Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: Cetaria a Baronissi

Trama serrata, scelte di carattere e ambientazione contemporanea valgono la sosta per i piatti di Salvatore Avallone e le cure di Federica Gatto in sala.

Baronissi, Valle dell’Irno ad 8 chilometri da Salerno. Tra il Parco Naturale Diecimare, oggi oasi WWF e il centro abitato ordinato e silenzioso, raggiungiamo la destinazione senza difficoltà. Da lontano spunta l’insegna del ristorante Cetària, ma è solo entrando che scopriamo di essere in un locale storico con tanto vincolo paesaggistico. Ci accoglie Federica, Maître e sommelier esperta, in un ambiente elegante e discreto, un salotto per pochi ospiti, dalle sedute comode ed una mise en place colorata con cantina a vista. Per un amante del buon design potrebbe essere la casa dei propri sogni. 

Pop corn al sale limonato e lo Chardonnay Arbois Pupillin Jurassique Domaine de La Renardiere 2018, macerato e biodinamico

Oltre ai piatti à la carte, due i menu degustazione. Noi nostalgici del foliage dai colori caldi, scegliamo il menù di terra abbinato ad uno Chardonnay di marca francese ad impreziosire il tartufo bianco e il wagyu che troveremo più avanti nel percorso.  

Iniziamo le tappe con i pop corn al sale limonato. Federica ci augura buona visione come fossimo al cinema, in attesa della trama del film.

Primo tempo:
Carezze iniziali con miniature salate. Particolarmente interessante, tra gli altri, la sfera alla parmigiana.

Foresta nera: funghi, fois gras, amarene, fave di cacao e tartufo.  Un’esplosione di autunno.

Uovo in carbonara campana. Difficile da raccontare, probabilmente il piatto iconico della cena, forse per l’abbinamento con lo chardonnay strutturato.

Uovo in carbonara campana

Si continua poi con “Umami“, ovvero spaghetti lunghi da grano italiano del Pastificio Di Martino in estratto di funghi e tartufo bianco pregiato. Invidiamo i cani cercatori inglesi ad averli scovati nei boschi delle Langhe.

Umami

Dai boschi piemontesi facciamo invece un salto in oriente con il wagyu accompagnato dal carciofo e topinanmbur, sosta perfetta per accompagnarci nel seguito del film.

Oriente italiano: Wagyu Giappone A5, topinambur e carciofi

Secondo tempo, inizia la parte dolce.

Ape regina” con agrumi, miele millefiori e bergamotto, a seguire Banksy – tributo al famoso street writer – un guscio di cioccolato bianco con cuore di fragole, vaniglia e menta. Ultime, ma non per importanza, le mini coccole dolci, adagiate su mais per pop corn, in piccoli vassoi che  formano la stella della Michelin.

Siamo ai titoli di coda, con i saluti dello Chef Salvatore Avallone. Nato a Cetara, la porta d’ingresso nella Divina Costiera, lo avevamo incontrato con il nostro direttore Luca Matarazzo a Buonissimi 2025. Ci racconta come in una pellicola d’autore la storia del ristorante, le scelte e i percorsi che nel 2024 si è guadagnato l’affermazione “vale la sosta”.

Una trama affascinante che attira l’attenzione di una giovane coppia di ospiti, seduti accanto a noi. Chissà quale film stanno gustando, ci chiediamo. Usciamo soddisfatti e leggeri. Una cena bilanciata e dai tempi giusti, 170 euro a testa prima di una passeggiata nell’area pedonale. Ci godiamo la tranquillità del piccolo centro cittadino, con il fascino serale del palazzo di Città a fare da sfondo. La curiosità ci spinge a cercare informazioni e scopriamo che si tratta di un’opera riqualificata alcuni anni fa dall’architetto Nicola Pagliara, docente alla facoltà di architettura di Napoli. 

La scenografia anche qui è parte dell’esperienza. Colonna sonora, perché no, la ballata commovente Teardrop dei Massive Attack.

Il salame di Mugnano del Cardinale

Eccellenza gastronomica in bilico tra le province di Avellino e Napoli

Il contesto territoriale e il contesto storico

La conurbazione dei sei comuni che formano l’area baianese costituisce una sorta di territorio cerniera tra la provincia di Avellino e l’Ager Nolanum in provincia di Napoli. I comuni di  BaianoAvellaMugnano del Cardinale, ove è ubicato il famoso santuario di Santa FilomenaQuadrelleSirignano e Sperone, che fanno parte a loro volta della Comunità Montana Vallo di Lauro e Baianese, comunità non contigue in termini provinciali in quanto Visciano che appartiene alla città metropolitana di Napoli in mezzo ad essi.

Tali borghi costituiscono un’eccezione nel contesto avellinese sia perché sono bene accorpati tra loro, e quindi più simili ai comuni napoletani limitrofi, che per il dialetto locale: infatti lo slang del posto non è il dialetto irpino ma bensì dialetto baianese.

In bilico tra queste due province, per quanto originario del comune di cui porta il nome, nasce la tradizione norcina del salame di Mugnano. Il borgo di Mugnano del Cardinale ha visto un primo e vero e proprio nucleo abitativo a partire tra l’XI ed il XII secolo in corrispondenza dell’odierno quartiere Cordadauro, periodo durante il quale la baronia di Avella, a seguito della conquista normanna, fu oggetto di un vasto piano agrario avviato grazie ad opere di dissodamento del terreno e dalla sua conseguente rimessa a coltura, nonché dalla creazione di nuovi insediamenti abitativi, tra cui appunto Mugnano, il cui etimo però sembra derivare da Fundus Munianus, risultante dell’ingrandimento delle proprietà che al tempo, precisamente tra il I secolo a.C. ed il II secolo d.C. , vennero assegnate ai veterani dell’esercito romano e ripartite secondo il criterio della centuriazione.

Nel 1312 Riccardo II Scillato, barone del feudo di Litto e Ponte Mignano, comprendente anche Mugnano, cedette questo territorio all’Abbazia di Montevergine, ricevendo dalla stessa i possedimenti nel salernitano; nel 1430 l’Abbazia di Montevergine ed i suoi feudi divennero una «Commenda», ossia passarono all’autorità di un cardinale «commendatario» e non più all’abate. Nel 1511 la Commenda di Montevergine passò al cardinale Ludovico d’Aragona il quale, dopo quattro anni, la cedette alla Casa dell’Annunziata di Napoli, all’epoca uno dei maggiori enti assistenziali del Regno di Napoli, passando di fatto alla giurisdizione della stessa ed entro alla quale vi rimase sino all’abolizione del feudalesimo nel 1806.

