Il ristorante “O me o il mare” di Gragnano ospita le opere di Gabriele Leonardi: celebrare il mare  e il rispetto dei delicati equilibri marini attraverso l’arte

Il 6 febbraio cena a 4 mani dove si uniscono mani di chef e mani di pittore – “O me o il mare”, Via Roma n°45 , Gragnano (NA). Del ristorante gourmet abbiamo già scritto in Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: O Me o il Mare Restaurant; adesso la nuova iniziativa di Tramontano e Gargiulo.

Luigi Tramontano: “La mia cucina è l’espressione dell’anima e le mie mani provano a trasformarla, quelle stesse mani che l’artista toscano usa per raccontare il mondo marino e fantastico attraverso i suoi lavori”.

“Un po’ di tempo fa avevamo chiesto a Gabriele di ispirarsi al nostro lavoro e alla nostra cucina per celebrare il percorso da noi intrapreso molti anni addiietro. Ne sono nate alcune rappresentazioni pittoriche legate al tema del mare che ci hanno colpito molto per l’estrema bellezza, suggestive ma, soprattutto, molto rappresentative.”

Lo chef Luigi Tramontano, patron di “O me o il mare“,stella Michelin dal 2024, presenta con queste parole le opere dell’artista Gabriele Leonardi, toscano di nascita, che verranno esposte all’interno dei locali del ristorante, situato nel centro storico di Gragnano.

 La cucina dello chef Tramontano attualmente fonde insieme tutte le sue esperienze, lavorative e personali, i viaggi e l’icontro di tante culture diverse.Le radici della sua cucina affondano nella tradizione napoletana interpretata in chiave contemporanea, elaborata con i migliori prodotti che le stagioni offrono. Principalmente verdure e pasta, strettamente legate alle proprie radici, includendo carne e pesce, ponendo la tecnica  e la lunga esperienza a servizio della semplicità e del sapore. Da sempre amante dell’arte, pone l’estetica dei piatti in primo piano, spaziando tra forme e colori creativi.

Finalmente in questa nuova sfida legata al ristorante di proprietà O me o il mare, portiamo un artista da noi molto apprezzato perché si lascia ispirare dalla natura, da terra e mare.

L’unione dei due intenti, tra la cucina d’autore e le tele artistiche di Gabriele Leonardi, camminano con armonia sul medesimo filo conduttore: l’amore profondo per il mare, il legame con le proprie radici, il rispetto per l’ambiente.

Gabriele Leonardi, classe 1970, vive in Toscana è un pittore e artista appassionato dei colori e dei fantastici temi legati al mare e alla terra. Nelle sue opere ama trasformare e alterare scene e forme di vita in visioni fantastiche o surreali o, semplicemente, accendere sui suoi soggetti una luce colorata e una intuizione personale.

La sua ispirazione più grande viene dall’arte del ‘900, in particolare dai maestri dell’immaginario che si nutrono della fantasia infantile e della potenza coinvolgente delle fiabe e dei colori in un mondo sovrannaturale.

Le sue forme d’arte si sono evolute negli anni a partire dalle modellazioni in legno, acciaio, sino alle realizzazioni su tela. I suoi soggetti principali sono le sardine, protagoniste frequenti delle sue rappresentazioni pittoriche.

“Ho pensato alla sardina perché oltre a rappresentare l’energia, la vitalità, lo spirito di gruppo, la fiducia reciproca e la forza di volontà, spiega Gabriele Leonardi, interpreta al meglio la tradizione marinaresca tipica del nostro territorio, mettendo in risalto i colori e le tonalità della sua livrea e del suo grande occhio profondo, proprio quell’occhio che scruta il fondale marino con le sue cromie, i toni del blu e del bianco o magari degli arancioni e dei rossi di un tramonto sul mare che si amalgamano ai colori dei piatti e della cucina di mare dello chef”.

PRENDE VITA UN MENU’ ISPIRATO AL PESCE  CHE SARA’ POSSIBILE

DEGUSTARE DURANTE  LA CENA

Le mie alici “arreganate”

Mischia francesca in brodo di polpo con crema di patate e dragoncello

Spaghettone di Gragnano con alici, finocchi e carpaccio di pesce azzurro

Crèpe di calamaro con ostrica, mandarino e zucca

Granita di Gin Mare e alghe

In riva al mare

Nicoletta gargiulo e Luigi Tramontano

O me o il Mare 

tel. 081 6200550 – info@omeoilmare.com

Fuori dal Feed – In provincia si mangia meglio, come da Élevage Wine Restaurant

Sono nata e cresciuta in provincia. Solo durante un breve ma significativo periodo a Roma posso dire di aver assaporato davvero la vita di città. Per il resto, sono sempre stata “quella che non è del centro”, non proprio Napoli-Napoli, per intenderci.

Da quando ho un fidanzato, che vive la Città ogni giorno, c’è una frase che mi ripeto spesso. E no, non riguarda i chilometri da percorrere per incontrarci… ma riguarda il cibo. Io ne sono convinta: in provincia si mangia meglio!

