Secondo appuntamento con le eccellenze enogastronomiche della Gourmet Arena al 32° Merano Wine Festival: i video di 20Italie

La Gourmet Arena del 32° Merano Wine Festival ha rappresentato l’evento nell’evento, con un patrimonio di eccellenze della gastronomia italiana unico nel suo genere. Abbiamo già offerto un ricco antipasto con il precedente articolo curato dalla collega di redazione Olga Sofia Schiaffino Primo appuntamento con le eccellenze enogastronomiche della Gourmet Arena al 32° Merano Wine Festival.

Quest’oggi, invece, andiamo in scena con le interviste video e con i protagonisti che possono spiegare a voce, meglio di quanto riusciamo a fare con le parole scritte, l’emozione, il progetto e le visioni a lungo raggio del lavorare materie prime semplicemente eccellenti.

Un panorama in cui l’Italia veste il ruolo da protagonista indiscusso, ammirata (e invidiata) dai concorrenti esteri che non hanno le stesse tradizioni in settori così diversi tra loro. Non solo formaggi, ma anche salumi, pasta e riso, pesce, dolci e tecniche di produzione secolari.

Parlare di colatura di alici, ad esempio, significa descrivere una metodologia antichissima, quando si recuperava ogni parte di un cibo, compresi i succhi delle alici sottoposte a pressatura e salagione. Nasce un ingrediente che fa pietanza a sé stante, ricco di aromi e di sapore. Un rafforzativo per qualsiasi ricetta, a patto di essere molto morigerati con l’aggiunta extra di sale. Gennaro Castiello e lo chef Gennaro Marciante con il loro ristorante Acquapazza a Cetara sono tra i detentori di questo segreto campano conosciuto ovunque.

Usi, costumi e tanta sperimentazione. L’idea di una nuova varietà di riso, il Riso Magnum proposto da Hera nei Campi in collaborazione con l’Università degli Studi Federico II° di Napoli restituisce lustro al Principato di Salerno di arcaica memoria. La famiglia Bifulco ha ridato vita, nei terreni della Piana del Sele, alla coltivazione di uno dei cereali più diffusi al mondo, sfruttando le serre fredde destinate alla coltivazione delle eccellenti baby leaf (le giovani foglie e i piccioli di qualsiasi prodotto del gruppo “ortaggi a foglia”) e inserendosi naturalmente nella rotazione colturale dei terreni.

E poi Cristina Nonino, quinta generazione di distillatori di Grappa Nonino, una famiglia che in fatto di conservazione del patrimonio culturale italiano non ha nulla da invidiare. Distillare, che sia per grandi produzioni o in maniera più artigianale, è un’arte e richiede competenza e scelta delle materie prime. Le vinacce devono essere freschissime, quasi appena lavorate, per evitare sgradevoli devianze gusto-olfattive. Una nota a margine anche nel Disciplinare, considerato da molti troppo elastico per difendersi da imitazioni o versioni “al ribasso” di una tipologia identitaria delle regioni del Nord del BelPaese.

Al Sud, nascosto tra i vicoli di San Giorgio a Cremano, c’è il laboratorio di Alma de Lux con i suoi premiatissimi liquori artigianali, confezionati in un brand elegante e di immediato impatto. La proposta di quest’anno è la Marinara, con sentori di origano e pomodoro a rimembrare la pizza storica partenopea. Gianni Onorato e la moglie Luisa Matarese sono partiti dal nulla con le proprie forze ed eccoli, adesso, al vertice dell’eccellenze di categoria.

Last but not least un dietro le quinte con chi aiuta ogni giorno nell’ottima realizzazione di eventi di tale portata, come il Merano Wine Festival. Ce ne parla, in chiusura articolo, Mauro Pelacani dell’azienda P&B Line S.a.S. rivenditori di ghiaccio a lunga conservazione, indispensabile per gli stand di vino e prodotti facilmente deperibili.

Perché una manifestazione che si rispetti non può esistere senza il supporto di tutti gli attori in gioco.

Primo appuntamento con le eccellenze enogastronomiche della Gourmet Arena al 32° Merano Wine Festival

Inauguriamo, oggi, il primo di due articoli che ci ha visto protagonisti come 20Italie alla Gourmet Arena del Merano Wine Festival edizione 2023. Iniziamo con il nostro autore Olga Sofia Schiaffino, per procedere con un ulteriore supplemento completo di video nei prossimi giorni.

Ogni anno si ripete la magia del festival che ha conquistato il cuore di winelovers, operatori, giornalisti per la qualità delle aziende rappresentate e la ricchezza degli eventi proposti dal poliedrico Helmuth Köcher.

Dal 3 al 6 Novembre a Merano, presso la Gourmet Arena, è stato possibile incontrare persone che credono prima di tutto nella bontà e unicità delle materie prime che trasformano e lavorano con passione e che sono state premiate con i The WineHunter Awards.

L’azienda Flamigni, attiva dal 1930 e famosa per la produzione di pasticceria artigianale, ha ideato una linea dal nome evocativo – L’APERITIVO ITALIANO – che propone una gamma di 12 pasticcini salati, ispirati alla tradizione, ai profumi e alle ricette tipiche delle varie regioni italiane.

Le combinazioni sono raffinate e deliziose e vengono proposte in abbinamento ai cocktail, al vino e alla birra. Ecco alcuni esempi, provati con un cocktail a base di gin: Il Fiore di riviera (frollino salato con olive taggiasche e basilico), Gorgonzola (ripieno di Gorgonzola Dop) e Acciuga, un pasticcino ripieno di Acciughe del Cantabrico.

Mattia Vezzola, enologo di fama internazionale, ha collaborato con Flamigni per il biscotto neutro da degustazione RESET: un prodotto che permette di non stancare il palato e di mantenere il focus sul vino.

Tenuta Principe Mazzacane sorge nel parco nazionale del Cilento ed è nata dalla passione e dal progetto di Annacarla Tredici e Andrea Giuliano di produrre formaggi con il latte della Capra Cilentana. Sono davvero squisiti, l’erborinato, la cui forma ricorda quella del Monte Stella, è veramente strepitoso!

Nella campagna cilentana l’azienda agrituristica Salella produce olio di oliva dalla cultivar locale Salella che ha sentori particolari, di erba falciata, foglia di uliva e mandorla; inoltre sono impegnati nella produzione artigianale di conserve, di paté e di confetture.

La Dispensa a Paestum dell’azienda agricola San Salvatore, famosa per i vini, elegante espressione del territorio, grazie alle massaie, custodi delle antiche ricette, producono pasta fatta in casa, freselle e piatti della tradizione contadina cilentana; si aggiungono le mozzarelle di bufala prodotte con il latte da capi allevati in azienda e l’olio Evo.