L’avvenimento più importante per la storia di questo borgo di origine medievale avvenne giusto un anno prima: il sacerdote mugnanese Francesco Di Lucia portò a Mugnano i resti di una giovane martire cristiana rinvenuti nelle catacombe romane di Santa Priscilla il 25 maggio del 1802 ottenuti da Pio VII, dando così inizio al culto di Santa Filomena, diffusosi ben preso in tutto il Meridione grazie anche alla protezione di Ferdinando II di Borbone; merita una menzione il Castello del Litto, dall’omonima frazione, costruito su un punto strategico da cui si nominava la Valle del Gaudio, attraversata tutt’oggi dall’importante strada regia delle Puglie.

Le origini medievali di un’eccellenza di origine irpina

Di questo eccellente prodotto di origine irpina si hanno notizie sin dal Medioevo ed anche successivamente: il 7 novembre 1849 il pontefice Pio IX, accompagnato dai regnanti borbonici, dopo aver celebrato messa al Santuario di Santa Filomena, ricevette in omaggio una cassetta in legno col pregiato salame di Mugnano; inoltre questo salame paesano, verso la fine del 1800, coinvolgeva nella sua produzione molte donne della zona, le quali si tramandavano di madre in figlia la tradizione artigianale, alimentando un vero e proprio indotto locale fino a far diventare l’insaccato mugnanese un fiore all’occhiello della gastronomia e utilizzato dai contadini irpini come merce di scambio.

Il Salame di Mugnano: Prodotto Agroalimentare Tradizionale

Il salame di Mugnano è stato riconosciuto quale Prodotto Agroalimentare Tradizionale dal Ministero delle Politiche Agricole con Decreto del 18 luglio 2000, su richiesta della Regione Campania, e la sua lavorazione oggigiorno è ammessa nei seguenti comuni: Mugnano del Cardinale, Avella, Baiano, Sirignano e Sperone, in provincia di Avellino, con Camposano, Casamarciano, Cicciano, Cimitile, Comiziano, Marigliano, Nola, San Vitaliano, Saviano, Scisciano e Tufino nel napoletano, comuni ai quali, nel tempo, si è diffusa la tecnica di preparazione.

Storia Norcina da oltre 700 anni

Un tempo svolta a livello domestico, prevedendo il concorso di più parti del maiale e l’affumicatura dinanzi ai camini o in prossimità delle cucine in muratura, la produzione del salame di Mugnano si è radicalmente evoluta, soprattutto dalla nascita della prima fabbrica norcina che risale al 1890 con la famiglia De Lucia, la quale era solita acquistare suini anche al Nord, di sola provenienza italiana e ancora in vita. Chiaramente, durante un tragitto piuttosto lungo, la carne degli animali finiva con l’indurirsi, sicché la famiglia De Lucia propese per tenerli allo stato brado sulla frazione mugnanese del Litto, per poi ucciderli dopo alcuni giorni.

L’odierna produzione

Per la produzione di questo salume occorrono le carni magre di spalla e fiocco di prosciutto macinate a grana grossa nel tritacarne, unite assieme al grasso di pancetta che dovrà risultare ben sodo per essere idoneo rispetto ai dettami artigianali, che lo vorrebbero tagliato generalmente a punta di coltello, il tutto da miscelarsi naturalmente alla concia fatta di sale e pepe nero in grani e per essere infine insaccato nel cosiddetto budello crespone o culare, corrispondente all’intestino crasso del suino.

Il segreto del Salame di Mugnano: il Vento

Le fasi di asciugatura e stagionatura vengono calcolate nell’insieme per una durata complessiva di almeno due mesi durante i quali, dopo l’affumicatura per mezzo di appositi bracieri, il salame di Mugnano si giova del suo ingrediente più tipico: il vento; infatti la posizione geografica di Mugnano del Cardinale, posta ad un’altitudine media di 250 metri con aree che arrivano a superare anche i 1400 metri sul livello del mare, vede la cittadina svilupparsi alle propaggini occidentali del Massiccio del Partenio ed esposta ai venti di Sud-Ovest, lievi ma costanti, i quali garantiscono una totale assenza di ristagni di aria e sono apportatori delle fragranze montane di castagni, faggi e querce, garantendo un’essiccazione naturale davvero privilegiata.

Caratteristiche Sensoriali del Salame di Mugnano

L’aspetto del salame di Mugnano, legato manualmente con lo spago, è piuttosto tondeggiante ed irregolare, a forma di pugno, con una pezzatura variabile dai 200 ai 500 grammi e con un diametro che supera, giusto per avere un termine di paragone, quello del salame tipo Napoli; una volta affettato si presenta di colore rosso vivo tendente al rubino, per quel che attiene alle carni, e bianco per il grasso, vedendo una buona distribuzione di entrambi ed una piacevole coesione della fetta, che deve essere pelata senza alcuna difficoltà data la natura del budello.

Dalla fetta del salame di Mugnano si irradia un profumo abbastanza intenso, piacevole e delicato di tostatura da legno, affumicato, stagionato e leggera nota piperita, mentre al gusto si avverte, sempre con buona intensità, un piacevole bilanciamento dei sapori, con i ritorni delle note odorose cui si va ad aggiungere il sapore suino unitamente al tocco umami, soprattutto se prodotto con suino nero, una buona persistenza e la texture omogenea che ne rende piacevole palatabilità e masticabilità. Un salume decisamente armonico nella sua semplicità ove il modello produttivo premia maggiormente la qualità della materia prima.

Il salame di Mugnano rappresenta ancora oggi il salume delle feste, quelle che pur riunendo talvolta il sacro col profano continuano ad essere feste concrete, fatte di valori familiari e gioia, pertanto un rosso frizzante della Penisola Sorrentina Doc come il Gragnano sarebbe un abbinamento ideale grazie al brio ed all’eleganza contadina che entrambi sono capaci di evocare con la loro genuina rusticità, piuttosto che una Vernaccia di Serrapetrona spumantizzata nella sua versione dry, così come anche l’avvolgente morbidezza di un Aglianico nella versione Campi Taurasini, meno austera rispetto al Taurasi ma comunque di buona persistenza aromatica intensa, potrebbe costituire un buon match.

Roma celebra i vincitori italiani del Concours Mondial de Bruxelles 2025

Palazzo Valentini ha ospitato il 6 ottobre la rassegna dei produttori italiani i cui vini hanno ricevuto il prestigioso premio, la medaglia d’oro del Concours Mondiale de Bruxelles, che da oltre trent’anni distingue professionalmente l’arte della degustazione dei vini di tutto il mondo.

