Puglia: il rosato “Costiero” di Giustini, la riscossa del Negroamaro del Salento

C’era una volta il Negroamaro, memoria storica dei vitigni pugliesi. Nella cultura popolare l’uva era adatta da sempre alla produzione di vini rosati ricchi di carattere, speziature dolci e sensazioni iodate da vento del Sud. Le sue origini e diffusione traevano spunto dalle splendide sabbie bianche del Salento, dallo Scirocco caldo che sferza incessantemente nella stagione estiva e da un’antica usanza contadina nata per proteggere le viti.

C’era una volta, quindi, l’alberello, ereditato dai Fenici, poi dai Greci e Romani e divenuto in altre zone – come la piccola isola siciliana di Pantelleria – patrimonio UNESCO. In Puglia l’antica forma di allevamento delle piante era sostenuta da paletti (canne), utili a consentire un preciso ordine e una maggiore densità agli impianti.

Ciononostante era ed è considerata una pratica a rischio di scomparsa, perché necessita dell’incessante opera manuale dell’uomo, non in linea con il moderno rapporto costi-benefici di bilancio.

C’era una volta il rosato, ricavato in passato dalla tecnica del salasso dei rossi e, solo di recente, concepito con una precisa identità già sul campo.

Viti giovani, esposizioni fresche e varietà idonee selezionate ad hoc per ottenere la giusta acidità, corroborata dai tipici frutti di bosco e dalla indispensabile piacevolezza di beva.

La favola potrebbe andare avanti all’infinito senza contestualizzare il periodo in cui viviamo. Le mode, le crisi politiche, i mercati impazziti alla ricerca del vino stravagante, spesso inavvicinabile per il consumatore medio. E così i prezzi altalenanti, speculativi, che valorizzano o distruggono in pochi anni identità presenti da secoli nel comparto enologico.

Innovare e resistere, mantenendo la barra dritta fregandosene delle pressioni esterne, non è per tutti. Giuseppe Papadopoli, agronomo, “senatore” della cantina Giustini, coadiuvato in azienda dai figli tra cui il giovane enologo Salvatore, ha sulle spalle un numero di vendemmie perfetto per osservare le bonacce e le tempeste di mare con calma serafica.

L’idea del restyling del rosato da Negroamaro “Costiero”, prima annata targata 2007, deriva dall’esigenza di comunicare con vigore l’impegno e l’amore per la terra, coltivata (come in questa versione) a pochi passi dal Mar Piccolo tarantino, specchio d’acqua famoso per la mitilicoltura e per la presenza di sorgenti sottomarine.

Macerazioni brevissime, mosto fiore che passa dal contenitore d’acciaio alla bottiglia mantenendo integre tutte le sfumature delicate dell’uva. Il Negroamaro, infatti, non si concede a grandi aromi. Cultore e strenuo difensore fu il compianto Severino Garofano, irpino, uno dei padri dell’enologia pugliese che ne riscoprì l’anima nobile e meno rustica.

Il primo prodotto certificato e imbottigliato in Italia in versione rosa, merito di Leone de Castris nel 1943 durante la seconda guerra mondiale, veniva già utilizzato ben prima dalle famiglie locali in maniera artigianale per gli ospiti di casa e le celebrazioni importanti. Esistono bottiglie nascoste e impolverate in cantine dell’inizio del ‘900, alcune persino ancora integre nei sapori. Merito dell’acidità e del gradiente polifenolico che protegge dall’ossidazione.

La degustazione dell’IGP Salento Rosato Negroamaro “Costiero” 2024 narra delle sfumature tipiche del varietale tra ribes e fragoline croccanti, cui seguono nuance speziate di noce moscata e zenzero, per finire verso gradevoli erbe mediterranee con ricordi di timo, elicriso ed arbusti marini arsi dalla calura del sole. Visivamente il panorama delle dune e della vegetazione a macchia è il miglior compagno di giochi del vino, dall’immediata leggibilità, leggerezza e facilità nell’abbinamento gastronomico.

Come, ad esempio, nei finger food proposti dallo chef Giovanni Galiano del ristorante Gàlipa a Francavilla Fontana, segnalato nella Guida Ristoranti Gambero Rosso, con canapé ai gamberi rossi, tartare di polpo e ricotta, parmigianina, salmone e stecco di pescato e lamponi.

Giustini

Indirizzo: Via Pietro Germi, Snc
74027 – San Giorgio Ionico (TA)

Tel: +39 0995330411
Email: info@tenutagiustini.it

Cronache dall’Alto Adriatico – Friuli Colli Orientali: focus su Richenza Vigna Petrussa

(Con dedica a Gianmarco Nulli Gennari, epicureo esistente e resistente)

Di recente abbiamo assistito alla presentazione dell’ultimo libro di Massimo Carlotto e il privilegio di cenare allo stesso tavolo. Parlando in generale di letteratura e dei reciproci gusti, è uscito un aspetto che ci ha sorpreso (probabilmente non avrebbe dovuto). Lo scrittore riceve innumerevoli testi di persone in cerca d’affermazione e a suo dire, i più interessanti provengono da autrici. Data la sua inequivocabile esperienza gli crediamo senza dubitarne, ma la cosa ci ha fatto riflettere poiché da forti lettori al maschile dovremmo trarne insegnamento, e perché pensiamo la medesima cosa riguardo al mondo del vino.

Negli ultimi anni, le nostre esperienze più suggestive sono frutto di una declinazione al femminile. Sarà perché nella produzione del vino sono necessarie determinazione, coraggio, tenacia, integrità, peculiarità che unite ad una grande sensibilità emotiva le donne ne sono molto più dotate? Aspetto decisamente importante nel momento in cui il vino ha perso la caratteristica di alimento per tramutarsi in veicolo di gratificazione e creatore di emozioni.

Non facciamo mistero di credere fermamente che in passato – e in parte anche oggi? – non fosse semplice per una “lei” produrre del vino senza subirne le conseguenze, come del resto è accaduto per tante altre questioni. Gli ostacoli di un gretto pensiero machista che solo l’uomo fosse in grado di creare un fermentato d’uva degno di questo nome poteva giungere a rifiutarsi a lavorare per esse.

È ciò che accade a Giuseppina Busolini Petrussa, la mamma di Hilde proprietaria di Vigna Petrussa e ora affiancata nella conduzione dell’azienda dalla figlia Francesca, che si ritrovò a essere viticoltrice per necessità. Eredita la parte spettante dei vigneti alla morte del padre, proseguendo la coltivazione fino a quando nel 1963 rimane vedova.

Non trova nessun uomo italiano disposto a lavorare per lei in quanto ha la grande colpa di essere una donna ed è costretta a varcare un confine solo mentale e recarsi  in Slovenia dove inizia la collaborazione con la famiglia del signor Beppi, gli unici in zona disposti ad aiutarla nei lavori sia in vigna che in cantina. Un legame che vive tutt’oggi, dopo tre generazioni, attraverso la figlia Marina, e la nipote Petra.

Il marchio attuale di Vigna Petrussa risale al 1996, ma in precedenza i vini erano etichettati col nome completo di Giuseppina.

Questa produzione di vino al femminile ha oramai circa sessant’anni, vocata soprattutto allo Schioppettino. Il vitigno completamente distrutto dalla fillossera era ritenuto estinto fino a quando rinasce nel 1970 con la scoperta di una decina di piante sopravvissute che furono l’occasione di un rilancio. Nella zona del comune di Prepotto, nella Valle dello Judrio, trova il suo luogo d’eccellenza in terreni costituiti essenzialmente da ponca, strati alternati di marna e arenaria formatesi in periodo eocenico.

