Capri, a Ferragosto “Cena sotto le Stelle” con lo chef Fabrizio Mellino

I piatti iconici del tre stelle Michelin al ristorante Campanella by Quattro Passi

Campanella by Quattro Passi all’interno del Pazziella Garden & Suites di Capri apre le porte a un’esperienza esclusiva per la cena di venerdì 15 agosto.

Si festeggia Ferragosto all’insegna di gusto, tradizione e contemporaneità con lo chef Fabrizio Mellino che propone nel giardino mediterraneo del nuovo ristorante a Capri i suoi piatti iconici per una Cena sotto le Stelle aperta a soli 40 ospiti che dovranno necessariamente effettuare la prenotazione su www.campanellacapri.it.

Il costo è di 150 euro a persona bevande escluse.

IL MENU

Aperitivo: Carpaccio di manzo, Gambero a squame, Orata in crosta di pane, Parmigiana di melanzane.

Antipasto: Fiore di calamaro con tartare di scampi, acqua di mela verde e caviale.

Primo Piatto: Fusillone con riccio di mare, crema pasticcera salata e tartare di gambero.

Secondo: Spigola in salsa acetosella e limone di Capri. Dolce: Savarin ai frutti di bosco con crema al mascarpone.

Campanella by Quattro Passi

all’interno di Pazziella Garden & Suites

Via Camerelle 49 A – Capri (NA)

Per info: 081.8370044

Associazione Donne del Vino della Toscana: inizia il percorso per un grande bianco dell’entroterra

Il mondo del vino sta cambiando: negli ultimi vent’anni, il consumo di vini bianchi è cresciuto trainato da un’evoluzione nei gusti dei consumatori e da una maggiore attenzione alla freschezza, alla versatilità e alla sostenibilità.

In questo scenario, la rinascita dell’Enoteca Italiana nella storica sede della Fortezza Medicea di Siena accoglie un progetto ambizioso e profondamente radicato nel territorio: la creazione di un grande vino bianco della Toscana interna.

Il progetto, nato dalla visione di Donatella Cinelli Colombini e fortemente sostenuto dalle Donne del Vino della Toscana di cui è Delegata, ha visto la collaborazione delle istituzioni locali — Comune di Siena, Regione Toscana e Camera di Commercio di Arezzo e Siena — nella giornata dello scorso 18 luglio che ha unito ricerca scientifica, cultura vinicola e imprenditoria femminile.

Elena D’Aquanno, presidente della Fondazione Enoteca Italiana Siena, ha riaperto le porte del Bastione San Filippo: la sua promessa al nonno Pietro, figura eminente dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino, si traduce oggi in un atto concreto di valorizzazione territoriale che unisce storia, sogno e visione imprenditoriale.

Degustazione e ricerca: il cuore dell’iniziativa

La Masterclass condotta da Cristiano Cini, presidente di AIS Toscana, ha offerto un viaggio sensoriale nei vini bianchi della Toscana interna. Undici etichette, ciascuna con un’anima propria, hanno raccontato il potenziale di vitigni autoctoni e blend che interpretano il territorio con eleganza e autenticità.

Queste le aziende protagoniste:

•⁠  ⁠Tenuta Valdipiatta di Miriam Caporali con Nibbiano 2024, Sangiovese 80%, Trebbiano, Grechetto, Malvasia 20%

•⁠  ⁠Tenuta di Capezzana di Beatrice Contini Bonacossi con Trebbiano di Capezzana 2024, Trebbiano 100%

•⁠  ⁠Cantine Dei di Caterina Dei con Martiena 2023, Malvasia Bianca lunga 60%, Chardonnay 30%, Grechetto 5%, Sauvignon blanc 5%

•⁠  ⁠Azienda Agricola Borgo Prunatelli di Cristiana Grati con Canaiolo Bianco Borgo Prunatelli 2018, Canaiolo Bianco 100%

•⁠  ⁠Fattoria La Maliosa di Antonella Manuli, con La Maliosa Uni 2023, Procanico 100%

•⁠  ⁠Corte dei Venti di Clara Monaci con Coccole 2024, Sangiovese 100%

•⁠  ⁠Podere Casaccia di Lucia Mori con Sine Felle Bianco 2023, Malvasia Bianca 40%, Vermentino 40%, Trebbiano 20%

•⁠  ⁠Tenuta di Artimino di Annabella Pascale con Artumes 2024, Trebbiano 70%, Petit Manseng 30%

