Brianza in Bottiglia: Viaggio tra Vini e Sapori

Domenica 14 settembre 2025, dalle 10.00 alle 21.00, la splendida cornice del parco della villa comunale di Ronco Briantino (MB) ospita INEBRIANZA, la prima edizione di un evento dedicato alla degustazione e celebrazione del vino Made in Italy.

Oltre 15 cantine provenienti da tutta Italia incontreranno il pubblico per raccontare la propria passione e far assaporare le loro etichette, offrendo degustazioni e vendita diretta. Ad accompagnare la giornata: musica dal vivo, cucina locale e la partecipazione di AIS Lombardia, a sostegno della cultura enologica.

Oltre alle degustazioni, i visitatori potranno partecipare a degustazioni guidate da Giorgio Santagostino, enologo ed esperto conoscitore di vino.

Le iscrizioni sono già aperte su eventbrite.it e i posti sono limitati: si consiglia di prenotare in anticipo per assicurarsi la partecipazione.

INEBRIANZA è raccontata e promossa anche sui canali social ufficiali, con contenuti dedicati, curiosità e anticipazioni sui produttori presenti.

Domenica 14 settembre Dalle 10.00 alle 21.00 (ingresso fino alle 19.00 per le degustazioni) Ronco Briantino (MB) Via IV Novembre, 30 – 20885 Parco della villa comunale (ingresso libero)

CONFERENZA NAZIONALE SULLA VITICOLTURA A PIEDE FRANCO

Appuntamento importante per il mondo del vino: l’8 settembre ad Ercolano si ritrovano docenti, scienziati, responsabili di settore, giornalisti, enologi e sommelier a parlare di viticoltura a Piede Franco nella conferenza dal titolo “Progresso ed evoluzione per un sistema integrato di difesa, preservazione e valorizzazione”, organizzata dall’Associazione Identità Mediterranea.

Una giornata dedicata alla scoperta del “piede franco” all’origine della viticoltura. Ospiti di importanza nazionale si ritroveranno l’8 settembre nella splendida cornice di Villa Campolieto nella città di Ercolano. Saranno presenti tra gli altri, Roberto Cipresso, winemaker e scrittore di fama internazionale; Luciano Pignataro, Docente di Comunicazione Enogastronomica presso l’Università Federico II di Napoli, Ciro Giordano, Presidente del Consorzio di Tutela dei Vini del Vesuvio, e Marco Serra, Presidente del Consorzio di Tutela dei Vini di Salerno. Un ricco parterre di docenti, scienziati, responsabili di associazioni del territorio, enologi E giornalisti di settore che affronteranno il tema dei vitigni a piede franco, di grandissimo interesse per i molteplici sviluppi che possono nascere dalla sua valorizzazione. Infatti, a dare un ulteriore contributo per la divulgazione della conoscenza sulla viticoltura a piede franco, ci saranno Stefano Del Lungo, ricercatore e archeologo, da sempre impegnato nello studio sulla trasformazione di territori e insediamenti fra Antichità e Alto Medioevo, approfondendo viabilità, biodiversità culturale, inclusa la viticoltura tra archeologia e biologia molecolare, nel Mezzogiorno, Gaetano Conte, agronomo esperto con una visione multidisciplinare della viticoltura, e la professoressa Teresa Del Giudice, docente di Economia Agraria, Alimentare e Estimo Rurale, con  esperienza pregressa nelle Scienze Agrarie e nell’Agribusiness.

Il giorno 8 settembre 2025, dalle ore 9:30 alle 13:00, presso Villa Campolieto in Corso Resina n. 283 a Ercolano (Na), l’Associazione Culturale Identità Mediterranea ha organizzato una Conferenza Nazionale sulla Viticoltura a Piede Franco con il Patrocinio Morale del Consiglio Regionale della Campania, del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli, dell’Associazione Nazionale delle Città del Vino, del Consorzio di Tutela dei Vini del Vesuvio, del Consorzio di Tutela dei Vini di Salerno, della Fondazione Monti Lattari Onlus, Fondazione Ente Ville Vesuviane e del Mavv-Wine Art Museum.


A spingere Identità Mediterranea e Gaetano Cataldo, nella realizzazione della Conferenza Nazionale sulla Viticoltura a Piede Franco, la necessità di affrontare le importanti tematiche di grande attualità, grazie all’erudizione di Relatori di eccellenza e attraverso prospettive eterogenee, al fine di sensibilizzare il Pubblico e le Istituzioni su un tema fondamentale per la viticoltura italiana e non solo.

Programma della giornata

Dopo i saluti istituzionali di Gennaro Miranda, Presidente della Fondazione-Ente Ville Vesuviane, dell’On. Alessandro Caramiello, Deputato della Repubblica e Presidente dell’inter-gruppo parlamentare Sviluppo Sud, Aree Fragili e Isole Minori, di Gennaro Saiello, Consigliere della Regione Campania e Presidente della Commissione Innovazione e Sostenibilità per il Rilancio e la Competitività, di Angelo Radica, Presidente dell’Associazione Nazionale delle Città del Vino, di Ciro Giordano, Presidente del Consorzio di Tutela dei Vini del Vesuvio, di Marco Serra, Presidente del Consorzio di Tutela dei Vini di Salerno, e di Mariella Verdoliva, Presidente della Fondazione Monti Lattari Onlus, interverranno i seguenti relatori:

Stefano Del Lungo, Ricercatore CNR ISP, in rappresentanza del Gruppo di Ricerca CNR-CREA;
Roberto Cipresso, winemaker e scrittore di fama internazionale;
Luciano Pignataro, Docente di Comunicazione Enogastronomica presso l’Università Federico II di Napoli, Scrittore e Giornalista Enogastronomico;
Gaetano Conte, Agronomo in rappresentanza dell’azienda Vitis Rauscedo;
Teresa Del Giudice, Docente di Economia Agraria ed Estimo Rurale.

Sarà Gaetano Cataldo, Founder di Identità Mediterranea, Giornalista Enogastronomico e Miglior Sommelier dell’Anno al Merano Wine Festival, a moderare gli interventi.

Obiettivi e temi trattati

  • Sottolineare l’importanza della Viticoltura a Piede Franco a livello globale.
  • Ribadire il valore inestimabile della Viticoltura a Piede Franco dal punto di vista genetico e della biodiversità.
  • Definire la sostenibilità della Viticoltura a Piede Franco dal punto di vista ambientale, sociale ed economico.
  • Presagire l’indotto economico potenziale della Viticoltura del Piede Franco, anche in virtù del

               Destination Management System e della riqualificazione dei borghi.

  • Ipotizzare un Protocollo Integrato per la salvaguardia della Viticoltura a Piede Franco e del Sistema Agricoltura nella sua interezza.

L’associazione Identità Mediterranea, fondata il 12 luglio 2016, da sempre impegnata nella divulgazione della Cultura del Mare Nostrum mediante la promozione del Patrimonio Paesaggistico, la divulgazione della Tradizione Enogastronomica e la preservazione della Biodiversità Mediterranea, oltre che ideatrice di Mosaico per Procida, primo vino a celebrare una Capitale Italiana della Cultura, ha organizzato tale evento, così come nel settembre dello scorso anno, quale associazione richiedente il coinvolgimento e il patrocinio del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli, confermato anche quest’anno.

Grecia nel piatto e nel bicchiere: un viaggio tra mare, sole e cultura

Il mio viaggio nelle isole Cicladi diventa l’occasione per raccontare un percorso enogastronomico che si intreccia con storia, cultura e suggestioni mediterranee. Queste isole non sono soltanto sinonimo di spiagge da cartolina: custodiscono un patrimonio ricco e stratificato, frutto di influenze diverse. Con sorpresa scopro le tracce lasciate dai Veneziani, che nei secoli della Repubblica Marinara solcavano questi mari per commerci con la Serenissima.