Upstream è nato dal desiderio di Claudio Cerati di offrire un salmone selezionato e preparato direttamente da lui, per rendere l’assaggio qualcosa di prezioso. Una affumicatura delicata con i legni di faggio dell’Appennino Emiliano, che esalta senza coprire il gusto del pescato, riesce a regalare sorprendenti emozioni gustative.

Azienda Agricola Ramo di Mandorlo è una azienda tutta al femminile nata a L’Aquila in Abruzzo, che produce zafferano, pasta e biscotti con la farina di lenticchie: antichi sapori, da alimenti sani, coltivati e trasformati come si usava fare una volta.

Il Consorzio di Tutela della Coppa di Parma Igp, che raccoglie circa 21 realtà produttive, ha portato in assaggio questo pregiato salume dal profumo delicato, la consistenza morbida e dalla sapidità non troppo pronunciata. Squisita come antipasto ma perfetta per aggiungere personalità a panini, finger food e insalate. Anche in questa edizione di Merano Wine Festival, la ricchezza di proposte enogastronomiche nella Gourmet Arena è stata vincente e ha richiamato moltissimi visitatori, altamente soddisfatti per la varietà e la articolarità dei prodotti presentati.

Intervista all’enologo Denise Cosentino: dalla Cina all’Italia il passo è davvero breve

Denise Cosentino, già enologa di Domaine Long Dai (Dbr Lafite) e adesso tra le fila della prestigiosa Ornellaia, racconta uno spaccato dell’enologia cinese e della sua voglia di “autoctono”.

La Cina del vino pian piano sta svelando le sue peculiarità e potenzialità, protagonista di una rivoluzione enologica importante, considerando le dimensioni del Paese. Con Denise Cosentino, già enologa italiana da qualche anno al timone della direzione tecnica del Domaine Long Dai – proprietà del gruppo Domaines Barons de Rothschild – siamo andati alla scoperta di quello che è il territorio viticolo cinese e perché ne sentiremo parlare sempre di più nel prossimo futuro.

Cina e vino. Si può fare

Partiamo dal presupposto che la Cina non ha una tradizione vitivinicola ben radicata come quella europea, ma sta costruendo la sua storia non trascurando i particolari. Numeri che sembrano essere premianti soprattutto quando si parla di consumo locale e che descrivono un popolo interessato alla cultura del vino locale e non solo ai “grandi classici” di importazione. A non cambiare è la voglia di imparare da chi effettivamente il vino ce l’ha nel sangue. Sono molti i professionisti che hanno scelto il grande Oriente per il successo, e a Denise Cosentino quest’opportunità è arrivata per meritocrazia.

Laureata in viticoltura ed enologia a Torino, con diverse esperienze all’estero compreso in Nuova Zelanda, viene selezionata come docente per il prestigioso College di Enologia della North West A&F (agriculture&forestry) University di Yangling, Xian, Shaanxi. Grazie a un percorso premiante è arrivata a lavorare in vigna. Dal Ningxia alla penisola dello Shandong Denise ha scoperto un mondo diverso, dove la tradizione europea gioca la sua parte, ma in maniera marginale. Fare vino in Cina è quindi possibile?

La Cina è enorme e non si può far vino ovunque, per via del clima diverso, a volte proibitivo. La mia esperienza in vigneto inizia nel nord, nello Ningxia dove si arrivano a toccare, di inverno, meno 25 gradi. La viticoltura qui è pensata proprio per affrontare temperature rigide, con l’interramento della vite per proteggerla dal freddo. Un sistema con diversi cordoni bassi che, a seconda della necessità, possono essere ricoperti di terra. Nel Shandong invece, più vicini al Mar Giallo, il clima è completamente diverso, con inverni sì rigidi, ma non troppo. Nella media cinese, si intende. Infatti si toccano temperature che si aggirano in media tra i meno 10 e meno 15 gradi – continua l’enologa – Anche qui si usa l’interramento della vite, ma non completo. Per questo utilizziamo un sistema a spalliera che ricorda le viti europee. Inverni secchi e primavere secche, concentrazione di pioggia sulla parte estiva, questo è ciò che ci aspetta generalmente, anche se stiamo risentendo del climate change che anche qui si manifesta con eventi estremi come violente piogge e calura anomala anche fuori stagione”.

Domaine Long Dai

Domaine Long Dai, nella penisola dello Shandong – dove Denise ha ricoperto il ruolo di direzione tecnica di cantina fino a poco tempo fa – non è solo lo specchio della tradizione francese in Cina, anzi, è un modo per mettere alla prova blend che non riprendano il classico taglio bordolese, comunicando qualcosa di nuovo dal punto di vista enologico. Con il Marselan, varietà che sta riscontrando pareri positivi sia per adattamento al clima sia per le peculiarità organolettiche, si sperimentano assemblaggi “moderni”. “L’azienda è giovane, basti pensare che la prima annata in uscita è il 2019. L’imprinting europeo viene mantenuto solo in parte perché si misura prevalentemente con il mercato cinese. Per il momento cinque annate dedicate al mercato interno cinese. L’80% resta qui. La restante parte invece, arriva nei mercati del Sud Est Asiatico, Hong Kong, Giappone, Corea. Piccoli volumi che ridisegnano un modo di vivere all’occidentale”.

Chi è il consumatore di vino cinese

Se in Occidente il vino viene considerato parte storica della “cultura pop”, in Cina si costruisce un’identità giorno dopo giorno. E allora qual è l’identikit del consumatore cinese e se è l’etichetta a rendere il vino d’appeal? Ce lo spiega Denise: “il fruitore medio del vino è appassionato, è colui che ha studiato ed è molto curioso. In Italia sarebbe il nostro “esperto”. Il vino qui non è una bevanda che arriva in tavola in automatico. Certamente l’etichetta conta e, come nel caso di Lafite, il nome colpisce perché è sinonimo di pregio e perché già dagli anni Ottanta è presente sul mercato asiatico. I cinesi però, studiano e diventano sempre più critici, andando alla ricerca della qualità e dello stile di vita all’occidentale. Il vino è uno status symbol, un cadeau di valore”.