La versione che ne fa Vigna Petrussa, un vino meritatamente premiato, lo abbiamo assaggiato e molto apprezzato, durante il recente press tour internazionale sull’Alto Adriatico organizzato e voluto dal giornalista e scrittore Paul Balke.

Tuttavia, a ribadire la pluralità del gusto degli esseri umani e l’esistenza di vini emozionanti a prezzi contenuti, siamo qui a parlare di un altro vino che a nostro avviso è ancora troppo sottovalutato, e che ci ha turbato e stupito per l’eleganza: il Richenza.

Il nome Richenza è un tributo a una nobildonna del popolo germanico dei Longobardi, che si insediarono in Friuli nel 568 d.C., stabilendo nella Cividale dell’epoca la capitale del loro ducato, il primo del Longobardi in Italia. A palesare il legame che Vigna Petrussa intende avere con essi anche un altro vino è a loro dedicato: Desiderio, un bianco da dessert che omaggia l’omonimo re che ha regnato dal 757 al 774 d.C.

E soprattutto lo stemma presente nell’etichette dei vini reca l’immagine di un elmo guerriero longobardo, attualmente conservato presso il Museo Archeologico di Cividale.

Richenza è un blend, o cuvée che dir si voglia, voluto da Hilde Petrussa nel 2000, composto da Friuliano, Malvasia Istriana e Riesling Renano, da uve che effettuano una vinificazione separata con pressatura soffice. Il Riesling proveniente da vigneti con 55 anni di vita, effettua la maturazione in vasca di acciaio per 24 mesi; il Friuliano almeno 7 mesi di botte usata da 30 ettolitri; la Malvasia Istriana da vigneti trentennali, viene elavata in barrique usata per 24 mesi. Successivamente i vini vengono assemblati e affinati per un ulteriore anno in bottiglia.

Fin dal primo sorso ci siamo sentiti estromessi, e ciò che il Richenza 2022 e il nostro intimo si son detti ci è ignoto: lo accettiamo come un atto privato fra il nostro lato femminile e quello di chi l’ha concepito, rispettando il ruolo a noi riservato di vettori e latori di sensazioni olfattive e percezioni palatali palesate (perdonateci l’allitterazione cercata).

Un bouquet complesso, avvolgente, ammalia l’evidenza di una polpa di frutta matura dove crediamo di riconoscere la peche de vigne, l’albicocca, e una succosa susina. Si arricchisce poi di sensazioni morbide di vaniglia e di frutta secca sotto miele, e sullo sfondo qualche traccia di nota vegetale. Al palato è ricco, polputo ma restando un vino decisamente secco la cui morbidezza non si concede a nessuna sgradita dolcezza, con un sorso teso e di grande beva, dotato di personalità e lunga persistenza, e di un inatteso ma del tutto logico finale dedicato al minerale.

Ora, se fosse un vino interamente declinato al fruttato non l’avremmo particolarmente apprezzato perché ciò non rientra nelle nostre preferenze, ma l’eleganza, la finezza e tutto il resto qui incluso ci fa invocare a un fuoriclasse, che ci ha segnato e insegnato molte cose ignave a noi maschietti. E giacché nel mondo la bellezza è ovunque presente ma spesso non riconosciuta oppur non suscita interesse, a noi compete il ruolo di rilevarla e rivelarla laddove la s’incontra.

San Gregorio di Chiusi: il cuore pulsante della Val di Chiana tra vino, agricoltura e ospitalità autentica

C’è un luogo, nel sud della provincia di Siena, dove la terra racconta storie di tradizione, innovazione e bellezza: è l’Azienda San Gregorio di Chiusi, i cui vini sono stati apprezzati durante l’evento Metti una sera a cena a La Corte degli Dei di Palazzo Acampora. Fondata nel 1957, questa realtà agricola è oggi un fiore all’occhiello della Val di Chiana grazie alla visione lungimirante del suo amministratore, Michele Monica, professionista capace e determinato che in pochi anni ha rivoluzionato la gestione aziendale, moltiplicando gli utili e reinvestendoli con intelligenza per potenziare la produzione, l’ospitalità e il valore identitario del territorio.

San Gregorio si estende su una superficie di circa 170 ettari, di cui 20 già destinati a vigneto, a cui si sono recentemente aggiunti altri 9 ettari di nuovi impianti che entreranno in produzione nei prossimi tre anni, portando nuove prospettive di crescita. La restante parte della tenuta è dedicata all’allevamento allo stato brado e semi-brado dei suini di Cinta Senese DOP, razza nobile e protetta che può essere allevata come tale solo nella provincia di Siena.

Qui, tradizione agricola e innovazione tecnologica si incontrano in un equilibrio virtuoso: le vigne sono coltivate con tecniche di micro-zonazione assistita da satellite, che consente di monitorare vigoria e stress idrico delle piante, pemettedo di intervenire tempestivamente con trattamenti mirati. Le operazioni in vigna, dalla potatura alla vendemmia, sono eseguite con cura artigianale, a mano.

La vocazione vitivinicola dell’azienda nasce nel 1987, in un territorio vocato come quello del Chianti Colli Senesi DOCG, primo vino prodotto da San Gregorio. Nel tempo, l’offerta si è ampliata con etichette sempre più raffinate, come il Chianti Colli Senesi Riserva, cru proveniente da una singola vigna in cima alla collina, Poggio Pagliaio, e una selezione di monovitigni in purezza – Sangiovese, Ciliegiolo, Cannaiolo – che raccontano con autenticità il terroir.

Ma San Gregorio non è solo vino. È anche ospitalità, con due suggestivi casali – il corpo principale e Le Cerrete – adibiti ad Agriturismo con formula B&B. Le due piscine naturali, dotate di vasche di filtraggio biologico con fiori e piante acquatiche che hanno la capacità di filtrare biologicamente l’acqua, completano un’offerta enoturistica di alto livello, immersa nella quiete e nella bellezza della campagna toscana.

A completare il mosaico delle attività aziendali, fa parte della proprietà anche una enoteca nel centro storico di Chiusi, punto di incontro tra residenti, turisti e appassionati del buon bere. Uno spazio accogliente dove poter degustare e acquistare i vini dell’azienda, ricevere consigli, scoprire abbinamenti e approfondire la conoscenza del territorio direttamente nel cuore del borgo etrusco.

In un’epoca in cui il concetto di rete è fondamentale per la sopravvivenza e il successo delle realtà agricole, Michele Monica ha fatto qualcosa di raro: ha unito. Ha creato una sinergia concreta tra produttori, ristoratori, artigiani e agricoltori della Val di Chiana, dando vita a una vera e propria alleanza del territorio che va dal vino al grano, dalla pasta all’olio, fino alla carne Chianina e ai formaggi locali.

Questo spirito si è tradotto in “San Gregorio and Friends”, evento tenutosi il 6 e 7 giugno scorso: due giornate di festa, degustazioni, showcooking e incontri tra eccellenze. Chef locali hanno proposto piatti autentici, espressione sincera della cucina di Chiusi e della Val di Chiana, accompagnati dai vini dell’azienda e dei produttori amici.

In contemporanea, si è svolto il curioso e appassionante Blind Blogger Tasting, ideato da Fabio Gobbi e Francesco Bonomi: una sfida enologica tra wine blogger provenienti da tutta Italia, chiamati a riconoscere alla cieca i vini portati dagli stessi partecipanti. Un gioco serio, ma anche una celebrazione del sapere e della passione per il vino, culminato con la proclamazione del miglior degustatore.

