A Natale un brindisi a tutta Puglia

Piatti tipici e calici di vino che non possono mancare sulle vostre tavole

Natale è davvero alle porte e il tempo per stilare il perfetto menu per pranzo e cena, stringe. In Puglia – e chi vi scrive è piuttosto di parte – ci si sta già dando da fare per rispettare appieno le tradizioni senza alcuna sbavatura. Tra le variazioni sul classico plateau di crudo di mare o sul “sopratavola” fatto di cruditè di verdure, senza farsi mancare i dolcetti fritti o di pasta di mandorla in ogni declinazione, da Nord a Sud andiamo alla scoperta di tutta la tipicità del buon mangiare e di abbinamenti “enoici” 100% pugliesi per festeggiare davvero al meglio.

Fritto e bollicine

Che Natale è senza la frittura? Certamente non il tipico Natale pugliese! Sulle tavole del tacco d’Italia dall’8 dicembre fino all’Epifania non possono e non devono mai mancare le frittelle di pasta cresciuta. Focaccine, pettole, scorpelle, tutte gustose declinazioni che “aprono lo stomaco” prima di grandi battaglie a tavola. Le frittelle, rigorosamente vuote o al massimo aromatizzate al pomodoro o al rosmarino, sono perfette sempre e si accompagnano con una bollicina, magari a km zero. Tra le referenze che abbiamo amato di più e a cui non vogliamo rinunciare, c’è il metodo classico da Bombino Bianco.

Un vitigno autoctono, ben radicato in Capitanata foggiana e lavorato finemente a San Severo, dove la tradizione spumantistica è storica. Una referenza raffinata, che mette tutti d’accordo in tavola la firma D’Araprì – RN spumante da Bombino Bianco che nasce da una prima fermentazione in tonneaux, svolge una permanenza sur lie, senza farsi mancare ripetuti bâtonnage. L’affinamento sui lieviti  e bottiglia poi, va avanti per 36 mesi. Accompagna egregiamente un aperitivo festoso tutto pugliese, a cui si aggiunge sempre qualcosa in più prima di passare davvero al pezzo forte.

Quando si va di bianco

La natura contadina di Puglia è sempre ben nota, ma tra le ricette che non devono assolutamente mancare per il 26 dicembre, il detox day per intenderci, è la minestra di verdure o la cosiddetta fògghja mìsche. Uno sformato di verdure di stagione ripassate in forno, condito con brodo e con un po’ di carne sfilacciata, il tutto tenuto insieme da mozzarella e formaggio grattugiato. Una teglia che arriva in tavola trionfante e si accompagna con focaccine fritte da riempire semppre con la verdura o con un po’ di pane. Un piatto che simboleggia in pieno il detto “Natale al pomodoro, Santo Stefano in brodo”.

Il perché sta nella riscoperta della tradizione, o anche nell’illusione che mangiare verdura, in qualche modo, serva per alleggerirsi dai troppi sensi di colpa di precedenti pranzi. Ma cosa scegliere in abbinamento? La Falanghina in regione sta riscoprendo la sua stagione felice e quella Cortecampana di D’Alfonso del Sordo è un ottimo compromesso per chi cerca un vino di carattere, perfetto per reggere piatti di questa portata, frittura compresa.

Vigilia al sugo

La vigilia è pesce, certo, ma un piatto di pasta bisogna pure mangiarlo, meglio se al sugo. Allora ecco trionfare il baccalà al pomodoro da servire con le amate lagane, un tipo di pasta che ben si presta a trattenere il saporito sugo di pesce. Da Nord a Sud questo è un piatto trasversale, che piace a tutti ed è piuttosto semplice da preparare. Bastano un po’ di sponsali, pomodori, baccalà già spinato e una padella pronta a fare faville. In qualche minuto il sugo è già pronto per tuffarci dentro le lagane da risottare e da portare a tavola.

Si presta bene per terminare quest’impresa un rosato da Bombino Nero e con quel po’ di Nero di Troia quanto basta. Direttamente da Castel del Monte è indicato per i suoi sentori non scontati, freschi e fragranti, con dei ricordi di frutta di bosco. Fiore di Ribes di Cantina Santa Lucia è un’espressione di Puglia di cui proprio non si può fare a meno, nemmeno per le feste.

Non è Natale senza dolcetti

Il periodo che precede il 25 Dicembre in Puglia è tutto un fabbricare dolci di ogni misura e gusto, per i più piccoli, ma anche per gli adulti golosi. Tra i grandi classici a base di mandorle spiccano i sasamelli. Tipici della piccola Gravina in Puglia, hanno saputo conquistare proprio tutti per il sapore inconfondibile che ci fa dire subito “Ora è Natale”. Preparati con mandorle tritate, rigorosamente di Toritto, farina, cacao amaro, cannella vin cotto, chiodi di garofano e olio evo, chiudono in bellezza il pranzo delle feste.

Per accompagnarli il Primitivo di Manduria Dolce Naturale è la giusta scelta e fa sempre bella figura. Il suo livello di zucchero non è mai troppo invadente o stucchevole, in grande equilibrio con tannicità e acidità. Il Chicca di Varvaglione 1921, sposa perfettamente l’atmosfera avvolgente del Natale con tutti i suoi profumi.

Mai dire no al panettone

Se il panettone non è figlio della tradizione di Puglia, bisogna dire che molte cose sono cambiate e le tavole di casa, ormai, si sono aperte alle declinazioni più fantasiose del gran lievitato milanese. Sono molti i mastri panificatori che in questi anni si sono cimentati a trovare la ricetta del panettone pugliese per eccellenza, ma Eustachio Sapone ha trovato la formula perfetta con il suo Pugliettone. Realizzato interamente con ingredienti regionali, omaggia la regione così, arrivando in tavola con un concept ben definito. “Arancia candita del Golfo di Taranto, finocchietto selvatico e odori della Murgia, Burro di Turi, fichi dottati del Salento e la tipica glassa realizzata con le mandorle di Toritto.

Una cottura in contenitore d’argilla con dei fori praticati per liberare il vapore in eccesso durante la cottura”. Una formula semplice, però di sostanza. Inutile dire che è un’armonia di sapori che piacerà anche agli haters del candito. Il Moscato di Trani è la scelta per eccellenza, con le sue inconfondibili note fruttate che ricordano gli agrumi canditi e che vanno a intersecarsi perfettamente con le arance tarantine e la mandorla di Toritto utilizzata per il topping del Pugliettone. Un abbinamento ben riuscito, quello del Moscato di Trani di Villa Schinosa, in ogni singolo dettaglio.

Buone Feste a tutti e che Natale pugliese sia!

LIFE OF WINE 2023: un viaggio tra i ricordi delle annate che furono

Life of Wine 2023, atteso con fervore da appassionati e esperti di vino, ha nuovamente brillato in tutta la sua magnificenza grazie all’abile organizzazione di Roberta Perna e di Studio UMAMI. L’evento del 3 dicembre, presso l’Hotel Villa Pamphili a Roma, è stato un autentico trionfo dedicato all’evoluzione del vino nel corso del tempo.

La giornalista Roberta Perna con Alberto Chiarenza autore di 20Italie

Nonostante le sfide legate alla viabilità delle domeniche green, il pubblico ha risposto numeroso confermando che Life of Wine è ormai un appuntamento imperdibile per gli intenditori e gli amanti del vino. Al di là dei dati di affluenza e partecipazione, la manifestazione si è distinta per la sua importanza. Una giornata che ha offerto l’esperienza straordinaria di potersi immergere in una selezione di cantine degne di nota. Verticali storiche di etichette senza tempo e senza pari. c

Quest’anno, la presenza di piccoli e talentuosi produttori è emersa maggiormente, aggiungendo quel tocco di eccellenza in più. Life of Wine ha inoltre confermato che la passione per il vino è una forza inarrestabile, capace di unire intenditori, produttori e appassionati in una celebrazione unica, che continua a far brillare la cultura enologica nella città eterna.