•⁠  ⁠Dianella di Veronica Passerin d’Entreves con Orpicchio 2021, Orpicchio 100%

•⁠  ⁠Fattoria Sardi di Mina Samouti, con Vallebuia Bianco 2023, Trebbiano 100%

•⁠  ⁠Cantina del Testimone di Aurora Visentin con Fortunato 2024, Malvasia 33%, Trebbiano 33%, Grechetto 33%

Il convegno scientifico: il vino come progetto culturale

Moderato da Giovanni Pellicci, direttore de I Grandi Vini, il convegno ha visto l’intervento di accademici e istituzioni che hanno delineato le traiettorie scientifiche per il futuro del vino bianco toscano. Dallo studio sui vitigni autoctoni e resilienti — come Orpicchio, Petit Manseng, Sauvignon Rythos e Viognier — alle tecniche agronomiche per affrontare il cambiamento climatico, è emerso un quadro chiaro: il vino bianco di domani sarà frutto di innovazione, territorio e responsabilità.

Con il sostegno attivo dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino, del CREA e delle Università di Firenze e Pisa, il progetto si pone come modello virtuoso di ricerca e sviluppo enologico.

Un primo passo verso l’eccellenza

Le Donne del Vino della Toscana, con passione e competenza, hanno aperto la strada. Il Consorzio Toscano IGT, per voce del presidente Cesare Cecchi, ha dichiarato la piena disponibilità a sostenere questo percorso.

Con questo evento, Siena diventa nuovamente fulcro di un progetto enologico ambizioso, capace di dare luce ad un grande bianco della Toscana interna.

E se il vino è cultura, allora questo progetto è già patrimonio.

A Bacoli il nuovo concept di Calea tra le meraviglie della penisola flegrea

Boutique hotel, aperitivi al rooftop, fine dining e spiaggia privata

Che la penisola Flegrea, con le sue baie meravigliose, fosse oggetto di meta turistica sin dai tempi degli imperatori romani, fa parte in maniera indiscussa delle radici stesse della “Campania Felix”.

Il lago salato di Miliscola, qui chiamato anche Mar Morto, separato tramite un istmo naturale dalle acque azzurre delle spiagge di Capo Miseno, è la cornice perfetta del nuovo concept di lusso di Calea, un boutique hotel che offre numerosi servizi per la sosta dei propri clienti.

La Famiglia Iaquaniello, già proprietari della location per eventi Villa Gervasio, ha ridato la vita a ciò che era in origine l’antico Albergo del Sorriso datato 1957, ora illuminato dall’elegante ristrutturazione dell’architetto Giuliano Andrea Dell’Uva, dai toni bianchi minimalistici alternati alle policromie delle maioliche in stile Capri. Il tutto in un’atmosfera rilassante a più livelli, dove trascorrere il giusto tempo per sé stessi.

Aperto anche nella stagione invernale, è dalla primavera all’autunno però che Calea regala le migliori esperienze al turista che ama quest’angolo di paradiso, in parte ancora inesplorato e a prezzi abbordabili. Accolti dal benvenuto del suo direttore Biagio Del Giudice, nelle 13 camere (erano 33 prima della recente ristrutturazione) tra suite, matrimoniali delux e superior vista mare, la quiete è d’obbligo per ritrovare lo smalto appannato dalle fatiche quotidiane.

La mattina inizia dal Konka Beach, il lido attrezzato che guarda Capo Miseno e Procida e Capri in lontananza È possibile stuzzicare qualcosa al volo nella buvette o salire al primo piano della struttura principale, per un pranzo veloce o una cena romantica al ristorante gourmet Cordaia, con due menù degustazione e una valida proposta à la carte. Il nome trae spunto dal rinvenimento in zona di semi di lino e di canapa, utili alla coltivazione delle piante da cui estrarre le materie prime per creare corde da navigazione.

Al tramonto la sauna finlandese con vista sull’azzurro del mare unito ai caldi riflessi rossi del sole anticipa l’aperitivo sul roof del Nāma, che in lingua sanscrita significa “mente”, l’altra parte da coccolare dopo il benessere del corpo. Il restaurant manager Michele Gionti offre spunti interessanti per il percorso gastronomico, accompagnato dai cocktail contemporanei della barlady Lucrezia Scotto e da una wine list densa di referenze regionali dal corretto rapporto costo-qualità.