Nel chiostro, incantevole per architettura, i banchi d’assaggio hanno offerto vini provenienti da areali noti o meno conosciuti: dalle Langhe del Barbaresco, qui espresso dall’eccellente Collina Serragrilli, a Montalcino con Radicato e il suo eccellente “Brunello 2019”, ma guardando alle colline dell’Akragas di Filippo Cuffaro e il suo “Filippo II”, al suo prossimo geografico in Paceco con Baglio Ingardia e il suo “Sisilì”, alla Puglia di tradizione borbonica col “Nero di Troia” di Domus Hortae, fino ai Colli di Salerno con Guerritore e l’aglianico del “Fusara”. 

Si guarda anche agli areali del Lazio, partendo da Frascati e dai Colli Romani ben rappresentati da produttori esigenti con Colle De’ Conti, fino a Le Ferriere di Latina con la celeberrima Casale del Giglio.

Ospitalità della venue di Palazzo Valentini, sede della Città Metropolitana di Roma, la cui azione di recupero qualitativo dei vitigni laziali storici vede già un forte impegno istituzionale da quest’anno — notevole la presenza degli uomini delle istituzioni romane all’evento — e per il prossimo quinquennio mediante diversi programmi di sviluppo locale.

Forse il più emblematico di questi è “Roma Mater Vinorum”, patrocinato e sviluppato da “Iter Vitis” iniziativa del Consiglio d’Europa, che valorizza con il “Vigneto di San Sisto” (1400 metri quadrati” entro le mura romane i sette vitigni proto-storici della Roma Antica (su tutti, Cesanese e Nerobuono).

L’obiettivo dell’evento è dichiaratamente più ampio della celebrazione dei vini selezionati per una Medaglia CMB: gli organizzatori hanno inteso rappresentare un mosaico di territori, vitigni e identità produttive che costituiscono un patrimonio unico di biodiversità ed esprimono il livello altissimo di tutta l’enologia italiana, da nord a sud del Paese.

Con il 4% dei premiati, sono 582 le etichette italiane medagliate: 40 referenze hanno ottenuto la Medaglia Gran Oro, 218 l’Oro, 340  l’Argento, di cui rispettivamente 44 e 91 solo in Toscana. Bene la Sicilia con nuovi areali interessati alla selezione, insieme con il Friuli Venezia Giulia che, tra Collio e Sauvignon, a detta dei selettori ha raggiunto non solo questa premiazione ma la notorietà nel mondo come vera sorpresa del decennio.

I selezionatori del concorso belga sono circa 250 e vengono scelti per rigorosa reputazione internazionale, per la loro riconosciuta e incontestata capacità di degustazione alla cieca e decantazione dettagliata delle qualità e delle caratteristiche eroiche dei vini iscritti al Concours, guidato da Baudouin Havaux. 

Giudizi indipendenti, credibili, imparziali e ferrei nella analisi dei vini, la cui considerazione per un premio è effetto di una soglia di valutazione affermativa non inferiore ai 2/3 dei selettori.

Interessantissime le due Masterclass proposte: si svolgono in contemporanea e mettono a raffronto in due aule attigue l’una il patrimonio enologico della Capitale e della sua regione, con la masterclass “I migliori vini della Provincia di Roma”, l’altra con la masterclass “Sauvignon Selection” a rappresentare alcuni tra i Sauvignon Blanc più identitari delle colline e delle valli del Sud Africa – notevoli la Franschhoek Valley e Stellenbosch.

Abbiamo avuto modo di conoscere in dettaglio la storia e le ispirazioni delle cantine laziali selezionate nella masterclass, apprezzandone con i loro rappresentanti presenti non solo la qualità eccellente raggiunta ma le ambizioni in un periodo non certo facile per i mercati internazionali a cui i loro vini sono destinati. 

Dal “Satrico” 2024 di Casale del Giglio, una elegantissima continuità del lavoro della famiglia Santarelli e di Paolo Tiefenthaler, al “Villa Simone” 2020 che esprime un cru di Malvasia Puntinata del loro bellissimo vigneto “Falconieri”. 

C’è spazio anche per il rosato “DonnaLuce” di Poggio Le Volpi, azienda di Monteporzio Catone che combina sin dalle sue origini la ristorazione tipica con la valorizzazione di antichi vitigni locali come il Nerobuono blendati con vitigni internazionali come il Merlot. La tecnica estrattiva del “salasso” permette di ottenere per questo vino un colore e un gusto molto vicini ai rosati della Provenza. 

A chiudere, ancora Casale del Giglio con il loro alfiere di sempre, quel “Mater Matuta” che nell’annata 2019 proposta alla masterclass offre la combinazione all’85% di Syrah con il Petit Verdot al 15% — una proporzione quasi inedita che esprime la visione di un prodotto meno figlio di estrazione e più incline a combinare una rinnovata freschezza, eleganza di gusto con una struttura ricca di tannini vellutati e grado alcolico, ma aperta alle notevoli complessità di gusto e olfatto del complesso vegetale di erbe, di foglie di ortaggi e muschi, bilanciato da fruttato di amarena e dalla bella verticalità con un leggero etereo di spirito, di fumosità accennate eppure sensibili assieme a refoli di cacao.

Appuntamento all’edizione del CMB del prossimo anno, ancora a Palazzo Valentini e nel prezioso scenario del suo Chiostro.

La pasticceria in Campania è in forma strepitosa

Si parla spesso e a sproposito della lotta agli zuccheri in difesa della salute, ma c’è un comparto in Campania che vive metaforicamente un momento di forma strepitosa: quello dei maestri pasticceri.

Se n’è parlato a Casertavecchia, tra la curiosità del pubblico, durante l’evento “aperitivo di gusto sulla pasticceria italiana” moderato dalle giornaliste Antonella D’Avanzo ed Emanuela Sorrentino. Quattro racconti profondamente diversi tra di loro, che rappresentano vite di scelte e sacrifici in laboratorio, nel seguire le orme dei genitori o scegliendo la professione solo grazie al talento scoperto per caso in gioventù.

L’evento è stato introdotto da Luigi Ferraiuolo nell’ambito del percorso letterario denominato Un Borgo di Libri ed ha visto la partecipazione di Nicola Goglia “Emilio il Pasticcere” a Casal di Principe, Alessandro Mango “Lombardi Pasticcieri dal 1948” a Maddaloni, Biagio Martinelli “Pasticceria Biagio Martinelli” ad Aversa e Marco Cesare Merola “Pasticceria Contemporanea” a Caserta.

