Fuori dal feed: il caffè che devi provare a Napoli non è amaro

Presentiamo la nuova rubrica di Simona Fiengo Ti porto fuori… dal feed
Lontano dai luoghi comuni, dalle mode e dalle mosse di marketing che dominano l’enogastronomia. Andiamo a riscoprire i posti semplici e puri, quelli che non hanno bisogno di filtri per emozionare a tavola.  Una rubrica che racconta ciò che il feed non mostra: la verità dei sapori, delle persone e delle storie che valgono il viaggio. 

Ad oggi possiamo dire di aver provato di tutto, o quasi. La carne stampata in 3D, la pizza con più ore di lievitazione che ingredienti… e persino il caffè con i glitter commestibili.

È come se il nostro palato fosse collegato direttamente allo smartphone, sempre più affamato di novità e di cose incredibili da poter provare (e fotografare). Forse è per questo che mi sono emozionata bevendo il caffè “caldo freddo” di Salvatore Mastracchio a Napoli, in un noiosissimo qualsiasi mercoledì mattina.

La location è vecchio stampo. Un bar poco “aesthetic”, con una vetrina di dolci classici, essenziali e buoni. Dietro il bancone, per nulla patinato, c’è proprio Salvatore che prepara il caffè. Le sue mani si muovono con la precisione di un rituale tra una macchinetta e l’altra, mentre parla del calcio Napoli. Alcuni clienti discutono sulla squadra di Conte; tra loro è presente anche uno juventino e Salvatore interviene nel dibattito senza mai perdere il ritmo.

Dall’altra parte, alla cassa, c’è la moglie: elegante, cordiale, che si emoziona quando le chiedo da quanti anni lavora accanto al marito. Mi mostra orgogliosa i ritagli di due giornali stranieri, uno tedesco, l’altro spagnolo, che parlano proprio di Mastracchio e del suo famoso caffè caldo freddo. Ammetto di non averlo ancora mai provato, “il mio primo caldo freddo”.

Visto l’entusiasmo la signora mi invita a osservare la preparazione da vicino. Salvatore saluta e mi chiede: “Ma mica vuoi copiarmi anche tu il caffè?”. Sorrido e gli dico di no.

La ricetta prevede: caffè caldo, crema fredda, zucchero e cacao amaro. Un contrasto dolce-amaro preciso e perfetto, fin dal primo sorso, problema è che uno tira l’altro e io ne avrei bevuti almeno altri tre.

Il Bar Mastracchio si trova all’inizio dei Quartieri Spagnoli, quelli amati oggi e denigrati nel passato, quelli belli e brutti dove convive il bene e il male. Il contrasto perfetto e perenne unico in una metropoli come Napoli.

I puristi del caffè forse inorridiranno, ma a me è piaciuto. E mentirei se dicessi che è piaciuto solo perché sono una golosa curiosa, sempre pronta a provare nuovi sapori, soprattutto se c’è di mezzo il cacao. Mi è piaciuto sopratutto per averlo bevuto in un contesto vero, circondata da persone vere, da voci vere. Quelle che animano la città e parlano un dialetto autentico di chi è nel commercio da più di trent’anni e non sa nemmeno come si posta una storia su Instagram. Il caffè di Salvatore non ha avuto bisogno di strategie social per emergere, gli è bastata la chimica e l’affetto di un quartiere.

Lo so, qualcuno mi darà dell’ipocrita, dopotutto, io vivo di social, dovrei elogiare chi ne fa buon uso. Ma, dopotutto, sono anche napoletana… vivo di contrasti.

La MacelleGria a Fuorigrotta: il format ideale per la carne da allevamenti non intensivi del Sud Italia

Premetto che negli anni 70’, ho fatto le mie prime esperienze lavorative adolescenziali nell’ottima macelleria di mio zio che mi permetteva di guadagnare una piccola paghetta settimanale. Ebbene, la sobrietà dei locali di MacelleGria, sia per il colore delle pareti o un arredamento senza tanti fronzoli, sia per il banco espositivo delle carni e dei preparati gastronomici fatti con esse, mi hanno portato indietro nel tempo.

Nata nel 2013 nel quartiere Fuorigrotta come primo ristorante con macelleria di Napoli, quest’anno ha festeggiato il suo dodicesimo anniversario dall’apertura. Il nome MacelleGria riconduce poi alla genuinità del sorriso della titolare, che mi accoglie come se ci conoscessimo da tempo, ed è stata una bella sensazione, visto che era la mia prima volta al suo locale.

Donatella Bove, ex allenatrice e calciatrice professionista campionessa d’Italia nel ’90, durante la sua carriera sportiva ha vissuto cinque anni tra Taranto e Gravina di Puglia. Da quei territori ha trovato lo spunto giusto per il suo locale, ispirandosi alle tradizioni pugliesi dell’antico “arrusti e mangi” con le braci allestite in strada e ancor di più dal tipico “fornello pronto” di Martina Franca. Lì le macellerie cucinano e vendono le proprie carni ai clienti, che possono sceglierle per farle cuocere al momento e consumate sul posto o a domicilio.

Tutte le proposte, siano esse bovine, suine o avicole, provengono da allevamenti non intensivi del sud Italia. La razza bovina prescelta è la Podolica, allevata nelle aree interne di diverse regioni quali Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e che vive a suo agio allo stato brado o semibrado, capace di adattarsi ai pascoli e terreni più impervi, trovando in molte piante della macchia mediterranea il suo nutrimento. Le sue carni, dopo un necessario e adeguato periodo di frollatura per ottenere la giusta tenerezza, sono riconosciute per il loro sapore sapido e deciso.

L’offerta culinaria si articola in un menù più completo che nasce dalle idee di Donatella e che comprende anche piatti della tradizione napoletana e non, salumi vari o contorni di prodotti biologici dell’orto.

La MacelleGria, oltre alla tradizionale scelta alla carta, offre anche la possibilità di una proposta giornaliera a prezzo fisso per tutti quelli che intendono fare una pausa pranzo.

Ma partiamo alla degustazione:

  • un succulento trancio di mortadella piastrata condita con una glassa di aceto balsamico;
  • il “Sacchetto del contadino”, una rosetta calda farcita con cicoli e provolone piccante, gustoso, e bella idea per sostituire il classico panino napoletano;
  • la tartare “Tu vulive a pizza”, guarnita infatti a mo’ di pizza con pezzetti di pomodori gialli e rossi, ciuffetti di stracciata di bufala, capperi e un crumble di pane con evo e basilico, un equilibrio di sapori che non sminuisce la protagonista, la carne con la sua delicata aromaticità e piacevole tendenza dolce;

  •  il “Soffritto rivisitato”, ideato per quelli come me che ad oggi, nella sua versione tradizionale, non lo avevano mai assaggiato, ma cucinato senza interiora e con solo carne; in abbinamento un calice di Susumaniello del Salento, la cui leggera morbidezza ha equilibrato la leggera piccantezza, a dimostrazione che è possibile usufruire anche di una buona carta dei vini e, per chi volesse, anche la possibilità di bere birra alla spina e artigianale;
  • una buona e cremosa “Pasta e patate” esaltata dalla provola filante e dall’aromaticità lievemente piccante del pepe;
  • un tris di carne alla piastra composto da: un succulento hamburger, una cotoletta palermitana di bovino impanata senza uova, con pecorino, pepe e aromi, non fritta ma alla brace, in dialetto palermitano detta “l’Appanata “, assaggiata per la prima volta è stata una piacevole e gustosa sorpresa; la “Bombetta” pugliese, un gustosissimo involtino di capocollo di maiale cotto tradizionalmente alla brace e leggermente napoletanizzato nel ripieno da Donatella, e la cui ridotta sua dimensione permette di mangiarlo in pochi morsi, io in due.
  • per chiudere nel migliore dei modi, la sbrisolona alla crema pasticcera servita al cucchiaio, arricchita da un coulis di amarene e foglioline di mentuccia.