Per semplificare la scelta sono previsti kit da piccoli morsi in abbinamento ai drink, elaborati in base alle preferenze e alla voglia di sperimentare più pietanze. Si parte dai 40 per salire fino a 75 euro per provare, magari, l’analcolico Free Nāma composto da sciroppo di fiori di sambuco, succo di lime e cetriolo.

O l’estivo signature Calea in delicato equilibrio tra gin Caprisius, zucchero e limone, ideale per le serate calde. Per i palati in vena di sensazioni forti, invece, il Pink Nāma da sherbet fatto in casa, pompelmo rosa e tangerine o il Lu-Lucifer a base di vodka al peperoncino, liquore al peperoncino e prosecco.

Per la food selection il classico crudo e champagne o i piatti della carta come la tartare di gamberi e zucchine, fritturina di paranza a chilometro zero e maio agrumata, o cheesburger con pane fatto in casa e patatine. Finale su dessert a base di sfera di namelaka alla fragola su crumble di limone. Un unico concept: tante esperienze da vivere.

Sicilia: il 9 agosto Calici di Stelle a Principe di Corleone

La cantina di Corleone si prepara alla prima vendemmia totalmente biologica con una serata indimenticabile tra vino, stelle e bellezza siciliana nella notte di San Lorenzo. Vini, sapori autentici, musica e arte convivono sotto il cielo stellato della campagna siciliana.

Corleone – Nel cuore pulsante della Sicilia, dove le vigne si distendono come ricami sulla terra e il vento sussurra storie antiche, Principe di Corleone accende i sensi con una serata sospesa tra vino e cielo stellato. Per l’evento enoturistico più atteso dell’anno, promosso dal Movimento Turismo del Vino, l’azienda vitivinicola Principe di Corleone apre le porte alla magia dell’estate con “Calici di Stelle”.

Nella splendida cornice delle colline corleonesi, i visitatori vivranno un’esperienza multisensoriale tra degustazioni dei vini Principe di Corleone, visite in cantina, musica dal vivo e arte sotto il cielo d’agosto. Una serata indimenticabile tra vino, stelle e bellezza siciliana che prenderà il via alle 18:30 con l’aperitivo di benvenuto.

La serata si svolgerà con le visite guidate dei vigneti e della cantina, della barricaia e alla scoperta della filosofia produttiva della famiglia Pollara, che da generazioni coniuga tradizione e innovazione: “Facciamo enoturismo da diversi anni ma ogni edizione di Calici di Stelle ci racconta sempre qualcosa di nuovo  – afferma Pietro Pollara,  agronomo dell’azienda – quest’anno siamo particolarmente felici perché coincide con la nostra prima vendemmia totalmente in biologico, un piccolo passo in più che conferma il lavoro fatto in questi anni”.

Alle 21 la degustazione si sposterà sui prati della piscina dell’azienda dove ci sarà modo di assaggiare i prodotti tipici delle aziende del territorio corleonese e promette un’esperienza completa con spettacoli musicali dal vivo e intrattenimento: “Calici di Stelle è per noi un’occasione per condividere la cultura del vino, la passione per il nostro territorio e l’emozione di un momento di bellezza autentica – afferma Leoluca Pollara, responsabile marketing dell’azienda – Ogni anno accogliamo appassionati, turisti e amici per brindare insieme sotto le stelle”.

Una selezione di vini guiderà i partecipanti in un vero e proprio viaggio sensoriale: dalle sfumature contemporanee di Ridente Angelica Grillo e Ridente Orlando Syrah all’eleganza del Bianca di Corte (Inzolia – Chardonnay) e del Quattro Canti (Merlot e Cabernet Sauvignon). In degustazione anche la linea Sophia con i monovarietali Catarratto e Nero d’Avola fino allo spumante Metodo Classico San Loe (da Nerello Mascalese) e la riserva Quercus di Cabernet Sauvignon. Gli ospiti saranno catturati dalle note di artisti locali, creando un’atmosfera festosa e coinvolgente, dalle 19:00 l’Acoustic live music con Trio Band Corleone e poi il Dj Set con Sandro Di Frisco a bordo piscina. 

Per ulteriori informazioni e per prenotazioni:
Tel. +39 091 84 62 922 / +39 091 84 63 512
Cell. +39 320 66 56 471

La Carnia e i PiWi: Roberto Baldovin ha piantato salde radici nel futuro

In Friuli l’Occidente geografico è segnato dal Tagliamento e da una sequenza alpestre molto varia di picchi e valli, a segnare percorsi montani accidentati e più consoni alla pastorizia che non alla viticoltura. Paesaggi emozionanti, segnati dal carsismo, con altimetrie che corrispondono ad aree particolarmente benedette sia da ricchi strati sedimentari minerali – talvolta gessosi – che da forti escursioni termiche, dove l’alveo del fiume non è lontano e garantisce la necessaria riserva idrica. 

