Companatico: a Sala Consilina prende il via la prima edizione del festival degli “incontri saporiti”

Cibo & dintorni, Selezione vini, DJ set, Masterclass. Quando tutto sembra volgere lentamente verso le festività natalizie, con i consuenti e ricchi appuntamenti gastronomici tra parenti e amici, Companatico spariglia le carte rimettendo in moto la passione e i sapori nella prima edizione del festival di “incontri saporiti”.

Sala Consilina ritorna in fermento (è proprio il caso di dirlo), con un evento che coinvolge numerosi produttori vitivinicoli, il premiatissimo food truck di Civà – Cibo Vagabondo – Salumeria Malinconico, panifici e norcineria a chilometro zero, Caseificio S. Antonio e le Associazioni di categoria Slow Food Vallo di Diano e Tanagro, Onaf e Ais Delegazione Cilento e Vallo di Diano.

Non potevano mancare, seguendo lo stile proposto per altre manifestazioni, le radici culturali con i cortometraggi del Toko Film Fest e il dj set N-Zino from 180 gr. Tutto questo nella splendida cornice dello storico Palazzo Fiordelisi nei pressi di Piazza Umberto I, oggetto di una recente e raffinata ristrutturazione.

I saloni suddivisi per zone a tema consentono di godere appieno dell’ampio ventaglio di degustazioni ed experience emozionali, con banchi d’assaggio e food area. Prevista l’8 dicembre alle ore 19 una Masterclass dedicata all’abbinamento vino/formaggio curata da Maria Sarnataro – Delegata AIS Cilento e Vallo di Diano e Onaf Salerno.

Un’iniziativa realizzata da Talea, di Alessandro Paventa, che ha come obiettivo la valorizzazione dei centri storici del Vallo di Diano e degli attrattori culturali e naturali mediante l’organizzazione di eventi afferenti al mondo enogastronomico e da giovani imprenditori con il supporto dell’Amministrazione Comunale di Sala Consilina ed i fondi europei previsti dalla Regione Campania POR 2014 – 2020.

I biglietti sono disponibili su taleaexperience.com

Anteprima Brunello di Montalcino: la 2019 sarà l’annata della verità?

Il millesimo 2019 possiede certamente i connotati della grande annata, caratterizzata da attributi salvifici che conducono a un’espressione armoniosa e appagante della rinomata denominazione. La completezza strutturale è un dato di fatto inconfutabile, e la traiettoria della maturazione in bottiglia appare orientata da subito verso un futuro glorioso.

Difficile dire se sia l’annata del secolo, perché il secolo è ancora molto lungo a venire, ma sicuramente possiamo definirla l’annata della verità cha saprà lasciare una traccia indelebile nella memoria. Un millesimo indirizzato da una Natura benevola e in equilibrio, come capita ormai sempre più di rado, in cui predominano con chiarezza cristallina sia la voce del territorio che lo stile di ogni produttore.

Il Brunello di Montalcino 2019 conferma ogni certezza

Non eravamo pieni di aspettative quando finalmente abbiamo varcato la soglia del Chiostro di Sant’Agostino, sede storica di Benvenuto Brunello, una delle anteprime più attese ogni anno. Niente affatto, ci siamo accomodati in postazione pieni di certezze. E non per sentito dire, o semplicemente perché l’andamento regolare delle stagioni ha traguardato in cantina uve non solo sane, ma a dir poco perfette rispetto a tutti i parametri di maturazione. Il potenziale delle grandi annate si è palesato immediatamente e con grande eloquenza sin dal primo assaggio di botte nell’ormai lontano 4 gennaio 2020.

Un sorso che fu un incipit stupefacente che suscitò curiosità e gioia, seguito poi da numerose esperienze di degustazione nel corso degli anni, esplorando il ricco territorio di Montalcino. Assaggiare un vino in definizione è un po’ come sbirciare alle spalle dell’artista, ammirando ogni singola pennellata che contribuisce all’opera completa. L’evoluzione sulla tela è in ogni istante un’opera a sé stante. Allo stesso modo, ogni assaggio di botte racconta una storia sospesa nel senzatempo dove il passato e il futuro sono entrambi pienamente manifesti nel presente.

Potenza e Controllo

Certamente ricorderete l’iconico scatto di Annie Leibovitz con Carl Lewis che sta per scattare ai blocchi di partenza con ai piedi un paio di tacchi a spillo rossi. Sono ormai 31 anni che lo slogan “La potenza è nulla senza il controllo”accompagna il marchio Pirelli. Ebbene, l’immagine e lo slogan sono riaffiorati alla mente con la progressione degli assaggi, in questa annata dove non manca davvero nulla, è tutto al posto giusto anche se a volte non ancora perfettamente in equilibrio.

Intensità e raffinatezza, unitamente a una dinamica tensione al palato, caratterizzano la maggior parte dei calici, e la sfida principale rimane il raggiungimento di un equilibrio ottimale tra calore alcolico, tannini e acidità. Come sempre, le interpretazioni più convincenti si rivelano attraverso un bilanciamento armonioso tra tutte le componenti.

Sebbene qualche campione fosse ancora un po’ timido di naso, l’espressiva eloquenza del sorso non è mai mancata, e ciò che ha sorpreso maggiormente in ogni assaggio è stata la dolcezza dei tannini, anche quando presentavano qualche asperità e tratti di ruvidezza tipici della gioventù.

Augusta Boes autore di 20Italie

Gli assaggi più convincenti

Senza voler dare punteggi né stilare graduatorie, riportiamo di seguito le etichette che ci hanno colpito maggiormente.

Casanuova delle Cerbaie – leggiadro e stratificato nei profumi, fresco, dinamico e scorrevole al sorso, e con tannini dolci e levigati, questo è un Brunello talmente godibile che in tavola rischierà di finire sempre troppo presto.