Arrivati con soddisfazione alla fine dell’appuntamento, Donatella ha tenuto a sottolineare la bravura dei suoi collaboratori, che con la professionalità e affezione al lavoro, sono riusciti a superare il momento più difficile della loro storia gastronomica dal 2013 ad oggi: gli anni della Pandemia Covid.

Ci parla quindi della sua squadra, partendo dalla Mastergrill Luciana Lamanna, capace di cuocere a puntino le carni ma anche molto brava a gestire contemporaneamente una brace apposita per celiaci, dei due giovani e bravissimi chef Francesco Penta e Simona Loffredo in cucina nonché dell’indispensabile Diego Moio da sempre con lei in sala. Una bella realtà. A presto Donatella…

La rinascita gentile del Nebbiolo del Nord

A Stresa, dal 9 al 11 novembre 2025, è andata in scena l’ottava edizione di “Taste Alto Piemonte”

C’è un Piemonte che guarda le Alpi e respira un clima più sottile, dove i vigneti si arrampicano su colline di porfido rosso, sabbie antiche e morene glaciali. È l’Alto Piemonte, una delle culle storiche del Nebbiolo, oggi al centro di una rinascita silenziosa ma poderosa, guidata dal Consorzio Nebbioli Alto Piemonte, l’Ente che tutela e promuove 10 denominazioni, di cui 1 DOCG e 9 DOC:

DOCG: Ghemme; DOC: Gattinara, Boca, Bramaterra, Lessona, Sizzano, Fara, Colline Novaresi, Coste della Sesia, Valli Ossolane. In tutte il vitigno centrale è il Nebbiolo, spesso accompagnato da Vespolina, Uva Rara e Croatina.

A Stresa dal 9 al 11 novembre si è tenuta l’ottava edizione di Taste Alto Piemonte nel bellissimo ed elegante contesto del Grand Hotel des Iles Borromées & Spa, con la impeccabile organizzazione della agenzia stampa ab-comunicazione di Anna Barbon che ha dato all’evento il respiro internazionale che l’Alto Piemonte merita.

Fondato con l’obiettivo di dare voce unitaria a un mosaico di terroir frammentati e molto diversi tra loro, il Consorzio riunisce produttori, cantine e realtà locali, facendosi garante dei disciplinari e promotore della qualità. La sua missione è chiara: raccontare al mondo un’interpretazione del Nebbiolo diversa da quella delle Langhe, meno muscolare e più raffinata, figlia di suoli unici e di un clima che guarda a nord.

La caratteristica che accomuna i Nebbioli dell’Alto Piemonte è la freschezza cristallina, la precisione aromatica, la tensione minerale. È un Nebbiolo che seduce senza alzare la voce: elegante, austero, verticale.

Se le Langhe restano il riferimento mondiale del Nebbiolo, l’Alto Piemonte sta mostrando una via alternativa: vini che parlano di roccia e vento, meno opulenti e più taglienti, capaci di un’evoluzione lenta e precisa nel tempo. Una seconda giovinezza che il Consorzio sta scrivendo giorno dopo giorno, con l’ambizione di riportare queste colline nel panorama internazionale che meritano. Il Presidente Andrea Fontana ha ribadito che sarà fatto ogni sforzo possibile per riportare i Nebbioli dell’Alto Piemonte agli antichi splendori. “D’altronde è qui che fu portato il vitigno dagli antichi romani”.

Le prime testimonianze scritte risalgono al XIII secolo”, come ci ricorda Antonello Rovellotti, ma studi ampelografici e storici fanno pensare a origini ancora più lontane, forse romane o addirittura celtiche. Certo è che già nel Medioevo i vini “nebbiolati” erano considerati di pregio e venivano serviti sulle tavole delle famiglie nobili del nord Italia.

Il suo territorio d’elezione: l’Alto Piemonte

Il Nebbiolo è una pianta esigente: vuole colline ripide, terreni calcareo-argillosi, altitudini tra i 250 e i 500 metri, escursioni termiche e soprattutto esposizioni perfette. È un vitigno che non accetta mezze misure: dove non trova ciò che vuole, semplicemente non dà grandi risultati.

Nella degustazione con le ultime annate delle dieci denominazioni dell’Alto Piemonte, emerge uno stile comune: vini verticali, agrumati, spesso caratterizzati da note erbacee e una beva scorrevole. A tratti austeri per gioventù, ma con grande potenziale di evoluzione.

I tratti più significativi:

Colline Novaresi DOC Bianco

Erbaluce in purezza non dichiarabile in etichetta: sapidità, note pepate, frutta bianca, erbe officinali. Chiusura amara ma molto pulita.

Boca DOC

I più snelli ed eleganti: frutti rossi non maturi, note verdi e grande sapidità. Il campione 5 spicca per intensità aromatica.

Bramaterra DOC

Freschezza e tannino deciso: agrumi, alloro, nocciola, richiami di rabarbaro e chinotto. Il campione 9 si distingue per equilibrio.

Nebbiolo Colline Novaresi e Coste della Sesia

La serie più eterogenea: melograno, bergamotto, note tostate, china e pompelmo rosa. Elegante il campione 20; più rustico e longevo il 17.

Fara DOC

La denominazione più morbida della giornata: ciliegia matura e tannini più docili. Il 23 è il più equilibrato.

Gattinara DOCG

Agrumi, cuoio, balsamicità. Tannino serrato ma pieno. Il campione 31 è il più armonico.

Ghemme DOCG

Affilato e fresco: pompelmo, arancia amara, note verdi e tannino evidente. Il 41 è il migliore per profondità.

Lessona DOC

Tra i più convincenti: floreale, sanguinella, eleganza naturale. Il 2019 (campione 42) è impeccabile.

Sizzano DOC

Profilo floreale, agrumi e liquirizia. Il 2020 (44) il più fine.

Valli Ossolane DOC – Prünent

La sorpresa dell’evento: fiori, sottobosco, spezie, grande equilibrio. I campioni 49 e 50 sono i più emozionanti dell’intera degustazione.

Lessona, alcuni Ghemme e soprattutto i Prünent confermano la straordinaria vocazione di questa parte di Piemonte per vini longevi e raffinati.

Una panoramica che conferma la vocazione dell’Alto Piemonte per vini freschi, tesi e longevi. Tannino, acidità e agrumi sono fili conduttori.

Tra i più convincenti: Lessona, una parte dei Ghemme, e soprattutto i Prünent, capaci di unire tradizione e sorprendente eleganza moderna.

