Intervista all’enologo Denise Cosentino: dalla Cina all’Italia il passo è davvero breve

Denise Cosentino, già enologa di Domaine Long Dai (Dbr Lafite) e adesso tra le fila della prestigiosa Ornellaia, racconta uno spaccato dell’enologia cinese e della sua voglia di “autoctono”.

La Cina del vino pian piano sta svelando le sue peculiarità e potenzialità, protagonista di una rivoluzione enologica importante, considerando le dimensioni del Paese. Con Denise Cosentino, già enologa italiana da qualche anno al timone della direzione tecnica del Domaine Long Dai – proprietà del gruppo Domaines Barons de Rothschild – siamo andati alla scoperta di quello che è il territorio viticolo cinese e perché ne sentiremo parlare sempre di più nel prossimo futuro.

Cina e vino. Si può fare

Partiamo dal presupposto che la Cina non ha una tradizione vitivinicola ben radicata come quella europea, ma sta costruendo la sua storia non trascurando i particolari. Numeri che sembrano essere premianti soprattutto quando si parla di consumo locale e che descrivono un popolo interessato alla cultura del vino locale e non solo ai “grandi classici” di importazione. A non cambiare è la voglia di imparare da chi effettivamente il vino ce l’ha nel sangue. Sono molti i professionisti che hanno scelto il grande Oriente per il successo, e a Denise Cosentino quest’opportunità è arrivata per meritocrazia.

Laureata in viticoltura ed enologia a Torino, con diverse esperienze all’estero compreso in Nuova Zelanda, viene selezionata come docente per il prestigioso College di Enologia della North West A&F (agriculture&forestry) University di Yangling, Xian, Shaanxi. Grazie a un percorso premiante è arrivata a lavorare in vigna. Dal Ningxia alla penisola dello Shandong Denise ha scoperto un mondo diverso, dove la tradizione europea gioca la sua parte, ma in maniera marginale. Fare vino in Cina è quindi possibile?

La Cina è enorme e non si può far vino ovunque, per via del clima diverso, a volte proibitivo. La mia esperienza in vigneto inizia nel nord, nello Ningxia dove si arrivano a toccare, di inverno, meno 25 gradi. La viticoltura qui è pensata proprio per affrontare temperature rigide, con l’interramento della vite per proteggerla dal freddo. Un sistema con diversi cordoni bassi che, a seconda della necessità, possono essere ricoperti di terra. Nel Shandong invece, più vicini al Mar Giallo, il clima è completamente diverso, con inverni sì rigidi, ma non troppo. Nella media cinese, si intende. Infatti si toccano temperature che si aggirano in media tra i meno 10 e meno 15 gradi – continua l’enologa – Anche qui si usa l’interramento della vite, ma non completo. Per questo utilizziamo un sistema a spalliera che ricorda le viti europee. Inverni secchi e primavere secche, concentrazione di pioggia sulla parte estiva, questo è ciò che ci aspetta generalmente, anche se stiamo risentendo del climate change che anche qui si manifesta con eventi estremi come violente piogge e calura anomala anche fuori stagione”.

Domaine Long Dai

Domaine Long Dai, nella penisola dello Shandong – dove Denise ha ricoperto il ruolo di direzione tecnica di cantina fino a poco tempo fa – non è solo lo specchio della tradizione francese in Cina, anzi, è un modo per mettere alla prova blend che non riprendano il classico taglio bordolese, comunicando qualcosa di nuovo dal punto di vista enologico. Con il Marselan, varietà che sta riscontrando pareri positivi sia per adattamento al clima sia per le peculiarità organolettiche, si sperimentano assemblaggi “moderni”. “L’azienda è giovane, basti pensare che la prima annata in uscita è il 2019. L’imprinting europeo viene mantenuto solo in parte perché si misura prevalentemente con il mercato cinese. Per il momento cinque annate dedicate al mercato interno cinese. L’80% resta qui. La restante parte invece, arriva nei mercati del Sud Est Asiatico, Hong Kong, Giappone, Corea. Piccoli volumi che ridisegnano un modo di vivere all’occidentale”.

Chi è il consumatore di vino cinese

Se in Occidente il vino viene considerato parte storica della “cultura pop”, in Cina si costruisce un’identità giorno dopo giorno. E allora qual è l’identikit del consumatore cinese e se è l’etichetta a rendere il vino d’appeal? Ce lo spiega Denise: “il fruitore medio del vino è appassionato, è colui che ha studiato ed è molto curioso. In Italia sarebbe il nostro “esperto”. Il vino qui non è una bevanda che arriva in tavola in automatico. Certamente l’etichetta conta e, come nel caso di Lafite, il nome colpisce perché è sinonimo di pregio e perché già dagli anni Ottanta è presente sul mercato asiatico. I cinesi però, studiano e diventano sempre più critici, andando alla ricerca della qualità e dello stile di vita all’occidentale. Il vino è uno status symbol, un cadeau di valore”.

Ma in Cina di vino se ne beve ancora troppo poco. Un dato sottolineato anche dalla Cosentino “ad oggi il picco potenziale di consumo locale non c’è ancora stato ma il picco delle importazioni si, pertanto la flessione di vino che proviene da fuori è quasi fisiologica”. Secondo il rapporto OIV del 2022 sulla salute del settore vitivinicolo mondiale, la Cina si attesta la terza posizione a livello globale per quanto riguarda l’estensioni totali dei vigneti; solo l’ottavo Paese per quanto riguarda il consumo di vino. Dati che indicano, comunque, una crescita delle cantine locali in termini di popolarità, prestigio ed enoturismo rispetto al passato.