Poggio di Sotto – un vino che non si discute, si ama. Un Brunello esemplare, profondo, completo ed equilibrato in tutte le sue parti, e che si conferma tra le punte d’eccellenza della denominazione.

Franco Pacenti – precisione ed eleganza sono ormai caratteristiche consolidate che trovano la massima espressione nel sorso carnoso e sfaccettato di Rosildo, un vero e proprio cru in equilibrio perfetto tra energia e armonia.

Fattoi – equilibro, intensità e scorrevolezza fanno da complemento a un naso complesso, profondo ed elegante per questo Brunello la cui coerenza gusto-olfattiva ne amplifica notevolmente la piacevolezza.

La Serena – è il canto della terra verso il cielo, dal bouquet intenso e variegato che, insieme al frutto, profuma di fiori di campo, erbe aromatiche e brezza marina. Complesso e potente, eppure agile e teso, regala gioia ad ogni sorso.

Sanlorenzo – quest’anno Luciano Ciolfi si presenta in smoking con un Brunello inedito e di intrinseca eleganza. Ribes, mirtilli e fragoline di bosco, uniti a una evidente carica balsamica e a una trama tannica fitta e carezzevole, riportano nel calice sensazioni che evocano la Borgogna.

Pietroso – solare, luminoso, esplosivo, è un Sangiovese didattico al naso, con un tripudio di violette e amarene seguite poi da note ematiche, di arancia e cacao. Il calice perfetto con una bella fiorentina al sangue.

Cava D’Onice – Colombaio – piacevolezza e precisione ne caratterizzano il sorso balsamico, fresco, equilibrato e disteso, con tannini dolci e perfettamente integrati. È ghiotto e infinito nella chiusura e non si fa certo dimenticare.

Ridolfi – i Brunello di Gianni Maccari sono come gli acquerelli in cui non ci può essere spazio per l’errore, e fluiscono sempre con eleganza e precisione. Il Donna Rebecca in particolare è profondo e sontuoso con note di cioccolata e arancia che lo rendono davvero irresistibile.

Gorelli – è quello che meglio rappresenta lo slogan Pirelli, e che riesce a coniugare magistralmente complessità e leggiadria, materia e leggerezza, eleganza e disinvoltura, potenza e controllo. Un grandissimo Brunello destinato a regalare intensi picchi di gioia nel tempo.

Ancora una volta, Montalcino si conferma come DOCG d’eccellenza, la cui produzione si distingue per la capacità diffusa di saper fare bene al di là delle caratteristiche specifiche di terroir, e della personale interpretazione di ogni singola cantina. L’orientamento stilistico è sempre più indirizzato verso vini che riescono a coniugare struttura e intensità con la piacevolezza, dinamicità e scorrevolezza del sorso, da godere subito ma pur sempre destinati a durare nel tempo.

Unico rammarico è che le defezioni tra le Cantine punte di eccellenza del territorio cominciano ad essere un po’ troppe. Un fenomeno che non può essere ignorato e che ci si augura possa presto arrestarsi, magari anche con il rientro in campo di Produttori di cui, oggettivamente, continuiamo a sentire la mancanza.

Casa Campania: al Merano Wine Festival pizza, sole, mandolino e tanto vino (di qualità)

Essere del Sud, vivere questa esperienza a volte ai confini della realtà. Sembra strano ma in 163 anni l’unità effettiva d’Italia non esiste di fatto se non sulla carta. Vallo a spiegare ai tanti visitatori esteri, che ancora ci vedono quelli del sole, pizza e mandolino.

Per fortuna, ribadiamo con le sole nostre forze e senza agevolazioni di cui godono altri territori, la Campania ha saputo riemergere a testa alta da una situazione oggettivamente difficile. Da due anni al Merano Wine Festival si cerca di diffondere il verbo della qualità delle eccellenze enologiche attraverso il padiglione appositamente dedicato Casa Campania. Grande la soddisfazione espressa nelle parole di Nicola Caputo Assessore all’Agricoltura della Regione Campania.

Una sorta di “Fuori Salone” in cui far confluire i Consorzi che stanno cercando, non senza difficoltà ad ogni livello, di fornire un’immagine unitaria agli operatori del settore. L’idea di un Consorzio di secondo livello pur nata da tempo fatica nel muovere i primi ingranaggi, ma le basi sono solide e le intenzioni meritevoli. Deus ex machina dell’iniziativa è Andrea Ferraioli, presidente del Consorzio Vita Salernum Vites (per i non addetti ai lavori il Consorzio vini della provincia di Salerno).

Un volto istituzionale che richiama attenzione mediatica e fiducia nel futuro. L’entusiasmo e la voglia propositiva ha coinvolto tutti, da Cesare Avenia presidente del Consorzio Tutela Vini Caserta VITICA a Ciro Giordano del Consorzio Tutela Vini Vesuvio per finire con Teresa Bruno che ha preso in mano la difficile gestione del Consorzio Tutela Vini d’Irpinia.

Immancabile la presenza accogliente e formativa dell’Associazione Italiana Sommelier, con il Delegato regionale Tommaso Luongo che ha condotto numerose Masterclass di presentazione dei vini e delle realtà più importanti campane. E Franco De Luca, docente e responsabile della didattica di A.I.S. Campania che prova a suggerrire abbinamenti stuzzicanti tra le tante tipologie messe a disposizione dall’impegno dei produttori vitivinicoli.

Madrina ed Ambasciatrice di Casa Campania è stata Chiara Giorleo, esperta di tutte le proposte più interessanti, rosati inclusi incredibili per versatilità ed eleganza. Qui la parte del leone la fa quasi sempre l’Aglianico, nobile varietà che racconta il proprio carattere mediterraneo all’interno del calice.