Ma in Cina di vino se ne beve ancora troppo poco. Un dato sottolineato anche dalla Cosentino “ad oggi il picco potenziale di consumo locale non c’è ancora stato ma il picco delle importazioni si, pertanto la flessione di vino che proviene da fuori è quasi fisiologica”. Secondo il rapporto OIV del 2022 sulla salute del settore vitivinicolo mondiale, la Cina si attesta la terza posizione a livello globale per quanto riguarda l’estensioni totali dei vigneti; solo l’ottavo Paese per quanto riguarda il consumo di vino. Dati che indicano, comunque, una crescita delle cantine locali in termini di popolarità, prestigio ed enoturismo rispetto al passato.

Per quanto riguarda la produzione interna c’è ancora molto da fare, ovvio, ma la strada è quella giusta. “Oggi la Cina può diventare un polo di produzione, infatti siamo alla seconda produzione di enologi in Cina. Quindi tra qualche anno si potrà dire che il vino è un prodotto della tradizione, ma chiaramente non ce ne sarà per tutti perché non si può produrre ovunque come abbiamo già detto”. Buona notizia per gli importatori che dovranno fare i conti con un mercato non sempre stabile, ma comunque sempre aperto al prodotto estero. Se nel futuro enologico cinese il vino non mancherà, nel futuro di Denise invece, cosa c’è da aspettarsi? “ Spero che ci sia tanto altro buon vino, altri grandi progetti enologici che garantiscano sempre standard di qualità elevati in Italia, che rivedrò presto.Spero di tornare a casa  in Calabria certo, magari un giorno. Un vigneto a Papasidero in Calabria, il mio paese d’origine, farebbe tornare alla memoria la mia prima vendemmia, quella fatta con il nonno”.

Per intanto è arrivata la chiamata in Toscana da Ornellaia e non possiamo che esserne felici.

Costiera Amalfitana: una sera al “Convento” con la cucina di Claudio Lanuto

Non era neve quella che veniva giù dal cielo, ma pioggia e la temperatura faceva pensare più alla Pasqua che al Natale. Eppure l’accensione dell’albero al Grand Hotel Convento Anantara di Amalfi ha mantenuto tutto il magico fascino dell’evento, reso ancora più suggestivo dall’eccezionale location in cui si è svolto: i resti del chiostro cistercense del XIII secolo, incastonati al sesto piano di una delle strutture ricettive più eleganti della Costiera Amalfitana.

I festoni di minuscole luci, Il braciere al centro del porticato, il coro di voci bianche a intonare i tipici canti natalizi e il cocktail di raffinati finger food, sono stati la preziosa cornice del quadro che lo scorso 27 Novembre ha dato il via alla stagione natalizia dell’Hotel ricavato da un’attenta ristrutturazione dell’ex convento dei Cappuccini di Amalfi e oggetto di un recente rebranding della catena di lusso Anantara. L’occasione è stata anche ideale celebrazione per la cucina dello chef Claudio Lanuto, recentemente entrata a far parte della Guida Ristoranti d’Italia 2024 del Gambero Rosso.

L’autore di 20Italie Ombretta Ferretto intervista lo chef Claudio Lanuto

Livornese di nascita, svezzato tra grandi cucine nazionali e internazionali (a partire da I Quattro Passi di Antonio e Fabrizio Melillo al Fat Duck di Heston Blumenthal), Lanuto festeggia il suo battesimo sulla guida più rinomata del Belpaese al ristorante Dei Cappuccini, rivelandosi persona pacata ed equilibrata nel rilasciare una dichiarazione sul recente conseguimento: “Mi sono commosso quando ho letto il mio nome sulla Guida”.

Al termine dell’evento di accensione dell’albero, il Ristorante Dei Cappuccini ha accolto i partecipanti in un ambiente sobrio con elementi architettonici e stilistici dell’antico convento, come le alte volte a crociera da cui scendono, disegnandone le coste, i moderni lampadari. Gli arredi dalle linee pulite ed essenziali cedono il passo all’opulenza solo nei tramezzi dorati che ricordano le piogge d’oro di molti quadri di Klimt, mentre le boiserie in legno chiaro scaldano l’ambiente, insieme alle luci soffuse e alla voce calda di Lucy Kiely, che unitamente alla chitarra classica di Cherubino Fariello, ha accompagnato la serata.

La cena, studiata e realizzata appositamente per l’evento natalizio, è stata un’elegante rivisitazione della tradizione, arricchita da contaminazioni di originale creatività, pur rimanendo fedele alla biodiversità e alla stagionalità del territorio.

La scarola ripassata con uvetta diventa quindi nido ideale per la capasanta scottata e guarnita da una sottilissima gelatina di tsuyu – brodo di dashi concentrato, arricchito di salsa di soya, mirin e sake. Il suo sentore umami fa da contraltare alla goccia di maionese delicata.

Il baccalà, invece, è stato protagonista dell’antipasto assieme alla giardiniera di verdure, classico richiamo all’insalata di rinforzo della tradizione partenopea – e alla crema di limone salato. Ad accompagnare entrée e antipasto Costa d’Amalfi doc Furore bianco Marisa Cuomo 2022 – blend di Falanghina e Biancolella – dai sentori freschi di agrumi ed erbette mediterranee, che ha sostenuto bene la complessità gustativa dei primi due piatti.

Eco di uno dei più grandi classici della tavola di Natale, il tortello di zucchine, crudo di scampi e lamelle di mandorle in fumetto di scampi, riportava alla memoria il confortante tortellino in brodo, spesso presente sulle tavole delle feste. Mentre con la seconda portata Lanuto è uscito dal canone delle festività proponendo un piatto a cui è molto affezionato: il trancio di spigola arrostita e crudo di gamberi rossi, serviti su un bisque di crostacei e accompagnati da sedano rapa grigliato e in dadolata con salsa di limone.

Il Fiano di Avellino DOCG Alessandra 2013 De Meo, ottenuto da uve selezionate da leggera vendemmia tardiva, ricco nei rimandi olfattivi di frutta matura e ginestra, caramello e note fumée, si è rivelato pieno e godurioso al sorso, in perfetto equilibrio con le portate principali.

Come tributo alla varietà e alla ricchezza dei prodotti della Costiera, lo chef ha voluto sottolineare la stagionalità e la territorialità di quelli utilizzati nei suoi piatti, molti provenienti dall’orto-giardino dei frati, come i limoni o i profumatissimi mandarini protagonisti del dessert a chiusura della cena.

Il babà al rum, mandarino del Convento e cioccolato, in accompagnamento con Passion 2021 Vino Passito Cantine Giuseppe Apicella – blend di vitigni autoctoni locali – avvolgente al palato nei sentori di frutta candita, fico secco e bastoncino di liquirizia, è stato ottimo preludio anche per le coccole finali: il bignè alla crema di limone, la gelatina di melograno e la caprese di mandorle e cioccolato.

