A Battipaglia la vita rurale della Piana del Sele nella galleria di immagini del ristorante gourmet Cinque Foglie e nella nuova cantina

Oltre un anno di lavori incessanti per la famiglia Adinolfi, imprenditori salernitani attivi nel settore della quarta gamma e dell’hospitality di qualità. Il sogno di Giovanni, realizzare un qualcosa di unico nel territorio di Battipaglia, si è realizzato con la presentazione della galleria permanente di immagini storiche della Piana del Sele e della nuova cantina vini del gourmet Cinque Foglie, uno dei punti gastronomici in capo all’Hotel Commercio assieme al lounge Linfa e al ristorante Le Radici.

La nuova cantina vini

Un autentico tempio del vino, per tutti gli appassionati che desiderano condividere la gioia dell’apertura di una bottiglia di prestigio o per un brindisi da aperitivo prima di accomodarsi nell’elegante sala fine dining e continuare al tavolo con le portate di chef Roberto Allocca. Quasi 1500 referenze con alcune storiche verticali accompagnate dal racconto negli abbinamenti del direttore ed f & b manager Ivan Mendana Fernandez.

Il progetto Cinque Foglie

Dall’ingresso, attraverso una mostra permanente di scatti fotografici del territorio, all’experience dell’ala degustazione riservata ai clienti del Cinque Foglie, parte la narrazione del primo e unico ristorante gourmet a Battipaglia ad aver ricevuto la menzione speciale nell’ambita Guida Michelin.

Il progetto si arricchisce di ulteriori elementi, che prendono la forma di racconto multisensoriale destinato non soltanto alla sosta fine dining, ma anche alla conoscenza della cultura storica e della “fatica contadina” di coloro che hanno preservato le tradizioni agricole nella pianura salernitana del fiume Sele.

Il tabacco, settore che rappresenta gli inizi dell’attività familiare, ma anche pomodori, cotone, bufale, risaie e, ovviamente, insalate e prodotti ortofrutticoli, fonti inesauribile di primizie per le popolazioni residenti.

La famiglia Adinolfi

Giovanni Adinolfi e prima di lui il padre Giuseppe e il nonno Antonio sono coltivatori e commercianti nel settore ortofrutticolo sin dal secondo dopoguerra a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Dai 5 ettari iniziali, ricavati dalla cessione terreni a seguito della riforma fondiaria, si è giunti agli attuali 270 ettari di proprietà, che diventano oltre 500 comprendendo quelli dei conferitori dell’agro pianeggiante del Sele, tra Pontecagnano e Paestum.

Un vero e proprio impero agricolo con 320 dipendenti e 24 referenze prodotti, destinate alla grande distribuzione, al consumatore privato e al settore Ho.Re.Ca. tramite legami commerciali radicati in Italia e in tutta Europa.

Ma il sogno di Giovanni, della moglie e dei figli Francesca, Giuseppe ed Ida non poteva fermarsi all’amore per la rucola: dal ricordo degli studi d’infanzia e dalle esperienze giovanili maturate nella gestione di hotel e strutture di prestigio, decise di investire energie e risorse nel recupero dello storico Hotel Commercio a Battipaglia e nella ristorazione di altissima qualità con Le Radici prima e la sala gourmet Experience poi, divenuta Cinque Foglie, due versioni differenti della proposta gastronomica ai clienti dell’hotel e agli ospiti esterni.  

L’incontro con lo chef Roberto Allocca

Alla guida della cucina c’è Roberto Allocca, avellinese d’origine, dal percorso professionale intenso e prestigioso. Dalla scuola dei maestri Enrico Derflingher, Alfonso Iaccarino e Paolo Barrale, dalla conquista della stella Michelin come Executive Chef del Relais Blu alle esperienze al Marennà e all’Hotel Le Agavi, la sua cucina è fatta di rispetto, tecnica e poesia.

Ogni piatto è un racconto sussurrato, un invito alla scoperta lenta, un equilibrio tra emozione e misura. Una proposta elegante e concreta, che muta in funzione della stagionalità degli elementi, basata sulla forza della tradizione, sulle contaminazioni e sull’originalità fuori da schemi e vincoli.

I menù proposti trasformano virtualmente le immagini viste in galleria in contenuti reali di emozioni tutte da assaggiare. Due le degustazioni tra le incursioni mediterranee nel “Nostos” a mano libera – 8 soste ad € 110,00 e la visione pionieristica di eccellenti produttori di primizie di quarta gamma ne “L’Orto di Francesca” – 6 soste ad euro 90,00. Per chi desidera “contaminare” le varie tappe la possibilità di optare per la carta e comporre a propria scelta il percorso.

Napoli, quando la fotografia incontra l’alta cucina: Sam Shaw e il mito di Marlon Brando al Deschevaliers Restaurant – Hotel De Bonart Naples

Arte e ospitalità tornano a dialogare a Napoli grazie alla rinnovata collaborazione tra Finarte e Caracciolo Hospitality Group, che insieme danno vita a un nuovo progetto espositivo all’interno del ristorante DESCHEVALIERS, situato nell’Hotel de Bonart Naples, Curio Collection by Hilton. L’iniziativa rappresenta un’evoluzione significativa della partnership tra le due realtà, con l’obiettivo di ampliare il dialogo tra cultura, ospitalità e gastronomia in un contesto contemporaneo e raffinato.

