Montalcino: tutte le novità presenti al Vinitaly

La nuova mappa geoviticola di Montalcino e Red Montalcino

Il Consorzio del Vino Brunello di Montalcino ha presentato una novità che segnerà la svolta nella produzione dei vini di Montalcino. La crescente attenzione alle nuove tendenze di mercato e alle esigenze di consumatori sempre più attenti e consapevoli ha infatti reso necessaria una strategia di riorganizzazione territoriale.

Nasce così la nuova mappa dei vigneti di Montalcino, uno strumento pensato per raccontare in modo oggettivo e scientificamente fondato le peculiarità identitarie di questo straordinario territorio. (N.d.r. In questo articolo ci limiteremo a un accenno tecnico, rimandando all’approfondimento curato dai colleghi di 20Italie Ombretta Ferretto e Adriano Romano).

La mappa è stata presentata dal Presidente del Consorzio Brunello di Montalcino Fabrizio Bindocci, insieme ai Master of Wine Gabriele Gorelli e Andrea Lonardi. Fondamentale anche il contributo di Marco Antoni e del Geologo Emilio Machetti della Società Copernico, che hanno curato le attività di ricerca, sviluppo e raccolta dati, frutto di studi approfonditi e accurati su tutto il territorio di Montalcino.

Si tratta di uno dei sistemi più complessi e articolati mai realizzati per analizzare e caratterizzare un territorio vitivinicolo, basato su molteplici fattori:

  • La componente geologica dei suoli
  • Il clima
  • La media delle temperature
  • La media delle precipitazioni
  • I venti
  • L’esposizione
  • L’altimetria

Fabrizio Bindocci, Presidente del Consorzio, ha dichiarato:

“La nuova mappa non presuppone una zonazione rigida del territorio, ma un’unificazione che tiene conto di tutti gli aspetti morfologici dei vigneti. La sua realizzazione, di proprietà intellettuale del Consorzio, è stata possibile grazie a un team di professionisti che vive, lavora e conosce a fondo Montalcino. Le aziende hanno sostenuto questo approccio metodologico, fornendo dati puntuali che contribuiscono a definire le peculiarità del nostro territorio. La mappa costituisce uno standard di riferimento utile per ogni realtà produttiva, offrendo un dettaglio più accurato sulla posizione territoriale di ciascun vigneto. L’unicità di ogni vino nasce proprio dall’interazione tra suolo, clima e tutti i fattori oggetto di questo studio.”

Uno strumento prezioso, quindi, che non solo valorizza il Brunello di Montalcino, ma offre ai produttori e agli appassionati una chiave di lettura nuova, più precisa e scientifica, per comprendere il legame indissolubile tra vino e territorio.

Red Montalcino: la voce contemporanea del Rosso

Se il Brunello è il patriarca carismatico di Montalcino, il Rosso di Montalcino è l’anima giovane e brillante. Non chiamiamolo “fratello minore”: il Rosso di Montalcino è un vino dalla personalità decisa, prodotto con 100% Sangiovese (Grosso), con un approccio più diretto e immediato.

La differenza sta tutta nel tempo: affinamento minimo di un anno, meno legno, più freschezza. Un vino che sprigiona profumi intensi di ciliegia, lampone, mora, intrecciati a note floreali e speziate, con un sorso snello, sapido e di grande bevibilità.

E la grande novità?

Montalcino amplia i suoi confini produttivi: dai precedenti 510 ettari dedicati al Rosso, si passa ad 860 ettari a fronte di una domanda che cresce, in particolare sui mercati internazionali.
Un segnale chiaro: il Rosso di Montalcino non è più un comprimario, ma un protagonista capace di conquistare i palati più attenti.


Le Annate 2023 e 2022: due interpretazioni, una sola anima

2023
Annata fresca e complessa. Il germogliamento tardivo di aprile, le abbondanti piogge di primavera e un’estate senza eccessi hanno regalato uve equilibrate e una maturazione fenolica eccellente. Vendemmia che punta sulla finezza e sull’eleganza.

2022
Decisamente diversa dalla precedente: calda, secca, con picchi sopra i 35°C per oltre un mese. Le piogge estive hanno salvato il raccolto, anticipato e generoso. Vini intensi, concentrati, dai tannini presenti ma armonici, saporiti e densi. Una versione potente e strutturata del Rosso di Montalcino.


In Degustazione: il Rosso come non l’avete mai sentito

Tenute Silvio Nardi 2023
Fine, elegante, con note di sottobosco e frutti rossi. Sorso agile e verticale, tannino sottile e freschezza che invita a un nuovo sorso.

Campogiovanni 2023
Intenso, con sentori di frutti rossi maturi, muschio e pepe nero. Un sorso avvolgente, speziato e ricco.

Val di Suga 2023
Profondo e raffinato, tra rabarbaro, china ed erbe aromatiche. Alterna dolcezza e amaro in un sorso dinamico e setoso.

Fattoi 2023
Deciso e complesso, tra spezie, ferro e confettura di visciole. Profondo e persistente.

La Magia 2023
Profumi di frutti rossi, spezie e torba. In bocca caffè, cacao e spezie in un finale rotondo e armonico.

Sesti 2022
Classico, con note di violetta, tabacco e mandorla amara. Fresco e balsamico, fedele al Sangiovese.

Fanti 2022
Potente e complesso, con ciliegia, visciole e spezie dolci. Sorso ampio, strutturato, da invecchiamento.

Col d’Orcia Vigna Banditella
Complesso e misurato. Profumi che si svelano con il tempo, tra frutta dolce, spezie e note amare. Beva dinamica e persistente.


Il Rosso di Montalcino ha conquistato un ruolo da protagonista, con una voce moderna, fresca e autentica, capace di accogliere chi cerca nel calice una storia da bere fatta di terra, passione e prospettiva.

Un viaggio tra i versanti dell’Etna con Gambero Rosso a Vinitaly 2025

La degustazione condotta da Gianni Fabrizio curatore Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso a Vinitaly

Un momento di approfondimento insieme a Gianni Fabrizio e al presidente del Consorzio Etna Doc Francesco Cambria sulla grande diversità che possono esprimere i vini etnei, sia che siano fatti con l’uva bianca autoctona, il Carricante o con il Nerello Mascalese.

Questa peculiarità, di avere microclimi e tipologie di suoli diversi, è sicuramente dovuta all’altitudine, all’esposizione, all’influenza del mare ed alla stratificazione delle colate laviche, testimoni dell’attività del vulcano attivo più alto d’Europa. Grandi sono le escursioni termiche che si possono avere soprattutto in estate, anche con 20°C di differenza tra il giorno e la notte.

Gianni Fabrizio ha ricordato la previsione fatta in passato, successivamente avverata: era certo che questo territorio avrebbe fatto molto parlare di sé. Negli ultimi 15 anni è diventato un punto di riferimento non solo per la Sicilia ma per l’Italia intera del vino.

La caratteristica dei vini dell’Etna, bianchi o rossi che siano, è anche il grande potenziale di invecchiamento: il Carricante è un vitigno a bacca bianca straordinario e acquisisce nel tempo sentori di pietra focaia e di idrocarburo e il prodotto che si ottiene è sempre sorretto da una vibrante acidità.

