Liguria: alla scoperta del Rossese di Dolceacqua con i vini di Ka’ Manciné

Nascosto tra le colline della Liguria occidentale, il Rossese di Dolceacqua spicca come un tesoro della viticoltura, offrendo agli intenditori del vino una esperienza sensoriale unica e coinvolgente. Questo vino è un’espressione autentica del territorio, rappresentando una combinazione magistrale di clima, suolo e tradizione. Il Rossese, vitigno imparentato con il Tibouren francese, trova il suo habitat naturale nelle terrazze collinari che circondano il pittoresco borgo medievale di Dolceacqua, situato nella provincia di Imperia.

Qui, le viti si aggrappano ai ripidi pendii rocciosi, abbracciando il calore mediterraneo e beneficiando della brezza marina che permea l’area. Un microclima unico che conferisce al vino le caratteristiche distintive tali da renderlo tanto apprezzato. Prima Doc della Liguria a essere stata istituita nel 1972, è stata recentemente protagonista di una modifica del disciplinare che ha introdotto il termine “Nomeranza”, per indicare le menzioni geografiche aggiuntive di prestigio e legate a evidenze storiche: il lavoro di ricerca portato avanti per anni da Filippo Rondelli dell’azienda Terre Bianche e da Alessandro Carlassare è stato coronato dal successo.

Di fatto, ogni nomeranza è particolare e dà origine a prodotti unici: i suoli possono essere caratterizzati dal flysch di Ventimiglia, “ sgrutto” in termine dialettale, oppure dai conglomerati del Monte Villa o ancora dalle argille di Ortovero dette anche marne blu: Possono cambiare le altitudini, che elevano fino ai 500 metri e oltre i ripidi terrazzamenti che costituiscono i fianchi delle colline che proteggono la Val Verbone, la Val Nervia e zone appartenenti ai comuni di Vallecrosia, Vallebona e Ventimiglia.

Salendo la Val Verbone, superato San Biagio della Cima comune famoso per aver dato i natali allo scrittore francesco Biamonti, arriviamo a Soldano e da li una stradina stretta e tortuosa ci conduce alla frazione San Martino dove vive e ha sede la cantina di Maurizio Anfosso. Una persona solare, sagace, dotata di grande talento non solo nel fare vino ma anche nella pittura e nel disegno.

L’azienda di Maurizio e di sua moglie Roberta Repaci si chiama Ka’ Manciné, Casa dei Mancinei: infatti deriva dal soprannome dato a Pietro Anfosso, per distinguerlo da un altro “Pietro Anfosso”, che era mancino. Maurizio aveva iniziato a lavorare con il padre che si occupava di distribuzione di prodotti dolciari: quando alla fine degli anni Novanta gli venne prospettato di vendere i terreni di famiglia, compreso la terra a San Martino, Maurizio si oppose e decise di cambiare vita e di ritornare alle origini.

Un amore per i luoghi della sua infanzia , tra cui la Vigna Galeae, ad anfiteatro, che guarda proprio davanti alla cantina sul lato opposto della valle, a circa 390 mt in altitudine ove furono reimpiantate le viti di Rossese, fino alle acquisizioni di nuovi possedimenti e quote per rilevare tutta la vigna di Beragna.

Maurizio aveva inoltre iniziato a lavorare per una azienda appena nata, Altavia, insieme all’enologo Federico Curtaz, dove rimase fino al 2005; successivamente la collaborazione con Filippo Rondelli a Terre Bianche, fino al 2010, anno di nascita di Kà Mancinè: ora gli ettari vitati si attestano intorno ai 4, con una resa di 50 quintali per ettaro e una media di 20.000 bottiglie annue.

La produzione di Maurizio Anfosso vanta un vino bianco, il “Tabaka”, principalmente ottenuto da Massarda, un antico vitigno autoctono che sembra essere arrivato dall’isola di Tabarca, dal profilo olfattivo floreale, avvolgente in bocca e sapido in chiusura. I documenti testimoniano che la massarda veniva ampiamente coltivata nel corso del XIX secolo nella zona di Ventimiglia e che resistette alla fillossera: le viti sono infatti ancora oggi a piede franco, frutto delle selezioni massali. Una varietà che ama l’esposizione al sole in altitudine e che veniva abitualmente condotta ad alberello, forma di allevamento sostituita nei tempi moderni dal doppio cordone speronato.

“Sciakk” è il rosato dal colore cerasuolo intenso, con profumi succosi di frutti di bosco e di lavanda; in bocca dimostra una bellissima struttura e un finale che ricorda il sale del mare. Pulizia e grande piacevolezza di beva, ottimo potenziale di abbinamento con carni bianche, zuppe di pesce e con le paste al sugo.

Rossese di Dolceacqua Doc “Beragna” interamente vinificato in acciaio fa apprezzare le caratteristiche del vitigno, che rimandano ai piccoli frutti rossi ed al pepe bianco. Il frutto è integro e succoso, il colore luminoso, rubino di media intensità e il tannino regala sensazioni seriche. Il sorso è caratterizzato da freschezza e sapidità in chiusura, buona la persistenza. Una bottiglia che una volta aperta, praticamente… è già finita.

Beragna è una Nomeranza nel Comune di Soldano, in Val Verbone, localizzata a circa 300 mt slm, ricca di flysch di Ventimiglia, che gode una esposizione da est a nord.

Rossese di Dolceacqua Doc “Galeae” proviene dalla vigna storica di famiglia, anch’essa situata del Comune di Soldano, con piena esposizione a est: i grappoli vengono vendemmiati tardivamente e il mosto fermenta a lungo con le bucce in acciaio. Vino strutturato, emozionante, dai fini sentori balsamici e fruttati, che ha un ottimo potenziale di invecchiamento. Sempre dal vigneto Galeae troviamo “Angè”, prodotto in poche centinaia di esemplari, che viene arricchito dai sentori speziati legati al passaggio in legno. “Bugiardino” invece è il rossese che viene vinificato in anfore di argilla e chamotte dell’azienda Demetra, l’ultimo nato in casa Anfosso, di cui si attende l’uscita della nuova annata.