Castelli, bastioni e antiche costruzioni ancora oggi testimoniano la loro presenza, in un contesto che appare come una porta sospesa tra mondo cristiano e musulmano, tra Oriente e Occidente. A fare da scenario, le immancabili chiese ortodosse, candide e luminose, spesso sormontate da cupole blu: un paesaggio architettonico che riprende i colori della bandiera greca e che incornicia l’identità autentica delle Cicladi.

La cucina greca è un inno alla semplicità mediterranea, un equilibrio luminoso tra pochi ingredienti, mani esperte e sapori netti. Nelle isole Cicladi, questo canto si fa ancora più autentico: qui il mare incontra la terra arida e le erbe selvatiche, la luce intensa del sole avvolge orti e pascoli, e ogni piatto racconta una storia di vento e di sale.

Il cuore della Grecia in tavola

L’insalata greca, o Horiatiki, è un mosaico di colori e freschezza: il pomodoro maturo sprigiona dolcezza, il cetriolo croccante rinfresca, la cipolla rossa punge, mentre la feta, con la sua sapidità cremosa, lega il tutto insieme alle olive Kalamata e a un filo di olio d’oliva profumato. Il Tzatziki, con yogurt vellutato, cetriolo e aglio, è una carezza fresca con un finale aromatico. Nei Dolmadakia, le foglie di vite sprigionano sentori erbacei e di terra umida, abbracciando un ripieno di riso dal gusto delicato. Moussaka è simile a una parmigiana con strati di melanzane, carne macinata, besciamella e spezie, presenti ovunque.

L’anima delle Cicladi

Ogni isola custodisce un’identità gastronomica distinta, modellata dal clima e dalle risorse locali. Tra i piatti che si lasciano ricordare, la fava di Santorini è una vellutata dal colore dorato e dalla consistenza setosa, dove la dolcezza del pisello giallo incontra la sapidità dei capperi o la concentrazione aromatica dei pomodori secchi. Le Tomatokeftedes, frittelle di pomodoro ed erbe, sprigionano profumi estivi e una croccantezza che invita al bis.

Formaggi e sapori forti

Il kopanisti, piccante e speziato, pizzica il palato e risveglia i sensi, mentre il San Michali di Syros e il Graviera di Naxos offrono un equilibrio tra dolcezza e carattere. Il manoura di Sifnos, stagionato in vino, regala un bouquet vinoso e intenso. La louza, salume speziato e marinato in vino ed erbe, è un’esplosione di aromi balsamici e speziati che evocano feste di paese e brindisi al tramonto.

Piatti rustici e convivialità

La Froutalia di Andros e Tinos, con patate, uova e salsiccia, è un piatto robusto, avvolgente, perfetto per la condivisione. La matsata di Folegandros, pasta fresca fatta in casa, sposa sughi di carne teneri e succosi, mentre il ksinotira di Naxos aggiunge una nota decisa, quasi piccante, a patate e verdure locali.

Mare in tavola e dolci finali

L’astakomakaronada, pasta con aragosta, unisce la dolcezza delicata della polpa al sugo di pomodoro dal profumo mediterraneo. Il gouna, sgombro essiccato al sole, concentra in sé il sapore del mare e del vento.

E poi i dolci: il Baklava preparato con strati sottilissimi di pasta filo alternati a noci, mandorle e pistacchi tritati arricchiti da spezie come cannella o chiodi di garofano. Dopo la cottura viene irrorato con sciroppo di miele e limone, viene tagliato a triangoli ma si può trovare anche tagliato a quadrato o a rombo.

Mangiare alle Cicladi è lasciarsi avvolgere da profumi di origano e timo, da un olio d’oliva che sa di sole e pietra, da formaggi che parlano di pascoli battuti dal vento. È un’esperienza sensoriale completa. La cucina delle Cicladi è una fusione armoniosa di mare e terra: legumi e formaggi forti, pesce fresco, torte alle mandorle, fritti fragranti e piatti antichi resi attuali. Ogni isola ha le sue versioni uniche, ma lascia sempre un’impressione chiara: sapori autentici, ingredienti locali e un invito a vivere la Grecia con gusto genuino.

Santorini, il vino che sa di mare e vulcano

C’è un filo invisibile che lega il vento salmastro dell’Egeo, la luce abbacinante delle Cicladi e la terra scura di un vulcano addormentato. È lo stesso filo che intreccia le radici dei vigneti di Santorini, un mosaico di soli 3.706 ettari dove la vite cresce avvolta a cestello per proteggersi dal sole e dal meltemi, e dove la concentrazione di cantine per metro quadrato è la più alta al mondo.

I terreni vulcanici dell’isola sono una benedizione per la viticoltura: hanno la capacità di trattenere l’umidità notturna e la rugiada marina, rendendo quasi superflua l’irrigazione, utilizzata solo per i vigneti più giovani, fino ai quattro anni di età. È proprio grazie alla natura vulcanica del suolo che la fillossera – il flagello che nel XIX secolo devastò i vigneti di mezzo mondo – non ha mai attecchito qui, permettendo alle viti di crescere ancora oggi a piede franco, custodi di un patrimonio genetico autentico.

La coltivazione segue un metodo tradizionale e ingegnoso: piccoli alberelli intrecciati in forma di nido per proteggere grappoli e foglie dal vento costante e dalle alte temperature estive. Una viticoltura estrema che produce rese bassissime, ma vini di carattere inimitabile.

Qui, tra 40 vitigni e un patrimonio ampelografico unico, i protagonisti sono tre bianchi autoctoni – Assyrtiko, Athiri e Aidani – e tre rossi – Mandilaria, Mavrotragano e Mavrathiro – soprannominati le “3M”. L’Assyrtiko, in particolare, è il vino simbolo dell’isola: un bianco dalla struttura quasi “rossa”, capace di superare i 13,5° e di combinare corpo, complessità e una freschezza vulcanica inconfondibile.

La mia degustazione a Santorini è stata un viaggio sensoriale in tre atti

Il bianco – PESKESI, Pagonis Family

“Peskesi” in greco significa dono, ed è davvero un regalo per il palato. Brillante nel calice, seduce con un naso intenso di frutti bianchi e gialli. In bocca è una danza di freschezza e sapidità, arricchita da note iodate, fruttate e da un soffio di erbe aromatiche, con un finale agrumato persistente che sembra portare con sé la brezza marina.

Il rosso – Mm (Me), Cantina Sigalas

Un incontro tra Mavrotragano e Mandilaria (50% ciascuno), annata 2022, IGP delle Cicladi. Rubino intenso e brillante, al naso offre un bouquet caldo e terroso, con echi di Sangiovese, frutti rossi freschi e una leggera speziatura. Al sorso, freschezza e mineralità si uniscono a una sapidità che parla di mare, con quelle tipiche note iodate che sono la firma dell’isola.

Il passito – Vin Sánto 2016, Estate Argyros

Il nome è assonante al nostro Vinsanto a loro ci tengoo a sottolineare che è Vin (vino) Sánto (di Sántorini) e che quindi si tratta soltanto di na similitudine. L’arte dell’appassimento in pianta al sole regala a questo blend (80% Assyrtiko, 10% Athiri, 10% Aidani) un colore ambra scuro e un naso gentile. In bocca è vellutato e fresco, con ricordi di frutta candita, bergamotto e un tocco di china. Un vino che sa di tramonto e di pazienza.