Gli assaggi

Metodo Classico Trento DOC di Lucia Letrari “Quore”

Tra le colline a nord di Trento sorge la storica Cantina che ha scritto le prime pagine del successo del Metodo Classico di quella valle, insieme al visionario Giulio Ferrari. Il Metodo Classico Trento DOC di Lucia Letrari Quore, un Blanc de Blanc Grandi Millesimi di Chardonnay, invecchiato per 60 mesi sui lieviti ha recitato il ruolo di protagonista nel mondo degli sparkling d’autore.

La storia della famiglia Letrari è intrecciata con quella del Metodo Classico. Quore vuole essere una celebrazione di quattro annate straordinarie, dalla vibrante annata 2016 e 2015 alle più mature 2012 e 2011. Un viaggio attraverso il tempo, con i millesimi 2016 e 2015 che apportano profumi freschi e fruttati, mentre il 2012 e 2011 offrono una complessità avvolgente, arricchita da sentori di panificazione. Il colore dorato brillante si fa sempre più carico con il passare degli anni, una testimonianza dell’evoluzione e della maturità che avviene nella quiete della cantina. Ogni sorso è un’esperienza sensoriale che avvolge il palato in un abbraccio di eleganza e complessità.

La Stradina a Gattinara conquista il cuore degli esperti

In una piccola comunità ai piedi delle Alpi, cinque amici hanno trasformato il loro legame d’infanzia in un’avventura unica nel suo genere. La Stradina, così chiamata dal punto d’incontro che li ha visti crescere, è diventata il palcoscenico di un sogno condiviso: la produzione di un Nebbiolo elegantissimo.

Mario Mostini, Roberto Petterino, Prospero Biondi, Piergiorgio Cerello e Mauro Cometto, nati e cresciuti nella pittoresca Gattinara, decidono di tracciare un percorso diverso nella loro vita adulta. La decisione cruciale arriva quando, per non perdersi di vista, decidono di acquistare i vigneti di nonno Giorgio, in paese chiamato “Rusét” per via del caratteristico colore rossiccio dei capelli. Con Piergiorgio Cerello, enologo del gruppo, la squadra decide di dare vita a un vino che si distingue per eleganza, rispecchiando le caratteristiche uniche del territorio di Gattinara. Il progetto, nato dall’affetto per la terra e la tradizione, inizia a prendere forma nei vigneti acquisiti dai cinque amici di quasi un ettaro che producono circa 3000 bottiglie.

La verticale

Gattinara 2020: Un’annata che ha sfidato il caldo e la siccità, regalando un vino vigoroso con una struttura eccezionale. Un’esperienza che cattura l’anima di Gattinara.

Balós 2019 – 15°: Con l’annata calda, questo vino si presenta con forza e grande struttura. Un viaggio sensoriale che celebra la potenza del territorio.

Rusét 2009: Intensità olfattiva sorprendente, un ventaglio di aromi che incanta i sensi. In bocca, un viaggio di sensazioni uniche che raccontano la storia del 2009.

Rusét 2011: Connotazioni fresche e tanniche, note scure che dipingono un quadro gustativo raffinato. Un’annata che incanta con la sua complessità.

Rusét Cru Vigneto San Francesco, 2018 (migliore assaggio): Il culmine dell’eccellenza. Un’opera d’arte enologica che incarna il meglio di Gattinara. Un assaggio che lascia senza parole.

Rusét Cru Vigneto San Francesco, 2015 Riserva: Un inno al tempo, una riserva che racchiude l’anima di un territorio in ogni goccia. Un’annata che si fa ricordare.

Gini: storia di passione e tradizione a Soave

Nelle colline pittoresche di Monteforte d’Alpone, provincia di Verona, si snoda la storia della famiglia Gini, custode di una tradizione vinicola che si tramanda da ben 15 generazioni. Oggi Sandro e Claudio Gini guidano con passione e dedizione le sorti dell’azienda, portando avanti l’eredità vitivinicola con un tocco di innovazione e rispetto per la natura. Un tratto distintivo che rende unica la produzione Gini è la decisione pionieristica risalente al 1985 di abbandonare l’uso di anidride solforosa nella vinificazione. La vendemmia, momento cruciale nel ciclo vitale della vite, è inoltre gestita con una cura artigianale in tre periodi distinti. Questa strategia consente di vinificare uve in momenti diversi di maturazione, garantendo un perfetto equilibrio tra freschezza e grado zuccherino.

Gli assaggi

La Froscá 2021: Una sinfonia di freschezza e note floreali, con accenni di frutta a polpa bianca. Il 2021 si presenta come un’ode alla purezza e alla leggiadria, un Soave Classico DOC che incanta i sensi.

La Froscá 2019: Un frutto più maturo, ma sempre intriso di una freschezza distintiva. Profumi avvolgenti di fiori bianchi e frutta accompagnano questo vino equilibrato e delicato. Un’annata che abbraccia l’eleganza.

La Froscá 2013: Un salto indietro nel tempo rivela una leggera nota fumè. In bocca, un vino con corpo e morbidezza straordinari, impreziosito da note di miele millefiori. La perfetta armonia tra freschezza e una leggera sapidità chiude il sipario in bellezza.

Altri migliori assaggi presenti a Life of Wine

Il Colombaio di Santa Chiara – Vernaccia di Sangimignano DOCG 2016

Fontana Candida – Frascati Superiore Riserva DOCG Luna Mater 2019

Muscari Tomajoli Aita 2020

Il Borro – Toscana IGT 2016

Sergio Mottura – Tragugnano 2014

Antonelli Sanmarco – Sagrantino di Montefalco DOCG 2012

Liguria: terroir, uomo, vino, lungimiranza, sono le parole chiave di Cantine Lunae e della famiglia Bosoni

Il nostro viaggio nel meraviglioso mondo dei vini d’Italia fa oggi tappa tra le vigne della Doc Colli di Luni, nella provincia di La Spezia, in quella pianura che dal sud del fiume Magra arriva alle pendici delle Alpi Apuane, ultimo lembo della Liguria di levante, al confine con la Toscana. Qui negli anni sessanta nasce la Cantina Lunae grazie alla passione, al talento e alla lungimiranza di Paolo Bosoni che ha trasformato una piccola realtà produttiva familiare, tre ettari destinati alla produzione di vino sfuso, in un’azienda enologica di forte impatto qualitativo e produttivo e con una imponente e incisiva presenza sul territorio.

La DOC Colli di Luni, attiva dal 1989, è uno dei risultati arrivati dall’audacia e dalla tenacia del patron Bosoni, che ha saputo guidare con coraggio e valore tutti i produttori della zona facendosi portavoce di un territorio, interpretandolo, sperimentando e aprendosi al futuro. La collaborazione con i piccoli vignaioli locali che conferiscono le loro produzioni (nei 20 ettari circa di vigneti) all’azienda Bosoni, da tre generazioni, ha creato una rete sociale, un percorso in continuo sviluppo, mantenendo vive le tradizioni e le qualità uniche della viticoltura del territorio. Una storia con radici antiche, un terroir già caro agli Etruschi che seppero individuare queste fertili terre come un luogo straordinario per produrre uva.