La riuscita dell’intero progetto è stata tale da attirare l’attenzione delle istituzioni locali: il Sindaco di Chiusi e il Presidente della Provincia di Siena hanno riconosciuto ufficialmente l’impatto positivo del lavoro di San Gregorio sul tessuto economico e culturale del territorio.

San Gregorio oggi non è solo un’azienda agricola: è un modello di valorizzazione sostenibile e comunitaria, un laboratorio a cielo aperto dove vino, agricoltura, ospitalità e territorio si fondono in un racconto coerente e visionario. E tutto questo, in fondo, è anche merito di un uomo: Michele Monica, che ha saputo coniugare la sapienza della tradizione con il coraggio dell’innovazione. Chi arriva a San Gregorio non trova solo un calice di vino, ma un pezzo autentico di Toscana da ascoltare, assaporare e vivere.

Calabria: Rosato in Bolle 2023 – l’idea vincente di Rita Bilotti dell’azienda Serragiumenta

Durante la Notte Rosa del Vino 2025 a Trebisacce ho avuto l’occasione di conoscere Rita Bilotti, anima carismatica dell’azienda agricola Serragiumenta e donna di rara energia, capace di raccontare con passione il legame profondo tra vino, terra e memoria.

La manifestazione ha previsto la visita alla sua azienda ed è stata in questa occasione che ho potuto scoprire una delle bollicine davvero interessante e decisamente piacevole, Calabria IGT Rosé – Rosato in Bolle 2023, una spumeggiante dichiarazione d’amore per il vitigno autoctono Magliocco, interpretato con eleganza e grazia.

100% Magliocco, coltivato a 80 metri di altitudine sulle colline argillose e ventilate di Altomonte, questo vino nasce da uve allevate a cordone speronato, con una resa contenuta di circa 60 quintali per ettaro. La vendemmia avviene a fine settembre, seguono la vinificazione in autoclave con metodo Martinotti-Charmat e una maturazione in bottiglia di due mesi prima della commercializzazione.

Il risultato è una bollicina dal profumo delicato di rosa, che al palato rivela finezza e una dolcezza fruttata mai stucchevole, accompagnata da una morbidezza che ne fa un compagno ideale per una serata estiva. Ogni sorso restituisce il respiro di una terra che sa essere intensa e gentile allo stesso tempo, e che Rita Bilotti racconta con lo sguardo di chi ha saputo fare della bellezza una vocazione e dell’agricoltura una forma di cultura viva.

Serragiumenta, infatti, non è soltanto un’azienda vinicola: è un universo che unisce ospitalità di charme, agricoltura sostenibile e memoria storica. Il cuore di tutto è il Castello di Serragiumenta, costruito nel XVI secolo dal conte Pietro Antonio Sanseverino su un’antica proprietà della famiglia Sangineto, e oggi restaurato con rispetto e amore, mantenendo intatti gli interni e la struttura originaria.

Il castello domina una tenuta di 55 ettari coltivati a ulivi, vigneti e frutteti, dove si produce un olio extravergine di oliva biologico pluripremiato ottenuto da cultivar locali come la Tondina, la Nocellara messinese e il Leccino, e si allevano ovini e il pregiato suino nero calabrese, da cui nascono salumi e formaggi di altissima qualità. Le conserve, anche a base di fichi d’india raccolti lungo il viale di accesso al castello, raccontano una filiera autentica, dove tutto parla di territorio e artigianalità.

Dal 2004 l’azienda ha intrapreso anche la strada del vino, coltivando varietà autoctone e sviluppando una linea enologica propria, vinificata in loco con tecniche moderne ma nel rispetto dei tempi e dei gesti antichi. La collaborazione con un enologo dell’Etna, condivisa nel segno dell’amore per la terra, ha portato a vini che non rincorrono la moda, ma affermano un’identità precisa, riconoscibile e in continua evoluzione.

Rita Bilotti guarda al futuro con lo stesso entusiasmo con cui ti porge un calice: è già in progetto una nuova cantina che porterà la produzione a superare le centomila bottiglie nei prossimi tre anni, segno di un’ambizione che non perde mai il contatto con le radici. Rosato in Bolle è dunque molto più di un vino: è il riflesso di una visione, di una donna che crede nel potere della terra, della cultura e dell’ospitalità, e che ha saputo trasformare una dimora storica in un luogo dove ogni dettaglio – dai profumi alla luce, dalla cura dei prodotti alla bellezza dei paesaggi – racconta con naturalezza ciò che la Calabria ha di più autentico da offrire.

Cronache dall’Alto Adriatico: Friuli Colli Orientali

Dopo un primo assaggio del Brda raccontato qui:

prosegue il nostro viaggio nei territori dell’Alto Adriatico ospiti dell’organizzatore dell’evento Paul Balke con prima tappa il territorio di Friuli Colli Orientali.

Lasciamo Medana e torniamo in Italia quasi senza accorgecene con direzione Manzano dove ci attendono i vini di dodici aziende.

Nel precedente abbiamo accennato alla futilità dei confini e continueremo a farlo in questo e nelle future narrazioni. Necessità organizzative hanno fatto sì che il pernottamento del gruppo dei giornalisti fosse diviso in due esatte metà in luoghi distanti appena dieci chilometri l’un dall’altra, in Slovenia e in Italia. Se non ci fosse stato specificato nessuno se ne sarebbe accorto, e di notte ovunque fossimo splendeva la stessa luna, visibile in un cielo stellato privo di nuvole.

Il territorio del Friuli Colli Orientali, è stato definito nel 1970 con l’approvazione del disciplinare di produzione di ciò che al tempo si chiamava D.O.C. Colli Orientali del Friuli. Comprende l’intera formazione collinare della parte orientale della provincia di Udine che, da nord, riguarda i territori dei comuni di Tarcento, Nimis, Povoletto, Attimis, Faedis, Torreano, da est Cividale, San Pietro al Natisone, Prepotto, e infine da sud-ovest con Premariacco, Buttrio, Manzano, S. Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo. Quattordici comuni con rilievi di altitudine dei vigneti compresi tra i 100 e i 350 metri s.l.m., che escludono quelli del fondovalle.

Ed è giunto il momento di introdurre il particolare terreno protagonista di questi luoghi: la ponca.

Chiamata anche flysch è una roccia eocenica, formatasi dai 34 ai 56 milioni di anni fa, che accomuna le cinque denominazioni di  Friuli Colli Orientali, Collio, Brda, Vipaska Dolina, Slovenska Istra.

È costituita da un’alternanza di strati di spessore variabili di marne (argille calcaree) ed arenarie (sabbie calcificate). La marna assorbe facilmente l’acqua ed è di consistenza tenera, l’arenaria è dura e impermeabile. Se poi si aggiunge la ripidità delle colline del posto si comprende come sia stato necessario provvedere a terrazzamenti per evitarne l’erosione e trattenere l’acqua.

I vitigni presenti per i bianchi sono Chardonnay, Friulano, Malvasia Istriana, Picolit, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Ribolla Gialla, Riesling Renano, Sauvignon Blanc, Traminer aromatico, Verduzzo; per i rossi Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot, Pignolo, Pinot Nero, Refosco dal Peduncolo Rosso, Schioppettino, Tazzelenghe.