Per tutto il 2026, gli spazi del ristorante si trasformeranno infatti in una galleria temporanea dedicata alla fotografia d’autore. Il progetto prevede un ciclo di mostre monografiche che accompagneranno l’esperienza gastronomica degli ospiti, costruendo un percorso in cui gusto, estetica e contemplazione si fondono. L’intento è offrire un’esperienza sensoriale completa, capace di invitare il pubblico a rallentare e lasciarsi sorprendere, ricordando come anche l’arte, al pari della cucina, possa essere racconto, memoria ed emozione.

Il programma espositivo è coordinato dagli esperti di Finarte Davide Carlo Battaglia e Marica Rossetti, insieme al curatore scientifico e critico d’arte Roberto Mutti, che accompagnerà ogni mostra con testi critici e approfondimenti dedicati agli artisti presentati.

Il ciclo si apre con “Sam Shaw | Marlon Brando. Il volto, il mito, il set”, esposizione dedicata al celebre sodalizio tra il fotografo americano Sam Shaw e l’attore Marlon Brando. Visitabile dal 5 marzo al 20 aprile 2026, la mostra presenta una selezione di stampe fotografiche originali che raccontano l’intenso rapporto professionale e umano tra i due protagonisti.

Nel testo critico che accompagna l’esposizione, Roberto Mutti ricorda come alcune fotografie diventino vere e proprie icone collettive, anche per chi non riconosce il nome del loro autore. È il caso dello scatto realizzato da Sam Shaw nel 1951 sul set del film Un tram che si chiama desiderio, diretto da Elia Kazan e tratto dall’opera teatrale di Tennessee Williams, in cui Marlon Brando appare con la celebre maglietta bianca destinata a entrare nella storia dell’immaginario cinematografico.

Le immagini in mostra, tuttavia, raccontano molto più di quell’istantanea divenuta leggendaria. Il fotografo newyorkese sviluppò infatti uno stile profondamente personale, capace di allontanarsi dall’estetica hollywoodiana più patinata e costruita per privilegiare uno sguardo diretto e spontaneo, influenzato dai suoi esordi nel reportage. Per questa ragione Shaw preferiva spesso la luce naturale e gli spazi aperti allo studio fotografico tradizionale, cercando di catturare momenti autentici e immediati.

Nel percorso espositivo si alternano ritratti in bianco e nero di grande eleganza formale, scatti a colori più informali e immagini che restituiscono l’attore in diverse dimensioni: sorridente davanti all’obiettivo, spettinato dal vento, oppure colto in momenti di pausa mentre dialoga con i membri della troupe o osserva l’ambiente circostante. Accanto a queste fotografie compaiono anche immagini di scena, tra cui quelle realizzate durante le riprese del western One-Eyed Jacks, unico film diretto dallo stesso Marlon Brando nel 1961.

In questi scatti emerge tutta la libertà espressiva di Shaw, capace di passare con naturalezza dal bianco e nero al colore e dai contrasti più netti a quelli più delicati, mantenendo sempre uno sguardo profondamente legato alla realtà e alla dimensione umana del soggetto fotografato.

Il progetto si inserisce nel più ampio percorso Finarte THE GALLERY, iniziativa concepita per portare l’arte fuori dagli spazi espositivi tradizionali e creare nuove occasioni di incontro tra pubblico e linguaggi artistici. Accanto alla dimensione fisica della mostra, il progetto si sviluppa anche online: tutte le opere esposte saranno infatti disponibili per l’acquisto attraverso la piattaforma digitale, ampliando le possibilità di accesso al collezionismo.

All’interno di questo dialogo tra arte e ospitalità, il ristorante Deschevaliers rafforza il proprio ruolo di luogo in cui cucina, design e cultura convivono in modo armonico. La proposta gastronomica è guidata dalla visione dello chef bistellato Nino Di Costanzo, anima del ristorante Danì Maison, interprete della tradizione campana riletta con sensibilità contemporanea e grande attenzione alla qualità delle materie prime.

Al suo fianco opera il resident chef Antonio Autiero, che traduce quotidianamente questa filosofia in una cucina elegante e coerente, garantendo continuità e identità all’esperienza gastronomica del ristorante. Nel corso dell’anno il progetto espositivo proseguirà con altri cinque appuntamenti dedicati a diversi autori della fotografia contemporanea, confermando il Deschevaliers come uno dei nuovi punti di riferimento per la fotografia d’autore a Napoli, dove cultura visiva ed esperienza gastronomica si incontrano in un dialogo sempre più stretto.

Menu e pizze special per celebrare la festa della Donna

Carbot Communication firma un progetto “di gusto” tra Nord e Sud Italia fino alla Svizzera

In occasione dell’8 marzo le pizzerie e i ristoranti propongono per il week end celebrativo della donna menu e pizze speciali, un viaggio del gusto che attraversa l’Italia da Nord a Sud, con un’estensione internazionale in Svizzera, celebrando la pizza come linguaggio universale di condivisione, identità e creatività.