Le Alpi Apuane e le montagne proteggono dai venti freddi del nord, il mare regala una buona ventilazione e una notevole escursione termica, i suoli, di medio impasto e ricchi di scheletro nelle zone collinari e pedecollinari, limo-argillosi nelle aree pianeggianti, consentono di produrre vini con profili completamente differenti.

Il Vermentino, varietà principe della zona e della famiglia Bosoni, ha attecchito in perfetta simbiosi con le condizioni pedoclimatiche del luogo: quote altimetriche diverse, suoli variegati, brezza marina che determinano le sue numerose sfaccettature. Al suo fianco, negli 85 ettari totali dell’azienda, altri vitigni autoctoni come Albarola, Vermentino Nero, Malvasia, Pollera Nera e Massareta, impiantati e resi degni della stessa storia.

Stessa passione di un tempo, ma con uno sguardo volto alla modernità. I due figli di Paolo, Diego e Debora, che lavorano a stretto contatto con il padre, hanno raggiunto ormai risultati tangibili in ogni prodotto apprezzato dalla critica e dal pubblico di consumatori. C’è tutto questo in “Bosoni & Figli” anche nella nuova cantina LVNAE, inaugurata lo scorso giugno: moderna, bella, accogliente e e rispettosa della tradizione e della sostenibilità grazie alla scelta mirata dei materiali. Un percorso a piedi all’ingresso attraversa i principali vitigni autoctoni dei Colli di Luni e ne testimonia i punti cardini dell’azienda: tradizione e territorio.

Ca’ Lunae, invece, a Castelnuovo Magra, è un antico casale del Settecento completamente ristrutturato nel rispetto delle forme e delle materie, dove si accolgono i visitatori e si permette loro di sperimentare il territorio.

Ad arricchire il luogo due laboratori per la produzione di liquori con ben 12 tipologie diverse, stagionali, entusiasmanti e uniche nel loro genere, ed un autentico Museo del Vino.

Una raccolta di antichi oggetti agricoli conservati da Paolo Bosoni, diventata, all’interno della vecchia casa padronale, un percorso evocativo nel mondo contadino della Lunigiana storica, arricchito e curato da esperti e testimoni dell’epoca.

La visita e la degustazione testimoniano la cura e l’attenzione che Paolo e la sua grande famiglia (includendo amici e dipendenti) hanno nel gestire l’azienda. Nulla è lasciato al caso: vini semplicemente straordinari con forti personalità ed elevata qualità.

Valentina, la nostra guida nel mondo di Lunae, ha previsto per noi una verticale nel mondo Vermentino. L’idea è quella di illustrare un percorso crescente nel mondo del vitigno tanto caro a Paolo Bosoni ed alla sua famiglia.

LaBianca 2022 – Liguria di Levante I.G.T. Bianco – 12,5%

Nasce da uve Vermentino con l’aggiunta di Malvasia in vigneti situati nella piana di Luni, tra il Mar Ligure e le Alpi Apuane, radicati su terreni di natura sabbiosa. Fermentazione a temperatura controllata in acciaio, affinamento sulle fecce fini per circa 4 mesi

Il LaBianca di Lunae si offre allo sguardo di un colore giallo paglierino intenso. Al naso sprigiona profumi di frutta a polpa gialla, macchia mediterranea e pietra focaia. Il sorso è di vibrante freschezza e mineralità. Sul finale cenni fruttati e di erbe aromatiche.

Etichetta Grigia 2022 – Colli di Luni d.o.c. Vermentino – 12.5 % vol.

Emblema ed icona della cantina, è il primo vino realizzato dalla vinificazione di uve Vermentino da Paolo Bosoni, più di quarant’anni fa. Il Vermentino proviene per la totalità dai vigneti delle zone pedecollinari di Luni, Castelnuovo Magra e Sarzana. Oggi, come allora, segue lo stesso percorso: raccolta manuale, fermentazione a temperatura controllata in acciaio, affinamento sulle fecce fini in acciaio per circa 3 mesi.

Nel bicchiere appare giallo paglierino con sfumature verdoline. Profumo intenso, complesso e persistente con note di biancospino, pompelmo, mela renetta, pesca bianca e piacevole sottofondo di miele dacacia. In bocca si presenta fresco, equilibrato, di ottima persistenza.

Etichetta Nera 2022 – Colli di Luni d.o.c. Vermentino – 13% vol.

Prodotto dal 1992, frutto di un lungo periodo di sperimentazione ed esperienze in campo e in cantina per testimoniare le grandi potenzialità che questo vitigno riesce ad esprimere. Uve prodotte nelle Colline di Luni e Castelnuovo Magra, raccolte a mano e macerate a freddo sulle bucce per circa 8 ore fermentazione a temperatura controllata in acciaio, affinamento sulle fecce fini in acciaio per circa 4 mesi.

Nel calice si manifesta dotato di grande stoffa, carattere e fascino, caratterizzato da un colore giallo paglierino intenso, con leggeri riflessi dorati. Al naso si fa notare per la sua grande eleganza, con sentori di fiori di campo, erbe aromatiche, spezie, frutta matura e miele, accompagnate da note salmastre e balsamiche. In bocca, invece, si rivela per la sua sapidità, assolutamente bilanciato e soprattutto molto persistente. La sua importante verticalità in freschezza le renderà capace di sorprendere anche nel tempo.

Cavagino 2022 – Colli di Luni D.O.C. Vermentino – 14 % vol.

Il primo Cru di Vermentino della casa e del territorio. Nasce da una vigna singola con basse rese, posta sulle colline di Luni (a 250 metri di altitudine), dove microclima equilibrato e suolo ricco di scheletro con una buona presenza di macigno la fanno da padroni. Macerazione a freddo sulle bucce per circa 12 ore, fermentazione a temperatura controllata in acciaio per il 60 % della massa totale, fermentazione in barriques per la restante parte del mosto. Affinamento sulle fecce fini in vasca d’acciaio per circa 6 mesi.

Si evidenzia alla vista di un colore giallo paglierino di grande vitalità con riflessi dorati. All’olfatto regala note di frutta matura, mela e pera, papaja, e poi pietra bagnata, spezie, erbe balsamiche e miele di acacia, combinati a cenni di fiori bianchi e scorza d’agrumi. Il sorso è pieno e vigoroso, di grande struttura con note calde, morbide e un equilibrio legato alla spiccata mineralità che gli conferisce sapidità e bevibilità. Lungo e avvolgente il finale balsamico e agrumato, con una piacevole nota salmastra.

Numero Chiuso 2020 – Colli di Luni d.o.c. Vermentino – 14 % vol.

Il Vermentino più strutturato ed importante della Cantina Lunae, di diritto tra le migliori etichette della produzione nazionale. Nasce dalle osservazioni di quanto l’affinamento del vermentino in purezza, in alcune annate, apporti in termini di profondità e complessità: un vino capace di esprimersi negli anni.

Le uve vengono selezionate in due vigne storiche delle Colline di Luni e Castelnuovo Magra. Macerazione a freddo sulle bucce per circa 12 ore, fermentazione a temperatura controllata in vasca d’acciaio, affinamento in botte di rovere da 20 ettolitri per circa 18 mesi. Dopo l’imbottigliamento ulteriore affinamento in bottiglia per 18 mesi.

