Gambero Rosso: i vini del Collio di Muzic incantano Roma

Vini di confine, cucina d’autore e tramonti mozzafiato nel cuore della Capitale

Una sera d’estate a Roma, il cielo che sfuma nei toni dell’oro e del rosa, la brezza leggera del Ponentino e la vista mozzafiato sui Fori Imperiali. Questo è stato il palcoscenico naturale per una delle tappe più emozionanti del Gambero Rosso con l’evento Muzic on tour, un progetto itinerante che fonde l’eccellenza della cucina italiana con il meglio della produzione vitivinicola nazionale.

A fare da cornice all’evento, il suggestivo 47 Circus Roof Garden, dove lo chef Maurizio Lustrati ha ideato un menù raffinato e sapientemente abbinato ai vini dell’azienda Muzic, storica realtà del Collio friulano, rappresentata da Fabijan Muzic, giovane enologo e volto della nuova generazione del vino italiano.

Un menù fantastico

Il percorso gastronomico ha incantato i presenti fin dall’antipasto: polpo alla griglia su crema di avocado e chips di platano, esaltato dalla Ribolla Gialla 2024.

È seguita una melanzana al BBQ con estratto di pomodoro e basilico, arricchita da una crema di Provolone del Monaco, accompagnata dalla Malvasia 2024.

Come primo piatto, un risotto con scampi, fiori di zucca e pecorino ha incontrato il Friulano 2024, vino identitario del Friuli.

Il secondo è stato un delicato filetto di ombrina al tartufo nero estivo, servito con zucchine romanesche e patate novelle, perfettamente abbinato al Collio Bianco Stare Brajde 2022, un blend elegante e complesso.

A chiudere il percorso, un goloso bignè craquelin con crema di nocciola e lamponi, abbinato al sontuoso Picolit 2018, vino da meditazione di rara finezza.

La storia di una terra e di una famiglia

Fabijan Muzic, con il suo entusiasmo contagioso, ha raccontato la storia della sua famiglia e del Collio, terra di confine sospesa tra Italia e Slovenia. Un luogo segnato dalla storia – due guerre mondiali, mutamenti politici e culturali – ma che ha trovato nella viticoltura una rinascita autentica.

Dagli anni Ottanta, i genitori di Fabijan hanno creduto nella forza dell’identità territoriale, decidendo di imbottigliare il vino sotto un proprio marchio. Un’intuizione pionieristica: creare un’identità visiva forte, riconoscibile, per esprimere attraverso l’etichetta la personalità del vino. “Oggi si parla di brand”, racconta Fabijan, “ma i miei genitori lo avevano già capito allora”.

Il loro stile è rimasto coerente nel tempo: vini puliti, sinceri, raffinati, che raccontano il territorio senza forzature. “Meglio non imbottigliare piuttosto che accettare un vino non all’altezza”, spiega Fabijan. La sua filosofia è rigorosa, ma profondamente rispettosa del lavoro in vigna e della fiducia del consumatore.

La degustazione proposta da Muzic ha offerto un viaggio armonico tra varietà autoctone e interpretazioni territoriali d’eccellenza, confermando lo stile pulito, autentico e riconoscibile dell’azienda friulana.

La Ribolla Gialla 2024 apre il percorso con una freschezza agrumata e floreale, espressa in un sorso minerale e scattante, perfetto per accompagnare crudités e antipasti leggeri. Più calda e avvolgente, la Malvasia 2024 si distingue per un bouquet aromatico che intreccia fiori bianchi, pesca e mandorla, con una bocca piena, salina e persistente, ideale per esaltare piatti vegetali e speziati.

Decisamente identitario il Friulano 2024, che rivela il lato più morbido e vellutato del Collio: note di erbe e frutta matura si fondono con un finale ammandorlato che richiama la tradizione, perfetto con risotti e salumi locali.

Più strutturato e complesso il Collio Bianco Stare Brajde 2022, elegante blend di Friulano, Malvasia e Ribolla Gialla: il naso si apre su frutta tropicale, fiori gialli e nocciola, mentre al palato si sviluppa con ampiezza e profondità, sostenuto da una viva acidità e da una leggera maturazione in legno che dona equilibrio e persistenza. Ideale con piatti saporiti, tartufi e carni bianche.

A chiudere, il Picolit 2018, gioiello da meditazione: dorato e luminoso, profuma di albicocca disidratata, miele e fiori d’acacia, con un gusto dolce ma raffinato, che avvolge senza mai eccedere. Perfetto con dessert eleganti, formaggi erborinati o cioccolato bianco.

Una collezione che racconta il Collio con voce limpida e coerente: ogni etichetta è un piccolo ritratto del territorio, declinato con precisione tecnica e sensibilità artigianale.

Gambero Rosso ha confermato ancora una volta il valore dell’incontro tra cucina e vino, tra narrazione e identità. Fabijan Muzic, con il suo entusiasmo e la sua competenza, rappresenta al meglio la nuova generazione di vignaioli italiani: consapevoli, preparati, radicati nella tradizione ma proiettati al futuro.

Alla scoperta dell’Uva Greca Puntinata

Lo scorso 20 maggio ad Acquapendente (VT), presso S’Osteria38, si è svolta la tavola rotonda riguardante un antico vitigno autoctono laziale recentemente riscoperto: l’Uva Greca Puntinata. Un progetto ambizioso che ha coinvolto vari personaggi del mondo vitivinicolo, per comprendere le discendenze ampelografiche attraverso il suo patrimonio genetico.  La serata è stata coordinata da Carlo Zucchetti ed Elisa Calanca, patron di S’Osteria38.

S’Osteria38 si trova sulla via Francigena che da Canterbury porta a Roma. Ne abbiamo già scritto menzionando I tesori della Tuscia. Struttura vocata ad accogliere ogni tipo di viaggiatore garantendo l’unione tra ristorazione di qualità, ospitalità attenta alle necessità del cliente, informazioni turistiche e spazio lavoro in condivisione.

Siamo in Tuscia, uno straordinario lembo di terra in provincia di Viterbo ai confini con Toscana e Umbria, alle falde del Monte Amiata e con il lago di Bolsena al centro. Ricca di necropoli etrusche, castelli medievali e stupendi Borghi arroccati su rocce di tufo, immerse nella natura e circondate da boschi, oliveti e vigneti.

Alla tavola rotonda sono intervenuti: Glauco Clementucci – Assessore all’ambiente e al Borgo di Trevinano, Elisa Calanca – Coordinatrice progetto, Carlo Zucchetti – L’Enogastronomo con il Cappello, Giovanni Pica – Sostegno alle Imprese e Valorizzazione Ecotipi – Arsial, Massimo Bedini – Ex direttore della Riserva Naturale di Monte Rufeno, Aldo Lorenzoni – G.R.A.S.P.O., Luigino Bertolazzi – G.R.A.S.P.O., Andrea Bellincontro – Professore di Enologia Università degli Studi della Tuscia, Adio Provvedi – Interprete del territorio, Maicco Pifferi – Slow Food Viterbo e Tuscia, Gaetano Calcagno – Viti sul Lago, Edoardo Ventimiglia – Sassotondo.