Francesco Cambria ha aggiunto che il successo dei vini dell’Etna è stato decretato dal gradimento dei consumatori e degli operatori del settore, che hanno apprezzato le mille sfumature che possono cogliersi, rendendo una bottiglia diversa dall’altra. Proprio per esaltare questa variabilità, unicità ed espressività, a partire dal  2011 il Consorzio ha approvato nel disciplinare la possibilità di indicare nei etichetta le Contrade di provenienza (una sorta di UGA).

I versanti del Vulcano Etna sono terrazzati ed è possibile scorgere in alcune vigne delle piante centenarie, condotte ad alberello, a piede franco. I suoli vulcanici sono infatti sempre stati un ostacolo alla diffusione della fillossera. In queste condizioni la meccanizzazione è impossibile e le lavorazioni avvengono manualmente.

Le aziende che producono vino sull’Etna, per lo più di piccole dimensioni, sono oggi circa 470: non solo vignaioli locali, ma anche celebrità staniere e italiane (Angelo Gaja, ad esempio) hanno voluto investire sul territorio.

La degustazione, a bottiglie coperte, si è articolata in 9 campioni: 3 bianchi, un rosato e 5 rossi.

Solo alla fine sono stati comunicati i nome delle aziende dei vini serviti, che per maggiore fruibilità, riporto di seguito.

Etna Bianco 2023 Tenuta Ballasanti – Versante Est, zona di Mascali. Vinificazione in acciaio, profumi delicati di acacia e buccia di limone. Caratteristica sapidità.

Etna Bianco “A Puddara” 2023 Tenuta di Fessina – Versante Sud, zona di Biancavilla. Un colore più intenso con bagliori dorati. Nota speziata dolce che ricorda la vaniglia e poi sentori agrumati. Mantiene con la sensazione salata il rapporto con il territorio di origine.

Etna Bianco Superiore Contrada Villagrande 2021 Barone di Villagrande – Versante Est, zona di Milo. Vino di una azienda storica che ha visto e partecipato alla nascita della Doc. Mimosa, acacia, cedro, pietra focaia. In bocca è preciso, affilato e si allunga in chiusura con una nota salina.

Etna Rosato Tre Versanti 2024 Giovinco – Le uve di Nerello Mascalese provengono dai  tre versanti e questa tipologia rappresenta una vera sfida ai mercati: il colore ricorda la Provenza, al naso si apprezzano piccoli frutti rossi freschi e succosi e una gradevole nota floreale.

Etna Rosso Contrada Monte Serra 2022 Benanti – Versante Sud-Est. Affinamento in botte grande. Espressione in purezza di Nerello Mascalese di un’altra azienda storica etnea, si apprezzano i sentori di viola mammola, frutta rossa, l’elicriso, il pepe. Tannino che si integra nel vino in modo discreto, componendo un quadro gusto olfattivo molto piacevole ed equilibrato.

Etna Rosso San Lorenzo 2022 Girolamo Russo – Siamo nel versante Nord vicino a Passopisciaro. Colore rubino luminoso. Un vino che si riconosce per la sua eleganza olfattiva, la progressione del sorso, il tannino serico. Riesce sempre a emozionare.

Etna Rosso Piede Franco Quota 900 annata 2021 Tenute dei Ciclopi – Contrada Pino, versante Nord. Vinificazione in tini aperti e affinamento in barrique. Profilo olfattivo che ricorda la mora, il gelso, cardamomo, anice e chiodi di Garofano, scorza di arancia. Buona la persistenza e il tannino integrato magistralmente.

Etna Rosso Zottorinotto Riserva 2019 Cottanera – Versante Nord, Castiglione di Sicilia. Profilo floreale, con inserti fruttati di mirtillo, more, tè nero e un cenno di vaniglia. Tannino vellutato.

Etna Rosso Contrada Santo Spirito 2019 Palmento Costanzo – Versante Nord, Passopisciaro. Fermentazione in tini troncoconici di rovere e affinamento 24 mesi in botti di rovere francese e 12 mesi di bottiglia. Ciliegia, anche sotto spirito, spezie e accenni di pietra focaia. Finale lungo e persistente, con refoli balsamici.

Alla fine della presentazione, è stato proposto un abbinamento con il salmone di Upstream di Claudio Cerati, marinato dolcemente e affumicato con i legni di faggio dell’Appennino Emiliano. Una degustazione che ha confermato la versatilità dei due vitigni autoctoni dell’Etna e soprattutto la bella espressività di un terroir assolutamente unico e sempre in divenire, che vale la pena di conoscere meglio e di andare a esplorare.

Padiglione Alto Adige: i vini della Cantina San Michele Appiano a Vinitaly 2025

Andare al Vinitaly e non visitare il padiglione dell’Alto Adige equivale ad andare a Roma senza vedere il Papa. La visita è avvenuta presso lo stand della Cantina San Michele Appiano – St. Michael-Eppan e ad attendermi c’erano Stefania Mafalda, Alessia Telese di SMstudio e l’enologo Jakob Gasser. Alcune notizie aziendali precedono, come di consueto, le note sensoriali delle etichette degustate.

La Storia della Cantina di San Michele Appiano

La prestigiosa cantina cooperativa San Michele Appiano, fondata nel 1907, è una delle aziende più iconiche e importanti dell’Alto Adige. Al timone della cantina dal 1978 fino a chiusura 2024 il grande enologo Hans Terzer, che ha puntato da subito alla produzione di vini di elevata qualità. Il testimone passa ora al suo discepolo appena trentenne, JaKob Gasser, entrato in azienda nel 2017 e dal 2019 a stretto contatto con Hans Terzer. Giovane e dinamico, porta avanti il progetto con una visione innovativa e rispettosa sia delle tradizioni sia della sostenibilità ambientale. 

Il Terroir

Appiano si trova sulla Strada del Vino in Alto Adige alle porte delle Dolomiti e con oltre 1.000 ettari di vigna, è il più grande comune vitivinicolo altoatesino nel cuore della provincia di Bolzano. I 390 ettari di vigneti dei 320 soci produttori della Cantina sono posti su pendii soleggiati, dove la natura ha tutte le carte in regola per dare origine alla produzione di vini eccellenti. Un’ampia gamma tra bianchi e rossi, da uve Pinot Grigio, Chardonnay, Sauvignon Blanc, Pinot Nero, Pinot Bianco, Lagrein e Gewürztraminer, dà origine alle linee “Sanct Valentin”, “Fallwind” “Classica”, “Annate Storiche”, “The Wine Collection”e “Appius”.

La degustazione dei vini della Cantina San Michele Appiano

Pinot Bianco Eppan-Berg-Schulthaus Alto Adige Doc 2024 – Giallo paglierino, emana sentori di fiori di campo, mela, pera, albicocca e cedro; il sorso è fresco e saporito, setoso, armonioso e delizioso.