L’eredità di Terre del Principe

I ricordi di bambino, tra giri in calesse col nonno presso i poderi familiari e le conversazioni tra contadini sui vitigni autoctoni, hanno portato Peppe Mancini ad abbandonare la professione di avvocato ed inseguire l’amore per la vigna, amore condiviso con la sua sposa Manuela Piancastelli che, dopo una splendida carriera da giornalista, lascia il suo ruolo e convola ancora una volta a nozze con suo marito, anche nella vocazione di vigneron, seguendolo in tutto e per tutto, per scrivere assieme a lui un’importante pagina della vitivinicultura in Campania, diventando due cuori in una vigna.

Il sogno viene realizzato nel 2003 con la fondazione di Terre del Principe,  ma non è un sogno imprenditoriale, bensì un sogno d’amore. E tale è stato fino al 2022 con l’ultima annata, perdurando ancora oggi nei loro ricordi e nelle vibranti parole di Manuela, che si lascia raggiungere per un’intervista, di cui questo pezzo è semplice preludio, e ci apre le porte di casa con quel calore e quell’accoglienza spiccatamente mediterranea.

Ma facciamo qualche passo indietro…

Nell’area di Castel Campagnano, grazie alla vicinanza del vulcano di Roccamonfina e col Vesuvio a circa 30 km, i suoli sono di origine miocenica, le cosiddette arenarie di Caiazzo, accolgono i vitigni di Pallagrello Bianco, Pallagrello Nero e Casavecchia ove un tempo v’era un mare dalle acque calde e poco profonde e sono costituite da pietrisco, marne, tufo grigio, fossili e materiale piroclastico. Questo dunque l’areale in cui per un ventennio ha operato l’appassionata coppia che ha fondato la bellissima realtà di Terre del Principe; poi l’annuncio, nel settembre del 2023, dalla stessa Manuela Piancastelli che, né per l’anno in corso né per quelli a venire, ci sarebbe stata un’altra vendemmia.

Ne riportiamo la lettera che annuncia la decisione presa serenamente dai due coniugi:

Cari amici,

Terre del Principe non farà la vendemmia 2023. Abbiamo deciso di continuare a vendere fino ad esaurimento i vini attualmente in commercio, poi la nostra avventura sarà terminata. Data la notizia, entriamo nel merito per chi abbia voglia di approfondire. Innanzitutto stiamo bene, non abbiamo problemi di alcun tipo, abbiamo solo deciso che dopo venti anni in cui abbiamo dato ogni nostra energia e ogni attimo della nostra vita al Pallagrello e al Casavecchia, riscoprendoli, studiandoli, rilanciandoli e dando loro la visibilità che giustamente meritavano, questa fase della nostra esistenza può dirsi conclusa proprio nel ventennale della nascita di Terre del Principe. 2003-2023: il territorio in questi venti anni è cresciuto immensamente ed ora ha la consapevolezza di possedere un patrimonio vitivinicolo di grande valore.

C’è un libro che racconta la storia del Pallagrello dall’antichità a oggi, un manuale per chi vorrà aggiungere conoscenza alla passione. Sono nate tante aziende, ci sono molti giovani bravi vignaioli che potranno continuare a far parlare di sé e delle straordinarie colline del Medio Volturno, patria di questi vitigni. Ogni cosa ha il suo tempo sotto il sole, rispetto a venti anni fa per noi ora è un altro tempo, e un altro sole.

Lo diciamo con gioiosa e consapevole leggerezza, senza alcuna tristezza, sicuri di aver scritto una pagina importante della storia vitivinicola della Campania.

I vini attualmente in commercio, cioè Fontanavigna 2022, Le Sèrole 2019, Castello delle Femmine 2020, Ambruco 2017, Centomoggia 2017 e Piancastelli 2017 saranno venduti sul territorio nazionale, fino ad esaurimento, da Vino & Design, il nostro straordinario distributore Dick ten Voorde, che ci ha accompagnato con affetto in questi ultimi anni.  Alcune bottiglie di vecchie annate, anche in magnum, saranno disponibili in cantina.

Buona Vita a Tutti”. Questo pezzo è un pegno di riconoscenza verso Terre del Principe per aver costantemente comprovato la sua vocazione di cantina dotta e capace di offrire percorsi sensoriali complessi e di grande interiorità che, in questi 20 anni, sono andati ben oltre l’assaggio ed il mero marketing. A Manuela e Peppe, cui l’enologia campana deve tanto, un ringraziamento per essere genitori putativi di tre cultivar di cui sentiremo parlare sempre più spesso e per aver regalato agli abitanti di Castel Campagnano il sogno di diventare vignaioli a loro volta e restare nella loro terra di origine.

Napoli: Vallepicciola porta il vento del Chianti Classico nel “paese d”o sole e d”o mare”

Bello rivedere, dopo la mia visita di qualche anno fa, Alberto Colombo CEO di Vallepicciola a Napoli nel “paese d”o sole e d”o mare”, come la famosa melodia di Bovio e D’Annibale. Bello riassaporare anche i vini provenienti da quest’angolo di Chianti Classico appartenente alla UGA Vagliagli, piccola frazione di Castelnuovo Berardenga.

Un doppio evento organizzato da smstudio pr & communication in un press day entusiasmante, suddiviso tra una tappa pomeridiana per la stampa ad Altogrado Vineria ed un momento più informale e interattivo nella cena serale al Ristorante Steak House, con l’abbinamento perfetto per i rossi toscani: la “ciccia” cotta a puntino.

Cantina avveniristica, sogno di Bruno Bolfo imprenditore ligure leader nel settore siderurgico. Per anni la consulenza enologica fu affidata alle abili mani di Riccardo Cotarella, che ne ha seguito le fasi prodromiche, lasciando poi il testimone per scelta aziendale ad Alessandro Cellai. L’opera di quest’ultimo, già riconosciuta e apprezzata in passato nei Domini Castellare di Castellina, è stata quella di rendere la materia prima eccellente, meno ricca e opulenta nella trasformazione e maturazione dell’uva in vino, anche grazie alla scelta di contenitori in cemento.