Al termine della cena Claudio Lanuto, dopo aver ringraziato lo splendido lavoro di tutto lo staff, ci ha raccontato in poche sintetiche parole l’esperienza e la personale aspettativa dal suo impegno quotidiano: “siamo giovani, siamo partiti quest’anno con il progetto della ristorazione e il mio principale obiettivo è quello di far star bene le persone”.

Emilia Romagna: Baccanale 2023 il “sapore Mediterraneo”

Ritorna a Imola, anche per il 2023, il Baccanale, la rassegna annuale dedicata alla cultura del cibo, ormai consolidata da oltre trent’anni, è un attesissimo evento autunnale.

Con un tema diverso ogni anno, offre un programma vario di incontri, mostre, spettacoli e degustazioni, coinvolgendo la città e il circondario imolese. Il cibo diventa protagonista, guidando percorsi culturali ed enogastronomici, promuovendo prodotti tipici e tradizioni locali. Quest’anno viene celebrato il tema “Mediterraneo“, riflettendo la diversità e la ricchezza culinaria dei paesi che si affacciano su questo mare. La dieta mediterranea, unica al mondo, è riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità.

Ospite del Baccanale, come novità di quest’anno, il format “Albana buona da matti”, un evento itinerante a cura del Consorzio Vini di Romagna e AIS Romagna, che ha come obiettivo quello di diffondere il vitigno/vino più identitario di questa regione. Degustazioni delle migliori Romagna Albana DOCG, dapprima scremate da una giuria di esperti sommelier ed enologi, e in un secondo momento votate da una giuria popolare.

Come ultimo evento si è svolto come di consuetudine il 29° Banco d’assaggio dei vini e dei prodotti agroalimentari dell’imolese che ha visto coinvolti 109 viticoltori della denominazione Colli D’Imola DOC. 20Italie era lì per voi e ha selezionato alcune bevute da mettere nel carrello degli acquisti.

Terre di Macerato – Brivo – 2021

Una delle ultime novità di Franco Dal Monte, questo taglio bordolese Merlot/Cabernet Sauvignon/Sangiovese che vede la presenza di quest’ultimo in percentuale maggioritaria (60%) e con una particolare vendemmia a scalare per centrare la perfetta maturazione di ogni grappolo. I 3 vitigni fermentano separatamente con macerazioni che arrivano ai 25/30 gg per poi essere assemblati e finire in bottiglia per almeno 1 anno.

Dall’aspetto molto invitante, merito della sua trasparenza e di un colore che vira già al carminio nonostante la gioventù. Percepiamo la fragranza di una susina rossa e l’agrumato di un’arancia sanguinella. Un vegetale che ricorda il cipresso e il sottobosco. Poche cose ma fatte bene, definizione di aromi ed eleganza. In bocca entra teso ma al contempo è un vino ricco, con un tenore alcolico non esuberante ma che comunque si fa sentire. Chiusura piacevolmente amaricante.

Palazzona di Maggio – Non ce n’è – 2021

Alberto Perdisa estrae dal cilindro questa chicca nata per caso da un piccolo appezzamento di Merlot con esposizione sud, le cui uve finiscono solitamente nell’etichetta “Dracone”. L’annata 2017, insolitamente calda, ha portato gli acini alla surmaturazione, con un primo tentativo di produzione di vino passito che ha visto poi il suo perfezionamento nel 2021, proprio l’annata che degustiamo oggi. Fermentazione in acciaio e affinamento in Tonneau da 500 litri per 8 mesi, per poi farsi un anno di bottiglia.

Il colore è qualcosa che ammalia, rosso rubino tenue con una lucentezza da catarifrangente. Naso inizialmente spinto sui terziari: acetone e ceralacca. Nelle successive olfazioni si spazia fra bacca di ginepro, rosa canina, funghi porcini e mirtilli. Questi ultimi, sono il filo conduttore col palato: è difatti una confettura di mirtilli la coccola che ti accarezza la bevuta, con un tannino perfettamente svolto e un’acidità che chiama a gran voce il sorso successivo. È proprio questa freschezza e la non-stucchevolezza a renderlo un vino molto pericoloso…

Branchini 1858 – Albana Metodo Classico – 2019

L’Albana di Marco Branchini la conosciamo molto bene, uno dei primi a sperimentare questo tipo di vinificazione sulla Regina di Romagna. Vendemmia attorno alla 3° settimana di agosto con pressatura soffice e mosto fiore che fermenta in acciaio. La 2019 è stata un’annata molto più integra della precedente e così siamo curiosi di degustare questa novità, che dopo essersi fatta 36 mesi sui lieviti è stata sboccata da appena un mese.

Il colore è un giallo molto tenue con sfumature verdoline che già ci suggeriscono una bevuta fresca e giovane. Il naso è quello varietale dell’Albana ma in una venatura altamente delicata. C’è una parte citrina preponderante che ci parla di pompelmo bianco. Un vegetale fresco di salvia e una mineralità che ricorda il sasso di fiume bagnato. In bocca il dosaggio brut permette di solleticarci una cremosità che però lascia il trono alle durezze: acidità, sapidità ma soprattutto tannino. Finale lungo per un vino veramente gastronomico che ci accende una marea di abbinamenti possibili.

Vini Giovannini – 8000 – 2022

Anche questa è una nostra vecchia conoscenza che non vedevamo l’ora di degustare col vestito del 2022. Una versione che forse si discosta un po’ dalle precedenti, ma assolutamente in chiave positiva. 8000 è un’Albana che fermenta e affina in anfore georgiane, disponibile solo in formato Magnum per un richiamo alla tradizione del “boccione di vino” che si teneva a tavola. Oro zecchino luminoso e una consistenza che suggerisce estrazione rendono il calice molto suadente. Inizialmente percepiamo una leggerissima ossidazione tutt’altro che fastidiosa, che sparisco dopo qualche rotazione per lasciare spazio a un albicocca molto matura e a frutti tropicali come melone e papaja. Il vegetale non è la classica salvia, bensì abete, cipresso, resina. Un naso floreale delicato che ricorda un fiore d’acacia, anche per la sua tendenza mielosa. In bocca entra deciso, e la frutta matura che percepivamo all’olfatto lascia il posto a frutta più fresca e fragrante. Equilibrato da subito. Persistenza da record.

FIVI 2023 l’evento clou dei Vignaioli Indipendenti raccontato in due tappe dagli autori di 20Italie

“Made in BO” – Trionfo della Federazione dei Vignaioli Indipendenti nella Nuova Edizione Bolognese

Il mondo dei Vignaioli Indipendenti si riunisce a Bologna in una festa di sapori, tradizioni e impegno per la terra: è la 12ª edizione della Federazione dei Vignaioli Indipendenti (FIVI), un evento che ha il sapore di un nuovo inizio e che promette di consolidare la sua nuova location nel cuore degli intenditori.