Chardonnay Sanct Valentin Alto Adige Doc 2022 – Giallo paglierino dai riflessi dorati, rimanda a sentori di fiori di gelsomino, pera, melone, ananas e nuance di burro fuso. Gusto delicato, fresco, appagante e avvolgente.

Sauvignon Sanct Valentin Alto Adige Doc 2023 – Paglierino luminoso, al naso esprime subito sentori di fiori di sambuco, salvia, mango e ananas. Al gusto è leggiadro, fine, suadente, e persistente.

Gewürztraminer Sanct Valentin Alto Adige Doc 2023 – color oro brillante, sviluppa note di rosa bianca, litchi, frutto della passione e spezie orientali. Fresco e avvolgente in bocca, persiste a lungo.

Sauvignon Blanc The Wine Collection Alto Adige Doc 2020 – Giallo dorato, rivela note di pesca, frutta tropicale, pompelmo e vaniglia; il sorso è ricco, intenso, vellutato, coerente e duraturo.

Appius Alto Adige Doc 2020 – Dorato intenso, sprigiona rapidamente sentori di albicocca, frutta tropicale, vaniglia, passion-fruit, miele e agrumi. Al palato è avvolgente, cremoso e incredibilmente persistente.

Vinitaly 2025: visita al padiglione della Regione Lazio

Era il 1980 quando nelle sale cinematografiche uscì “L’aereo più pazzo del mondo”, e molti ricordano ancora quella celebre scena in cui si accendeva la scritta lampeggiante “PANICO”. Ecco, così, in modo un po’ surreale ma perfettamente realistico, è iniziata per molti operatori del settore la 57ª edizione di Vinitaly, tra timori legati agli annunciati dazi USA e tensioni internazionali. Ma, come spesso accade, la realtà ha superato ogni aspettativa, trasformando quel presunto “panico” in entusiasmo, concretezza e visione.

Vinitaly 2025 si è confermata una delle edizioni più dinamiche e strategiche degli ultimi anni. Non solo per l’ottimo afflusso di pubblico e operatori del settore, ma soprattutto per la qualità degli incontri business-oriented e l’energia percepita in ogni padiglione. Un segnale forte in un momento storico in cui il mondo del vino cerca nuove chiavi di lettura, nuove narrazioni, nuovi modi per emozionare e restare rilevante, specialmente tra i giovani e i consumatori più consapevoli.

E tra le regioni protagoniste, il Lazio ha lasciato un’impronta indelebile. Non solo per i suoi vini sempre più apprezzati, ma per un progetto ambizioso, visionario e fortemente identitario. Il nuovo padiglione del Lazio, posizionato in area Cangrande, è stato uno dei punti focali della manifestazione: 2.450 mq ispirati agli antichi acquedotti romani, con un concept architettonico firmato Westway Architects che ha unito la monumentalità della storia con l’essenzialità del design contemporaneo. Un’autentica opera d’arte al servizio della comunicazione territoriale.

Il piano inferiore ha accolto con eleganza la lounge istituzionale, gli stand delle 62 cantine partecipanti, e partner di prestigio come la Camera di Commercio di Roma, Acqua Filette, Fondazione Italiana Sommelier, Blu Banca e Di Marco. Il piano superiore, invece, è stato il cuore pulsante delle relazioni: area stampa, due sale masterclass, uno spazio ristorante stellato e tante opportunità per raccontare, confrontarsi, approfondire.

L’Assessore Giancarlo Righini ha sintetizzato così lo spirito dell’evento:

“Il 2025 sarà l’anno della consacrazione della nostra regione. Stiamo rivoluzionando il modo di raccontare il Lazio, offrendo una nuova narrazione che unisce tradizione, eccellenza produttiva e modernità. Il nostro padiglione è il biglietto da visita di una regione che non vuole più restare in ombra.”

Prosegue il Commissario di ARSIAL, Massimiliano Raffa:

“Abbiamo raddoppiato la nostra partecipazione alle fiere dal 2023 ad oggi. Gli investimenti sono saliti del 120%, e oggi portiamo il Lazio in prima linea, unendo il meglio del vino con la nostra cucina, la nostra storia, la nostra capacità di innovare.”

Il concept scelto per l’edizione 2025 è stato potente e poetico: LAZIO MONUMENTAL TASTE. Un invito a scoprire il gusto monumentale di una terra ricca di fascino, che fonde millenni di storia con l’eleganza di un calice ben fatto. Il vino come chiave di lettura di un’identità forte, che parla attraverso sapori, colori e profumi inconfondibili.

E proprio i numeri confermano il successo:

• 18.000 ettari di vigneti

• 3 DOCG, 27 DOC, 6 IGT

• 37 vitigni autoctoni

• Oltre 400 cantine attive

• Una vendemmia 2024 che ha raggiunto 730.000 ettolitri (+64% rispetto al 2023), con una netta prevalenza di vini bianchi (74%).

A rendere l’esperienza ancora più coinvolgente, un programma fittissimo:

• 8 masterclass blind tasting curate dalla Fondazione Italiana Sommelier

• 3 masterclass dedicate ai Consorzi del Lazio

• Una masterclass esclusiva firmata Gambero Rosso sui “Tre Bicchieri” laziali

• Un’area ristorante guidata da Marco Bottega (Aminta Resort, 1 stella Michelin), con apertura affidata allo chef Doriano Percibialli (La Locanda Dorica – Velletri), interprete raffinato del territorio dei Castelli Romani.

Presenti i Consorzi del Cesanese del Piglio, con la Presidente Pina Terenzi, dei vini Frascati con il Presidente Andrea Evangelisti e il Consorzio Roma DOC con la Presidente Rossella Macchia e, i relativi territori degnamente rappresentati dalle cantine presenti al Vinitaly. Non è mancato un momento di networking divertente e popolare: il Pinsa Party ha animato il padiglione la sera del 6 aprile, tra vini, musica e la regina della tradizione romana.

Vinitaly 2025 ha dimostrato che il vino è molto più di un prodotto: è un linguaggio, un’emozione, una finestra aperta sul futuro. E il Lazio, con il suo gusto monumentale, ha parlato forte e chiaro.

Amphora Revolution torna a Vinitaly, celebrando l’antica usanza della vinificazione in terracotta

In occasione della 57ª edizione di Vinitaly, alla Fiera di Verona, è tornato protagonista Amphora Revolution, progetto nato dalla collaborazione tra Merano WineFestival e Vinitaly, con un’area interamente dedicata alla vinificazione in anfora, una tecnica antichissima che oggi vive una nuova giovinezza.

Lo spazio espositivo, situato nel Padiglione 8 (stand A8-A9), ha accolto una selezione di eccellenze italiane che si sono distinte per l’uso sapiente delle giare di terracotta, utilizzate in tutte le fasi della vinificazione dalla fermentazione all’affinamento. L’iniziativa è un punto di riferimento per appassionati e professionisti interessati a un approccio produttivo che unisce storia, innovazione e sostenibilità.