Eleganza, lunghezza ed espressività inserite nel ricamo territoriale. Vagliagli è nota per i suoi terreni compositi, basati su argille di tipo galestroso, calcare, buone altitudini ed esposizioni per garantire ventilazione con escursioni termiche notturne. L’incanto del paesaggio, i Monti del Chianti in lontananza, le vallate di Radda e Gaiole a pochi chilometri, è tale da rendere l’intera zona un sito di alto prestigio sul lato enoturistico.

Nella degustazione guidata presso Altogrado Vineria abbiamo riconosciuto la bellezza della diversità, raccontata nei calici da prodotti e annate differenti. In particolare il Chianti Classico 2021 ha un corredo di frutta e agrume rosso su nuance fumée di brace e radice di liquirizia. Il tannino lascia una scia avvolgente, quasi gelatinosa che rende il sorso aggraziato e godurioso. Annata della potenza e della morbidezza contrapposta alla fresca e floreale della Riserva 2020, dove i richiami di incenso, spezie scure e macchia mediterranea ben si uniscono alla trama antocianica irta e polverosa da sbuffo boschivo.

L’idea del Rosso Toscana IGT 2021 realizzato da Sangiovese in purezza ricalca la volontà di non adeguarsi ed adagiarsi per forza ai dettami di un disciplinare di produzione, cercando piuttosto di valorizzare quanto il terroir sa offrire senza incastonarlo in schemi prefissati. In questo caso il campione deve ancora digerire le espressioni boisé date dall’utilizzo di legni piccoli per la sosta in bottaia. Dalla vigna vecchia di 40 anni ne deriva un vino materico, strutturato e mellifluo, con dicotomia di bocca tra lievi surmaturazioni e pungenze tanniche. Ciò che è sicuro è che avrà molto tempo davanti per potersi esprimere nella sua piena compiutezza.

Chiudiamo i sipari con la garanzia di casa Vallepicciola: il Pievasciata Pinot Nero, che nella vintage 2022 ha regalato emozioni palpitanti ai cronisti, compreso il sottoscritto. Non serve attendere nulla per divertirsi con un sorso dinamico, ricco di piccoli frutti di bosco (lampone e fragoline) su tocchi balsamici e di cannella nel finale. Versatile, ottimo nel rapporto qualità-prezzo per non concentrarsi solo sul “Re” Sangiovese.

Due righe di chiosa le merita anche il Ristorante Steak House, con Francesco, Barbara e Gennaro che ci hanno accolto nel segno della tradizione partenopea di 54 anni di storia e una selezione di carni e frollature da autentici numeri uno. Apprezzabile il contesto “goliardico” per finire la giornata insolitamente calda, tra i ricordi del vento del Chianti Classico e del sole e del mare di Napoli.

“Fermavento” di Giovanna Madonia, l’identità del Sangiovese di Romagna

Nel vino la continuità è necessaria per capire il talento. È per questo motivo che le verticali sono essenziali per capire di che stoffa è fatto un vino. E grazie a questa verticale di “Fermavento” Romagna DOC Sangiovese Superiore di Giovanna Madonia, abbiamo ben compreso che di talento ne ha da vendere. Ma prima di parlare della verticale, è necessario parlare del contesto dal quale nasce questo vino.

Siamo a Bertinoro, il ventre della collina romagnola, a metà strada esatta fra mare e Appennino, dove la cultura per il vino è così radicata che il vino si chiama “e bé”, ossia “il bere”.

Per scoprire la genesi di questo vino, dobbiamo fare un salto indietro fino ad inizio anni ‘90, dove una Giovanna che studiava vulcanologia, russo e cinese nella capitale, decide di tornare qui col marito Giorgio a curare la residenza di famiglia, acquistata nel dopoguerra dal nonno Pietro Antonio. Proprietà che comprendeva, oltre ad una cantina, anche tre ettari di vigna.

Da dove nasce la volontà di diventare produttrice di vino? Dall’esigenza di creare qualcosa di suo per sentirsi realizzata. Giovanna però di come si faceva il vino non sapeva nulla, non sapeva nemmeno da dove partire. Un giorno degli amici Americani le fecero assaggiare un vino rosso durante un pranzo, dicendole “Questo è Sangiovese!”. Lei ridendo, replicò: “Ma no, lo conosco il Sangiovese, non si tiene!” (modo di dire romagnolo a indicare un vino che non prospetta longevità). Era un vino di Castelluccio, probabilmente del 1985. Fu in quel momento che realizzò che si poteva fare un vino di qualità. Oltre all’audacia e all’umiltà ebbe anche la fortuna di incontrare Remigio Bordini, noto agronomo che ha fatto la storia del vino Romagnolo, che la aiutò enormemente fino a che nel 1996 produsse la prima annata di Sangiovese.

Nel 2016, esattamente 20 anni dopo quella prima annata, l’ingresso in azienda della figlia Miranda e del compagno Gennaro, è stato caratterizzato da un obiettivo ben chiaro: dissociarsi dal Sangiovese Toscano con forza in una modalità patriottica di ricerca e sperimentazione, senza tuttavia stravolgere l’identità aziendale. In tutto ciò c’è da riconoscere un particolare merito a Gennaro, un vulcano di idee che si è guadagnato la fiducia della più fondamentalista Giovanna e ha portato il suo contributo con nuove tecniche di potatura e pratiche enologiche.

Una simpatica curiosità a proposito dell’etichetta, che oggi possiamo definire contemporanea ma che per gli anni ‘90 era ben futuristica e innovativa e che rappresenta il fumetto di un aeroplano. Tutte le etichette di Giovanna Madonia sono disegnate da Altan, straordinario vignettista, che sicuramente ricorderete per “La Pimpa” o per le vignette di satira politica de L’Espresso, Panorama e Repubblica. L’idea piacque così tanto a Giovanna che le diede pure l’ispirazione per il nome del vino. Essendo Bertinoro una zona ventosa, pensò al gioco di parole “ferma il vento che devo decollare!”, e da lì il nome Fermavento.

Ma veniamo ora alla degustazione di alcune delle annate più significative.