Nella speranza di vedere a dicembre la cucina italiana patrimonio immateriale dell’Unesco per biodiversità e sostenibilità, il comparto di torte, dolci iconici, cioccolata, dessert al piatto, lievitati e piccole coccole da vetrina, vive già il suo riconoscimento più importante, quello del mercato. Ben 10 i miliardi del fatturato annuo complessivo – compreso l’indotto – e l’inversione della gerarchia delle eccellenze con il Sud Italia, in particolare Campania e Sicilia, a farla da padrone. Mentre il dolce italiano più conosciuto al mondo resta il tiramisù, pastiera, cannoli e altre delizie sono le preferenze dei consumatori italiani.

Nicola Goglia ha persino registrato il marchio Roccobabà. A Casal di Principe, terra di riscatto, il padre aveva aperto piccolo laboratorio da 40 metri quadri. Oggi se ne contano 700 e tanti posti di lavoro nel Rione San Donato, mai abbandonato. Il vassoio della domenica è tornato in auge: babà e sfogliatelle ricce non possono mancare insieme alla classica zuppetta. Forme antiche di street food per le signore bene della borghesia napoletana, divenute col tempo una tradizione culturale del popolo. Il sacrificio e la gavetta degli inizi e la difficoltà attuale a trovare manodopera qualificata e volenterosa lasciano un immagine in chiaroscuro dove non è semplice fare impresa. E poi ci sono le esigenze alimentari di una visione contemporanea dove tutto sembra nuocere alla salute, in particolare zuccheri a grassi. «Lo zucchero era un conservante naturale, ecco perché se ne abusava in passato – spiega Goglia – Prima si mangiavano dolci una o due volte alla settimana, adesso bisogna preservare l’equilibrio calorico più volte al giorno. Quindi ridurre anche le pezzature, contenendo però i costi».

Alessandro Mango è un “genero d’arte”. Il suocero è il aestro pasticciere Aniello Di Caprio della Scuola Dolce e Salato di Maddaloni, vera eccellenza in Italia, nonché titolare di Lombardi Pasticceri dal 1948. Alessandro è un appassionato dei lievitati, nella cura con amore di un ceppo di lievito madre di oltre 40 anni, rigenerato di continuo. Starter uva sultanina, mele, yogurt. «Bisogna distinguersi nella lavorazione delle materie prime. Ad esempio, dare personalità alla frutta presente nel panettone con una canditura artigianale. Non ci siamo tirati indietro neppure con la pizza in pasticceria, format innovativo del 2023 che quest’anno ha visto il riconoscimento deiTre Spicchi della Guida Pizzerie Gambero Rosso» racconta un’entusiasta Mango.

Biagio Martinelli invece tiene a precisare le sue origini non da aversane, accolto però come un figlio dalla popolazione. Da ragazzo ha scelto la sua strada staccandosi dall’azienda di famiglia. Oggi presenta la polacca in più versioni, anche nel rispetto della ricetta originale della monaca di Aversa. Il primo locale nel 2017 e la polacca con variazione alla melannurca; nel 2019 la rustica con crema pasticcera salata e brioche salata con salame di suino casertano nero e provolone del Monaco. Immancabile la classica con amarena all’interno: «Nel 2024 nasce nasce il mio secondo progetto “Martinelli Cafè” per proporre dolce e salato alla clientela ed offrire formazione il cliente dal caffè alle preparazioni dolciarie», come accennato nell’articolo Biagio Martinelli, una vita tra il dolce e il salato.

Marco Cesare Merola vola prima negli Stati Uniti, laureandosi in lingue straniere prima di tornare a casa con il ruolo di executive chef in una struttura di prestigio. Pasticceria Contemporanea rappresenta il suo spazio libero al centro di caserta, dove coniugare il confort della tradizione con un piede nel futuro per creare la giusta experience. «Fare avanguardia oggi costa tantissimo. Ad esempio nel giocare sull’idea di una pizza scomposta come nella Miscake in collaborazione con il pizzaiolo Ciccio Vitiello. Una crostatina al limone. con pomodoro del Piennolo confit, fragole e agrumi. Ormai si sta spingendo sempre più verso gli estremi del palato e la percezione concreta del dolce sta diminuendo. L’esaltazione dell’amaro, dell’acido e salato sono una realtà» conclude Merola mentre i presenti non aspettano altro che assaggiare le proposte.

Antica Distilleria Petrone: riportate in superficie le 450 bottiglie di Limoncello  dopo un anno di affinamento “sottomarino” nei fondali di Castel dell’Ovo a Napoli

Presentati i dati scientifici dello studio sull’Elixir Falernum

Venerdì 3 ottobre a Napoli il mondo degli spirits ha vissuto un’intensa giornata con i due appuntamenti organizzati dall’Antica Distilleria Petrone di Mondragone (CE), prima azienda in assoluto a livello mondiale a sottoporre nel 2021 una partita di bottiglie di liquore ad affinamento subacqueo.

L’emersione delle 450 bottiglie di limoncello    

La giornata ha avuto inizio in mattinata con l’emozionante emersione, al largo di Castel dell’Ovo, della cassa contenente le 450 bottiglie di limoncello che l’Antica Distilleria Petrone aveva posto in affinamento underwater il 25 settembre del 2024. L’operazione di recupero delle bottiglie dai fondali del porticciolo di Santa Lucia è stata effettuata in collaborazione con STS Servizi Tecnici Subacquei e ha visto il coinvolgimento dei ragazzi dell’Area Penale di Napoli partecipanti al progetto MareNostrum, che ha tra i suoi sostenitori l’azienda casertana capitanata da Andrea Petrone.

Le bottiglie riportate in superficie, e per le quali la Distilleria Petrone sta creando un disciplinare ad hoc per la commercializzazione, verranno rivestite da un esclusivo packaging realizzato dai vincitori del contest “One more pack”, Vincenzo Volino e Sara Petrucci.

I risultati degli studi sull’Elixir Falernum

Nel pomeriggio presso il Real Yacht Club Canottieri Savoia, con la moderazione del giornalista Angelo Cerulo, sono stati presentati in anteprima alla stampa i risultati scientifici degli studi effettuati dal Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II sulle bottiglie di Elixir Falernum precedentemente emerse dalle acque di Mondragone. Le bottiglie immerse nel 2023 in prossimità dell’antica città sommersa di Sinuessa e riportate in superficie nel 2024 sono state oggetto di un’approfondita attività di ricerca da parte dei professori Pasquale Ferranti e Alessandro Genovesi dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e Salvatore Velotto dell’Università San Raffaele di Roma. Lo studio, che si è svolto i due fasi, ha messo a confronto 17 bottiglie affinate sott’acqua con altrettante bottiglie di controllo sottoposte al normale affinamento in cantina, selezionate utilizzando uno schema a croce per garantire un campionamento rappresentativo.

