Festival Internazionale Cinematografico Corto Flegreo 2026: presentata a Pozzuoli la 6ª edizione e il nuovo contest “48 Ore per Creare un’Idea”

Si è tenuta giovedì 5 febbraio alle ore 11:00, presso Palazzo Migliaresi al Rione Terra di Pozzuoli (Largo Sedile dei Nobili), la conferenza stampa di presentazione della 6ª edizione del Festival Internazionale Cinematografico Corto Flegreo e della 1ª edizione di “Corto Flegreo – 48 Ore per Creare un’Idea”, il nuovo contest dedicato ai giovani talenti del cinema.

L’evento ha ufficialmente inaugurato l’apertura del bando di concorso per cortometraggi italiani, confermando Corto Flegreo come uno degli appuntamenti culturali più attesi nel panorama cinematografico campano e nazionale.

Corto Flegreo: cinema e valorizzazione dei Campi Flegrei

Corto Flegreo è una manifestazione che nasce dall’amore, dal rispetto e dall’ammirazione verso l’arte e verso i Campi Flegrei, Terra del Mito, un territorio che custodisce un inestimabile patrimonio artistico, storico, naturalistico e archeologico.

Il Festival, ideato dall’Avv. Maria Grazia Siciliano e promosso da Liberass A.P.S., attraverso la magia del cinema racconta e trasmette l’unicità e la maestosità del territorio flegreo.

L’obiettivo è dare vita a racconti del e nel territorio, offrendo spazio alla creatività e al talento dei giovani registi, attori e autori, trasformando il festival in un vero e proprio laboratorio permanente di idee, un’officina di talenti capace di coniugare cultura, formazione e promozione territoriale.

“Corto Flegreo – 48 Ore per Creare un’Idea”: la grande novità del 2026 (scadenza iscrizioni il 12 febbraio su www.cortoflegreo.it)

Tra le principali novità presentate durante la conferenza stampa spicca la prima edizione di “Corto Flegreo – 48 Ore per Creare un’Idea”, un contest cinematografico innovativo che sfida i partecipanti a realizzare un cortometraggio originale in soli tre giorni.

L’iniziativa si svolgerà dal 16 al 18 febbraio 2026 nello scenario suggestivo dei Campi Flegrei, che diventeranno set naturale per troupe e filmmaker. Il progetto è realizzato con il supporto di Federalberghi Pozzuoli e Campi Flegrei Active, a testimonianza di una sinergia concreta tra cultura, turismo e sviluppo locale.

L’idea nasce dalla volontà della presidente di Liberass APS, Maria Grazia Siciliano, di trasformare il Festival Corto Flegreo in un’esperienza immersiva e dinamica, capace di stimolare inventiva, spirito di squadra e capacità produttiva, valorizzando al contempo il territorio come protagonista narrativo.

I protagonisti della conferenza stampa

Alla presentazione ufficiale hanno preso parte rappresentanti istituzionali e professionisti del settore cinematografico e turistico:

Dott.ssa Maria Sole La Rana, Assessore alla Cultura del Comune di Pozzuoli

Avv. Maria Grazia Siciliano, ideatrice e organizzatrice del Premio Corto Flegreo

Maison Encry – Una storia italiana scritta nel gesso della Le Mesnil-sur-Oger

In Champagne non ci si improvvisa. Il territorio è codificato, la gerarchia dei villaggi è storica, il lessico produttivo è preciso. Per questo la nascita della Maison Encry merita attenzione: non come favola romantica di italiani all’estero, ma come progetto costruito con metodo, dentro uno dei luoghi più esigenti della Côte des Blancs.

La storia di Encry

Enrico Baldini e Nadia Nicoli provenivano da un mondo diverso quando arrivarono a Le Mesnil-sur-Oger nei primi anni Duemila: infatti Enrico era un esperto di inerbimento paesaggistico e con la sua azienda era stato chiamato in champagne da un vigneron che conferiva le uve alle grandi maison, per migliorare la composizione dei suoi vigneti. Fu l’inizio di un dialogo che si spostò poi sulla possibilità di produrre un champagne di qualità eccellente con le proprie uve.

Si iniziò quindi a lavorare sullo Chardonnay, dove questo vitigno ha una delle sue espressioni più nette. Qui il suolo è quasi tutto gesso affiorante, drenante, capace di trattenere l’acqua in profondità e restituirla lentamente alle radici. Il risultato, nel bicchiere, è una trama salina, lineare, una tensione che non ha bisogno di effetti speciali.