Un percorso che mette al centro menu esclusivi, ingredienti d’eccellenza e grandi maestri dell’impasto, trasformando l’8 marzo in un’esperienza gastronomica capace di raccontare territori, storie e visioni imprenditoriali.Il viaggio parte dalla Toscana, a Pistoia, dove il talento di Manuel Maiorano interpreta la Festa della Donna attraverso un menu speciale firmato La Fenice Pizzeria Contemporanea: qui la pizza diventa espressione di ricerca, tecnica, sensibilità sugli impasti e selezione rigorosa delle materie prime.

Le creazioni dedicate all’8 marzo metto al centro la stagionalità e l’armonia dei sapori, in un equilibrio perfetto tra estetica e gusto. A Roma, il progetto passa attraverso l’identità forte e territoriale di Ardecore, dove Alessadro Zirpolo esalta i prodotti irpini in tra vellutata di zucca, caciocavallo calitrano e cipolla ramata di Montoro. autenticità e memoria. Il percorso prosegue con Biské Pizza e Brace che con Giuseppe Todaro celebra i prodotti pugliesi come simbolo di sole, territorio e profumi mediterranei: grani salentini, olio extravergine, ortaggi e specialità tipiche diventano elementi centrali di un menu dedicato all’8 marzo.

Il viaggio non può che approdare in Campania, culla della pizza e laboratorio continuo di innovazione; il maestro dell’impasto Salvatore Santucci presso Salvatore Santucci Pizzeria firma una proposta speciale una pizza con pomodorino giallo, fiori di zucca, mais, fiordilatte e pepe in grado di soddisfare il palato e la vista. Sempre a Napoli Raffaele Bonetta interpreta la Festa della Donna con una visione personale che unisce struttura, leggerezza e carattere, in un equilibrio tra gli ingredienti. Spazio anche alla creatività contemporanea con la “Scrunchy” di Antonio Tancredi, proposta innovativa nella sua Diametro 3.0 dove reinterpreta consistenze e croccantezze, offrendo una pizza al tartufo nero, songino, battuta di fossona e tuorlo d’uovo.

A chiudere questo viaggio gastronomico non poteva mancare un tocco di dolcezza, nella cornice iconica di Capri: presso Grotta Azzurra Gourmet la Festa della Donna si conclude con un raffinato momento dedicato al rituale italiano per eccellenza ovvero un caffè accompagnato da una fetta dell’iconica torta caprese. Ma il progetto firmato Carbot Communication si estende fino alla Svizzera: a Neuchâtel Gianluca Pellegrino e Giuseppe Folgore di Vesuvius Taste Experience consolidando il valore internazionale della pizza italiana con una Nerano alla crema di zucchine, fior di latte, zucchine fritte e scaglie di provolone del monaco.

Con questa iniziativa, Carbot Communication conferma la propria missione: valorizzare il mondo food e femme attraverso strategie narrative capaci di trasformare un evento in esperienza, un menu in racconto, un territorio in emozione.La Festa della Donna diventa così simbolo di talento, determinazione e creatività.

Napoli: al Gran Caffè Gambrinus va in pensione lo storico “maestro dei caffè” Rocchetti

Preparò il cappuccino per Papa Francesco, sui social il video di saluto con lo staff 

Ha fatto da solo una media sul numero di caffè preparati: circa 1000 al giorno per oltre 30 anni. Al Gran Caffè Gambrinus di Napoli va in pensione lo storico “maestro dei caffè”, Lello Rocchetti, 67 anni che ha preparato e servito caffè a capi di Stato italiani e stranieri, artisti e intellettuali e persino un cappuccino per Papa Francesco. Ha creato anche una ricetta tutta sua, presente in menu, il caffè babà: un perfetto connubio tra caffetteria e pasticceria napoletana.

Sempre con professionalità, serietà e impegno ha considerato il “fare un caffè” soprattutto un gesto di cortesia per i clienti. Tanti con il tempo sono diventati amici di Lello Rocchetti, il barista “acrobata” che ha fatto “danzare” tazzine, leve e macchine al ritmo del caffè e proprio come un dj ha trasformato ogni pausa degli ospiti in un momento speciale. A Lello vanno gli auguri della famiglia Sergio-Rosati, dello staff e di chi ogni giorno o solo una volta l’ha visto preparare la sua bevanda del cuore, il caffè, che per Rocchetti non ha mai avuto segreti.

E in un video che sarà pubblicato oggi sui social del Gran Caffè Gambrinus il suo “ultimo caffè” al lavoro, offerto simbolicamente al personale del locale storico che gli riserva un grande applauso. 

Identità Mediterranea a Roma per la celebrazione delle Forze Armate del Messico

Durante la prima serata di giovedì 19 febbraio, entro la prestigiosa cornice dell’Ambasciata del Messico a Roma, si è celebrato il 113° anniversario dell’Esercito Messicano e l’111° anniversario dell’Aeronautica Militare Messicana.