Colore giallo dorato tenue, con intensi riflessi brillanti, è visibile nel bicchiere. Olfatto elegante, accompagna la degustazione con intensi profumi di frutta, fiori gialli, erbe aromatiche della macchia mediterranea, cenni tropicali su un sottofondo iodato, burro e vaniglia. Al palato diventa appagante, ricco, intensamente strutturato. Freschezza e salinità anticipano un persistente finale di frutta secca, elegante e armonico.

Termino questo ricco ed emozionante racconto, con l’ultima chicca.

Padre Figlio – Limited edition 2019 – Vino Bianco – 13,0 % vol.

A continuare l’estro enologico di Paolo in vigna e in cantina è il figlio Diego Bosoni con le sue produzioni. La firma personale per l’etichetta Padre Figlio è il racconto perfetto ed emozionante di un rapporto complesso, quello tra un padre ed un figlio. La stessa immagine sull’etichetta ricorda due visi diversi fusi in una sola faccia con capelli arruffati per la genialità di chi li governa.  Due generazioni a confronto che si affidano in bottiglia al Vermentino, nelle sue vesti di figlio del territorio ma vitigno capostipite tra gli autoctoni della zona, coltivato su suoli antichissimi, complessi, difficili per la vite.

Selezione dei migliori grappoli nelle prime ore del mattino, da un solo vigneto nell’antico borgo di Castelnuovo Magra, nel loro massimo punto di equilibrio tra dolcezza e acidità. Uve diraspate delicatamente, pressate e lasciate poi a riposo a contatto con il mosto per innescare la fermentazione spontanea. Affinamento di un anno in botte di rovere da 30 hl per levigare i tannini estratti dalle bucce e successivi 12 mesi in vasca d’acciaio. Tecniche antiche con attenzioni contemporanee.

Colore giallo con riflessi dorati. Profumi intensi di macchia mediterranea, resine e miele, albicocca matura, quasi candita. In bocca è ampio e avvolgente; caldo come l’abbraccio di un padre ma fresco, minerale e brioso con l’energia di un figlio giovane; ritornano nella retronasale le note percepite all’olfatto ben bilanciate da richiami balsamici. Un’armoniosa compresenza di Padre e figlio.

La filosofia di casa qui è di riscoprire e valorizzare vitigni autoctoni, accompagnandoli alle loro massime espressioni e portare avanti un lavoro che è fatto di rispetto per il territorio e qualità di relazioni umane. Il vino è frutto dell’armonia e della cooperazione fra natura e uomo e diventa parte fondamentale del suo carattere.

San Gimignano: Panizzi e la sua idea di Vernaccia di San Gimignano

Di recente ho visitato l’azienda vitivinicola Panizzi grazie al gentile invito dell’ esperto enologo e direttore di Panizzi Wines, Walter Sovran, al quale va il personale ringraziamento per la gentile accoglienza e per il tempo dedicato. Sono rientrato a casa con un tassello importante che va ad aggiungersi al puzzle enoico.

L’azienda vitivinicola Panizzi è uno storico marchio a poca distanza dalle torri medievali di San Gimignano. Fondata nel 1979 da Giovanni Panizzi, fortemente innamorato di questo stupendo lembo di terra nel cuore della Toscana. Tutto nasce dall’acquisto del Podere Santa Margherita, attorno al quale insisteva il vigneto che darà origine alla Selezione Vernaccia di San Gimignano.

Il desiderio di Giovanni era quello di produrre un grande vino e, dopo circa un decennio, uscirà con l’annata 1989 con la prima bottiglia. Da allora questo vino prodotto in tipologia annata, selezione e riserva verrà apprezzato in tutto il mondo raggiungendo giudizi molto favorevoli e riconoscimenti importanti dalle più autorevoli personalità del mondo del vino nazionali ed internazionali.

Nel 2005 la proprietà passa a Luano Niccolai, con ulteriori ettari vitati, sino a raggiungere gli attuali 60, di cui 52 produttivi. Dislocati nell’area vocata di San Gimignano, Santa Margherita, Larniano, Montagnana e Lazzaretto, condotti secondo i dettami dell’agricoltura biologica e ciascuno con suolo e varietà di altitudini ed esposizioni. Una vigna, Pian dei Cerri nel comune di Seggiano alle falde del monte Amiata, sperimenta Sauvignon Blanc, Semillon e Gewuerztraminer. I vitigni coltivati a San Gimignano, oltre alla Vernaccia, sono Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Merlot e Pinot Nero.

San Gimignano è una cittadina famosa per le sue torri medievali, Patrimonio dell’Umanità Unesco, che le è valso anche l‘appellativo di Manhattan del Medioevo. Nota per la produzione di vini bianchi e vini rossi e persino zafferano. La Vernaccia di San Gimignano è stata il primo bianco italiano ad essere annoverato con la denominazione di origine controllata nel lontano 1966 e nel 1972 è stato costituito il Consorzio di Tutela con l’obiettivo di preservare e promuovere l’immagine del vino e del suo straordinario territorio, ottenendo nel 1993 la meritatissima Docg.

Si producono, sotto la denominazione San Gimignano Doc, anche vini rossi di buona qualità, e con etichetta Igt Toscana vini rosati e bollicine. La produzione maggiore è riservata alla Vernaccia di San Gimignano che da disciplinare si deve ottenere rigorosamente con almeno un 85% di uve provenienti dal vitigno omonimo. Prevalentemente i produttori prediligono l’ottenimento in purezza, ma possono utilizzare, per un massimo del 15%, anche altri vitigni a bacca bianca purché non aromatici. Ottima la sua capacità d’invecchiare in bottiglia, motivo valido per essere prodotto anche nella tipologia ”Riserva”.

Le sue origini risalgono ai tempi remoti, già citata da Dante Alighieri nella Divina Commedia. Il clima nelle campagne della cittadina turrita è mediterraneo con estati abbastanza siccitose e inverni miti e piovosi. Il suolo è di origine marina, ricco di tufo e argille gialle con presenza di sabbia, tutti elementi che consentono un buon drenaggio e donano ai vini una gradevole sapidità.

La degustazione

Vernaccia di San Gimignano Docg 2022 – Giallo paglierino con riflessi leggermente verdolini,  brillante, al naso sprigiona eleganti sentori di fiori tiglio, ginestra, pompelmo, pera e mela, mentre al gusto è piacevolmente fresco, sapido e coerente.

Vernaccia di San Gimignano Docg Vigna  Santa Margherita 2022 – Giallo paglierino, intenso e luminoso, al naso emergono note eleganti di magnolia e di biancospino, con a seguire una scia di pompelmo, mango e vaniglia. Sorso pieno e appagante, polposo e fragrante dallunga persistenza.

Vernaccia di San Gimignano Docg Vigna Santa Margherita 2020 –  Giallo paglierino con riflessi dorati, vivaci e luminosi. Olfatto su sbuffi di elicriso, melone, pesca, pompelmo e ananas, seguiti da note vanigliate. Palato avvolgente e sapido: un vino verticale e duraturo.

Vernaccia di San Gimignano Docg Riserva 2019 –  Giallo dorato, sprigiona nuance di ananas, melone, banana, scorza di limone e vaniglia. Dal sorso avvolgente, dinamico, rinfrescante e incredibilmente lungo.

Vernaccia di San Gimignano Docg 2014 – Giallo dorato anch’esso, rimanda a note di fiori gialli, albicocca, zafferano e piacevoli agrumi. Fresco, salino, di buona piacevolezza di beva e una lunga persistenza aromatica.

Vernaccia di San Gimignano Docg Vigna Santa Margherita 2013 – Giallo dorato brillante, dipana sentori di fiori di campo, frutta esotica, pepe bianco e sbuffi agrumati. Lungo, vibrante e soddisfacente.