Saremmo in errore se associassimo la ricca presenza di vitigni internazionali, comune del resto a tutto l’Alto Adriatico, come la volontà di seguire una moda con nomi di successo conosciuti al pubblico mondiale. Uve piemontesi e francesi furono piantate durante l’ultima parte del XIX secolo, e in merito ad alcune di origine transalpina si ipotizza di poterne retrodatare l’arrivo al periodo napoleonico (1809-1814) con la costituzione dell’exclave del Gouvernement des Provinces Illyriennes, che oltre all’Alto Adriatico arrivava a comprendere l’intera Dalmazia.

In una sala dell’osteria Elliot di Manzano, si sono alternati dodici produttori i quali aderendo al progetto, hanno raccontando in breve la loro storia e descritto i vini. Li elenchiamo di seguito in ordine di comparsa.

Prima di iniziare è necessaria una doverosa premessa: durante il nostro tour abbiamo assaggiato complessivamente 320 vini provenienti da 74 aziende. Impossibile parlare nel dettaglio di tutti, e quantunque volessimo sarebbe tedioso e non interesserebbe ad alcuno, pertanto nella gran parte dei casi ci limiteremo a menzionarne uno per produttore, quello che più ci ha favorevolmente colpito con la consapevolezza della parzialità di giudizio.

MEROI dal 1920 – ettari 20 – bottiglie annue 60.000

(https://www.meroi.wine/)

Friuliano 2023 gradevole, fresco, fragrante e floreale, con sorso glicerico, sapidità pronunciata e un finale piacevolmente ammandorlato

Sauvignon 2023

Merlot 2021 Ros di Buri.

RODARO PAOLO dal 1846 – ettari 60 – bottiglie annue 300.000

(https://www.rodaropaolo.it/it)

Blanc de Noir 2018 metodo classico pas dosé (68 mesi sui lieviti)

Sauvignon 2021 Il Fiore

Refosco dal Peduncolo Rosso 2018 Romain Collection la gradazione alcolica importante di 17% è dovuta alla surmaturazione delle uve in fruttaio per 4 settimane e non penalizza il vino, profondamente immerso nell’universo della bacca rossa, con della ciliegia matura, frutta secca, humus di sottobosco, cuoio e tabacco. Ovviamente ha pienezza di corpo, calibrato, e con buona persistenza.

TUNELLA dal 2002 – ettari 70 – bottiglie annue 400.000

(https://www.tunella.it/)

Pinot Grigio 2024

Biancosesto 2023 (Friuliano e Ribolla)

Colmatìss Sauvignon 2023 varietalmente spinto, fresco e fragante, con note di erbe officinali, di salvia. Ha un sorso pieno, persistente e sapido.

JACUSS dal 1990 – ettari 13 – bottiglie annue 50.000

(https://www.jacuss.it/index.php/it/)

Pinot Bianco 2024

Sauvignon 2023

Tazzelenghe 2022 che vinifica in barrique per 24 mesi, poi 6 mesi di assemblaggio delle masse, e infine 6 mesi affinamento in bottiglia. Piccola bacca rossa scura, olfatto e gusto speziato, pepe, rustico ma bilanciato e con grande personalità e persistenza.

CONTE D’ATTIMIS MANIAGO dal 1930 – ettari 86 – bottiglie annue 350.000

(https://www.contedattimismaniago.it/)

Ronco Broilo 2019 (Friulano/Malvasia/Ribolla)

Malvasia Salistra 2023

Pignolo 2013 con note di profondità tipiche dell’evoluzione, del sottobosco, frutta secca, confettura di mora e mirtillo, liquirizia, cuoio, e cenni balsamici. Il sorso è teso, succoso e persistente.

CA’ LOVISOTTO dal 2021- ettari 3 – bottiglie annue 10.000

(https://www.calovisotto.it/)

Ribolla Gialla 2023, dopo la vasca inox, effettua un secondo travaso in anfora di terracotta naturale toscana per circa 8 mesi. Ha persistenza olfattiva agrumata, note di albicocca fresca e succosa, fiori di sambuco, sentori minerali che seguitano anche al palato, dotato di eleganza, armonia e persistenza.

Schioppettino di Prepotto 2022, vasca inox per 6 mesi, poi barrique e tonneau per 12 mesi, e affinamento in bottiglia per 8 mesi. Frutta rossa croccante, nota boisé, sorso pieno, di bacca rossa, è vino di corpo, molto gradevole nelle note di spezie e con l’utilizzo del legno ben dosato.

AQUILA DEL TORRE dal 1996 – 18 ettari – bottiglie annue 55.000

(https://www.aquiladeltorre.it/)

Riesling 2020 è un Riesling Renano molto intenso, di un minerale votato agli idrocarburi, fresco nelle sue note agrumate, con sorso vivo, polputo e ricco nel corpo, e di buona persistenza.

Oasi Bianco 2021 (Picolit)

Refosco dal Peduncolo Rosso Riserva 2016

PIZZULIN dal 2011 – ettari 11 – bottiglie annue 50.000

(https://www.pizzulin.com/cantina)

Friulano 2024

Schioppettino di Prepotto 2021

Scaglia Rossa 2021, si tratta di un Merlot in purezza e il vino provenie da una singola botte con l’ottenimento di 600 bottiglie, con vinificazione di 30 mesi in tonneau da 5 e 7 ettolitri. Caldo e confortevole nelle sue note di bacca rossa, la mora di rovo e il gelso rosso su tutte, e di spezie dolci. Morbido e setoso al palato, con un finale gradevole e lievemente vegetale.

MOSCHIONI dal 1953 – ettari 13 – bottiglie annue 60.000

(https://www.michelemoschioni.it/)

Rosso Celtico Riserva 2015

Blend di Merlot e Cabermet Sauvignon in parti eguali che vinifica un anno in barrique, quattro anni in botti grandi, e almeno un anno di affinamento in bottiglia. Intenso con bacca rossa di bosco, confettura di fragola e di mirtilli, agrumi, arancia sanguinella, spezie e tabacco dolce. Il palato è succoso, garbato, in equilibrio, con setosità tannica e ritorni di ciliegia ben matura e molto persistente.

Schioppettino Riserva 2013

Rosso Reâl 2015

Tazzelenghe al 50%, Merlot e Cabernet Sauvignon per il saldo, che vinfiica come il Rosso Celtico. Intensa è la frutta a bacca rossa di bosco fra cui spicca il lampone e la mora di rovo, le spezie sono morbide, cannella in primis. Sorso teso e morbido, tannini delicati, ricco e succoso, di grande persistenza e con richiami finali balsamici.

 VIGNA PETRUSSA dal 1996 – ettari 8 – bottiglie annue 40.000

(https://www.vignapetrussa.it/)

Friulano 2024

Richenza Bianco 2022 (Friulano, Malvasia, Riesling Renano) a questo vino dedicheremo un focus a sé stante.

Schiopettino di Prepotto Riserva 2019

Vinifica sui lieviti indigeni per tre anni e un ulteriore anno di affinamento in bottiglia. Vino che inizialmente austero, si declina nella piccola bacca rossa, mora, gelso nero, ribes nero, per virare in fiori secchi, violetta, spezie morbide, e terminare con sentori balsamici. Al palato è succoso, polposo, con agrume maturo, elegante e fine, sorso teso e persistente.

RONCHI DI CIALLA dal 1970 – ettari 26 – bottiglie annue 100.000

(https://www.ronchidicialla.it/)

Cialla Bianco 2021 (Ribolla, Verduzzo, Picolit)

Schioppettino RiNera 2022

Schioppettino di Cialla 2019

Olfattivamente etereo con note di piccola bacca rossa, sentori di sottobosco, frutta secca e cenni balsamici. Al palato l’alcol è praticamente inesistente (12.5%) con sorso succoso in un contesto di lievità ed eleganza, e ritorni di spezie delicate, fra le quali il pepe bianco.