La celebrazione ha avuto inizio con i saluti istituzionali di Genaro Fausto Lozano Valencia, ambasciatore del Messico in Italia, San Marino, Albania e Malta, il quale ha lasciato la parola a Ivenn Jair Farrera Rosas, colonnello dell’Esercito messicano, per il discorso in apertura; il colonnello Farrera ha tenuto a precisare il ruolo delle Forze Militari terrestri e aeree, entro e fuori i confini nazionali, raccontandone la fondazione e la storia, l’importanza per il popolo messicano, specialmente durante le calamità, e il ruolo delle donne in uniforme.

Oltre agli alti vertici dell’Esercito Italiano e di una rappresentanza internazionale di funzionari militari di diversi Paesi, hanno partecipato Laura Elena Carrillo Cubilla, rappresentante permanente presso la FAO, l’International Fund for Agricultural Development e il Programma Alimentare Mondiale, e Alberto Barranco Chavarría, ambasciatore del Messico presso la Santa Sede.

Genaro Fausto Lozano Valencia è sempre stato una figura centrale nella vita pubblica messicana, il cui profilo, caratterizzato da una solida formazione in scienze politiche e relazioni internazionali, lo ha visto concentrato maggiormente sull’analisi politica interna, sui diritti umani e sulla comunicazione radiotelevisiva. Infatti, ha lavorato come analista per il Consejo Mexicano de Asuntos Internacionales, contribuendo ad avvalorare il dibattito su temi di politica globale, migrazioni e diplomazia; infine, per quanto attiene alla sua attività giornalistica, è stato legato alla conduzione di programmi di analisi e dibattito, come Tercer Grado Hora 21 sulla emittente nazionale Televisa, dove ha trattato eventi internazionali dal punto di vista dell’opinionista e analista politico.

L’ambasciatore ha descritto il rapporto tra Italia e Messico come “amoroso, culturalmente potente ed economicamente strategico”, anche perché, aggiunge, “siamo due Paesi profondamente innamorati l’uno dell’altro”.

Al termine di tutti gli interventi è stato proiettato un video descrivente la profonda e millenaria cultura messicana, attraverso la sua diversificazione territoriale e paesaggistica, la sua gastronomia, il suo sistema universitario e della ricerca, i servizi turistici, l’autonomia delle sue industrie, la straordinaria capacità di inclusione di questo grande Paese verso le altre nazioni e il ruolo delle Forze Armate, sempre pronte a soccorrere la popolazione in caso di emergenze legate alle calamità naturali.

Il breve documentario ha fatto trapelare inoltre di quanto amor patrio il popolo messicano nutre nei confronti della sua terra e quanto è sincera l’abnegazione del governo nel miglioramento generale del Paese, tra le forme più coerenti di democrazia del continente americano e nel mondo.

Al termine della celebrazione istituzionale la serata ha avuto seguito con un banchetto di gala, ottimamente riuscito grazie all’organizzazione della sede diplomatica e dei referenti militari, oltre che al fondamentale contributo di un team gastronomico messicano, tutto al femminile, e dell’impeccabile servizio di sala capitanato da Gaetano Coppola, già cerimoniere di Carlos Eugenio García de Alba Zepeda, predecessore dell’attuale ambasciatore e fondatore della Camera di Commercio Messicana in Italia.

Era presente anche Identità Mediterranea, associazione culturale fondata da Gaetano Cataldo dieci anni fa. L’associazione, nata a Castel San Giorgio, distintasi per attività di rilievo come la creazione della prima bottiglia celebrativa per una capitale italiana della cultura, mostre d’arte, annulli filatelici e, più recentemente, per l’organizzazione della conferenza nazionale sulla viticoltura a piede franco, ha partecipato al prestigioso evento organizzando il brindisi e l’abbinamento cibo vino con la cucina messicana.

Tutto ciò, sostiene Gaetano Cataldo, giornalista enogastronomico nonché miglior sommelier dell’anno al Merano Wine Festival, è stato possibile grazie alla partnership con le Cantine Palazzo Marchesale e Masseria Campito. Importante il contributo di Luigi Della Gatta, presidente dell’Assosommelier della Regione Campania, il quale ha contribuito con la sua presenza nella descrizione dei vini appositamente selezionati e di cui è fiero ambasciatore, essendo provenienti dalla sua terra, ossia l’Ager Aversano. Erano presenti, in qualità di ospiti e rappresentanti della loro azienda, Corrado Benfidi e Leonardo Vanacore, proprietari della Cantina Palazzo Marchesale a Villa di Briano.

Protagonista assoluto l’Asprinio di Aversa, in ben quattro differenti declinazioni, quindi il Pallagrello Nero e il Casavecchia. Infatti, il brindisi augurale è stato officiato con le bollicine della cultivar aversana, sia nella versione metodo classico che charmat. Rispettivamente sono stati incrociati i calici di Priezza, Asprinio di Aversa Doc spumante metodo classico brut, affinato sui lieviti per 72 mesi, di Masseria Campito a Gricignano di Aversa e il Brianò, vino spumant metodo charmat brut, da Asprinio in purezza d’alberata di Cantina Palazzo Marchesale.