Chiudiamo con una piccola selezione di Pinot Nero

Pinot Nero San Gimignano Doc 2022 – Rosso rubino trasperente, su note di rosa e frutti di bosco, con spezie. Delicato, fresco e saporito.

Pinot Nero San Gimignano Doc 2021 – Rosso rubino trasparente, libera sentori di ribes, lampone e fragoline di bosco. Una vibrazione gustativa che rinfresca.

Ermius Pinot Nero San Gimignano Doc 2020 – Rosso granato trasparente, emana note di viola, ciliegia, mora, prugna e pepe nero, gusto pieno, appagante e generoso.

Ermius Pinot Nero San Gimignano Doc 2019 – Granato vivo, rivela note di frutti di bosco maturi, sottobosco e bacche di ginepro; al palato è setoso, avvolgente e armonioso.

Buona Zuppetta a tutti! In Puglia a San Severo il Natale inizia così…

Natale sta arrivando ed è il momento di mettersi comodi per studiare a puntino il menu da proporre. Se ai grandi classici delle feste ormai triti e ritriti, preferiamo puntare su qualcosa di veramente insolito, dal gusto caratteristico e storico, dobbiamo scavare nelle nostre radici. Oggi, vi portiamo con 20Italie ai piedi del maestoso Gargano, precisamente a San Severo in provincia di Foggia.

Una terra da sempre legata all’agricoltura e al latifondismo, la San Severo del Natale si racconta a tavola con la Zuppetta. Un piatto all’apparenza semplice, eppure cruccio di tutti i veri cultori della gastronomia. Il piatto – ad alto contenuto di lattosio va detto per gli intolleranti – è una sorta di carta d’identità dell’essere figli di questi luoghi. Con Alfredo Mennelli, volto della gastronomia cittadina “Da Alfredo”, abbiamo scoperto tutti i segreti che si celano dietro la preparazione di questo maestoso piatto. Non mancherà, per i wine lovers, uno speciale abbinamento a base di bollicine, tutto festoso.

La storia

In principio era il pancotto. Si, perché la paga di un contadino, nella migliore delle ipotesi, era pane e verdure, che mescolate insieme riuscivano a mandare avanti una famiglia anche per più giorni. Ma i caporali, i cosiddetti capoccia, cosa mangiavano? Grado maggiore vuol dire ricompensa maggiore, allora il loro pancotto si arricchiva di proteine come formaggio e carne. Ed è così che nasce la Zuppetta di San Severo, da una ricca ricompensa. “Unendo il formaggio ecco la zuppetta, il pancotto dei ricchi. Una ricetta all’apparenza facile che mette insieme il pane di grani antichi, scamorza, caciocavallo podolico e tacchino, tutto ciò che i contadini potevano solo sognare”. A dircelo è proprio Alfredo.

La Zuppetta, con gli anni, si è guadagnata il titolo di piatto tipico natalizio perché c’è bisogno di tempo nella preparazione e perché è un piatto che mette a dura prova le massaie. Ma nessuno può farne a meno sulle grandi tavole addobbate a festa. Alfredo, che ha condotto una ricetta proprio analitica sul piatto, ha scoperto ogni suo segreto in modo da creare, assieme ad altri sanseveresi una sorta di disciplinare etico da rispettare. Le fonti, quelle dirette e autentiche, provengono dalla saggezza e dai ricordi degli anziani del paese. “Il tacchino deve essere necessariamente nostrano, grasso e allevato in masseria, perché altrimenti la resa in termini di sapore è diversa. Con le parti migliori, ossa e pelle comprese, bisogna preparare il brodo da cuocere lentamente almeno per tre ore. Chiodi di garofano, alloro, sedano carote, zucchine, tutti sapori semplici ma autentici. Questo composto unito alla carne successivamente sfilacciata, saranno la preziosa essenza del sapore della zuppetta. A ciò dobbiamo aggiungere il caciocavallo podolico garganico, scamorza stagionata e il pane tagliato a fette spesse e bruscato, strato per strato” – continua Alfredo – “Per completare la ricetta ci deve essere anche una punta di cannella, che resta comunque facoltativa in base ai propri gusti”.

La tradizione della Zuppetta resta e si tramanda da generazione in generazione. Custodirla al meglio però, si può ed è per questo che è necessario preservarne la ricetta originale. Ma quale futuro c’è per questo piatto ce lo dice Alfredo Mennelli “Da tanti anni si sta ragionando sulla creazione di un gruppo che ne preservi l’integrità del piatto. Proprio in questi giorni è tornata l’idea di formare una sorta di Confraternita della Zuppetta con un gruppo di sanseveresi innamorati del piatto. Non manca anche la possibilità di inserire il piatto tra i presidi Slow Food”.

La preparazione

La Zuppetta può definirsi una lasagna d’altri tempi perché è tutta una questione di strati. Si inizia dalle fette di pane, adagiate in una comoda teglia rettangolare con un fondo di brodo di tacchino. Cospargere, quindi, con carne, scamorza, mozzarella sfilacciata caciocavallo a fette e ripetiamo, fino a riempire la teglia in altezza. Una volta completato il tutto si va dritti in forno per mezz’ora a 180 gradi per rendere lo sformato filante e dorato e se la parte superiore sembra seccarsi nessun problema, aggiungendo il brodo tutto si inumidirà come da tradizione.

La proposta vino

Il momento fatidico è arrivato: cosa abbinare ad una ricetta di ottima complessità organolettica? Sicuramente ciò che serve è potenza e pulizia al palato, ma per i più romantici anche quella nota di territorio con un prodotto local a chilometro zero non può mancare. Ecco perché questo piatto – che per i sanseveresi è quasi una religione – va abbinato a qualcosa che parli di “casa”. In una terra in cui le bollicine sono il biglietto da visita per finezza e unicità, la nostra scelta va sull’azienda Pisan Battel. L’etichetta nata dal pensiero di Antonio Pisante e Leonardo Battello, è un omaggio all’autoctono, ma anche all’evoluzione della bollicina sanseverese, biglietto da visita di questa città e di questa terra quasi di confine. Per la Zuppetta abbiamo scelto il Metodo Classico Brut da Bombino Bianco da 24 mesi sui lieviti: gli aromi raffinati al naso e un palato audace reggono alla grande la succulenza e untuosità della Zuppetta. Morso dopo morso, sorso dopo sorso, senza troppi pensieri. Perché in fondo, la tavola delle feste deve essere armoniosa, leggera, frizzante. Proprio come ciò che ci aspetta al calice.

Buona Zuppetta di San Severo a tutti voi!


Montepulciano-Cordisco: il sinonimo potrebbe ridurre la confusione

Il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano sul DDL che renderebbe esclusivo l’utilizzo del vitigno “Montepulciano” al solo Abruzzo

Con un DDL del 26 ottobre scorso il Ministero dell’agricoltura, sovranità alimentare e delle foreste ha introdotto il sinonimo Cordisco per la varietà Montepulciano. Questa misura renderebbe esclusivo ai soli produttori abruzzesi l’utilizzo di “Montepulciano” nell’etichetta, indicando a tutte le altre regioni che utilizzano il vitigno Montepulciano il sinonimo “Cordisco”. Il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano interviene ancora sulla questione puntualizzando che da decenni, in Europa, ma soprattutto in Italia, il sistema DOP IGP ha investito sulla territorialità dei prodotti. La stessa sigla “Denominazione di origine protetta” fa chiaramente riferimento alla zona di produzione, in questo caso il vino.