Attraverso l’anfora si assiste a un ritorno alle origini del vino: questo stile di vinificazione ha infatti radici antichissime, risalenti a oltre 6.000 anni fa, nelle regioni del Caucaso. Oggi, sempre più vignaioli in Italia stanno riscoprendo tale pratica, affascinati dalla possibilità di produrre vini autentici, capaci di esprimere il carattere del vitigno e del territorio con grande trasparenza.

Le anfore, realizzate in terracotta non smaltata, permettono una micro-ossigenazione naturale che favorisce l’evoluzione del vino senza alterarne i profumi originari. A differenza del legno, la terracotta non rilascia aromi esterni, mantenendo intatto il profilo organolettico del vino e offrendo una lettura più pura e sincera della materia prima.

Questa tecnica produttiva si inserisce perfettamente in una visione moderna e consapevole, in risposta alle esigenze di sostenibilità ambientale e adattamento ai cambiamenti climatici.

A testimonianza della vitalità del settore, all’interno dell’area collettiva di Amphora Revolution, erano presenti dieci produttori italiani che lavorano con anfore, ciascuno con una propria interpretazione stilistica e filosofica. Accanto ai vini in terracotta, v’erano anche alcune esperienze legate alla viticoltura biologica e la salvaguardia dei vitigni autctoni e all’innovativo mondo dell’affinamento underwater, che prevede la maturazione delle bottiglie in ambienti marini.

In degustazione allo stand i vini prodotti in anfora delle seguenti cantine:

Nove Lune, Pietramatta, Piona, Jamin UnderWaterWines, Terre Antiche, Nima, Hadrianum, Luca Leggero Villareggia, A Mi Manera e La Vite – F.lli Lizzio.

Situata ad Atri in Abruzzo, la cantina Hadrianum coltiva vitigni autoctoni nei 20 ettari di vigneti tra i 150 e i 600 metri sul livello del mare. Nata nel 2018, vuole essere un alfiere della tradizione vitivinicola locale. Le anfore utilizzate per la vinificazione sono realizzate dai maestri ceramisti di Castelli (TE) con la “tecnica del colombino”, tradizione di più di 2000 anni. In degustazione il Pecorino Colli Aprutini Igt Naevia affinato in anfora e in acciaio, dal colore luminoso e dai sentori di erbe aromatiche, miele e albicocca e il Montepulciano d’Abruzzo Docg Colline Teramane Maximo, che regala note floreali, di frutta rossa matura, di pepe bianco e si offre con una trama tannica gradevolmente integrata.

Nove Lune è la cantina di Alessandro Sala che crede nell’utilizzo dei vitigni Piwi per contenere l’impatto delle pratiche agronomiche in vigna, nel rispetto totale della natura e del suo ecosistema. L’azienda nasce nel 2015 nell’Oasi Naturale della Valpredina, nel comune di Cenate di Sopra (BG) con la coltivazione di 4 varietà d’uva differenti. Per la vinificazione di Rukh, vino orange biologico ottenuto da un blend di Bronner e Johanniter, vengono utilizzate le anfore Tava: sulla bottiglia, è posto un sigillo di ceramica, la stessa utilizzata per il contenitore, che iscritto il nome del vino.

Pietramatta è l’azienda di Andrea Sala, che ha iniziato a seguire i vigneti di famiglia, situati sul colle di Loreto a Cenate di Sotto (BG) nel 1990 e che ha convertito la conduzione in biologico nel 2019. In degustazione Amber, un macerato da Souvignier Gris vinificato totalmente in anfora. Colore dorato, luminoso, al naso emergono sentori di fiori gialli, albicocca, timo, scorza di cedro. In bocca presenta una bella persistenza.

Luca Leggero opera a Villareggia, in provincia di Torino, coltivando Erbaluce e Nebbiolo che vinifica in anfora. La passione per la viticoltura è stata ereditata dal nonno: tradizione, innovazione e sostenibilità coesistono nel progetto di Luca. Erbaluce di Caluso Docg Rend Nen è un vino espressivo, che si propone con sentori di fiori bianchi, di pesca e frutta esotica. In bocca si apre, dimostrando buona struttura e chiusura sapida. Sosta circa 7 mesi in anfora a cui seguono 10 mesi in bottiglia.

La selezione dei vini presentati al banco è stata curata da Helmuth Köcher, fondatore del Merano WineFestival, insieme alle commissioni della Guida The WineHunter, da sempre punto di riferimento per la valorizzazione dell’eccellenza vitivinicola italiana. Amphora Revolution non è solo un’occasione per la celebrazione di una tecnica antica, ma anche una piattaforma per riflettere sul futuro del vino ed in un’epoca in cui la sostenibilità e l’identità territoriale sono valori centrali, la vinificazione in anfora si propone come simbolo di equilibrio tra tradizione e innovazione, artigianalità e ricerca, natura e cultura.

I tanti “Elementi” in gioco nella pizzeria di Mimmo Papa

Acqua, farina e lievito non bastano a fare un bravo pizzaiolo, ma sono “Elementi” essenziali come il nome della pizzeria di Mimmo Papa, classe 1988, a Caserta. È normale che la tecnica deve avere un ruolo principale, dalla preparazione corretta degli impasti ai topping proposti, originali e mai eccessivi. Mimmo non lo poteva sapere che questa sarebbe diventata la svolta della sua vita, quando si iscrisse ad un corso per pizzaioli della Scuola Dolce e Salato di Maddaloni.

Naturalmente, come tutte le storie tribolate, ma dal lieto fine, non poteva mancare l’apertura del locale a settembre 2020 in piena pandemia, quando mangiare anche una semplice pizza in compagnia sembrava una sfida titanica.

Nella zona di San Bartolomeo, Papa è diventato in tempi rapidi una piccola istituzione artigianale, con i quasi 60 coperti interni, cui si aggiungono i 40 esterni nel periodo estivo. E ciononostante la difficile ricerca di personale qualificato e volenteroso, capace di gestire qualsiasi esigenza, compresa una piccola sbavatura nel servizio del dolce finale occorsa al sottoscritto, che nulla toglie però al giudizio finale sulle valide proposte assaggiate durante la serata dedicata alla stampa grazie alla giornalista Laura Gambacorta.

Un’ulteriore sfida imposta dall’era moderna e che già impegna (e non poco) l’intera catena nei settori dell’accoglienza enoturistica e della ristorazione italiana.

Il nuovo menù degustazioneRadiCE”

Fiore all’occhiello della proposta di Elementi è il nuovo percorso degustazione RadiCE, che è allo stesso tempo un omaggio a Caserta e alle eccellenze del territorio.

L’Aran(CE)no di Riso e Verza (risotto alla verza con punta di petto di bovino e parmigiano reggiano Dop stagionato 30 mesi) nasce dal ricordo del piatto preferito che gli preparava la nonna; la RadiCE di Pan Cotto invece, una pizza al padellino con impasto alla segale con cicoria, friarielli e scarola, sbianchiti e ripassati in padella, fagiolo lenzariello e mais, si ispira alla fresella che gli proponeva il nonno.

Proseguiamo con la Merenda della SuoCEra – impasto classico con crema di topinambur, spinaci, spinacino croccante, patate gialle sotto cenere e brunoise di patate dolci – che non ha bisogno di interpretazione.