Per quanto riguarda la produzione interna c’è ancora molto da fare, ovvio, ma la strada è quella giusta. “Oggi la Cina può diventare un polo di produzione, infatti siamo alla seconda produzione di enologi in Cina. Quindi tra qualche anno si potrà dire che il vino è un prodotto della tradizione, ma chiaramente non ce ne sarà per tutti perché non si può produrre ovunque come abbiamo già detto”. Buona notizia per gli importatori che dovranno fare i conti con un mercato non sempre stabile, ma comunque sempre aperto al prodotto estero. Se nel futuro enologico cinese il vino non mancherà, nel futuro di Denise invece, cosa c’è da aspettarsi? “ Spero che ci sia tanto altro buon vino, altri grandi progetti enologici che garantiscano sempre standard di qualità elevati in Italia, che rivedrò presto.Spero di tornare a casa  in Calabria certo, magari un giorno. Un vigneto a Papasidero in Calabria, il mio paese d’origine, farebbe tornare alla memoria la mia prima vendemmia, quella fatta con il nonno”.

Per intanto è arrivata la chiamata in Toscana da Ornellaia e non possiamo che esserne felici.

Sulle tracce di Dioniso: le eccellenze della viticoltura greca in degustazione a Firenze al Greek Wine Day

Venerdì 10 Novembre, in occasione del Greek Wine Day, un evento organizzato da Haris Papandreau @greekwinelover, in collaborazione con il Consolato Greco di Firenze e Fisar Firenze presso il Together Florence Inn a Bagno a Ripoli, è stata presentata una rappresentanza di cantine greche che hanno portato in assaggio la loro produzione.

La qualità del vino greco è costantemente in ascesa e la conoscenza dei winelovers è andata oltre il Retsina che accompagnava i ricordi delle vacanze estive: il recupero di varietà native, le lavorazioni in cantina secondo i criteri moderni, l’attenzione alla sostenibilità e alla tradizione di gestione delle vigne hanno sicuramento portato questo paese alla ribalta dei mercati internazionali.

La presenza di tanti produttori ha reso questo momento davvero speciale: da un banco all’altro si viaggiava dalla Beozia all’isola di Ikaria, da Santorini a Creta e al Peloponneso, ascoltando i racconti dei vignaioli.

Karimalis Winery è una azienda a conduzione familiare creata nel 1999 da Giorgos Karimalis e da sua moglie Eleni: stanchi della frenesia della metropoli di Atene si sono ritirati nell’Isola di Ikaria, dove possedevano, da ben 500 anni, terra e casa. Una scelta sicuramente coraggiosa, motivata dal desiderio di vivere secondo natura. L’isola è famosa per la produzione di vino sin dai tempi di Omero, il Pramno e per il culto di Dioniso. Inoltre è una delle cinque regioni al mondo che appartengono alla Blue Zone, cioè a quei territori dove la longevità delle persone supera i 100 anni.

Iliana Karamalis, una dei 4 figli della coppia, è l’enologa (e dal 2019 proprietaria!) della giovane cantina, che offre anche la possibilità di alloggio e di percorsi naturalistici agli enoturisti: le sue spiegazioni sono state avvincenti e i vini assolutamente interessanti. Lavorano i terreni nei villaggi di Nas e Pigi in regime biologico, nel massimo rispetto dell’equilibrio della natura e vengono utilizzati solo lieviti indigeni. Le varietà coltivate sono quelle locali: reteno, kountouro e fokiano per quanto riguarda le varietà a bacca nera e begleri e assyrtiko per quelle bianche. Le fecce del vino e di cantina ritornano nei vigneti attraverso il compostaggio. L’estensione degli appezzamenti ammonta a circa 6 ettari e vengono prodotte 10.000 bottiglie.

Tra gli assaggi più convincenti un Pet Nat da fokiano e kountouro e il Kalambele, un blend composto da begleri e assyrtiko, di medio corpo e vibrante freschezza, con gradevoli note olfattive che ricordano la mela verde, l’acacia, la scorza di limone, la cera d’api. Il vino prende il nome dal toponimo dove è situato il terreno più antico e significa “buona vite”.

Domaine Zafeirakis è situato nel centro della Tessaglia ai piedi del Monte Olimpo, nei territori coperti dalla Tyrnavos PGI e la famiglia produce vino da più di 100 anni. Christos Zafeirakis, quarta generazione, dopo aver completato gli studi di enologia e aver sperimentato diversi stage all’estero, tra cui anche in Italia, ha deciso di coltivare il primo vigneto biologico nel 2005 e da allora l’impegno non solo si è mantenuto, ma è cresciuto, abbracciando anche i principi della biodinamica.

Attualmente sono dodici gli ettari coltivati nelle zone di Paleomylos e Kampilagas con le varietà autoctone limniona, malagousia e con le internazionali chardonnay e syrah. I suoli hanno delle caratteristiche molto diverse: Paleomylos presenta sabbie e argilla, con alte concentrazioni di calcio mentre Kampilagas era anticamente un lago, predominano le argille ed è ricco in oligoelementi. In cantina vengo usati lieviti indigeni e utilizzati sia i contenitori di acciaio, che di legno che le anfore di Tava.

Natura è un vino bianco 100% malagousia che fermenta in legno e matura per 12 mesi in botti da 24 hl: profumi intensi ed espressivi di pesca, di fiori gialli ed erbe di campo, per un sorso fresco dalla chiusura sapida. Con il limniona si ottengono, oltre al rosè, due vini stupendi. Il primo svolge la fermentazione e l’affinamento in legno, la macerazione dura circa 25 giorni mentre il secondo, dopo la fermentazione in legno matura nelle anfore. In entrambi si riconoscono le caratteristiche del varietale, cioè il colore rosso intenso, il corredo olfattivo che ricorda i piccoli frutti neri, mora, mirtillo, le nuances speziate, il pepe e i tannini setosi, il finale con sentori di pietra focaia.