“Estate Argyros”, l’anima del vino vulcanico di Santorini

Tra i terrazzamenti battuti dal vento e la luce accecante dell’Egeo, sorge Estate Argyros, una delle cantine più prestigiose di Santorini e punto di riferimento per chi desidera conoscere l’anima vinicola dell’isola. Fondata nel 1903 da Georgios Argyros, l’azienda affonda però le radici in una tradizione familiare ancora più antica, oggi custodita e rilanciata dalla quarta generazione.

Con oltre 120 ettari di vigneto, molti dei quali composti da ceppi secolari a piede franco, Estate Argyros rappresenta la più estesa proprietà vitata privata di Santorini. Qui il protagonista indiscusso è l’Assyrtiko, vitigno simbolo dell’isola, che nei suoli vulcanici trova la sua espressione più pura: vini dal profilo teso, minerale e salino, capaci di riflettere il mare e la pietra.

Accanto alle versioni classiche, la cantina propone etichette iconiche come la Cuvée Monsignori, l’Evdemon e il tradizionale Nykteri, fino ad arrivare al sontuoso Vinsanto, vino passito che ha reso celebre Santorini nel mondo.

Visitare Estate Argyros significa vivere un’esperienza completa: dalla passeggiata tra i filari bassi a cestino, al racconto delle tecniche viticole uniche dell’isola, fino alla degustazione guidata nella moderna sala panoramica. Un viaggio nel tempo e nel gusto, capace di coniugare rispetto per la tradizione e visione contemporanea. In un luogo dove il vulcano ha plasmato la terra e la storia, i vini di Estate Argyros raccontano la forza e l’identità di Santorini, sorso dopo sorso. A Santorini, il vino non è solo un prodotto agricolo: è cultura, paesaggio e storia. Ogni sorso porta con sé millenni di resilienza, dall’epoca minoica alla rinascita post-eruzione. E quando, alzando il calice, brindano dicendo “Già mas”, non è solo un augurio: è un invito a far parte di un’isola che ha fatto del vino la sua anima.

Cronache dall’Alto Adriatico: Collio

Italia, Slovenia, e ancora Italia. Il terzo giorno del tour nell’Alto Adriatico organizzato dal giornalista e scrittore Paul Balke è dedicato al Collio, l’altra parte di quell’unicum che un tempo comprendeva anche l’attuale Brda.

La superficie vitata nel Collio è inferiore a quella del fratello sloveno, con un valore che ultimamente ha raggiunto i 1500 ettari (contro i 1878 nel Brda), mentre simili sono i terreni essenzialmente a base di flysch, e i sistemi di allevamento. Il disciplinare del vino Collio doc nasce nel 1968 e fino al 1991 non erano ammessi i vitigni internazionali a bacca bianca. Discorso diverso per quelli internazionali a bacca rossa presenti nel territorio da lunga data, e del quale aspetto abbiamo già parlato qui:

Ad oggi le uve autorizzate sono 17: per il bianco Chardonnay, Friulano, Malvasia Istriana, Muller Thurgau, Picolit, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Ribolla Gialla, Riesling Renano, Riesling Italico, Sauvignon, Traminer Aromatico; per il rosso Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carménère, Merlot, Pinot Nero.

Per rientrare nella categoria di Collio Doc le uve devono provenire dal territorio della provincia di Gorizia, in 8 dei 25 comuni esistenti: Capriva, Cormòns, Dolegna del Collio, Farra d’Isonzo, Gorizia, Mossa, San Floriano del Collio, San Lorenzo Isontino. Sono esclusi i terreni del fondo valle, con l’obbligo per i vigneti di trovarsi ad almeno 75 metri di altitudine, fino a giungere a circa 270 metri, e con una pendenza minima del 3%, spesso ben superiore.

Quattro anni prima della doc, nel 1964 nasce il Consorzio Tutela Vini Collio che oggi racchiude al suo interno 119 cantine.

Alla nostra dimora di Medana ci viene a prendere con il suo mezzo di trasporto Paolo Corso, vice direttore del Consorzio e produttore di Borgo Conventi con destinazione Cormòns.

Incerto l’origine del nome della città friulana: chi lo associa al termine del popolo Carmo, chi a un gallicismo celtico per intendere il simpatico mustelide della donnola, e infine chi a un idronimo preromano.

Situata alle pendici meridionali del monte Quarin, Cormòns ha settimila abitanti e millequattrocento anni di storia, che inizia quando i Longobardi fortificarono nel 610 d.C. una stazione militare di epoca romana per contrastare l’avanzata del popolo degli Avari proveniente dai Carpazi. Successivamente il castello entra in possesso dei Patriarchi di Aquileia che poi lo cedono ai Conti di Gorizia, i quali lo affidano agli Ungrispach, antichi signori del borgo, in qualità di castellani e il cui emblea raffigurante una mezzaluna è presente nello stemma comunale della città.

Raggiungiamo piazza xxiv maggio, dove affaccia il Palazzo Locatelli sede del municipio, e l’Enoteca di Cormòns che ci attende con dodici aziende con prodotti da testare. Una statua bronzea ritraente un ragazzino integralmente nudo in posa plastica, dinamica, che esprime energicamente il movimento, e che noi da vecchi studenti della settima arte abbiamo particolarmente apprezzato (cinema deriva dal greco kínema che significa movimento), è proprio di fronte all’ingresso. E’ opera dello scultore Alfonso Canciani di Brazzano, eretta nel 1894 e denominata il Lanciasassi, sebbene durante il periodo fascista fu battezzata Il Balilla, per l’evidente forza muscolare del fanciullo, incline al modo di vedere e al motto del regime del ventennio che propagandava “un popolo di atleti e soldati”.

Al primo piano dell’enoteca sede della degustazione conosciamo Luca Raccaro presidente del Consorzio Tutela Vini Collio e titolare dell’azienda omonima,che a 36 anni è il più giovane al vertice nella storia sessantennale del Consorzio. Averci trascorso delle ore assieme ha arricchito il nostro tour: Luca è una persona sensibile, squisita, e veramente disponibile verso il prossimo, per di più ha annullato un impegno vacanzierio pur di accudirci e in seguito scarrozzare il gruppo in giro.

Gli assaggi effettuati hanno riguardato i seguenti vini, elencati nell’ordine esatto di successione, e tranne dove è indicato diversamente sono da intendersi per Collio doc:

BORGO CONVENTI dal 1975 – ettari 30 (nel Collio 20, in Friuli Isonzo 10) – bottiglie annue 300.000

(https://www.borgoconventi.it/)

Friulano 2022 un vino che ci ha convinto con invitanti note floreali di fiori di robinia, morbide mielate, fruttate fragranti, e un sorso teso e di buona persistenza, con un finale piacevolmente sapido e ammandorlato.

Sauvignon 2023

Luna di Ponca 2019 (blend di Friulano 70%, Chardonnay 20%, Malvasia 10%)

Merlot 2017, l’annata corrente è la 2021, e il vino, dopo la fermentazione in tini di legno e acciaio inox a temperatura controllata, trascorre 10-12 mesi in barrique e un ulteriore affinamento in bottiglia. Percezioni fragranti e fresche in un olfatto complesso, con note floreali di viola appassita, di ciliegia matura, di prugna disidratata, e d’arancia sanguinella, e per finire di sottobosco. I tannini sono setosi, e il vino è lavorato in sottrazione, con eleganti ritorni di frutta in confettura, note morbide di vaniglia, e un finale piuttosto persistente di cacao amaro.