L’Uva Greca Puntinata

Fondamentale fu l’intuizione del compianto Alvio Fusi, il quale appena pensionato acquistò due appezzamenti di terreno, con viti ultracentenarie a piede franco, di una varietà particolare localmente chiamata Greco. Nelle campagne di Acquapendente negli anni ’60 del secolo scorso venivano coltivati centinaia di ettari di quest’uva; tuttavia, dopo la chiusura della cantina sociale e il conseguente spopolamento agrario, i vigneti vennero abbandonati.

Grazie a studi ed analisi realizzate nei vari laboratori è stato scoperto che non si trattava di Greco, bensì di una varietà a se stante, denominata Uva Greca Puntinata, grazie al lavoro svolto dall’Arsial e dalla Riserva Naturale Monte Rufeno per i risultati ottenuti e a G.R.A.S.P.O. che l’ha vinificata e imbottigliata.

Degustazione di vini ottenuti da Uva Greca Puntinata e altri vitigni rari italiani

Le altre varietà che rischiavano l’estinzione sono: Uvalino, Slarina, Liseiret, Croa’, Invernenga, Hoertroete, Furner Hottlinger, Enantio, Casetta, Pontedara, Brepona, Rossa Burgan, Denela, Quaiara, Vernazola, Piculit, Cianoire, Piccola Nera, Uva Longanesi, Pugnitello, Nocchiatello, Raspato, Madamabianca, Minnella, Tribbuoti e Zzinneuro.

G.R.A.S.P.O.

L’acronimo sta per: Gruppo di Ricerca Ampelografica per la Salvaguardia e la Preservazione dell’Originalità e la biodiversità viticola, dall’idea di tre enologi: Aldo Lorenzoni, Luigino Bertolazzi e Giuseppe Carcereri de Prati. Un’associazione che riscopre varietà di uve abbandonate e destinate all’estinzione dell’originale patrimonio ampelografico italiano. 

Credendo fortemente che la biodiversità diverrà fondamentale sia a livello di cambiamento climatico sia a livello di diversificazione, i fondatori hanno ricoperto importanti ruoli nel panorama vitivinicolo italiano e vinificano le uve da loro individuate.

Lazio: inaugurata la nuova cantina di Eredi dei Papi

A Montecompatri (RM), è stata inaugurata la nuova cantina di Eredi dei Papi alla presenza del sindaco Francesco Ferri. Il taglio del nastro è stato pieno di emozioni, con i titolari Chiara e Lorenzo Iacoponi che hanno ripercorso il loro cammino fino ad oggi, interessato anche da eventi dolorosi in cui si sono fatti forza a vicenda per andare avanti. L’inaugurazione della cantina è stata dedicata a tutti gli amici, ma soprattutto ai genitori che purtroppo non ci sono più e che hanno creduto nel loro nuovo percorso.

Lorenzo, trascorsi da avvocato, mentre Chiara manager di successo per una famosa azienda americana. Lorenzo non si vedeva a suo agio con la cravatta tra sale di tribunale e il richiamo delle origini era forte. Così decide di cambiare rotta e intraprendere gli studi di enologia.

Il loro nonno aveva alcuni ettari vitati che erano rimasti alla famiglia, ma gestiti da altri. Un problema di salute dei genitori fa capire a Lorenzo che è il momento di fare una scelta, e quella che gli viene naturale è passare dalla facoltà di giurisprudenza a enologia. Diventato un giovane enologo pieno di passione e con tanti progetti, Lorenzo decide di riprendere i vigneti che gli aveva lasciato il nonno “Papi”.

Ma anche Chiara capisce che non poteva mancare dagli affetti familiari e ritorna per aprire, con il germano, una Cantina vinicola come desiderava il nonno. Loro due eredi di un vignaiolo non potevano che chiamarsi Eredi dei Papi.

Iniziamo gli assaggi insieme a Chiara, con le bollicine del rosato “Fuori Onda”, metodo classico a base Montepulciano dal color rame brillante, versatile e complesso allo stesso tempo.

A seguire entrano in gioco gli autoctoni laziali come la Malvasia Puntinata e il Cesanese, accompagnati da alcune varietà internazionali. In ordine Albagia, Caparbio e Schietto sono i bianchi di annata e Composto il rosso che unisce il Syrah a altre uve a bacca rossa. Poi ci sono le Edizioni limitate rappresentate da un bianco “Galatea” e un rosso, il “Neralbo”. Le etichette sono dei disegni moderni in rilievo, molto piacevoli alla vista e al tatto, impreziosite da elementi lucenti, attraverso quel concetto che per i designer si chiama Family Look.

  • Galatea – IGT Lazio Malvasia Puntinata. Galatea è un’etichetta dell’azienda prodotta esclusivamente nelle annate in cui la natura regala le migliori espressioni di Malvasia Puntinata. Le uve, accuratamente selezionate e raccolte a mano con una vendemmia leggermente tardiva, vengono messe a fermentare in botti di castagno da 350 litri. Segue un affinamento nelle stesse botti per 9 mesi e in acciaio per ulteriori 3 mesi. Al centro dell’etichetta una stella blu che brilla d’oro. Esplosione di frutta gialla matura, con note speziate di vaniglia e cannella unite a note dolci come il caramello e il miele. Una morbidezza accompagnata da una leggera freschezza che ne invoglia la beva, un sorso ricco e un finale lungo che torna con note di frutta secca, mandorla.
  • Neralbo – IGT Lazio Syrah, Uve di Syrah vinificate in purezza, frutto di una selezione estrema dei migliori grappoli che danno vita ad una tiratura limitata di bottiglie. Un affinamento di 12 mesi in acciaio e una permanenza di altri 12 mesi in barrique hanno reso Neralbo un vino in continua evoluzione, possente ed equilibrato, sensuale e puro al naso e al palato, elegante e austero nella sua complessità. Quindi la caratteristica della speziatura e del pepe, sono armonizzate con note fruttate e meno austere.

Degustazione verticale del Syrah “Neralbo”

Una degustazione affascinante e rivelatrice quella dei Syrah Neralbo della Cantina Eredi dei Papi, che ci ha permesso di esplorare tre annate (2018, 2019, 2020) e di confrontare il comportamento del vino nei formati classici da 0,75 l e magnum. Un viaggio sensoriale che racconta la mano del produttore, la voce del territorio e l’influenza decisa delle annate.