Hatzidakis Winery ci proietta nella magia di Santorini, tra i paesaggi vulcanici dove le viti di assyrtiko vengono condotte e organizzate nel cestino (Kouloura), che permette ai grappoli, che pendono all’interno di esso, di essere protetti dal soffiare dei venti e dai raggi del sole. L’azienda ha ottenuto il riconoscimento Vegan nel 2021. Erano presenti alla manifestazione Konstantina Chrissou con le figlie Ariadni e Stella Hatzidakis e con l’enologa Nektaria Vlachou.

In assaggio un vino nuovo, prezioso da un singolo vigneto, di nome Rampelia: le uve di assyrtiko restano in una stanza fredda per 24 ore dopo la raccolta prima della criomacerazione. Segue poi la pressatura soffice e la fermentazione con lieviti indigeni a temperatura controllata; il vino resta sulle fecce fini per 12 mesi dopodiché il 70% della massa affina in acciaio e il restante 30% in botti di rovere francese. Si riconoscono profumi di agrumi, di biancospino, quella sferzante acidità che rende il sorso verticale, arrotondato dal minimo tocco del legno. Un vino caratterizzato da una drammatica espressività, figlio di un’attenzione alla cura delle viti maniacale e del rispetto della tradizione.

In degustazione anche l’ultima annata di Aidani, bianco piacevolmente fresco ottenuto dall’omonimo vitigno, che ha un’etichetta molto particolare, dato che si tratta di un disegno a pastello fatto da Stella Hatzidakis quando era piccola. Skitali è molto particolare perché porta con sé l’eredità di Haridimos Hatzidakis, quel “testimone” che viene consegnato alla generazione successiva; assyrtiko in purezza, uve proveniente dai vigneti a Pirgos ( dove ha sede al cantina) e Megalochori. Per la fermentazione in acciaio vengono utilizzati lieviti indigeni e rimane sulle fecce nobili per 12 mesi; non viene filtrato e affina successivamente 12 mesi in bottiglia. Colpisce la finezza ed eleganza dei profumi di limone, di acacia, di biancospino, di erba cedrina, la guizzante acidità e la persistenza del sorso, che lascia ricordi marini, quasi salati in bocca.

Il Greek Wine Day si conferma un evento di grande spessore e importanza per l’approfondimento della conoscenza dei vini Greci e per la cultura che promuove, non solo del bere bene, che riporta alle radici della storia dei popoli del Mediterraneo: restiamo quindi in attesa della prossima data, per godere ancora del nettare degli dei.

Chianti Classico: un giorno a Borgo San Felice

Il 25 ottobre con amici e colleghi, nonché soci dell’Amira (Associazione Maitres Italiani Ristoranti Alberghi) – sezione di Chianciano Terme – Siena ci siamo recati a Borgo San Felice, un borgo che comprende sia cantina vini che Relais.

Ci ha ricevuto Francesco Baroni, Responsabile vendite Italia. Il nostro tour è iniziato dal vigneto adiacente, per poi proseguire in zona vinificazione ed affinamento vini. È seguita una cena con degustazione delle etichette presso il Ristorante Stella Michelin Poggio Rosso, all’interno del Relais 5 stelle, affiliato alla prestigiosa catena Relais & Chateaux; ad attenderci c’era Gabriella Cosenza, la Restaurant Manager.

Borgo San Felice è immerso tra secolari boschi, vigneti e uliveti, circondato da un paesaggio di rara bellezza, digradante verso il Monte Amiata a sud e verso Siena a nord. Siamo nel comune di Castelnuovo Berardenga, l’areale più vicino alla città di Siena di tutto il Chianti Classico. Posto a circa 400 metri s.l.m. vanta 650 ettari di proprietà, di cui 150 sono occupati da vigneti.

Un bellissimo Borgo di origini antiche, che passo dopo passo è stato costruito intorno alla Pieve di San Felice in Pincis, risalente al 714 d.C. che ha abbandonato la sua originaria destinazione per assumere quella di Cantina e Relais. Interamente e finemente restaurato,  dagli inizi degli anni settanta è di proprietà di Allianz.

Di fronte al complesso si trova un progetto sperimentale “Vitiarum” che consiste nel mantenimento di 270 antichi vitigni raccolti in 1,6 ettari di vigneto per evitare che cadano nell’oblio, preservando così il patrimonio ampelografico tipico del territorio.  Le cantine sono custodite all’interno di edifici dell’Ottocento, ove attrezzature tecnologie evolute coabitano con botti e barriques.  

Una perfetta combinazione tra suolo e microclima, caratterizzato da notevoli escursioni termiche garantiscono una corretta maturazione con vini di elevata qualità. Sin dai suoi albori l’ azienda ha puntato alla valorizzazione del vitigno principe: Sangiovese. Tuttavia, tra i filari si trovano anche altre varietà sia autoctone sia alloctone, quali Colorino, Merlot, Cabernet Sauvignon, Pugnitello, Petit Verdot, Trebbiano e Chardonnay. Negli anni ’90 è stata effettuata la zonazione, per individuare le specifiche macroaree in cui ogni uva riesce a esprimersi al meglio, compatibilmente con le caratteristiche geopedologiche di ogni zona. A San Felice non viene prodotto solo vino  ma anche olio . Tra le etichette celebri, espressione del territorio toscano, una nota di merito va al Vigorello, introdotto nel lontano 1968, il primo esempio di Supertuscan

I vini degustati

Avane  Chardonnay Toscana Igt 2021 – paglierino dai riflessi dorati. Naso su fiori bianchi, caramella d’orzo, zafferano e frutta esotica. Sorso fresco, sapido, avvolgente e accattivante.

Chianti Classico Riserva Il Grigio 2020 –  Sangiovese 100% – Rubino intenso,  sprigionante note di frutti di bosco e viola mammola, pepe nero e sottobosco. Il tannino è nobile e sorretto da una buona spalla fresca. Armonico e lungo.