Encry nasce così, da parcelle selezionate tra Mesnil e gli altri villaggi Grand Cru della fascia centrale della Côte des Blancs, con un’impostazione da récoltant-manipulant: controllo diretto della materia prima, vinificazioni parcellari, tempi lunghi sui lieviti. L’obiettivo dichiarato non è “stile di casa” imposto a tavolino, ma coerenza con annata e terroir. In vigna pratiche attente, rese misurate; in cantina niente forzature, dosaggi contenuti, legno usato con discrezione quando serve struttura, non aroma.

Nel tempo la gamma si è allargata, ma la matrice resta quella: Chardonnay come asse portante, con incursioni mirate di Pinot Noir per i rosé.

Durante l’undicesima edizione di Wine and Siena, la manifestazione organizzata secondo il format di Merano Wine Festival da Helmuth Kocher, nella mattinata di domenica 1 febbraio, si è svolta una masterclass dedicata alla maison Encry e ai suoi vini, condotta da Paolo Cepollaro, presidente FIS Toscana nella splendida cornice di Palazzo Squarcialupi.

La masterclass a Siena è stata l’occasione per leggere la maison in sequenza, senza filtri. Non una degustazione “spettacolare”, piuttosto didattica nel senso migliore del termine: stessa mano, sfumature diverse, progressione tecnica evidente.

I vini in degustazione

Naissance Brut – 100% Chardonnay
Attacco diretto, quasi affilato. Naso minerale prima che fruttato: gesso bagnato, agrumi freschi, una nota di pepe bianco che dà ritmo. Bocca tesa, verticale, finale salino. È la carta d’identità della casa: pulizia e precisione.

Essence Brut – Chardonnay da Mesnil, Avize e Oger, 46 mesi sui lieviti

Qui la sosta prolungata si sente: bollicina più cremosa, tessitura ampia. Il frutto vira verso pompelmo e cedro, con una componente quasi pasticcera appena accennata. Persistenza lunga, chiusura composta. Un vino di equilibrio, più che di spinta.

Matière Extra Brut – 4,2 g/l, 48 mesi sui lieviti, 100% Chardonnay
Il nome non è casuale: più materia, più profondità. Profumi floreali, nespola, uva spina. In bocca allarga il centro palato ma resta asciutto, grazie al dosaggio contenuto. È probabilmente la bottiglia che racconta meglio il lavoro sul tempo e sulle fecce fini. Eleganza senza alleggerimenti.

Éclatante Grand Rosé Extra Brut – 95% Chardonnay Mesnil, 5% Pinot Noir da Bouzy
Colore buccia di cipolla luminoso. Il Pinot, pur minoritario, incide: piccoli frutti rossi, lampone e fragola fresca, senza dolcezze. Bocca dinamica, taglio fresco, finale netto. Rosé di struttura, non ornamentale.

Nuances Grand Rosé Brut – 83% Chardonnay, 17% Pinot Noir, 36 mesi sui lieviti

Il più complesso della serie. Assemblaggio da più villaggi, dosaggio leggermente superiore (7 g/l) che arrotonda i bordi. Profilo olfattivo integrato, dove Chardonnay e Pinot si rincorrono senza sovrastarsi. La bollicina è setosa, la progressione gustativa ampia ma sempre sostenuta da una spina acida viva. Chiude lungo, pulito.

Quello che colpisce di Encry non è la ricerca dell’effetto, ma la costanza stilistica. Nessuna etichetta cerca di stupire con maturità eccessive o dosaggi coprenti. C’è piuttosto un filo conduttore: trasparenza del luogo, rispetto dei tempi, mano leggera.

Per una coppia italiana integrarsi in un contesto come la Champagne significa prima di tutto accettarne le regole. Baldini e Nicoli lo hanno fatto, aggiungendo però una sensibilità personale nella gestione dell’equilibrio e nella leggibilità dei vini. Il risultato non è un racconto “esotico”, ma una maison che parla la lingua del territorio con accento proprio.

Ed è forse questa la cifra più interessante: uno champagne senza sovrastrutture, dove il gesso di Mesnil resta sempre al centro del bicchiere.