Neralbo 2020 – Formato 0,75 l

Annata calda e poco piovosa, e si sente: il vino si presenta con una spiccata nota speziata, un mosaico di spezie dolci e orientali, affiancate da un profilo erbaceo che richiama le erbe mediterranee. In chiusura, emerge un’interessante nota ferrosa, quasi ematica, che conferisce carattere e profondità al sorso. Un vino intrigante, diretto e sincero, che riflette bene l’annata.

Neralbo 2020 – Formato Magnum

Il formato più grande amplifica la complessità aromatica: oltre alle note già presenti nella versione standard, si avverte una leggera ma seducente sfumatura affumicata e un tocco di liquirizia che aggiunge profondità. Al palato, la struttura risulta più coesa, con una persistenza decisamente superiore. La maturazione in magnum sembra regalare un’espressione più elegante e stratificata di questo Syrah.

Neralbo 2019 – Formato 0,75 l

Un’annata felice, con un buon equilibrio climatico, che si riflette in un vino di grande armonia. Al naso e in bocca, si impone con eleganza e complessità: le componenti fruttate, speziate e vegetali sono perfettamente fuse in un corpo strutturato ma sempre equilibrato. Il tannino è setoso, integrato, senza spigoli. Un vino rotondo, pieno, che mostra una maturità stilistica evidente.

Neralbo 2019 – Formato Magnum

Rispetto alla bottiglia da 0,75 l, questa versione magnum rivela una maggiore freschezza, con note vegetali più vivaci che alleggeriscono la beva e prolungano il sorso. L’equilibrio resta impeccabile, ma con un tocco più “verde” che lo rende potenzialmente ancora più longevo. Un vino che riesce a unire forza e slancio.

Neralbo 2018 – Formato 0,75 l (prima annata)

L’esordio di Neralbo avviene in una delle annate più difficili: la pioggia a intermittenza e la vendemmia scarsa hanno portato a una selezione quasi maniacale delle uve. Il risultato è un vino sorprendente per bevibilità e carattere. Frutto in primo piano, accompagnato da note aromatiche di erbe e spezie che lo rendono coinvolgente e piacevole. Un Syrah ancora “giovane” nella visione produttiva, ma già ricco di personalità.

Il Neralbo si conferma un Syrah dal carattere deciso, capace di interpretare in modo autentico le annate e il territorio. Il confronto tra i formati rivela chiaramente come il magnum offra maggiore profondità, freschezza e potenziale evolutivo. Le annate 2019 e 2020 spiccano per completezza e finezza, mentre il 2018 rappresenta un debutto coraggioso, che già lasciava intravedere una direzione precisa.

BEREBIANCO 2025

Una popolarissima schiera di amatori ha accolto a Roma I tanti produttori di vini bianchi italiani nella terza edizione di Berebianco. banchi d’assaggio e ben 8 Masterclass, ma il cuore del programma è stata la cultura dell’invecchiamento dei vini bianchi fermi, guardando a particolari processi di vinificazione di varietà diversissime, note e meno note.

Francesco D’Agostino, direttore di Cucina & Vini, e Antonio Di Spirito, affermato autore enogastronomico, hanno saputo costruire un evento ricco di spunti di studio combinato a grande popolarità nello stile.

La scommessa degli autori è stata riposta nell’obiettivo di espandere la cultura e la consapevolezza dei consumatori verso i vini bianchi di qualità, orgogliosi già delle evoluzioni dei nostri rossi. Non è casuale che i valori sul mercato tra le due categorie vedano un gap più accentuato nel nostro paese rispetto ad altri.

Si è anche celebrato e condiviso coi partecipanti un orgoglio italiano da scoprire e far crescere come parte dell’identità vitivinicola del nostro paese, integrando tutte le regioni. Inoltre è affermato ormai che il valore commerciale segue lo stimolo dei mercati internazionali, con attuale tendenza verso la crescita dei bianchi.

Ma partiamo dal Sud Italia, con l’Etna DOC Superiore di Federico Curtaz: sapidità e fragranza si spalleggiano l’un l’altra a ottenere un Carricante in purezza di chiara e distinta eleganza, con aromi primari ricchissimi e sapori ottenuti a combinare varietà ed eleganza quasi austera, come solo un piemontese potrebbe fare.

La Basilicata di Cantine del Notaio offre, da istrionici, un Aglianico vinificato in bianco che segna una tendenza in espansione anche in Campania: “La Parcella” esige rispetto reciproco e un compiuto scambio di complimenti tra il degustatore e il produttore.

La Campania con Casa Setaro e il suo “Contrada 61.37” si presenta con una originale espressione non solo del blend tra Caprettone, Greco e Fiano, ma dell’ironia della Smorfia Napoletana che nei due numeri identifica “Bosco” e “Monaco”: ciò serve a comunicare la zona di produzione “Bosco del Monaco” che il disciplinare del Vesuvio DOC non riesce ancora a consentire sull’etichetta. Bel gioco, di elegante ironia e sapori lunghi e indimenticabili. 

E non si fermano qui: il loro Lachrima Christi, Caprettone in purezza e affinato in anfora dopo un breve passaggio in legno scarico, sposa eleganza e intensità minerale sorprendendo il naso prima del palato.  Il coraggio si spinge al rosato di Piedirosso, dove Lachrima Christi si qualifica col nome della vigna “Munazei” e offre spunti tannici elegantemente domati dalla singolare mineralità marittima.

Una bella elaborazione di Alois del Pallagrello Bianco, che inizia a essere conosciuto anche sul mercato americano, vede il Pallagrello Bianco “Morrone” come antesignano di versioni a maturazione spinta e da selezioni cru di uve con caratteristiche rare anche per i Monti Trebulani nel Matese: profumi complessi e suadenti, d’una tessitura barocca più che eloquente anche al palato più fine. 

Concludiamo l’escursione in Campania con una nota eccellenza, Marisa Cuomo e i suoi blend di Falanghina e Biancolella della Costa d’Amalfi. “Furore” e “Ravello” sono un omaggio all’eleganza e alla raffinatezza di quelle coste mozzafiato, in cui a diverse altitudini si esplicitano, con la stessa combinazione 60% Falanghina e 40% Biancolella, diversi sentori floreali e diverse mineralità spinte ad albergare nella splendida leggerezza delle morbidezze di questi vini, votati a grande gastronomicità.

L’Abruzzo di Marramiero, protagonista indiscusso nell’ultima Masterclass, presenta ai banchi “Altari” 2018, un Trebbiano particolarissimo per sentori di miele e spezie bianche, con accento fumé di particolare pregio gustativo. 