È in questo territorio che Roberto Baldovin, ricercatore ambientale e di particolare perspicacia, decide di sviluppare un areale che, parole sue, “è indisciplinato ma tende al classico”, orientandolo per agronomia con l’introduzione dei vitigni resistenti, i PiWi, dall’acronimo tedesco che inquadra una intera famiglia di specie di viti resistenti agli agenti patogeni fungiformi. Varietà ben radicate ormai tra l’Alsazia e le Alpi Austriache fino al nostro Alto Adige, dove sono sempre più diffuse.

Affascinato dalle ibridazioni PiWi che consentono di ridurre gli interventi protettori su base chimica delle viti, Roberto studia e sperimenta, tra instancabili analisi di laboratorio e dati dalla sua stazione meteo, ottenendo infine l’autorizzazione regionale a coltivare, nel territorio di Forni di Sopra, vitigni come il Solaris, il Sauvignon Kretos, e il Soreli. A questi si aggiungono più di recente altri PiWI come Julius, Merlot Kanthus, Nermantis, Cabernet Cortis, e le versioni “resistenti” di Pinot – ma è una storia che racconteremo presto in futuro. 

L’idea era combinare la resistenza delle specie vinifere, la loro incredibile capacità di fotosintesi delle foglie, alle difese naturali del territorio da temperatura bassa a fortissima ventilazione, per raccogliere tutta la ricchezza biologica degli acini nei mosti.

Dapprima con la sua propria cantina omonima, poi con i due soci in Cantina 837 (numero dell’altitudine geografica della cantina), ha creato vini fermi e vini frizzanti *sur lies*. Questi ultimi rifermentano in bottiglia grazie alla preservazione di una minima quantità di lieviti che, rimanendo in attività, prevengono ogni degradazione e aggiungono bollicine in maniera assolutamente autonoma.

A ciò si unisce la sapiente scelta di botti francesi e americane, a combinare i risultati in cantina nell’armonia di gusto ricercata dall’autore. Siamo in una forma artistica, poetica, della creazione di referenze il cui gusto è non solo originale e incontaminato, ma identitario di un territorio che cresce in notorietà di pari passo al crescere del gradimento dei vini da vitigni resistenti.

Cantina 837 e Roberto Baldovin hanno presentato la scorsa settimana in anteprima, a un ristretto gruppo di partecipanti, la produzione 2024, consentendone la degustazione presso la loro enoteca e anche in alpeggio nelle loro tenute.

Proprio in questi giorni si è svolto infatti, a Forni di Sotto, il “Simposio Adâlt”, evento coordinato anche da Roberto Baldovin, a cui partecipano produttori PIWI di tutto il mondo e che intende far scoprire il territorio della Carnia trattando di sviluppo sostenibile, di viticoltura in montagna, di sperimentazioni e nuovi incroci: https://simposio.fornidisotto.com

Parliamo quindi della Carnia e dei suoi vini bianchi d’eccezione per gusto rotondo e complesso, generati da rese basse e selezioni molto accurate.  Il frizzante “Esmeraldo” (premiato con la Medaglia d’Oro ai PiWi Awards) di Roberto Baldovin vede il Sauvignon Kretos affermare una bella ed elegante persistenza di frutti tropicali e pesche gialle, accompagnata da sentori di lieviti ed erbe di montagna. 

Il gemello di processo, di Cantina 837, è il  “Prinzípi”, interprete del Solaris, un clone del tedesco Ührling della famiglia dei Riesling: bocca voluminosa e soddisfacente, ad accompagnare il gusto di un’amplissima gastronomia bianca.

Tra i fermi, eccelle la comparazione dei bianchi da uve Solaris, ossia tra “Vicus” di Cantina 837 e “PriMo” di Roberto Baldovin, dove Vicus esprime la ricchezza minerale del territorio e il suo donarsi al gusto originale, PriMo rappresenta di contrappunto l’arte e la poesia della creazione in cantina: a partire dalla esasperata selezione degli acini, fino a quella leggera macerazione in più sulle bucce che ne determina un corredo aromatico e gustativo inimitabile come il suo colore di delicata ambra.