In provincia, almeno per ora, non comanda il turismo di massa. In provincia devi volerci andare. Devi spostarti, fare fatica, scegliere. E se scegli di muoverti, deve valerne la pena.

Ed è esattamente quello che succede quando arrivi da Élevage Wine Restaurant, a Trentola Ducenta, in provincia di Caserta: non solo ne vale la pena, ma ti fa anche capire perché qualcuno decide di restare, investire e rischiare lontano dai riflettori del centro città. Proprio come hanno fatto Anna Rancella e Mario Di Gioia, compagni nella vita e in sala, che nonostante le difficoltà hanno scelto di reinventarsi e plasmare la loro identità attraverso questo locale.

Qui chef Vincenzo Cozzolino porta avanti una cucina che spinge al massimo, senza compromessi, in collaborazione con lo chef una stella Michelin Luca Fracassi.

Il loro menù è pensato per chi ha la mente aperta, per chi ha voglia di provare, di fidarsi e di uscire dalla propria comfort zone, senza però dimenticare sapori (e ingredienti) che rendono la cucina campana così familiare.

Ho provato la degustazione da 75 euro a persona: sei portate, con wine pairing (3 calici) e 2 cocktail a 40 euro. Élevage conta oltre 200 referenze di Champagne e circa 700 etichette di vino, frutto della passione di Anna e Mario, coltivata attraverso viaggi, studio ed esperienze.

Ostrica, verza e capperi

Cozza e lattuga di mare

Trottole, granciporro e pecorino

Stoccafisso, purea di limone e cavolfiore

Pomodoro candito, bruciato e fermentato

Crema, porcini e provolone del Monaco

«Ogni piatto ha carattere, ed è questo il bello della degustazione – afferma lo chef Cozzolino – Quando mi chiedono se possono cambiare qualcosa, provo a spiegare che ogni scelta nasce da uno studio. Togliere o aggiungere un dettaglio significa riscrivere il piatto, cambiarne il senso prima ancora del sapore».

Non ho chiesto modifiche a nessun piatto, mi sono lasciata guidare per capire appieno la visione della loro cucina. E in ogni portata ho ritrovato l’amore per il territorio campano e la voglia di osare, senza mai forzare la mano per stupire o cercare consensi facili.

Ho apprezzato in modo particolare l’ostrica con verza e capperi, un piatto che gioca sull’equilibrio tra note vegetali e sapidità, così come le trottole con granciporro e pecorino, dove la dolcezza del crostaceo viene accompagnata dal formaggio senza sovrastarlo. Stessa cosa per le cozze e lo stoccafisso.

Molto interessante anche il lavoro sul pomodoro candito, bruciato e fermentato: un assaggio sorprendentemente dolce e nitido, che restituisce il pomodoro in una forma quasi essenziale.

Il dessert con crema, porcini e provolone del Monaco, invece, è da interpretare bene. Una proposta coraggiosa, che spinge sul confine tra dolce e salato e che, rispetto all’armonia dell’intero percorso, risulta più divisiva. Ma il rischio fa parte del gioco quando si decide di non abbassare l’asticella…

Perché fare una cucina di questo tipo fuori dal centro non è la strada più semplice, ma anche la più coraggiosa e soddisfacente.

Campania – Vincenzo Di Fiore festeggia il decennale nella prestigiosa Guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso

Vincenzo di Fiore festeggia dieci anni con i “2 spicchi” della prestigiosa guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso.

Un successo legato all’amore per la tradizione e per il territorio che il maestro pizzaiolo celebra in ogni sua creazione. Il lungo percorso è iniziato ad Acerra nel 2004 ed ora è giunto, nella sua tappa più recente, a Pomigliano D’Arco con il nuovo locale in via Gandhi, dove abbiamo avuto recentemente occasione di degustare alcune delle proposte più note del menù Di Fiore.

Un percorso non scontato, in un’epoca che ha fatto della sperimentazione e dell’innovazione i cavalli di battaglia del comparto pizza, Di Fiore è rimasto strettamente legato ai canoni dettati dal disciplinare dell’Associazione Verace Pizza Napoletana di cui è membro dal 2018: farina di forza media-debole, impasto diretto, lievitazione per un massimo di venti ore.

Il risultato è la pizza tradizionale per eccellenza, sottilissima al centro e dal cornicione ben alveolato. L’abbiamo gustata nelle sue versioni più semplici e popolari, margherita e salsiccia e friarielli. Ma è risaputo che sui terreni semplici si giocano le battaglie più dure, in questo caso vinta grazie al binomio spessore e cottura perfetta: il condimento non scivola via, la pasta non si affloscia e la chiusura a portafoglio è garantita. In un unico termine: equilibrio. 

La cura di Vincenzo per il territorio va oltre e si spinge fino al recupero di prodotti locali, come il fagiolo dente di morto, Presidio Slow food di Acerra, protagonista di uno dei fritti presenti a menù, l’Arancino Pulcinella. Bianco, con provola e pomodorini gialli, è dedicato alla maschera che proprio ad Acerra, secondo la leggenda, deve i natali. Di media grandezza, decisamente non un finger food, è appagante, anche grazie alla frittura pulita e asciutta che avvolge il ripieno cremoso.