Numerosi i premi consegnati nella rassegna del Merano Wine Festival 2023 da The WineHunter e dalla Guida Vini Buoni d’Italia. Ai nostri microfoni Laura De Vito, giovane winemaker irpina di Lapio, con i suoi CRU di Fiano d’Avellino frutto di ricerca e zonazione dei poderi con la consulenza dell’enologo Vincenzo Mercurio. Infine Bartolo Sammarco che dalla Costiera Amalfitana, più precisamente Ravello, realizza piccoli capolavori del gusto dai ricordi tipici agrumati, salini e floreali.

Chiudiamo le nostre interviste con Libero Rillo, presidente del Sannio Consorzio Tutela Vini, dirimpettaio di Casa Campania con il proprio stand dedicato che ha fatto scuola partendo ancora 5 anni fa con tale progetto. Le ultime parole ad un grande rappresentante giunto al massimo vertice dell’OIV – Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino – l’enologo e titolare di Quinto Decimo prof. Luigi Moio.

L’arguta analisi sul futuro della Campania non poteva avere interprete migliore: siamo davvero sole, pizza e mandolino, o possiamo offrire molto altro a chi ancora non conosce una delle regioni più belle e ricche d’Italia dal punto di vista enogastronomico? A breve la risposta.

Merano Wine Festival 2023: i colori, le emozioni e le prospettive globali

Merano Wine Festival, giunto alla sua 32ª edizione, si è confermato l’evento più elegante dell’anno nel panorama enogastronomico italiano. Una manifestazione attesa con fervore da appassionati e operatori del settore, che ha trasformato la tranquilla Merano in un palcoscenico di degustazioni, incontri tematici e nuove prospettive per il mondo del vino.

Il richiamo all’eleganza in un’atmosfera vivace e frizzante, che ha accolto i partecipanti provenienti da ogni angolo d’Italia e oltre i confini nazionali. Corso della Libertà, ogni mattina, si è trasformato in un punto d’incontro dove una lunga coda di appassionati, ansiosi di varcare le soglie del Kurhaus, dava il via a giornate intense e piene di sorprese. Non è solo la celebrazione del gusto, ma un’esperienza sensoriale completa.

Oltre alle degustazioni guidate, le masterclass hanno offerto l’opportunità di approfondire la conoscenza del vino, svelando i segreti nascosti dietro ogni calice. I partecipanti hanno avuto la possibilità di esplorare nuovi territori, scoprendo realtà vitivinicole uniche e l’eccellenza dei settori food, beer and spirits all’interno della Gourmet Area.

I numeri parlano chiaro: 650 aziende vinicole, oltre 3000 operatori del settore e oltre 6500 visitatori. Cinque aree principali – il Kurhaus, la Gourmet Area, il Teatro Puccini, l’Hotel Terme Merano e il Forst Beer – per un panorama completo. Merano si è trasformata in un crocevia di eleganza e bellezza, con negozi e bar che pullulano di operatori, produttori, giornalisti, fotografi, blogger e influencer.

Il Kurhaus, elegante edificio che ospita i banchi di assaggio, è stato il fulcro dell’evento. La WineHunter Arena, nella Sala Grande, ha presentato centinaia di etichette in degustazione, tra cui spiccano il Cesanese del Piglio Superiore DOCG Colleforma di Pina e Armando Terenzi e il Roma DOC Bianco a base di Malvasia Puntinata di Anna Laura Cappellini della Cantina Cifero. L’incontro con la Brand Ambassador di Tenute Navarra, Federica Di Salvo, è stato l’occasione per scoprire il Nero d’Avola Riserva Batticchiè, un vino premiato che ha conquistato i palati più raffinati.

Il redattore di 20Italie Alberto Chiarenza nella sala del Kurhaus

I banchi di assaggio sono un viaggio attraverso le eccellenze regionali, come dimostra Casa Campania (n.d.r. il nostro prossimo approfondimento). Una delle regioni più belle di Italia e la regione con il più alto numero di vitigni autoctoni. Territori magnifici e ancora poco esplorati che stanno riscoprendo l’importanza delle basse rese e del vino di qualità. La cultura gastronomica campana è sicuramente un simbolo dell’Italia nel mondo e i vini sono altrettanto degni di questa nomea. Chiara Giorleo, madrina delle cinque denominazioni campane, guida in un percorso enoico tra Irpinia, Salerno, Sannio, Vesuvio e Caserta, valorizzando la cultura gastronomica e i vini di qualità.

Presenti molti operatori del settore, giornalisti oltre a rappresentanti delle più esclusive Associazioni, come il Presidente della Associazione Italiana Sommelier Sandro Camilli.

La serata di gala, segno della vera ripartenza del Festival, con qualche dissapore per le attese prolungate. Altro momento che consacra ogni anno il Merano Wine Festival è il Sabrage collettivo sul Ponte delle Terme, nel famoso atto che decapita il collo della bottiglia di Champagne, con un colpo di sciabola. Il tutto avviene sotto la supervisione di Helmut Köcher.

Prospettive Globali: Ambassador Internazionali e Export

Merano Wine Festival 2023 ha guardato al futuro, proponendo prospettive globali con il progetto degli Ambassador Internazionali. Non solo degustazioni, ma uno sguardo al futuro dell’enologia italiana all’estero. Sessioni dedicate al settore dell’export hanno delineato un progetto innovativo e avvincente.

L’attrattiva principale per le aziende partecipanti è stata la possibilità di espandere le proprie capacità di vendita. Il nuovo progetto di The WineHunter ha coinvolto importatori provenienti da diverse parti del mondo, dal Sud America al mercato statunitense, dal Canada alla Scandinavia, dalla Russia alla Cina.

Un particolare approfondimento è stato dedicato al gruppo di China Link, un lavoro lungo e impegnativo che ha portato a risultati significativi per l’export italiano in Cina. Marco Facchini e la sua squadra, attivi da oltre dieci anni in Cina, hanno consolidato la presenza dell’export italiano in un mercato complesso e in crescita.