Iniziamo la visita nel Lazio a Casale del Giglio con il “Faro della Guardia” ossia una Biancolella di Ponza estremamente piacevole e fresca, il cui corredo gustativo abbraccia fiori e mineralità unici. “Anthium” è invece il loro Bellore canonico, atteso da chi ne conosce già le peculiarità gustative di estrema piacevolezza e suadenza. “Antinoo” è invece la loro sfida a combinare Chardonnay e Viognier, vincendola nel nome di una immediata piacevolezza e versatilità gastronomica. Di loro abbiamo già scritto nell’articolo Napoli: a Palazzo Cappuccini si ripercorre la storia dell’Agro Pontino con i vini di Casale del Giglio.

Degustare il Frascati Superiore di Fontana Candida è come una passeggiata in una vacanza tra i colli, trasportando la mente in un luogo dove la leggerezza si alterna a tradizioni antiche e scevre di ogni sofisticazione.  L’originalità nel viaggio, però, la troviamo in una cantina che si staglia alle spalle di Sperlonga, estendendosi tra un mare incontaminato e le ripide colline a ridosso dei Monti Cecubi che danno il nome alla cantina stessa. Il loro “Caecubum”, un blend di Fiano al 70% e di Falanghina al 30%, esprime l’ampiezza olfattivo-gustativa dei vini di un piccolo areale di antichissime tradizioni e dal prodotto originale per la sua mineralità.

La Sardegna di Alghero è presente con Podere Guardia Grande ed il “Saldenya”, un Vermentino di Gallura ricco in sapidità e denso di aromi floreali inconsueti per il suo territorio. 

Saliamo in Umbria a visitare Antonelli San Marco, noto per il suo Montefalco Sagrantino, qui con le versioni del Trebbiano Spoletino, “Trebium” e la riserva “Vigna Tonda”, che risaltano per freschezza e ampiezza dei sentori primari come i floreali di mandorla e biancospino misti ad agrumi e frutta tropicale.

Il Veneto de La Tordera presenta un Incrocio Manzoni di particolare fattura: “Il Preciso” mira all’equilibrio tra complessità di fiori bianchi ed eleganza grazie al “papà” Riesling, saldo su una struttura di tutto rispetto per un bianco.

Roccolo Grassi produce Garganega elaborata su terreni calcarei, non vulcanici come nell’area di Monteforte, perciò leggera e lunga di sapore per un vino bianco incentrato sull’equilibrio e sulla scelta di una spinta maturazione a generare sapori lunghi per intensità e persistenza.

In un salto verso le Alpi approdiamo in Friuli, dove le escursioni termiche regalano da sempre corredi aromatici originalissimi. Zorzettig e i suoi Friulano, Ribolla Gialla, Pinot Grigio, fino all’espressione di uno Chardonnay allontanato dalla fragranze e avvicinato a maggior mineralità, ha contribuito a far conoscere i vini del Friuli, riservando la consueta accoglienza ai palati di tutti gli astanti.

L’Alto Adige di Cantina Terlano ricorda che questa splendida terra di spumanti è anche generosa di eccellenti bianchi fermi: il loro Gewürztraminer è davvero esemplare e apre la strada ai Pinot Grigio e Bianco, più leggeri ma egualmente capaci di stupire per eleganza sia il naso che il palato.

La Liguria di Lunae rappresenta uno spettacolare esempio di Vermentino, per corredo aromatico e per equilibrio tra sentori primari e mineralità.

Il Piemonte presenta il Timorasso dei Colli Tortonesi di Vietti, subito distinto per sentori di albicocca e agrumi misti a un senso d’insorgente idrocarburo. Tratti tipici del varietale scoperto solo quarant’anni fa. dopo secoli di desuetudine nella coltivazione.

Il futuro del vino italiano è Donna: a Roma la “rivoluzione del movimento delle Sbarbatelle”

C’è un vento nuovo che soffia tra i filari delle vigne italiane, e porta con sé profumo di entusiasmo, passione e sensibilità tutta al femminile. È l’onda rosa delle Sbarbatelle, il movimento di giovani produttrici under 35 che sta rivoluzionando il panorama vitivinicolo italiano, mescolando radici profonde e visioni coraggiose. E nel 2024, questa energia contagiosa approda a Roma, nella raffinata cornice dell’A.Roma Lifestyle Hotel, grazie all’impegno di AIS Lazio.

Donne, Vino e Visione: Una Nuova Stagione per l’Italia del Vino

Se è vero che il vino nasce dalla terra ma racconta l’anima di chi lo produce, le etichette delle Sbarbatelle sono veri e propri ritratti liquidi, dipinti con grazia e determinazione da giovani donne che hanno scelto di scommettere su se stesse e sul futuro delle proprie aziende.

Il movimento, nato nel 2017 da un’idea di Paolo Poncino con il sostegno di AIS Piemonte, oggi rappresenta molto più di un gruppo di produttrici: è un simbolo di emancipazione, competenza e amore per il territorio. Le Sbarbatelle sanno coniugare tradizione e innovazione, portando avanti aziende storiche o fondandone di nuove, sempre con uno stile personale che unisce rigore tecnico e sensibilità femminile.

Intervisto la Presidentessa del Movimento Sbarbatelle, Giulia Arrighi che sottolinea i valori del movimento che si riassumono in un concetto concreto di unione e scambio tra colleghe in modo da fare rete e crescere insieme grazie allo scambio continuo di esperienze.

Il Valore della Bellezza e della Sensibilità nel Calice

C’è una qualità speciale nei vini delle Sbarbatelle. Non è solo una questione di tecnica o terroir, ma di sguardo sul mondo. La sensibilità femminile si riflette nella scelta delle uve, nella cura del dettaglio, nel rispetto per la natura e nella capacità di raccontare attraverso ogni sorso un’emozione autentica.

Il banco d’assaggio di Roma sarà una finestra su questa dimensione, dove accanto alla qualità delle etichette si percepirà la storia, il sacrificio e la visione di giovani donne che, con il proprio tocco, sanno dare bellezza e profondità al vino italiano.

Un Manifesto di Coraggio e Talento

Sbarbatelle a Roma non è solo un evento, è un messaggio potente di empowerment. In un settore ancora in parte dominato da logiche maschili, queste giovani produttrici dimostrano che il talento non ha genere. Ogni etichetta è il volto di una donna che si è rimboccata le maniche, ha preso decisioni difficili e ha saputo innovare, senza mai perdere di vista la qualità e l’identità del proprio vino.

Con aziende come Bruna Grimaldi, Castello di Uviglie, Donato D’Angelo, Tenuta Placidi, Velenosi e tante altre, la manifestazione celebra la forza creativa delle donne e la loro capacità di emozionare attraverso il vino.