A dare brio alla serata ancora altre quattro referenze di Benfidi e Vanacore: il 43 filari, un Asprinio in chiave moderna, il IX Denari, Asprinio d’Aversa da alberata con un carattere più austero, il Rosso del Re, Pallagrello Nero Doc, e infine Plinio, Casavecchia di Pontelatone Doc. Il palinsesto culturale calendarizzato dall’Ambasciata del Messico è molto ampio, l’associazione di Gaetano Cataldo però attende favorevolmente la riconferma per rappresentare il vino italiano al 216° anniversario della Liberazione del Messico che, come ogni anno si terrà in presso la sede diplomatica a Roma entro la seconda decade di settembre.

Valpolicella: i vini di Costa Arènte – dieci anni di identità e crescita in Valpantena

Il 12 febbraio, nella suggestiva cornice della Valpantena, Costa Arènte ha celebrato i dieci anni dal suo ingresso nel progetto Le Tenute del Leone Alato con una masterclass dedicata all’evoluzione della cantina e alla sua identità produttiva. Parte di un gruppo che riunisce diverse realtà vitivinicole italiane in un percorso condiviso di qualità, sostenibilità e valorizzazione dei territori, Le Tenute del Leone Alato rappresentano un modello di crescita integrata che mette al centro la specificità delle singole aziende.

La degustazione di dieci etichette ha offerto uno sguardo completo sul percorso intrapreso e sulla visione che guida il progetto enologico, mostrando l’evoluzione stilistica e tecnica che ha accompagnato questo primo decennio.

Situata su un rilievo naturale che domina la Valpolicella e Verona, Costa Arènte si trova a 250 metri di altitudine nel comune di Grezzana, nel cuore della Valpantena. Conosciuta come la “Valle degli Dei”, questa zona si estende a nord di Verona ed è caratterizzata da colline regolari coltivate a vigneti e oliveti. Il paesaggio è ordinato, agricolo, punteggiato da piccoli centri abitati distribuiti lungo la valle. È un’area considerata tra le più rappresentative della denominazione Valpolicella, grazie a una lunga e radicata tradizione vitivinicola.

La storia della cantina prende il via a metà anni Novanta, quando un imprenditore della zona rinnova la tenuta, impiantando nuovi vigneti e ristrutturando i rustici. Parte degli edifici viene destinata alla produzione e allo stoccaggio dei vini, con la realizzazione di un piccolo fruttaio rivolto a nord.

L’azienda oggi concentra la propria produzione in cinque vini rossi tipici del territorio: Valpolicella Superiore, Ripasso Superiore, Amarone, Amarone Riserva e Recioto. L’intero processo produttivo è seguito con approccio artigianale, dalla raccolta manuale delle uve fino all’imbottigliamento, con l’obiettivo di mantenere un livello qualitativo elevato e una produzione volutamente contenuta.

La gestione attenta del vigneto, unita a una selezione rigorosa dei grappoli, definisce lo stile dei vini. In etichetta compare la denominazione “Valpantena”, scelta che sottolinea l’origine territoriale e identifica vini caratterizzati da eleganza, profumi netti e buona mineralità.

Gli enologi Riccardo Cotarella e Giovanni Casati ci hanno guidati in una degustazione coinvolgente, un percorso sensoriale attraverso le annate e gli stili che raccontano l’evoluzione tecnica e identitaria della tenuta.

Ecco il dettaglio della degustazione.

VALPOLICELLA SUPERIORE VALPANTENA DOC 2023  Il Valpolicella è il vino identitario del territorio che porta il suo nome, capostipite della tradizione enologica della zona. Dalle colline ventilate di Costa Arènte nasce un rosso leggero ed elegante, tipico della Valpantena: fresco, di media struttura, con note fruttate e una beva agile e immediata.

Vede la sua prima annata nel 2016, le uve sono quelle tipiche della zona: Corvina, Corvinone, Rondinella, altre uve come da disciplinare. Affina un anno in acciaio, altri 3 mesi in bottiglia prima di essere messo in commercio. Un Valpolicella Superiore di buona eleganza e struttura. Al naso sentori di ciliegia, mora e una nota di pepe nero. Al palato è strutturato ma scorrevole, con tannini morbidi e una persistenza piacevole che invita al sorso.

VALPOLICELLA RIPASSO SUPERIORE VALPANTENA DOC 2021 Secondo la tradizione, il Ripasso nasce quasi per caso nelle cantine della Valpolicella. Per non sprecare nulla, i vignaioli decisero di utilizzare le vinacce dell’Amarone appena svinate, ancora ricche di aromi e sostanze, per ripassare il Valpolicella giovane sulle bucce, così da dargli maggiore carattere. Il risultato li sorprese: il vino acquisì corpo, morbidezza, profumi più intensi e una complessità inaspettata. Così prese forma uno dei vini simbolo del territorio. Il Ripasso Costa Arènte colpisce per la sua vivace freschezza, e racconta in modo inconfondibile il carattere delle colline della Valpantena.

Una parte del Valpolicella 2019, ottenuto da uve raccolte a mano, è stato ripassato per 10–14 giorni sulle vinacce dell’Amarone. Il vino affinato poi 18 mesi in barrique di rovere francese e ulteriori 6 mesi in bottiglia. Colore rosso rubino intenso, un naso elegante e ricco, qui non più il frutto della ciliegia ma la confettura. Al palato è morbido e avvolgente, equilibrato dalla tipica freschezza della Valpantena che ne sostiene la bevibilità.