Andiamo a gustare quindi il “Vant”, ultimo nato di Cantina 837 ed espressione del Sauvignon Kretos in purezza. Siamo molto vicini agli aromi e al corredo gustativo del Sauvignon neozelandese, con una distanza marcatissima dagli omologhi francesi. Si privilegiano profondità e mineralità, accantonando le forti insorgenze aromatiche. Bello davvero per colore, olfatto e gusto, tutti a esprimere la bellezza degli alpeggi della Carnia.

Lo segue il “Mezán”, blend di Sauvignon Kretos e di Solaris per Cantina 837, immaginato in proporzioni sempre mutevoli e degne numericamente del “Rasoio di Occam”: ogni annata degustata esprime il crescendo della sintesi di queste due incredibili uve, spinte da una biologia ricchissima, bene amministrata tra botte e anfora in cemento, e lasciata pressoché incontaminata a offrire gusti fruttati e di pietra focaia immersi in flussi erbacei alpestri.

Lasciamo il podio della degustazione ad “Artemis”, il vino che Baldovin dedica ad Andromaca e alla sua languida sofferenza per il destino di Ettore. Questo vino è forse la sintesi poetica delle sue idee, disegnando combinazioni cangianti di Solaris e Sauvignon Kretos con il Soreli, un ibrido originalmente friulano da Ribolla Gialla, Malvasia e – appunto – Friulano a definirne l’imparentamento con la Doc Collio Bianco.

Sensazionali note di mela e pesca gialla si alternano a cremosità quasi tattili di cioccolato bianco unite a sbuffi di fiori d’acacia, invitando al gusto di una boccata persistente e circonflessa da erbe e mentuccia nel finale.

È proprio questo il vino che nella degustazione ci rinvia all’est del Friuli, il Collio, ed è bella la presenza tra i degustanti di Marta Venica, giovane espressione e spin-off della notissima azienda di famiglia Venica & Venica, ad apprezzare il tratto d’unione identitario tra i due estremi del territorio friulano. È una storia che questi giovani produttori scriveranno in contemporanea, ben radicati nel futuro.

A noi resta l’immagine della Carnia, indisciplinata e pur amante del classico, di Roberto Baldovin, a promettere la crescita di queste bellezze gustative originali ed estremamente sintoniche con la natura di quelle altitudini: zone emozionanti che meritano la visita e l’esperienza di ogni appassionato di montagne e di vini.

https://www.cantina837.it

Un rosso per l’estate: Rosso di Montalcino 2021 Corte dei Venti

Con una storia che dura da oltre 3 generazioni e che ha avuto inizio nel 1943, la cantina Corte dei Venti è a pieno titolo una delle realtà più autentiche del gotha del vino senese e che nel tempo, rinnovando sé stessa, non ha perso autenticità e valore.

Il nome lo si deve al lungo soffio dei venti e al loro perdurare, apportando nelle vigne il lungo respiro del Mediterraneo, spazzando via la bruma e creando, pertanto, le migliori condizioni per la viticoltura durante tutto l’arco vegetativo e in fase vendemmiale.

Con cinque ettari vitati in aree collinari dalla ricca presenza argillosa e tre ettari di olivi secolari, tra cui le cultivar Olivastra, Correggiolo e Moraiolo, Corte dei Venti riassume il volto tipico di cantina familiare, immersa nell’armonia della campagna toscana montalcinese, vantando una produzione vitivinicola ed olearia d’eccellenza con il caloroso e genuino senso dell’ospitalità al femminile.

Il Rosso di Montalcino Doc 2021 viene realizzato grazie alle uve di Sangiovese Grosso in purezza, allevate nei tenimenti della cantina in località Piancornello. All’assaggio la veste rosso rubino intenso, con riflessi color granato, danza nella sua stessa luminosità cristallina, indizio di freschezza vibrante e ne descrive traiettorie arcuate e lenti rivoli dotati di buona consistenza.

Le note floreali, di viola appassita e rosa canina, disegnano un quadro olfattivo policromo, dalla calibrata intensità e decisamente complesso. Il ribes nero, la mora di rovo nei loro riconoscimenti fruttati, senza alcuna edulcorazione, cedono il passo alla marasca, con una soglia di riconoscimento odoroso più durevole, ed uno scampolo di coulis di lampone, presto assorbiti da scie di pepe nero e cacao amaro da cui affiora, molto lievemente, il balsamico della radice di liquirizia.