1997

Questa verticale parte al contrario, proprio da una delle annate più vecchie, dove troviamo un vino che – seppur ormai senza materia – ha mantenuto abbastanza acidità da permettergli di superare la prova del tempo. Gli aromi sono esili, principalmente rosa appassita e carcadè.

2001

Probabilmente uno dei migliori. Il colore inizia a saturarsi mantenendo un’elegante trasparenza. Il naso fa capire che siamo sullo spungone: innesti bianchi, iodati e calcarei a ricordare proprio una conchiglia. Zest di arancia e peperone rosso. In bocca troviamo un tannino superbamente levigato, il sale che spinge la persistenza e una rotondità ad equilibrare il tutto.

2007

Annata non affatto entusiasmante, caratterizzata da siccità precoce. Il tannino è polveroso e leggermente verde. Piacevole la nota marmellatosa ma nel complesso il vino non è particolarmente luminoso.

2008

Decisamente tutta un’altra musica. Colore attraente, ancora vivido. Un naso cioccolatoso e balsamico, con un fiore di geranio a farla da padrone. Sale che spinge il sapore e tannino ben integrato. Un vino equilibrato in tutte le sue componenti.

2010

Annata piovosa, complicata, con raccolta tardiva. Avremmo bisogno di annate così. Torna il balsamico con note di eucalipto e fanno la loro comparsa la liquirizia e la menta. Un vino boschivo dove il coup de nez rivela un’interessante e misurata parte selvatica.

2013

Naso pungente e speziato. Succo di ciliegia scura e buccia di agrume. Tannini di grana fine e un sale che quasi si attacca al palato a confermare che sia questa la vera chiave di lettura del terroir. Colla e lacca per la parte terziaria degli aromi.

2021

L’ultimo quartetto va al contrario (e capiremo il perché), ripartendo proprio dall’ultima annata disponibile in commercio. Il colore scuro e intenso è un trailer del naso austero che sa di agrume, glicine, lavanda e resina. Un tannino importante che deve ancora levigarsi, diamogli almeno altri 6 mesi. Il 20% circa delle uve non subisce diraspamento.

2020

Contrasto perfetto fra note fresche e note dolci, sia sul frutto, sia sulla spezia. Acidità e sapidità sono ben preponderanti ma ben equilibrate da una piacevole rotondità. Parte verde meno presente rispetto alla 21.

2019

Forse una delle annate più equilibrate, caratterizzata da piogge ed escursioni termiche. La percentuale di grappolo intero era il 30% e lo si nota soprattutto perché al naso sembra quasi un vino di montagna. In bocca un’inspiegabile eleganza che lo rende pericolosamente molto bevibile.

2016 La più grande annata in Romagna degli ultimi tempi fa bingo anche con la miglior annata di Fermavento. Un vino generoso in tutte le sue componenti che unisce in matrimonio eleganza e potenza. Letteralmente clamoroso.

San Colombano al Lambro e Azienda Agricola Nettare dei Santi: fare vino a Milano

San Colombano al Lambro è l’unica exclave della città metropolitana di Milano, posta fra le province di Lodi e di Pavia, dista circa 50 km da Milano e 31 da Pavia. Si trova sulla sponda destra del fiume Lambro, è un centro storico ricco di monumenti con una storia antica ma anche zona principale della produzione del vino DOC omonimo.

Il nome si deve ad un Santo irlandese che si stabilì nella zona dopo la caduta dell’Impero Romano, probabilmente attratto dalla natura circostante che ricordava la verde Irlanda.

In una soleggiata domenica di aprile ho avuto l’occasione di visitare questo gioiello lombardo e scoprire monumenti altrimenti chiusi al pubblico grazie all’evento organizzato dalla cantina Nettare dei Santi. Il ritrovo è subito fuori dalla porta di ingresso del paese, nel cortile una grande quercia precede l’ingresso alla vecchia tinaia dell’oratorio di San Rocco. È qui che, alla fine dell’Ottocento, ha inizio la storia vitivinicola della famiglia Riccardi ed è sempre qui che inizierà la produzione del primo metodo classico di cui vi parlerò in seguito.

All’inizio il vino prodotto veniva utilizzato per il fabbisogno personale o al massimo barattato con altri beni di prima necessità, poi alla fine degli anni 40 Franco Riccardi decise di avviare una vera e propria attività imprenditoriale. Il racconto sulla figura di Franco Riccardi è molto coinvolgente; adiacente alla tinaia visitiamo il suo studio dove campeggiano un suo ritratto, diverse foto d’epoca e i ricordi della sua attività sportiva, tre volte campione olimpico di spada con un palmarès di tutto rispetto.

Terminata la carriera sportiva impiegherà le proprie energie allo sviluppo della cantina, creandone il nome “Nettare dei Santi”, iniziando ad imbottigliare negli anni 50 e conferendo una nuova immagine al prodotto ottenuto che già ai tempi allietava le tavole dei milanesi. Alla fine degli anni 60 Enrico Riccardo, figlio di Franco, rileverà l’attività di famiglia e realizzerà i due principali vini che anche oggi sono il simbolo dell’azienda: la Verdea la Tonsa e il Roverone.

Arriviamo ai mitici anni 80 (quelli della mia età li ricordano sicuramente così) quando la cantina dal centro del paese viene spostata in cima alla collina tra i vigneti di proprietà, questi sono gli anni che daranno un grande impulso alla crescita e alla notorietà dell’azienda. La collina di San Colombano si presta alla meraviglia dell’osservatore, un’altura isolata nel bel mezzo della Pianura Padana che si erge a 147 m sul livello del mare. Già molto ambita in passato perché lì si produceva il vino migliore, un terreno fertile ricco di sostanze organiche che alterna zone sabbiose e calcaree molto permeabili creando un habitat ideale per la coltivazione della vite. Un clima particolare, giustamente piovoso in primavera, caldo e asciutto in estate.

I vigneti a perdita d’occhio producono oggi vini Rossi, Bianchi e Rosati da uve Croatina, Barbera, Uva Rara, Verdea e da vitigni internazionali come il Pinot Nero, Cabernet Sauvignon, Merlot, Riesling e Chardonnay. Nella zona il primo riconoscimento arriva nel 1984 con l’istituzione della DOC San Colombano a Lambro e, a seguire, con la vendemmia del 1995 i Colli di San Colombano diventano anche zona IGT con il nome “Collina del Milanese”.