LIVON dal 1964 – ettari 180 – bottiglie annue 850.000

(https://livon.it/tenuta-livon/)

Pinot Bianco Cavezzo 2022

Solarco 2023 (blend equanime di Friulano e Ribolla)

Braide Alte 2022 Venezia Giulia Igt (blend di Chardonnay 40%, Sauvignon 40%, Ribolla Gialla 15%, Picolit 5%). Fermentazione in barrique a temperatura controllata e affinamento per 8-10 mesi, poi assemblaggio in vasca di acciaio inox. Affinamento in bottiglia di circa un anno. Ricco di note aromatiche floreali e fruttate, morbidezza da miele e vaniglia. Fresco, elegante e minerale, sorso pieno e glicerico, con ritorni di una succosa pesca tabacchiera in un finale molto vellutato.

RACCARO DARIO dal 1986 – ettari 8 – bottiglie annue 34.000

(https://www.raccaro.it/)

Friulano Rolat 2024 fine e sottile, con suggestioni floreali, di fiori di acacia e di mandorla, delicatamente fruttato. Fresco e vivo al sorso, ma allo stesso tempo morbido, mielato, setoso, che culmina al termine in toni minerali.

Friulano Rolat 2018, gli ulteriori sei anni trascorsi di affinamento hanno regalato al vino complessità, polpa e materia, e una grande eleganza, la frutta si fa decisamente più matura, e il sorso è molto mordido e persistente.

BRANKO dal 1950, passa a Igor Erzetic nel 1998 – ettari 12 – bottiglie annue 70.000

(https://www.brankowines.com/)

Pinot Grigio 2024 piacevole e intensamente fruttato di pesca, cenni erbacei di fieno tagliato, e morbidezza di crema. Al palato è opulento, vivo e sapido, torna dirompente la frutta, in un contesto di beva gradevole.

Chardonnay 2024

CASTELLO DI SPESSA dal 1987 – ettari 98 (nel Collio 28, in Friuli Isonzo 70) – bottiglie annue 450.000 (nel Collio 100.000, in Friuli Isonzo 350.000)

(https://www.castellodispessa.it/)

Rassauer 2022 (Friulano)

Santarosa 2023 (Pinot Bianco) affina per sei mesi sulle fecce nobili in acciaio e in barrique. Intense e penetranti le note floreali di acacia alle quali si accompagnano altre fruttate di pera, e di spezie delicate, pepe bianco. Il sorso esile e sapido è declinato sull’eleganza, con ritorni morbidi fruttati e una buona persistenza.

DUE DEL MONTE dal 2017 – ettari 8 (a breve 10.5) – bottiglie annue 30.000

(https://duedelmonte.it/it/)

Ribolla Gialla 2022

Malvasia 2022

Friulano Subida 23 2020, fermentazione in botti di rovere dove il vino rimane per circa 10 mesi senza effettuare la malolattica. Le note floreali sono decise, alcune spezie morbide e poi frutta secca, mandorla in primis. Al palato è glicerico, sapido, con una lieve nota alcolica che tuttavia non incide troppo sull’armonia, ritorni di erbe aromatiche in un finale persistente, piacevole e di carattere.

Sauvignon San Giovanni 2020

Merlot 2019, macerazione per circa 30 giorni con frequenti follature a mano e un paio di dèlestage. Maturazione in barrique in parte nuove per 12 mesi e in botti di rovere più grandi per altri 12 mesi dove avviene la fermentazione malolattica. Infine almeno altri 24 mesi di affinamento in acciaio inox e bottiglia. Note iniziali di frutti di bosco rossi e arancia sanguinella, a cui seguono quelle minerali legate alla grafite e petricore. Il sorso è pieno, ricco e setoso, polputo e piacevole, di vellutata morbidezza e con un finale di persistente eleganza.

PASCOLO dal 1974 – ettari 7 – bottiglie annue 30.000

(https://www.vinipascolo.com/)

Pinot Bianco 2023

Friulano 2023

Agnul 2021 (blend di Friulano 50%, Sauvignon 40%, Pinot Bianco 10%). Fermentazione in acciaio dove sosta per nove mesi sui lieviti. Il Friulano è elevato in tonneau di Allier nuove, poi avviene l’assemblaggio dei vini nove mesi prima dell’imbottigliamento con affinamento in vetro per ulteriori 18 mesi. Vino molto intenso e complesso, dotato di nuance floreali di acacia e tiglio, note di frutta esotica, di spezie morbide, noce moscata e vaniglia. Al palato è corposo e materico, glicerico, con ritorni di purea di pera, e un finale delicato e minerale.

Rosso di Ponca 2020 Merlot

RONCÚS dal 1985- ettari 10 – bottiglie annue 30.000

(https://www.roncus.it/it/)

Malvasia 2022 Venezia Giulia Igt

Pinot Bianco 2020

Pinot Bianco 2018

Vecchie Vigne 2017, unblend di Malvasia 60%, Friulano 30%, Ribolla Gialla 10% provenienti da vigne con oltre 60 anni di vita, che dopo una breve macerazione di quattro ore, effettua la fermentazione spontanea e quella malolattica. In seguito il vino permane un anno in botti da 20 ettolitri, e 22 mesi in acciaio sui propri lieviti fini. La declinazione è sulla polpa di frutta matura, anche esotica, con richiami a fiori bianchi essicati e mineralità da pietra focaia. Il sorso è glicerico, pieno ed elegante, fruttato con un finale minerale persistente.

RENATO KEBER dal 1985 – ettari 15 – bottiglie annue 45.000

(http://www.renatokeber.com/)

Pinot Grigio 2019. I vini di Renato Keber escono dopo minimo 5 anni dalla vendemmia. Fermentazione spontanea ed elevazione sui lieviti per dodici mesi in acciaio. Complesso con frutta matura, erbe aromatiche, fiori di sambuco, frutta secca e note minerali di roccia bagnata. Al palato si sviluppa in progressione, è pieno, morbido e molto minerale e persistente.

Friulano 2019

MALcheVAda  collezione 2019 è un blend a base di Malvasia che a seconda dell’annata varia dal 50-70%, e saldo di Friulano, Pinot Grigio, Pinot Bianco, Chardonnay, Ribolla Gialla. Effettua due settimane di macerazione con fermentazione che avviene con lieviti indigeni, successivamente il vino matura per un anno in botte grande e un altro anno in vasche d’acciaio sui lieviti, più un ulteriore anno di affinamento in bottiglia. Bouquet declinato alla frutta esotica matura e agrumi, molto intenso, fragrante ed elegante, con sorso succoso, sapido, e carattere distinto, molto persistente.

Zegla 2016 è un Friulano al 100% che esegue la fermentazione spontanea e una maturazione in progressione aritmetica: 12 mesi in botti di rovere, 24 mesi in contenitori d’acciaio, 36 mesi di affinamento in bottiglia. Olfatto conteso tra la morbidezza del miele d’acacia e dello zucchero a velo e la freschezza appropriata alla mineralità e ai sentori iodati. A completare un bouquet seducente si aggiunge della frutta a polpa gialla e agrumi di pari colore. Al palato è rotondo, armonico, con sorso ampiamente glicerico, non privo di vena acida, e di una lunga persistenza con suggestioni nel finale di canditi di agrumi.

EDI KEBER dal 1957 – ettari 12 – bottiglie annue 45.000

(http://www.edikeber.it/)

Collio 2022 è un blend di Friulano 70%, Malvasia 15%, Ribolla Gialla 15% che fermentano spontaneamente (l’azienda è certificata Demeter) in vasche di cemento con affinamento di almeno 5 mesi. Bouquet che spazia dal pompelmo giallo alla pesca bianca, dai sentori minerali alla frutta secca come mandorla. Al palato è soffice, minerale, salino e persistente.