30 anni di Villa Raiano “serviti” da 20 vini iconici e 10 piatti della tradizione

Abbiamo già avuto modo di visitare Villa Raiano in più occasioni, durante un press tour organizzato dall’agenzia Miriade & Partners ed in un momento di celebrazione delle vecchie pergole avellinesi, le cosidette “starsete”, patrimonio d’Irpinia sempre più a rischio scomparsa.

Una storia, quella della famiglia Basso, che nasce dall’amore per l’agricoltura e per l’olio d’oliva, anche se i ricordi degli studi di Sabino Basso tra i banchi dell’Istituto Agrario Francesco De Sanctis di Avellino e l’incontro con il professor Luigi Moio han piano piano fatto maturare il sogno della cantina vini.

«Dopo 30 anni di attività nel campo enologico posso dire di essere conosciuto più per le quasi 300 mila bottiglie di vino che per le oltre 70 milioni di quelle di olio prodotte ogni anno» afferma, ancora incredulo, Sabino.

Per tutti Villa Raiano era l’Aglianico, quello straordinario di Castelfranci con i vecchi impianti di mezzo secolo d’età coltivati a raggiera. Poi il cambio di rotta verso la prima decade del nuovo millennio, l’arrivo del giovane enologo Fortunato Sebastiano e l’idea di creare veri e propri cru di Fiano e Greco da valorizzare in etichette storiche come “Bosco Satrano”, “22” e “Contrada Marotta”.

Le nuove leve generazionali entrate in azienda e la visione contemporanea in un contesto economico di particolare delicatezza, con i consumi in calo che però non hanno intaccato le vendite di chi, come Villa Raiano, ha sempre puntato sulla qualità. Così la Falanghina, l’entry level che portava risorse da investire nelle selezioni superiori, venne affiancata e infine superata nelle scelte di mercato dai degni rappresentanti delle tre Docg irpine.

Proprio nel momento di massimo splendore l’ennesimo cambio di passo, con l’addio al Fiano di Avellino “22” e al “Bosco Satrano”, le cui uve confluiscono adesso pienamente nel Fiano di Avellino versione base, mentre resta immutato il Fiano di Avellino “Alimata”. Quasi il commiato stesso all’idea di lieu dit verso il più ampio concetto borgognone di climat e di rappresentazione reale di una delle varietà a bacca bianca straordinaria per spettro aromatico e capacità evolutive.

«In tante zone d’Italia si cerca di lavorare in purezza, come fosse una sorta di Santo Graal – afferma Fortunato Sebastiano – Eppure pochi vitigni sanno giocare davvero da soli come il Fiano, in qualche modo performante e identitario in tutte le annate, anche quelle difficili». Una scommessa vinta, quando pochi conoscevano nel passato le differenze d’espressione organolettica tra zona e zona.

Villa Raiano è diventata, all’alba delle 30 candeline, un tempio del vino anche grazie alle visioni architettoniche del compianto Raffaele Vitale, che immaginava persino una sala ristorante in uno degli spazi della bottaia, con momenti emozionanti per degustare la cucina territoriale e le varie etichette in carta.

Dopo la scomparsa le redini sono passate in mano al suo allievo Claudio Marcelo Ruiz che si occupa degli eventi in cantina e delle serate di gioia come queste, organizzate per stampa, operatori del settore e amici. Lo chef ha messo le mani simbolicamente sui 10 piatti di pasta simbolo della Campania, tra frittatine varie, spaghetti alla colatura d’alici, linguine alla Nerano e bucatini con ragù e cotenna.

Tra le vecchie vintage, fuori dagli schemi per rara bellezza il “22” Fiano di Avellino 2010, tropicale, mediterraneo e dall’esuberante allungo iodato e il Fiano di Avellino “Bosco Satrano” 2018 agrumato e teso come il vento di mare. Tra i rossi, irragiungibile l’energia vibrante del Taurasi 2016 ricco di essenze boschive, dal tannino palpabile, saporito e perfettamente integrato.

“Bisogna comunicare l’Irpinia” conclude Sabino Basso. Noi ci proviamo da sempre, evidenziando però, ancora una volta, che un treno è fatto di vagoni e di locomotive trainanti. Mentre i primi sono numerosi e ben distinti, manca ancora un forte cavallo a vapore che possa trascinare il territorio e i suoi produttori ai vertici ambiti da tempo. A chi dunque l’arduo compito?