In pratica sono state prese bottiglie sia nella parte esterna della gabbia sia al centro seguendo la diagonale. Nella prima fase è stato impiegato un naso elettronico dotato di 10 sensori mentre nella seconda fase si è passati alle analisi chimico-fisiche. Lo studio ha portato a concludere che “l’ambiente subacqueo, caratterizzato dalla presenza di luce blu-verde e vibrazioni marine, ha contribuito alla maggiore formazione di furani e furanoni nei liquori invecchiati sott’acqua. Questi composti sono noti per arricchire il profilo aromatico con note di caramello, fragola, tostato e mandorla”. I campioni affinati in cantina, al contrario, hanno subìto un processo di invecchiamento più rapido rispetto ai campioni sottomarini.

Le bottiglie di limoncello appena riportate in superficie dopo un anno di affinamento a 13 metri di profondità cullate dalle correnti marine, a temperatura costante, al completo riparo dalle fasi lunari e in assenza di luce e ossigeno, verranno sottoposte allo stesso programma di ricerca per studiare in modo scientifico gli effetti della permanenza subacquea sulla maturazione dei distillati.

L’evento è stato realizzato grazie alla preziosa collaborazione di: Comune di Napoli, Marina Militare, Guardia Costiera, STS Servizi Tecnici Subacquei, ArcheoClub d’Italia, Reale Yacht Club Canottieri Savoia Napoli, SIRIP e YDigital Firm. Si ringraziano, inoltre, il Consorzio Mozzarella di Bufala Campana Dop, Casatiè e il Consorzio Vitica.

Antica Distilleria Petrone

Via Generale Giardino, 49

Mondragone (CE)

Tel. 0823 978047 www.distilleriapetrone.it

Ambasciata del Messico a Roma: l’associazione Identità Mediterranea coinvolta di nuovo nella cerimonia per l’anniversario dell’inizio della liberazione del Messico

Identità Mediterranea, piccola associazione culturale in provincia di Salerno, conferma per il secondo anno consecutivo la sua presenza durante l’appuntamento più importante e prestigioso dell’anno presso l’ambasciata del Messico a Roma: la celebrazione del 215° Anniversario dell’Inizio della Liberazione del Messico.

Così come per la precedente edizione è stato organizzato il brindisi augurale presso la relativa sede diplomatica capitolina e Gaetano Cataldo, in qualità di founder dell’associazione e wine specialist, ha curato la selezione delle cantine e la scelta dei vini da assaggiare, puntando sulla trasversalità territoriale, la diversificazione del modello enologico e del profilo sensoriale.

Lo scorso 19 settembre infatti, all’Ambasciata del Messico si è brindato con calici di vino italiano, a dimostrazione del fatto che gli oltre 150 anni di relazioni diplomatiche bilaterali hanno consolidato gli scambi interculturali con grande spirito di stima e apprezzamento che il popolo messicano ha per il Made in Italy. In un contesto di altissimo rango l’inizio della carriera diplomatica di Genaro Fausto Lozano Valencia, politologo, accademico e giornalista: è lui il nuovo ambasciatore, nominato proprio lo scorso mese scorso dalla presidente del Messico, Claudia Sheinbaum.

Dodici cantine di alta rappresentatività, provenienti da diverse regioni italiane, hanno potuto confermare la loro cooperazione con la sede diplomatica messicana, onorandosi di aderire alla serata del 215° Anniversario di Liberazione del Messico.

Dall’area di Conegliano Valdobbiadene, e quindi dalle colline di Cartizze, alle rive del Lago di Garda, sino all’altopiano calcareo delle Murge, la selezione delle aziende vitivinicole non poteva non includere il Massico, i Campi Flegrei, l’Agro Aversano, il Vesuvio e l’Irpinia. Tale potenziale si è espresso mediante diversi stili e filosofie produttive, con il fil rouge della qualità indiscutibile del vino, ma anche attraverso le diverse sfumature di vini provenienti da aree con peculiarità specifiche.

Durante la serata i sapori della gastronomia del Messico più autentica hanno deliziato il palato esigente degli ospiti presenti in sala: a preparare le elaborate ricette Diana Beltrán, originaria di Acapulco, che ha aperto le porte di ristoranti come La Cucaracha ed El Tiburon a Roma. Apprezzatissima in patria, conosce benissimo la cucina capitolina e quella italiana in generale, restando un punto di riferimento per l’ambasciata e la cultura messicana. Diana, ha preparato i chiles en nogada: nel giorno dell’Indipendenza del Messico ogni messicano che si rispetti mangia questo piatto gustosissimo, letteralmente “peperoni in salsa di noci”, che con i suoi colori emula la bandiera e i valori di fede, unione e indipendenza.

Le Cantine Partecipanti…

La cantina Fatalone, a Gioia del Colle. Un primo impianto della tenuta è stato costruito verso il XIX secolo da Nicola Petrera, che in quest’area elesse dimora, eseguendo lavori di disboscamento e scavi per la realizzazione di pozzi che garantissero una buona riserva d’acqua, preservando le rocce estratta di cui è fatta l’antica masseria, sormontata da un triangolo scolpito quale riferimento cartografico. Il legame di Nicola Petrera con il Primitivo di Gioia del Colle era così passionale e radicato da essere stato trasmesso agli attuali eredi, creando la prima bottiglia di Primitivo in assoluto e fondando il relativo consorzio di tutela. Oggi è Pasquale Petrera, la quinta generazione, a tenere le redini aziendali.

Ciro Urciuolo e sua moglie Caterina Tammaro hanno raccolto e rilanciato l’eredità vitivinicola delle rispettive famiglie di origine.  La cantina Urciuolo è in costante crescita, vantando una copiosa ma attenta produzione di vitigni autoctoni, sino ad avere la gestione di numerosi vitigni provenienti da altre aree del Sud Italia, soddisfacendo tanto i palati italiani che internazionali. Con una scelta fortemente voluta dalla proprietà e piuttosto situata, vini Urciulo ha portato ai banchi di assaggio la sua linea più moderna e innovativa, per quanto ispirata dai valori familiari e dalla ventennale esperienza della maison, gestita direttamente dal giovane e promettente enologo Davide Urciuolo.