KORSIČ dal 1989 – ettari 7 – bottiglie annue 40.000

(https://www.korsicwines.it/)

Collio 2023, un blend di Friulano 60%, Malvasia 30%, Ribolla Gialla 10%, che fermentano in acciaio inox per 4-6 giorni e affinano in botti di rovere per 12 mesi, seguito da 6 mesi in bottiglia. Suggestioni di frutta gialla accompagnano le note floreali, di ginestra e tiglio, in uno sfondo arricchito dai toni minerali. Al palato è sapido, fragrante e persistente.

RADIKON dal 1980 – ettari 25 – bottiglie annue 85.000

(https://www.radikon.it/it/)

Jakot 2020 Venezia Giulia Igt è un Friulano che effetta la fermentazione spontanea con macerazione delle bucce per circa tre mesi in tini troncoconici, e in seguito matura per tre anni in botti da 25 e 35 ettolitri, concludendo con uno o due anni a seconda dei casi di affinamento in bottiglia. Ricco di fiori gialli e di frutta gialla, pesca e albicocca. L’intesità aromatica è basata sulla freschezza e la fragranza. Al palato l’ingresso è sapido con evidente acidità volatile simile ad alcune birre belghe Lambic, ma non fine a sé stessa, sensazione tannica adeguata, e grande personalità e persistenza declinata alla frutta secca, nocciola tostata.

Il pranzo si è svolto nell’enoteca assieme a Luca Raccaro. L’enoteca di Cormòms, alla quale aderiscono 28 aziende del Collio, ha come focus di promuovere i prodotti del territorio. Qui si trovano i vini delle cantine che ne fanno parte ed è aperta a iniziative relative agli associati.

Com’era avvenuto sia da Gredič la sera precedente, che da Le due Torri due giorni prima, tra i cibi friulani da valorizzare, abbiamo assaggiato un formaggio che conosciamo da tempo e apprezziamo: il Formadi Frant. E’ un prodotto di recupero tipico del Friuli, della Carnia per la precisione, dove si sminuzzano e frantumano (dal cui nome Frant) gli avanzi di altri prodotti caseari con varie stagionature, i quali sono amalgamati con panna e pepe. In una vita precedente lo vendevamo nel nostro negozio enogastronomico a Roma sud e invitavamo i clienti a utilizzarlo anche per un’ottima variante della celebre pasta cacio e pepe romana. Con nostro sommo piacere, durante il soggiorno in Friuli per il progetto Alto Adriatico, ne abbiamo assunto in dose superiore alla somma di quanto mangiato finora ad allora!

Una rapida visita alla piazza principale di San Floriano del Collio, paesino con poco più di settecento anime, per godere a 276 metri di altitudine la vista dei vigneti dal punto più alto in zona, slargo dove è situata la chiesa dedicata a San Floriano Martire, e poi un giro per i filari del Collio. Quelli di proprietà di Raccaro, lungo la strada che da Cormòns porta a Brazzano, sono stupefacenti: si trovano alle pendici del Monte Quarin, ma l’aspetto straordinario è che i terreni dove la vite cresce avviluppa la chiesa di Santa Maria, chiamata anche di Santa Apollonia, con origini nell’Alto Medioevo giacché il primo documento rinvenuto dove se ne parla è datato 1319. La chiesetta è talmente importante per l’azienda Raccaro da impreziosire l’etichetta di tutti i vini prodotti con un’elegante effige della medesima. A tal proposito, noi abbiamo testato solamente il Friulano in un paio di differenti millesimi, al fine di far emergere la longevità del vitigno, ma Raccaro, che fa parte della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (FIVI), produce anche una Malvasia Istriana definita dalla cantina la punta di diamante della loro proposta per via dell’eleganza di cui si pregia, un Collio a base di Friulano, Sauvignon e Pinot Grigio, e infine un Merlot, tutti vini che siamo curiosi di assaggiare al più presto.

Affascinanti e suggestivi sono anche i declivi di Livon, una cartolina ammirevole dove l’ordine sembra apprezzato dalla natura stessa, che di suo non esercità, e tutto ciò l’abbiam notato malgrado l’ardore che ci asserragliava. In condizioni meteorologiche più mitigate devono essere luoghi davvero spettacolari.

Ora a tutti noi necessità una rifrescata, prima di recarci all’aperitivo e la cena che ci attende, quindi torniamo in albergo per poi essere accompagnati grazie a Renato Keber in luogo che promette molto bene, soprattutto per dove è ubicato: Locanda alle Vigne.

Cormons – Subida di Monte – AK+ ENGINEERING – Foto Elia Falaschi © 2024 – https://eliafalaschi.it – https://ak.plus

Si tratta di un ristorante immerso nei vigneti dell'azienda agricola Subida di Monte, un locale inaugurato a inizio 2024, di grandi dimensioni e molto curato, che si prefigge di valorizzare la cucina tradizionale friuliana. Al suo interno vi è un grande camino accogliente, chiamato il Fogolâr che grazie al cielo era spento. Iniziamo con due versioni di bollicine: Perté 2024 uno spumante a base di Ribolla Gialla prodotto da Castello di Spessa, dai delicati e piacevoli toni floreali e fruttati, e il Tanni 2017 un metodo classico pas dosé a base di Chardonnay di Tenuta Stella, con fermentazione inacciaio e tonneau, e in seguito 60 mesi sui lieviti, complesso, fresco ed elegante nelle suggestioni speziate, di agrumi canditi, e burrose. 

Nel frattempo conosciamo Saša Radikon che assieme a Renato Keber ci viziano con alcuni dei loro vini durante la cena.

Alla morte del padre Stanko avvenuta l’11 settembre del 2016, l’azienda Radikon passa nelle mani Saša, che raddoppia gli ettari di vigneto da 12 a 25, e la conseguente produzione annua di bottiglie che ora raggiunge le 85.000 unità. Nel 2023 grazie alla sorella Ivana nasce la linea POP, che preve un Bianco e un Rosso, con una breve macerazione delle uve e una beva più agevole rispetto allo stile per cui la cantina è nota, pur rimanendo un inconfondibile vino di Radikon, sia bene inteso.

Dopo il Friulano (con aromaticità erbacee e officinali, e finale ammandorlato) e il Sauvignon (in linea con i caratteri varietali del vitigno) entrambi 2024 di Branko, un energico Saša ci versa lo Slatnik 2022 che esegue 8/14 giorni di macerazione sulle bucce, un anno di maturazione in botte e almeno quattro mesi in bottiglia, che si rivela di un fruttato succoso e opulento, pesca e albicocca, con cenni floreali e finale minerale; e la Ribolla 2020 che segue la medesima vinificazione dello Jakot (macerazione delle bucce per circa tre mesi in tini troncoconici, in seguito matura per tre anni in botti da 25 e 35 ettolitri, e uno o due anni a seconda dei casi di affinamento in bottiglia), con sentori mielati, speziati e di albicocca disidratata, e che mantiene un sorso dinamico e fresco.

Renato Keber estrae dal cappello due aneddoti: Friulano Riserva Zegla 2008, complesso e armonico, con suggestioni di agrumi disidratati, pesca sotto sciroppo, spezie e fiori essiccati, e un sorso elegante e setoso, minerale e ammandorlato, e il Sauvignon riserva Grici 2010 che se non sbagliamo è la prima annata prodotta da Renato, porta a termine la fermentazione in tonneaux per 12 mesi, elevatura sui lieviti ed ulteriore affinamento di oltre 2 anni in bottiglia, che durante il momento dell'assaggio ci è sembrato di avvertire un sovraccarico della tensione elettrica nel ristorante, e invece era l'esplosione di esoticità e longevità del vino che ci aveva sovrastimolato sensorialmente, con note di frutto della passione e kiwi, agrumi polputi, un sorso ancora vivace, equilibrato e armonico, colmo di materia, e un prolungato finale dedicato alle erbe aromatiche, due vini dei quali serberemo l'emoziante ricordo molto a lungo.