Caserta, il 6 febbraio la presentazione del libro “La cucina napoletana” di Luciano Pignataro a L’Amo Racconti di Mare

Cena-evento con ospiti e vini iconici della Campania

Caserta, 27 gennaio 2026 – Venerdì 6 febbraio, alle ore 20, il ristorante L’Amo Racconti di Mare di Rosario Rondinone, in vicolo Pietro Mascagni 10 a Caserta, ospiterà la presentazione del volume “La cucina napoletana” (Hoepli) di Luciano Pignataro, giornalista de Il Mattino,  tra i più autorevoli comunicatori e divulgatori del giornalismo enogastronomico italiano.

Giunto alla seconda edizione, il libro è uno degli ultimi lavori editoriali dell’autore e racconta Napoli come

un viaggio dell’anima, dove ’o magnà non è solo nutrimento, ma linguaggio, identità, rito quotidiano. Una città dai mille volti, in cui ogni quartiere possiede una propria psicologia e una specifica inflessione culturale, capace di intrecciare realtà e immaginazione, quotidianità e mito, vita e memoria. A Napoli anche chi non c’è più continua a vivere nei gesti, nei sogni e nella proverbiale scaramanzia del popolo partenopeo.

Il volume, impreziosito da una veste grafica rinnovata, dalla prefazione della Principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli e dalle fotografie di Ciro Pipoli, è un omaggio ai 2.500 anni della città e alla sua inesauribile capacità di trasformare il cibo in cultura condivisa.

La cena-evento del 6 febbraio sarà un invito concreto alla condivisione e al piacere della tavola come stile di vita. A dialogare con l’autore saranno la giornalista di settore Antonella D’Avanzo e Pietro Iadicicco, responsabile dell’Associazione Italiana Sommelier di Caserta (AIS).

In cucina, accanto al giovane executive chef de L’Amo, Pasquale Cavallo, che proporrà una personale interpretazione di alcuni dei piatti del cuore di Luciano Pignataro, ci sarà il pastry chef Guido Sparaco di Castel Morrone, socio fondatore di PAART, associazione impegnata nella valorizzazione della pasticceria d’arte attraverso l’uso esclusivo di ingredienti naturali e privi di semilavorati, con una selezione dedicata alla pasticceria napoletana.

Nel calice, a raccontare il territorio, due aziende simbolo della viticoltura campana di qualità: Montevetrano e Villa Matilde, realtà capaci di coniugare tradizione, ricerca e visione contemporanea. Vini iconici che, anche grazie alla firma enologica di Riccardo Cotarella, trovano spazio naturale nelle carte dei ristoranti che intendono rappresentare al meglio l’eccellenza della Campania.

Il professor Giancarlo Moschetti e la cantina 2Vite

Ricordiamo tutti Adriano Celentano ballare in un film al ritmo della musica, mentre pigia le vinacce con i piedi all’interno di un tino.

Quel gesto all’apparenza considerato “rustico” era in realtà il simbolo di un passato neppure troppo lontano, quando le campagne venivano vissute in maniera diversa, con momenti di gioia alternati a quelli di grande fatica contadina.

Anche oggi fare vino rappresenta la fase più delicata di ogni produttore, come l’attesa di un figlio in arrivo, ma quella magia, quella voglia di unirsi alla natura in perfetta armonia, è stata spesso messa da parte dai progressi tecnologici.

Il discorso non vale per Giancarlo Moschetti – cantina 2Vite – che produce solo 2 etichette per pochissime bottiglie numerate. La consulenza di un fuoriclasse come l’enologo Vincenzo Mercurio non gli ha impedito di mantenere un protocollo “biologico” nel vero significato del termine, rispettando procedure antiche e limitando al minimo l’intervento dell’uomo.

Giancarlo, professore all’università di Palermo, aveva già la passione per alcune componenti fondamentali del vino: i lieviti e la loro interazione con gli uccelli migratori, responsabili della diffusione degli stessi anche a lunghe distanze. Una ricerca approvata a livello internazionale che segna solo uno dei passi del suo nuovo progetto di vita.