Montecrestese è una porta silenziosa sulla Val d’Ossola, un luogo dove la montagna non è solo paesaggio, ma cultura. Qui la vite cresce su terrazzamenti antichi, muri a secco che si aggrappano alla pietra come fossero righe scritte sulla valle. Camminarci dentro significa incontrare il legame più antico tra uomo e territorio: un lavoro lento, verticale, fatto di fatica e pazienza.

Le vigne di Montecrestese sono piccole, preziose, scolpite nella montagna. Qui maturano uve quasi eroiche, allevate in pendenza, esposte al vento, con un clima alpino che regala escursioni termiche e profumi nitidi. L’uva qui si concentra, si asciuga, si riempie di montagna: aromi puliti, freschezza, mineralità, una schiettezza che è identità.

E quando, tra un filare e l’altro, si guarda l’intera valle dall’alto, si ha la sensazione di vedere un mosaico. Matteo Garrone ci racconta la storia della valle e lo spopolamento vissuto nel secolo scorso, che ha portato a una riduzione drastica degli ettari vitati, a beneficio dell’industria. Il clone di Nebbiolo che viene prodotto in queste zone prende il nome di “Prunent”, un clone ottenuto da varie selezioni massali che lo rendono più resistente e con grappoli più grandi.

Oira – light lunch presso Cà d’Matè

Cà d’Matè è un bel casale che si trova nel paese di Oira, di proprietà della famiglia Garrone in cui oltre all’agriturismo ristorante, si trova anche la cantina. La sorpresa è stata la Lunch box con prodotti tipici della valle con:Panino di segale con Crudo della Val Vigezzo e formaggio Bettlemat, Croissant salato con pesto di cavolo nero e formaggio, Quiche vegana al radicchio, La Fugascina di Mergozzo, Formaggio Ossolano della latteria di Oira con miele di rododendro e marmellata di fichi.

La visita all’Antica Latteria di Oira: si entra in un edificio di pietra, fresco anche d’estate. Le pareti raccontano la storia dei pastori della valle, dei pascoli alti, delle vacche allevate chiuse nel silenzio di boschi e alpeggi. La cagliata viene rotta con lo spino, piccoli granuli che scivolano sul fondo e quando il casaro solleva la cagliata con la tela e la deposita nelle forme, nasce il formaggio. È un momento semplice e bellissimo, è il passaggio dalla materia al prodotto, dal latte all’identità culinaria della valle.

Centro storico di Domodossola

Dal cuore medievale della città, si percorrono strade lastricate e tranquille. Le case in pietra hanno balconi di legno, portali antichi, finestre piccole come occhi. Attraversi Piazza Mercato, elegante e irregolare, circondata da palazzi rinascimentali con portici e logge scolpite. Da lì, alla stazione è una breve camminata e si giunge alla Ferrovia Vigezzina–Centovalli lasciando il borgo antico per incontrare i binari che puntano verso le montagne.

Il viaggio da Domodossola a Locarno dura il tempo di un soffio, eppure basta per ritrovarsi immersi in un’atmosfera completamente diversa. Appena il trenino si arrampica tra i monti, il rumore del mondo si affievolisce e lascia spazio a un silenzio morbido, interrotto solo dal profumo della legna che sale dai camini delle case sparse lungo la valle. È un peccato che il sole sia già scivolato dietro le creste scure delle montagne: l’oscurità inghiotte i contorni del paesaggio, e posso solo immaginare la bellezza che mi circonda.

Quando scendo dal trenino, mi basta fare pochi passi per giungere alla Trattoria della Stazione. Lì ci attendono i produttori delle quattro aziende della Val d’Ossola, pronti a farci scoprire la loro terra attraverso una degustazione dedicata.

Cantina di Tappia apre il percorso con il suo Rosato “Romano” 2024, seguito dal Barbarossa Valli Ossolane DOC Rosso (Merlot) 2023 e dal Prunent Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, vini che portano nel bicchiere il carattere più autentico delle vigne ossolane.

Cantina DEA propone l’Archè Vino Rosso 2023 e il suo Prunent Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, interpretazioni eleganti e dirette di un territorio che sa sorprendere.

Si continua con Cantine Garrone, che offre una verticale di Prunent: il Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, il Prunent Vigna Fornace 2023 e il più maturo Prunent Dieci Brente Superiore 2022, ciascuno con una personalità distinta e riconoscibile.

Chiude il cerchio Ca Da L’Era con il Cadalera Valli Ossolane DOC Rosso 2024, il P di Pietro Nebbiolo 2024 e il Prunent Valli Ossolane DOC 2022, vini che raccontano il lavoro paziente e appassionato di una piccola azienda familiare.

A seguire la cena tradizionale, preparata dallo Chef della Trattoria. Un delicato Baccalà mantecato con patate al timo e salsa al pane nero apre la serata, seguito dai Raviolini di pasta fresca ripieni di pancotto e formaggio nostrano. Il cuore del menu è il “Rossini contadino”, uno stracotto di manzo accompagnato da polenta arrostita e cipolla caramellata. A chiudere, una versione rivisitata del “Credenzin”, dolce tipico che racconta l’ultima nota di una serata fatta di sapori, storie e persone.

Visita di Ghemme, percorrendo la Strada Traversagna, l’asse che unisce Stresa a Borgomanero e prosegue poi verso Maggiora, Boca e Grignasco, attraversando alcuni dei paesaggi più caratteristici dell’Alto Piemonte, tra vigneti storici, boschi e antichi borghi. Giunti a Ghemme facciamo visita al Ricetto e la storica Cantina Rovellotti Viticoltori in Ghemme guidati da Antonello Ravellotti e suo figlio Luigi.

Ghemme è uno dei borghi più affascinanti dell’Alto Piemonte, un luogo in cui la storia dialoga con il paesaggio vitato in modo naturale, quasi inevitabile. Il cuore identitario del paese è il Ricetto, un complesso fortificato medievale tra i meglio conservati della regione. Conosciuto come Ricetto di Ghemme, è una cittadella di origine trecentesca costruita per proteggere la comunità e i suoi beni più preziosi: granaglie, vino, strumenti agricoli.

All’interno di questo microcosmo medievale trova spazio anche una delle realtà vitivinicole più rappresentative dell’Alto Piemonte: la Cantina Rovellotti. Ospitata proprio nel ricetto, la cantina è un raro esempio di continuità tra architettura storica e produzione enologica, con antichi locali con soffitti a volta dove affinano i vini e dove sembra di percepire ancora l’eco delle attività agricole di secoli fa.

Dall’intreccio protetto di mura e cantine storiche, lo sguardo si apre naturalmente verso i vigneti che disegnano le colline di Ghemme, culla dell’omonima DOCG. La bellezza di questo paesaggio sta nella sua armonia: filari ordinati che si adagiano su lievi pendenze, intervallati da boschetti e piccoli corsi d’acqua, con il massiccio del Monte Rosa che spesso appare sullo sfondo come un custode silenzioso. Qui il Nebbiolo, trova una delle sue espressioni più eleganti, grazie ai suoli morenici, sabbiosi e ghiaiosi lasciati dai ghiacciai. Il risultato è un mosaico di microzone che cambiano luce, vento e carattere a distanza di pochi metri.