Risalendo il vialetto dove erano parcheggiate le automobili, abbiamo pensato: Perbacco, se non è stata la degna chiusura di una giornata molto intensa, quale altra?

Amangiare, il nuovo format firmato Maturazioni Pizzeria apre a Pomigliano

Tradizione napoletana, contaminazioni creative e la celebre pizza nel ruoto

Dopo aver conquistato milioni di follower sui social e aver fatto il suo ingresso lo scorso luglio tra le 100 migliori pizzerie d’Italia secondo 50 Top Pizza, il team di Maturazioni Pizzeria, guidato da Antonio Conza e Gabriella Esposito, è pronto a scrivere un nuovo capitolo della sua storia.

A ottobre a Pomigliano d’Arco nasce Amangiare, un format innovativo che unisce cucina e pizzeria in un unico spazio, pensato per accogliere chi ama la convivialità e la buona tavola dalla mattina alla sera.

«Con Amangiare vogliamo raccontare un pezzo della nostra infanzia e allo stesso tempo dare spazio a un’idea di cucina semplice, stagionale e autentica, dove le donne avranno un ruolo centrale come già avviene in Maturazioni – spiega Gabriella Esposito, anima del progetto insieme al marito Antonio Conza. È un format che ci somiglia, che unisce la voglia di innovare al rispetto per la tradizione: un luogo dove tutti possano sentirsi a casa».

 Amangiare è molto più di un locale: è un richiamo alle radici, un ritorno ai sapori dell’infanzia e ai piatti della tradizione napoletana come genovese, pasta e patate o scarpariello, senza dimenticare contorni freschi e stagionali, il tutto in un ambiente minimal e contemporaneo, ispirato ai colori nordici. E naturalmente non poteva mancare la pizza nel ruoto, quella che ha reso iconica la firma di Maturazioni.

Il nome stesso racconta una storia: “a mangiare” come l’invito che da bambini ricevevamo dai genitori, e allo stesso tempo un gioco di parole che richiama “amare mangiare”, perché qui la cucina è passione autentica. Durante il pranzo si potrà scegliere tra piatti tradizionali e proposte veloci da asporto, mentre la sera il focus sarà sulla pizza, per portare a casa o gustare in piccoli angoli dedicati. La scelta di Pomigliano d’Arco non è casuale: un territorio dinamico, ideale per offrire un punto di riferimento gastronomico a chi cerca qualità e genuinità anche in pausa pranzo.

Napoli, La Riggiola racconta il suo menù estivo

Un invito a una serata stampa con cena a cui è impossibile dire di no. Dove e perché? In uno di quei luoghi della nostra città che è impossibile non conoscere, il quartiere Chiaia.

I napoletani lo identificano da sempre come la zona più elegante della città: da Piazza Amedeo a Piazza dei Martiri è possibile fare un tuffo nel passato e poter vedere significativi esempi di architettura liberty napoletana. Un percorso che comprende anche Via Crispi, Via del Parco Margherita, Via dei Mille e Via Filangieri che, a metà dell’Ottocento, furono realizzate per permettere di attraversare i giardini delle Ville Nobiliari e affacciarsi sul fantastico lungomare con vista di Capri, il Vesuvio e la Collina di Posillipo.

Negli anni le vie di questo quartiere, sono divenute poi quelle dove poter passeggiare per fare dello shopping, ma non solo, visto che si possono trovare anche hotel di lusso e ristoranti.

Perché la cena, che si svolge al Vico Satriano, proprio in uno dei vicoli che danno sul lungomare, alla Taverna “La Riggiola”? Una tipologia di locale il cui significato etimologico negli ultimi decenni è stato giustamente rivalutato rispetto al concetto ancestrale che la definiva. La taverna oggi la associamo ad un’osteria elegante o rustica che sia, ma questo dipende dal titolare e dalla sua storia.

Quella di Pietro Micillo, il patron della taverna, è di un uomo legato alla terra partenopea. Da quattro generazioni la sua famiglia si dedica all’attività agricola, ed oggi le aziende Micillo rappresentano un modello di efficienza e modernità, grazie anche alla loro specializzazione nella produzione di vegetali e ortaggi tipici del nostro territorio che rischiavano di scomparire.

Tutti i prodotti sono alla base del progetto del patron Pietro, e cioè creare un menù più green e a km zero, con una proposta di “cene sostenibili”, dove si privilegia la stagionalità e tutto viene riutilizzato per evitare lo spreco. A curare le proposte culinarie è lo chef Marco Montella, giovane ma con varie esperienze alle spalle in Italia e all’estero, che ha deciso di tornare a Napoli perché anch’egli animato dalla stessa passione di Pietro, quella di cucinare ma anche proteggere l’ambiente e la sua biodiversità.

Pietro fa gli onori di casa e ci accompagna ad un tavolo tutto addobbato con parte dei suoi prodotti agricoli che in mattinata ha raccolto per noi nella propria tenuta di Pianura: i Fagioli a Formella, i Fagiolini Lunghi, delle Melanzane Baby (baby perché raccolte prima), i Peperoni Cornetto, i Peperoncini di Fiume, altri legumi e finanche un’erba spontanea, la Pucchiacchella (il nome scientifico è Portulaca Oleracea), ben nota a noi partenopei, abituati a condirla a modo di insalata insieme alla rucola per stemperare la sua piccantezza..

Ci parla con emozione di questi prodotti e con i quali è stato pensato e realizzato il menù della serata, dato che il normale menù alla carta prevede sia delizie del mare, sia piatti tradizionali che dolci artigianali.

Tutte le portate servite sono state realizzate nelle giuste porzioni e la gestione delle materie prime è stata perfetta: tutte leggere ed appetibili, anche alla vista.

Il roll con alga nori e un piccolo trancio di cefalo cerino in bella vista, quello più delicato per intenderci, che se trovo in pescheria sicuramente compro, mi ha dato buone sensazioni e pulizia finale di bocca grazie alla senape al miele.

Buonissima la consistenza e delicatezza del Tacos home-made: i peperoncini verdi con i pomodorini, per il sottoscritto di origini vesuviane, mi hanno riportato indietro nel tempo; ottima la stagionatura del caciocavallo che ha donato la giusta sapidità senza alterare l’equilibrio generale. La mattonella, se me lo concedete, la riggiola di parmigiana di melanzane eccezionale, sia per la qualità del sugo che per la singola frittura delle melanzane; un giusto mix tra la tendenza dolce e l’amaro.

Arriviamo ai fagiolini lunghi cucinati a modo di spaghettoni e presentati come tali in una forma a nido, mantecati con un leggero e ottimo sughetto di pomodori arricchito di olive nere e capperi, diciamo stile puttanesca, mi hanno colpito per la consistenza e i sapori; piacevole anche la nota fresca finale di mentuccia.

Dopo la buona e salutare variazione di legumi, per chiudere non poteva mancare un buon dolce, anch’esso fatto in casa. La casa, quella che mi hanno fatto percepire Pietro e i suoi collaboratori: dalla giovane Wendy Nieva che in sala affianca Fabio Di Costanzo, l’esperto mâitre nonché responsabile della cantina.