Nella Gourmet Arena non sono mancati gli Show Cooking a cura di numerosi chef, che si sono cimentati con esibizioni creative e fantasiose ma di grande gusto, fatte con materie prime ricercate e rispettando o rivisitando i piatti tipici regionali. Molti gli espositori gastronomici presenti, con il meglio del Belpaese, come olio, formaggi, dolci e quant’altro offra lo Stivale Tra questi mi ha colpito lo stand di Rossoraro, un produttore eccellente di zafferano.

In conclusione, Merano Wine Festival 2023 si conferma non solo come una vetrina delle eccellenze enologiche ma, nonostante alcune critiche (tutto è perfettibile), anche come un evento in continua evoluzione, capace di anticipare le tendenze del settore e di aprire nuovi orizzonti per il vino italiano nel panorama internazionale.

Merano Wine Festival 2023: “c’è chi dice no”…

Noi vi spieghiamo, invece, il perché dei tanti “sì” e le ragioni per essere presenti alla vera “Festa dell’Enogastronomia”

Festa o Festival, il passo è davvero breve. Dopo mesi di duro lavoro, visite, esposizioni e degustazioni di varia natura, arriva il momento per tutti di resettare la mente e ritrovare la serenità persa. Costi quel che costi si intende, e la tematica del “vil denaro” influirà nel merito del discorso.

Merano Wine Festival è il luogo dove, per un giorno, due e finanche una settimana, le lancette dell’orologio cessano di muoversi. Un immenso parco giochi dove sentirsi come Pinocchio nel Paese dei Balocchi. Espositori di vino, Area Gourmet con primizie provenienti da ogni angolo dello Stivale, masterclass e show cooking appetitosi.

Una sezione dedicata al biologico, biodinamico e naturale ed ai prodotti provenienti dai mercati esteri, come in una sorta di infinito gemellaggio itinerante. L’abile mano di Helmuth Köcher – The WineHunter – il visionario uomo immagine e patron della manifestazione, si è fatta sentire in maniera ancora più pressante e articolata. Merano dovrebbe intitolargli vie, piazze e statue d’oro, anche per buon augurio di altri 100 anni al timone della nave.

Helmuth Köcher ai microfoni di 20Italie

L’indotto comportato in queste 32 edizioni è stato tangibile fin da subito per la cittadina dell’Alto Adige. I miei ricordi d’infanzia della Merano fine anni ’80 cozzano decisamente con la versione aperta all’Europa e al mondo intero dei tempi odierni. Servizi, cura e decoro, che si autoalimentano proprio in simili occasioni, quando ogni angolo diventa meta di incontri, dibattiti e persino accordi commerciali.

E veniamo all’altro tema in corso…

Può una fiera del vino e della gastronomia creare anche vantaggi economici per chi partecipa?

La domanda è tendeziosa si direbbe; la pubblicità è l’anima del commercio e Merano Wine Festival rappresenta una vetrina unica nel suo genere. Ma, come altre occasioni della vita, alla fine conta sempre l’abilità dell’imprenditore, compresa la propensione al rischio di esporsi a sonore fregature. Insomma: la partita Iva non è cosa per tutti (per fortuna).

Ci si potrebbe chiedere, dunque, se il gioco valga davvero la candela. Alla fine, però, sono tutti lì, aziende e comunicatori (stampa inclusa) con numeri mostruosamente in crescita da un anno all’altro. Numeri che costringono gli organizzatori a selezioni cruente al momento degli accrediti, con evidente scontento di chi resta fuori lista. Ormai è una macchina così ben collaudata che non ha bisogno neppure di quella bulimia comunicativa per trovare una propria dimensione o il benestare delle firme d’autore. Facciamocene una ragione ora e per l’avvenire.

Alla fine fa parte del mestiere: “a chi tocca non si ingrugna”. Nelle scelte economiche (legittime) di ciascun operatore, restare fuori dal giro significa un atto di coraggio che non è detto dia risultati sperati; basta non pensarci una volta tratto il dado e non denigrare un evento che, nel bene e nel male, raccoglie consensi ovunque da autentico fiore all’occhiello d’Italia. Chi fa parli, gli altri tacciano.

Abbiamo corso freneticamente tra gli stand, scalino dopo scalino, sui red carpet che conducono ai settori caldi del Merano Wine Festival. Le interviste integrali le troverete cliccando sul seguente link di youtube.

Ne pubblichiamo un estratto in particolare, riguardante due attori importanti dietro le barricate: il professor Luigi Moio, presidente di OIV ed enologo di chiara fama, e l’esperto sommelier comunicatore del vino Davide D’Alterio di Enoteca Pinchiorri, lo storico tre stelle Michelin di Firenze.

Il prof. Luigi Moio
Il sommelier e comunicatore del vino Davide D’Alterio

Non vogliamo convincere nessuno, ma offrire solo spunti per una buona riflessione.

Alto Adige: la cantina Tröpfltalhof di Andreas Dichristin presenta l’etichetta Cornus Mas

Giovedì 2 novembre presso l’azienda biodinamica Tröpfltalhof di Andreas Dichristin a Caldaro (BZ) si è svolta la presentazione, per giornalisti e operatori del settore, di Cornus Mas, etichetta davvero unica del suo Sauvignon Blanc.

Le viti condotte ad alberello sono disposte su tre filari distanziati tra loro dieci metri, in mezzo a un campo di grano, in un angolo del Vigneto Garnellen ( quello che circonda la casa e la cantina). E’ sicuramente la parte più selvatica e naturale, dove cresce inoltre una siepe alta e fitta di corniolo selvatico, che rappresenta una protezione dal mondo esterno e fonte di vita per le piante: Cornus Mas, il nome del vino è un tributo al Corniolo.