Il vero flashback proustiano, che ci risucchia in un vortice di ricordi come lo chef Ego che assaggia la ratatouille dell’omonimo film, sta però nel gioiello di Vincenzo Di Fiore, la pizza lampiata.

“Sono un pizzaiolo della tradizione, mi piace riproporre i piatti che non si fanno più”, commenta Di Fiore, raccontando la storia della sua preparazione più famosa.

Tradizionale della provincia napoletana, ogni famiglia aveva la propria ricetta, con un unico punto in comune: la lampiata si cuoceva in teglia di ferro, sfruttando il calore del forno dopo la cottura del pane, quindi a una temperatura inferiore rispetto alla pizza verace. Le ultime lampe di fuoco scaldavano lentamente la pizza e diffondevano nei cortili e nelle strade il tipico profumo che si traduceva in un boccone arruscato e goloso.

Più alta e soffice della verace, senza cornicione,  l’abbiamo degustata in versione margherita e salsiccia e friarielli: un cibo confortevole e familiare, che nella mancanza di ricercatezza e di virtuosismi gastronomici, vede il suo punto di forza. Vincenzo la propone anche con baccalà e papaccelle o parmigiana, come sostituto estivo della salsiccia e friarielli.

Dieci anni di consolidata qualità senza compromessi sulla tradizione: questa la sfida vinta da Vincenzo Di Fiore.

Pizzeria Vincenzo Di Fiore Acerra

Corso Italia, 30

Acerra (Na)

Pizzeria Vincenzo Di Fiore Pomigliano

Via Gandhi, 18

Pomigliano d’Arco (Na) Tel. 334 8081782

Shochu, il distillato giapponese per eccellenza

Il Giappone, soprattutto nell’ultimo ventennio, si è guadagnato la fama di Paese produttore di whiskey, rum e gin, riscontrando un crescente apprezzamento tra i fine drinkers italiani e internazionali. In realtà, tra i distillati più autorevoli, autentici e rappresentativi del Giappone, lo Shōchū riveste un ruolo primario: la sua produzione è fatta risalire a tempi ben più remoti dell’arrivo degli europei in Estremo Oriente e quindi alla comparsa di altri superalcolici in quei territori.

Nella misura in cui oggi non ci è estranea la parola Nihonshu, più appropriata e specifica di Sake, termine quest’ultimo riferito all’alcol in termini generici, piuttosto che alla bevanda più in voga in una determinata area, anche lo Shochu ha un significato preciso e una storia piuttosto affascinante: Shochu si esprime attraverso due kanji, di cui uno molto simile a quello del sake, il cui significato complessivo  è “alcol bruciato“, designando così quanto il calore, diversamente che per un qualsiasi fermentato, sia inficiato nel processo di distillazione.

La definizione di Shochu pertanto è quella di distillato ottenuto preliminarmente dalla fermentazione della materia prima impiegata nel processo: infatti, tra le tipologie più apprezzate di Shochu si annoverano quello di riso, orzo, patate dolci, grano saraceno, talvolta semi di sesamo e castagne, o lo zucchero di canna, ma si possono utilizzare anche lo shiso e il sake kasu. Da ciò si evince che lo Shochu può avere una produzione molto diversificata e comunque non soltanto ridotta al processo di distillazione, proprio perché occorre modificare ed adeguare gli ingredienti principali attraverso le fasi fermentative. Pertanto, produrre Shochu implicherà necessariamente l’acqua, il koji bianco e i lieviti da Saccharomyces Cerevisia.

Generalmente la distillazione è multipla ma per i piccoli produttori, che generalmente coltivano le materie prime necessarie, lo Shochu viene distillato una sola volta, assumendo il termine di honkaku shochu, ossia autentico, con un sapore fortemente legato alla materia prima e meno alcolico. Lo Shochu distillato più volte è detto Kōrui Shochu.

Le origini dello Shochu risiedono anzitutto nell’Awamori, considerato suo progenitore: esso deriva infatti dall’introduzione delle tecniche di distillazione presso l’isola di Okinawa, al tempo nota come Ryukyu, direttamente dal Sud-Est asiatico attorno al XV secolo. L’Awamori, come per l’honkaku Shoshu, viene distillato una sola volta ma si differenzia da esso per l’impiego di un riso thailandese del gruppo indica e di koji nero, anziché bianco, venendo oltretutto affinato in anfora per almeno 3 anni.

L’Awamori è molto simile al Sato Tailandese, anticamente chiamato Lao-u o Lao Khao, a sua volta derivante dall’Arrrak, una ancestrale discendenza alcolemica derivatagli anche grazie alle relazioni commerciali dell’isola nipponica con l’alloraSiam. Non a caso Jorge Álvarez, esploratore portoghese che sostò diverso tempo presso il porto di Yamagawa, nei suoi resoconti di viaggio scrisse nel 1546 che i giapponesi consumavano, appunto un distillato di riso molto simile all’Arrak.