La sua proposta dei vini è ricca di etichette del territorio, tra le cui referenze ci sono quelle che ci ha offerto stasera, e cioè il cosiddetto “vino della casa”, una DOC Falanghina del Sannio e una Doc Sannio Aglianico prodotte dal cognato Massimo Del Pezzo, nell’azienda Santo Spirito a Melizzano. Buoni entrambi i vini. Ho bevuto principalmente la falanghina del Sannio, dalle intriganti ed eleganti note fruttate ed erbacee, una buona struttura, come deve essere la falanghina beneventana.

Porto di Mola: tutto ciò che avreste voluto sapere sul territorio della Doc Galluccio e non avete mai osato chiedere

Ai piedi del Vulcano inattivo di Roccamonfina esiste un luogo magico dove il tempo sembra non scorrere mai. Il progetto Porto di Mola nasce da un’idea di Peppì Esposito e Antonio Capuano che nel 1988 cominciano a lavorare su queste terre. Successivamente Antimo Esposito, figlio di Peppì, seguendo le orme dei due fondatori, si appassiona all’idea, per dare lustro ad una delle più piccole denominazioni d’Italia, quella del Galluccio.

Lungo le rive del fiume Garigliano che divide la Campania dal basso Lazio, terre una volta unificate sotto il regno borbonico, giacciono le macerie di un antichissimo porto romano utilizzato per il piccolo cabotaggio verso l’interno della regione. Nel 2004 viene inaugurata così la cantina proprio accanto alle rovine ritrovate dai due imprenditori, in un’oasi naturale di rara bellezza tra laghetti, boschi ed un ecosistema in perfetto equilibrio.

Passeggiare tra le vigne negli oltre 70 ettari vitati di Porto di Mola significa viaggiare lungo il corso della storia, ritrovando la pace con se stessi e con la natura circostante. Oche, piccole lepri e altri animali di campagna osservano, per nulla spaventati, il passaggio dei visitatori, spettatori silenti di un mondo ancora inesplorato tutto da raccontare.

Al centro dell’azienda si trova la cantina di circa 2000/mq. Un ambiente sobrio ed essenziale, il luogo in cui Antimo segue personalmente le fasi di lavorazione dei prodotti. Alla cantina si è aggiunto il frantoio con la produzione di quattro tipologie di olio extravergine d’oliva spremuto a freddo: le moncultivar da Sassanella e Itrana, un classico da blend e una versione affumicato.

L’enologo Arturo Erbaggio collabora con la sua esperienza nell’esaltare al meglio le caratteristiche dei cosiddetti “vini vulcanici”, dove le componenti basaltiche del suolo influiscono marcatamente sulle qualità organolettiche finali. Vini dotati di grande verve minerale, struttura agevole e sfumature di colore meno intense dai riverberi brillanti.

Ne conseguono piacere di bocca, immediatezza e perfetto abbinamento con i piatti della tradizione, in particolare pasta e sughi. Ben 18 etichette per un totale di 300 mila bottiglie annue e l’amore per la Doc Galluccio.

La visita della cantina con la consueta degustazione è avvenuta durante la recente kermesse Campania Stories, già descritta ai link 1 e link 2 grazie al direttore Antonio Falvo.

Galluccio Bianco 2024: da uve Falanghina in purezza e ben articolata nelle sue nuance d’agrumi mediterranee e fiori bianchi. Termina al sorso su lunghezze iodate e saporite.

Petratonda 2024: la vendemmia tardiva di Falanghina risulta tropicale con amplificazione della vena salmastra finale. La 2023 esprime le caratteristiche sfumature sulfuree ma con minor ricchezza di aromi.

Galluccio Rosso 2023: solo Aglianico, goloso per le note floreali unite a chiodi di garofano e parti balsamiche. Meno potente degli omologhi irpini, ma con una precisa anima.

Contra Del Duca 2018: la Riserva da 24 mesi in legni di varia grandezza. Sorso arrotondato dalle sensazioni di spezie dolci, non privato però di una buona tensione finale da arancia sanguinella e ciliegia fresca. Contemporaneo e di pronta beva.

Porto di Mola

Via Risiera, snc – 81044 – Galluccio (CE)

Tel: 0823925801 – Mail: info@portodimola.it

Ritorno a Montespertoli da Podere dell’Anselmo

Recentemente siamo tornati a Podere dell’Anselmo per degustare le nuove annate dei capolavori enoici del vigneron, nonché, titolare dell’azienda vitivinicola, Fabrizio Forconi. Un breve passaggio in cantina per degustare qualche campione sia da vasca sia da botte e poi a tavola, sulla terrazza panoramica del ristorante, non solo per degustare i vini, ma anche per assaporare i gustosi piatti preparati per il pranzo.

Podere dell’Anselmo è situato tra le dolci colline di Montespertoli, immerso nella campagna fiorentina e nelle immediate vicinanze del capoluogo toscano. Un luogo di rara bellezza nel cuore di una delle sottozone della Docg Chianti. Un piccolo borgo recentemente restaurato  situato tra la natura di ordinati filari di vigne, oliveti, folti boschi, antichi e maestosi castelli.

Fabrizio Forconi, dopo gli studi universitari in ingegneria, senza alcuna esitazione preferisce dedicarsi all’azienda di famiglia, già attiva dagli inizi del 19° secolo. Nei vigneti vengono allevate varietà prevalentemente autoctone che seguono i dettami dell’agricoltura biologica e biodinamica. Questi sono i vitigni prevalentemente coltivati: Sangiovese, Colorino, Cabernet Sauvignon, Malvasia del Chianti, Vermentino e Sauvignon. La raccolta delle uve, interamente di proprietà, avviene rigorosamente a mano. 

La superficie vitata occupa circa 24 ettari, ad altimetrie che si attestano intorno ai 120 metri d’altitudine su terreni calcarei ricchi di argilla e minerali. La cantina dispone di  attrezzature moderne che con l’arrivo di uve sane e la competente conoscenza di Fabrizio ed i suoi collaboratori e con la preziosa consulenza dell’esperto enologo Fabio Signorini danno origine a vini di indiscussa qualità. Oltre alla cantina, Podere dell’Anselmo vanta un agriturismo con appartamenti raffinatamente ristrutturati con ristorante, piscina e vi è la possibilità di fare lunghe passeggiate sia a cavallo sia in mountain bike nella verde campagna fiorentina.

Note sensoriali di alcuni vini degustati:

Marea Bianco Toscana Igt 2023 – Malvasia del Chianti – Giallo dorato luminoso, al naso giungono note di mela, ananas e pompelmo, il gusto è fresco e sapido con chiusura lunga e duratura.

Colmo di Cielo Rosato Igt Toscana 2023 – Sangiovese – Rosa tenue, al naso sviluppa sentori di ciclamino, fragolina di bosco e lamponi, il sorso è vibrante, equilibrato e persistente.

Chianti Montespertoli Docg 2022 – Sangiovese – Rosso rubino trasparente, rimanda sentori di violetta, marasca, lampone e sottobosco, al palato è setoso e dotato di una buona piacevolezza di beva con elegante trama tannica.

Chianti Montespertoli Riserva “Ingannamatti” 2018 – Sangiovese 100% – Rosso rubino intenso, al naso rivela sentori di ciliegia e lamponi sotto spirito, vaniglia, liquirizia e polvere di cacao, al gusto è pieno, appagante, coerente ed armonioso.

Franco Rosso Toscana Igt 2020 – Cabernet Sauvignon 100% – Rosso granato intenso, emana sentori di mora, prugna, liquirizia con nuances balsamiche, al palato è avvolgente con tannini poderosi,  ma ben cesellati e rimane in bocca a lungo.

Pax Rosso Toscana Igt 2021 – Colorino 100% – Rosso granato intenso, sprigiona sentori di amarena, sottobosco, vaniglia e polvere di cacao, gusto pieno ed appagante, sorso accattivante e persistente.