Vino, Solidarietà e Speranza

Oltre alla passione per il vino, AIS Lazio dimostra un impegno concreto anche nel sociale, partecipando ogni anno con una squadra alla Race for the Cure, per sostenere la ricerca e la prevenzione contro il tumore al seno. Una presenza che ribadisce quanto il mondo del vino sappia essere vicino alle persone e ai valori più autentici.

Brindare al Futuro, con il Cuore e con il Sorriso

Sbarbatelle a Roma è molto più di un appuntamento enologico: è un brindisi collettivo al futuro del vino italiano, un invito a scoprire quanto le nuove generazioni possano innovare e sorprendere, con grazia, eleganza e tanta determinazione.

Inoltre, per la prima volta le Sbarbatelle sono state presenti con il loro stand al Vinitaly 2025 nel Padiglione 10 del Piemonte. Il successo è stato incredibile tanto che nemmeno loro se lo aspettavano. Il vino è donna, il vino è bellezza, il vino è futuro. E le Sbarbatelle sono pronte a raccontarcelo, un calice dopo l’altro.

Napoli: a Palazzo Cappuccini si ripercorre la storia dell’Agro Pontino con i vini di Casale del Giglio

Che c’entra il Cappelletto di Ferrara con Casale del Giglio, azienda vinicola di Ferriere nel cuore dell’Agro Pontino? Bisogna andare indietro di quasi un secolo per capirlo, quando la più grande opera di bonifica mai compiuta in Italia, quella delle Paludi Pontine, portò tra il 1929 e il 1939 migliaia di ferraresi a emigrare per lavorare come operai e coloni nelle terre risanate. Con loro si trasferirono anche le tradizioni culturali e culinarie, lungo la dorsale compresa tra i Monti Lepini, i Monti Ausoni, il mar Tirreno e il Promontorio del Circeo.

Casale del Giglio ha scelto di omaggiare questa storia bellissima, intrisa di lavoro e sacrificio, per presentare le nuove annate dei suoi vini. Lo ha fatto a Napoli con un pranzo evento a Palazzo Cappuccini, alla presenza di Antonio Santarelli, patron della cantina.

Casale del Giglio fu fondato nel 1967 da Dino Santarelli a Ferriere, in provincia di Latina. Antonio, il figlio, inizia giovanissimo a collaborare e, nel 1985, traghetta l’azienda verso una grande trasformazione, epocale per quei tempi: la sperimentazione in campo enologico. Con la collaborazione di un team di agronomi e di Paolo Tiefenthaler, enologo storico della cantina,  vennero messi a dimora oltre 60 ceppi di diversi vitigni.

“Ho semplicemente deciso di seguire le orme e il progetto di mio padre”, ha spiegato Santarelli durante l’evento napoletano. E il tempo gli ha dato ragione perché oggi Casale del Giglio può contare su un patrimonio ampelografico vasto, che spazia dai vitigni autoctoni laziali, come Bellone e Cesanese, fino agli internazionali: Syrah, Petit Manseng, Petit Verdot e Viognier, ormai adottati di diritto nel Lazio.

Il pranzo a Palazzo Cappuccini è stato prima di tutto un evento di valorizzazione del territorio, l’Agro Pontino, trasformato in poco meno di un secolo da acquitrino malarico e paludoso in un territorio di frontiera per l’attività vitivinicola. Abbiamo ascoltato la storia delle genti di Ferrara e delle tradizioni gastronomiche rivisitate con prodotti locali, dalle parole della giornalista Maria Corsetti.

Ci siamo incantati osservando le mani della “Sfoglina” Fiorella Guerzi che ha offerto un saggio nella preparazione dei cappelletti, lavorando e tirando una pasta sottilissima, modellata poi con abile maestria.

“Il segreto sta nel ripieno”, spiega con scarne parole la signora Guerzi, “carne di ottima qualità – manzo, pollo, maiale e salame ferrarese – che viene bollita, tritata, condita con parmigiano, sale e noce moscata”. Lei, insieme a Paola Sangiorgi, ne ha preparati più di mille in occasione dell’evento per la stampa.

Dopo l’aperitivo a base di salame ferrarese, li abbiamo finalmente a degustati a tavola. A raccontare i vini di Casale del Giglio in abbinamento al pranzo, è stato Tommaso Luongo, presidente di AIS Campania.

Con i cappelletti in brodo di gallina sono stati serviti Anthium 2023 e Radix 2020 entrambi da Bellone in purezza, vitigno autoctono laziale che predilige climi marittimi ed è particolarmente resistente al caldo. Naso delicato di agrumi dolci, frutta tropicale matura e fiori campestri, Anthium ha un sorso saporito e intrigante, che richiama continuamente il successivo grazie alla chiusura sapida. Più complesso e strutturato il Radix, immediatamente su sentori iodati che delineano i contorni di un naso ricco di sfumature e di cesellata precisione: frutta gialla succosa, erbe mediterranee, spezie dolci, cocco rapé, resina di pino e lievi nuance lattiche per una sorso di corpo, a tratti masticabile, di grandissima sapidità.

In accompagnamento al ripieno delicato e compatto del cappelletto e alla sua sfoglia callosa, Anthium soprattutto crea un piacevole gioco di assonanze con la speziatura della noce moscata.

Dopo il cappelletto non poteva mancare il bollito di manzo, vitello e gallina, accompagnato da giardiniera e  mostarda artigianali.

La seconda coppia di vini in abbinamento è composta da Matidia 2023, Cesanese in purezza, e Mater Matuta 2019 blend di Syrah e Petit Verdot.

Fresco, giovane, croccante, il Matidia offre un naso di frutti e fiori fragranti, una bevuta scorrevole e snella. In abbinamento a manzo e vitello ci convince di più Mater Matuta, in cui prevale il carattere speziato e scuro della Syrah; il sorso caldo e avvolgente intessuto da fitta trama tannica, è capace di reggere anche  la sfida con la speziatura piccante della mostarda.

Con la gallina invece ritorniamo con piacere su Radix 2020: la delicata presenza tannica dovuta alla macerazione sulle bucce, accompagna la carne bianca in maniera ottimale.

La chiusura di pranzo è stata affidata a un’altra prelibatezza originaria della bassa del Po: la torta Sbrisolona Mantovana, dolce a base di mandorle da servire in pezzi grossolani e sbocconcellare in abbinamento a un vino dolce. Aphrodisium 2023 Vendemmia Tardiva è un blend di Petit Manseng, Viognier, Greco e Fiano. Color oro nuziale ha naso di confettura di albicocche, miele d’acacia e fior d’arancio. Il sorso dolce non stanca mai  grazie alla struttura fresco sapida in perfetto equilibrio.

Accompagnato alla frolla sbriciolata ci riporta, in un viaggio a ritroso di proustiana memoria, ai profumi dolci che avvolgevano casa nel periodo pasquale.