Una novità che ha già catturato l’attenzione è l’assenza della sfilata dei “media partners,” confermando che la forza di questo evento risiede nella passione e dedizione dei produttori indipendenti, più che nella pubblicità. La partecipazione delle aziende è in costante aumento, superando il traguardo di mille presenze e dimostrando che la produzione di vini esclusivamente con le proprie risorse è una scelta sempre più apprezzata.

La tempistica dell’evento, in prossimità delle festività natalizie, aggiunge un tocco di magia. Una buona bottiglia di vino diventa sempre un regalo ben accetto, e i ristoratori non sono da meno nel giovarne, portando a casa prodotti di qualità che arricchiranno le loro proposte culinarie.

Ma l’edizione di quest’anno va oltre il semplice godimento dei sapori: Maria Tripodi, esperta del settore, sottolinea che #oltreilbicchiere c’è molto di più. La sostenibilità è diventata uno dei temi fondamentali dei Vignaioli Indipendenti, che dimostrano un impegno concreto verso pratiche agricole più ecologiche. L’utilizzo di bottiglie più leggere, cartoni eco-sostenibili e tappi responsabili sono solo alcune delle iniziative che evidenziano la crescente consapevolezza di questo settore nei confronti dell’ambiente.

Cosa significa essere un Vignaiolo Indipendente? La definizione fornita dalla Federazione sottolinea l’intera filiera di produzione, dalla coltivazione delle vigne fino alla vendita del vino, sotto la responsabilità diretta del produttore. Questo impegno quotidiano va oltre la produzione del vino: si lavora incessantemente per custodire, tutelare e promuovere il territorio di appartenenza.

L’orgoglio di far parte di questa Federazione è palpabile con la consapevolezza che unicità e autenticità sono le chiavi del successo. In questo scenario, la nuova edizione bolognese di FIVI si presenta come un trionfo di passione, tradizione e sostenibilità. Cosa rimpiangere di Piacenza? Francamente nulla, dato lo spazio a disposizione, nettamente superiore.

Incontro suggestivo allo stand della Cantina Colacicchi, dove incontro Paolo Trimani che ha condiviso con me la storia avvincente di una delle cantine più antiche d’Italia. I Trimani, custodi di un’eredità enologica unica, hanno reso omaggio all’arte e alla passione per il vino, acquisendo negli anni ’80 la Cantina di Anagni appartenuta al grande artista Luigi Colacicchi.

Celebre musicista del suo tempo, sperimentò un’idea audace: affascinato dai vini di Bordeaux, decise di piantare barbatelle di merlot e Cabernet Sauvignon, affiancandoli al vitigno principe del territorio, il Cesanese di Affile. L’arte del vino di Colacicchi è stata riscoperta da Marco Trimani, proprietario dell’omonima enoteca storica romana, che ne ha riconosciuto il valore unico. Nel corso degli anni, il vino è diventato un’eccellenza, facendo il suo ingresso nelle carte dei vini dei ristoranti più prestigiosi d’Italia.

Dopo la scomparsa del Maestro Colacicchi nel 1976, la gestione dell’azienda passò per un breve periodo al nipote Bruno Colacicchi Caetani. Nel 1984, la famiglia Trimani acquisì definitivamente l’azienda con l’obiettivo di rinnovare profondamente sia i vigneti che la cantina. Un processo che, con il supporto dell’enologo Giacomo Tachis, ha visto un aumento della quota di Cabernet Sauvignon e una sostituzione graduale del parco legni con barriques e botti di rovere da 480 litri.

La prima annata prodotta dai Trimani, nel 1990, ha rappresentato un capitolo significativo nella storia di Torre Ercolana. Tuttavia, è nel 2014 che il progetto agricolo attorno all’azienda Colacicchi ha trovato nuovo impulso grazie alle energie e all’entusiasmo di Carla, Francesco e Paolo Trimani, figli di Marco. Oggi, con i suoi 7 ettari e ben otto referenze, l’azienda è una vera e propria testimonianza di passione, un luogo dove l’arte dell’enologia si fonde con la storia e la dedizione di chi crede nel potere unico del vino.

Vini da agricoltura biologica, biodinamica, sostenibile o addirittura sensoriale, come nel caso di Luteraia in Toscana. Impresa agricola di tre ettari, giunta alla terza generazione dal 1957. Le uve vengono vinificate separatamente con lieviti spontanei, ghiaccio secco poi fermentazione e affinamento dei vini a contatto con i cristalli, pietre semi preziose e preziose. il Buble è realizzato da 70% Pinot Nero e 30% Chardonnay, affina in presenza di cristalli selenite, quarzo rosa, rodonite e rodocrosite. Poi il Losee Toscana Rosato IGT Sangiovese in purezza da vigneto del 1957 che affina su quarzo rosa. Il Nobile di Montepulciano 2017 e il Nobile di Montepulciano Riserva 2015, sono stati affinati con rubino stellato. Infine il Lemuria Indaco Sensoriale 2013 affina in ametista. La tecnica consiste di mettere la massa a contatto con il cristallo nei giorni di luna crescente, per almeno tre cicli lunari completi. Il Rosato fa sei cicli lunari a contatto con i cristalli, il Nobile di Montepulciano fa otto cicli lunari e il Lemuria dodici cicli.

Degna di nota la presenza della Cantina Moser Trento con la linea Warth che è un logo ideato da Paolo Tait e rappresenta “un tratto solcante deciso e profondo”. Vini di eleganza e freschezza enologica che rappresentano un inno alle caratteristiche intrinseche del meraviglioso territorio trentino. Una ricerca guidata dal rispetto profondo per l’uva, protagonista indiscussa, dove l’equilibrio è il filo conduttore che percorre ogni fase, dalla vendemmia alla fermentazione, passando per una vinificazione attenta e un affinamento che esalta ogni sfumatura. Ogni sorso è un viaggio sensoriale, vini di una piacevolezza unica, un’esperienza che celebra la natura e la maestria artigianale. Gewürztraminer, Riesling Renano e Lagrein sono le denominazioni Trentino DOC, mentre Moscato Giallo, Müller Thurgau, Teroldego e Teroldego Riserva sono denominazione Vigneti delle Dolomiti IGT.