Cantina Giovanni Molettieri ha iniziato il suo percorso produttivo nel 1999 a Montemarano, nel cuore dell’Irpinia, tra le colline sinuose e gli impervi declivi di un territorio di grande storicità, oltre che altamente vocato per la viticoltura. Durante quasi trent’anni di attività Giovanni Molettieri ha perseguito un’attività che nell’esperienza della cura delle viti è ad impronta familiare.

Ubicata tra le colline di Montemiletto, immersa in un paesaggio che diventa anche teatro un teatro della contemplazione della natura, Tenuta Donna Elvira costituisce una cantina relativamente più giovane, avendo iniziato la sua avventura enologica nel 2010, ma ha radici altrettanto profonde, narrando qualcosa di significativo: infatti essa è costruita sul sogno di Tony Fink e della sua famiglia, che più che vivere un turismo delle radici, ha a che fare con l’enologia delle radici e del ritorno alla terra natia di sua madre, donna Elvira, cui ha dedicato l’azienda agricola, che vanta possedimenti anche a Santa Paolina e Montefusco. Grazie alla direzione virtuosa ed innovativa dell’agronomo Mirco Colella e all’enologia di Arturo Erbaggio, Tenuta Donna Elvira vanta una produzione meticolosa, sostenibile e dal grande appeal territoriale.

È una veterana della vitivinicoltura irpina e ne è ambasciatrice nel mondo, ha avuto l’onore di essere inserita nella carta del vino creata da Gaetano Cataldo durante la cena in Casa Messico al momento degli accordi bilaterali per la partecipazione dell’Italia alla fiera internazionale del libro di Guadalajara, è stata selezionata per celebrare la famosa ballerina Triana Botaya e, per la seconda volta, onora Identità Mediterranea della sua presenza alla serata di gala del 215° anniversario della Liberazione. L’estensione degli ettari vitati di proprietà di Agricola Bellaria e la loro diversificata ubicazione nel territorio avellinese è una dimostrazione di quanto le cantine della famiglia Maffei, con sede a Roccabascerana, abbiano a cuore i concetti di zonazione e di vocazionalità del terreno a seconda dei vitigni di riferimento.

Da un quadrante diverso del Complesso Vesuvio-Monte Somma, precisamente da San Giuseppe Vesuviano, anche Vigne Ambrosio ha preso parte alla serata esclusiva presso la sede diplomatica del Messico a Roma. Con un retaggio storico che ha portato la cantina, oggi capitanata da Ferdinando Ambrosio, ad essere fornitrice della Real Casa di Borbone, della Santa Sede e della Real Casa di Spagna, con esportazione dei celebri vini vesuviani negli Stati Uniti d’America, le referenze enologiche hanno destato un certo interesse tra i convitati, distinguendosi per un modello produttivo improntato tra la tecnica e l’artigianalità.

Siamo nel comune di Trecase, precisamente in Località Bosco del Monaco e Casa Setaro è un punto di riferimento dell’enologia napoletana e visitarla è un po’ come andare su di una terrazza panoramica da cui si riesce a scorgere agevolmente l’Isola di Capri. Fumanti bollicine vulcaniche da uve Caprettone e tutta la carica dei terreni lavici nei vini da Piedirosso hanno fatto scintillare i calici durante l’esclusiva serata diplomatica.

Il Quarto Miglio fondata da Raffaele Verde è un riferimento imprescindibile della viticoltura del Campi Flegrei e, soprattutto, dell’allevamento di viti autoctone su piede franco. Raffaele, da sempre rapito dall’amore per la viticoltura, ha passato il testimone a suo figlio, Ciro Verde, oggi alla guida sia agronomica che enologica. In omaggio alla serata di gala per la Liberazione del Messico Il Quarto Miglio non poteva che proporre il Piedirosso e la Falanghina dei Campi Flegrei, quest’ultima in diverse versioni che ben riflettono la caratterizzazione di un territorio sospeso tra lava vulcanica e salsedine. Anche Ciro Verde ha voluto confermare la sua partecipazione per il secondo anno.

Le famiglie Benfidi e Vanacore sono un riferimento per la viticoltura di Villa di Briano, nell’Agro Aversano, sin dai primi decenni dell’800, iniziando la produzione dell’autoctono Asprinio di Aversa, raccogliendone l’uva dai terreni di loro proprietà, con il sistema ad alberata che tutt’oggi definisce eroico il vino che ne viene prodotto. Ai massimi livelli la produzione degli storici vitigni casertani, inclusi il Pallagrello Bianco, Il Pallagrello Nero e il Casavecchia.

Cantine Palazzo Marchesale, sia per gli ospiti che come omaggio all’ambasciatore, hanno puntato sul Brianò, spumante metodo charmat da Asprinio di Aversa, frutto della collaborazione tra gli enologi Stefano Ferrante e Danilo Trabucco.

L’Azienda Agricola fondata da Pietro Vezzoso a Falciano del Massico nel 2021 conta sulla passionalità e l’energia di una giovane cantina, che però affonda le proprie radici nella terra che ha dato alla luce il Falerno del Massico, il vino più celebre dell’Antica Roma, e nella tradizione familiare dell’allevamento della vite che perdura da molto più tempo. La Cantina Vezzoso, già vincitrice di diversi wine awards, ha voluto portare agli ospiti dell’Ambasciata del Messico anche il pregiato vino tanto decantato attraverso i versi di poeti come Catullo, Marziale e Orazio.

La famiglia Bulgarini ha confermato per la seconda volta la sua presenza assieme a Identità Mediterranea; la sede della cantina è ubicata a Pozzolengo, un territorio cerniera che imbriglia enologicamente tanto il bresciano quanto il veronese, dedicandosi pertanto alla tradizione vitivinicola di entrambe le aree, affacciandosi con nuovi tenimenti verso il friulano. Vicinissima al Lago di Garda infatti è tra i migliori produttori ed interpreti delle uve Turbiana.

Direttamente da Valdobbiadene la Cantina Bottignolo, la cui storia ha avuto inizio verso il 1600, con il Prosecco dei Bethignoli, ha dispiegato bollicine di qualità a tutto spiano per l’evento, portando con sé un’esperienza di oltre tre secoli che si è consolidata grazie alla passione di Gino e Romangela Bottignolo. Oggi Cristian e Alessandro, sulle orme dei genitori e con la stessa dedizione, proseguono una tradizione che negli anni ha consentito di affinare l’arte spumantistica, dando vita a prodotti di innovazione e proiettando il loro territorio in tutto il mondo.