L’Alto Piemonte esce da questo viaggio con un’identità limpida: un territorio che non rincorre le Langhe, ma segue la propria vocazione fatta di rocce antiche, vigneti verticali e vini che parlano sottovoce. La freschezza, la precisione aromatica e la profondità minerale dei suoi Nebbioli raccontano una rinascita già in atto, sostenuta da produttori tenaci e da un Consorzio che sta restituendo a queste colline il ruolo che meritano. È un Piemonte diverso, più introverso e montano, ma capace di emozionare con eleganza e autenticità. Un patrimonio che oggi torna a farsi ascoltare.

Kbirr festeggia i primi 10 anni all’insegna dell’arte

Il founder del birrificio campano Kbirr, Fabio Ditto, festeggia i 10 anni dalla prima spillatura con una mostra celebrativa presso il CAM – Museo di Arte Contemporanea di Casoria – dedicata agli artisti che negli anni hanno collaborato con il brand. Un decennale che segna il passo con i tempi moderni, nell’opera industriosa e laboriosa di chi non fugge dal territorio, non segue le melodie apparentemente illusorie delle sirene fuori regione e privilegia, invece, il lavoro e l’economia di casa.

Da subito la riproposizione nelle etichette dei simboli di Napoli nel mondo, da San Gennaro a Maradona e alle opere di artisti partenopei, in un continuum di creatività a chilometro zero.

I 12 artisti (Roxy in the Box, Iabo, Luca Carnevale, Collettivo Cuoredinapoli, Alessandro Flaminio, Luigi Gallo, Vincenzo Ionà, Pasquale Manzo, Luigi Masecchia, Nicola Masuottolo, Maura Messina, Rossella Sacco) hanno tradotto e raccontato la capitale del Sud Italia attraverso un linguaggio pop capace di entrare in un immaginario collettivo.

«L’etichetta che più mi rappresenta è proprio quella di “San Gennaro my love”. Qui al CAM – Museo di Arte Contemporanea di Casoria, grazie anche al supporto del direttore Antonio Manfredi, abbiamo uno spazio libero per presentare le nostre novità e il lavoro di tanti giovani e talentuosi ragazzi, appassionati d’arte, di cui acquistiamo poi le opere per sostegno morale ed economico» afferma Fabio Ditto.

Belle le idee come i tag #drinkneapolitan o #cuoredinapoli e il lavoro di promozione dei “bassi”, così come l’offerta dei “cuzzitielli” di pane al ragù agli ospiti in una di queste case simbolo della vita difficile dei quartieri di una volta.

Per Antonio Manfredi, direttore del Museo di Arte contemporanea di Casoria (Cam) “La nascita di una collezione è sempre un momento coinvolgente e la sua presentazione al museo di Casoria contribuisce alla costruzione di una prestigiosa progettualità futura. Il museo ha compiuto 20 anni con più di 2000 opere da tutte le parti del mondo. Qui gli artisti diventano ambasciatori di una specificità e raccoglierne le istanze in un corpus omogeneo significa riconoscerne non solo il valore intrinseco ma anche documentare, come in questo caso, l’evolversi di una coscienza d’arte collettiva ed è nostro compito favorirne lo sviluppo”.

I festeggiamenti sono terminati con una degustazione delle birre Kbirr, già narrate nell’articolo A tutta birra con KBIRR: imprenditoria brassicola made in Campania accompagnate da piatti ideati appositamente per l’occasione da Casa Kbirr e Officine Kbirr, due realtà che rappresentano l’anima gastronomica del brand e la sua costante ricerca di equilibrio tra birra, cucina e convivialità.

Chianti Classico Collection Vintage Edition 2025

A Roma le Vecchie Annate del Gallo Nero: un viaggio nei sapori del Chianti Classico

Per la prima volta nella Capitale arriva “Le Vecchie Annate del Gallo Nero”, un evento imperdibile dedicato agli amanti del vino e della tradizione toscana. Una calda giornata di sole ha illuminato le vetrate della bellissima Serra di Palazzo delle Esposizioni, donando una luce particolare alla degustazione.

La degustazione esclusiva che ha riunito oltre 40 produttori e oltre 150 etichette del Consorzio Vino Chianti Classico è stata il trionfo delle annate storiche dagli anni ’90, anche qualche campione più invecchiato, fino ai millesimi più recenti. Evento organizzato da Vinòforum ha raccolto una grande partecipazione di operatori del settore.

Un’occasione unica per scoprire come il tempo e il territorio abbiano plasmato l’identità del celebre Gallo Nero, simbolo di autenticità e di eccellenza enologica italiana nel mondo; un vero e proprio viaggio sensoriale nella storia del vino, tra aromi, racconti e tradizioni che continuano a rinnovarsi nel cuore della Toscana. La magia del Sangiovese, che per disciplinare sentissero presente con una percentuale dell’80%, può essere accompagnato da altri vitigni a bacca rossa prodotti  

Ecco una nota di degustazione unica e sintetica, costruita come si fa per un articolo di settore: stile professionale, descrittivo, scorrevole e con un filo narrativo che unisce tutte le aziende degustate.

Degustazione Chianti Classico – Dieci interpretazioni, un’identità comune

La degustazione dei dieci produttori del Chianti Classico racconta un territorio che, pur nelle sue mille sfumature, mantiene una coerenza riconoscibile: freschezza, verticalità, profondità tannica e una nitidezza aromatica che solo il Sangiovese delle colline tra Firenze e Siena sa regalare. Di annata in annata, di collina in collina, si ripete la stessa magia: ciliegia rossa, viole, agrumi, tabacco e una progressione gustativa fatta di tensione, eleganza e lunghissima vita.

Arillo in Terrabianca

  • Sacello mostra la purezza del frutto grazie all’affinamento in acciaio e cemento: fragrante, croccante, sapido, con ciliegia rossa e una chiusura leggermente balsamica.
  • Croce Riserva ha un passo diverso: struttura più ampia, tannino disteso, spezie delicate e un finale terroso e profondo.
  • Vigna Terra Bianca Gran Selezione unisce ricchezza e verticalità: frutto scuro, note di macchia mediterranea e un sorso lunghissimo, sostenuto dal tannino fine e maturo del tonneau.

Caparsa

  • Chianti Classico 2021: essenziale e diretto, più materico del solito, con frutti rossi e agrumi sanguinelli.
  • Caparsino Riserva 2021: austero, ricco di energia tannica, profondo e sapido, con un finale speziato e sanguigno.
  • Doccio a Matteo 2021 e 2005: l’evoluzione della 2005 impressiona per eleganza e coerenza aromatica. Tabacco dolce, spezie fini, tannino setoso: un Sangiovese che ha vinto il tempo.

Castello di Monsanto

Una delle firme storiche del territorio.

  • 2023: vibrante e croccante, ciliegia, rosa e una spinta acida sferzante.
  • Riserva 2021: più ampia, più scura, più speziata.
  • Gran Selezione San Donato in Poggio 2020: materica, raffinata, netta nella progressione tannica.
  • Il Poggio 2013: un classico intramontabile, elegante, armonico, balsamico.
  • Il Poggio 1974: pura emozione. Dopo 51 anni è ancora vivo: tartufo nero, ruggine, foglie secche, spezie orientali e un finale interminabile.