Chianti Classico Riserva Poggio Rosso 2019 – Rubino vivace, al naso rivela note di viola, lampone, prugna e tabacco. Dal gusto morbido, fresco ed appagante.

Pugnitello Igt Toscana 2020 –  Pugnitello 100 % –  Rosso rubino profondo, rimanda note confettura di frutti di bosco, chiodi di garofano, cannella, pepe nero e tabacco. Al palato è deciso, pieno e coerente.

Vigorello Toscana Igt 2019 – Pugnitello 35%, Merlot 30% Cabernet Sauvignon 30% e Petit Verdot 5% – Rubino impenetrabile,  emana note di confettura di ribes, bacche di ginepro, spezie dolci, prugna e sottobosco. Il sorso è caldo e apprezzabile, suadente e persistente.

Brunello di  Montalcino 2018  Campogiovanni –  Rosso granato, naso di rabarbaro, ribes, spezie dolci e note balsamiche, setoso, austero, generoso ed  armonioso.

Abbinate a piatti sapientemente preparati e ben calibrati: Champagne Frank Bonville Millesime 2015 Grand Cru, Pugnitello 2010, Brunello di Montalcino  Riserva Il Quercione 2008 Campogiovanni , Brunello di Montalcino Le Viti del 1976 del 2007 Campogiovanni e Il Grigio in Pincis Vin Santo del Chianti Classico 2012.

BRUNELLO DI MONTALCINO 2018 DI ARGIANO È IL MIGLIOR VINO DEL MONDO PER WINE SPECTATOR

BINDOCCI (PRES. CONSORZIO BRUNELLO): RICONOSCIMENTO ENORME PER L’AZIENDA E PER L’INTERA DENOMINAZIONE. A MONTALCINO QUALITÀ A PRESCINDERE DA ANNATE

(Montalcino – SI, 10 novembre 2023) Comunicato Stampa

È un Brunello di Montalcino il miglior vino del mondo 2023 per la celebre rivista americana Wine Spectator. L’Argiano 2018 diventa così il secondo Brunello ad aggiudicarsi il premio più ambito a livello globale, dopo l’affermazione di Tenuta Nuova di Casanova di Neri, nel 2001. “Siamo felici per l’azienda senese guidata da Bernardino Sani, sotto la proprietà dell’imprenditore brasiliano André Santos Esteves – ha detto il presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino, Fabrizio Bindocci –. Questo premio, che vede per il secondo anno consecutivo la presenza di un Brunello sul podio di Wine Spectator, rappresenta un enorme riconoscimento per tutta la denominazione e conferma da una parte il rapporto virtuoso di Montalcino con gli investitori stranieri, dall’altra la capacità delle nostre imprese di esprimere la massima qualità anche in annate spesso accolte tiepidamente dalla critica”. Il Brunello di Montalcino 2018 di Argiano è il quinto “Wine of The Year” nella storia – tutta toscana – dell’Italia premiata da Wine Spectator. La qualità stellare dell’Argiano Brunello di Montalcino 2018 – cita nella presentazione la rivista statunitense – è frutto di oltre 10 milioni di dollari di investimenti realizzati nella tenuta in un decennio. Segno che nel mondo del vino, un cambio di proprietà o di paradigma stilistico può portare enormi benefici. Argiano è una proprietà con 57 ettari di vigneto, di questi quasi 22 sono destinati al Brunello e 10 al Rosso di Montalcino. Citata dal Carducci a fine ‘800 (“Mi tersi con il vin d’Argiano, il quale è buono tanto”), la tenuta dispone di un wine relais nella villa cinquecentesca.

Food & Book: la cultura del cibo, il cibo nella cultura

Si è chiusa a Montecatini Terme (PT) lo scorso 29 ottobre la nona edizione del Food & Book Festival del libro e della cultura gastronomica, la kermesse dedicata a chi il cibo lo cucina e lo racconta, organizzata dall’Associazione Culturale Eureka in collaborazione con la casa editrice Agra e con la direzione di Sergio Auricchio e Stefano Carboni (Mg Logos). L’evento è patrocinato dal Comune di Montecatini Terme, dalla Regione Toscana e dall’ANP, Associazione nazionale dirigenti scolastici.

A fare da teatro alla quattro giorni di presentazioni e dibattiti, oltre all’Istituto alberghiero F. Martini e al Palazzo del Turismo, la suggestiva cornice neoclassica delle Terme Tettuccio. L’accoglienza e il servizio durante la manifestazione sono stati curati dagli allievi dell’Istituto alberghiero F. Martini.

Una manifestazione eclettica, Food & Book, sin dalla prima edizione del 2014, dato che si pone come obiettivo quello di far incontrare autori, che in differenti modalità parlano di cibo dalle loro pagine, e chef, che esprimono il concetto del cibo attraverso una propria originale narrazione in cucina. In altri termini cultura del cibo e cibo nella cultura, senza mai discostarsi dalla stretta attualità che il tema impone.

La trama dell’edizione 2023 ha infatti riguardato le biodiversità alimentari, il patrimonio ittico italiano, la straordinaria ricchezza dell’olivicoltura nel nostro Paese, oltre al dibattito più che mai attuale sull’occupazione nel mondo dell’accoglienza e della ristorazione. La IX Edizione del Festival è stata dedicata a Eduardo De Filippo che proprio a Montecatini Terme, nel 1931, debuttò con la propria compagnia, appena costituita insieme ai fratelli Peppino e Titina. Nella Cena di Gala di venerdì 27 Ottobre, in onore di Eduardo, gli chef Marcello Leoni e Pietro Parisi, insieme agli alunni dell’istituto alberghiero F. Martini, hanno rivisitato alcuni piatti della tradizione napoletana, che il grande poeta e drammaturgo ha narrato nelle sue opere, come il ragù, attore comprimario e silenzioso della commedia Sabato, Domenica e Lunedì. Nella stessa serata Patrizia Cirulli, cantautrice milanese, ha narrato in musica alcune poesie di Eduardo tratte dal suo ultimo album Fantasia, presentato durante  il Festival.