Prima di salire in collina per la visita alla cantina nuova e per la degustazione, la guida ci conduce all’Oratorio di San Rocco, chiesa privata di proprietà della famiglia Sferza-Riccardi. La piccola chiesa, risalente al 1514, venne costruita appena fuori le mura. Si presenta a pianta ottagonale, in stile bramantesco. All’interno spicca il matroneo, con bifore impreziosite da colonne finemente lavorate. Negli anni Sessanta del secolo scorso, durante lavori di restauro dell’Oratorio, vennero alla luce quattro porte antiche situate sui lati diagonali della struttura ottagonale, insieme a dipinti più antichi raffiguranti San Giovanni Battista e San Fermo. Un vero gioiello di architettura rinascimentale che lascia il visitatore ammirato.

Terminata la visita ci allontaniamo dal paese e in una manciata di minuti in auto arriviamo in collina dove si trova la cantina nuova, qui ci attende la degustazione accompagnata da prodotti tipici locali. La cantina è in una posizione stupenda e gode di una vista invidiabile sui vigneti. Molto interessante la visita alla sezione dove oggi si produce il loro metodo classico.

I 30 ettari di vigneto dell’azienda sono sapientemente gestiti seguendo la filosofia del rispetto della trazione ma con un occhio attento all’innovazione, conoscendo il terreno, il microclima e l’esigenza dei vitigni. Il sistema di allevamento poco espanso è “il guyot” e la lavorazione delle uve nasce da una attenta selezione in vigna, per arrivare a produrre vini che sappiano esprimere ed esaltare il legame vitigno -territorio

Nettare dei Santi produce oggi diverse etichette tra rossi, bianchi e spumanti, tra i quali spiccano il Domm metodo classico e il Roverone, un rosso corposo dal profumo intenso e fruttato. Dell’azienda ho degustato diversi vini sia in occasione dell’evento di cui sto scrivendo, sia in altri momenti, ecco i miei assaggi:

  • DOMM Metodo Classico Brut Millesimato da uve Chardonnay e Pinot Nero è una bollicina importante che dedica la sua etichetta, lineare e pulita, al Duomo di Milano. Colore giallo paglierino che risplende nel bicchiere e un perlage fine e continuo. Al naso un bouquet di intense sensazioni fruttate e floreali. Al palato è gradevole, floreale e ben persistente, sentori erbacei e fruttati sul finale.
  • ROVERONE Colline di Milano IGT. Un vino che prende il nome dal Podere Roverone, una zona della Collina di San Colombano che, per le caratteristiche del terreno e per l’esposizione, ben si presta alla produzione di vini rossi.

Un uvaggio di Barbera, Croatina, Merlot e Cabernet Sauvignon, con un profumo di frutti rossi e un sapore avvolgente, caldo e di buon corpo.

  • FRANCO RICCARDI Colline Milanesi IGP è un piccolo capolavoro. Una vera e propria celebrazione. Dedicato a un grande uomo, Franco Riccardi, il fondatore. Un blend di Merlot e Cabernet Sauvignon con uve leggermente appassite. Un ottimo vino, dal rosso rubino intenso con sfumature violacee. Il bouquet olfattivo è intenso e persistente, con intense sensazioni erbacee e fruttate. Al palato è pieno, austero ma vellutato e armonico.
  • VERDEA LA TONSA Vino bianco frizzante. Prodotto da uve Verdea per 85% e altre uve bianche. Un vino che si lascia bere! Colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, profumi delicatamente fruttati e floreali, un gusto brioso e fresco con un retrogusto leggermente amarognolo.
  • SOLITAIRE Passito di Verdea Raggiunta una ottima maturazione a fine settembre le uve vengono raccolte in piccole cassette, trasportate alla cantina e poste in un locale adatto all’appassimento dove rimangono fino a Natale quanto vengono pressate delicatamente. Il dolcissimo mosto ottenuto fermenta per 6 mesi in piccole botti e matura in piccoli serbatoi d’acciaio. Un colore giallo oro carico, profumi avvolgenti e intensi, in bocca rotondo e vellutato con aromi di confettura, di fiori appassiti, miele.

Se volete fuggire dal caos cittadino di Milano questo è il luogo ideale, alle porte delle metropoli, una meta green per ritemprarsi, per godere del buon vino e del buon cibo.

Prosit!

Piemonte: Vinchio Vaglio, cooperare con amore

È stupefacente pensare che nel lontano 1959 un piccolo gruppo di 19 viticoltori provenienti dai Comuni di Vinchio e Vaglio Serra, in provincia di Asti, riuscì a superare le divisioni territoriali secolari, uniti dalla comune passione per la vite, dando vita a una Cooperativa vitivinicola destinata a far parlare di sé.

Vinchio Vaglio diverrà “Il Nido della Barbera”, un luogo dove tale varietà potrà esprimere appieno le sue caratteristiche poliedriche. La Barbera, infatti, è un vitigno estremamente duttile che, a seconda dello stile di vinificazione e dell’affinamento, può regalare sia vini giovani e profumati che prodotti adatti a un buon invecchiamento.

In controtendenza a quanto accadeva in quegli anni, in cui nelle regioni più avanzate si pensava principalmente a rimpiazzare i vigneti vecchi con nuove piantagioni, dai cloni differenti e dalle densità di impianto più elevate, nel 1987 a Vinchio Vaglio si decideva di individuare i migliori vigneti dei propri soci, con un’età superiore ai 50 anni, dando vita a un vino sin da allora chiamato “Vigne Vecchie”. Un successo consolidatosi nel tempo e che, nel 2009, in occasione del cinquantesimo anniversario della cantina, si sdoppia con un secondo vino denominato “Vigne Vecchie 50”. Mentre il primo affina in legno, raccontando la Barbera nella sua longevità, complessità di profumi e struttura, il secondo sceglie di esprimere la freschezza e l’eleganza di una Barbera giovane.