Fontodi

Firma contemporanea e pulitissima.

  • 2022: giovane ma già elegante, frutto nitido e salinità.
  • Gran Selezione Vigna del Sorbo 2021 e Terrazze San Leonino 2021: due interpretazioni di potenza controllata, balsamicità, tannino cesellato e finale fumé.
  • Vigna del Sorbo 1994: un Sangiovese ancora vibrante, profondo, con il 10% di Cabernet che dona grafite e struttura. Splendido.

Le Cinciole

  • Gran Selezione Campo ai Peri Aluigi 2021: tensione acida, erbe aromatiche, lampone croccante e un sorso sapido.
  • Chianti Classico 2009: sorprendente tenuta nel tempo: liquirizia, amarena, arancio candito, tannino levigato.

Vallepicciola

  • Gran Selezione Lapina 2021: ricca ma fine, ciliegia scura, prugna, viole e tabacco dolce. Finale lungo e salino.

Tolaini

  • Riserva 2010: piena, profonda, terziaria ma ancora viva: spezie scure, cacao amaro, ciliegia sotto spirito, tannino setoso.

Tenute Poggio Bonelli

  • Riserva 2020: precisa e tipica: ciliegia, viola, agrume, note di terracotta e una bella progressione tannica.

Maurizio Alongi – Gaiole in Chianti

Sangiovese di vigna storica del 1973.

  • Vigna Barbischio Riserva 2022: giovane e scattante, più floreale e agrumato, tannino fitto.
  • Vigna Barbischio Riserva 2015: elegante ed evoluto, spezie fini, amarena e tabacco. Ritmo lento e aristocratico.

Tenuta Villa Trasqua

  • Gran Selezione Nerento 2019: balsamico, complesso, intenso. Frutti rossi maturi, grafite, alloro. Lungo, compatto, nobile.

Dieci cantine, un unico denominatore: la capacità del Sangiovese del Chianti Classico di esprimere freschezza, longevità e identità territoriale.

Dalle vinificazioni più essenziali in cemento ai legni grandi, fino alle selezioni delle vigne storiche, emerge un messaggio chiaro: il Chianti Classico non solo sta benissimo, ma sta vivendo una stagione di splendida maturità stilistica, capace di coniugare tradizione, purezza e modernità.

Selezione Vinsanto del Chianti Classico – Note di degustazione

1. Volpaia – Vinsanto del Chianti Classico 2019

Giallo dorato brillante. Naso pulito, agrume candito, albicocca secca e un tocco di fiori bianchi. Bocca dolce ma fresca, delicata, scorrevole, con finale di mandorla e miele chiaro.

2. Caparsa – Vinsanto del Chianti Classico 2001

Ambrato profondo. Profumi intensi di fichi, datteri e spezie dolci. Bocca materica, evoluta, con acidità ancora viva che sostiene un sorso lungo e meditativo. Caldo, complesso, da grande pazienza.

3. Terreno – Sofia Ruhune – Vinsanto del Chianti Classico 2015

Dorato luminoso. Al naso frutta tropicale matura, zafferano e scorza d’arancia. Al palato è elegante, cremoso ma non pesante, con chiusura agrumata e pulita.

4. Isole e Olena – Vinsanto del Chianti Classico 2011

Ambra chiara. Profumi fini di nocciola, caramello, albicocca secca. Bocca dolce ma composta, raffinata, con una trama tannica leggera e un finale persistente di frutta candita.

5. Villa le Corti – Principe Corsini – Vinsanto del Chianti Classico 2007

Colore ambrato intenso. Naso ricco di uva passa, miele di castagno, spezie e cacao. Palato profondo e setoso, con lungo finale caldo e balsamico.

6. Lamole di Lamole – Vinsanto del Chianti Classico 2019

Paglierino dorato. Naso giovane e fragrante: mela cotogna, agrumi, miele. In bocca è lieve, elegante, con dolcezza moderata e una vena acida nitida che lo rende gastronomico.

7. Chigi Saracini – Vinsanto del Chianti Classico 2010

Ambra brillante. Note di crema di nocciola, fichi, caramello. Sorso armonico, pieno ma non pesante, con un finale pulito e una vena salina piacevole.

8. Opre Giacomo Grassi – Vinsanto del Chianti Classico 2011

Ambrato luminoso. Profumi di dattero, scorza d’arancia, miele e erbe officinali. Bocca avvolgente, dolcezza importante, tannino sottile e chiusura lunga e speziata.

9. Castello di Meleto – Vinsanto del Chianti Classico 2012

Dorato ambrato. Aroma di frutta secca, mandorla e caramello salato. Palato fresco e bilanciato, con finale elegante su note di agrume e miele.

10. Fontodi – Vinsanto del Chianti Classico 2015

Colore intenso. Naso complesso di melone candito, albicocca, vaniglia e tostature fini. Sorso cremoso e profondo, grande equilibrio tra dolcezza e acidità, finale avvolgente.

11. Vallepicciola – Vinsanto del Chianti Classico 2018

Dorato vivo. Aromi di miele d’acacia, pesca sciroppata, mandorla dolce. In bocca è morbido, lineare, con un finale fresco che lo rende piacevole e moderno.

Olio DOP del Chianti Classico

L’Olio Extravergine di Oliva DOP Chianti Classico è uno dei prodotti simbolo delle colline toscane. Nasce da uliveti situati tra Firenze e Siena, nelle stesse terre del celebre vino, e condivide con esso la stessa idea di qualità territoriale: un prodotto che non potrebbe esistere altrove con lo stesso carattere.

È ottenuto da cultivar tipiche della zona – Frantoio, Leccino, Moraiolo e Pendolino – raccolte rigorosamente a mano oppure con sistemi che non danneggiano la pianta. L’estrazione avviene quasi sempre a freddo, per preservare aromi e proprietà.

Il risultato è un olio dal colore verde intenso con riflessi dorati, profumo netto di carciofo, erba tagliata, oliva fresca, talvolta mandorla. Al gusto è fruttato medio-intenso, con una nota piccante e un finale piacevolmente amarognolo, tipico degli oli ricchi di polifenoli. È proprio questa vena amaropiccante a renderlo riconoscibile e molto ricercato.

In cucina è un olio “vivo”: perfetto a crudo su pane toscano, bruschette, verdure grigliate, zuppe di legumi, carni alla brace e naturalmente sulla bistecca alla fiorentina. Non copre: esalta. La DOP Chianti Classico non è solo un marchio, ma un patto tra territorio, cultivar autoctone, tradizione di frantoio e uno stile di gusto preciso: un olio che racconta la Toscana in modo diretto, pulito, sincero.

La costellazione degli ospiti di Casa Lerario si arricchisce di una nuova stella (Michelin)

Salvatore Pacifico, chef stellato del Ristorante LeBolle interno al Boutique Hotel di Stresa, Lago Maggiore, ha impegnato per un giorno i fornelli dell’agriturismo di patron Pietro Lerario in agro di Melizzano nel Sannio.