Ad esso si uniscono i reimpianti del 2014 a Taurasi nelle vecchie vigne di famiglia, il metodo Me.Mo. stabilito proprio con Mercurio per aiutare la micorrizzazione, ovvero la simbiosi tra un fungo e le radici della vite e l’adesione all’Associazione Vignaioli e Territori per promuovere la biodiversità e la sostenibilità delle pratiche agronomiche.

E poi la bellezza pura e sincera di vedere il professore impegnato ancora in quelle pratiche di rimontaggio artigianale, quasi “casalingo”, mentre si immerge fino alle braccia all’interno dei fusti di castagno aperti.

La volontà di unire l’Irpinia con il Vesuvio nelle varietà rappresentative: Roviello e Aglianico per Taurasi, Caprettone e Piedirosso per l’areale di Terzigno. Due vini frutto del blend tra uve complementari, che sanno distinguersi nel calice ciascuno con la propria personalità.

Macerazione pellicolare per 3 giorni e pied de cuve per il bianco annata 2024 che dimostra il suo carattere in stile orange wine, con scie di pesca matura, cannella, erbe di campo e parti iodate sul finale. Più compatto il sorso del rosso 2022 dai tannini ancora scalpitanti tipici dell’Aglianico, circondati però da nuance da frutti di bosco, liquirizia e tabacco.

Appena 2000 bottiglie per ogni tipologia, una microproduzione che regala una ventata di freschezza ed eleganza contemporanea, nel rispetto dei ricordi dolci del passato.

Maturazioni Pizzeria celebra gli 80enni di San Giuseppe Vesuviano: una pizza in regalo nel giorno del loro compleanno

Maturazioni Pizzeria, realtà ormai conosciuta a livello nazionale per il suo successo sui social e per i milioni di visualizzazioni conquistate grazie a una comunicazione autentica e innovativa, conferma ancora una volta la propria vocazione sociale con un’iniziativa dal forte valore simbolico e umano.

La pizzeria ha infatti deciso di regalare una pizza a tutti gli ottantenni di San Giuseppe Vesuviano nel giorno del loro compleanno. Un gesto semplice ma significativo, pensato per celebrare una generazione che rappresenta la memoria storica e l’anima del territorio. Nel corso del 2026 saranno circa 200 gli ottantenni che riceveranno in dono una Margherita o una Marinara, le due pizze simbolo della tradizione partenopea.

L’iniziativa si inserisce nel percorso di responsabilità sociale che Maturazioni Pizzeria porta avanti da tempo, affiancando al successo mediatico un impegno concreto verso la comunità locale. Un modo per restituire valore al territorio che ha visto nascere l’azienda, rafforzando il legame con i cittadini e promuovendo una cultura dell’attenzione e della condivisione. Con questo progetto, Maturazioni Pizzeria dimostra come anche un brand capace di parlare a milioni di persone possa continuare a mettere al centro le relazioni, le storie e le persone, partendo da chi ha contribuito a costruire l’identità di un paese.

Fuori dal Feed – In provincia si mangia meglio, come da Élevage Wine Restaurant

Sono nata e cresciuta in provincia. Solo durante un breve ma significativo periodo a Roma posso dire di aver assaporato davvero la vita di città. Per il resto, sono sempre stata “quella che non è del centro”, non proprio Napoli-Napoli, per intenderci.

Da quando ho un fidanzato, che vive la Città ogni giorno, c’è una frase che mi ripeto spesso. E no, non riguarda i chilometri da percorrere per incontrarci… ma riguarda il cibo. Io ne sono convinta: in provincia si mangia meglio!

In provincia, almeno per ora, non comanda il turismo di massa. In provincia devi volerci andare. Devi spostarti, fare fatica, scegliere. E se scegli di muoverti, deve valerne la pena.

Ed è esattamente quello che succede quando arrivi da Élevage Wine Restaurant, a Trentola Ducenta, in provincia di Caserta: non solo ne vale la pena, ma ti fa anche capire perché qualcuno decide di restare, investire e rischiare lontano dai riflettori del centro città. Proprio come hanno fatto Anna Rancella e Mario Di Gioia, compagni nella vita e in sala, che nonostante le difficoltà hanno scelto di reinventarsi e plasmare la loro identità attraverso questo locale.

Qui chef Vincenzo Cozzolino porta avanti una cucina che spinge al massimo, senza compromessi, in collaborazione con lo chef una stella Michelin Luca Fracassi.