Chef Leoni, insieme a Valentina Tepedino, ha partecipato anche ai due dibattiti di sabato 28 ottobre sul patrimonio ittico italiano, in qualità di Testimonial de “L’AMO italiano”, progetto promosso da Eurofishmarket – società di consulenza, ricerca e formazione nel settore ittico di cui la Tepedino è direttrice- nato per promuovere e valorizzare prodotti ittici di qualità. Temi affrontati: la valorizzazione del pescato italiano e del cosiddetto “pesce povero”, attraverso la conoscenza del prodotto e del modo migliore per cucinarlo. Ai due diversi round sono intervenuti Benedetta Mariotti, Responsabile Qualità di Arbi Spa, Alessandra Malfatti, Presidente de La Cittadella di Viareggio, e Maurizio Acampora, Presidente della Cooperativa mare nostrum di Viareggio.

Diversi gli autori presenti al festival con opere nelle quali il cibo gioca ruoli diversi: dalla giornalista Monica Viti, col suo Matcha al veleno (Sonzogno), giallo “a porte chiuse” ambientato in una scuola di té milanese, alla torinese Desy Icardi, che con La pasticcera di mezzanotte (Fazi) conclude la serie di romanzi dedicati ai cinque sensi.

Non sono mancati gli approfondimenti scientifici sull’alimentazione, con Antonello Senni autore di La Nutriscenza (Agra Editrice) e Giuseppe Nocca con Educazione Alimentare e Sport – Nutrizione movimento salute (Dde Editrice).

Tra gli altri autori ospiti anche Anna Maria Gehney con Il corpo nero (Fandango Libri) e Marco Vichi e Leonardo Gori con il loro Vite Rubate (Guanda), romanzo a quattro mani.

Francesca Romana Barberini, conduttrice e autrice di programmi enogastronomici, ha regalato alla platea aneddoti legati alla figura di Sora Lella – al secolo Elena Fabbrizi, sorella del grande attore romano Aldo e cuoca nell’omonima trattoria- raccontati nel suo Annamo Bene (Giunti), ricettario biografico della nonna di tutti gli italiani, come la definì Carlo Verdone. E alla più autentica cucina romanesca è stata dedicata la Cena con lo scrittore di sabato 28 ottobre, dove la Barberini ha avuto occasione di raccontare alcuni dei piatti cucinati al Grand Hotel Croce di Malta seguendo le ricette di Sora Lella, come gli gnocchi all’amatriciana. 

Un importante approfondimento è stato dedicato, nella giornata di domenica 29 ottobre, alla situazione dell’olivicoltura e dell’oleoturismo in Italia. Sono intervenuti il Sottosegretario all’Agricoltura Patrizio Giacomo La Pietra, la giornalista Fabiola Pulieri, autrice di Oleoturismo – Opportunità per imprese e territori (Agra Editrice), Giuseppe Nocca, storico dell’alimentazione, Antonello Senni,  genetista esperto di evoluzione e di nutrigenomica umana, Alessandro Benedetti, Presidente del frantoio Cooperativo di Montecatini; ha moderato il dibattito Alessandro Sartoni, Assessore alla Cultura di Montecatini Terme.

A quattro anni ormai dall’entrata in vigore della legge nazionale sull’oleoturismo, sono ancora molte le Regioni che non hanno recepito la norma, restando di fatto al palo su uno dei fattori che potrebbe diventare propulsivo per lo sviluppo dell’olivicoltura nel nostro paese, fatta di piccole aziende e di agricoltura prevalentemente eroica. Inoltre mancano ancora interventi a trecentosessanta gradi e campagne d’informazione e formazione capaci di dare al prodotto olio d’oliva il giusto rilievo sia in termini di visibilità che di prezzo.

Non poteva mancare, in una manifestazione dedicata alla cultura del cibo, il vino, presente in questa IX edizione di Food & Book con le bollicine: Adriana Assini ha presentato Madame Clicquot – Lo Champagne sono io (Scrittura & Scritture), biografia romanzata della celebre mademoiselle Ponsardin, vedova Clicquot, mentre Sciampagna, lo spumante classico italiano (Marcianum press), approfondita antologia sul mondo delle bollicine italiane, è stato raccontato dai curatori Giampaolo Zuliani e Alice Lupi.

Si parla di rari vini dolci all’evento “Dolce Toscana nel Vino”

Alla Fattoria del Colle di Trequanda, Donatella Cinelli Colombini, in collaborazione con Le Donne del Vino delegazione della Toscana ed il supporto delle giornaliste Maddalena Mazzeschi e Marzia Morganti, in occasione della presentazione alla Stampa del suo nuovo Passito, ha organizzato una degustazione 12 di vini dolci, di cui, 8 Vin Santo, 1 Moscadello di Montalcino, 2 Passito ed 1 Aleatico dal titolo “Dolce Toscana nel Vino”.

Donatella ha fatto gli onori di casa, dando il benvenuto ai partecipanti, la degustazione è stata condotta dall’esperto giornalista Gianni Fabrizio, durante la quale sono intervenute le produttrici, ed infine il Direttore di Agricoltura e Sviluppo Rurale della Regione Toscana, Roberto Scalacci ha concluso con aneddoti e considerazioni finali.

Alcune note a margine: queste tipologie di vino vengono prodotte in quantità limitate e sono molto onerose; attualmente trovano poco spazio sia nel settore H0.RE.CA sia nella G.D.O. Accompagnano spesso dessert da servire a fine pasto; una soluzione ideale per aumentarne le vendite potrebbe essere rappresentata dalla vendita al calice, per coloro che si presentano al ristorante in coppia, mentre per tavoli con un maggior numero di commensali è la bottiglia da 0,375 cl il formato preferibile. Donatella ribadisce che tali vini, però, possono essere uniti non solo a dolci, ma anche patè de foie gras e a formaggi sia erborinati sia stagionati o semplicemente in meditazione.