Una delle tappe dell’iniziativa “Percorso stellato”, che a cavallo tra il 2025 e la primavera del 2026 vedrà alternarsi diversi chef insigniti del prestigioso riconoscimento Michelin, porta la firma del giovane chef originario di Lucera, ma con radici familiari proprio nel Valfortore sannita a San Bartolomeo in Galdo.

Le intriganti preparazioni di Totò Pacifico trasudano del suo remoto background pugliese risentendo fortemente, tuttavia, dalla intensa esperienza accumulata in tante cucine del fine dining da Giuseppe Mancino de Il Piccolo Principe di Viareggio fino a Da Vittorio (Brusaporto), Massimiliano Alajmo di Le Calandre a Rubano (PD) e Andrea Aprea con Il faro di Capo d’Orso per citarne solo alcuni.

Ad accompagnare le portate dello chef, cinque tra i migliori vini della cantina ENOZ di Sessa Aurunca, raccontati e descritti da Alessandra Zeno giovane esponente di ultima generazione della famiglia proprietaria. Viticoltori di lunga data, i Zeno dalle pendici del Vesuvio, dove hanno allevato viti per almeno tre generazioni, si sono spostati nel 2011 nell’areale dell’altro vulcano (spento) campano di Roccamonfina.

Certificazioni biologiche e biodinamiche accompagnano i vini di Enoz prodotti con fermentazioni spontanee, basso uso di solfiti, affinamenti in anfora, filtrazioni e chiarifiche quasi del tutto assenti. La deliziosa amuse-bouche di chef Pacifico, una focaccina pugliese, soffice, profumata, asciutta e “perlata” con una gemma di pomodorino rosso, ha subito creato dipendenza tra i commensali costringendo la cucina a dare fondo alle riserve disponibili. In abbinamento l’IGP Roccamonfina Dodò 2024, il rosè di uve Primitivo rifermentato in bottiglia stile “ancestral”.

Il sottile fil rouge nazionale comincia a fare capolino già con l’entrée: trota in carpione in crema di fagioli di Controne, variazioni di cipolle, salsa di prezzemolo e olio all’erba cipollina. Un tripudio vario cromatico che prelude al susseguente assaggio dall’esito delicato, fresco e carezzevole. Qui arriva a tavola la minerale falanghina L’attimo 2023, vino da lunga macerazione, nessuna chiarifica o filtraggio che, fin dall’abbrivio, ostenta il suo carattere deciso e protagonista.

Il pesto di aglio Orsino guadagna il centro della scena con la nuance smeraldina del risotto ostriche e cedro candito. Tra le infinite opzioni per il nobile mollusco bivalve, Totò Pacifico, di norma, sceglie la sua terra affidando all’ostrica San Michele (Lago salmastro di Varano – FG) il compito di costruire appunti e contrappunti tra le delicate dolcezze del cedro candito e il senso di umami dell’ostrica. Una sublime, armoniosa prova d’orchestra accompagnata, per l’occasione, dalle note de La Monade 2023, il Fiano IGP Roccamonfina dal maggior tempo di affinamento in anfora tra tutte le etichette di cantina Enoz.

Solo il tempo di una rapido scambio di sensazioni tra i commensali e a tavola compare il filetto di ricciola di mare su purea di fave, cicoria e richiami di olio al salmoriglio: più pugliese di “fave e cicoria” resta solo la Cattedrale barese di San Nicola! Un piatto dagli odori decisi, importanti e dal finissimo gusto mediterraneo a cui viene accostato Tra Cielo e Terra 2024 il Piedirosso di Enoz a tiratura limitata – solo 950 bottiglie – dalla forte orma identitaria, del varietale ma anche del retroterra storico della famiglia Zeno.

Prima del sipario Il Re è Nudo 2024, rosato fermo da uve Primitivo, congeda la cantina ospite accompagnando le consistenze di sfusato, femminiello e cannerone; freschissimo dessert dai continui e cangianti sbuffi agrumati delle tre varietà di limoni scelti da Totò Pacifico: dall’amalfitano del produttore Raffaele Palma al garganico femminiello di Peschici per finire al limone di cannero Riviera, comune costiero del Lago Maggiore. Una chiusura di altissimo valore anche “simbolico”.  

 

Gianenrico Carofiglio, pugliese, attribuisce a qualsivoglia forma di linguaggio il potere di produrre conoscenza. Dunque civiltà, potrebbe aggiungersi. Il linguaggio che usa chef Pacifico nei suoi piatti è quello di un professionista di larghe esperienze, costruite in ogni dove ma che non dimentica le proprie radici, le proprie origini. Chapeau!

Maturazioni Pizzeria conquista per il secondo anno i Tre Galletti del Mattino

Maturazioni Pizzeria si conferma tra le eccellenze della scena gastronomica campana ottenendo, per il secondo anno consecutivo, i Tre Galletti della Guida 2026 “Le migliori 350 pizzerie della Campania” edita dal Mattino.Le pizzerie coinvolte hanno ricevuto il premio questa mattina alla Mostra d’Oltremare nell’ambito di Gustus.

Il prestigioso riconoscimento, attribuito da Luciano Pignataro in collaborazione con la giornalista Antonella Amodio, che premia pizzaiolo, pizza e locale – non necessariamente in combinazione – quest’anno ha visto ancora una volta Maturazioni figurare tra le 66 realtà al vertice, lo stesso numero della scorsa edizione.

A ritirare il premio per la sede di San Giuseppe Vesuviano sono stati Giuseppe Esposito, F&B Manager del brand, e Tonia Martone, Executive Chef del futuro locale che aprirà a Roma nel 2026: una presenza che sottolinea il percorso di crescita e consolidamento del progetto fondato da Gabriella Esposito e Antonio Conza.

I Tre Galletti arrivano infatti in un momento di grande fermento per la pizzeria, reduce dalla recente apertura di Amangiare a Pomigliano e dalla pianificazione del debutto nella capitale. Un ulteriore attestato dell’eccellenza e della visione contemporanea che caratterizzano Maturazioni.

Morellino del Cuore, il tour del 2025

Lo scorso 29 ottobre si è svolta la terza edizione di “Morellino del Cuore” la prima di tre serate dedicate al Morellino di Scansano. L’evento si è svolto a Firenze presso il Ristorante Gunè San Frediano, si tratta di una degustazione di 10 vini selezionati da una commissione di giornalisti, esperti e collaboratori di importanti guide e riviste enogastronomiche. I vini vengono selezionati per l’espressione al momento della degustazione. 

Nella seconda edizione la commissione era composta da Sommelier di importanti Ristoranti Italiani. La degustazione  è stata organizzata dai giornalisti Roberta Perna e Antonio Stelli in collaborazione con il Consorzio Tutela Morellino di Scansano. Presentano la serata Roberta Perna e Antonio Stelli con l’intervento del Direttore del Consorzio Tutela Morellino di Scansano, Alessio Durazzi. Ad ogni vino presentato sono intervenuti i produttori presenti. La novità di quest’anno è l’ introduzione della “Vecchia Annata”.

Prima di passare all’analisi sensoriale dei vini in degustazione, lasciamo il tempo ad alcune nozioni su questo stupendo comprensorio.

