”

Bindi Sergardi – “La Ghirlanda”

Cantalici – “Baruffo”

Cantina Poggio Borgoni – “Curva del Vescovo”

Castello di Verrazzano

Colombaio di Cencio – Monticello

Le Miccine

Montefioralle

Nittardi – “Belcanto”

Podere Campriano

Tenuta di Nozzole – “Nozzole”

Terreno – “Le tre vigne”

Val delle Corti

Vallone di Cecione

Migliori Gran Selezione Docg 2023

Castello di Querceto – “La Corte”

Il Molino di Grace – “Il Margone”

Il Poggiolino – “Le Balze”

Poggio al Sole – “Casasilia”

Anteprime di Toscana 2026 – Anteprima Vino Nobile di Montepulciano: il panel di assaggi della tipologia Pieve con la testata amica Vinodabere

Eccoci alla seconda occasione ufficiale di assaggio della tipologia “Pieve” durante le Anteprime di Toscana 2026. Il panel misto formato da Maurizio Valeriani (direttore di Vinodabere) e Alberto Chiarenza autore di 20Italie, ha appena terminato gli assaggi alla cieca dei 28 campioni (15 della 2022 e 13 della 2021) di 10 su 12 Pievi (non presenti Badia e Ascianello), di cui 9 campioni ancora in affinamento in bottiglia.

Di seguito i migliori assaggi del suddetto panel in ordine di preferenza

Migliori Assaggi Vino Nobile Montepulciano Pievi

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Valardegna 2021 – Il Molinaccio

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Cervognano 2021 – Fattoria Svetoni

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Caggiole 2021 – Poliziano

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Sant’Albino Poggio S.Enrico Grande 2021 – Carpineto

Vino Nobile di Montepulciano (campione in affinamento in bottiglia) Pieve Sant’Albino Poggio S.Enrico Grande 2022     – Carpineto

Vino Nobile di Montepulciano (campione in affinamento in bottiglia) Pieve Cervognano Viacroce 2022 – Marchesi Frescobaldi Tenuta Calimaia

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Cerliana 2021 – Tenuta Valdipiatta

Vino Nobile di Montepulciano (campione in affinamento in bottiglia) Pieve Cervognano Costa Grande 2022 – Boscarelli

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Cervognano 2022 – Le Bèrne

Vino Nobile di Montepulciano (campione in affinamento in bottiglia) Pieve Sant’Ilario 2022 – Tenuta Poggio alla Sala

PrimAnteprima 2026: la Toscana del vino ancora una volta si unisce nel segno dei valori identitari

Ho partecipato alla giornata inaugurale di PrimAnteprima a Firenze, evento che apre la Settimana delle Anteprime e che ogni anno offre alla stampa specializzata la fotografia più aggiornata del sistema vitivinicolo regionale. Un appuntamento che, ancora una volta, ha restituito l’immagine di una Toscana consapevole, compatta e orientata con decisione verso il binomio qualità–valore.

Mi sembra opportuno e doveroso complimentarmi con la Regione Toscana per l’organizzazione di un momento di confronto così articolato e concreto: un’occasione preziosa per approfondire numeri, strategie e visione futura direttamente dalla voce dei protagonisti.

Una produzione equilibrata, una strategia chiara

Ovviamente l’incontro da una visione sulle cifre che rappresentano il vino toscano, in modo da poter tastare il polso ed avere contezza dei progressi, o regressi se ce ne fossero, in modo analitico.  Il dato produttivo per il 2025 si attesta sui 2,2 milioni di ettolitri, in linea con il trend dell’ultimo decennio dopo il picco del 2024. Una scelta non subita ma governata: contenere le rese per preservare il prestigio delle denominazioni e sostenere il posizionamento qualitativo.

Con oltre 60.000 ettari vitati e 12.324 aziende, la Toscana ribadisce la propria identità: il 97% dei vigneti è iscritto a DOP (contro una media nazionale del 65%) e il 90% del vino immesso sul mercato è certificato. Numeri che non sono solo statistiche, ma strumenti di tutela del valore per i produttori e di garanzia per il consumatore.

Il cuore resta il Sangiovese, che copre il 60% della superficie, ma la vera forza è la biodiversità territoriale: dalle province storiche di Siena e Firenze alle aree emergenti, fino alle isole, in un mosaico di microclimi che rafforza la resilienza ai cambiamenti climatici.

Vigneto giovane, cantine innovative

Uno degli aspetti più interessanti emersi durante il workshop è la struttura del vigneto toscano: grazie all’OCM Ristrutturazione, il 55% dei vigneti ha meno di vent’anni. Modernità agronomica che si accompagna a investimenti in cantina, sostenuti da circa 10 milioni di euro di aiuti per l’innovazione tecnologica.

Non si tratta solo di rinnovamento estetico o produttivo, ma di un adeguamento strategico ai gusti internazionali e alle sfide di mercato.

Export: meno volume, più valore

In un contesto geopolitico complesso, il vino toscano dimostra solidità. I rossi DOP rappresentano il 96% dell’export regionale. Il lieve calo complessivo del valore (-8%) viene interpretato come un fisiologico riassestamento dopo i record precedenti e come una scelta strategica: puntare su marginalità e posizionamento più che su crescita indiscriminata dei volumi.

Gli USA, primo mercato mondiale, registrano un +2,9% in volume, mentre restano centrali Unione Europea e Canada. La Toscana pesa per il 10% del valore totale delle IG italiane: un dato che racconta quanto il brand regionale continui a essere sinonimo di affidabilità e prestigio.

Il mercato interno e i nuovi consumatori

Interessante l’analisi sul consumo nazionale: mentre il vino generico arretra (-5,7%), le DOP toscane limitano la flessione al 2,1%. Ma il dato più significativo riguarda i giovani adulti tra i 35 e i 45 anni, che, pur acquistando leggermente meno in quantità, hanno incrementato la spesa del 24%.

Il paradigma è chiaro: si beve meno, ma si sceglie meglio.

La leadership green

La Toscana conferma il primato nella sostenibilità con oltre 23.000 ettari a biologico, pari al 38% della superficie regionale e al 17% dell’intera superficie bio nazionale. Non è solo una questione etica: il vino bio toscano intercetta la domanda crescente dei mercati del Nord Europa e del Nord America, trasformando la sostenibilità in leva competitiva.

Enoturismo: la destinazione esperienziale

Altro pilastro strategico è l’enoturismo. Nel 2024 la Toscana ha registrato 15 milioni di arrivi e oltre 46 milioni di presenze, con una forte componente internazionale (58%). Il primato nazionale nell’accoglienza rurale – oltre 6.000 aziende agrituristiche – testimonia un modello diffuso e integrato.

L’enoturismo non è più attività accessoria ma asset centrale: esperienze immersive, partecipazione alla vendemmia, arte in cantina, trekking tra i filari. Un sistema che unisce agricoltura, cultura e comunità locali in una narrazione coerente.

Una Toscana che fa squadra

Il workshop inaugurale ha evidenziato un aspetto determinante: la capacità di “fare sistema” tra istituzioni e consorzi. Programmazione di nuovi impianti (circa 600 ettari nel 2026), integrazione del nuovo pacchetto vino UE, contributi fino all’80%: strumenti concreti per accompagnare la transizione.

L’immagine che porto con me da questa giornata è quella di una regione che non insegue le dinamiche globali, ma le interpreta, orientandole secondo una propria visione. Partecipare a PrimAnteprima significa osservare da vicino un modello che continua a rappresentare un riferimento mondiale per il vino di qualità.