Generoso e materico al sorso, acquisisce subito volume in bocca, genera succulenza e acquisisce verticalità e slancio: l’apertura gustativa è saporita, quasi da kokumi effect, l’astringenza viene letteralmente inghiottita dalla succosa freschezza; si riconfermano i frutti neri e rossi, stavolta anche in presenza di zest di kumquat ben maturo, con il ritorno di una fine tonalità di cacao e un’ancor più sottile idea di tabacco. La chiusura è finissima, leggermente amaricante, e persistente.

Ben 14,5° Vol. e non sentirli, il Rosso di Montalcino, interpretato da Clara Monaci, si beve con agilità; voluttuoso, vellutato, per nulla emaciato, di quelli che restituiscono carnosità, forma e sostanza al corpo del vino, elementi non immolabili sull’altare dell’eleganza conformata. Da bere ad una temperatura leggermente più fredda rispetto ai classici vini da invecchiamento, compresa tra i 12 e 14 gradi, per abbinamenti gastronomici stuzzicanti come un bel caciucco alla livornese.

Ascoltando magari Misty di Sarah Vaughan

Puglia: il rosato “Costiero” di Giustini, la riscossa del Negroamaro del Salento

C’era una volta il Negroamaro, memoria storica dei vitigni pugliesi. Nella cultura popolare l’uva era adatta da sempre alla produzione di vini rosati ricchi di carattere, speziature dolci e sensazioni iodate da vento del Sud. Le sue origini e diffusione traevano spunto dalle splendide sabbie bianche del Salento, dallo Scirocco caldo che sferza incessantemente nella stagione estiva e da un’antica usanza contadina nata per proteggere le viti.

C’era una volta, quindi, l’alberello, ereditato dai Fenici, poi dai Greci e Romani e divenuto in altre zone – come la piccola isola siciliana di Pantelleria – patrimonio UNESCO. In Puglia l’antica forma di allevamento delle piante era sostenuta da paletti (canne), utili a consentire un preciso ordine e una maggiore densità agli impianti.

Ciononostante era ed è considerata una pratica a rischio di scomparsa, perché necessita dell’incessante opera manuale dell’uomo, non in linea con il moderno rapporto costi-benefici di bilancio.

C’era una volta il rosato, ricavato in passato dalla tecnica del salasso dei rossi e, solo di recente, concepito con una precisa identità già sul campo.

Viti giovani, esposizioni fresche e varietà idonee selezionate ad hoc per ottenere la giusta acidità, corroborata dai tipici frutti di bosco e dalla indispensabile piacevolezza di beva.

La favola potrebbe andare avanti all’infinito senza contestualizzare il periodo in cui viviamo. Le mode, le crisi politiche, i mercati impazziti alla ricerca del vino stravagante, spesso inavvicinabile per il consumatore medio. E così i prezzi altalenanti, speculativi, che valorizzano o distruggono in pochi anni identità presenti da secoli nel comparto enologico.

Innovare e resistere, mantenendo la barra dritta fregandosene delle pressioni esterne, non è per tutti. Giuseppe Papadopoli, agronomo, “senatore” della cantina Giustini, coadiuvato in azienda dai figli tra cui il giovane enologo Salvatore, ha sulle spalle un numero di vendemmie perfetto per osservare le bonacce e le tempeste di mare con calma serafica.

L’idea del restyling del rosato da Negroamaro “Costiero”, prima annata targata 2007, deriva dall’esigenza di comunicare con vigore l’impegno e l’amore per la terra, coltivata (come in questa versione) a pochi passi dal Mar Piccolo tarantino, specchio d’acqua famoso per la mitilicoltura e per la presenza di sorgenti sottomarine.

Macerazioni brevissime, mosto fiore che passa dal contenitore d’acciaio alla bottiglia mantenendo integre tutte le sfumature delicate dell’uva. Il Negroamaro, infatti, non si concede a grandi aromi. Cultore e strenuo difensore fu il compianto Severino Garofano, irpino, uno dei padri dell’enologia pugliese che ne riscoprì l’anima nobile e meno rustica.

Il primo prodotto certificato e imbottigliato in Italia in versione rosa, merito di Leone de Castris nel 1943 durante la seconda guerra mondiale, veniva già utilizzato ben prima dalle famiglie locali in maniera artigianale per gli ospiti di casa e le celebrazioni importanti. Esistono bottiglie nascoste e impolverate in cantine dell’inizio del ‘900, alcune persino ancora integre nei sapori. Merito dell’acidità e del gradiente polifenolico che protegge dall’ossidazione.