L’idea che ha ispirato Andreas era quella di creare un’espressione dell’armonia e sinergia della natura, di quella vitalità che viene ricercata dalla pratica biodinamica; questo è stato possibile nel 2015, quando Madre Natura si è esaltata, nelle maturazioni dei frutti della terra, dimostrando un perfetto equilibrio e una grande energia vitale.

I grappoli di Sauvignon Blanc vengono vendemmiati a mano, le uve fermentano e macerano per 7 mesi in un’anfora dedicata. Dopo la svinatura, il vino torna in anfora per altri 14 mesi, restando sulle fecce fini ed è imbottigliato senza aggiunta di solforosa. L’affinamento avviene nella medesima terra da giunge l’uva: una buca profonda 1,5 metri dove sono state posizionate le 100 (uniche!) bottiglie di Cornus Mas per 5 anni.

Date le premesse, l’aspettativa in sede di degustazione era molto alta e ognuno dei presenti immaginava certo un qualcosa, probabilmente di difficile definizione. L’etichetta nera è molto elegante e si legge il nome del vino scritto in caratteri dorati. Cornus Mas inizia subito a mostrarsi con un luminoso color topazio e un suono definito e acuto mentre raggiunge il bicchiere. La scelta di servirlo a temperatura ambiente (circa 15 gradi) è più che azzeccata, anzi scaldandosi si apre e svela profumi e complessità.

Iniziano le danze, guidata come in un romantico valzer da un principe azzurro, e si distinguono le note di agrume candito, di miele, di albicocca disidratata, di zenzero e incenso, di senape, di camomilla. In bocca si esprime elegante e persistente: le percezioni ritornano vive, come lontani echi. Un vino che ha cavalcato il tempo, di cui è sicuramente amico, vitale e dalla piacevole e raffinata beva.

Se dovessi disegnarlo probabilmente farei un cerchio perfetto, come quello di Giotto, per tradurre la sensazione di essere di fronte a qualcosa di vivo e di vero. La capacità di osservare la natura di Andreas, unita al suo approccio biodinamico hanno dato vita a un vino inimitabile: abbiamo chiesto ad Andreas quando uscirà la prossima annata di Cornus Mas: ha semplicemente sorriso, non sapendo rispondere.

Il momento sarà sicuramente quando quelle condizioni di armonia, equilibrio e vitalità si ripresenteranno. Da allora dovremo ancora attendere 8 anni per assaggiare il vino, ma senza ombra di dubbio… sarà una bellissima attesa!

Team Costa del Cilento: Gaetano Iannone fa della semplicità in cucina il suo timbro unico

Trovarsi tra le cucine di un grande villaggio turistico come il Mia Resort a Paestum potrebbe incutere timore anche al più esperto degli chef. Qui le presenze numeriche e i volumi estivi sono impressionanti; le esigenze diventano pressanti e accontentare gusti e sensazioni del pubblico eterogeneo non è semplice.

Gaetano Iannone, invece, ha sposato fin dagli inizi il progetto, con una filosofia di vita basata sui valori della semplicità e dell’eleganza, accompagnati dal rispetto per le materie prime e l’essenzialità dei sapori. Ai nostri microfoni si è lasciato andare guidato dall’emozione sana e pura, come quel bambino che da grande sognava di fare questo mestiere (e non il medico o l’astronauta).

L’antipasto di salmone con crema alla melannurca, pomodoro secco e mandorle rappresenta un obiettivo ambizioso: creare cultura gastronomica nella semplicità di pochi ingredienti ben amalgamati.

Pratica ed indispensabile la ricetta proposta in video: troccoli con zucchine, fiori di zucca e lupini di mare. Pratica per l’esecuzione replicabile anche nelle nostre case. Indispensabile perché valorizzare il lupino, delicato e ricco di sfumature di salsedine, con il fiore di zucca è un colpo di inventiva di grande impronta.

Il resto lo scoprirete direttamente sul posto. Il ristorante, infatti, prevederà l’apertura anche agli ospiti esterni con un rapporto qualità prezzo accessibile a tutte le tasche.

Eboli: una fermata di gusto

Arrivare ad Eboli, all’uscita dell’Autostrada A2 e che fare? Vi sarete chiesti in tanti, complice alcuni passi clou della narrativa italiana, perché menzionare proprio Eboli quale crocevia del Sud Italia. Una sorta di ombelico del mondo mediterraneo, posto equidistante tra le bellezze paesaggistiche della costiera e le porte d’ingresso sul Cilento e sul Vallo di Diano. Luogo intriso di storia e cultura, come testimoniano i numerosi reperti archeologici rinvenuti nei secoli.

Un passaggio tra le vie cittadine, in direzione Ermice, a contatto con tradizioni e natura. La visita al ManEs – Museo Archeologico Nazionale di Eboli e della Media Valle del Sele – realizzata in collaborazione con il Ministero della Cultura – Direzione regionale Musei Campania – testimonia quanto detto. Dal terrazzo ai piani superiori si può ammirare la magnificenza dei tetti colorati, dei campanili e delle chiese, che si spingono fino alla Piana del Sele e di lì, nella quiete agreste, al mar Tirreno.

La stele romana ritrovata di recente riporta la scritta Eburum, antica denominazione di Eboli, chiamata in dialetto locale “Jevule” derivato, con ogni probabilità, da Eu bòlos (ευ βώλος, “buona zolla“), o dal mitico fondatore Ebalo, figlio della ninfa Sebeti e di Telone, re di Capri, menzionato da Virgilio alla fine del settimo libro dell’Eneide.

Tanta storia e altrettanta modernità, grazie al fiorente sviluppo del settore enogastronomico. Terra di mozzarella di Bufala, forse il territorio che più di altri ne produce per quantità nel rispetto dei protocolli tesi a un formaggio a pasta filata unico nel suo genere, dal sapore inconfondibile. Il Caseificio Fattorie Di Guida, tramite le parole del fondatore Enzo Di Guida, espressione vulcanica di cosa significhi fare imprenditoria di qualità, ci racconta delle difficoltà iniziali, nonché dello stile produttivo e della mozzatura, la fase conclusiva di un processo nato nelle stalle dal latte genuino di razze selezionate e curate con amore.