Proprio perché il regno di Ryukyu è stato un avamposto commerciale di fondamentale importanza, principalmente per il resto del Giappone e la Cina, attraverso i traffici marittimi, si sostiene che l’arte della distillazione dello Shochu sia partita da qui, di isola in isola, fino ad arrivare a Kyushu.

Esistono naturalmente altre ipotesi, come ad esempio quella che vorrebbe i pirati giapponesi, detti Wakou, grazie alle loro scorribande tra le isole del Mar Cinese Meridionale, abbiano introdotto distillati nel Paese del Sol Levante tra il XIV e XV secolo, trafugando addirittura degli alambicchi; anche l’ipotesi che la cultura della distillazione sia passata attraverso lo stretto braccio di mare tra il Giappone e la penisola coreana è abbastanza verosimile: al centro di questo canale si trova l’isola di Tsushima, appartenente a Kyushu, patria incontestabile dello Shochu tradizionale.

Le prime notizie sullo Shochu, risalenti alla fine del 1400, provengono proprio da questa area, così come una prima traccia scritta è custodita presso il tempio di Koriyama Hachiman aKagoshima ed è fatta risalire al 1559: consiste in una incisione su una tavola interna del tempio fatta dai falegnami che dice “Il capo sacerdote shintō del santuario era così tirchio da non averci mai offerto dello Shochu da bere”.

Il processo produttivo vede, generalmente, le seguenti fasi: preparazione del koji, composizione dello shubo nel moromi primario, fermentazione multipla parallela nel moromi secondario, distillazione, a pressione atmosferica o sotto vuoto, invecchiamento, diluizione, che porta lo Shochu dai 44° alcolici medi ai 25° finali, filtraggio e imbottigliamento.

Gli Shochu assumono la seguente denominazione a seconda della materia prima: il Kome Shochu, nato nella regione di Kuma, è fatto di riso ed è considerato lo shochu che ha dato vita a tutti gli altri, presentando aromi più raffinati anche grazie alla distillazione sotto vuoto; l’Imo Shochu viene prodotto grazie alla patata dolce e ha sempre rappresentato un distillato molto strong, anche se i moderni master distiller tendono a modelli più delicati; il Mugi Shochu, fatto con orzo, piuttosto che grano o segale, presenta un sapere leggero e fruttato, con note tostate; infine, il Soba Shochu viene fatto distillando il grano saraceno e presenta piacevoli note crispy.

Tra le aree più vocate primeggia appunto Kyushu, le cui sette prefetture producono Shochu di diverso tipo, a seconda del contesto storico, culturale e geografico, per quanto a Nord sia molto apprezzato il Mugi Shochu e il Kasutori Shochu, ricavato dal sake kasu, praticamente la “vinaccia” del sake. La prefettura di Nagasaki vede il rinomato Shochu di Iki, un’isola famosa per il distillato fatto con l’orzo. Il Kome Shochu di Kumamoto è molto celebre, così come a Miyazaki e Kagoshima lo sono quelli fatti con la patata dolce. Infine, l’isola di Amami è famosa per il Kokuto Shochu, ricavato dallo zucchero di canna, la cui produzione ebbe inizio durante la seconda guerra mondiale.

Lo Shochu è un grande prodotto, capace di rievocare uno stile di beva antico, articolato e diversificato, a seconda del distretto geografico di origine, è molto versatile nella miscelazione, ma viene consumato anche durante i pasti. In tal caso difficilmente viene bevuto liscio, ma sempre diluito sia con acqua calda che acqua fredda o con ghiaccio. Gli Shochu diluiti con l’acqua vengono chiamati Mizuwari, mentre quello con la soda è il cocktail più popolare, detto Chūhai, al quale si aggiungono anche aromi alla frutta come limone, pompelmo o yuzu.

A seconda della temperatura di servizio e della tipologia, gli Shochu si accompagnano benissimo al sashimi e alleostriche, così come alle fritture in tempura, ai ramen e agli stufati di manzo e maiale, incluse le preparazioni a base di ortaggi, funghi e tartufi, come pure alla pizza e ai formaggi, fino alle carni grigliate e al cioccolato fondente. Naturalmente gli Shochu e l’Awamori sono prestazionali anche in abbinamento al fumo lento.

In Italia, tra i maggiori estimatori ed esperti di questi nobili distillati è doveroso fare menzione di Luca Rendina, che con Bere Giapponese è diventato ambasciatore della cultura dell’alcol giapponese, promuovendone la degustazione attraverso masterclass di rilievo in diverse regioni e contesti. Evidentemente lo Shōchū costituisce un legame indissolubile tra storia, cultura, tecnica e arte produttiva, territorio e condizione economica del popolo giapponese, uno stile di bere raffinato, capace di conservare la memoria della materia prima da cui si ricava e con cariche aromatiche complesse ed intense.

Comunemente bevuto nelle Izakaya, lo Shochu, così come il Nihonshu, diventa un rituale votato alla socialità, essendo tra i drink preferiti per rilassarsi tra colleghi e amici dopo il lavoro, consumato spesso con piatti da condividere per corroborare vecchi legami o instaurarne di nuovi.