La degustazione dell’IGP Salento Rosato Negroamaro “Costiero” 2024 narra delle sfumature tipiche del varietale tra ribes e fragoline croccanti, cui seguono nuance speziate di noce moscata e zenzero, per finire verso gradevoli erbe mediterranee con ricordi di timo, elicriso ed arbusti marini arsi dalla calura del sole. Visivamente il panorama delle dune e della vegetazione a macchia è il miglior compagno di giochi del vino, dall’immediata leggibilità, leggerezza e facilità nell’abbinamento gastronomico.

Come, ad esempio, nei finger food proposti dallo chef Giovanni Galiano del ristorante Gàlipa a Francavilla Fontana, segnalato nella Guida Ristoranti Gambero Rosso, con canapé ai gamberi rossi, tartare di polpo e ricotta, parmigianina, salmone e stecco di pescato e lamponi.

Giustini

Indirizzo: Via Pietro Germi, Snc
74027 – San Giorgio Ionico (TA)

Tel: +39 0995330411
Email: info@tenutagiustini.it

A Giungano la XIX Festa dell’Antica Pizza Cilentana: sei giorni di gusto, identità e grande musica popolare

Dal 6 all’11 agosto 2025, il borgo cilentano si accende con la diciannovesima edizione della festa che celebra uno dei simboli più autentici del territorio: l’antica pizza cilentana. Un appuntamento che ogni anno richiama oltre 40.000 persone, tra sapori, tradizioni e concerti sotto le stelle.

Giungano, 30 luglio 2025 – Nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, torna uno degli eventi più attesi dell’estate: la Festa dell’Antica Pizza Cilentana, giunta alla sua diciannovesima edizione. Dal 6 all’11 agosto 2025, il borgo di Giungano si trasforma in un palcoscenico a cielo aperto dedicato alla gastronomia, alla musica popolare e alla valorizzazione delle eccellenze del territorio.

L’evento, organizzato da Pietro Manganelli e Giuseppe Coppola dell’Associazione Cilentum Pizza, continua a crescere, diventando ogni anno sempre più un riferimento per chi desidera riscoprire la vera anima cilentana: quella che profuma di forno a legna, miele locale, formaggi contadini, ortaggi dell’orto e zeppole fritte appena fatte.

“La festa non è solo un evento gastronomico – spiega Pietro Manganelli – ma un momento collettivo di riscoperta culturale e sociale. Mettiamo al centro la nostra pizza cilentana come simbolo identitario, ma con lei raccontiamo tutto un mondo fatto di artigianalità, comunità e rispetto per le nostre radici.”

Giuseppe Coppola aggiunge: “Abbiamo costruito un appuntamento che ogni anno unisce migliaia di persone, ma senza perdere l’autenticità. È un lavoro lungo mesi, che si concretizza in sei giorni di festa vera. Non c’è cilentano che non si senta a casa a Giungano in quei giorni.”

Il menù della Festa

L’antica pizza cilentana è protagonista, preparata con lievitazioni lente, ingredienti semplici e tanto sapere tramandato. Ma non è sola: lagane e ceci, mulegnane mbuttunate, scauratieddi, patate cu a cauzodda, fusilli, antipasti cilentani e dolci come le zeppole cresciute, preparati dalle signore del paese, raccontano un Cilento che si gusta con il cuore.

Forno ospite ogni sera

Ogni sera, al fianco dei forni tradizionali, ci sarà un forno ospite d’eccezione, con importanti pizzaioli chiamati a interpretare l’antica pizza cilentana con la loro visione e maestria:

Pizzeria Mo Veng, Battipaglia

Antica Pizzeria Da Michele

Pizzeria Don Antonio 1970, Salerno

Pizzeria Da Zero, Milano

Pizzeria I Borboni, Pontecagnano

Pizzeria O Scialone, Capaccio Paestum

Anche per i celiaci è previsto un forno gluten free a cura di Fioreglut Mulino Caputo, con diverse pizzerie specializzate pronte a offrire il gusto della tradizione senza rinunce.

Musica, emozioni e Premio Nazionale Giungano Cilentum

Ogni sera ci saranno laboratori sulla storia culinaria del territorio e, per la prima volta, Alfonso Del Forno sarà presente con il “Cumpari Podcast”.