Alla luce di questo, sostiene ancora il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, più che un sinonimo la strada più legittima potrebbe essere una denominazione che, come avviene per la quasi totalità delle denominazioni italiane e non solo, leghi i vini a base di uve Montepulciano al territorio di produzione e non al vitigno. «Ancora una volta si rischia di creare confusione nel consumatore, soprattutto nei mercati esteri, dove già è complicato indicare la provenienza delle tante denominazioni italiani e internazionali, l’omonimia del termine è sicuramente un elemento che non può essere non considerato dagli uffici di competenza del Masaf», chiarisce il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano.

In sede europea già a fine anni Novanta il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano era intervenuto contro la possibilità di indicare il vitigno in etichetta con un ricorso che fu poi ritirato dallo stesso consorzio toscano a fronte dell’apertura di un dialogo confluito nel 2012 in un accordo sottoscritto dal Ministero delle Politiche Agricole allora guidato dal Ministro Mario Catania, e le Regioni di riferimento. Documento di “collaborazione” che purtroppo, soprattutto sul fronte abruzzese, non trovò molta responsività nella pratica dei fatti.

Il Consorzio del Vino Nobile Di Montepulciano anche per questo, oltre che per la pluricentenaria storia che lega il vino toscano alla sua città, Montepulciano, ha portato avanti un percorso con la Regione Toscana fino alla modifica del Disciplinare di produzione nel 2021 con l’obbligatorietà di inserire in etichetta “Toscana”, proprio per venire meno alla confusione di mercato che si crea tra le nomenclature.

Come detto, a Montepulciano (Si) rappresenta una condizione storica quella della tutela della produzione vinicola che già è scritta e ben evidenziata nelle norme sancite da uno Statuto Comunale del 1337 (ancora oggi disponibile alla consultazione nella Biblioteca Comunale di Montepulciano) che regolavano la produzione e tutelavano i produttori di Montepulciano con appropriate discipline sulla fase commerciale, oltre che per i prodotti di concorrenza che entravano nel territorio già a quell’epoca, e del vino commercializzato oltre i confini territoriali, che doveva risponder a precise norme produttive e di qualità. Una storia produttiva quindi che ha già, da quasi 700 anni, la volontà di tutelare questo prodotto sia alla produzione che nella sua fase commerciale, elemento oggi più che mai fondamentale per la denominazione del vino prodotto in Toscana. 

Non è un caso che una delle campagne di promozione del Vino Nobile di Montepulciano abbia come slogan “E’ la storia che fa la differenza”.

Secondo appuntamento con le eccellenze enogastronomiche della Gourmet Arena al 32° Merano Wine Festival: i video di 20Italie

La Gourmet Arena del 32° Merano Wine Festival ha rappresentato l’evento nell’evento, con un patrimonio di eccellenze della gastronomia italiana unico nel suo genere. Abbiamo già offerto un ricco antipasto con il precedente articolo curato dalla collega di redazione Olga Sofia Schiaffino Primo appuntamento con le eccellenze enogastronomiche della Gourmet Arena al 32° Merano Wine Festival.

Quest’oggi, invece, andiamo in scena con le interviste video e con i protagonisti che possono spiegare a voce, meglio di quanto riusciamo a fare con le parole scritte, l’emozione, il progetto e le visioni a lungo raggio del lavorare materie prime semplicemente eccellenti.

Un panorama in cui l’Italia veste il ruolo da protagonista indiscusso, ammirata (e invidiata) dai concorrenti esteri che non hanno le stesse tradizioni in settori così diversi tra loro. Non solo formaggi, ma anche salumi, pasta e riso, pesce, dolci e tecniche di produzione secolari.

Parlare di colatura di alici, ad esempio, significa descrivere una metodologia antichissima, quando si recuperava ogni parte di un cibo, compresi i succhi delle alici sottoposte a pressatura e salagione. Nasce un ingrediente che fa pietanza a sé stante, ricco di aromi e di sapore. Un rafforzativo per qualsiasi ricetta, a patto di essere molto morigerati con l’aggiunta extra di sale. Gennaro Castiello e lo chef Gennaro Marciante con il loro ristorante Acquapazza a Cetara sono tra i detentori di questo segreto campano conosciuto ovunque.

Usi, costumi e tanta sperimentazione. L’idea di una nuova varietà di riso, il Riso Magnum proposto da Hera nei Campi in collaborazione con l’Università degli Studi Federico II° di Napoli restituisce lustro al Principato di Salerno di arcaica memoria. La famiglia Bifulco ha ridato vita, nei terreni della Piana del Sele, alla coltivazione di uno dei cereali più diffusi al mondo, sfruttando le serre fredde destinate alla coltivazione delle eccellenti baby leaf (le giovani foglie e i piccioli di qualsiasi prodotto del gruppo “ortaggi a foglia”) e inserendosi naturalmente nella rotazione colturale dei terreni.

E poi Cristina Nonino, quinta generazione di distillatori di Grappa Nonino, una famiglia che in fatto di conservazione del patrimonio culturale italiano non ha nulla da invidiare. Distillare, che sia per grandi produzioni o in maniera più artigianale, è un’arte e richiede competenza e scelta delle materie prime. Le vinacce devono essere freschissime, quasi appena lavorate, per evitare sgradevoli devianze gusto-olfattive. Una nota a margine anche nel Disciplinare, considerato da molti troppo elastico per difendersi da imitazioni o versioni “al ribasso” di una tipologia identitaria delle regioni del Nord del BelPaese.

Al Sud, nascosto tra i vicoli di San Giorgio a Cremano, c’è il laboratorio di Alma de Lux con i suoi premiatissimi liquori artigianali, confezionati in un brand elegante e di immediato impatto. La proposta di quest’anno è la Marinara, con sentori di origano e pomodoro a rimembrare la pizza storica partenopea. Gianni Onorato e la moglie Luisa Matarese sono partiti dal nulla con le proprie forze ed eccoli, adesso, al vertice dell’eccellenze di categoria.

Last but not least un dietro le quinte con chi aiuta ogni giorno nell’ottima realizzazione di eventi di tale portata, come il Merano Wine Festival. Ce ne parla, in chiusura articolo, Mauro Pelacani dell’azienda P&B Line S.a.S. rivenditori di ghiaccio a lunga conservazione, indispensabile per gli stand di vino e prodotti facilmente deperibili.

Perché una manifestazione che si rispetti non può esistere senza il supporto di tutti gli attori in gioco.

Primo appuntamento con le eccellenze enogastronomiche della Gourmet Arena al 32° Merano Wine Festival

Inauguriamo, oggi, il primo di due articoli che ci ha visto protagonisti come 20Italie alla Gourmet Arena del Merano Wine Festival edizione 2023. Iniziamo con il nostro autore Olga Sofia Schiaffino, per procedere con un ulteriore supplemento completo di video nei prossimi giorni.

Ogni anno si ripete la magia del festival che ha conquistato il cuore di winelovers, operatori, giornalisti per la qualità delle aziende rappresentate e la ricchezza degli eventi proposti dal poliedrico Helmuth Köcher.

Dal 3 al 6 Novembre a Merano, presso la Gourmet Arena, è stato possibile incontrare persone che credono prima di tutto nella bontà e unicità delle materie prime che trasformano e lavorano con passione e che sono state premiate con i The WineHunter Awards.

L’azienda Flamigni, attiva dal 1930 e famosa per la produzione di pasticceria artigianale, ha ideato una linea dal nome evocativo – L’APERITIVO ITALIANO – che propone una gamma di 12 pasticcini salati, ispirati alla tradizione, ai profumi e alle ricette tipiche delle varie regioni italiane.