Nel caso della Grande Distribuzione si trovano prodotti a basso prezzo, come Vin Santi fortificati con la fascetta da vino liquoroso che non hanno nulla a che vedere con i Vin Santi naturali che sono contraddistinti da denominazioni di origini controllata o altri passiti di elevata qualità, generando confusione nel consumatore finale. Non tradizionale e obsoleta la pratica di affondare il cantuccino nel calice. Le nuove generazioni, nostro malgrado, fanno poco consumo di vini dolci: sono invece perle enologiche che meritano ampio spazio nelle nostre tavole.

Vin Santo

Il nome Vin Santo si ipotizza che derivi dal Concilio di Firenze del 1439, quando il cardinale greco Bessarione, mentre stava bevendo il vin pretto, esclamò “sembra vino di Xantos”, un vino passito greco di Santorini. Da quel momento fu chiamato Vin Santo. Esistono tuttavia, altre ipotesi da cui far derivare il nome di questo nettare. A Siena si parla di un frate francescano che nel 1348 curava i malati di peste con un vino che era solitamente usato dai confratelli per celebrare messa. Si diffuse, così, la persuasione che avesse proprietà miracolose, valendogli l’appellativo santo. Il Vin Santo toscano è un vino prodotto da uve lasciate appassire dopo la raccolta. Ottenuto con uve di Trebbiano e Malvasia, talvolta con San Colombano e Grechetto. Può essere anche prodotto con uve rosse, maggiormente con Sangiovese e in questo caso si parla di Vin Santo Occhio di Pernice.

Moscadello di Montalcino

Il Moscadello di Montalcino viene prodotto nell’ omonimo Comune. Già apprezzato da Francesco Redi, Ugo Foscolo e il Pontefice Urbano VIII erano dei veri amanti. Montalcino è oggi nota per uno dei più grandi vini rossi italiani : il Brunello. Le origini del Moscadello affondano agli inizi del 1500, attualmente è una Doc ed il vitigno utilizzato per la produzione è il Moscato Bianco, un’uva bianca aromatica, coltivata in tutta la penisola. Può essere prodotto in tre tipologie, Tranquillo, Frizzante e Vendemmia Tardiva.

Aleatico 

L’Aleatico è un vitigno aromatico che dà origine a vini molto piacevoli ed eleganti, diffuso sull’ Isola d’Elba, e conosciuto anche a Gradoli in Alta Tuscia. Vinificato in versione secca, dà origine a vini di buona struttura, ma la tipologia più nota è quella dolce, ottenuta con uve appassite, una vera gemma enologica italiana.

Vini Passiti

Come suggerisce il nome, vengono ottenuti con la pratica dell’appassimento delle uve, talvolta attaccati da botrytis cinerea. Diffusi in ogni regione italiana, pertanto le uve utilizzate sono variabili secondo la provenienza geografica. Vini dolci con un importante residuo zuccherino, ma anche secchi, come l’Amarone della Valpolicella o lo Sforzato o Sfursat della Valtellina.

La Fattoria del Colle si trova nel comune di Trequanda, a poca distanza dal centro abitato  del suggestivo Borgo. L’azienda si trova all’interno sia della Doc Orcia sia della Docg Chianti. Gli ettari vitati di proprietà sono 17, estesi su una superficie totale di 336. Nei vigneti si trovano le varietà di SangioveseFoglia TondaMerlotTraminer e Sagrantino. Posti ad un’altitudine di oltre 400 metri s.l.m., godono di un microclima particolare con forti escursioni termiche tra le ore diurne e notturne, capaci di dare origine a vini di eccellente qualità. La produzione segue metodi di coltivazione biologica, nel pieno rispetto dell’ambiente. La Tenuta è di proprietà di Donatella Cinelli Colombini, già appartenuta ai suoi antenati alla fine del Cinquecento. Un’ azienda, ed è stata la prima in Italia ad esser gestita solamente da donne. Alla Fattoria del Colle oltre alla cantina, si trova un agriturismo con ristorante, piscina e centro benessere con spa. Una nota di merito va all’Orcia Doc Cenerentola, ottenuto con Sangiovese e Foglia Tonda e al il Drago e le Otto Colombe Igt, ottenuto con Sangiovese, Merlot ed altri vitigni autorizzati. 

I vini degustati

Aleatico Sovana DOC Superiore 2022 – Fattoria Aldobrandesca

Solalto IGT Toscana 2019 – Fattoria Le Pupille

Florus Moscadello di Montalcino Doc 2019 – Banfi

Passito IGT Toscana 2018 – Donatella Cinelli Colombini

Vin Santo di Montepulciano DOC 2016 – Dei

Vin Santo del Chianti Classico DOC 2018 – Castello di Querceto

Vin Santo DOC 2013 – Badia a Coltibuono

Vin Santo del Chianti Doc 2004 – Tenuta il Corno

Red Label Vin Santo del Chianti DOC 2015 – Castello Sonnino

Vin Santo di Carmignano DOC Riserva 2016 – Capezzana

Vin Santo di Carmignano DOC Occhio di Pernice 2012 – Tenuta Artimino

Vin Santo del Chianti Rufina DOC 2006 – Villa di Vetrice

Dopo la degustazione dei vini, una degustazione di formaggi selezionati da Andrea Magi e abbinati al passito di Donatella Cinelli Colombini hanno preceduto il pranzo, per noi preparato dalla Chef Doriana Marchi con piatti tipici della tradizione toscana. Il dessert accompagnato al Passito è stato realizzato dal pasticcere campione del mondo Rossano Vinciarelli.