Da Biskè supplì d’autore: la tradizione romana al “telefono” firmata da Giuseppe Todaro

Nella capitale, dove la cucina popolare è arte e storia, il supplì diventa protagonista assoluto sotto le mani esperte di Giuseppe Todaro, pizzaiolo chef di Biskè – ristorante, pizzeria e braceria in via Nomentana, Roma.

Elemento iconico della tradizione gastronomica romana, il supplì – crocchetta di riso fritta con cuore filante di mozzarella – non è mai solo uno street-food: è una vera esperienza sensoriale, un simbolo di convivialità amata da generazioni. Il nome stesso deriva dalla parola francese surprise (“sorpresa”), in riferimento al cuore di formaggio che filtra all’apertura, creando quel leggendario “filo del telefono” di mozzarella che ogni amante della buona cucina cerca con entusiasmo nel primo morso.

Un “telefono” di sapore unico
La ricetta del supplì di Giuseppe Todaro nasce dall’esperienza diretta con la tradizione romana e dal rispetto per la ricetta classica. Durante gli anni trascorsi lavorando nelle trattorie di Trastevere – rione simbolo della cucina romana più autentica – Todaro ha affinato l’arte di preparare il supplì “al telefono”, padroneggiando i tempi di cottura del riso, la scelta degli ingredienti e la perfetta combinazione tra croccantezza esterna e cuore morbido e filante dentro, per ottenere il famoso “filo del telefono”.

Tradizione e innovazione nella cucina di Biskè
Al ristorante Biskè, Giuseppe Todaro propone il suo supplì come piatto di punta nel menu insieme a pizze artigianali cotte nel forno a legna, carni alla brace e altri fritti realizzati quotidianamente in casa. La sua versione del supplì non è una semplice reinterpretazione: è una celebrazione del piatto nella sua forma più autentica, cucinata con materie prime selezionate e una tecnica consolidata, capace di restituire al palato l’esperienza classica di un must della cucina romana.

Un richiamo per gli amanti del gusto
Oggi il supplì di Giuseppe Todaro si distingue sul panorama gastronomico romano per la sua capacità di coniugare semplicità e qualità: dall’impasto perfettamente equilibrato, alla frittura dorata e leggera, fino alla sapiente esplosione di sapore nel momento in cui la mozzarella si stacca come un filo – evocando quella sorpresa che ha reso celebre il piatto romano sin dall’Ottocento.

Biskè non è solo un ristorante: è un luogo dove la tradizione si riscopre e si assapora con passione, e dove un piatto apparentemente semplice come il supplì diventa motivo di conversazione, emozione e piacere. Una proposta imperdibile per chi ama la cucina italiana autentica e i sapori che raccontano storie.

Battipaglia, il ristorante gourmet Cinque Foglie entra ufficialmente in Guida Michelin

È il 1° e unico ristorante della città ad essere segnalato dalla “Rossa”

Cinque Foglie conquista la sua prima, prestigiosa segnalazione all’interno della Guida Michelin, come 1° e unico ristorante della città di Battipaglia ad entrare nel celebre firmamento della critica gastronomica internazionale. Un riconoscimento storico per la città, che entra così ufficialmente nella mappa dell’alta ristorazione italiana.

Un progetto che segna una nuova onda gastronomica nella Piana del Sele

Nato dal sogno della famiglia AdinolfiCinque Foglie è un luogo di ricerca, un laboratorio creativo immerso nella natura della Piana del Sele, dove lo chef Roberto Allocca trasforma tradizione mediterranea e tecnica contemporanea in un linguaggio gastronomico unico. Il nome Cinque Foglie incarna la filosofia di un progetto che mette al centro la perfezione nascosta della natura nella selezione delle materie prime e la continua ricerca di armonia: un luogo in cui la bellezza dei gesti agricoli e quella della cucina d’alta gamma convivono nella stessa luminosa identità.

Nel cuore della Piana del Sele, tra natura, tecnica e ispirazione

Al centro del progetto c’è un’idea di cucina che parte dalla terra: il ristorante è circondato da un un giardino mediterraneo di un ettaro coltivato a biologico è il cuore pulsante dell’esperienza gastronomica: una dispensa viva da cui arrivano frutta, ortaggi ed erbe utilizzati in cucina. Da qui provengono molte delle materie prime utilizzate nei piatti.

La filiera corta diventa cortissima in un atto di voluta autenticità. I piatti raccontano la potenza della costa, la dolcezza delle colline, l’equilibrio fragile e perfetto della terra madre. Ogni sapore è narrazione, ogni aroma è memoria che si fa presente.

Il menu ovvero un ecosistema gastronomico integrato

Due i percorsi degustazione firmati dallo chef Roberto Allocca che definiscono l’identità di Cinque Foglie:

  • NOSTOS, un viaggio tra mare e terra che racconta la morfologia del Cilento attraverso contrasti, memorie e profumi mediterranei.
  • L’Orto di Francesca, un itinerario vegetale dedicato alla giovane Francesca Adinolfi, oggi custode dell’azienda agricola di famiglia, che rende omaggio alle radici contadine e all’eredità culturale della Valle dei Templi.