AMARONE DELLA VALPOLICELLA VALPANTENA DOCG annate 2020 (anteprima) 2019, 20218, 2027, 2016. L’Amarone è, a mio avviso, uno dei vini italiani che più si prestano a verticali realmente coinvolgenti. La tecnica dell’appassimento, la naturale concentrazione e la complessità aromatica lo rendono un vino capace di raccontare il tempo in modo unico. A tutto questo si aggiunge la variabilità climatica delle diverse annate, che incide sia sulla maturazione in vigna sia sul delicato processo di appassimento: annate più fresche danno vini più eleganti e sostenuti dall’acidità, mentre quelle più calde esprimono densità, intensità e maggior struttura.

Le uve vengono raccolte a mano dopo un’accurata selezione dei grappoli migliori per l’appassimento. Disposte nei plateaux, riposano nel fruttaio per almeno tre mesi, durante i quali perdono circa il 40% del peso. In questo periodo l’azione enzimatica e la muffa nobile completano il processo di concentrazione degli acini. Un passaggio fondamentale, perché la qualità di un Amarone si gioca proprio qui, nel fragile equilibrio tra disidratazione e sviluppo aromatico.

Nel calice, questo lavoro si traduce in un viaggio sensoriale che, annata dopo annata, spazia dalla frutta rossa e le spezie dei millesimi più giovani, fino a cuoio, cacao, erbe officinali e profondità balsamiche nelle vendemmie più evolute.

Tutte le annate degustate hanno regalato uno sguardo diverso su stile ed espressività, mostrando come l’Amarone Costa Arènte sappia modulare il proprio carattere senza mai rinunciare alla sua identità.

Tra tutte, la 2019 è quella che mi ha sorpreso di più. Il quadro olfattivo è particolarmente complesso: ciliegia matura, marasca, pepe nero, liquirizia. In bocca colpisce la sintonia tra la trama tannica e il grado alcolico, un equilibrio raro che invita a tornare al calice per scoprire un livello in più. È un Amarone che non si concede immediatamente, e proprio per questo affascina.

RECIOTO DELLA VALPOLICELLA VALPANTENA DOCG 2022 Un vino sontuoso, pieno, profondamente legato alla storia agricola della Valpolicella: un tempo considerato un dono prezioso, riservato alle feste e alle occasioni importanti.

La leggenda lo vuole padre dell’Amarone. Si racconta che verso la fine degli anni Trenta un cantiniere si accorse, con sorpresa, che una botte di Recioto era stata dimenticata in cantina. La fermentazione, anziché essere interrotta come previsto per conservare la dolcezza naturale, era proseguita fino a esaurire gran parte degli zuccheri. Quello che avrebbe dovuto essere un passito dolce e vellutato si era trasformato in un vino secco, dal gusto deciso e amarognolo.

Nel nostro bicchiere troviamo profumi di scorza d’arancia candita, chiodi di garofano, dattero e fico secco, un tripudio di frutta candita. In bocca è una spremuta d’uva di Valpantena, dolce il giusto, vellutato e morbido, un finale aromatico persistente.

MOLINARA SPUMANTE ROSÈ fuori dalla Masterclass, nel corso del pranzo, l’assaggio di questo spumante è una piacevole sorpresa. Molinara, vitigno autoctono della zona, il suo nome nasce dal dialettale mulinare, che richiama il mulino: un omaggio alla pruina che avvolge gli acini, sottile e chiara, quasi una spolverata di farina.

A Costa Arènte, custodi attenti e innovatori del territorio, oggi questa uva viene vinificata in purezza e trasformata in una spumante rosato. Una bella ventata di freschezza in Valpantena.

Prosit!

HospitalitySud 2026: il premio Castellano-Guglielmo sezione sommelier va a Flavio Fusco di AIS Campania

Flavio Fusco appartenente alla delegazione AIS Campania ha vinto il premio “Castellano-Guglielmo” come miglior sommelier durante HospitalitySud alla Stazione Marittima di Napoli.

La premiazione durante l’evento che celebra la professionalità dell’accoglienza turistica nel settore hotellerie ed extralberghiero. L’head sommelier del Des Chevaliers del Restaurant Hotel De Bonart di Napoli, che vanta già un curriculum di tutto rispetto in strutture a cinque stelle luxury e ristoranti gourmet segnalati dalla guida Michelin, è stato decretato meritevole di ricevere il riconoscimento.

Non solo vini, ma anche un diploma di assaggiatore della birra, di sakè e di maestro assaggiatore formaggi. Entusiasta il presidente di AIS Campania, Tommaso Luongo, che ha premiato il sommelier: “Siamo orgogliosi del risultato conseguito da Flavio, per lui in primis e anche per l’associazione che ho l’onore di rappresentare. Solo attraverso lo studio e il continuo impegno si raggiungono risultati simili ed AIS rappresenta un’opportunità unica di crescita personale in grado di cambiare la vita a tanti associati”.