Villa Saletta Tour al nastro di partenza con il tema “pizze d’autore”

La prima tappa del Villa Saletta tour con il tema “Pizze d’autore” si è svolta presso la pizzeria Il Vecchio e il Mare di Firenze. La prima di 5 tappe, organizzata e condotta,  rispettivamente dai giornalisti Roberta Perna e Leonardo Romanelli con la presenza del direttore tecnico dell’azienda David Landini.

Villa Saletta si trova in località Montanelli a Palaia in provincia di Pisa, un antico borgo che affonda le sue origini nell’anno 980. Appartenuto ad importanti famiglie, oggi grazie agli inglesi Hands, imprenditori nel mondo dell’hotellerie di lusso e dopo una attenta restaurazione ha ritrovato nuova vita. La tenuta è immersa nei 1400 ettari di proprietà tra oliveti, vigneti, boschi e coltivazioni varie. I vitigni coltivati sono Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc. In futuro verranno messe a dimora anche barbatelle di Chardonnay.

Moderna e funzionale la cantina costruita per dare origine a vini espressivi e di elevata qualità con timbro bordolese, ma animo marcatamente toscano. La gestione della Tenuta è stata affidata all’esperto enologo David Landini. A breve gli ettari vitati supereranno gli 80. Villa Saletta mette a disposizione anche casolari immersi nel verde della campagna e tre ville per l’ospitalità.

Il Vecchio e Il Mare si trova a Firenze in via Gioberti, all’interno di una corte, un angolo tranquillo con ampi spazi sia all’aperto sia al coperto. La cucina di mare è curata dallo chef Daniele Di Sacco e la pizza da Mario Cipriano con versioni napoletane sia classiche che rivisitate. Pizze con farine selezionate e impasti calibrati. Tre spicchi conferiti dal Gambero Rosso per ben quattro volte. Il titolare è il dinamico Pasquale Naccari.

Il menù con abbinamenti

Montanarina con trippa di ricciola come benvenuto

Padellino crema di fiordilatte affumicato, porchetta di mare, patate del Casentino sfogliate – abbinato
Villa Saletta Rosé 2021 – Sangiovese, Merlot,  Cabernet Sauvignon e Franc – dai riverberi rosa cerasuolo e nuances olfattive di ribes rosso, lampone, melagrana e fragolina di bosco, sorso fresco e sapido, suadente e persistente.

Impasto classico con Fiordilatte campano, crema di zucca fresca Toscana, salsiccia di cinta senese presidio Slow Food e funghi porcini spadellati – abbinato a Chiave di Saletta 2018 – Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon e Franc- rubino luminoso con note balsamiche e speziate, polvere di cacao, rosa appassita e tabacco. Sorso avvolgente con tannini nobili, pieno e coerente.

Impasto classico margherita – in abbinamento a Saletta Giulia 2018 – Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon – rubino intenso sprigiona sentori di corbezzolo, rosa canina, spezie, liquirizia e tostature. Al palato risulta delicato e rotondo al tempo stesso.

Pizza alla pala con provola affumicata campana, gorgonzola mascarponato, speck Sauris e tarallo napoletano sbriciolato – con Chianti Superiore 2018 – Sangiovese in purezza – dalle sfumature di violetta, amarena, prugna, pepe nero e arancia sanguinella. Tannino setosi, sapidi ed equilibrati.

Pizza e vino si conferma sempre di più una garanzia in fatto di abbinamento.

Montalcino: i vini di Casanova di Neri

Poi un giorno di settembre me ne andai…

Citazione musicale importante per la visita ad una delle cantine più iconiche di Montalcino:  Casanova di Neri. Appena parcheggiato, trovi subito di fronte il meraviglioso skyline del borgo famoso in tutto il mondo per la qualità del suo vino Brunello.

Ci ha ricevuto la solare, gentile e professionale Tiziana Palmieri, la quale oltre ad averci raccontato la storia dell’azienda ci ha fatto fare passeggiare nella vigna adiacente, anticipando così l’ingresso in cantina.  Tre i livelli, prima di entrare in sala degustazione ad assaggiare i capolavori ivi prodotti.
Mentre degustavamo, abbiamo avuto il piacere e l’onore di parlare anche con il titolare Giacomo Neri.

L’azienda vitivinicola è una splendida realtà posta a poca distanza dal centro abitato di Montalcino. Fondata da Giovanni Neri nel 1971, colui che aveva già intuito le grandi potenzialità pedoclimatiche di questo territorio con il preciso obiettivo di produrre un grande vino rosso. Dal 1991 le redini dell’azienda sono passate in mano al figlio Giacomo, affiancato dai figli Giovanni e Gianlorenzo. Un’azienda a conduzione familiare che si estende su 500 ettari, di cui 79 sono vitati. I vigneti sono dislocati in vari versanti e corrispondono agli appezzamenti di: Fiesole, Cerretalto, Collalli, Podernuovo, Pietradonice, Giovanni Neri e Cetine. Variano le altimetrie dai 250 ai 450 metri s.l.m., ed il suolo che è costituito prevalentemente da galestro. Le viti affondano le radici sui terreni da molti anni, alcuni delle quali superano il mezzo secolo.

Le etichette di Casanova di Neri sono molto richieste da collezionisti ed appassionati in ogni parte del globo. Nel 2006, il Brunello di Montalcino Tenuta Nuova 2001 è stato premiato e giudicato come miglior vino al mondo da Wine Spectator,  da molti ritenuta una sorta di vademecum per professionisti del settore e semplici appassionati.
Il fil rouge di ogni vino dell’azienda è la qualità. Rispettosi della tradizione e al contempo pionieri dell’innovazione.

I vini degustati

Rosso di Montalcino 2022 – Rubino intenso, sprigiona note di violacciocca, rosa, marasca e ribes, dal gusto fresco e avvolgente, fine e lungo.