Poi la Margherita RadiCE con Antico Pomodoro Riccio dell’azienda agricola La Sbecciatrice, di cui abbiamo già parlato nell’articolo sulle eccellenze gastronomiche del Matese, mozzarella di latte di bufala e olio extravergine di oliva è un tributo alla città di origine.

Chiusura con la RadiCE di Genovese, impasto in 3 cotture con genovese in crema con mela cotta, carne di bufalo, carota e cipollotto marinato alla soia e poi cotto al barbecue, crema di carote e basilico viola, una rivisitazione di un classico molto amato dal nonno.

Elementi Pizzeria

Via Maggiore Salvatore Arena, 6

Caserta (CE)

Tel. 0823 1767358 – 339 1246184

www.elementipizzeria.it

Le Macchiole: Cinzia Merli delinea Bolgheri attraverso l’essenza dei monovarietali bordolesi

Oggi Bolgheri è una delle più rinomate denominazioni del panorama vitivinicolo italiano. Fin dalla metà del secolo scorso, nessuno avrebbe realmente scommesso su questo anfiteatro naturale dell’Alta Maremma, a ridosso del mare, risultato dalla bonifica di una vasta area paludosa tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento. Una lingua di terra lunga tredici chilometri e profonda sette, dove la lungimiranza del Marchese Incisa della Rocchetta fece approdare, nel secolo scorso, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc con l’unico scopo di vinificare, nella propria tenuta di caccia, il vino per la famiglia e per gli amici.

Bisognerà attendere gli anni Ottanta perché un manipolo di sette cantine pioniere ne raccolga la sfida e decida di iniziare a produrre vino da vitigni francesi. Tra esse c’è senz’altro Le Macchiole di Cinzia Merli, protagonista assoluta della serata di Banca del Vino presso l’Enopanetteria Stefano Pagliuca. Dalla voce di Cinzia abbiamo ascoltato la storia dell’azienda della famiglia Campolmi, commercianti, che nel 1975 acquistarono i primi ettari di terra, coltivandoli a Sangiovese e Trebbiano. Sarà il poco più che ventenne Eugenio, all’inizio degli anni Ottanta, ad ampliare la superficie vitata con la giovane moglie Cinzia, di origine marchigiana, che ne raccoglierà il testimone quando Eugenio mancherà nel 2002.

La scelta di produrre monovarietali arriva all’inizio degli anni Novanta, dall’esigenza di “rappresentare l’immagine di Bolgheri attraverso ogni singola varietà e ogni vendemmia”, come racconta la Merli. Volontà che ha portato le etichette a uscire dalla denominazione Bolgheri DOC – costituita nel 1984 – e a non rientrarvi più, anche quando questa si è fatta specchio del cambiamento del territorio.  

Oggi gli originari quattro ettari sono diventati trentacinque e la cantina a conduzione familiare si è trasformata in un’azienda strutturata, che produce circa 190 mila bottiglie l’anno che esporta in sessanta paesi nel mondo. Tutto questo senza aver perso di vista l’obiettivo originario di rappresentarsi e di rappresentare il territorio attraverso la vinificazione in purezza. “Solo così infatti si possono gestire le mode e non seguirle”, continua Cinzia.

D’altronde già i cambiamenti climatici impongono studio e adattamento che in vigna e in cantina si applicano con metodo e rigore: l’azienda lavora su undici appezzamenti, ciascuno con un proprio suolo e propri protocolli agronomici ed enologici. Dalla scelta dell’epoca vendemmiale con vinificazione separata a quella dei vasi di fermentazione e affinamento, il processo evolutivo è graduale ma continuo e volto a mantenere integra l’identità territoriale.

Cinque le etichette prodotte: Paleo Bianco IGT, blend di Chardonnay e Viognier, una piccola produzione di appena 4500 bottiglie; Bolgheri Rosso DOC, etichetta d’ingresso della cantina, unico blend di rossi prodotto per assecondare la tradizione bolgherese; Paleo Rosso IGT, Cabernet Franc in purezza, signature label della cantina. E poi Messorio Rosso IGT da Merlot in purezza e Scrio Rosso IGT 100% Syrah.

LA DEGUSTAZIONE

Il Bolgheri Rosso nasce nel 2004. La 2023, annata corrente, nonostante il breve affinamento in bottiglia rispetto agli standard aziendali, si muove a pieno agio nei panni del più classico dei tagli bolgheresi: Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Syrah. Fermenta in acciaio; l’affinamento prevede che il 70% della massa trascorra dieci mesi in barrique di terzo/quarto passaggio da 225/228 ettolitri e il restante 30% in cemento.

Mostra ancora sbavature violacee alla vista mentre il naso è caratteristico di cassis, macchia mediterranea, liquirizia, sbuffi mentolati al gusto di lavanda. In bocca, nonostante l’importante impronta calorica, si muove in maniera agile grazie anche al tannino sottile e chiude con timbro sapido.

Paleo è il nome locale di un’erba infestante, la festuca pratensis, quella che cresceva tra i filari scelti per la produzione di questo vino. Nato nel 1989 come “pure Cabernet”, a partire dal 1993 riduce gradualmente la percentuale di Cabernet Sauvignon per diventare Cabernet Franc in purezza dal 2001. Fermenta in cemento, affina per sedici mesi in barrique nuove, troncoconico da 12 hl e anfore Tava.

Una 2021 che apre su sentori vegetali di eucalipto e foglia di ribes, prosegue su piccoli frutti rossi in confettura e spazia, col tempo, tra foglia di tabacco e cioccolato. In bocca è preciso e maestoso su maglia tannica strettissima e lunga persistenza che scivola nelle tostature di caffè.

Infine Messorio, nome derivato da un antico falcetto utilizzato per la raccolta del grano, le messi appunto. Nato nel 1994, da subito Merlot in purezza. A partire dalla 2015 c’è stato un cambio di rotta volto a dare una voce e un’identità ben precisa al merlot. La verticale dalla 2017 alla 2021 ci ha permesso di intercettare questo cambiamento, che è stato graduale ed ha interessato sia la gestione dei vigneti che il lavoro in cantina.

Le annate 2017 e 2018, pur essendo estremamente diverse nell’andamento climatico, mostrano dei caratteri di similitudine che si traducono in un frutto più scuro e opulento. A partire dalla 2019 si nota una progressiva verticalizzazione del frutto, carattere che determina maggior precisione e nettezza di contorno sia olfattivo che gustativo. Le prime due annate infatti derivano dai due vigneti storici, Puntone e Vignone, che per la prima volta svolgono totalmente la fermentazione in cemento, rispetto ai precedenti in cui l’acciaio era ancora presente in questa fase; la 2019 sostituisce il vigneto Puntone con Ulivino, e a partire dalla 2020, nella fase evolutiva alla barrique viene affiancata l’anfora Tava, per una piccola percentuale della massa.