Oggi, quegli stessi vigneti vantano più di 80 anni e richiedono un lavoro sempre accurato. Le poche uve che producono, tuttavia, possiedono qualità e caratteristiche del tutto particolari. Stiamo parlando di rese che vanno dai 30 ai 40 quintali per ettaro e per garantire ai viticoltori la possibilità di continuare a lavorare su questi vigneti, la cantina si impegna a garantire un determinato rendimento ad ettaro.

Il forte legame tra i soci è evidente, e il presidente Lorenzo Giordano sottolinea spesso: <<Il lavoro più importante è quello di mantenere questo contatto stretto e positivo, perché è solo grazie ai viticoltori i cui vigneti sono stati scelti per vini come ‘Insynthesis’, ‘I tre Vescovi’, i due ‘Vigne Vecchie’ o il Nizza ‘Laudana’, che in cantina arrivano uve perfette al momento concordato>>.

Grazie a questo legame, quasi 500 ettari di vigneto ancora oggi adornano le colline del Monferrato, riconosciute come Patrimonio UNESCO. La superficie media di proprietà di ogni viticoltore è di circa 2,5 ettari, rendendo la cantina l’unica possibilità per i quasi 200 conferitori di continuare a coltivare le proprie vigne in modo economicamente sostenibile. Vinchio Vaglio si erge come esempio virtuoso di Cantina Cooperativa, dimostrando l’importanza che un tale organismo può avere per il territorio e per una varietà così preziosa come la Barbera.

Alla scoperta delle gemme del Monferrato

È mattino presto, la brina e i primi raggi del sole fanno capolino tra le nebbie che lentamente si diradano, scoprendo le dolci colline del Monferrato, localmente chiamate “bricchi”. Mentre il sole lentamente sale, i colori tenui dal rosa all’arancio tingono i vigneti e i raggi fanno brillare i cristalli di ghiaccio sulle viti di Barbera. Si respira un profumo di storia su queste colline patrimonio dell’ UNESCO dal 2014 e che per secoli hanno visto avvicendarsi eventi che hanno fatto la storia d’Italia.

Grazie all’impeccabile organizzazione di Maddalena Mazzeschi, scopro luoghi meravigliosi alla scoperta della Cantina Cooperativa Vinchio Vaglio.

Oggi la produzione totale vede la Barbera come vitigno protagonista indiscusso. La maggior parte della produzione è nelle mani di un esclusivo gruppo di 30/35 soci della Cantina Cooperativa. Nizza Monferrato, dunque, non è solo un luogo di straordinaria bellezza paesaggistica, ma anche un punto di riferimento nel mondo vinicolo, dove la tradizione si unisce alla modernità. Gli enologi in sinergia con uno staff specializzato di professionisti, curano ogni aspetto dalla gestione dei vigneti di ogni conferitore, al trasporto in cantina, alla vinificazione, all’ affinamento e imbottigliamento.

Ogni conferitore viene seguito attentamente, con pratiche agricole mirate a ottenere uve di altissima qualità. Il trasporto delle uve in cantina è un momento cruciale, dove la delicatezza e l’attenzione sono fondamentali per preservarne l’integrità. Una volta giunte in cantina, le uve sono sottoposte a vinificazione, un processo guidato dalla maestria degli enologi, che sanno esaltare al massimo le caratteristiche di ogni varietà. Dopo la vinificazione, segue l’affinamento, dove il tempo e la cura sono essenziali per permettere al vino di sviluppare complessità e armonia. Infine, l’imbottigliamento, fase finale del processo, è eseguito con precisione chirurgica per garantire che ogni bottiglia sia un’opera d’arte pronta per essere gustata.

I vini degustati sono stati apprezzati da tutti i presenti tra cui l’amica e collega di 20Italie Olga Schiaffino

  1. Sorì dei Mori – Barbera d’Asti DOCG 2022
  2. I Tre Vescovi – Barbera d’Asti Superiore DOCG 2022
  3. Vigne Vecchie 50 – Barbera d’Asti DOCG 2021
  4. Laudana – Nizza DOCG 2020
  5. Vigne Vecchie – Barbera d’Asti Superiore DOCG 2019
  6. Sei Vigne Insynthesis – Nizza DOCG 2019

Vinitaly 2024: la “purificazione del Tempio” (del vino) è finalmente compiuta

Anche quest’anno le telecamere e i microfoni di 20Italie erano presenti a Vinitaly, per documentare il grande fermento del settore vitivinicolo italiano. “Fuori i mercanti dal Tempio”? Niente affatto! Siano benvenuti i “mercanti”, con un aumento degli operatori esteri da ben 140 paesi, di cui 1200 top buyer invitati e ospitati da Veronafiere in collaborazione con Ice Agenzia.

Bilancio positivo anche per Vinitaly Plus, la piattaforma di matching tra domanda e offerta con 20mila appuntamenti business, raddoppiati in questa edizione, e per il fuori salone Vinitaly and the city, che ha superato le 50mila degustazioni (+11%). Al netto delle presenze politiche ed istituzionali di rito, i visitatori complessivi hanno oltrepassato la soglia delle 97 mila unità: una vetrina impareggiabile per il Made in Italy nel mondo intero.

Un trend inarrestabile, con un cambio di passo avvenuto proprio durante gli anni tremendi della pandemia Covid, quando gli ingressi furono contingentati, dando respiro al dialogo tra produttori e venditori: lo scopo essenziale di una Fiera tra le più importanti d’Europa, giunta ormai alla 56^ edizione.

L’allestimento dei padiglioni dimostra parimenti un salto di qualità importante, con alcune aree e slot disegnati appositamente da stilisti e interior design. Un vero “Tempio del vino”, curato in ogni particolare, assistito dal personale dell’organizzazione, che ha risposto con prontezza alle esigenze richieste dalla banchettistica.

E poi il piacere di vedere i volti felici degli imprenditori; tavoli e sedie occupati dagli operatori nell’attesa di concludere ordini e contratti di fornitura; degustazioni guidate che hanno agevolato il compito della stampa nel fornire un servizio esaustivo per il lettore. Passeggiare senza spintonarsi, senza vedere situazioni “critiche” di chi abusa di alcool, è un inno per quanti (noi compresi) propongono l’idea del bere responsabile.