Il Morellino di Scansano è una gemma enologica collocata tra la costa Tirrenica  e l’antico vulcano del Monte Amiata in provincia di Grosseto. L’etimo del termine parrebbe derivare dai cavalli neri detti morelli che trainavano le carrozze. La posizione privilegiata in prossimità del mare e della montagna dona  un microclima unico e ideale per l’allevamento della vite; nonostante, i suoli e le altimetrie variano nei comuni  ricadenti nella denominazione quali: Scansano,  Manciano, Magliano in Toscana, Semproniano, Roccalbegna, Campagnatico e Grosseto. La composizione dei terreni è di origine argillosa e sabbiosa con buona presenza di galestro ed alberese.

Il Morellino di Scansano per disciplinare deve essere prodotto con uve Sangiovese almeno per l’85%, possono concorrere al completamento nella misura massima del 15%: Alicante, Ciliegiolo, Colorino, Malvasia Nera, Canaiolo, Montepulciano, Merlot, Syrah, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Tuttavia, principalmente i produttori prediligono lavorare  il Sangiovese in purezza. Nelle annate  migliori viene prodotta anche la tipologia Riserva. E’ in corso la modifica del disciplinare per la tipologia, Superiore con un percorso di affinamento diverso che andrà a posizionarsi tra l’ Annata e la Riserva. La Doc è nata nel 1978 e il meritato riconoscimento a Docg è arrivato nel 2007. Un vino molto apprezzato e consumato in molti ristoranti sia in Italia sia all’estero a fine degli anni ottanta. Dopo un breve intervallo, recentemente è tornato meritatamente nella cerchia dei grandi vini rossi italiani.

Il Ristorante gourmet Gunè si trova nel cuore di Firenze, a San Frediano. Un locale molto accogliente con una cucina raffinata che propone piatti della tradizione sia toscana sia lucana. Ottima selezione di etichette sia nazionali che estere, servizio attento e curato. La porta accanto: Next Door Bistrot & Cocktail Bar, dove assaporare semplici pasti e aperitivi.

Vini in degustazione

“Annata”

Cantina Vignaioli Morellino di Scansano Roggiano Docg 2023 – Sangiovese 95% . Alicante e Ciliegiolo 5% – Piacevoli note di viola,  ciliegia, frutti di bosco ed erbe aromatiche. Fresco, sapido, leggiadro con buona facilità di beva.

Tenuta Agostinetto La Madonnina 2023 Morellino di Scansano Docg – Sangiovese 90% e Cabernet Sauvignon 10% – Sentori di ciclamino, ciliegia, fragola e mora, dal sorso avvolgente, persistente e armonico.

Poggio Argentiera Bellamarsilia 2023 Morellino di Scansano Docg – Sangiovese 100% – Sprigiona note di frutti di bosco, ciliegia e spezie dolci,  vellutato, dinamico, preciso e composito.

“Intermedio”

Provveditore Provveditore 2023 Morellino di Scansano Docg – Sangiovese 100% – Emana sentori di fragolina di bosco, mirtillo, tabacco e spezie. Gusto pieno e appagante.

Le Rogaie  Forteto 2022 Morellino di Scansano Docg – Sangiovese 100%  – Rivela note di ciliegia, prugna, pepe e nuances terragne. Al palato  è setoso, fine e dinamico.

Terenzi Purosangue 2022 Morellino di Scansano Docg – Sangiovese 100%. Sviluppa sentori di violacciocca,prugna, melagrana e bacche di ginepro; sorso avvolgente, saporito e persistente.

“Riserva”

Belguardo Bronzone 2021 Morellino di Scansano Docg Riserva – Sangiovese 100% – Con note di ribes, amarena, mirtillo e spezie orientali, al gusto è appagante e durevole, con tannini setosi.

Bruni Laire 2021 Morellino di Scansano Docg Riserva –  Sangiovese 90% e Syrah 10% – Rivela sentori di prugna, amarena, pepe su scie mentolate. Attacco tannico setoso, saporito e corrispondente.

Roccapesta Roccapesta Riserva 2021 Morellino di Scansano Docg Riserva – Sangiovese 90% e Ciliegiolo 10% – Dipana effluvi di frutti di bosco, ciliegia e nuance balsamiche. Pieno, appagante e persistente.

“Vecchie Annate”

Fattoria di Magliano Heba Morellino di Scansano Docg 2006  – Sangiovese 95% e Syrah 5% – Al naso arrivano note balsamiche, cacao, cannella e liquirizia, il sorso è ancora fresco, generoso, suadente e persistente.

Dopo la degustazione delle 10 etichette è seguito aperitivo con long drink a base di Morellino ed  una deliziosa cena, con piatti ben preparati, equilibrati e ben presentati in abbinamento ai campioni degustati.

Il maestro panificatore Gabriele Bonci in visita dai fratelli De Maria nella sede I Vesuviani di Casoria

In ogni settore c’è un autentico fuoriclasse, quasi sempre un pioniere, che con il proprio talento fa da scuola per tutti gli altri. Gabriele Bonci, maestro nell’arte della lievitazione è tornato a trovare un suo allievo illustre, Federico De Maria, titolare assieme al fratello Francesco delle pizzerie a marchio I Vesuviani.

Lo ha fatto in un originale pranzo a 4 mani il 21 novembre scorso nella sede de I Vesuviani a Casoria, ascoltando i giovani imprenditori e raccontando la propria passione negli impasti e nelle proposte autentiche rivisitate in chiave contemporanea.

Non solo acqua, farina e lievito, ma anche fritti come la celebre frittatina alla carbonara, topping squisiti e ingredienti a chilometro zero della gastronomia romana.

Da quel primo impasto – fatto di curiosità che è poi diventata ambizione – imparato da Bonci, è iniziato per i De Maria il percorso che li ha condotti nell’olimpo dei migliori pizzaioli italiani stimati anche all’estero, con i massimi riconoscimenti di 91/100 per la guida pizzerie d’Italia 2026 Gambero Rosso (3 spicchi dal 2023), 18a posizione secondo la guida 50 Top Pizza Italia 2025, 40a nella 50 Top Pizza World 2025 e 3 galletti per la guida de Il Mattino.

“Non è che una gioia, oltre che un onore, essere oggi al fianco di Gabriele. Significa tanto per noi, per il nostro percorso, inizialmente difficile per il nostro territorio, ma che oggi ci rende fieri e soddisfatti. Siamo stati i primi a portare diversi  impasti (molti romani) in pizzeria e in Campania. Una sfida che ci sentiamo di aver vinto e che ci rende sempre più motivati a offrire qualcosa di nuovo ed eccellente al nostro amato territorio. Oggi divertiamoci e festeggiamo insieme, anche con il nostro staff, siamo una grande famiglia” dichiarano felici i fratelli De Maria.

Impossibile rinunciare in menu alla prima pizza in teglia inserita nel primo menu de I Vesuviani chiamata ‘omaggio a Gabriele Bonci’ con burrata, gambero rosso, pomodorini semidry e polvere di pomodori del piennolo.

Così come la pizza in pala con salsiccia e friarielli, un connubio fra Napoli e Roma, rappresentativo dei mesi da pendolare di Federico per seguire i corsi a Roma del maestro Iezzi, suggerito da Bonci stesso.