Il loro menù è pensato per chi ha la mente aperta, per chi ha voglia di provare, di fidarsi e di uscire dalla propria comfort zone, senza però dimenticare sapori (e ingredienti) che rendono la cucina campana così familiare.

Ho provato la degustazione da 75 euro a persona: sei portate, con wine pairing (3 calici) e 2 cocktail a 40 euro. Élevage conta oltre 200 referenze di Champagne e circa 700 etichette di vino, frutto della passione di Anna e Mario, coltivata attraverso viaggi, studio ed esperienze.

Ostrica, verza e capperi

Cozza e lattuga di mare

Trottole, granciporro e pecorino

Stoccafisso, purea di limone e cavolfiore

Pomodoro candito, bruciato e fermentato

Crema, porcini e provolone del Monaco

«Ogni piatto ha carattere, ed è questo il bello della degustazione – afferma lo chef Cozzolino – Quando mi chiedono se possono cambiare qualcosa, provo a spiegare che ogni scelta nasce da uno studio. Togliere o aggiungere un dettaglio significa riscrivere il piatto, cambiarne il senso prima ancora del sapore».

Non ho chiesto modifiche a nessun piatto, mi sono lasciata guidare per capire appieno la visione della loro cucina. E in ogni portata ho ritrovato l’amore per il territorio campano e la voglia di osare, senza mai forzare la mano per stupire o cercare consensi facili.

Ho apprezzato in modo particolare l’ostrica con verza e capperi, un piatto che gioca sull’equilibrio tra note vegetali e sapidità, così come le trottole con granciporro e pecorino, dove la dolcezza del crostaceo viene accompagnata dal formaggio senza sovrastarlo. Stessa cosa per le cozze e lo stoccafisso.

Molto interessante anche il lavoro sul pomodoro candito, bruciato e fermentato: un assaggio sorprendentemente dolce e nitido, che restituisce il pomodoro in una forma quasi essenziale.

Il dessert con crema, porcini e provolone del Monaco, invece, è da interpretare bene. Una proposta coraggiosa, che spinge sul confine tra dolce e salato e che, rispetto all’armonia dell’intero percorso, risulta più divisiva. Ma il rischio fa parte del gioco quando si decide di non abbassare l’asticella…

Perché fare una cucina di questo tipo fuori dal centro non è la strada più semplice, ma anche la più coraggiosa e soddisfacente.

Da Biskè supplì d’autore: la tradizione romana al “telefono” firmata da Giuseppe Todaro

Nella capitale, dove la cucina popolare è arte e storia, il supplì diventa protagonista assoluto sotto le mani esperte di Giuseppe Todaro, pizzaiolo chef di Biskè – ristorante, pizzeria e braceria in via Nomentana, Roma.

Elemento iconico della tradizione gastronomica romana, il supplì – crocchetta di riso fritta con cuore filante di mozzarella – non è mai solo uno street-food: è una vera esperienza sensoriale, un simbolo di convivialità amata da generazioni. Il nome stesso deriva dalla parola francese surprise (“sorpresa”), in riferimento al cuore di formaggio che filtra all’apertura, creando quel leggendario “filo del telefono” di mozzarella che ogni amante della buona cucina cerca con entusiasmo nel primo morso.

Un “telefono” di sapore unico
La ricetta del supplì di Giuseppe Todaro nasce dall’esperienza diretta con la tradizione romana e dal rispetto per la ricetta classica. Durante gli anni trascorsi lavorando nelle trattorie di Trastevere – rione simbolo della cucina romana più autentica – Todaro ha affinato l’arte di preparare il supplì “al telefono”, padroneggiando i tempi di cottura del riso, la scelta degli ingredienti e la perfetta combinazione tra croccantezza esterna e cuore morbido e filante dentro, per ottenere il famoso “filo del telefono”.

Tradizione e innovazione nella cucina di Biskè
Al ristorante Biskè, Giuseppe Todaro propone il suo supplì come piatto di punta nel menu insieme a pizze artigianali cotte nel forno a legna, carni alla brace e altri fritti realizzati quotidianamente in casa. La sua versione del supplì non è una semplice reinterpretazione: è una celebrazione del piatto nella sua forma più autentica, cucinata con materie prime selezionate e una tecnica consolidata, capace di restituire al palato l’esperienza classica di un must della cucina romana.