Se il Vinitaly cambia forma, anche la cultura del vino deve adeguarsi, scoraggiando l’iniziativa di chi ha dipendenze fisiche o non riesce a controllare gli istinti, penalizzando chi vuole lavorare in serenità e con risultati soddisfacenti. Ottima l’idea dell’aumento annuale dei costi d’ingresso, con un ticket giunto alla soglia dei 120 euro. Ottima l’idea di uno stand della Polizia di Stato a fungere da dissuasore degli abusi. Ottima, infine, la partecipazione dell’Associazione Italiana Sommelier in tanti spazi espositivi di Consorzi ed altri Enti fieristici compresa una confortevole Area Lounge, dove la professionalità fa la differenza.

Fuori i beoni, dentro solo gli operatori del settore e chi ama questo mondo bellissimo, il pane quotidiano delle nostre rubriche enogastronomiche. Colori, sapori, esperienze interattive e coraggio: con questi valori diamo un arrivederci alla 57^ edizione di Vinitaly a Veronafiere dal 6 al 9 aprile 2025.

Tutte le interviste puoi trovarle qui

Calici & Spicchi: il libro di Antonella Amodio per abbinare, con giusti consigli, pizza e vino

101 vini e 101 pizze proposti in 101 abbinamenti: questo è  il tema del libro Calici & Spicchi  della giornalista, sommelier e scrittrice casertana Antonella Amodio, presentato lo scorso 12 Aprile nella prima delle oltre cinquanta tappe previste dal “Calici & Spicchi Tour Experience”. Un vero e proprio circuito esperienziale in cui i protagonisti, oltre ad Antonella e alla sua pubblicazione, saranno molti dei pizzaioli citati con le loro creazioni.

Antonella Amodio

Siamo partiti da Ciro Grossi e dalla pizzeria La Campagnola, all’ingresso  di uno delle zone più popolari di Napoli, il Borgo dei Vergini nel quartiere Stella. Ambizione del tour experience è quella di avvicinare quante più persone possibili – non necessariamente addette ai lavori – al concetto che non solo l’abbinamento pizza e vino sia possibile, ma che sia anche il migliore, vista la crescente tendenza a elevare la pizza al rango di cibo gourmet. Dalla scelta delle farine a quella degli ingredienti per il condimento, mantenendo intatte le caratteristiche di immediatezza e semplicità che da sempre la caratterizzano, sembra quasi scontato abbinare al lievitato più desiderato al mondo una birra o una bibita gassata a tendenza dolce.

Antonella racconta che la pizza era storicamente abbinata al vino: nel 1800, epoca cui risalgono le prime pizzerie nella città partenopea, era consueto mangiarle accompagnate dal vino di Lettere o di Gragnano. Il motivo per cui si è andata affermando in epoca moderna l’abbinamento pizza/birra va addebitato invece alla fine degli anni Settanta e allo scandalo del metanolo, che molti allontanò dal consumo del vino.

<<Inoltre la birra, come la Coca Cola o l’aranciata, hanno un aspetto più accomodante e affabile verso il cliente. Ma bisogna fare attenzione perché sovente vanno a mortificare il lavoro che c’è dietro a una pizza, a partire dall’impasto fino ai topping e ai condimenti, dai più semplici ai più sofisticati>> continua la Amodio.

Un libro che nasce dall’esperienza giornalistica e dalla rubrica settimanale curata su Luciano Pignataro Wine & Food Blog. Ma soprattutto un libro che nasce dalla memoria dei sapori dell’infanzia, quelli del pane e della pizza cotti nel forno a legna di casa e del vino rosso del nonno. Partendo dal presupposto che ognuno di noi è libero di bere quello che vuole con quello che preferisce, Calici & Spicchi, nella parte introduttiva, si propone di dare pochi semplici suggerimenti, legati alle regole di abbinamento per concordanza o contrapposizione. Infine, una carrellata di pizze: dalle classiche margherita o marinara, fino a quelle più complesse e strutturate, ognuna accompagnata dalla propria ricetta e abbinata ad un vino campano, raccontato in poche righe.

Quando chiediamo all’autrice come sono state scelte combinazioni e abbinamenti tra le varie pizze e i vari vini, Antonella risponde: <<sul campo. Non sempre è però stato possibile reperire nelle pizzerie scelte i vini che desideravo per l’abbinamento. Per cui ho dovuto ricordare le sensazioni organolettiche della pizza e le ho abbinate col ricordo al vino>>. Una delle difficoltà maggiori a sdoganare l’abbinamento vino/pizza, nasce proprio dal fatto che non sempre le pizzerie hanno una carta dei vini. Dopo questa esperienza invece molti dei locali visitati hanno introdotto i vini abbinati alle loro pizze.

Ospiti della serata anche Concetta Bianchino e Armando La Resta, titolari di Tenute Bianchino, giovane realtà vinicola in Falciano del Massico (CE). Per toccare con mano il concetto di abbinamento pizza/vino di Calici & Spicchi, i vini di Concetta e Armando hanno accompagnato le proposte di Ciro Grossi.

Il Menù dell’evento

Montanara, crocchè di patate, fiore di zucca ripieno

Pizza con crema di carciofi, capocollo, provola e provolone del monaco

Marinara con pomodoro San Marzano, acciughe di Cetara  e aglio dell’Ufita

Pizza con salsiccia e friarielli, quella citata nel libro di Antonella

Pizza con pancetta e pesto di fave

I Vini proposti in abbinamento

Arianna Falerno del Massico doc bianco – Tenute Bianchino

Bacco Falerno del Massico doc primitivo – Tenute Bianchino

Riferimenti

Antonella Amodio

Calici & Spicchi

Cento modi per abbinare bene i vini alle pizze

Prefazione di Luciano Pignataro

Edizioni Malvarosa

La Campagnola Pizzeria

Via Fuori Porta S. Gennaro, 13

80137 Napoli

Tenute Bianchino

Via San Paolo – Località Ciaurro 81030 Falciano del Massico (CE)

Companatico racconta il Vallo di Diano, tra cibo e vino nella cornice di Palazzo Fiordelisi a Sala Consilina

Le carte erano già sul tavolo pronte ad essere utilizzate, come in un’abile mano di poker. Ma qui il ricco premio riguardava il gusto di poter assaporare alcune eccellenze del Vallo di Diano e della provincia di Salerno, sotto il patrocinio delle Istituzioni di Sala Consilina: l’attuale sindaco Francesco Cavallone e il vice sindaco Gelsomina Lombardi.