L’esperienza è arricchita da una cantina di 250 mq di oltre 1800 etichette, a breve aperta anche al pubblico e da un ecosistema gastronomico che comprende anche il bistrot Le Radici e il cocktail bar Linfa, realtà sorelle che condividono valori di sostenibilità, ricerca e legame profondo con il territorio.

La firma dello chef Roberto Allocca

Alla guida della cucina c’è Roberto Allocca, chef campano dal percorso intenso e prestigioso: dalla scuola di maestri come Enrico Derflingher, Alfonso Iaccarino e Paolo Barrale, alla conquista della stella Michelin come Executive Chef del Relais Blu, fino alle esperienze al Marennà e all’Hotel Le Agavi.

La sua cucina è fatta di rispetto, tecnica e poesia. Ogni piatto è un racconto sussurrato, un invito alla scoperta lenta, un equilibrio tra emozione e misura.

Un riconoscimento che segna un inizio

La segnalazione nella Guida Michelin è la conferma di una visione. Cinque Foglie continuerà a coltivare il suo dialogo tra natura e cultura, memoria e innovazione, tecnica e poesia. Al centro il grande atlante di sapori della Piana del Sele.

È possibile visualizzare la presenza del ristorante sul sito della Guida Michelin al seguente link insieme alle nuove entrate del mese:

https://guide.michelin.com/it/it/selection/italy/ristoranti/nuovi-ristoranti

Roma – Tutta l’eleganza delle Langhe con i vini di Josetta Saffirio al ristorante Da Francesco

Roma accoglie la Langa e i suoi profumi. I sampietrini lucidi per la leggera pioggia, in una grigia mattinata nel cuore della città, tra le vie storiche che incorniciano Piazza del Fico, l’azienda Josetta Saffirio ha presentato alla stampa le sue nuove annate in un evento organizzato in collaborazione con AB-Comunicazione.

A guidare i giornalisti alla scoperta delle etichette è stata Sara Vezzi, voce autorevole della cantina, che con competenza e passione ha raccontato filosofia, stile e identità produttiva dell’azienda.

Il Ristorante Da Francesco, noto indirizzo romano e luogo di incontro per buongustai e addetti ai lavori, si è trasformato per l’occasione in una scenografia ideale: intima, accogliente, autenticamente cittadina, perfetta per far dialogare Roma con le colline di Langa.

Un ponte tra Roma e Monforte d’Alba

La famiglia Saffirio, dal 1800 è custode di una delle realtà più identitarie di Monforte d’Alba, ha presentato alla stampa una selezione delle sue etichette più rappresentative. L’evento ha messo in luce l’anima più elegante della Langa, evidenziando la coerenza stilistica della cantina: vini precisi, profondi, puliti, capaci di raccontare con sensibilità la complessità dei diversi cru.

La presenza di un pubblico attento ha reso il dialogo vivace e ricco di spunti, mentre l’organizzazione impeccabile di ab-comunicazione ha garantito un contesto professionale e coinvolgente.

Il menù dello Chef Gianluca Marrella: un viaggio gastronomico in abbinamento ai Barolo

L’esperienza è stata esaltata da un percorso culinario sapientemente elaborato dallo Chef Gianluca Marrella, che ha studiato piatti in equilibrio tra tradizione romana, note autunnali e richiami piemontesi, valorizzando al meglio la struttura e l’eleganza dei vini in degustazione.

I piatti e gli abbinamenti:

  • Verdura di stagione in tempura con salsa piccante in agrodolce Abbinamento: Spumante Metodo Classico Alta Langa DOCG sciccheria 2021. Un incontro fresco e dinamico, perfetto per aprire le danze.
  • Tagliolino cacio, pepe e tartufo nero Abbinamento: Monforte 2020 Barolo DOCG (Comune di Monforte d’Alba) Cremoso, aromatico, elegante: un abbinamento che ha esaltato la verticalità del vino.

  • Fusillo con ragù di vitello e castagne Abbinamento: Ravera 2019 Barolo DOCG Un piatto che gioca sulle morbidezze e sul calore autunnale, perfetto per la struttura del cru Ravera.
  • Guancia di vitello brasata con crema di zucca Abbinamento: Barolo DOCG Riserva  1948 2018. Uno dei momenti più intensi del pranzo: profondità, complessità ed emozione nel bicchiere.
  • Degustazione di formaggi Abbinamento: Barolo DOCG Persiera – Magnum edizione limitata (bottiglia 41/340) Una rarità servita in grande formato, capace di avvolgere e valorizzare ogni forma e stagionatura.
  • Conclusione dolce: crema di zabaione e frutti di bosco Chiusura armoniosa, fresca e vellutata, perfetta per lasciare una nota memorabile.