La differenza, spiega Di Guida, la fa l’artigiano della mozzarella, colui che riesce a curare ogni minimo particolare, valutando i mangimi naturali di propria creazione per le bufale, le attrezzature per la mungitura e l’occhio dell’uomo, unica unità di misura di incredibile precisione nella scelta della pezzatura, tra bocconcini, mozzarelle e la “Mammellona di Eboli”, marchio registrato e garantito.

Non sarà l’unica parentesi gastronomica del nostro racconto, che prosegue con l’incanto e la pace spirituale del Convento dei Cappuccini di S. Pietro alli Armi, ritornando sulle alture ove si intravede lo skyline di Eboli. Ad accoglierci padre Modesto Fragetti, già parroco del Convento dell’Immacolata di Salerno, Padre provinciale, maestro di novizi, missionario in Congo. Una vita per la Chiesa (oltre 50 anni di sacerdozio) al servizio dei più poveri e bisognosi. Ci accoglie come un amico fraterno, condividendo la casa dei monaci dotata di un chiostro del ‘600 di tale bellezza da togliere il fiato.

Il primo nucleo fu eretto nel 1080 dai frati Benedettini, autentici protettori della cultura e delle tradizioni romane e medievali, amanti della vite e delle piante officinali, abili copisti e traduttori. Furono chiamati a salvaguardare e bonificare il territorio, nel principio ecumenico del Ora et Labora, prega e lavora. La Chiesa fu trasformata in stile barocco nel XVIII secolo e riportata ai fasti di una volta nel 1928 dopo il crollo parziale del tetto. Una tappa obbligatoria per chi cerca nella calma serafica, nella riflessione e nella preghiera, un antidoto vitale ai ritmi forsennati che ci si impone nella vita odierna.

Quando lo spirito è rilassato, non resta che gratificare il corpo, procedendo spediti verso il Ristorante Il Papavero, dove ad accoglierci è lo Chef Executive – una stella Michelin – Fabio Pesticcio e la pastry chef Benedetta Somma, figlia di Maurizio Somma, il founder dalla mente lucida e visionaria. Portare il riconoscimento prestigioso della Guida Michelin a Eboli è stato merito di un progetto iniziato ben prima del lontano 2011, anno della stella, e che prosegue con qualità e ricerca continua con uno staff giovane e preparato.

Straordinario il piatto firma di chef Pesticcio: pasta mista con ragù di polpo, spuma di patate e coulis di pomodoro affumicato con olive. Un trompe-l’oeil di chiara efficacia, che gioca all’esaltazione delle materie prime, perfettamente riconoscibili nella loro mescolanza.

Non può mancare l’arte dell’abbinamento cibo-vino con la proposta di una talentuosa produttrice autoctona doc: Rossella Cicalese. Sua l’idea di recuperare, poco più che ventenne, gli antichi poderi dell’infanzia, preservando e presidiando l’ambiente circostante. Tre gli ettari coltivati a Eboli e quasi 2 a Perdifumo per un totale di bottiglie oscillante fra le 12 e le 15 mila annue.

Il Rosato 2022 Ephýra, ad esempio, Aglianico in purezza, è un vino di carattere molto versatile con le proposte culinarie della Campania, su pietanze di terra e di mare.

Arte, storia, cultura enogastronomica e spiritualità: Eboli è davvero una fermata di gusto per l’anima.

Champagne Bollinger: in principio era il legno

È un ventoso pomeriggio di settembre quando varchiamo il cancello di uno dei templi del Pinot Noir, la maison Bollinger. Siamo nel villaggio di Aÿ, uno dei diciassette grand cru di Champagne, vocato proprio al pinot noir, dove Bollinger produce bollicine dal 1829.

È tuttavia riduttivo circoscrivere la caratteristica produttiva  di Bollinger con l’utilizzo di non meno del 60% di pinot noir in tutte le cuvée. Lo stile della maison è più complesso: riusciamo a intuirne le sfaccettature durante la visita alla cantina storica e a catturarne l’essenza nella degustazione finale.

Iniziamo la nostra passeggiata all’aperto tra i filari del Clos Chaudes Terres, che insieme al Clos St. Jacques, per un totale di solo mezzo ettaro in Aÿ contro 179 di proprietà della Maison, è una parcella miracolosamente sopravvissuta alla fillossera e dunque ancora a piede franco. Da questo momento in poi ci prende metaforicamente per mano Tante Lily, al secolo Elisabeth Law de Lauriston-Boubers, che, vedova a soli 42 anni di Jacques Bollinger, dal 1941 tenne salde le redine aziendali fino al 1971, traghettando di fatto la maison nell’era moderna. A lei spetta l’intuizione del grande valore delle due piccole parcelle ancora a piede franco e la creazione nel 1969 del Blanc de Noirs Vieilles Vignes Françaises, che, nell’intenzione di Madame Bollinger, doveva rappresentare lo stile antico dello champagne. Le due parcelle vengono lavorate a mano con il solo ausilio di cavalli da traino e potate secondo l’antica tecnica della propaggine perpetuata. L’ultima annata commercializzata di Vieilles Vignes Françaises è la 2013, per un totale di 2477 bottiglie.