Fattoria La Maliosa vicino a Saturnia in provincia di Grosseto è una azienda biodinamica a ciclo chiuso vegetale, certificata biologica. Produce tre vini di cui il “4”, un blend di Ciliegiolo, Sangiovese e Grenache qui chiamato Cannonau Grigio. Poi il “R” che è vinificato con uve Ciliegiolo in purezza e Tarconte Toscana IGT, Sangiovese in purezza. Una passione per il territorio che ha portato alla ricerca di vini veri e sinceri, senza pennellate o fronzoli.

Un approfondimento particolare merita una cantina che fa parte del Consorzio Albugnano 549. Parlo di Alle Tre Colline dove trovo Elisa, giovane enologa alla terza generazione di una famiglia di vitivinicoltori. “549 metri di passione vinicola! Il Comune di Albugnano non è solo la sua maestosa altezza, ma anche il cuore pulsante di un’associazione nata da un’incredibile coincidenza il 5 aprile, 9 vignaioli, provenienti dai pittoreschi comuni della DOC, si sono uniti per creare qualcosa di speciale: l’Associazione dei Vignaioli di Albugnano. Le radici si intrecciano nei terreni di Albugnano, Castelnuovo Don Bosco, Passerano Marmorito e Pino d’Asti, dove crescono le pregiate uve Nebbiolo per questo vino straordinario. Alle Tre Colline con i suoi 35 ettari, produce vini con le uve di Nebbiolo, Barbera, Bonarda, Chardonnay, Grignolino, Freisa, Albarossa e Malvasia di Schierano con 13 referenze di cui un passito, oltre ad una grappa.

Companatico: a Sala Consilina prende il via la prima edizione del festival degli “incontri saporiti”

Cibo & dintorni, Selezione vini, DJ set, Masterclass. Quando tutto sembra volgere lentamente verso le festività natalizie, con i consuenti e ricchi appuntamenti gastronomici tra parenti e amici, Companatico spariglia le carte rimettendo in moto la passione e i sapori nella prima edizione del festival di “incontri saporiti”.

Sala Consilina ritorna in fermento (è proprio il caso di dirlo), con un evento che coinvolge numerosi produttori vitivinicoli, il premiatissimo food truck di Civà – Cibo Vagabondo – Salumeria Malinconico, panifici e norcineria a chilometro zero, Caseificio S. Antonio e le Associazioni di categoria Slow Food Vallo di Diano e Tanagro, Onaf e Ais Delegazione Cilento e Vallo di Diano.

Non potevano mancare, seguendo lo stile proposto per altre manifestazioni, le radici culturali con i cortometraggi del Toko Film Fest e il dj set N-Zino from 180 gr. Tutto questo nella splendida cornice dello storico Palazzo Fiordelisi nei pressi di Piazza Umberto I, oggetto di una recente e raffinata ristrutturazione.

I saloni suddivisi per zone a tema consentono di godere appieno dell’ampio ventaglio di degustazioni ed experience emozionali, con banchi d’assaggio e food area. Prevista l’8 dicembre alle ore 19 una Masterclass dedicata all’abbinamento vino/formaggio curata da Maria Sarnataro – Delegata AIS Cilento e Vallo di Diano e Onaf Salerno.

Un’iniziativa realizzata da Talea, di Alessandro Paventa, che ha come obiettivo la valorizzazione dei centri storici del Vallo di Diano e degli attrattori culturali e naturali mediante l’organizzazione di eventi afferenti al mondo enogastronomico e da giovani imprenditori con il supporto dell’Amministrazione Comunale di Sala Consilina ed i fondi europei previsti dalla Regione Campania POR 2014 – 2020.

I biglietti sono disponibili su taleaexperience.com

Anteprima Brunello di Montalcino: la 2019 sarà l’annata della verità?

Il millesimo 2019 possiede certamente i connotati della grande annata, caratterizzata da attributi salvifici che conducono a un’espressione armoniosa e appagante della rinomata denominazione. La completezza strutturale è un dato di fatto inconfutabile, e la traiettoria della maturazione in bottiglia appare orientata da subito verso un futuro glorioso.

Difficile dire se sia l’annata del secolo, perché il secolo è ancora molto lungo a venire, ma sicuramente possiamo definirla l’annata della verità cha saprà lasciare una traccia indelebile nella memoria. Un millesimo indirizzato da una Natura benevola e in equilibrio, come capita ormai sempre più di rado, in cui predominano con chiarezza cristallina sia la voce del territorio che lo stile di ogni produttore.

Il Brunello di Montalcino 2019 conferma ogni certezza

Non eravamo pieni di aspettative quando finalmente abbiamo varcato la soglia del Chiostro di Sant’Agostino, sede storica di Benvenuto Brunello, una delle anteprime più attese ogni anno. Niente affatto, ci siamo accomodati in postazione pieni di certezze. E non per sentito dire, o semplicemente perché l’andamento regolare delle stagioni ha traguardato in cantina uve non solo sane, ma a dir poco perfette rispetto a tutti i parametri di maturazione. Il potenziale delle grandi annate si è palesato immediatamente e con grande eloquenza sin dal primo assaggio di botte nell’ormai lontano 4 gennaio 2020.

Un sorso che fu un incipit stupefacente che suscitò curiosità e gioia, seguito poi da numerose esperienze di degustazione nel corso degli anni, esplorando il ricco territorio di Montalcino. Assaggiare un vino in definizione è un po’ come sbirciare alle spalle dell’artista, ammirando ogni singola pennellata che contribuisce all’opera completa. L’evoluzione sulla tela è in ogni istante un’opera a sé stante. Allo stesso modo, ogni assaggio di botte racconta una storia sospesa nel senzatempo dove il passato e il futuro sono entrambi pienamente manifesti nel presente.

Potenza e Controllo

Certamente ricorderete l’iconico scatto di Annie Leibovitz con Carl Lewis che sta per scattare ai blocchi di partenza con ai piedi un paio di tacchi a spillo rossi. Sono ormai 31 anni che lo slogan “La potenza è nulla senza il controllo”accompagna il marchio Pirelli. Ebbene, l’immagine e lo slogan sono riaffiorati alla mente con la progressione degli assaggi, in questa annata dove non manca davvero nulla, è tutto al posto giusto anche se a volte non ancora perfettamente in equilibrio.

Intensità e raffinatezza, unitamente a una dinamica tensione al palato, caratterizzano la maggior parte dei calici, e la sfida principale rimane il raggiungimento di un equilibrio ottimale tra calore alcolico, tannini e acidità. Come sempre, le interpretazioni più convincenti si rivelano attraverso un bilanciamento armonioso tra tutte le componenti.