DRI GIOVANNI II RONCAT dal 1968 – ettari 9 – bottiglie annue 40.000

(https://www.drironcat.com/)

Refosco dal Peduncolo Rosso 2017

Intense note di miritllo e altre bacche di bosco, erbe aromatiche e minerali vicine alla grafite. Al palato è morbido, con ritorni di spezie dolci e dotato di una bella persistenza.

Schioppettino Monte dei Carpini 2019

 Da comunicatori quali siamo, sappiamo come l’individualità della figura sia rilevante. Desideriamo quindi premiare con una menzione speciale Wayne Young, natio nel piccolo sobborgo di South Orange presso Newark nel New Jersey, e che vive in Friuli da 27 anni. È un sommelier amico di Paul Balke che ha lavorato per vent’anni in maniera non continuata e con diversi ruoli per l’azienda Bastianich, che ha coadiuvato la degustazione riuscendo abilmente a fondere durante la conduzione del servizio, leggerezza e professionalità di alto profilo con spiegazioni fornite in aggiunta a quanto i produttori esponevano. 

Durante il pranzo da Eliot i produttori hanno servito ulteriori vini. Avevamo espresso il desiderio a Lara Rodaro e Nadia La Milia dell’azienda Paolo Rodaro di assaggiare uno dei due vini prodotti a base di vitigni Piwi e siamo stati accontenati con il Primi Passi Bianco 2020 da Nepis e Soreli, che nonostante il lustro di vita ha ancora una netta acidità citrina e della frutta tropicale.

Molto interessante e di struttura dalla stessa azienda il Friulano 2023 Romain Collection, e poi il Tazzelenghe 2020 di Conte d’Attimis Maniago dove la rusticità endemica di questo vitigno autoctoctono di cui ingiustamente si parla poco era adeguatamente compensata da note speziate e di piccoli frutti di bosco.

Ricordiamo infine con piacere il Picolit 2018 di Vigna Petrussa per intensità e finezza nei richiami di frutta esotica, e il Vermut Eretico a 18% prodotto da Aquila del Torre a partire dal proprio vino da Verduzzo Friuliano che ci ha sorpreso per facilità di beva, garbo nelle note erbacee, balsamiche e citrine.

 Il pomeriggio è stata l’occasione per visitare luoghi importanti e storici della regione, non solo dal punto di vista vinicolo. Non molto distante dal ristorante, imponente l’Abbazia di Rosazzo dominava silente dall’alto, sembrando di sorvegliare i vigneti che abbiamo osservato da vicino, sfidando un caldo equatoriale. Fondata dai monaci benedettini nel 1068, l’abbazia passa poi ai domenicani. Ha svolto un ruolo importante nello sviluppo della viticoltura e olivicoltura della regione, e il paragone con i monateri di Borgogna, i clos e via dicendo non è affatto fuori luogo. Un giro tra i vigneti di Spessa, nella valle di Prepotto e uno stop presso i vigneti di Cialla hanno ornato ulteriormente il nostro sguardo.

 Ma la degustazione di vini non era affatto terminata: ci attendeva in una cena in quel di Tricesimo, piccolo comune nato nel III secolo d.C. che deve il suo nome a un’epigrafe romana: ad tricesimum lapidem cioè alla trentesima pietra miliare dal porto di Aquileia, vale a dire a circa 45 chilometri. 

Ci accoglie Ermanno Maniero, un bel giovane che dopo un decennio passato in mare come direttore di macchina, decide di mettersi in gioco e dedicarsi ai vigneti di famiglia, alcuni con un secolo di vita. Le Due Torri è il nome della sua cantina, un progetto che dichiara d’avere come focus l’equilibrio tra modernità e tradizione.

Aderisce all’organizzazione dei vignaioli indipendenti Fivi, e quattro sono i vigneti a disposizione: Monte San Biagio, Bolzano, del Torre, Villa Garzolini dove albergano sedici vitigni, sette dei quali autoctoni, avviluppati da quattro ettari di bosco che assieme al torrente Torre creano un microclima di biodiversità. Ermanno malcela una certa passione per la fantascienza (che condividiamo), che si manifesta con il richiamo nel nome di tre suoi vini: Stargate, Time Machine, Chronos. Cenando abbiamo avuto modo di assaggiare sette referenze che produce.

Stargate, spumante dosaggio zero, metodo integrale, blend di Chardonnay (60%) e Ribolla (40%) che trascorre 24 mesi sui lieviti, fresco, citrino, gradevolmente fruttato.

Ribolla Gialla 2023 Friuli Colli Orientali Doc, che sosta per il 30% della massa in botte di acacia, con note di ginestra, frutta a polpa gialla, sapido, con sorso teso e ricco, abbastanza persistente.

Friulano Riserva 2021 Friuli Grave Doc, senza fermentazione malolattica e con maturazione in botte e frequenti bâtonnage per 18/24 mesi. Elegante e complesso, glicerico, con frutta matura, sorso pieno e persistente, sapido e speziato.

Old Wisdom 2019 Venezia Giulia Igt: un Verduzzo con piccolo saldo di Picolit e macerazione delle uve per 12 giorni e fermentazione secondaria con lieviti indigeni. Riposa in barrique a contatto con le fecce nobili per 18 mesi, sviluppando note di fiori essiccati, frutta secca, albicocca disidratata. Morbido e rotondo con ritorni di miele d’acacia e vaniglia.

Schioppettino 2022 Friuli Colli Orientali Doc, macerazione delle uve per 20 giorni e fermentazione secondaria con lieviti indigeni, affinamento in tonneau da 500 litri a contatto con le fecce nobili per 12 mesi, crunchy detta all’anglosassone note di frutta, con cenni balsamici e molte spezie, pepe nero, in un sorso elegante, lieve, con ritorni speziati.

Tazzelenghe 2016 Trevenezie Igt, macerazione delle uve per 30 giorni e fermentazione secondaria con lieviti indigeni, affinamento in mix di tonneau da 500 litri, barrique, e botti di ciliegio non tostato, a contatto con le fecce nobili per 36 mesi, con note di frutta scura, ciliegia amarena e marasca mature, liquirizia, una nota boisé, e poi di spezie, palato morbido con setosi tannini, alcol integrato e grande persistenza e ritorni speziati.

The Pulse 2021 Trevenezie Igt, vino di punta aziendale dai 16% gradi alcolici, ma che può arrivare anche a 17.5% a secondo dell’annata. Un blend di Refosco dal Peduncolo Rosso al 43%, Schioppettino al 43%, e Tazzelenghe al 14%, derivante da appassimento naturale sui graticci delle uve per 90 giorni, macerazione delle stesse per 45 giorni, affinamento in tonneau da 500 litri a contatto con le fecce nobili per 36 mesi, con sentori di frutta di bosco, mora, mirtillo, lampone, fragolina, in confettura e sotto spirito, dotato di sorso pieno e masticabile, e ritorni di marasca persistente e di spezie, in un finale alcolico simile al liquore Maraschino, della vicina Dalmazia.

Salutiamo e ringraziamo Ermanno per i vini e per la cena, con la visita del locale stoccaggio delle botti. Il tempo di rientrare per noi a Medana in Slovenia, con l’eco nel palato dell’ultimo vino assaggiato, The Pulse che in etichetta riproduceva un cuore, sotto un firmamento anch’esso pulsante che della terra in cui ci troviamo non gli fa alcuna differenza.