Agriturismo Podere Dell’Anselmo
Via Panfi Anselmo, 12
50025 Montespertoli FI

Sito di riferimento: www.poderedellanselmo.it

La braceria Carbonè di Palma Campania propone il ragù anche d’estate

Pietro e Mario sono l’anima di Carbonè, meat house e braceria nel cuore di Palma Campania, dove i due fratelli Carbone declinano la carne a tutto tondo. Macellai da generazioni, in Carbonè hanno creato un locale che va oltre la solita idea di ristorante: una vera e propria bottega di formaggi, salumi, pasta e confetture, oltre alle pregiate carni di varie razze bovine. Tutti prodotti che fanno parte del menù, insieme a una carta vini di oltre quattrocento referenze.

E’ proprio con un’accurata selezione di formaggi e salumi che ci introducono ad una cena degustazione dal cuore alquanto atipico per una sera d’agosto: il ragù.

“I primi della tradizione napoletana sono richiesti tutto l’anno”, ci ha spiegato Pietro. Non solo il ragù ma anche la genovese. Proposta che funziona, come abbiamo avuto occasione di sperimentare durante la cena, dove re della tavola è stato proprio il ragù, nella doppia versione alla bolognese e alla napoletana.

Due tradizioni e due approcci completamente diversi, che messi a confronto hanno avuto un unico comune denominatore: la leggerezza, attributo che ha permesso di sdoganare un sugo a lunga cottura anche nel menù estivo.

La bolognese di Carbonè prevede l’utilizzo di macinato di carne vaccina mixato a un 20% di carne di maiale, che conferisce delicatezza. Durante la cottura di circa sette ore, non c’è nessuna aggiunta di latte, conferma Pietro, come invece è previsto dalla ricetta tradizionale della bolognese, depositata alla Camera di Commercio di Bologna e codificata per la prima volta da Pellegrino Artusi nel 1891. E mentre in Emilia la bolognese viene considerata il condimento ideale della tagliatella all’uovo, noi l’abbiamo gustata con i rigatoni. Asciutta d’olio, cremosa e delicata si accompagna perfettamente al Piedirosso del Sannio DOC 2023 di Fattoria La Rivolta.

Il ragù alla napoletana ci porta invece nella matriarcale cucina di Donna Rosa Priore, dipinta in maniera magistrale da Eduardo De Filippo in Sabato, domenica e lunedì. E d’altronde fu proprio Eduardo a immortalare la leggendaria ricetta in una poesia, ‘O rraù.

Qui i tagli di carne sono a pezzi interi e includono gallinella di maiale, tracchia, muscolo, punta di petto e salsiccia oltre alla tradizionale braciola, ripiena di prezzemolo e pecorino romano a pezzetti, ma senza uvetta e pinoli, non sempre apprezzati. Perché il ragù napoletano non è solo il sugo che condisce la pasta, è un pranzo completo.

La cottura di oltre otto ore restituisce un sugo denso ma leggero che condisce ziti spezzati, anch’essi parte della presentazione più tradizionale del ragù napoletano. In abbinamento Neromora Aglianico DOC 2020 di Vinosia, che ci ha accompagnato anche sulla portata successiva.

Continuiamo la nostra cena degustazione con una costata di Vacca Vecchia riserva Carbonè, filetto e controfiletto di un animale macellato a trentasei mesi. Se il ragù era il cuore della serata, con la bistecca arriviamo alla vera anima della braceria, che in carta vanta numerosi tagli pregiati: dalla manzetta beneventana, alla galiziana con frollatura di quaranta giorni, dalla angus fino ad arrivare alla kobe giapponese.

Perfetta è la cottura al sangue della costata, che lascia la carne compatta e succosa e la mantiene tenera anche a distanza di tempo.

“Il segreto è nella cottura reverse”, ci ha spiegato Mario, ossia una tecnica di cottura riservata a tagli spessi, che prevede il passaggio per qualche minuto in forno a 350°, affinché il calore raggiunga il cuore della carne. Successivamente la costata riposa qualche minuto e poi termina la preparazione sulla brace. Ci alziamo da tavola sazi ma non sfiniti, a dimostrazione di quanto la qualità dei prodotti oltre che le tecniche di cottura siano il fattore decisivo che rende accessibile un menù a tema carne anche nel periodo più caldo dell’estate.

Gala Maris a Praiano, un’idea gourmet nata a pochi passi dal mare della Costiera

La divina Costiera non smette di stupire. Accanto agli scorci incantevoli ed alle spiagge incastonate tra fiordi di rara bellezza, la cucina mediterranea riscopre un passo diverso grazie alle nuove leve della cucina campana come Gustavo Milione di Gala Maris, che hanno costruito la propria autostima in giro per il mondo, con particolare attenzione alle tradizioni dell’Italia gastronomica.

Il pesce non può essere un protagonista secondario e va lavorato con cura e ricerca, anche utilizzando idee innovative e versioni fusion nelle pietanze. La miscellanea tra culture diverse sarà un argomento cardine per il futuro del settore, sempre più bisognoso di un’identità incontestabile per confrontarsi con i numerosi competitor internazionali.

Essere gourmet per Gustavo non significa fare fumo senza arrosto. Viene aiutato nel progetto dalle sorelle Sofia (la compagna) e Mina Fusco, titolari del ristorante con annesso lido e dell’intero complesso denominato Alfonso a Mare, costituito da 14 camere confortevoli in 2 dependance con vista sulle acque cristalline della baia di Praiano.

Un rispetto per la famiglia che si legge già nel menu, con un piatto dedicato alla memoria di Luca, il padre di Mina e Sofia, amante delle candele con tonno e pomodorini. Cinque le soste per chi sceglie la degustazione completa ad euro 125, escluso abbinamento vini. Tra le proposte per una cena romantica sotto i candidi riflessi della Luna, tanto mare, ma anche amore per la terra fatta di verdure ed erbette aromatiche colte a chilometro zero.

E poi la nobilitazione del quinto quarto, lavorato e reinventato come solo pochi sanno fare. Si comincia proprio dal mini bun salato con salsiccia di pesce e quinto quarto di totano in salsa yogurt. Gli appetizer proseguono poi con una gustosa carbonara rivisitata ed il totano con patate su gel di limone fresco.

Tra gli antipasti il polpo arrosto cotto prima a bassa temperatura e rifinito su griglia giapponese, con purea di patate, maionese di polpo e pomodorini secchi. Uniche e tra i migliori piatti di pasta presentati in Campania, le fettuccine di lampone, burro alle erbe e tartufo.

Ed è infatti tra i primi che Milione dà il meglio di sé con la sua “Napoli-Kagoshima” nata per l’amore nei confronti delle usanze giapponesi, con pasta mista cotta in Dashi, con riduzione di crostacei e acqua di molluschi, tarallo di Napoli, zenzero, soia, lattuga di mare e katsuobushi. Accanto un padellino con il ristretto del brodo per lasciar dosare al meglio il sapore in piena libertà.

Finale con un’altra primizia del Gala Maris: la frollatura del pescato, dimostrata alla perfezione nella costata di cernia con limone, prezzemolo e miso di ceci, accompagnata da una delicata ciambotta mediterranea.

Arriva così l’ora delle dolci coccole: tiramisù al caffè e nocciola o fior di fragola, panna e champagne calano il sipario su una cena a base di creatività, condita da tanto coraggio e visione avanguardista per la ristorazione del presente e del futuro. Nelle mani curiose del piccolo erede di casa, che osserva il papà dietro ai fornelli, c’è tutta l’aria di famiglia di Gala Maris.