Sebbene qualche campione fosse ancora un po’ timido di naso, l’espressiva eloquenza del sorso non è mai mancata, e ciò che ha sorpreso maggiormente in ogni assaggio è stata la dolcezza dei tannini, anche quando presentavano qualche asperità e tratti di ruvidezza tipici della gioventù.

Augusta Boes autore di 20Italie

Gli assaggi più convincenti

Senza voler dare punteggi né stilare graduatorie, riportiamo di seguito le etichette che ci hanno colpito maggiormente.

Casanuova delle Cerbaie – leggiadro e stratificato nei profumi, fresco, dinamico e scorrevole al sorso, e con tannini dolci e levigati, questo è un Brunello talmente godibile che in tavola rischierà di finire sempre troppo presto.

Poggio di Sotto – un vino che non si discute, si ama. Un Brunello esemplare, profondo, completo ed equilibrato in tutte le sue parti, e che si conferma tra le punte d’eccellenza della denominazione.

Franco Pacenti – precisione ed eleganza sono ormai caratteristiche consolidate che trovano la massima espressione nel sorso carnoso e sfaccettato di Rosildo, un vero e proprio cru in equilibrio perfetto tra energia e armonia.

Fattoi – equilibro, intensità e scorrevolezza fanno da complemento a un naso complesso, profondo ed elegante per questo Brunello la cui coerenza gusto-olfattiva ne amplifica notevolmente la piacevolezza.

La Serena – è il canto della terra verso il cielo, dal bouquet intenso e variegato che, insieme al frutto, profuma di fiori di campo, erbe aromatiche e brezza marina. Complesso e potente, eppure agile e teso, regala gioia ad ogni sorso.

Sanlorenzo – quest’anno Luciano Ciolfi si presenta in smoking con un Brunello inedito e di intrinseca eleganza. Ribes, mirtilli e fragoline di bosco, uniti a una evidente carica balsamica e a una trama tannica fitta e carezzevole, riportano nel calice sensazioni che evocano la Borgogna.

Pietroso – solare, luminoso, esplosivo, è un Sangiovese didattico al naso, con un tripudio di violette e amarene seguite poi da note ematiche, di arancia e cacao. Il calice perfetto con una bella fiorentina al sangue.

Cava D’Onice – Colombaio – piacevolezza e precisione ne caratterizzano il sorso balsamico, fresco, equilibrato e disteso, con tannini dolci e perfettamente integrati. È ghiotto e infinito nella chiusura e non si fa certo dimenticare.

Ridolfi – i Brunello di Gianni Maccari sono come gli acquerelli in cui non ci può essere spazio per l’errore, e fluiscono sempre con eleganza e precisione. Il Donna Rebecca in particolare è profondo e sontuoso con note di cioccolata e arancia che lo rendono davvero irresistibile.

Gorelli – è quello che meglio rappresenta lo slogan Pirelli, e che riesce a coniugare magistralmente complessità e leggiadria, materia e leggerezza, eleganza e disinvoltura, potenza e controllo. Un grandissimo Brunello destinato a regalare intensi picchi di gioia nel tempo.

Ancora una volta, Montalcino si conferma come DOCG d’eccellenza, la cui produzione si distingue per la capacità diffusa di saper fare bene al di là delle caratteristiche specifiche di terroir, e della personale interpretazione di ogni singola cantina. L’orientamento stilistico è sempre più indirizzato verso vini che riescono a coniugare struttura e intensità con la piacevolezza, dinamicità e scorrevolezza del sorso, da godere subito ma pur sempre destinati a durare nel tempo.

Unico rammarico è che le defezioni tra le Cantine punte di eccellenza del territorio cominciano ad essere un po’ troppe. Un fenomeno che non può essere ignorato e che ci si augura possa presto arrestarsi, magari anche con il rientro in campo di Produttori di cui, oggettivamente, continuiamo a sentire la mancanza.

Casa Campania: al Merano Wine Festival pizza, sole, mandolino e tanto vino (di qualità)

Essere del Sud, vivere questa esperienza a volte ai confini della realtà. Sembra strano ma in 163 anni l’unità effettiva d’Italia non esiste di fatto se non sulla carta. Vallo a spiegare ai tanti visitatori esteri, che ancora ci vedono quelli del sole, pizza e mandolino.

Per fortuna, ribadiamo con le sole nostre forze e senza agevolazioni di cui godono altri territori, la Campania ha saputo riemergere a testa alta da una situazione oggettivamente difficile. Da due anni al Merano Wine Festival si cerca di diffondere il verbo della qualità delle eccellenze enologiche attraverso il padiglione appositamente dedicato Casa Campania. Grande la soddisfazione espressa nelle parole di Nicola Caputo Assessore all’Agricoltura della Regione Campania.

Una sorta di “Fuori Salone” in cui far confluire i Consorzi che stanno cercando, non senza difficoltà ad ogni livello, di fornire un’immagine unitaria agli operatori del settore. L’idea di un Consorzio di secondo livello pur nata da tempo fatica nel muovere i primi ingranaggi, ma le basi sono solide e le intenzioni meritevoli. Deus ex machina dell’iniziativa è Andrea Ferraioli, presidente del Consorzio Vita Salernum Vites (per i non addetti ai lavori il Consorzio vini della provincia di Salerno).

Un volto istituzionale che richiama attenzione mediatica e fiducia nel futuro. L’entusiasmo e la voglia propositiva ha coinvolto tutti, da Cesare Avenia presidente del Consorzio Tutela Vini Caserta VITICA a Ciro Giordano del Consorzio Tutela Vini Vesuvio per finire con Teresa Bruno che ha preso in mano la difficile gestione del Consorzio Tutela Vini d’Irpinia.

Immancabile la presenza accogliente e formativa dell’Associazione Italiana Sommelier, con il Delegato regionale Tommaso Luongo che ha condotto numerose Masterclass di presentazione dei vini e delle realtà più importanti campane. E Franco De Luca, docente e responsabile della didattica di A.I.S. Campania che prova a suggerrire abbinamenti stuzzicanti tra le tante tipologie messe a disposizione dall’impegno dei produttori vitivinicoli.

Madrina ed Ambasciatrice di Casa Campania è stata Chiara Giorleo, esperta di tutte le proposte più interessanti, rosati inclusi incredibili per versatilità ed eleganza. Qui la parte del leone la fa quasi sempre l’Aglianico, nobile varietà che racconta il proprio carattere mediterraneo all’interno del calice.