Attraversiamo la soglia della cantina storica e incontriamo immediatamente la barrique, vero fil rouge dello stile Bollinger. La prima fermentazione di tutte le uve viene effettuata in varia misura in acciaio e barrique. Solo il legno piccolo, però, è in grado di creare maggiore resistenza alla micro ossigenazione e un miglior potenziale di affinamento, tanto che le etichette millesimate della Maison provengono esclusivamente da fermentazione in legno. Le barrique, di terzo/quarto passaggio, provengono tutte dal Domaine Chanson, in Borgogna, proprietà acquisita nel 1999 da Bollinger. Ma per comprendere l’importanza che la barrique rappresenta nello stile produttivo della Maison, ci basti pensare che il legno per riparare le doghe proviene dalla foresta di Cuis, di proprietà della famiglia Bollinger dal 1829 e che tra le maestranze della casa, ci sono quelle dedicate esclusivamente alla manutenzione delle botti. Manutenzione che inizia circa tre mesi prima della vendemmia, quando vengono riempite d’acqua, per garantirne l’impermeabilizzazione, successivamente asciugate e infine sterilizzate, pronte ad accogliere esclusivamente la prima pressatura delle uve, la cuvée.

In seguito alla fermentazione alcolica, tutti i vini sono sottoposti a fermentazione malolattica e al termine del processo di vinificazione, dopo circa 6-8 mesi, avviene l’imbottigliamento. Notevole il fatto che anche i vins de reserve vengono imbottigliati in magnum e tappati con sugheri in attesa dell’utilizzo: si tratta di  circa 800.000 bottiglie conservate nei sotterranei della cantina, dove affinano tra i cinque e i quindici anni, con una piccola aggiunta di zucchero e lievito, che di fatto li rende delle vere e proprie bombe aromatiche. Il legno dunque è la firma Bollinger, utilizzato in  varie fasi e misure: parzialmente per vinificare gli champagne sans année, esclusivamente non solo per i millesimati ma anche per i vins de reserve, che andranno ad arricchire in percentuali differenti tutte le etichette della Maison.

Anche il tempo di affinamento in bottiglia è uno dei caratteri rappresentativi di Bollinger: la Special Cuvée affina per 36 mesi; la Grande Année, riposa per non meno di sette anni (l’ultimo millesimo imbottigliato è stato il 2014 e probabilmente il prossimo sarà il 2022); solo le migliori espressioni della già selezionata Grande Année superano i dieci anni di affinamento e vestono l’etichetta Bollinger R.D., dove le iniziali R.D. stanno per Récemment Degorgée, a sottolineare la caratteristica del prodotto che viene commercializzato poco dopo la sboccatura.  Anche quest’ultima etichetta geniale intuizione di Tante Lily, che lanciò nel 1967 il millesimo 1952 con l’intenzione di esaltare sia l’immediata freschezza della recente sboccatura sia il palato sontuoso, risultato del lunghissimo affinamento. 

SPECIAL CUVÉE

60% Pinot Noir, 25% Chardonnay; 15% Meunier

10% della massa vinificato in barrique

6/7% di vins de réserve affinate in magnum

36 mesi di affinamento

Dosaggio: 8 g/l

Remuage meccanico

Signature label della Maison, ne racchiude tutte le caratteristiche sopra descritte. La scelta del nome anglofono strizza l’occhio a uno dei mercati più importanti per Bollinger, il Regno Unito, dove la Maison è presente sin dal 1834. Legame rafforzato anche dal fatto che Bollinger è l’unico champagne bevuto da James Bond sin dal 1978.

Oro brillante alla vista, si caratterizza sin da subito per il carattere speziato, che si alterna ai sentori di finocchietto,  zucchero a velo, buccia d’arancia, e frutta secca tostata. Entra morbido in bocca, con effervescenza delicata e ricorda il pain d’epices di Natale. Al coup de nez è capace di rivelare anche un delicato carattere floreale.

GRANDE ANNÉE ROSÉ 2014

67% Pinot Noir, 33% Chardonnay

100% della massa vinificata in barrique

5% di vino Côte aux Enfants

7 anni di affinamento

5% di vino Côte aux Enfants

Sboccatura: Marzo 2022

Dosaggio 8 g/l

Remuage manuale

Rosato ottenuto da blend di vino bianco e rosso, come previsto da disciplinare in Champagne. Il vino rosso è il coteaux-champenois Côte aux Enfants, pinot noir di singolo appezzamento non vinificato in tutte le annate.

Brillante nel color rame, cattura immediatamente il naso per i sentori di petali di rose rosa e gelsomino africano che fanno da trama al caramello salato e al croccante di mandorle tostate. Il palato sensuale e avvolgente richiama continuamente al sorso e ammalia nel rimando alle spezie orientali e all’incenso. Per meditare se proprio da soli, ma meglio da godere in piacevole compagnia.

Sulle tracce di Dioniso: le eccellenze della viticoltura greca in degustazione a Firenze al Greek Wine Day

Venerdì 10 Novembre, in occasione del Greek Wine Day, un evento organizzato da Haris Papandreau @greekwinelover, in collaborazione con il Consolato Greco di Firenze e Fisar Firenze presso il Together Florence Inn a Bagno a Ripoli, è stata presentata una rappresentanza di cantine greche che hanno portato in assaggio la loro produzione.

La qualità del vino greco è costantemente in ascesa e la conoscenza dei winelovers è andata oltre il Retsina che accompagnava i ricordi delle vacanze estive: il recupero di varietà native, le lavorazioni in cantina secondo i criteri moderni, l’attenzione alla sostenibilità e alla tradizione di gestione delle vigne hanno sicuramento portato questo paese alla ribalta dei mercati internazionali.

La presenza di tanti produttori ha reso questo momento davvero speciale: da un banco all’altro si viaggiava dalla Beozia all’isola di Ikaria, da Santorini a Creta e al Peloponneso, ascoltando i racconti dei vignaioli.

Karimalis Winery è una azienda a conduzione familiare creata nel 1999 da Giorgos Karimalis e da sua moglie Eleni: stanchi della frenesia della metropoli di Atene si sono ritirati nell’Isola di Ikaria, dove possedevano, da ben 500 anni, terra e casa. Una scelta sicuramente coraggiosa, motivata dal desiderio di vivere secondo natura. L’isola è famosa per la produzione di vino sin dai tempi di Omero, il Pramno e per il culto di Dioniso. Inoltre è una delle cinque regioni al mondo che appartengono alla Blue Zone, cioè a quei territori dove la longevità delle persone supera i 100 anni.