Sicilia DOC: la biodiversità vitivinicola tra scienza, tradizione e futuro

Presentati i progetti BI.VI.SI e V.I.S.T.A. Lucido a Palermo

Nel cuore della Sicilia, dove i monti delle Madonie sembrano custodire millenni di storia agricola, l’Università degli Studi di Palermo ha ospitato il 24 giugno scorso un evento di rilevanza nazionale per il comparto vitivinicolo: il convegno organizzato dal Consorzio Sicilia DOC in collaborazione con Wine Meridian, dedicato alla presentazione dei progetti BI.VI.SI e V.I.S.T.A. Lucido.

Un’occasione unica per riflettere sull’identità della viticoltura siciliana, sulla sua straordinaria biodiversità genetica, e sulle sfide poste dal cambiamento climatico, ma anche per conoscere i risultati di studi scientifici avanzati e il ruolo fondamentale della ricerca nel futuro del vino siciliano.

A moderare l’incontro il giornalista e direttore di Wine Meridian, Fabio Piccoli, che ha saputo dare ritmo e profondità a una giornata intensa di testimonianze, dati e visioni.

Un patrimonio da tutelare e valorizzare

Ad aprire il convegno è stato Antonio Rallo, Presidente del Consorzio Sicilia DOC, che ha ricordato come il consorzio rappresenti oggi oltre 7000 aziende: “Abbiamo il dovere di conservare e valorizzare il patrimonio di biodiversità della nostra isola, che è tra i più vasti e ricchi al mondo. I progetti che presentiamo oggi sono un passo fondamentale in questa direzione”.

Il convegno si inserisce in un momento storico cruciale per il vino siciliano, che vede nella ricerca e nell’innovazione strumenti decisivi per affrontare un mercato in costante evoluzione e un clima sempre più imprevedibile.

Tradizione, innovazione, resilienza

La parola è poi passata ai rappresentanti del mondo accademico e istituzionale. Il Prof. Rosario Di Lorenzo, Presidente dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino, ha sottolineato come la viticoltura sia chiamata ad affrontare sfide sempre più complesse: “Oggi, la resilienza del comparto passa dalla ricerca scientifica e dalla sperimentazione. I progetti presentati oggi sono il frutto di una sinergia rara tra istituzioni, università e imprese”.

Lo ha ribadito anche il Prof. Onofrio Corona, che ha illustrato il lavoro svolto dal suo gruppo nella parte enologica del progetto, mettendo in evidenza la capacità dei vitigni autoctoni — come il Catarratto Lucido — di adattarsi ai cambiamenti climatici, grazie a una plasticità genetica che può diventare un’arma vincente per il futuro.

Il Prof. Antonino Pisciotta ha invece affrontato il tema della divulgazione tecnica e dell’importanza della formazione: “La Sicilia è un continente viticolo, con numeri straordinari e potenzialità ancora tutte da esprimere. Tradizione e innovazione qui trovano un connubio naturale”.

BI.VI.SI: la biodiversità sotto la lente della scienza

Il primo dei due progetti presentati è BI.VI.SI, acronimo di “Valorizzazione della biodiversità viticola siciliana”, illustrato dall’innovation broker Maurizio Gily. Il progetto ha messo in luce l’enorme varietà genetica presente nei vigneti siciliani, dove sono coltivate circa 70 varietà autoctone, molte delle quali poco conosciute o quasi dimenticate.

Un aspetto affascinante emerso dagli studi è l’importanza delle microvinificazioni per individuare e valorizzare le sfumature sensoriali delle diverse varietà. “Alcuni vitigni sono vere e proprie reliquie storiche – ha sottolineato Gily – e vanno protetti e studiati con attenzione”.

Le Dott.sse Lucia Turano e Manuel Schnitter, del Dipartimento SAAF dell’Università di Palermo, hanno presentato i risultati ottenuti in tre aree chiave della Sicilia (ovest, centro e sud-est), in collaborazione con aziende come Planeta, Tasca d’Almerita, Donnafugata, Settesoli e Colomba Bianca, offrendo un quadro dettagliato delle potenzialità del territorio.

V.I.S.T.A. Lucido: un futuro brillante per il Catarratto

Il secondo progetto, V.I.S.T.A. Lucido (Valorizzazione Innovativa e Sostenibile dei Terroir delle varietà autoctone), ha concentrato l’attenzione sul Catarratto Lucido, una delle varietà più diffuse e identitarie della Sicilia.

Attraverso un approccio multidisciplinare, agronomico ed enologico, sono stati analizzati i comportamenti del vitigno in relazione agli eventi climatici estremi, grazie al lavoro del Dott. Stefano Puccio e del team del SAAF. Interventi come la potatura tardiva, l’uso di caolino per proteggere le foglie dal sole e l’impiego di reti antigrandine come schermatura, sono stati studiati per migliorare la sostenibilità delle pratiche colturali.

Anche la gestione delle infestanti è stata affrontata in chiave green, con soluzioni a basso impatto ambientale come il diserbante naturale a base di acido pelargonico, presentato dalla Dott.ssa Anna Ciancolini (Novamont).

Un messaggio chiaro al mercato

A chiudere il convegno, l’intervento di Giuseppe Figlioli, enologo e consigliere del Consorzio Sicilia DOC: “Il nostro obiettivo è rendere visibile al mercato il lavoro scientifico che c’è dietro ogni bottiglia. Oggi abbiamo messo una lente sulle sfaccettature del Lucido, ma in futuro potremo fare lo stesso su molte altre varietà autoctone”.

Le parole conclusive di Fabio Piccoli hanno ben sintetizzato il senso della giornata: “Questo convegno apre le porte a una valorizzazione concreta del Catarratto Lucido. Una varietà che, grazie alla sua resistenza e alla sua storia, può diventare il simbolo della sostenibilità economica e ambientale della viticoltura siciliana. Ora la sfida è trasformare la ricerca in valore aggiunto per i produttori”. Ad accompagnare i lavori, una selezione di prodotti tipici siciliani e una degustazione dei vini frutto delle microvinificazioni, a conferma che scienza, cultura e gusto possono — e devono — camminare insieme.

Il 2 luglio Rostì di Pomigliano d’Arco (Na) festeggia i 5 anni di attività con una serata solidale a sostegno della Cooperativa Sociale EVA

Il 2 luglio, a partire dalle ore 20,00, lo chef Matteo Del Cuoco celebra i 5 anni del suo ”Rostì – Non una normale rosticceria” con un evento speciale che unisce gusto, territorio e impegno sociale. Per questo importante compleanno Rostì, migliore locale della Campania del 2025 secondo la guida Street Food d’Italia del Gambero Rosso, proporrà un menu solidale, ideato per l’occasione, realizzato in collaborazione con “Le Ghiottonerie di Casa Lorena”, un progetto della Cooperativa sociale EVA a sostegno dell’autonomia economica di donne in uscita dalla violenza. L’intero ricavato della serata sarà devoluto alla Cooperativa EVA.

EVA, attiva dal 1999, opera in Campania per la prevenzione e il contrasto della violenza maschile contro le donne e i bambini, gestendo centri antiviolenza e case rifugio. Tra i progetti più significativi della cooperativa c’è proprio “Le Ghiottonerie di Casa Lorena”, un laboratorio gastronomico che nasce a Casal di Principe in un bene confiscato alla criminalità organizzata, oggi rifunzionalizzato come luogo di autonomia e rinascita per donne che hanno superato esperienze di violenza.