Le combinazioni sono raffinate e deliziose e vengono proposte in abbinamento ai cocktail, al vino e alla birra. Ecco alcuni esempi, provati con un cocktail a base di gin: Il Fiore di riviera (frollino salato con olive taggiasche e basilico), Gorgonzola (ripieno di Gorgonzola Dop) e Acciuga, un pasticcino ripieno di Acciughe del Cantabrico.

Mattia Vezzola, enologo di fama internazionale, ha collaborato con Flamigni per il biscotto neutro da degustazione RESET: un prodotto che permette di non stancare il palato e di mantenere il focus sul vino.

Tenuta Principe Mazzacane sorge nel parco nazionale del Cilento ed è nata dalla passione e dal progetto di Annacarla Tredici e Andrea Giuliano di produrre formaggi con il latte della Capra Cilentana. Sono davvero squisiti, l’erborinato, la cui forma ricorda quella del Monte Stella, è veramente strepitoso!

Nella campagna cilentana l’azienda agrituristica Salella produce olio di oliva dalla cultivar locale Salella che ha sentori particolari, di erba falciata, foglia di uliva e mandorla; inoltre sono impegnati nella produzione artigianale di conserve, di paté e di confetture.

La Dispensa a Paestum dell’azienda agricola San Salvatore, famosa per i vini, elegante espressione del territorio, grazie alle massaie, custodi delle antiche ricette, producono pasta fatta in casa, freselle e piatti della tradizione contadina cilentana; si aggiungono le mozzarelle di bufala prodotte con il latte da capi allevati in azienda e l’olio Evo.

Upstream è nato dal desiderio di Claudio Cerati di offrire un salmone selezionato e preparato direttamente da lui, per rendere l’assaggio qualcosa di prezioso. Una affumicatura delicata con i legni di faggio dell’Appennino Emiliano, che esalta senza coprire il gusto del pescato, riesce a regalare sorprendenti emozioni gustative.

Azienda Agricola Ramo di Mandorlo è una azienda tutta al femminile nata a L’Aquila in Abruzzo, che produce zafferano, pasta e biscotti con la farina di lenticchie: antichi sapori, da alimenti sani, coltivati e trasformati come si usava fare una volta.

Il Consorzio di Tutela della Coppa di Parma Igp, che raccoglie circa 21 realtà produttive, ha portato in assaggio questo pregiato salume dal profumo delicato, la consistenza morbida e dalla sapidità non troppo pronunciata. Squisita come antipasto ma perfetta per aggiungere personalità a panini, finger food e insalate. Anche in questa edizione di Merano Wine Festival, la ricchezza di proposte enogastronomiche nella Gourmet Arena è stata vincente e ha richiamato moltissimi visitatori, altamente soddisfatti per la varietà e la articolarità dei prodotti presentati.

Intervista all’enologo Denise Cosentino: dalla Cina all’Italia il passo è davvero breve

Denise Cosentino, già enologa di Domaine Long Dai (Dbr Lafite) e adesso tra le fila della prestigiosa Ornellaia, racconta uno spaccato dell’enologia cinese e della sua voglia di “autoctono”.

La Cina del vino pian piano sta svelando le sue peculiarità e potenzialità, protagonista di una rivoluzione enologica importante, considerando le dimensioni del Paese. Con Denise Cosentino, già enologa italiana da qualche anno al timone della direzione tecnica del Domaine Long Dai – proprietà del gruppo Domaines Barons de Rothschild – siamo andati alla scoperta di quello che è il territorio viticolo cinese e perché ne sentiremo parlare sempre di più nel prossimo futuro.

Cina e vino. Si può fare

Partiamo dal presupposto che la Cina non ha una tradizione vitivinicola ben radicata come quella europea, ma sta costruendo la sua storia non trascurando i particolari. Numeri che sembrano essere premianti soprattutto quando si parla di consumo locale e che descrivono un popolo interessato alla cultura del vino locale e non solo ai “grandi classici” di importazione. A non cambiare è la voglia di imparare da chi effettivamente il vino ce l’ha nel sangue. Sono molti i professionisti che hanno scelto il grande Oriente per il successo, e a Denise Cosentino quest’opportunità è arrivata per meritocrazia.

Laureata in viticoltura ed enologia a Torino, con diverse esperienze all’estero compreso in Nuova Zelanda, viene selezionata come docente per il prestigioso College di Enologia della North West A&F (agriculture&forestry) University di Yangling, Xian, Shaanxi. Grazie a un percorso premiante è arrivata a lavorare in vigna. Dal Ningxia alla penisola dello Shandong Denise ha scoperto un mondo diverso, dove la tradizione europea gioca la sua parte, ma in maniera marginale. Fare vino in Cina è quindi possibile?

La Cina è enorme e non si può far vino ovunque, per via del clima diverso, a volte proibitivo. La mia esperienza in vigneto inizia nel nord, nello Ningxia dove si arrivano a toccare, di inverno, meno 25 gradi. La viticoltura qui è pensata proprio per affrontare temperature rigide, con l’interramento della vite per proteggerla dal freddo. Un sistema con diversi cordoni bassi che, a seconda della necessità, possono essere ricoperti di terra. Nel Shandong invece, più vicini al Mar Giallo, il clima è completamente diverso, con inverni sì rigidi, ma non troppo. Nella media cinese, si intende. Infatti si toccano temperature che si aggirano in media tra i meno 10 e meno 15 gradi – continua l’enologa – Anche qui si usa l’interramento della vite, ma non completo. Per questo utilizziamo un sistema a spalliera che ricorda le viti europee. Inverni secchi e primavere secche, concentrazione di pioggia sulla parte estiva, questo è ciò che ci aspetta generalmente, anche se stiamo risentendo del climate change che anche qui si manifesta con eventi estremi come violente piogge e calura anomala anche fuori stagione”.

Domaine Long Dai

Domaine Long Dai, nella penisola dello Shandong – dove Denise ha ricoperto il ruolo di direzione tecnica di cantina fino a poco tempo fa – non è solo lo specchio della tradizione francese in Cina, anzi, è un modo per mettere alla prova blend che non riprendano il classico taglio bordolese, comunicando qualcosa di nuovo dal punto di vista enologico. Con il Marselan, varietà che sta riscontrando pareri positivi sia per adattamento al clima sia per le peculiarità organolettiche, si sperimentano assemblaggi “moderni”. “L’azienda è giovane, basti pensare che la prima annata in uscita è il 2019. L’imprinting europeo viene mantenuto solo in parte perché si misura prevalentemente con il mercato cinese. Per il momento cinque annate dedicate al mercato interno cinese. L’80% resta qui. La restante parte invece, arriva nei mercati del Sud Est Asiatico, Hong Kong, Giappone, Corea. Piccoli volumi che ridisegnano un modo di vivere all’occidentale”.

Chi è il consumatore di vino cinese

Se in Occidente il vino viene considerato parte storica della “cultura pop”, in Cina si costruisce un’identità giorno dopo giorno. E allora qual è l’identikit del consumatore cinese e se è l’etichetta a rendere il vino d’appeal? Ce lo spiega Denise: “il fruitore medio del vino è appassionato, è colui che ha studiato ed è molto curioso. In Italia sarebbe il nostro “esperto”. Il vino qui non è una bevanda che arriva in tavola in automatico. Certamente l’etichetta conta e, come nel caso di Lafite, il nome colpisce perché è sinonimo di pregio e perché già dagli anni Ottanta è presente sul mercato asiatico. I cinesi però, studiano e diventano sempre più critici, andando alla ricerca della qualità e dello stile di vita all’occidentale. Il vino è uno status symbol, un cadeau di valore”.