Come per il Paleo, la 2021 si presenta in perfetto equilibrio, risultato di un’annata che ha favorito la maturazione ottimale del frutto. Bacche scure freschissime rubano la scena olfattiva, cesellate da sottili venature speziate dolci, mentuccia fresca, alga bagnata e un afflato umami. Il palato è snello e pulito, il tannino ancora scontroso è quello di un cavallo di razza; mostra la sua anima mediterranea nella lunga chiusura iodata.

LE MACCHIOLE

S. P. Bolgherese 189/A

57022 Bolgheri (LI)

Intervista a Giuseppe Molaro di Contaminazioni Restaurant, una Stella Michelin a Somma Vesuviana

Le fermentazioni, l’estrazione dei sapori e l’umami sono gli elementi grazie ai quali Giuseppe Molaro ha entusiasmato il grande pubblico di affezionati al Contaminazioni Restaurant a Somma Vesuviana (NA), componendo sinfonie di sapori che costituiscono una vera e propria carezza al palato, al cuore e all’intelletto.

Varcare la soglia d’ingresso del Contaminazioni Restaurant è, anzitutto, un’esperienza culturale, un viaggio ideale di andata e ritorno da Napoli a Tokyo. Un viaggio ipotetico, certamente, ma quanto mai tangibile per imprinting gustativo, forma estetica e contenuto.

La cultura dell’ospitalità e la gentilezza, unite alla ricerca dell’essenziale e della resilienza, sono rappresentate nitidamente dalla libellula che svetta alta sull’insegna, che ben descrive l’indole di chef Molaro, professionista dalla personalità cortese e risoluta al contempo.

È stato un percorso intenso ed altamente competitivo quello di Giuseppe, il quale oggi, come agli esordi, continua a studiare, ad incuriosirsi ed appassionarsi. Una cucina sempre in continua evoluzione, ma con la stella polare dei valori familiari, della spontaneità, di una educazione d’altri tempi e della giusta misura delle cose.

Sono appena 16 i coperti del Contaminazioni Restaurant, elegante ed essenziale nel format, con una cucina a vista, che costituisce l’anima stessa del locale da cui traspare ogni singolo gesto e passaggio atto a dare forma al contenuto. In sala gli ospiti sono seguiti da Nancy Gallotta, responsabile della carta dei vini.

La trasformazione degli elementi in latto-fermentazione dà vita a note organolettiche desuete, ove la tendenza dolce volge in acidità e le note acide di altri ingredienti si traducono invece in morbidezza. Presupposto per un gioco di contrappesi organolettici che riunisce ingredienti di culture differenti, agli elementi mediterranei in maniera armonica ed equilibrata.

Cosa ti ha avvicinato alla cucina e cosa ti consente di proseguire nel percorso che hai iniziato?

<<La cucina mi ha conquistato perché è un’arte che unisce tecnica, creatività ed emozione. Quello che mi spinge a proseguire è la ricerca continua di nuove contaminazioni di sapori, la soddisfazione di vedere le persone apprezzare il mio lavoro e la voglia di migliorarmi ogni giorno>>.

Qual era la tua idea sulla cucina di 20 anni fa e cosa invece pensi adesso di questo mondo?

<<Venti anni fa vedevo la cucina come qualcosa di semplice, legato al piacere di mangiare e stare in compagnia. Oggi la vedo come un universo complesso, fatto di tecnica, ricerca, passione e impegno costante, spessissimo sottratto al tempo libero. È un mondo che richiede disciplina e dedizione, ma che offre anche grandi soddisfazioni>>.

Il più grande insegnamento di Heinz Beck…

<<Se dovessi riassumere il più grande insegnamento di Heinz Beck direi senza dubbio: cucina salutare e organizzazione. Mi ha mostrato che un grande chef non si limita a cucinare piatti buoni, ma pensa alla salute di chi li mangia e a come costruire un menù bilanciato e sostenibile. Questo principio mi accompagna ogni giorno nel mio lavoro>>.

Il fine dining è in crisi, sono in molti a sostenerlo. Una tua personale osservazione su cosa si debba fare per risollevare il settore, senza perdere di vista l’ospite.

<<La crisi del fine dining è un tema ricorrente, dovuto a diversi fattori: l’aumento dei costi operativi, la difficoltà nel reperire personale qualificato, il provare un’esperienza che non sia estremamente rigida e formale. Tuttavia, il settore resta cruciale per l’innovazione culinaria e l’eccellenza gastronomica. In ogni caso, quello che è alla base del nostro concept è sia la sostenibilità e cioè puntare su ingredienti locali e pratiche a basso impatto ambientale, sia creare un ambiente accogliente, dove il cliente non si senta intimidito>>.

Il Contaminazioni Restaurant prima e dopo la stella Michelin…

<<Il nostro ristorante prima della stella era già un luogo in cui la qualità e l’attenzione ai dettagli erano fondamentali. La stella è arrivata come un riconoscimento del lavoro che stavamo già facendo, e dopo non abbiamo cambiato filosofia: continuiamo a migliorarci ogni giorno, con la stessa passione e dedizione di sempre. Abbiamo affinato ogni dettaglio, dalla cucina al servizio, per essere all’altezza del riconoscimento, senza mai perdere l’anima che ci ha portati fin qui>>.

Dieta Mediterranea e Cucina Giapponese: al Contaminazioni Restaurant succede. Dove sta il segreto?

<<La dieta mediterranea e la cucina giapponese sono entrambe considerate tra le più sane al mondo, e il loro segreto sta nell’equilibrio, nella qualità degli ingredienti e nelle tecniche di preparazione. Il vero segreto? Rispetto per gli ingredienti>>.

Una tua prospettiva sulla Cucina Italiana. Come siamo messi rispetto alle altre scuole di pensiero culinario all’Estero e in che direzione stiamo andando?

<<La cucina italiana ha sempre avuto un ruolo di primo piano nel panorama gastronomico mondiale, grazie alla sua tradizione, alla qualità delle materie prime e alla sua capacità di evolversi senza perdere identità. La nostra forza sta nella profondità della tradizione, ma a volte questo può essere un limite rispetto a scuole più sperimentali come quella spagnola e scandinava, che osano di più in termini di tecniche e presentazioni. L’Italia ha un vantaggio unico: la biodiversità. Abbiamo prodotti di eccellenza in ogni regione, un aspetto che ci distingue rispetto a molte cucine internazionali>>.

E in Campania come ci collochiamo rispetto alle altre regioni italiane?

<<La Campania occupa un posto di assoluto rilievo nella gastronomia italiana, sia per la sua tradizione profondamente radicata che per l’impatto che ha avuto sulla cucina nazionale e internazionale. La Campania ha un forte legame con la cucina mediterranea, ponendosi come una delle regioni che meglio incarnano i principi di questo stile alimentare, riconosciuto come uno dei più sani al mondo>>.

Il tuo personale rapporto con il vino e con gli abbinamenti. In cosa si distingue poi la carta del vino al Contaminazioni Restaurant. E il sake giapponese?