Il libro “La cucina napoletana” di Luciano Pignataro presentato da M. Cilento & F.llo nella sede a Chiaia

Sete preziose e pregiati tweed hanno fatto da sfondo inconsueto alla presentazione del libro La Cucina Napoletana del giornalista Luciano Pignataro, all’interno della maison M. Cilento & F.llo, storica sartoria napoletana. A fianco all’autore sono intervenuti il patron della Casa, Ugo Cilento e la principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli, moderati dalla giornalista Emanuela Sorrentino.

“Luciano Pignataro porta Napoli nel mondo con la sua capacità di descrivere tutte le eccellenze gastronomiche di questa città”, ha commentato Ugo Cilento davanti alla stampa. Ed è proprio il concetto di eccellenza ad accomunare l’alta sartoria con la gastronomia partenopea, lo stile napoletano con la sua cucina, rendendo unico un connubio fatto di gesti semplici e di memoria.

La maison M. Cilento & F.llo, fondata nel 1780, è infatti giunta con Ugo all’ottava generazione di artisti dell’eleganza sartoriale e rappresenta una realtà imprenditoriale di pregio nel comparto dell’alta moda Italiana, non solo da un punto di vista manifatturiero, ma anche per la rilevanza dei propri archivi, dichiarati dal Ministero della Cultura di interesse storico e sottoposti a tutela.

“Quando si superano i 150 anni di attività, non si parla più solo d’impresa ma di cultura”, sottolinea Cilento; non a caso anche la cultura della cucina italiana è stata dichiarata patrimonio immateriale dell’Umanità per l’Unesco.

“La cucina napoletana è lo scheletro della cucina italiana”, ha commentato Luciano Pignataro durante la presentazione. Nell’immaginario collettivo infatti la cucina italiana è spesso identificata e raffigurata con piatti della tradizione partenopea, basti pensare agli spaghetti al pomodoro e alla pizza, ormai simboli del Made in Italy in tutto il mondo. A questo proposito, il giornalista nell’introduzione al suo libro  evidenzia che “ il cibo per i napoletani è talmente importante che non hanno un sostantivo per indicarlo: usano il verbo mangiare che diventa sostantivo, ‘o magnà, ossia il mangiare.”

L’intento di Pignataro non è quello di riscrivere la cucina napoletana rispetto a quanto già codificato a partire dal Cuoco Galante di Vincenzo Corrado del 1773, quanto piuttosto ribadire il concetto che dovrebbe essere alla base di ogni tipo di cucina: la semplicità. In un periodo storico in cui il fine dining cede nuovamente il passo alla cucina di osteria, il vero cuoco, anche stellato, è quello in grado di rappresentare il territorio con una propria interpretazione della cucina tradizionale, possibilmente replicabile da chiunque.

Dalla ricca cucina dei monzù ai piatti semplici di verdura, costituiti spesso da ingredienti arrangiati, la cucina napoletana è una cucina di gioia e ben si presta a questa opera di rilettura continua, tanto che una sezione del libro è dedicata agli chef stellati e ai nuovi classici, come la parmigiana di pesce bandiera di Gennaro Esposito o la lasagna napoletana moderna di Paolo Gramaglia.

In una città in cui i contrasti convivono da sempre, la cucina diventa il comune denominatore di appartenenza e inclusione. Nella sua prefazione al testo, la principessa Pignatelli ricorda l’episodio in cui la madre, Francesca Pulci Doria Principessa di Strongoli, cucinò il ragù in occasione della visita di ospiti milanesi. Il più squisito mai mangiato, un vero e proprio ricordo proustiano: “d’altra parte il ragù è una religione in ogni famiglia napoletana, senza alcuna differenza di classe, e il migliore resta sempre quello di mammà, sia essa una popolana oppure una principessa.” Il cibo diventa quindi, nella cultura napoletana, la vera livella, tanto per citare un altro illustre partenopeo.

La Cucina Napoletana è stato edito per la prima volta nel 2016. Questa riedizione rappresenta  una versione rinfrescata, che accompagna il lettore nelle strade, nelle case e nelle cucine di Napoli grazie al contributo fotografico di Ciro Pipoli. Non si tratta solo di un ricettario,  bensì di un vero e proprio scrigno di storia e cultura partenopea: scopriamo ad esempio che il  termine scammaro – legato a una delle frittate di pasta più note – si riferisce ai monaci, che in tempo di Quaresima, scammaravano, cioè uscivano dalla propria cella per consumare il pasto di magro.

L’originale presentazione non ha tradito il suo intento anche grazie alla felice sinergia con alcune eccellenze del territorio: lo chef Paolo Surace del Ristorante Pizzeria Mattozzi, tra le più antiche pizzerie di Napoli e uno dei luoghi d’elezione del critico letterario Francesco De Sanctis; Vincenzo Setaro e Valeria Di Martino di Casa Setaro insieme allo chef Pierpaolo Giorgio, a cui è affidato il progetto di ospitalità Vigna delle Rose della casa vinicola vesuviana.  

A loro abbiamo dovuto il rinfresco che ha concluso l’evento.