E poi la Marinarella – marinara e mortadella – invenzione di Gabriele e la porchetta in crosta de I Vesuviani, per finire con il trittico composto dal padellino prosciutto e nocciole, dalla pizza al primo sale con miele e alici e da quella in pala alla genovese di coniglio, ricca di gusto e fantasia.

Un pranzo d’eccezione per un ospite d’eccezione che ha scritto la storia dei lievitati italiani.

Napoli: la quinta edizione di Be.Come giunge a promuovere l’eccellenza del vino e la sua rinnovata comunicazione

Si è svolto a Napoli dal 17 al 19 Novembre nelle prestigiose e sontuose sale del Grand Hotel Parker’s il quinto appuntamento di Be.Come, evento organizzato da Gabriele Gorelli MW in collaborazione con Allumeuse.

Allumeuse infatti ha creato un progetto in formula Club, dove le aziende vitivinicole hanno la possibilità di comunicare, incontrarsi e scoprire le tecnologie di comunicazione e i linguaggi di marketing che molti marchi di fascia alta (moda, design, food & beverage e finanza) utilizzano per interagire con il consumatore finale.

Be.Come porta allo stesso tavolo i più importanti rappresentanti dell’enologia internazionale con i buyer, gli operatori del settore HO.RE.CA, creando opportunità di business e sinergie intersettoriali. Durante l’evento, Clizia Zuin, miglior sommelier per la guida ristoranti Gambero Rosso 2026, ha illustrato con precisione l’importanza della corretta conservazione del vino.

Il primo campione, conservato rispettando le condizioni ottimali era perfettamente integro, mentre l’altro era “ svanito” e aveva completamente cambiato il suo profilo organolettico. Durante l’incontro è stata presentata EuroCave, che da fine anni ’80 grazie al suo fondatore René Martin, propone armadi climatizzati che consentono di proteggere le bottiglie per una perfetta maturazione.

Vengono soddisfatti così i cinque principi da seguire per garantire una idonea protezione al vino e cioè temperatura costante, tasso di umidità adatto, circolazione dell’aria, assenza di vibrazioni e massima protezione dalla luce. Nella prima giornata, inoltre, la masterclass condotta da Gabriele Gorelli MW e Danielle Callegari – Writer at large – Wine Enthusiast – che ha focalizzato l’attenzione della sala sul concetto di grandi rossi italiani intesi come “ Instant classic”: dalla Puglia al Piemonte, vini che colpiscono per personalità e delicatezza.

I successivi appuntamenti sono stati con ‘In equilibrio tra radici e visione’ a cura di Gabriele Gorelli MW in collaborazione con Jeffrey E. Porter Writer at Large – Wine Enthusiast, ‘I vini del Piemonte’, una conversazione con  Jeffrey E. Porter Writer at Large – Wine Enthusiast e l’introduzione di Giulia Novajra – Direttrice de I Vini del Piemonte e la Masterclass sui Vini della Doc Mandrolisai in Sardegna.

Tra gli incontri sicuramente più emozionanti, due cantine precedentemente conosciute a Merano Wine Festival: Tenuta la Massa e Masseria le Fabbriche.

Giampaolo Motta ha realizzato un sogno con l’acquisizione dei vigneti situati in una delle zone più vocate del Chianti Classico. La Conca d’Oro, Panzano in Chianti. L’amore per il vino è nato in modo romantico e lo ha coinvolto tanto da cambiare completamente vita e percorso di studi. Appassionato della zona di Bordeaux e delle sue massime espressione enoiche, ha saputo far dialogare in vigna il sangiovese con cabernet sauvignon, merlot e petit verdot in modo davvero ammirevole. I suoi vini sono caratterizzati da grande eleganza e precisione, apprezzabili da palati esperti e non proprio per la loro franchezza e per la capacità di parlare direttamente al cuore.

Chianti Classico La Massa Docg 2021 ( Sangiovese 50%, Merlot 25%, Cabernet Sauvignon 25%), 14 mesi in legno di cui il 20% nuovo e la restante parte di secondo e terzo passaggio. Come lo definisce Giampaolo “ socialmente trasversale” e non posso che essere d’accordo. Apre su profumi di ciliegia, china, scorza di arancia, prugna e erbe di campo. Il sorso è scorrevole, il tannino ben integrato e la chiusura sapida.

Carla 6 annata 2021 è il sangiovese in purezza dedicato alla figlia. Proviene da un singolo vigneto dove i suoli sono ricchi di scisti, quarzi e sabbia. Vengono prodotte 4000 bottiglie. il vino affina in botti di legno 500 hl e successivamente un anno in cemento. Al naso si apprezzano la marasca, arancia sanguinella, grafite, cardamomo, lentisco. In bocca è pieno e allunga in modo davvero emozionante, con una vibrante persistenza.

Il fiore all’occhiello dell’azienda è sicuramente Giorgio primo, che ho assaggiato nell’espressione della vendemmia 2021: 18 mesi di barrique di cui il 50% nuove. Un vino che ha avuto una evoluzione durante gli anni ed è arrivato alla composizione attuale: cabernet sauvignon 60%, merlot 35%, petit verdot 5% . Un vino che fa subito viaggiare lontano, le brezze atlantiche, il ritmo lento della Garonna. Il profilo olfattiva regala sentori di humus, china, foglia di peperone, rabarbaro, tabacco, frutta rossa. In bocca è regale e fa presagire una lunga vita e mille evoluzioni interessanti.

Masseria Le Fabbriche vuole proporre il primitivo in una veste più moderna e certamente con un appeal rivolto alle nuove generazioni, dove la storicità di questa tipologia incontra un gusto più attuale e la ricerca di una maggiore bevibilità. Senza però stravolgere il “senso” del primitivo stesso.

Il vino vede uniti un 85% primitivo e 15% aglianico, che dopo la fermentazione trascorrono 12 mesi in barrique e ulteriori 12 mesi in bottiglia. La vigna ospita viti centenarie condotte ad alberello e tutte le operazioni in campo sono svolte manualmente.

Primitivo di Manduria Doc Marrubium Riserva Del Bono 2022 porta un nome che deriva dal latino. La zona dove è stata recuperata la cantina sorge a  Maruggio, in provincia di Taranto, sulla costa ionica, a 2 km dal mare. Un posto meraviglioso: la  masseria è esistita dal ‘600 ed è raffigurata nel logo sull’etichetta. La produzione agricola è riportata sin dal Medioevo, come testimoniano le antiche cartine; la proprietà è passata di mano in mano, fino ad arrivare alla famiglia Perrucci.

Nel 2020 viene acquisita da un imprenditore milanese Rinaldo Del Bono, che inizia un progetto di restyling prima di tutto della Masseria e contemporaneamente avvia il progetto vino, chiamando. Mattia Vezzola come enologo.

Be.Come è stato un evento utile alla stampa del settore per il dialogo con i produttori, finalizzato a comprendere le espressioni dei loro vigneti, promuovendo una nuova forma di comunicazione e di attenzione al mondo enoico sempre al passo con i tempi e con le esigenze dei consumatori.