Un richiamo per gli amanti del gusto
Oggi il supplì di Giuseppe Todaro si distingue sul panorama gastronomico romano per la sua capacità di coniugare semplicità e qualità: dall’impasto perfettamente equilibrato, alla frittura dorata e leggera, fino alla sapiente esplosione di sapore nel momento in cui la mozzarella si stacca come un filo – evocando quella sorpresa che ha reso celebre il piatto romano sin dall’Ottocento.

Biskè non è solo un ristorante: è un luogo dove la tradizione si riscopre e si assapora con passione, e dove un piatto apparentemente semplice come il supplì diventa motivo di conversazione, emozione e piacere. Una proposta imperdibile per chi ama la cucina italiana autentica e i sapori che raccontano storie.

La scomparsa di Arnaldo Caprai e la pesante eredità per il territorio di Montefalco

Da quel lontano 1971, epoca in cui Arnaldo Caprai, re di filati e merletti pregiati, acquisì la Tenuta Val di Maggio ai piedi di Montefalco, l’areale famoso per il Sagrantino ha vissuto momenti di gloria accomunati da altrettante turbolenze.

In questo lungo lasso di tempo l’azienda omonima, intestata al founder e gestita poi dai suoi figli, in primis Marco Caprai, ha sempre puntato il faro sulla ricerca e l’innovazione per una varietà d’uva rara e altrettanto ostica da far comprendere per stili e comunicazione. Sono stati anni delicati, con visioni differenti tra i vari produttori del comprensorio, riportate anche in seno all’autorità consortile.

Se da un lato Arnaldo Caprai ha fatto da apripista – e talvolta da parafulmine – parimenti non si può affermare che sia avvenuto quel “decollo economico” tanto sperato e sofferto per il territorio. Lo si nota dal prezzo medio per ettaro di vigneto, ben al di sotto delle aspettative e del confronto con i vicini competitor toscani. A ciò si aggiunge un numero di fascette Docg altrettanto ferme e l’attenzione puntata, anche quella non senza patemi d’animo, per il Trebbiano Spoletino che avrebbe il potenziale sincero per essere già uno dei migliori bianchi d’Italia.

E invece parlare di Sagrantino per molti attori significa menzionare solo qualche dato statistico e qualche leggenda storica, pensando che le cose cambino senza sforzi e dimenticando persino che qui si produceva (e ancora adesso si produce) in prevalenza Grechetto e Sangiovese. La famiglia Caprai ha tracciato un sentiero non da tutti condiviso e persino osteggiato con la sana “rivalità” di guardare nelle tasche altrui. Ora Arnaldo viene rimpianto da molti, come spesso accade di fronte alla forza del lutto, anche se le attività non lo vedevano coinvolto da tempo in prima persona.

Marco Caprai intervistato un anno fa per 20Italie durante l’evento Paestum Wine Fest

Come ogni imprenditore che si rispetti infatti, il vero comando lo si acquisisce solo con la capacità di poter delegare e lasciare al momento giusto ciò che si è realizzato nelle mani degli eredi. A loro va il nostro affetto e la malinconia per aver perso uno dei simboli del “sogno italiano” del boom del secondo dopoguerra, quando tutto era ancora possibile, anche quello di creare fortuna con le sole forze, partendo da zero. L’eredità lasciata dalla sua scomparsa deve essere un preciso monito per guardare oltre le divisioni, i particolarismi e le abitudini al pessimismo.

Gran Caffè Gambrinus – I ritrovamenti nella Sala degli Specchi

Gran Caffè Gambrinus, completati i lavori di restauro alle sale in via Chiaia

Il locale storico torna nella sua dimensione originaria La famiglia Sergio – Rosati: “Un giorno memorabile”

Un’attenta opera di restauro e recupero minuzioso degli spazi quella che ha visto protagonista il Gran Caffè Gambrinus di Napoli ed in particolare le sale in via Chiaia che sono state unite al locale già esistente con ingresso da piazza Trieste e Trento.

Il restauro

La famiglia Sergio- Rosati ha fortemente voluto la riunificazione dell’intero locale, nel patrimonio di Città Metropolitana, annettendo le sale con affaccio in via Chiaia, oggetto di un corposo lavoro di recupero che ha portato alla luce un pavimento originario in marmo di Carrara, le ornie degli infissi, i dipinti, gli stucchi e gli affreschi il tutto con la supervisione della Soprintendenza.