Ma in Cina di vino se ne beve ancora troppo poco. Un dato sottolineato anche dalla Cosentino “ad oggi il picco potenziale di consumo locale non c’è ancora stato ma il picco delle importazioni si, pertanto la flessione di vino che proviene da fuori è quasi fisiologica”. Secondo il rapporto OIV del 2022 sulla salute del settore vitivinicolo mondiale, la Cina si attesta la terza posizione a livello globale per quanto riguarda l’estensioni totali dei vigneti; solo l’ottavo Paese per quanto riguarda il consumo di vino. Dati che indicano, comunque, una crescita delle cantine locali in termini di popolarità, prestigio ed enoturismo rispetto al passato.

Per quanto riguarda la produzione interna c’è ancora molto da fare, ovvio, ma la strada è quella giusta. “Oggi la Cina può diventare un polo di produzione, infatti siamo alla seconda produzione di enologi in Cina. Quindi tra qualche anno si potrà dire che il vino è un prodotto della tradizione, ma chiaramente non ce ne sarà per tutti perché non si può produrre ovunque come abbiamo già detto”. Buona notizia per gli importatori che dovranno fare i conti con un mercato non sempre stabile, ma comunque sempre aperto al prodotto estero. Se nel futuro enologico cinese il vino non mancherà, nel futuro di Denise invece, cosa c’è da aspettarsi? “ Spero che ci sia tanto altro buon vino, altri grandi progetti enologici che garantiscano sempre standard di qualità elevati in Italia, che rivedrò presto.Spero di tornare a casa  in Calabria certo, magari un giorno. Un vigneto a Papasidero in Calabria, il mio paese d’origine, farebbe tornare alla memoria la mia prima vendemmia, quella fatta con il nonno”.

Per intanto è arrivata la chiamata in Toscana da Ornellaia e non possiamo che esserne felici.

Costiera Amalfitana: una sera al “Convento” con la cucina di Claudio Lanuto

Non era neve quella che veniva giù dal cielo, ma pioggia e la temperatura faceva pensare più alla Pasqua che al Natale. Eppure l’accensione dell’albero al Grand Hotel Convento Anantara di Amalfi ha mantenuto tutto il magico fascino dell’evento, reso ancora più suggestivo dall’eccezionale location in cui si è svolto: i resti del chiostro cistercense del XIII secolo, incastonati al sesto piano di una delle strutture ricettive più eleganti della Costiera Amalfitana.

I festoni di minuscole luci, Il braciere al centro del porticato, il coro di voci bianche a intonare i tipici canti natalizi e il cocktail di raffinati finger food, sono stati la preziosa cornice del quadro che lo scorso 27 Novembre ha dato il via alla stagione natalizia dell’Hotel ricavato da un’attenta ristrutturazione dell’ex convento dei Cappuccini di Amalfi e oggetto di un recente rebranding della catena di lusso Anantara. L’occasione è stata anche ideale celebrazione per la cucina dello chef Claudio Lanuto, recentemente entrata a far parte della Guida Ristoranti d’Italia 2024 del Gambero Rosso.

L’autore di 20Italie Ombretta Ferretto intervista lo chef Claudio Lanuto

Livornese di nascita, svezzato tra grandi cucine nazionali e internazionali (a partire da I Quattro Passi di Antonio e Fabrizio Melillo al Fat Duck di Heston Blumenthal), Lanuto festeggia il suo battesimo sulla guida più rinomata del Belpaese al ristorante Dei Cappuccini, rivelandosi persona pacata ed equilibrata nel rilasciare una dichiarazione sul recente conseguimento: “Mi sono commosso quando ho letto il mio nome sulla Guida”.

Al termine dell’evento di accensione dell’albero, il Ristorante Dei Cappuccini ha accolto i partecipanti in un ambiente sobrio con elementi architettonici e stilistici dell’antico convento, come le alte volte a crociera da cui scendono, disegnandone le coste, i moderni lampadari. Gli arredi dalle linee pulite ed essenziali cedono il passo all’opulenza solo nei tramezzi dorati che ricordano le piogge d’oro di molti quadri di Klimt, mentre le boiserie in legno chiaro scaldano l’ambiente, insieme alle luci soffuse e alla voce calda di Lucy Kiely, che unitamente alla chitarra classica di Cherubino Fariello, ha accompagnato la serata.

La cena, studiata e realizzata appositamente per l’evento natalizio, è stata un’elegante rivisitazione della tradizione, arricchita da contaminazioni di originale creatività, pur rimanendo fedele alla biodiversità e alla stagionalità del territorio.

La scarola ripassata con uvetta diventa quindi nido ideale per la capasanta scottata e guarnita da una sottilissima gelatina di tsuyu – brodo di dashi concentrato, arricchito di salsa di soya, mirin e sake. Il suo sentore umami fa da contraltare alla goccia di maionese delicata.

Il baccalà, invece, è stato protagonista dell’antipasto assieme alla giardiniera di verdure, classico richiamo all’insalata di rinforzo della tradizione partenopea – e alla crema di limone salato. Ad accompagnare entrée e antipasto Costa d’Amalfi doc Furore bianco Marisa Cuomo 2022 – blend di Falanghina e Biancolella – dai sentori freschi di agrumi ed erbette mediterranee, che ha sostenuto bene la complessità gustativa dei primi due piatti.

Eco di uno dei più grandi classici della tavola di Natale, il tortello di zucchine, crudo di scampi e lamelle di mandorle in fumetto di scampi, riportava alla memoria il confortante tortellino in brodo, spesso presente sulle tavole delle feste. Mentre con la seconda portata Lanuto è uscito dal canone delle festività proponendo un piatto a cui è molto affezionato: il trancio di spigola arrostita e crudo di gamberi rossi, serviti su un bisque di crostacei e accompagnati da sedano rapa grigliato e in dadolata con salsa di limone.

Il Fiano di Avellino DOCG Alessandra 2013 De Meo, ottenuto da uve selezionate da leggera vendemmia tardiva, ricco nei rimandi olfattivi di frutta matura e ginestra, caramello e note fumée, si è rivelato pieno e godurioso al sorso, in perfetto equilibrio con le portate principali.

Come tributo alla varietà e alla ricchezza dei prodotti della Costiera, lo chef ha voluto sottolineare la stagionalità e la territorialità di quelli utilizzati nei suoi piatti, molti provenienti dall’orto-giardino dei frati, come i limoni o i profumatissimi mandarini protagonisti del dessert a chiusura della cena.

Il babà al rum, mandarino del Convento e cioccolato, in accompagnamento con Passion 2021 Vino Passito Cantine Giuseppe Apicella – blend di vitigni autoctoni locali – avvolgente al palato nei sentori di frutta candita, fico secco e bastoncino di liquirizia, è stato ottimo preludio anche per le coccole finali: il bignè alla crema di limone, la gelatina di melograno e la caprese di mandorle e cioccolato.

Al termine della cena Claudio Lanuto, dopo aver ringraziato lo splendido lavoro di tutto lo staff, ci ha raccontato in poche sintetiche parole l’esperienza e la personale aspettativa dal suo impegno quotidiano: “siamo giovani, siamo partiti quest’anno con il progetto della ristorazione e il mio principale obiettivo è quello di far star bene le persone”.