<<Il mio rapporto con il vino è basato sulla ricerca dell’equilibrio perfetto tra il calice e il piatto. Credo che un buon abbinamento non debba mai sovrastare i sapori, ma accompagnarli e valorizzarli. Con il personale di sala ci piace sperimentare sia con gli abbinamenti classici, che rispettano il terroir e la tradizione, sia con accostamenti più audaci che giocano su contrasti e assonanze. Per quanto riguarda il sake, con il prossimo menu lo introdurremo assieme al kombucha>>.

Cosa bolle in pentola in termini di menu e quali sono i tuoi progetti e sogni per il futuro?

<<Le ambizioni sono tante, una di queste è arrivare alla seconda stella continuando a creare un concetto di cucina differente rispetto a quello che è il nostro circondario. Stiamo già lavorando per il prossimo menu, ci saranno tantissime novità>>.

Le pizzerie Maturazioni, La Fenice e Biga Milano insieme in un inedito itinerario di Pizza tra Sud, Centro e Nord

Comunicato Stampa

Il primo appuntamento è il 14 aprile da Pizzeria Maturazioni, a San Giuseppe Vesuviano, con gli chef Antonio Conza, Manuel Maiorano e Simone Nicolosi Milano

Lunedì 14 aprile dalle ore 20, presso Maturazioni, pizzeria a San Giuseppe Vesuviano, le pizzerie Biga Milano, Maturazioni e La Fenice saranno insieme per la prima tappa di una cena a 6 mani, un itinerario della pizza tra Sud, Centro e Nord Italia. Protagonisti sono i pizza chef Antonio Conza, patron di Maturazioni, Manuel Maiorano patron de La Fenice (Pistoia) e Simone Nicolosi, pizza chef di Biga Milano.

«Abbiamo pensato di cucinare insieme ospitando l’un l’altro nelle pizzerie dove siamo protagonisti – raccontano Antonio Conza, Manuel Maiorano e Simone Nicolosi. La pizza ha il potere di unire e nei locali dove lavoriamo ogni giorno vogliamo portare la gioia  di stare insieme e l’importanza della condivisione».

Dopo il 14 aprile, ci sarà un secondo appuntamento a Pistoia, dove Manuel Maiorano ospiterà i due colleghi e amici, e un evento conclusivo da Biga Milano, dove Simone Nicolosi è pizza chef.

Il menù prevede cinque portate al prezzo di 35 euro, con la possibilità dell’aggiunta di wine pairing a 25 euro.

Per la prima volta, gli ospiti potranno degustare pizze e portate inedite, pensate e realizzate da rinomati pizzaioli. Maturazioni è di forte impatto sui social, Antonio e sua moglie Gabriella Esposito girano il mondo con il loro staff per eventi pop-up e consulenze; per il terzo anno consecutivo Maturazioni è stata inserita nella Guida Campania Mangia e Bevi e per l’edizione 2025 ha ricevuto il Premio “Comunicazione Moderna”. La Fenice ha raggiunto il 36° posto nella Guida 50 Top Pizza Italia nel 2024 (ottenendo anche il Premio Frittatina di Pasta 2024 Pastificio Di Martino Award) e il 69° in 50 Top Pizza World 2024. Simone Nicolosi ha ricevuto il premio Pizza Gluten Free dell’anno dalla Guida Milano e Lombardia a Tavola 2025 e Biga Milano ha ottenuto la certificazione AIC grazie al reparto “gluten free” appositamente allestito.

Itinerario di Pizza – Tappa 1/ Maturazioni

Amuse bouche (Antonio Conza)

Crostino al lievito madre, pestato di friarielli, pancetta di patanegra flambata

Croissant dell’armatore (Manuel Maiorano)

Scarola riccia, ricciola marinata ai sali bilanciati e pepe rosa, crumble di olive taggiasche, mayo alla colatura di alici

Padellino Napoli 2.0 (Simone Nicolosi)

Pomodo San Marzano dop, ciliegino confit, parmigiano reggiano 24 mesi, mousse di aglio nero, alici di cetara, terra di olive caiazzane, origano di Siracusa

Margherita (Antonio Conza)

Pelato dell’agro nocerino sarnese, fior di latte, basilico, olio evo oro di Caiazzo

Uramaki rosa di sera (Manuel Maiorano)

Uramaki di pizza, philadelphia, tartare di salmone, mandorle tostate, zest di limone, salsa guacamole

Pala romana Nerano (Simone Nicolosi)

Crema di Nerano, stracciatella vaccina, chips di zucchine, fiori di zucchina, provolone del monaco, basilico

Omaggio a San Giuseppe (Antonio Conza)

Trancio di pizza in due cotture (fritta/forno)

Crema pasticcera, amarene sciroppate, zucchero a velo


Per informazioni e prenotazionimaturazioni.it – tel. 3761125596

Ufficio stampa: Francesca Panìco  – francescapanico.art@gmail.com – 348 3452978

Aldo Viola: il cuore di Alcamo batte attraverso i suoi vini naturali

Il nostro viaggio ad Alcamo, culla storica della viticoltura siciliana, è iniziato con una visita che non dimenticheremo facilmente: la cantina di Aldo Viola. Figura carismatica e punto di riferimento per il territorio, Aldo incarna tutti quei valori che rendono unica questa terra. In un momento in cui il mercato aveva messo a dura prova il settore vitivinicolo della Doc Alcamo, lui è riuscito a restituire dignità e valore al territorio, elevandolo ad espressione autentica di tradizione e innovazione.

La storia della famiglia Viola

Discendente di quattro generazioni di vignaioli, Aldo sceglie tuttavia di percorrere una strada perigliosa, un percorso che lo ha portato a sfidare con energia le tesi paterne, sperimentare e viaggiare per aprire nuovi orizzonti rivoluzionari. A 20 anni lascia la città natale e approda a Copenaghen, lontano anni luce dalla comodità di oggi. In tale periodo si impregna di nuove esperienze, apre la sua visione del mondo e del vino, immergendosi in un contesto internazionale. Ma l’inverno in Danimarca è buio, spesso umido e grigio, ogni giorno l’alba si posticipa di 10 minuti e il richiamo del sole della sua terra si rivela irresistibile.

Ritorna in Sicilia con una consapevolezza rinnovata e uno sguardo diverso: scopre così che molte delle scelte del padre, apparentemente tradizionali, erano in realtà profondamente moderne, anticipatrici di tendenze che il mercato avrebbe riconosciuto solo molto più tardi.

I vigneti aziendali

Le vigne si estendono su due territori dalle caratteristiche uniche, tra Feudo Guarini e Contrada Pietrarinosa, dove i suoli argillosi-calcarei si intrecciano a microclimi estremi. “Ogni anno è una tela bianca da dipingere”, ogni dettaglio della produzione è una scelta consapevole: nessuna chimica in campo o in cantina, basse rese, uve selezionate manualmente chicco per chicco e processi artigianali curati direttamente da Aldo. “Più cose fai più il vino ti chiede una risposta”.