Numerosi i premi consegnati nella rassegna del Merano Wine Festival 2023 da The WineHunter e dalla Guida Vini Buoni d’Italia. Ai nostri microfoni Laura De Vito, giovane winemaker irpina di Lapio, con i suoi CRU di Fiano d’Avellino frutto di ricerca e zonazione dei poderi con la consulenza dell’enologo Vincenzo Mercurio. Infine Bartolo Sammarco che dalla Costiera Amalfitana, più precisamente Ravello, realizza piccoli capolavori del gusto dai ricordi tipici agrumati, salini e floreali.

Chiudiamo le nostre interviste con Libero Rillo, presidente del Sannio Consorzio Tutela Vini, dirimpettaio di Casa Campania con il proprio stand dedicato che ha fatto scuola partendo ancora 5 anni fa con tale progetto. Le ultime parole ad un grande rappresentante giunto al massimo vertice dell’OIV – Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino – l’enologo e titolare di Quinto Decimo prof. Luigi Moio.

L’arguta analisi sul futuro della Campania non poteva avere interprete migliore: siamo davvero sole, pizza e mandolino, o possiamo offrire molto altro a chi ancora non conosce una delle regioni più belle e ricche d’Italia dal punto di vista enogastronomico? A breve la risposta.

Merano Wine Festival 2023: i colori, le emozioni e le prospettive globali

Merano Wine Festival, giunto alla sua 32ª edizione, si è confermato l’evento più elegante dell’anno nel panorama enogastronomico italiano. Una manifestazione attesa con fervore da appassionati e operatori del settore, che ha trasformato la tranquilla Merano in un palcoscenico di degustazioni, incontri tematici e nuove prospettive per il mondo del vino.

Il richiamo all’eleganza in un’atmosfera vivace e frizzante, che ha accolto i partecipanti provenienti da ogni angolo d’Italia e oltre i confini nazionali. Corso della Libertà, ogni mattina, si è trasformato in un punto d’incontro dove una lunga coda di appassionati, ansiosi di varcare le soglie del Kurhaus, dava il via a giornate intense e piene di sorprese. Non è solo la celebrazione del gusto, ma un’esperienza sensoriale completa.

Oltre alle degustazioni guidate, le masterclass hanno offerto l’opportunità di approfondire la conoscenza del vino, svelando i segreti nascosti dietro ogni calice. I partecipanti hanno avuto la possibilità di esplorare nuovi territori, scoprendo realtà vitivinicole uniche e l’eccellenza dei settori food, beer and spirits all’interno della Gourmet Area.

I numeri parlano chiaro: 650 aziende vinicole, oltre 3000 operatori del settore e oltre 6500 visitatori. Cinque aree principali – il Kurhaus, la Gourmet Area, il Teatro Puccini, l’Hotel Terme Merano e il Forst Beer – per un panorama completo. Merano si è trasformata in un crocevia di eleganza e bellezza, con negozi e bar che pullulano di operatori, produttori, giornalisti, fotografi, blogger e influencer.

Il Kurhaus, elegante edificio che ospita i banchi di assaggio, è stato il fulcro dell’evento. La WineHunter Arena, nella Sala Grande, ha presentato centinaia di etichette in degustazione, tra cui spiccano il Cesanese del Piglio Superiore DOCG Colleforma di Pina e Armando Terenzi e il Roma DOC Bianco a base di Malvasia Puntinata di Anna Laura Cappellini della Cantina Cifero. L’incontro con la Brand Ambassador di Tenute Navarra, Federica Di Salvo, è stato l’occasione per scoprire il Nero d’Avola Riserva Batticchiè, un vino premiato che ha conquistato i palati più raffinati.

Il redattore di 20Italie Alberto Chiarenza nella sala del Kurhaus

I banchi di assaggio sono un viaggio attraverso le eccellenze regionali, come dimostra Casa Campania (n.d.r. il nostro prossimo approfondimento). Una delle regioni più belle di Italia e la regione con il più alto numero di vitigni autoctoni. Territori magnifici e ancora poco esplorati che stanno riscoprendo l’importanza delle basse rese e del vino di qualità. La cultura gastronomica campana è sicuramente un simbolo dell’Italia nel mondo e i vini sono altrettanto degni di questa nomea. Chiara Giorleo, madrina delle cinque denominazioni campane, guida in un percorso enoico tra Irpinia, Salerno, Sannio, Vesuvio e Caserta, valorizzando la cultura gastronomica e i vini di qualità.

Presenti molti operatori del settore, giornalisti oltre a rappresentanti delle più esclusive Associazioni, come il Presidente della Associazione Italiana Sommelier Sandro Camilli.

La serata di gala, segno della vera ripartenza del Festival, con qualche dissapore per le attese prolungate. Altro momento che consacra ogni anno il Merano Wine Festival è il Sabrage collettivo sul Ponte delle Terme, nel famoso atto che decapita il collo della bottiglia di Champagne, con un colpo di sciabola. Il tutto avviene sotto la supervisione di Helmut Köcher.

Prospettive Globali: Ambassador Internazionali e Export

Merano Wine Festival 2023 ha guardato al futuro, proponendo prospettive globali con il progetto degli Ambassador Internazionali. Non solo degustazioni, ma uno sguardo al futuro dell’enologia italiana all’estero. Sessioni dedicate al settore dell’export hanno delineato un progetto innovativo e avvincente.

L’attrattiva principale per le aziende partecipanti è stata la possibilità di espandere le proprie capacità di vendita. Il nuovo progetto di The WineHunter ha coinvolto importatori provenienti da diverse parti del mondo, dal Sud America al mercato statunitense, dal Canada alla Scandinavia, dalla Russia alla Cina.

Un particolare approfondimento è stato dedicato al gruppo di China Link, un lavoro lungo e impegnativo che ha portato a risultati significativi per l’export italiano in Cina. Marco Facchini e la sua squadra, attivi da oltre dieci anni in Cina, hanno consolidato la presenza dell’export italiano in un mercato complesso e in crescita.

Nella Gourmet Arena non sono mancati gli Show Cooking a cura di numerosi chef, che si sono cimentati con esibizioni creative e fantasiose ma di grande gusto, fatte con materie prime ricercate e rispettando o rivisitando i piatti tipici regionali. Molti gli espositori gastronomici presenti, con il meglio del Belpaese, come olio, formaggi, dolci e quant’altro offra lo Stivale Tra questi mi ha colpito lo stand di Rossoraro, un produttore eccellente di zafferano.

In conclusione, Merano Wine Festival 2023 si conferma non solo come una vetrina delle eccellenze enologiche ma, nonostante alcune critiche (tutto è perfettibile), anche come un evento in continua evoluzione, capace di anticipare le tendenze del settore e di aprire nuovi orizzonti per il vino italiano nel panorama internazionale.