Una rappresentanza importante e dovuta, grazie anche alla gentile concessione di una location, da poco restituita ai fasti del passato, come Palazzo Fiordelisi. Ospiti numerosi per l’evento proposto da Companatico, associazione che raggruppa diverse personalità imprenditoriali del settore agroalimentare a “chilometro zero”.

Con il supporto di Talea, organizzazione no-profit, i protagonisti sono stati: Caseificio S. Antonio con il suo uovo di cacio, idea originalissima in versione con e senza tartufo. Il peperone “Sciuscillone” de I Segreti di Diano di cui abbiamo già parlato al link Il peperone “sciuscillone”, materia prima eccezionale che sospinge un territorio.

Infine, un gradito ospite esterno come il produttore Guido Lenza ed i suoi vini di Viticoltori Lenza: la storia di Guido Lenza e del suo sogno realizzato a pochi passi da Salerno.

Le telecamere di 20Italie erano lì, pronte a testimoniare un evento unico nel suo genere, che si ripeterà con altre iniziative utili allo scopo di creare cultura enogastronomica nel segno dei sapori autentici di un territorio tutto da scoprire.

Alcuni assaggi di Brunello di Montalcino a Terre di Toscana 2024

Nei giorni 24 e 25  marzo 2024 ha avuto luogo la 16° edizione di Terre di Toscana “Eccellenza nel bicchiere”. Un appassionante evento organizzato da Acquabuona.it negli spaziosi saloni dell’Hotel Versilia Lido l Una Esperienze di Lido di Camaiore, suggestiva location a due passi dal mare. Gli espositori ai banchi d’assaggio presenti erano 140 provenienti dalle più importanti Denominazioni d’Origine della Regione, con oltre 700 etichette in degustazione. Il focus odierno riguarderà una storica Docg: quella del Brunello di Montalcino.

Montalcino è un suggestivo Borgo medievale della provincia di Siena in Toscana. Nota capitale del vino Brunello, del Rosso e del dolce Moscadello, è posta nel territorio a nord-ovest del Monte Amiata, lungo il confine della Val d’Orcia e della provincia di Grosseto.
Il Brunello di Montalcino è una perla enologica italiana che gode di fama mondiale e la sua affermazione risale alla fine dello scorso millennio. Il 1966 con l’arrivo della Doc, sarà l’anno del suo rilancio e conseguentemente viene costituito il Consorzio di Tutela, grazie al quale verranno fatti ulteriori passi in avanti con ammodernamenti in cantina e rinnovamenti di nuovi vigneti quasi unicamente con Sangiovese. La consacrazione arriva però nel 1980 con la meritata Docg, uno tra i primi vini in Italia ad ottenere questo prestigioso riconoscimento. Con ulteriori cambiamenti al precedente disciplinare già rigoroso, è stata raggiunta una successiva elevazione  in termini qualitativi.

Lo straordinario territorio presenta aspetti pedoclimatici diversi in ogni zona del quadrante. Nella parte nord si ottengono vini di buona struttura, profumati ed eleganti, ad est vini più tannici adatti all’invecchiamento, a sud vini di grande struttura, molto profumati, ad ovest, vini eleganti, armonici, da lungo invecchiamento.

L’adiacenza al Monte Amiata e la vicinanza al mare creano un microclima propizio per la coltivazione della vite con forti escursioni termiche tra le ore diurne e notturne, dando origine a vini di elevata qualità. Tre sono le tipologie: Annata, Selezione e Riserva. Il Sangiovese a Montalcino ha trovato un contesto adatto ed il baricentro nella sua massima espressione, più di ogni altra zona.

Gli assaggi

Brunello di Montalcino Poggio alle Mura 2019 Banfi – Con note di ribes, lampone, pepe e tabacco, sorso fresco e saporito.

Brunello di Montalcino 2019 Baricci – Emana sentori di rosa, viola, fragolina di bosco, arancia e spezie, gusto rotondo, succoso e accattivante.

Brunello di Montalcino Madonna delle Grazie 2019 Marroneto – Sprigiona sentori di ciliegia, mora, menta, liquirizia, spezie e sottobosco. Sorso fresco, setoso e di interminabile persistenza.

Brunello di Montalcino 2019 Mastrojanni – Rivela nuance di prugna, mora, mirtillo e spezie, dal gusto avvolgente e duraturo.

Brunello di Montalcino Cielo d’Ulisse 2019 Podere Le Ripi – Dipana sentori di violacciocca, mora, prugna, sottobosco e nuances mentolate. Opulento, avvolgente e persistente.

Brunello di Montalcino 2019 Salvioni La Cerbaiola – Libera note di iris, ciliegia, rabarbaro, tabacco e sottobosco, attacco tannico setoso, armonioso e leggiadro.

Brunello di Montalcino Bramante 2019 San Lorenzo – Rimanda sentori di violetta, mirtillo, bacche di ginepro e tabacco, dinamico, armonioso e durevole.

Brunello di Montalcino Riserva Phenomena 2018 Sesti – Piacevoli sentori di violacciocca, amarena,  rabarbaro, scia speziata e mentolate. Tannino setoso, saporito e generoso.

Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 2016 Col d’Orcia – Olfatto contraddistinto da sottobosco, arancia sanguinella, tabacco dolce e spezie orientali. Avvolgente, pieno ed appagante.

Brunello di Montalcino Vigna del Lago 2019 Val di Suga – Si percepiscono sentori di ciclamino,  ciliegia tenerina, scorza d’agrumi e cacao, dal palato fresco e sapido con chiusura lunga.