Iliana Karamalis, una dei 4 figli della coppia, è l’enologa (e dal 2019 proprietaria!) della giovane cantina, che offre anche la possibilità di alloggio e di percorsi naturalistici agli enoturisti: le sue spiegazioni sono state avvincenti e i vini assolutamente interessanti. Lavorano i terreni nei villaggi di Nas e Pigi in regime biologico, nel massimo rispetto dell’equilibrio della natura e vengono utilizzati solo lieviti indigeni. Le varietà coltivate sono quelle locali: reteno, kountouro e fokiano per quanto riguarda le varietà a bacca nera e begleri e assyrtiko per quelle bianche. Le fecce del vino e di cantina ritornano nei vigneti attraverso il compostaggio. L’estensione degli appezzamenti ammonta a circa 6 ettari e vengono prodotte 10.000 bottiglie.

Tra gli assaggi più convincenti un Pet Nat da fokiano e kountouro e il Kalambele, un blend composto da begleri e assyrtiko, di medio corpo e vibrante freschezza, con gradevoli note olfattive che ricordano la mela verde, l’acacia, la scorza di limone, la cera d’api. Il vino prende il nome dal toponimo dove è situato il terreno più antico e significa “buona vite”.

Domaine Zafeirakis è situato nel centro della Tessaglia ai piedi del Monte Olimpo, nei territori coperti dalla Tyrnavos PGI e la famiglia produce vino da più di 100 anni. Christos Zafeirakis, quarta generazione, dopo aver completato gli studi di enologia e aver sperimentato diversi stage all’estero, tra cui anche in Italia, ha deciso di coltivare il primo vigneto biologico nel 2005 e da allora l’impegno non solo si è mantenuto, ma è cresciuto, abbracciando anche i principi della biodinamica.

Attualmente sono dodici gli ettari coltivati nelle zone di Paleomylos e Kampilagas con le varietà autoctone limniona, malagousia e con le internazionali chardonnay e syrah. I suoli hanno delle caratteristiche molto diverse: Paleomylos presenta sabbie e argilla, con alte concentrazioni di calcio mentre Kampilagas era anticamente un lago, predominano le argille ed è ricco in oligoelementi. In cantina vengo usati lieviti indigeni e utilizzati sia i contenitori di acciaio, che di legno che le anfore di Tava.

Natura è un vino bianco 100% malagousia che fermenta in legno e matura per 12 mesi in botti da 24 hl: profumi intensi ed espressivi di pesca, di fiori gialli ed erbe di campo, per un sorso fresco dalla chiusura sapida. Con il limniona si ottengono, oltre al rosè, due vini stupendi. Il primo svolge la fermentazione e l’affinamento in legno, la macerazione dura circa 25 giorni mentre il secondo, dopo la fermentazione in legno matura nelle anfore. In entrambi si riconoscono le caratteristiche del varietale, cioè il colore rosso intenso, il corredo olfattivo che ricorda i piccoli frutti neri, mora, mirtillo, le nuances speziate, il pepe e i tannini setosi, il finale con sentori di pietra focaia.

Hatzidakis Winery ci proietta nella magia di Santorini, tra i paesaggi vulcanici dove le viti di assyrtiko vengono condotte e organizzate nel cestino (Kouloura), che permette ai grappoli, che pendono all’interno di esso, di essere protetti dal soffiare dei venti e dai raggi del sole. L’azienda ha ottenuto il riconoscimento Vegan nel 2021. Erano presenti alla manifestazione Konstantina Chrissou con le figlie Ariadni e Stella Hatzidakis e con l’enologa Nektaria Vlachou.

In assaggio un vino nuovo, prezioso da un singolo vigneto, di nome Rampelia: le uve di assyrtiko restano in una stanza fredda per 24 ore dopo la raccolta prima della criomacerazione. Segue poi la pressatura soffice e la fermentazione con lieviti indigeni a temperatura controllata; il vino resta sulle fecce fini per 12 mesi dopodiché il 70% della massa affina in acciaio e il restante 30% in botti di rovere francese. Si riconoscono profumi di agrumi, di biancospino, quella sferzante acidità che rende il sorso verticale, arrotondato dal minimo tocco del legno. Un vino caratterizzato da una drammatica espressività, figlio di un’attenzione alla cura delle viti maniacale e del rispetto della tradizione.

In degustazione anche l’ultima annata di Aidani, bianco piacevolmente fresco ottenuto dall’omonimo vitigno, che ha un’etichetta molto particolare, dato che si tratta di un disegno a pastello fatto da Stella Hatzidakis quando era piccola. Skitali è molto particolare perché porta con sé l’eredità di Haridimos Hatzidakis, quel “testimone” che viene consegnato alla generazione successiva; assyrtiko in purezza, uve proveniente dai vigneti a Pirgos ( dove ha sede al cantina) e Megalochori. Per la fermentazione in acciaio vengono utilizzati lieviti indigeni e rimane sulle fecce nobili per 12 mesi; non viene filtrato e affina successivamente 12 mesi in bottiglia. Colpisce la finezza ed eleganza dei profumi di limone, di acacia, di biancospino, di erba cedrina, la guizzante acidità e la persistenza del sorso, che lascia ricordi marini, quasi salati in bocca.

Il Greek Wine Day si conferma un evento di grande spessore e importanza per l’approfondimento della conoscenza dei vini Greci e per la cultura che promuove, non solo del bere bene, che riporta alle radici della storia dei popoli del Mediterraneo: restiamo quindi in attesa della prossima data, per godere ancora del nettare degli dei.