Il racconto del vino secondo Sara Vezzi

Durante la presentazione, Sara Vezzi ha accompagnato la stampa in un percorso narrativo che ha intrecciato viticoltura, stile enologico e visione aziendale. Dai Barolo più austeri e longevi alle interpretazioni più immediate del Nebbiolo, ogni vino ha espresso un’identità chiara e riconoscibile, sottolineando la fedeltà della cantina ai valori di sostenibilità, precisione e rispetto del territorio.

L’evento al Ristorante Da Francesco è stato molto più di una degustazione: un incontro culturale, un momento di confronto, una celebrazione della Langa raccontata nel cuore di Roma.

I vini di Josetta Saffirio, presentati con competenza e passione da Sara Vezzi, hanno saputo coinvolgere e conquistare i presenti, mentre la cucina di Gianluca Martella ha firmato un percorso gastronomico capace di dialogare con eleganza e intensità con ogni calice. Un appuntamento che conferma, ancora una volta, come il grande vino sia soprattutto narrazione, identità e condivisione.

PODERE 1925 presenta il suo metodo classico “021” da Caveau 14 a Giugliano in Campania

Non ha nulla in comune con la smorfia napoletana né fa riferimento a qualche speciale assemblaggio la scelta del numero che dà il nome al nuovo metodo classico millesimato lanciato da Podere 1925.

“021” è infatti l’anno di nascita della piccola Serena Di Maro, ultima nata di una famiglia che, nell’arco di tre generazioni, ha segnato le proprie tappe nel solco della storia del vino italiano. Il viaggio della famiglia Di Maro inizia nel 1956 con Vincenzo: selezionatori di uve italiane, provenienti dalle regioni più vocate, producono e vendono vino sfuso. Successivamente, con Nicola, si concentrano su uve e vini tipicamente campani, e solo con la terza generazione, quella dei tre fratelli Raffaele, Stefania e Amalia, compiono il passo decisivo, passando dallo sfuso  all’imbottigliato. 

Da questo momento in poi, che nel 2016 segna il nuovo passo della cantina, si avvalgono della consulenza enologica di Gianluca Tommaselli, dando il via a una linea di etichette di vini campani che omaggia ogni membro della famiglia con la propria data di nascita: dall’aglianico 25 del  bisnonno Vincenzo  alla falanghina metodo charmat 83 di papà Raffaele, il metodo classico 021 non poteva che essere della piccola Serena.

Abbiamo avuto occasione di degustare le prime due annate di 021, in un evento ospitato da Caveau 14 – wine boutique con cucina a Giugliano –  durante il quale sono intervenuti Raffaele Di Maro e Gianluca Tommaselli, moderati dalla giornalista Antonella Amodio.

Attraverso il racconto di Raffaele, papà della piccola Serena, abbiamo toccato le tappe salienti dell’impresa di famiglia mentre Gianluca ha presentato il progetto 021 e le scelte tecniche ed enologiche che hanno portato ad imbottigliare la seconda annata di un metodo classico dalla tiratura limitata: appena mille bottiglie.

La scelta delle uve è ricaduta immediatamente sulla Falanghina. Poiché i fattori determinanti per la riuscita di un buon metodo classico sono il PH e l’acidità – ha spiegato Tommaselli – è  stata preferita la Falanghina del Sannio a quella dei Campi Flegrei, perché questi due parametri  avevano determinato risultati migliori nella spumantizzazione.

Il processo di vinificazione è interamente in acciaio; imbottigliamento, sosta sui lieviti e sboccatura avvengono in seno alla cantina, che d’altra parte dispone anche delle autoclavi per la produzione della Falanghina 83 metodo charmat.

Il primo campione in degustazione è il più giovane, annata 2024, dodici mesi sui lieviti, sboccatura del primo lotto avvenuta un paio di settimane prima della presentazione. Una sorta di esperimento lo definisce Tommaselli, per esaminare con un pubblico professionista lo stato evolutivo del prodotto.

Sentori di canfora e pietra focaia emergono da una fitta trama fumé e non lasciano spazio alle nuance più fresche e fruttate, che invece caratterizzano un sorso già piacevolmente equilibrato in sapidità e freschezza.

Il secondo campione è la prima annata prodotta, la 2021, con due anni di sosta sui lieviti e sboccatura avvenuta nel 2024.

La matrice olfattiva è chiaramente la medesima del primo campione, ma in questo secondo caso i sentori mentolati e fumé appaiono integrati con il frutto a pasta bianca. Il sorso rivela freschezza e cremosità grazie all’effervescenza fine e persistente, mentre il finale amaricante che caratterizzava il primo campione ora assume appieno le caratteristiche del pompelmo rosato.

Una maggior sosta sui lieviti e in bottiglia, successivamente alla sboccatura, hanno chiaramente favorito una migliore evoluzione di 021 restituendoci un prodotto gradevole e adatto a pasteggiare.

Lo abbiamo sperimentato immediatamente in abbinamento alle proposte gastronomiche di Stefano Battista, di Caveau 14, e il matrimonio con i gamberi in tempura e con la pinsa condita con burrata e tartare di scampi è risultato quello ideale.