Brunello di Montalcino 2018 – Rosso rubino trasparente, naso di ciliegia, charcouterie, prugna, bacche di ginepro e pepe nero, dotato di trama tannica setosa e grande piacevolezza di beva.

Brunello di Montalcino Tenuta Nuova 2018 – Leggeri i riflessi granati, emana note di prugna, melagrana, cacao, menta e violetta,. Sorso suadente, tannino setoso, preciso e persistente.

Brunello di Montalcino Giovanni Neri 2018 – Rubino vivace, complesso e fine, dalle note olfattive di mirtilli,  prugna, amarena, arancia sanguinella e spezie dolci. Appagante e armonioso.

Pietra d’Onice Toscana Igt 2020 – Cabernet Sauvignon in purezza – Nuance scure e profonde, rivela sentori di mora, mirtillo, cassis e note balsamiche. Chiosa fresco e sapido.

Isola d’Elba: il visionario progetto Nesos di Arrighi

L’Azienda Agricola Arrighi si trova a pochi passi dal centro abitato di Porto Azzurro sulla meravigliosa Isola d’Elba. Nove gli ettari vitati di proprietà, estesi sui complessivi 22 totali e localizzati interamente nel parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.

Da oltre un secolo è di proprietà della famiglia elbana di albergatori, che coltivano vitigni quali i classici ansonica, trebbiano toscano (o procanico), vermentino, viogner e gli insoliti (da queste parti) chardonnay, sangiovese, sagrantino e syrah. Discorso a parte per l’aleatico, che Antonio Arrighi sa trasformare in una versione passito di rara bellezza.

Le vigne sono disposte ad anfiteatro, alcune delle quali giacciono su terrazzamenti naturali, altre sorrette da muretti a secco posti su suoli argillosi e ben protette dai venti. Finalmente è arrivato il giorno in cui conoscere questa splendida realtà. Dopo aver degustato i vini abbiamo fatto un tour con il quad tra i vigneti e malgrado il periodo di vendemmia Antonio si è reso molto disponibile, gentile e garbato come sempre a fornirmi dettagli sui vini. Un vero sperimentatore.

Progetto Nesos

In collaborazione con il Professor Attilio Scienza dell’Università di Milano è stata ricondotta sull’Elba una vecchia pratica utilizzata 2500 anni fa nell’isola greca di Chio. L’uva che si presta meglio è l’Ansonica  che ha delle similitudini con le uve greche. Gli acini integri vengono messi in alcune nasse di vimini e posti in mare ad una profondità di 7 metri, per una durata di circa 5 giorni. Il sale marino toglie la pruina e l’uva, una volta ripescata, viene esposta al sole appassendo più rapidamente. L’effetto antiossidante fa penetrare per osmosi il sale nell’acino, senza danneggiarlo, preservando l’integrità degli aromi primari del vitigno. La fermentazione avviene in anfore con le bucce e senza i raspi, senza aggiunta di solfiti, per un numero molto limitato di bottiglie.

Elba vitinicola

La storia vitivinicola dell’Elba risale all’epoca degli Etruschi: alcuni reperti ritrovati ne sono una pronta testimonianza. Napoleone Bonaparte, nel suo periodo di esilio, è stato un grande estimatore di un vino questa terra, l’Aleatico. Agli inizi del 900 l’Isola era una delle tre zone vitivinicole più estese della regione e la prima per quanto riguarda le uve a bacca bianca. La vite era coltivata per buona parte su terrazzamenti sorretti da muretti a secco che sfioravano altitudini fino ai 400 metri s.l.m. Con la propagazione della filossera ci fu una radicale riduzione del patrimonio viticolo e la coltivazione trovò spazio in zone più pianeggianti. Poi, con l’avvento massiccio del turismo, i produttori si sono cimentati a realizzare campioni di assoluta qualità.

La Doc Elba nelle tipologie Bianco e Rosso è arrivata nel 1967 ed in seguito anche Elba Aleatico, Elba Ansonica, Elba Ansonica Passito e Elba Rosato. Negli anni ’90 è stato costituito il Consorzio di Tutela del vino dell’Elba. Nel 1999 si aggiunge anche la denominazione Elba Moscato e nel 2011 anche le tipologie Elba Vermentino, Elba Trebbiano e Elba Sangiovese. Il 2011 è anche l’anno in cui l’Elba Aleatico Passito raggiunge l’apice ottenendo il sigillo Docg. Il suolo è ricco di minerali con terreni sia argillosi sia sabbiosi. Sino agli anni ’50 nelle miniere venivano estratte soprattutto ematite e limonite. Il clima è mite e di tipo mediterraneo.

I vini degustati

Valerius Toscana Igt 2022 – ansonica vinificato in anfora – Veste giallo paglierino luminoso, rivela note di fiori di ginestra, pesca  susina e agrumi, fresco e sapido, leggiadro e persistente.

Hermia Toscana Igt 2022 – viogner vinificato in anfora – Nuance paglierine, emana sentori di albicocca, uva spina, mandarino, mughetto, zagara, mango ed ananas, sapido, avvolgente, coerente e persistente.

V.I.P. Toscana Igt 2022 – viogner vinificato in barriques – rimanda ai sentori di ananas, frutta esotica, scorza di limone e vaniglia, fresco, morbido, armonioso e duraturo.

Tresse Toscana Igt 2020 – sangiovese 50%, syrah 30% e sagrantino 20% vinificati in anfore – Rosso rubino intenso, libera sentori di violetta, frutti di bosco, visciola e spezie dolci, palato delicato e sapido, tannini setosi.

Sergio Arrighi Elba Rosso Doc Riserva  2020 – sangiovese 100%. Rosso rubino trasparente, vira sul granato, sprigiona note di ciliegia, prugna, ribes, mora e pepe nero. Pieno, avvolgente ed equilibrato.