Vinitaly 2025: visita al padiglione della Regione Lazio

Era il 1980 quando nelle sale cinematografiche uscì “L’aereo più pazzo del mondo”, e molti ricordano ancora quella celebre scena in cui si accendeva la scritta lampeggiante “PANICO”. Ecco, così, in modo un po’ surreale ma perfettamente realistico, è iniziata per molti operatori del settore la 57ª edizione di Vinitaly, tra timori legati agli annunciati dazi USA e tensioni internazionali. Ma, come spesso accade, la realtà ha superato ogni aspettativa, trasformando quel presunto “panico” in entusiasmo, concretezza e visione.

Vinitaly 2025 si è confermata una delle edizioni più dinamiche e strategiche degli ultimi anni. Non solo per l’ottimo afflusso di pubblico e operatori del settore, ma soprattutto per la qualità degli incontri business-oriented e l’energia percepita in ogni padiglione. Un segnale forte in un momento storico in cui il mondo del vino cerca nuove chiavi di lettura, nuove narrazioni, nuovi modi per emozionare e restare rilevante, specialmente tra i giovani e i consumatori più consapevoli.

E tra le regioni protagoniste, il Lazio ha lasciato un’impronta indelebile. Non solo per i suoi vini sempre più apprezzati, ma per un progetto ambizioso, visionario e fortemente identitario. Il nuovo padiglione del Lazio, posizionato in area Cangrande, è stato uno dei punti focali della manifestazione: 2.450 mq ispirati agli antichi acquedotti romani, con un concept architettonico firmato Westway Architects che ha unito la monumentalità della storia con l’essenzialità del design contemporaneo. Un’autentica opera d’arte al servizio della comunicazione territoriale.

Il piano inferiore ha accolto con eleganza la lounge istituzionale, gli stand delle 62 cantine partecipanti, e partner di prestigio come la Camera di Commercio di Roma, Acqua Filette, Fondazione Italiana Sommelier, Blu Banca e Di Marco. Il piano superiore, invece, è stato il cuore pulsante delle relazioni: area stampa, due sale masterclass, uno spazio ristorante stellato e tante opportunità per raccontare, confrontarsi, approfondire.

L’Assessore Giancarlo Righini ha sintetizzato così lo spirito dell’evento:

“Il 2025 sarà l’anno della consacrazione della nostra regione. Stiamo rivoluzionando il modo di raccontare il Lazio, offrendo una nuova narrazione che unisce tradizione, eccellenza produttiva e modernità. Il nostro padiglione è il biglietto da visita di una regione che non vuole più restare in ombra.”

Prosegue il Commissario di ARSIAL, Massimiliano Raffa:

“Abbiamo raddoppiato la nostra partecipazione alle fiere dal 2023 ad oggi. Gli investimenti sono saliti del 120%, e oggi portiamo il Lazio in prima linea, unendo il meglio del vino con la nostra cucina, la nostra storia, la nostra capacità di innovare.”

Il concept scelto per l’edizione 2025 è stato potente e poetico: LAZIO MONUMENTAL TASTE. Un invito a scoprire il gusto monumentale di una terra ricca di fascino, che fonde millenni di storia con l’eleganza di un calice ben fatto. Il vino come chiave di lettura di un’identità forte, che parla attraverso sapori, colori e profumi inconfondibili.

E proprio i numeri confermano il successo:

• 18.000 ettari di vigneti

• 3 DOCG, 27 DOC, 6 IGT

• 37 vitigni autoctoni

• Oltre 400 cantine attive

• Una vendemmia 2024 che ha raggiunto 730.000 ettolitri (+64% rispetto al 2023), con una netta prevalenza di vini bianchi (74%).

A rendere l’esperienza ancora più coinvolgente, un programma fittissimo:

• 8 masterclass blind tasting curate dalla Fondazione Italiana Sommelier

• 3 masterclass dedicate ai Consorzi del Lazio

• Una masterclass esclusiva firmata Gambero Rosso sui “Tre Bicchieri” laziali

• Un’area ristorante guidata da Marco Bottega (Aminta Resort, 1 stella Michelin), con apertura affidata allo chef Doriano Percibialli (La Locanda Dorica – Velletri), interprete raffinato del territorio dei Castelli Romani.

Presenti i Consorzi del Cesanese del Piglio, con la Presidente Pina Terenzi, dei vini Frascati con il Presidente Andrea Evangelisti e il Consorzio Roma DOC con la Presidente Rossella Macchia e, i relativi territori degnamente rappresentati dalle cantine presenti al Vinitaly. Non è mancato un momento di networking divertente e popolare: il Pinsa Party ha animato il padiglione la sera del 6 aprile, tra vini, musica e la regina della tradizione romana.

Vinitaly 2025 ha dimostrato che il vino è molto più di un prodotto: è un linguaggio, un’emozione, una finestra aperta sul futuro. E il Lazio, con il suo gusto monumentale, ha parlato forte e chiaro.

Bellone Lab 0.1: il Lazio vitivinicolo si unisce per il futuro del suo vitigno autoctono

L’Italia è una terra di straordinaria biodiversità vitivinicola, un mosaico di territori in cui ogni angolo custodisce un tesoro unico: i vitigni autoctoni. Sono loro a fare la differenza, testimoni di storia, cultura e tradizioni radicate nel tempo. Dai celebri Nebbiolo, Sangiovese e Aglianico ai recenti e straordinari Timorasso, Pecorino e Nerello Mascalese, ogni varietà racconta il carattere del proprio territorio attraverso vini dall’identità inconfondibile. In un mondo del vino sempre più globalizzato, l’Italia si distingue per questa ricchezza e per la capacità di valorizzarla, regalando agli appassionati esperienze sensoriali irripetibili.

Tra questi gioielli enologici, il Bellone emerge con forza come uno dei vitigni bianchi più interessanti del Lazio, una varietà che, dopo anni di relativa marginalità, sta vivendo una riscoperta entusiasmante. Il convegno “Bellone Lab 0.1”, organizzato dalla Cooperativa Cincinnato a Cori il 13 marzo, ha rappresentato il punto di partenza di un percorso di valorizzazione e crescita per questo vitigno.

Un evento tecnico e strategico per il futuro del Bellone

L’evento si è articolato in due momenti chiave: un convegno tecnico con l’analisi dei dati scientifici e produttivi e una tavola rotonda con produttori, enologi e istituzioni per definire strategie di sviluppo. Il tutto si è concluso con una degustazione che ha visto protagonisti i vini da uve Bellone di ben 21 aziende laziali, un segnale chiaro dell’interesse crescente per questa varietà.

Il presidente della Cincinnato, Nazareno Milita, ha sottolineato l’importanza dell’incontro come stimolo per tutto il settore vitivinicolo laziale: “Bellone Lab 0.1 non vuole essere solo un evento, ma l’inizio di un percorso per rafforzare l’identità vitivinicola della regione e renderla più competitiva sui mercati nazionali e internazionali.”