Podere 1925

Piazza Margherita 6

80145 Napoli

Caveau 14

Corso Campano 414 80014 Giugliano in campania

La Ciacolada e Azienda Casearia Fior d’Agerola, la storia gastronomica e imprenditoriale di due famiglie campane

La Ciacolada a Grado, pizzeria con cucina nata dal sogno condiviso di Laura e Luigi Buondonno si unisce alla tradizione dell’azienda casearia Fiordilatte di Agerola, una delle eccellenze più rinomate della Campania dal 1840.

Questa partnership nasce dal desiderio di combinare in modo armonico due territori ricchi di storia, cultura e sapori profondamente identitari: da un lato i Monti Lattari e la maestria dei casari agerolesi, dall’altro l’atmosfera friulana e l’eleganza della laguna gradese, con il suo ritmo rilassato e la sua cucina essenziale e sincera. Laura e Luigi, founder e titolari di La Ciacolada, hanno origine agerolesi: traferitisi dalla Costiera in Friuli hanno da subito creato uno stretto rapporto con la città di Grado omaggiando la terra friulana con dei piatti in grado di unire la tradizione gastronomica campana a quella friulana.   

“La Ciacolada nasce dal desiderio di raccontare chi siamo e da dove veniamo”, dichiarano Laura e Luigi, “la Campania è la nostra casa, la nostra terra, il luogo dove abbiamo imparato il valore delle materie prime, del lavoro artigianale e del rispetto per la tradizione. Portare tutto questo a Grado è per noi motivo di orgoglio”. Il cuore del progetto è una cucina che rispetti i canoni della tradizione campana, frutto di impasti curati, rispetto per il prodotto, piatti che valorizzino il pesce fresco della laguna gradese oltre a ingredienti selezionati. Fondamentale, in questo percorso, è il rapporto diretto con l’azienda casearia Fior d’Agerola, eccellenza dei Monti Lattari, un’arte che si trasmette di padre in figlio fin dal 1840 e che fornisce i formaggi utilizzati in pizzeria.

Dal produttore direttamente al consumatore, utilizzo di latte fresco e consegnato allo stabilimento a non più di 24 ore dalla mungitura e immediatamente trasformato, lenta maturazione, sapiente filatura e formatura, una giusta salatura garantiscono un prodotto di qualità che mantiene intatta la propria freschezza. Questa collaborazione non è soltanto un incontro di tradizioni culinarie, ma un vero e proprio progetto culturale ed imprenditoriale che unisce nord e sud Italia attraverso il linguaggio del gusto. La cucina friulana si caratterizza per la sua essenzialità, l’attenzione alle materie prime e un legame profondo con la natura; la tradizione campana, invece, esprime calore, intensità aromatica, tecniche secolari e una storia gastronomica legata al Mediterraneo.

Ne nasce una cucina che rispetta il territorio, ma che non rinuncia alla voglia di esplorare nuove contaminazioni, un modo di fare gastronomia capace di parlare a un pubblico ampio ma attento alla qualità. La Ciacolada riaprirà nel mese di marzo ma Luigi e Laura e tutto il loro team sono al lavoro dietro le quinte pronti ad offrire sempre il meglio della tradizione campana.

Manuel Maiorano presenta la Parigina Crunch: il nuovo street food gourmet che conquista tutti

Si chiama Parigina Crunch la nuova creazione firmata Manuel Maiorano, chef e titolare di Crunch Pizza di Strada e dello storico locale La Fenice Pizzeria Contemporanea. Un prodotto che reinterpreta in chiave Maiorano la classica parigina napoletana, trasformandola in un’esperienza croccante, leggera e ricca di carattere.

Pensata per portare l’eccellenza della pizza contemporanea nel mondo dello street food gourmet, la Parigina Crunch unisce tecnica e identità territoriale. Alla base c’è un impasto da teglia ad alta idratazione (90%), che garantisce una croccantezza unica e una struttura ariosa, diversa dalle versioni tradizionali più soffici. La parte superiore è invece una sfoglia artigianale, volutamente non spennellata con l’uovo, per mantenere un effetto opaco e naturale, simbolo di una lavorazione autentica.

Le varianti della Parigina Crunch sono un viaggio tra i sapori della Toscana: salsiccia e stracchino, porchetta e patate, salsiccia e friarielli. Ogni combinazione nasce dal desiderio di fondere la tradizione campana con ingredienti e gusti tipici locali, creando un equilibrio perfetto tra croccantezza, morbidezza e sapidità.

Con la Parigina Crunch ho voluto unire due mondi che amo: la pizza di strada e la cucina toscana – racconta Manuel Maiorano. È un prodotto semplice, ma tecnico, pensato per essere croccante, leggero e goloso. Mi piace l’idea che chi la assaggia possa ritrovare un pezzo di Napoli e un tocco di Toscana in un solo morso”. E se a La Fenice Pizzeria Contemporanea, punto di riferimento a Pistoia per gli amanti della pizza d’autore, Maiorano porta avanti da anni un percorso di innovazione che coniuga tecnica e territorio, da Crunch Pizza di Strada, questa visione trova oggi la sua espressione più pop e croccante, proprio con la sua strepitosa Parigina.