La storia

Finalmente il sogno di Michele Sergio si è avverato: lui agli inizi degli anni ’70 diede inizio alla battaglia per recuperare i locali del Caffè situato nel cuore di Napoli, battaglia poi vinta. Ed ora con la Sala degli Specchi il Gambrinus si riappropria della sua storia.

Il presente

Oggi il lavoro di valorizzazione iniziato da Michele Sergio è portato avanti dai figli Arturo e Antonio Sergio e dai nipoti Massimiliano Rosati, Michele Sergio e Benedetta Sergio.  

“Per noi è un giorno davvero importante, un momento in cui ricordiamo nostro padre – affermano Arturo ed Antonio Sergio, titolari assieme al nipote Massimiliano Rosati -. Uno spazio recuperato, testimone di arte e urbanistica di un tempo, con opere d’arte da non sottovalutare, che è stato rimesso a nuovo nel pieno rispetto dei vincoli esistenti”.

L’arte

Affreschi su altorilievi della Scuola di Posillipo, stucchi e fregi nella nuova sala del Gran Caffè Gambrinus in via Chiaia, unita allo spazio del locale storico con affaccio su piazza Trieste e Trento e piazza del Plebiscito. Una sala che in realtà racchiude più ambienti, un colpo d’occhio davvero affascinante all’insegna del culto dell’accoglienza e della cultura. Sedersi ad uno dei tavolini è ripercorrere la storia di Napoli, quella autentica da leggere e approfondire guardando l’arte del locale finalmente nel suo insieme.

I decori in stile liberty e gli affreschi erano coperti dalle pannellature dei negozi che hanno occupato nel corso degli anni questi spazi. La Sala degli Specchi abbaglia chi vi entra per la prima volta, un tuffo all’indietro nel tempo per chi si fermerà ad uno dei tavolini e sui divani che arredano la sala. La Belle Epoque rivive ai giorni nostri e appassionati, turisti e cittadini potranno contare su un altro pezzo di storia napoletana riportato all’antico splendore con cura e attenzione. Uno spazio che nell’idea della proprietà sarà una naturale estensione del Gran Caffè Gambrinus, luogo di letterati, intellettuali, politici e personaggi del mono dello spettacolo.

DALLA RELAZIONE TECNICA

IL PAVIMENTO

Lo scavo, eseguito rigorosamente a mano, ha riservato una sorprendente scoperta: un pavimento originario quasi perfettamente conservato, in marmo bianco Carrara e tozzetti in marmo Emperador. La ritrovata pavimentazione è stata numerata, smontata e conservata in attesa dell’esecuzione dei lavori di manutenzione straordinaria

LE ORNIE
Nel deposito al piano inferiore sono state ritrovate le ornie originarie degli infissi su via Chiaia, cosi come soglie degli scalini dei vani di accesso e la boiserie in marmo.

I DIPINTI

I dipinti presenti nei riquadri che sovrastano le bucature di ingresso e la nicchia posta di fronte all’apertura individuata dal civico n.4 di Via Chiaia sono stati interessati da operazioni di pulitura che hanno ristabilito la leggibilità complessiva delle raffigurazioni.

Gli interventi di restauro sono stati seguiti sotto la supervisione della Soprintendente facente funzione, arch. Rosalia D’ Apice, e sono stati condotti nel rispetto dei principi fondamentali del restauro quali riconoscibilità, reversibilità, compatibilità, minimo intervento e interdisciplinarietà

Grazie al lavoro minuzioso di restauro degli antichi stucchi e di recupero dei pregevoli affreschi, il Gran Caffè Gambrinus rinasce a nuovo splendore. La totalità delle superfici decorate e intonacate è stata interessata dalla rimozione degli strati di tinteggiatura posticci, per restituire, con particolare riferimento per gli stucchi, la qualità e la tridimensionalità originali.

I MATERIALI

Tra i materiali di risulta sono stati ritrovati anche parte degli originali capitelli delle colonnine in legno facenti parte dell’apparato decorativo lateralmente agli specchi. Di questi è stato eseguito un calco e riprodotti quelli mancanti, rivestiti successivamente in foglia d’ oro. La bicromia degli stucchi mancanti è stata richiamata con un duplice trattamento superficiale. Il bianco potrà essere richiamato con finitura satinata; il dorato con finitura lucida.