E i numeri parlano chiaro. Dopo un lungo declino, il Bellone ha registrato un incremento del 15% negli ultimi cinque anni, segnale di un rinnovato interesse sia da parte dei produttori sia del mercato. Un trend positivo che conferma il potenziale di questo vitigno autoctono come ambasciatore del Lazio enologico.

Dalla ricerca alla strategia: il ruolo del Bellone nel Lazio vitivinicolo

Il convegno, moderato dal giornalista Fabio Ciarla de Il Corriere Vinicolo, ha visto la partecipazione di esperti del settore:

Riccardo Velasco, direttore di CREA Viticoltura Enologia, ha evidenziato il valore della ricerca applicata per migliorare la resistenza del Bellone alle malattie e valorizzarne le caratteristiche enologiche.

Giovanni Pica (Arsial) ha fornito dati sulla diffusione del vitigno, confermando la tendenza di crescita degli autoctoni laziali a discapito delle varietà internazionali.

• Gli enologi Mattia Bigolin e Pierpaolo Pirone hanno analizzato le peculiarità del Bellone nei diversi territori, evidenziando le potenzialità di questa varietà nella produzione di vini bianchi di alta qualità.

A seguire, la tavola rotonda ha coinvolto istituzioni e produttori in un acceso dibattito sulle strategie future. Il consigliere regionale Vittorio Sambucci ha ribadito l’impegno della Regione Lazio nel supportare il settore, mentre Nicola Tinelli, responsabile dell’Unione Italiana Vini, ha sottolineato come la valorizzazione dei vitigni autoctoni sia una delle chiavi per distinguersi nel mercato globale.

Dal lato dei produttori, si è discusso dell’importanza di fare squadra, con interventi di Nazareno Milita (Cincinnato), Antonio Santarelli (Casale del Giglio) e Marco Carpineti (Carpineti Vini). L’idea di unire le forze sotto un’unica bandiera, quella del Bellone, per rafforzare l’identità vitivinicola laziale ha riscosso ampio consenso.

Il momento della verità: la degustazione dei vini da Bellone

Dopo teoria e strategia, è arrivato il momento della pratica: la degustazione. 21 aziende hanno presentato i loro vini da Bellone, serviti dai sommelier della delegazione AIS di Latina. Una panoramica che ha mostrato le molteplici sfaccettature del vitigno, dalla freschezza e sapidità delle versioni più giovani alla complessità dei vini affinati.

Tra le cantine partecipanti: Casale Del Giglio, Marco Carpineti, Cincinnato, Cantina Bacco, Divina Provvidenza, Tenute Filippi e molte altre, tutte accomunate dalla volontà di far emergere l’identità autentica del Bellone.

Verso il futuro: appuntamento a Vinitaly e “Bellone Lab 0.2”

L’entusiasmo generato dall’evento non si spegnerà presto. Il prossimo appuntamento per i produttori sarà Vinitaly (6-9 aprile 2025), dove il Bellone sarà protagonista di un rinnovato padiglione Lazio. Ma la vera sfida sarà la continuità: l’appuntamento è già fissato per il 2026 con “Bellone Lab 0.2”, un’edizione che promette di consolidare il percorso intrapreso. Grazie alla perfetta organizzazione di Giovanna Trisorio, il “Bellone Lab 0.1” ha posto le basi per un nuovo slancio del Lazio vitivinicolo. Il Bellone non è più solo un vitigno da riscoprire, ma un’opportunità concreta per rilanciare un’intera regione nel panorama enologico italiano e internazionale.

Roma: ristorante Checchino dal 1887

Ci sono luoghi a Roma che sono capitoli di storia, frammenti d’anima, custodi di un tempo che scorre senza svanire ed il ristorante Checchino dal 1887 ne è un fulgido esempio. Si trova nel Rione Testaccio, sotto l’ombra silenziosa e materna dell’ottavo colle della città, in romanesco detto anche Monte de’ cocci.

Qui la Città eterna nasconde i suoi segreti più antichi, grazie anche alla quiete del rione, orgoglioso della sua frastagliata identità. Resta forse uno degli ultimi spazi non omologati al turismo, che trova in questo ristorante l’inno alla romanità più autentica. La cucina di Checchino dal 1887, infatti, è una carezza ruvida, vera e intensa, che profuma di antiche usanze. Il regno delle frattaglie, dell’orgoglio popolare, del sapore pieno che racconta un’epoca lontana in cui nulla si buttava e tutto si celebrava con rispetto.

Non si viene solo per gustare piatti saporiti e appaganti, si viene per ascoltare anzitutto il respiro calmo di Testaccio, per sentire il calore di un’ospitalità che sa di casa, per affondare la forchetta nella tradizione più pura. Varcando la soglia ci si ritrova in una macchina del tempo che conduce in un viaggio attraverso i secoli e la storia, nel mito e nel cuore della Capitale.

Andiamo con ordine: il viaggio ha inizio tra il periodo augusteo e la metà del III sec. d.C. quando il Tevere rappresentava una via facilmente navigabile. Qui sorgeva uno dei tanti porti fluviali della Roma Imperiale, denominato Emporium, snodo importante per sostenere il rifornimento di una città di un milione di abitanti.

L’olio di oliva era una merce preziosa ed abbondante, proveniente in gran parte dalla Betica (l’attuale Andalusia) in anfore che, a causa della rapida alterazione dei residui e non essendo smaltate al loro interno, non potevano essere riutilizzate. L’ingegno in questa terra non è mai mancato e, con minuziosa laboriosità e precisione, i cocci – si stimano oltre 53 milioni di anfore – sono stati diligentemente impilati e sparsi di calce; nacque così quello che molti definiscono l’ottavo colle (artificiale) di Roma, o Monte Testaccio, dal latino “mons testaceus“, appunto “dei cocci”.

Il monte, alto 54 metri e con una circonferenza di circa 1 chilometro si estende su una superficie di 22.000 metri quadrati e costituisce un sito archeologico unico nel suo genere, che può considerarsi il più importante archivio di storia economica pervenuto dall’antichità grazie ai tituli picti sulle anfore, note scritte con la data consolare, la sigla dell’esportatore, il contenuto e persino i controlli eseguiti durante il viaggio.

Per secoli i romani sfruttarono le proprietà isolanti dell’argilla per ricavarne grotte al cui interno la temperatura media non supera i 10 °C. I locali divennero depositi, cantine, stalle e successivamente, a partire dal medioevo, sede di osterie. Proprio in questo periodo il quartiere si trasformò in un luogo di festa con giochi e manifestazioni popolari: dai più antichi Ludus Testacie (una sorta di corrida) alle note ottobrate romane dell’Ottocento.  