Il menù speciale della serata realizzato anche con i prodotti de “Le ghiottonerie di Casa Lorena” prevede Gnocchi con crema di parmigiano, confettura di pera e cardamomo e chips di pera, Frittatina “aglio, olio e acciughe” con confettura di mela e cannella e Brownie con caramello salato, crema spalmabile CioccoBu’ e arachidi pralinate.

I singoli piatti o l’intero menu (al costo di 15 euro) sono disponibili in sede, da asporto e in delivery.

Durante la serata, inoltre, presso il locale sarà presente un angolo allestito con i prodotti artigianali de “Le Ghiottonerie di Casa Lorena”, dove sarà possibile acquistare confetture e marmellate con frutta a km 0, creme spalmabili e specialità per sostenere direttamente il progetto e le donne che ne fanno parte.

Rostì

“Rostì – Non una normale rosticceria” nasce a Pomigliano nel giugno del 2020, poco dopo l’inizio della pandemia. Il progetto, che inizialmente parte con un piccolo locale da asporto in via Iasevoli e nel settembre 2022 si sposta in via Alfa Romeo per disporre di una sala con 45 coperti, si basa sulla voglia del giovanissimo fondatore Matteo Del Cuoco (classe ’99) di proporre i piatti della tradizione napoletana in una chiave di lettura assai diversa dalla classica rosticceria.

Nessun piatto già pronto in vetrina: chi sceglie Rostì sceglie di mangiare bene, aspettando qualche minuto in più ma con la certezza di mangiare un piatto preparato al momento sotto gli occhi del cliente. La cucina è a vista attraverso una finestra che consente di guardare lo staff all’opera. La proposta fondata prevalentemente sui classici della tradizione napoletana prevede periodicamente delle novità in carta.

  Rostì Via Alfa Romeo, 13/15 Pomigliano d’Arco (NA) Tel. 351 9671412    EVA Cooperativa sociale Via Jan Palach – Central Park Santa Maria Capua Vetere (CE) cooperativaeva.com  
Contatti stampa: Laura Gambacorta Mob. 349 2886327 laugam@libero.it  Contatti stampa: Cristiana Scoppa Mob. 339 1488018 cristiana.scoppa@cooperativaeva.com

L’imprenditore Paolo Ferrara festeggia 100 anni di amore per il legno e 40 per il design, nel rispetto dell’ambiente

L’iconica azienda Dimensione Casa Ferrara celebra l’arte industriale con un grande evento 

Comunicato Stampa

Dalla materia prima all’arte industriale. Con l’evento “Casa e Atmosfere” in programma giovedì 26 giugno alle 19 a Casoria, l’imprenditore Paolo Ferrara celebra i 100 anni di storia familiare e aziendale e i 40 della sua impresa. Tra design, performance e gusto, “Dimensione Casa Ferrara” festeggia questi traguardi importanti con un incontro multisensoriale organizzato da Visivo Comunicazione, che mette in scena l’arte del progettare, con spazi connessi tra interno ed esterno.

Un viaggio tra passato e presente, con ambienti immersivi, atmosfere suggestive e narrazioni lunghe un secolo. La storia dell’azienda della famiglia Ferrara inizia infatti 100 anni fa, quando il nonno Francesco, nel centro di Casoria seleziona e distribuisce legni nobili ai laboratori di falegnameria ed ebanisteria. Tocca poi al figlio Vincenzo, papà di Paolo, dagli anni ‘50, sviluppare ulteriormente la filiera del legno, introducendo semilavorati e accessori, per poi ampliare il comparto serramenti.

Negli anni ‘80 è il turno di Paolo, che comincia a lavorare in azienda e ne scrive la svolta contemporanea. Viaggia tantissimo, muovendosi sopratutto tra Stati Uniti e Nord Europa. Nota che in questi Paesi i prodotti come infissi e porte, sono distribuiti già finiti, e decide di replicare questo modello nella sua azienda. Visionario e audace, sarà così, tra i primi imprenditori in Italia a occuparsi di prefabbricazione in questo settore.

“Per l’epoca e per il nostro Paese – spiega Paolo Ferrara – si tratta di un modello aziendale rivoluzionario. La distribuzione di infissi e porte come prodotti finiti è una rarità, fino ad arrivare alla scelta delle finiture e dei dettagli. Cominciamo così ad avvicinarci al concetto di arte industriale, fino ad arrivare ai giorni nostri, con un’azienda sostenibile “Dimensione Casa Ferrara”, che vanta 40 anni di esperienza nel settore soluzioni per la casa”. 

Un fiore all’occhiello dell’industria campana, considerata un punto di riferimento per progettisti e architetti, che vengono affiancati nelle loro visioni con un importante supporto tecnico. Al primo posto il rispetto per la natura, dove il nuovo lusso è vivere in uno spazio ecologico. “Ritengo – ribadisce Ferrara – che il valore di un progetto risieda non solo nella qualità dei prodotti selezionati, ma anche nella capacità di tradurre un’idea in una soluzione concreta, efficace e sopratutto green”. 

È tutto pronto per le celebrazioni, con performance dal vivo, anche in specifiche aree all’aperto, dove i movimenti degli artisti si fondono con riflessi di luce e ombra, per dar vita a un scenografia naturale e dinamica. Il percorso si snoda tra interni ed esterni, con scene ispirate alla quotidianità, rivisitate in chiave poetica. Il racconto si completa con una uno show cooking ispirato alla natura e ai sapori autentici del territorio. Partner dell’evento: Gibus, Velux, Oknoplast, Mister shut, Henry glass, Blue sense, Infinity, Biemme, Sprech.

Torna l’estate e torna la Yellow Night all’Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel

UN ITINERARIO TRA I SAPORI AUTENTICI DELLA COSTIERA AMALFITANA

Alla Locanda della Canonica torna un appuntamento molto atteso che celebra le eccellenze enogastronomiche del territorio, con musica dal vivo, DJ set e cocktail d’autore

Comunicato Stampa

Amalfi, giugno 2025. L’estate in Costiera Amalfitana inizia a farsi sentire con il profumo dei limoni maturi e il calore del sole che accarezza il mare.

Sabato 21 giugno alle ore 19e30, nel giorno del solstizio d’estate, il giallo dei limoni avvolgerà il Convento di Amalfi, dando il benvenuto alla stagione più attesa dell’anno. Con il ritorno dell’iconico Yellow Night Party, uno degli eventi più esclusivi della Costiera, Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel, situato nell’ex convento dei Cappuccini risalente al XIII secolo,apre le porte a una serata indimenticabile, dove bellezza, tradizione e gusto si fondono per salutare l’arrivo dell’estate.

Quest’anno, l’appuntamento si trasforma in un vero e proprio festival dei sapori aperto sia agli ospiti interni che esterni: nasce la Yellow Night – Amalfi Food Festival, un’esperienza immersiva tra gusto, tradizione e cultura locale, un viaggio itinerante, che celebra le eccellenze enogastronomiche della Costiera Amalfitana. Ogni angolo de La Locanda della Canonica sarà dedicato a un prodotto tipico, dando agli ospiti l’opportunità di immergersi nei sapori tradizionali della regione.

Non mancheranno i protagonisti indiscussi della gastronomia locale: il limone Sfusato Amalfitano, il limoncello  e l’Amaro dei Cappuccini, presentati da AgruMarmè, azienda del territorio specializzata nella coltivazione e trasformazione degli agrumi. Inoltre, grazie alla collaborazione con il Caseificio Staiano di Biagio Staiano, storica azienda casearia di Ravello tra le più rinomate della Costiera, gli ospiti potranno partecipare a un momento di mozzarella-making, durante il quale prepareranno e assaggeranno la mozzarella fresca appena fatta.