“Vernissage sensi in mostra” II edizione: Marco Lodola illumina il Riserva Rooftop di Napoli

Arte e fine dininig: inaugurata la mostra del “pittore della luce” 

Un’esperienza sensoriale attraverso piatti e opere d’arte. A Napoli gli imprenditori di Riserva Rooftop e i galleristi ed esperti d’arte di Galleria Morra Arte Studio e Arte Focus, hanno presentato la seconda edizione di “Vernissage – sensi in mostra”, rassegna che unisce arte contemporanea e fine dining. Il progetto è stato ideato da Sasi Maresca, Roberto Bianco e Ivan Morra.

La partenza è stata delle migliori con la  mostra di Marco Lodola “Amore e pop art” allestita fino al 26 febbraio. Esposte trenta opere del “pittore della luce”, noto per aver dato vita a una peculiare forma di scultura luminosa, dove luce e colore si fondono in un’esplosione di gioia e nostalgia. Tra queste: “Campione del mondo” con l’effige di Fabio Cannavaro, il celebre “Floating kiss”, Batman”, “The Beatles”, “James Bond”.

Lodola è uno dei principali esponenti della nuova figurazione italiana e della pop art contemporanea. Il suo stile è immediatamente riconoscibile per le figure dinamiche, i colori vivaci, le sagome luminose in plexiglass e  materiali industriali. Si cena così tra opere che raccontano un immaginario fatto di cinema e icone pop, musica, danza, amore.

Lodola trasforma la luce in linguaggio artistico, creando opere che trasmettono energia, positività e movimento, rendendo l’arte accessibile ed emozionale. Durante la rassegna gli ospiti sono accolti da artisti, esperti d’arte, chef, sommelier, bar mixologist e durante la cena, il curatore d’arte e l’host, illustrano le opere esposte, svelando le connessioni tra gli elementi visivi e la filosofia del fine dining. Un viaggio sensoriale che dura un anno, otto appuntamenti d’arte da gustare.

Tra i prossimi: le mostre del pittore e compositore statunitense Mark Kostabi e del fotografo Giuliano Grittini.

Il nuovo menù di Antonio Della Volpe dedicato alla memoria di Don Peppe Diana

Si chiama “La memoria che vive” lo special del pizzaiolo Antonio Della Volpe, che prosegue nel comunicare un vero modello di legalità con il locale La Vita è Bella. La “traccia” lineare di Don Peppe Diana e delle sue preferenze gastronomiche, prima che venisse barbaramente assassinato in sagrestia dalla mano sporca della Camorra il 19 marzo del 1994.

Un simbolo di libertà

Prima di tutto l’uomo dunque, davanti al male stesso dell’uomo. La sorella Marisa, con gli occhi lucidi, lo rivede ancora lì, seduto a tavola, quasi come se il tempo non fosse mai passato. I piatti che preferiva erano quelli della tradizione, dal baccalà, ai peperoni, per finire col ragù della domenica a base di cotica e braciole.

Da questi ricordi nasce l’idea di rivivere quel particolare momento storico, riscrivendone però il passato ed il finale, quando Casal di Principe amò Giuseppe Diana per essere divenuto un faro luminoso di legalità. Quel gesto vigliacco e quel supremo sacrificio hanno rappresentato, come due lati della stessa medaglia, gli inizi della rinascita di un territorio e una boccata d’aria fresca per la popolazione residente. A volte il ghiaccio si può rompere anche con la propria vita, dando un esempio che vale più di tante parole dove lo Stato non può arrivare.

La pizzeria La Vita è Bella, già dal 2024, ha scelto scelto di ricorrere a materie prime a chilometro zero da terreni confiscati alla criminalità organizzata (Pizzeria La Vita è Bella a Casal di Principe: solo nella legalità si può puntare alla qualità). Ma Antonio Della Volpe non si è voluto fermare alla parte superficiale, andando a toccare il cuore della sofferenza con un percorso degustazione ispirato ai gusti, alle abitudini e ai ricordi della famiglia Diana.

“La Memoria che Vive”

Il sentiero comincia da Il gesto semplice, un crocchè di patate rosse di Letino e La Tavola a casa, polpetta di manzo su ragù al pecorino e riduzione di prezzemolo. La concretezza negli impasti delle pizze, soffici al punto giusto e dai topping appetitosi e mai stravaganti: la Radici e identità viene cotta nel ruoto con pomodoro San Marzano Dop, datterino liternese spadellato e grattugiata di parmigiano.

Infine Il rito della domenica, pizza in doppia cottura con ragù di braciola e riduzione di prezzemolo con pinoli e uva passa, saporito dal primo all’ultimo morso. Chiusura in dolcezza con Il Ritorno, un bon bon con crema pasticciera e confettura di mela annurca e cannella,e la Memoria viva, spumone classico cioccolato e nocciola realizzato dalla gelateria artigianale La Fenice di Caserta.

In abbinamento per la serata i vini dell’azienda Cantine Vitematta, che produce Asprinio d’Aversa su terreni sequestrati alla Camorra, sia le birre del birrificio artigianale Alba.

Pizzeria La Vita è Bella

Via Circumvallazione

Casal di Principe (CE)

Tel. 388 1268927