Lorenzo e Clorinda Mariani aprirono inizialmente un’osteria nel 1870, ma quando seppero della costruzione del grande mattatoio vicino, la trasformarono in Trattoria divenendo un punto di riferimento proprio per i lavoranti del mattatoio con una cucina a base di ricette sincere e robuste, nate dalla volontà di non sprecare nulla, nobilitando le parti che nella macellazione erano storicamente considerate meno nobili: il cosiddetto quinto quarto.

Entrando in sala oggi si viene immediatamente accolti dal calore del camino e avvolti da una sensazione di cura e serenità. Arrivano poi i profumi e infine le classiche pietanze: testina di vitella, trippa alla romana, coda alla vaccinara dalla ricetta antica della Sora Ferminia. La pajata coi rigatoni e gli immancabili bucatini cotti in vari modi.

I fratelli Elio, Francesco e Marina Mariani sono i titolari e gestori; Elio e Francesco sono anche sommelier professionisti e grandi appassionati di vino, hanno una cantina molto fornita e sin dagli anni ’50 già contava grandi vini francesi e internazionali, adatti ai sapori intensi e veraci della cucina romana.

Col tempo hanno introdotto negli anni ‘70 una lista delle grappe di fine pasto, che trovò subito l’entusiasmo di Luigi Veronelli ed i carrelli con un’impressionante selezione di formaggi, di cui l’Italia è uno scrigno ricchissimo.

Checchino dal 1887 non ha mai smesso di essere una famiglia, con sei generazioni che si sono avvicendate tra queste mura e la più giovane rappresentata da Simone Mina, figlio di Marina, che nel 2017 apre al primo piano il Cocktail Bar Ch 18 87, mosso da una bruciante passione e forte di vari titoli tra cui quello di Campione italiano AIBES (Associazione Italiana Barmen e Sostenitori).

Il Bloody Mary alla vaccinara, preparato in modo espresso con sugo caldo, o il profumatissimo T-Tini (Rum Martinica con Cordiale Lime Menta e Bergamotto) in abbinamento alla Pajata Arrosto dal menu Angolo Creolo, specifico per AOC Rhum de Martinique, offrono agli ospiti un’esperienza gastronomica completa e sorprendente.

Numerosi i riconoscimenti negli anni: una stella Michelin dal 1991 al 2001, due volte in classifica per The World’s 50 Best Restaurants, nel 2003 e nel 2005. Fa parte dei ristoranti del Buon Ricordo ed è stato insignito del titolo di Bottega Storica. Tra i suoi clienti affezionati Luigi Einaudi e Aldo Fabrizi. Ultima curiosità: è qui che sono stati preparati i Rigatoni con la Pajata che la francese Olimpia assaggiò nella famosa scena del film Il marchese del Grillo.

La Sardegna di Vinodabere 2025 – qualche numero utile per spiegare il successo dell’evento

La Sardegna è una terra di straordinaria bellezza naturale e biodiversità, caratterizzata da una varietà di paesaggi unici che spaziano da coste mozzafiato a montagne selvagge, da pianure rigogliose a colline coltivate con cura. Il clima mediterraneo, con inverni miti ed estati secche, e i venti che soffiano sull’isola influenzano profondamente il territorio, rendendolo ideale per l’agricoltura e, in particolare, per la viticoltura.

La regione vanta una lunga tradizione vinicola, che affonda le radici nella storia millenaria dell’isola. La viticoltura qui non è solo una pratica agricola, ma un elemento culturale e identitario. Grazie alla varietà dei suoli dai terreni sabbiosi delle coste a quelli argillosi e calcarei delle colline e all’esposizione al sole e ai venti marini, la Sardegna offre condizioni ideali per la produzione di vini di alta qualità.

47 aziende e più di 200 vini in degustazione

Sabato 18 e domenica 19 gennaio, all’Hotel Belstay di Roma, è stato possibile incontrare numerosi produttori sardi (47 aziende), rappresentanti delle molteplici aree produttive dell’isola, vere e proprie sub-regioni del vino sardo all’evento di successo La Sardegna di Vinodabere. Con oltre 200 referenze in assaggio tra bianchi, rosati, rossi, vini dolci, ossidativi e perfino bollicine, mi sono immerso nella ricchezza enologica dell’isola, conoscendo i vignaioli che la animano esplorando nel calice lo stato dell’arte della viticoltura sarda, ormai riconosciuta a livello internazionale. Tanti i produttori con cui mi sono fermato a parlare ed ho avuto l’onore di farlo proprio insieme al Direttore Maurizio Valeriani e al giornalista Dario Cappelloni, entrambe grandi esperti di questa bellissima regione.

Il percorso degustativo è stato un vero viaggio sensoriale attraverso le produzioni di territori iconici come Alghero, Anglona, Gallura, Mamoiada, Mandrolisai, Ogliastra, Oliena, Orgosolo, Oristanese, Romangia, Sulcis e il Sud Sardegna. Ogni calice offriva una narrazione unica del terroir, intrecciando tradizione, cultura e innovazione.

La tradizione vinicola si integra perfettamente con la bellezza naturale della Sardegna, creando un connubio unico tra uomo e natura. Le cantine, spesso situate in contesti paesaggistici di rara bellezza, offrono esperienze di enoturismo che permettono di scoprire non solo i vini, ma anche la cultura, la storia e la cucina locale. La Sardegna, dunque, non è solo una terra da visitare per la sua natura incontaminata, ma anche un territorio da assaporare, dove la biodiversità si riflette nei profumi e nei sapori dei suoi vini d’eccellenza.

Un evento che celebra le eccellenze vitivinicole sarde

L’evento La Sardegna di Vinodabere, organizzato dall’omonima testata giornalistica enogastronomica, è giunto alla sua terza edizione e rappresenta ormai un punto di riferimento per il settore enologico sardo. L’occasione per far conoscere il profondo legame che unisce la viticoltura al territorio. I suoli, i venti e il clima della Sardegna conferiscono ai vini un’identità inimitabile, raccontata attraverso esperienze immersive e incontri con i produttori. Ogni cantina presente ha una storia da raccontare, fatta di dedizione, tradizioni tramandate e rispetto per la natura.

La guida di Maurizio Valeriani

La doppia giornata di degustazioni si è distinta per la guida esperta del giornalista Maurizio Valeriani, Direttore di Vinodabere, che ha esplorato l’isola in lungo e in largo, scoprendo realtà meritevoli di essere raccontate e assaporate. Grazie alla sua esperienza, la kermesse ha offerto una vetrina delle cantine sarde, tra cui spiccano le eccellenze che stanno riscuotendo grandi successi nel mondo della ristorazione e dell’hotellerie.