L’itinerario del gusto si snoderà attraverso diverse postazioni dedicate a un’ampia varietà di sapori locali: dai vini pregiati della Tenuta San Francesco alle fritture, dalle graffe con crema al limone a una selezione di salumi e formaggi tipici. Tra le protagoniste della serata anche la pizza napoletana, preparata dallo chef pizzaiolo, che interpreterà con creatività gli ingredienti più rappresentativi della tradizione.

Sarà inoltre presente ACARBIO – Associazione Costiera Amalfitana Riserva della Biosfera, che dal 2009 è impegnata a preservare il patrimonio naturale e culturale locale, promuovendo l’educazione alla biodiversità. L’associazione, con cui Anantara Convento di Amalfi collabora attraverso il programma Dollars for Deeds, presenterà il pomodoro Re Umberto, noto come “Fiascone”, autentico simbolo della Costiera Amalfitana: un’antica varietà campana, coltivata a Tramonti fin dai primi del ’900 quasi scomparsa e oggi riscoperta, salvata e valorizzata grazie all’impegno di chi ha creduto nel suo potenziale. Infatti Anantara Convento di Amalfi contribuisce a questa rinascita scegliendo di utilizzare il Re Fiascone nei piatti dei propri ristoranti, come negli iconici Spaghetti al pomodoro Re Fiascone firmati dallo chef Lanuto o nella pizza margherita. Una scelta che riflette l’impegno concreto dell’Hotel per un’ospitalità sostenibile: un approccio che tutela la biodiversità, sostiene i piccoli produttori locali e valorizza le eccellenze del territorio, con una visione etica e consapevole della cucina.

Per concludere, l’Executive Chef Claudio Lanuto presenterà un menu speciale che celebra la tradizione gastronomica del territorio, in un trionfo di sapori e aromi. Sarà una serata imperdibile, dove il gusto incontra lo spettacolo in una cornice di rara bellezza. Tra musica dal vivo, cocktail d’autore e DJ set, la Yellow Night – Amalfi Food Festival offrirà un mix perfetto di intrattenimento e buon cibo. Il tutto nella suggestiva atmosfera de La Locanda della Canonica, tra i limoneti e la celebre Infinity Pool dell’Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel, per un’esperienza che accende l’estate sotto il cielo stellato della Costiera.

L’evento ha inizio alle ore 19:30 e richiede il dress code: giallo.La disponibilità dei posti è limitata ed è obbligatoria la prenotazione. Per informazioni e prenotazioni chiamare 089 873 6711 o scrivere a fb.conventodiamalfi@anantara-hotels.com

Maturazioni a San Giuseppe Vesuviano: quando una pizza ti cambia la vita

Ogni favola a lieto fine comincia con la frase “c’era una volta”. Anche quella di Antonio Conza – pizzeria Maturazioni a San Giuseppe Vesuviano – inizia così… C’era una volta, tanti tanti anni fa, un ragazzo dal cuore sincero e ambizioso. Da San Giovanni a Teduccio percorse la strada difficile nel settore del commercio di articoli per uffici.

La passione e lo sguardo verso il mondo luccicante del food però l’ha sempre avuta. Sono cose che accadono senza un motivo preciso. Un talento impresso nel corredo genetico e che all’improvviso si attiva risuonando come un martello pulsante nella mente del predestinato.

Antonio e la moglie Gabriella Esposito sono stati veri outsider nel mondo pizza & affini. Anche nella comunicazione, gestita da Gabriella con la sua visione illuminante del concetto “a pizz è femmena”, motto contemporaneo, democratico, alla portata di tutti.

Che tante cose funzionino nella maniera giusta, quando se ne occupano le donne, è una considerazione di fatto che bisogna tenere a mente in tempi delicati e sofferti. Lo staff di Maturazioni è all’avanguardia anche nella percentuale elevata di “quote rosa”, un aspetto che in una società veramente inclusiva non avrebbe motivo di essere evidenziato.

Antonio ha scelto metaforicamente di sporcarsi le mani tra forni e farine, imparando il mestiere da autodidatta dopo un breve corso di avviamento. Tanto studio e tanta sperimentazione, al limite della sopportazione fisica, specialmente durante il periodo buio della pandemia, quando il laboratorio di lievitazione era l’unica speranza di gioia su cui aggrapparsi.

Credere, ricominciare e mai demordere. Il volli e volli sempre e fortissimamente volli di Vittorio Alfieri, esempio lampante di mille storie di vita cambiate in positivo grazie alla pizza. Le maturazioni prima dei cuori e dello spirito dei protagonisti e poi delle ricette proposte tra quattro tipi di impasto differenti e ingredienti di qualità assoluta, lontani dalle regole del servizio come in catena di montaggio.

Eppure i numeri parlano chiaro: in certi periodi dell’anno si superano i 400 coperti al giorno. Il segreto per non scontentare nessuno risiede nel gioco di squadra e in una linea organizzata alla perfezione, dove offrire il contributo personale al successo.

L’ampia degustazione delle proposte di Maturazioni in un momento conviviale organizzato dalla giornalista Francesca Panico, ha preso avvio dai fritti fatti in casa. Il classico crocchè alla napoletana, la gustosa frittatina di pasta con besciamella e fonduta di parmigiano e una rivisitazione della Nerano con stracciata di bufala e chips di zucchine. Croccantezza e realizzazione magistrale della frittura asciutta e compatta, tra le migliori da segnalare nei locali della Campania.

La selezione dal menù pizze prevede invece l’immancabile Marinara con pomodorino San Marzano schiacciato a mano, pesto di aglio Orsino e origano di collina del Monte Saro. La valutazione complessiva sul lavoro di un bravo pizzaiolo si nota proprio nelle pizze tradizionali come questa o come la Margherita, la vera “regina”.

Come un celebre motto del capolavoro di Scarpetta Miseria e Nobilità: “se sono fresche te le pigli, sennò desisti”… entrambe le pizze sono state le migliori della serata e questa la dice lunga su quanto ancora abbiano da raccontare nel presente e nel futuro, nella competizione con le special contemporanee oggi amate dal pubblico.

A tal riguardo di notevole complessità è la versione doppio crunch con tre fasi di lievitazione di cui la prima a vapore e tre cotture, incluso un particolare shock termico per dare maggior friabilità al morso. Condimento realizzato da parmigiana con provola, formaggio Stravecchio di Bruna Alpina e datterino dry. Una pizza da condivisione, dove ogni fetta lascia il segno nel palato e nella mente dell’avventore.

Finale prima dei dessert su ruotino con fior di latte, peperoncini verdi di fiume, salsiccia a punta di coltello, cotta “a doppia allampiata” ovvero due volte, prima e dopo l’inserimento del topping. Nitidi i sapori e le consistenze, altrettanto profonda la persistenza all’assaggio.

Coccole conclusive tra disco di pasta dolce lievitato, crema pasticcera e amarene sciroppate rievocazione della zeppola di San Giuseppe e montanarina alla confettura d’albicocca varietà Pellecchiella del Vesuvio.

Rivedibile la carta dei vini, giusta nella proposizione di etichette locali tratte da piccole realtà, ma da potenziare per numero di referenze. L’abbinamento pizza-vino dimostra ormai la giusta sintesi e maturità nel creare cultura e stimoli a chi vuole vivere un’esperienza appagante, con un valido rapporto tra qualità e prezzo.