La sintesi apparentemente semplice di Aldo è frutto di una grande ricerca e di una filosofia radicata in lui e figlia di profonde riflessioni. “Causa ed effetto nel vino sono espressioni in un range di parametri” che bisogna limitare il più possibile. I suoi vini sono figli di un equilibrio perfetto tra biodiversità e creatività. Le tecniche di coltivazione in Biologico si affiancano alla Biodinamica con l’unico obiettivo di riattivare il ciclo vitale e con esso ridare al suolo tutta la sua fertilità. Le pratiche in cantina ridotte all’essenziale per non rovinare, semmai esaltare, quanto di buono è stato fatto prima. Ne escono vini dalla fortissima presenza e identità territoriale.

La Syrah dell’etichetta “Coccinella” più fresco e affinato in acciaio, racconta la forza del vento e la mineralità della terra, mentre il complesso Syrah “Plus” si fa portavoce di ambizioni più strutturate. Il Catarratto “Krimiso” è pura poesia: nato a 430 metri di altitudine, è il frutto della combinazione tra tradizione e l’istinto di un artista. E non possiamo dimenticare il “Moretto” blend di Nerello Mascalese, Syrah e Perricone, capace di esplodere in un ventaglio di sapori e una grande bevibilità.

L’assaggio dei vini di Aldo Viola

Brutto – Frizzante – Metodo Ancestrale – rifermentazione in bottiglia. Si tratta di un Cataratto nato da suolo argilloso e sabbioso a un’altitudine di 400mt, fermentato spontaneamente in acciaio e poi imbottigliato in primavera. Pungente, esuberante ben amalgamato con la massa giustamente zuccherina e dal sorso pieno e compiuto. Decisa freschezza e mineralità che amplifica la generosità fruttata e floreale, con sbuffi di caramella agli agrumi.

Brutto Rosè Frizzante – altro rifermentato in bottiglia, rosso nel carattere ed elegante, da vigne coltivate su un terreno argilloso, sabbioso e calcareo di Nerello Mascalese, Perricone e Syrah. Dopo una fermentazione spontanea in vasche d’acciaio il vino affina in bottiglia; un sorso di grande piacevolezza.

Egesta – 2018 – Grillo all’ennesima potenza, senza compromessi, proveniente da territori di elezione unici, una singola vigna sita sulle colline di Pietrarossa nei pressi di Calatafimi, 250slm. Vinificato a grappolo intero e con macerazione per 6 mesi senza solforosa, filtrazioni o chiarifiche. In tutte le fasi ricorda l’arancia, prettamente candita, ma anche macchia mediterranea ed effluvi minerali. La bocca è setosa, cremosa e profonda, marina. Il finale è lunghissimo e con una leggera frizione tannica a impreziosirlo.

Krimiso – 2016 – Cataratto – Il nome proviene dalla Dea di un fiume termale della provincia di Trapani. L’interpretazione del Cataratto parte da una vigna di 15 anni a 500 m.s.l.m. in una vallata scoscesa con vista mare, terreni sabbiosi rossi, a diversi km da Alcamo. 5 mesi di macerazione sulle bucce di uve diraspate e fermentate con i propri lieviti indigeni. Arriva in bottiglia senza pressatura meccanica, esclusivamente per gravità, senza stabilizzazioni o filtrazioni, solo l’aggiunta di 20mg/s di solfiti per conservarlo alla sfida del tempo, che nel nostro assaggio vince a man basse. Il colore intenso è da orange wine, poi sorprende al naso con note di agrume bianco, frutta candita e fiori freschi ancora bianchi. In bocca è sensuale e vivace, freschezza e salinità donano dinamicità, il finale è lungo leggermente ammandorlato.

Shiva – 2006 – Prodotto solo quando l’annata ispira e, così come il Dio Shiva, della distruzione e della rinascita può presentarsi in molteplici forme. Vendemmia tardiva di Cataratto da vecchie viti dell’azienda poi macerato 6 mesi insieme alle sue bucce, pressato e affinato in botte di rovere francese. Il 30% del raccolto viene appassito prima della fermentazione, conferendogli una concentrazione di frutta eccezionale. Il profondo tono ambra è punteggiato di riflessi aranciati. Al naso è ampio e variopinto, miele di agrumi, zafferano, note iodate, pepe bianco, fiori d’arancio. Il vino si apre, continuando con richiami a arancia amara e macchia mediterranea, caramello salato.

Guarini – 2014 – Syrah per Aldo è il ricordo della madre francese e del vino rosso delle feste. Quando rientra dalle sue esperienze all’estero Aldo ha nella testa tante idee e ancora quello spirito di rivoluzione, che lo porta a sfidare la cultura bianchista dei suoi avi. Individua nel Feudo Guarini, a 30 km dall’Azienda di famiglia una montagna vergine, 6 ettari a 350mslm rubati alla roccia marnosa bianca affiorante, che ritiene perfetti per esprimere a meglio i caratteri di Syrah e Nero d’Avola.

I terreni sono argilloso-calcarei ricchi di scheletro e sostanza, sormontata da forte vento in un contesto climatico caldo e asciutto. Forti escursioni termiche, nella testa di Aldo c’è una Syrah floreale, salina e verticale. La vigna allevata ad alberello ha circa 25 anni, avviene una accurata cernita dei grappoli, in cantina fermentazione spontanea e invecchiamento avvengono in tonneaux di rovere francese e per almeno 9 mesi. Nessuna chiarifica o filtrazione, aggiunta minima di solforosa.

Il calice è rosso rubino scuro dalle sfumature granato. Il naso ha un impatto importante e ricco, un perfetto incontro tra la Sicilia e il Rodano, con toni fruttati di prugne e arancia sanguinella e macchia mediterranea che si alternano a ricordi salmastri di oliva nera, pepe nero, carruba e ginepro. Grande carattere, sorso fresco e coerente, una generosità ben retta da una impalcatura salina importante. Lungo materico e longevo.

Ruby – 2000 – Chi ha una passione sa che ci sono cose che non si possono comprare, ma piuttosto si condividono con amici e gli appassionati. Di quest’ultimo vino possiamo discutere delle note di degustazione, ma non possiamo condividere il momento e la ritualità, secolare, che Aldo ha voluto condividere con noi. La strada è quella dei vini ossidativi, ispiranti dalle creazioni capolavoro del vicino De Bartoli e dei Marsala pre-British. Parte da una base Rossa, Nero D’Avola e Syrah alla quale si aggiungono i bianchi Grillo e Cataratto, pratica di antica memoria ma spiegata con un senso moderno, ossia donare al vino il Ph necessario per la sfida del tempo. Viene realizzata 1 barrique, dimenticata per 14 anni, 80 litri, 102 bottiglie, senza etichetta, perché è “il vino dell’amicizia”.

Abbiamo rivissuto un rito georgico bagnando con questo vino delle Sarde sotto sale, tesoro delle acque Siciliane e dell’Olio Estravergine di Oliva Viola, altro gioiello dell’Azienda e Oro di Sicilia. Aldo Viola non è soltanto un vignaiolo, ma un visionario che ha saputo riaccendere ad Alcamo il fuoco della tradizione e della conoscenza vinicola, ispirando i giovani, i Cataratto Boys e donando loro il ruolo che sicuramente meritano nel panorama vitivinicolo italiano.