“Gli scambi interculturali sono sempre stati nelle corde dell’associazione e lo dimostrano gli svariati eventi cui partecipiamo ogni anno e che provvediamo ad organizzare. Non potrebbe essere diversamente per una cultura millenaria come quella messicana, la cui arte culinaria è molto incline al maridaje con i vini italiani – afferma Cataldo – Occorre fare un’osservazione lucida sulle grandi opportunità che il mercato messicano ha da offrire alle cantine italiane: il Messico nel 2022 è risultato essere il ventiduesimo mercato di sbocco a livello mondiale per le esportazioni italiane del vino, ma l’interesse per il prodotto italiano è in forte crescita e c’è necessità di attività promozionale per aumentare il livello di conoscenza della varietà enologica italiana e recepire l’eventuale introduzione di nuove tipologie.

Uno degli aspetti che meglio lega il Messico all’Italia, al di là della latinità, è l’approccio alla gastronomia: entrambi i Paesi vedono, più che una cucina nazionale, un mosaico di cucine regionali, fatto di saperi e tradizioni che contano millenni, oltre che di materie prime eccellenti. Se non si volesse considerare che i messicani sono dei veri e propri gourmet, la sola Città del Messico è una delle metropoli con la più alta concentrazione di ristoranti italiani al mondo”.

Particolarmente per il vino italiano ecco alcuni dati: l’esportazione totale di materia prima enologica in tutte le forme è valsa 52 milioni di euro nel 2019, 40 milioni nel 2020, 49 milioni nel 2021, 58 milioni nel 2022, 65 milioni nel 2023 e 40 milioni nel 2024 (statistiche effettive della Commissione UE). Non si può parlare di contrazioni o flessione del mercato messicano rispetto al vino, malgrado il trend altalenante dei volumi di affari: intanto non scendere sotto la soglia dei 40 milioni di euro è un dato assolutamente positivo, ma ciò che deve poter essere considerato è uno scarso impegno sulle attività di marketing e di comunicazione del vino in Messico.

Gran Caffè Gambrinus: due eventi coinvolgenti tra arte, storia, cultura e sociale

Mercoledì 1° ottobre al Gran Caffè Gambrinus “Barista per un giorno”. E sabato appuntamento “porte aperte” con la Giornata Nazionale dei Locali Storici d’Italia

Il caffè è cultura, conoscenza e solidarietà. Due appuntamenti al Gran Caffè Gambrinus per festeggiare mercoledì 1° ottobre la Giornata Internazionale del Caffè promossa dall’International Coffee Organization e sabato 4 ottobre la Giornata Nazionale dei Locali Storici d’Italia.

Mercoledì 1° ottobre

In occasione della Giornata Internazionale del Caffè dalle ore 10 alle ore 13 chiunque potrà cimentarsi nella preparazione del caffè con una macchina professionale a leva ascoltando i consigli dei professionisti nell’ambito dell’iniziativa “Barista per un giorno”.

Non occorre prenotazione: basterà recarsi al Gambrinus il 1° ottobre, aspettare il proprio turno e provare così l’emozione di prepararsi un buon espresso adoperando una macchina professionale.

La ricorrenza

Eventi si terranno inoltre in tutta Italia – sempre il 1° ottobre e a cura delle Comunità del Rito del Caffè Espresso d’Italia – per sostenere la candidatura Unesco e raccoglie firme a supporto. Il Consorzio di tutela del caffè espresso italiano tradizionale promuove anche quest’anno l’iniziativa denominata “Un caffè per…”, per i progetti di Fondazione Telethon.

Sabato 4 ottobre

Passeggiata nell’arte al Gran Caffè Gambrinus

Arte, storia ma anche aneddoti e curiosità in occasione della Giornata Nazionale dei Locali Storici d’Italia. A Napoli il Gran Caffè Gambrinus sabato 4 ottobre apre le sue porte ad appassionati e curiosi con visite guidate tra le opere d’arte custodite nella struttura (ore 10-13).

I titolari accompagneranno i partecipanti raccontando racconti sui personaggi che hanno frequentato il celebre Gambrinus svelando anche qualche episodio inedito. Per partecipare è obbligatorio prenotarsi inviando una mail con nome e recapito telefonico all’email: info@grancaffegambrinus.com

I partecipanti, in base alle richieste che arriveranno, saranno suddivisi in piccoli gruppi. Si prega di avvisare se per sopraggiunti motivi non sarà possibile poi partecipare al tour per consentire ad altri di prendervi parte.

“Orgoglio Campania”: Emanuele Riemma conquista i Tre Spicchi Gambero Rosso

Nuovo prestigioso riconoscimento per Maiori, la pizzeria di Cagliari guidata dal pizza chef Emanuele Riemma

Emanuele Riemma, pizza chef di Maiori, è entrato nella Guida Pizzerie D’Italia Gambero Rosso 2026 ottenendo i Tre Spicchi. La premiazione al Palacongressi della Mostra d’Oltremare di Napoli dove si è svolta la tredicesima edizione della guida Pizzerie d’Italia Gambero Rosso. «Sono molto felice di essere ancora una volta nella Giuda Pizzerie d’Italia Gambero Rosso» afferma Emanuele – «l’assegnazione dei Tre Spicchi è un risultato che mi rende davvero contento, un orgoglio sia per me che per tutto lo staff».

Con il suo Metodo Riemma, Emanuele ha cambiato il concetto della pizza, attraverso un connubio di sapori e ingredienti che omaggiano la Campania, sua terra d’origine, e la Sardegna terrà che lo ha visto formarsi come pizza chef. Proprio il suo raccontare due anime differenti ma complementari, unite dalla stessa passione per la qualità e l’innovazione, ha portato la rinomata giuria del Gambero Rosso a premiare Emanuele Riemma con il voto di 91\100 e ad apprezzare il cornicione delle sue pizze molto alto ma alveolato alla perfezione, fragrante e senza rischi di un morso gommoso.

Il disco sottile accoglie tutti ingredienti di alta qualità dando come risultato finale pizze d’autore da una semplice ed intramontabile Margherita, ad un’Irpina condita con fiordilatte di Gragnano, rucola, pomodorini, prosciutto crudo irpino e caciocavallo antico. Da anni Emanuele Riemma crea pizze che uniscono la tradizione napoletana con i sapori della Sardegna, lavorando con passione e dimostrando che è possibile rispettare le tradizioni senza paura di sperimentare, creando piatti che raccontano una storia di amore, qualità e innovazione.

Con la sua resilienza, Riemma è riuscito a dar vita presso la Pizzeria Maiori all’interno dello storico Palazzo Doglio di Cagliari, a una fusione di sapori che non solo celebra la cucina del Sud Italia, ma anche la bellezza di un incontro tra culture gastronomiche diverse, tutte unite dal piacere di mangiare bene. Equilibrio, precisione e disciplina sono le parole chiave del Metodo Riemma, un approccio unico, attento e preciso frutto di anni di ricerca e sperimentazione che mira non solo a migliorare la qualità dell’impasto, molto apprezzata dalla giuria Gambero Rosso, ma lo eleva a una vera e propria  esperienza sensoriale. Emanuele Riemma con la sua pizza d’autore continua a costruire un ponte ideale tra Campania e Sardegna, raccontando ogni giorno storie di sapori ed eccellenze culinarie.

“Orgoglio Campania”: Paolo De Simone conquista i Tre Spicchi Gambero Rosso

Il founder della catena Modus Pizzeria e Ambasciatore della Dieta Mediterranea nuovamente nella Guida Pizzerie d’Italia Gambero Rosso Paolo De Simone, creator e pizza chef della catena Modus Pizzeria e Ambasciatore della Dieta Mediterranea, è entrato nella Guida Pizzerie D’Italia Gambero Rosso 2026 ottenendo i Tre Spicchi.

«Essere nella Giuda Pizzerie d’Italia con i Tre Spicchi Gambero Rosso è importante ed emozionante, sono orgoglioso di questo traguardo che mi sprona a lavorare con entusiasmo per migliorare sempre di più». La premiazione al Palacongressi della Mostra d’Oltremare di Napoli dove si è svolta la tredicesima edizione della guida Pizzerie d’Italia Gambero Rosso, con la giuria che ha premiato Paolo De Simone con 90/100. Una riconferma per l’Ambasciatore della Dieta Mediterranea nel Mondo, un premio al suo impegno nel promuovere e valorizzare le tradizioni gastronomiche del Cilento, mettendo al centro della sua filosofia la stagionalità, la biodiversità e la sostenibilità. 

Filiera e produttori sono la base operativa di De Simone che ha voluto ricreare a Milano un’oasi del Cilento, e in una doppia chiave, pizzeria e cucina. afferma Paolo De Simone che nelle sue pizzerie a Corso Magenta e in Via Maffei, in luoghi raffinati e moderni, fa diventare il cibo uno stile di vita, quello ancora praticato nel Cilento e che ha come cardini il tempo, la qualità, la stagionalità e la tradizione. La sua idea di pizza fonde due anime: da un lato una versione cilentana più rustica, radicata nella tradizione del pane casalingo; dall’altro una pizza in stile napoletano reinterpretata, con impasti soffici e alveolati e guarnizioni legate alla dieta mediterranea (come mozzarella di bufala di Paestum, pomodori dell’Agro Sarnese-Nocerino e pesce azzurro del Cilento).

I tempi di lievitazione, che variano da 36 a 48 ore e l’uso di farine selezionate, garantiscono digeribilità e leggerezza. Un percorso, quello di Paolo De Simone, con alla base un solo fil rouge a legare tutti questi approdi di buona cucina: il grande amore per il Cilento, il luogo che ispira quotidianamente la sua arte unito al fattore stagionalità che per Paolo De Simone è fondamentale. Infatti, menu disponibile nella catena Modus pizzeria lo fa la Natura. Un’anima green, dunque, quella di De Simone che si declina in quattro location complementari, due pizzerie e due gastronomie, tutte accomunate dagli stessi valori: sostenibilità ambientale, benessere alimentare e valorizzazione del patrimonio culturale cilentano.

“Orgoglio Campania”: Raffaele Bonetta conquista i Tre Spicchi Gambero Rosso – Pizzerie d’Italia 2026

Al Palacongressi Mostra d’Oltremare di Napoli la 13esima edizione della Guida Pizzerie d’Italia

Raffaele Bonetta conquista i Tre Spicchi Gambero Rosso. Un riconoscimento che non è solo un voto, ma la conferma di un lavoro costante e di una visione chiara: portare in tavola emozioni autentiche, con piatti che parlano di territorio, stagionalità e gusto. «Questo prestigioso riconoscimento è la prova che la direzione è quella giusta, e che il lavoro, la passione e la coerenza vengono riconosciuti» – afferma Bonetta. «Un grazie va al mio team, alla mia terra, alla mia visione di pizza basata su radici forti, ma con lo sguardo sempre rivolto alla ricerca e al futuro». 

Un traguardo straordinario a testimonianza della maestria di Raffaele Bonetta nel campo della pizza celebrato al Palacongressi della Mostra d’Oltremare di Napoli dove si è svolta la tredicesima edizione della Guida Pizzerie d’Italia Gambero Rosso, l’evento che riunisce ogni anno i più grandi maestri pizzaioli italiani. Le pizzerie recensite in questa edizione sono state 816, in aumento rispetto all’anno scorso e il conferimento dei Tre Spicchi rappresenta il massimo livello di eccellenza assegnato dalla rinomata guida del Gambero Rosso per la qualità delle pizze.

Il voto di 93\100 dato dalla giuria Gambero Rosso, consacra Bonetta tra i migliori pizzaioli d’Italia, dimostrando come la passione, la cura degli ingredienti e l’innovazione possano portare rapidamente a un successo di rilievo nel panorama gastronomico italiano. La sua pizzeria, simbolo di ricerca e identità, è oggi considerata una fabbrica di idee e gusto, capace di rinnovare l’arte pizzaiola senza mai tradirne l’anima. Farine selezionate, lievitazioni impeccabili, ingredienti tracciabili e uno stile unico hanno portato Raffaele Bonetta a essere nuovamente presente nella Giuda Pizzerie d’Italia Gambero Rosso con Tre Spicchi.

Un 2025 che prosegue, dunque, alla grande per il Gran Sacerdote degli Impasti, nominato Ambasciatore del Gusto Doc Italy per la Pizza Contemporanea, titoli e riconoscimenti che celebrano il suo impegno nel valorizzare l’identità della pizza napoletana evoluta, portandola oltre i confini della tradizione. Con quest’ultimo traguardo, Bonetta si afferma come ambasciatore contemporaneo della pizza italiana, un fuoriclasse capace di emozionare con ogni impasto, ogni cottura, ogni idea che prende forma nel piatto.