Sotto la direzione artistica di Michele Pecora, la festa offre ogni sera un grande concerto gratuito. La musica popolare incontra l’autoriale, la tradizione si fonde con la contemporaneità in una programmazione che accende le piazze e fa danzare le persone.

In collaborazione con Melissa Di Matteo, il programma musicale diventa un vero viaggio culturale.

Ospiti di questa edizione:

6 agosto: Ciccio Nucera, tamburi e tarante calabresi

7 agosto: I Beddi, folk siciliano

8 agosto: Tanuccio Corona, voce del Cilento

9 agosto: Eugenio Finardi, leggenda della musica d’autore

10 agosto: Roberto Colella, solista dei La Maschera

11 agosto: Dadà, voce potente e sperimentazione

Il programma sarà arricchito da spettacoli itineranti, canti e balli popolari nel borgo, degustazioni tematiche e momenti di confronto culturale.

Durante la serata finale verrà assegnato il Premio Nazionale Giungano Cilentum, riconoscimento dedicato a personalità che hanno saputo raccontare, preservare e innovare la tradizione popolare cilentana e italiana.

Cibo, cultura e sostenibilità

La festa è Plastic Free, accessibile a tutti, con opzioni Gluten Free e con un’attenzione crescente alla sostenibilità e all’inclusione.

I biglietti si acquistano sul posto o online sul sito ufficiale: www.cilentumpizza.it

Non solo pizza: il mercato del gusto

Tra uno spettacolo e una tammurriata, sarà possibile acquistare miele artigianale, formaggi locali, ortaggi di stagione, dolci tipici e altri prodotti del Cilento autentico, direttamente negli stand degli artigiani del gusto.

Evento promosso con il patrocinio di: Regione Campania, Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, Comune di Giungano.

Un ringraziamento speciale va a tutti i sostenitori: Agrosystem, Aristea, BCC Aquara, BCC Capaccio Paestum, Cilento Delizie, Coca Cola, Convergenze, DI Sessa, Fioreglut Mulino Caputo, La Regina San Marzano, Madant Frutta, Mulino Caputo, Olio Stilla, Paestum Service, Peroni Nastro Azzurro, Planet Horeca Specialist, Royal Paestum, SaCar Forni.

Social media partner: Postcardfrom Cilento, la guida gratuita da tenere sempre con te.

Vi aspettiamo dal 6 all’11 agosto a Giungano per una festa che è tradizione, ma anche futuro. Perché l’antica pizza cilentana non è solo cibo: è cultura che unisce.

Info utili

Dove: Giungano (SA)

Quando: Dal 6 all’11 agosto 2025

Info e programma completo: www.cilentumpizza.it

Marche: Verdicchio di Matelica Wine Festival 2025

Viaggio a Matelica tra storia, paesaggio e un vino che racconta la montagna marchigiana

C’è un angolo delle Marche che non somiglia al resto della regione. Una vallata chiusa, stretta tra la dorsale appenninica e i rilievi umbro-marchigiani, dove il clima si fa continentale e la viticoltura si è adattata a forti escursioni termiche, a venti che puliscono l’aria, a suoli complessi e minerali. Questo angolo si chiama Matelica, ed è qui che nasce uno dei vini bianchi italiani più longevi e strutturati: il Verdicchio di Matelica.

Il Verdicchio di Matelica Wine Festival 2025, che si è tenuto dall’11 al 13 luglio, è stata l’occasione perfetta per comprendere meglio il territorio ed i suoi attori protagonisti. Diciotto cantine protagoniste, decine di etichette in degustazione, masterclass, visite in vigna e momenti conviviali nel cuore del borgo: un festival pensato non solo per celebrare un vino, ma per raccontarne l’identità e la terra da cui proviene.

Un vino montano

Il Verdicchio di Matelica si distingue da quello dei Castelli di Jesi, suo parente più celebre e diffuso. Qui, a oltre 350 metri di altitudine, le escursioni termiche tra giorno e notte incidono profondamente sul profilo aromatico dell’uva, regalando ai vini acidità vivace, struttura importante e una capacità di invecchiamento sorprendente.

A spiegarlo con chiarezza e passione è stato Roberto Potentini, enologo della Cantina Belisario dal 1988, che dal Monte Vicinale, uno dei punti panoramici più alti del comprensorio, ha posto l’attenzione sull’intera sinclinale Camerte, la grande vallata appenninica che ha nel centro proprio la città di Matelica. “Bisogna vedere la valle da quassù” – afferma Potentini – “per capire davvero perché qui nasce un vino così unico: le due catene montuose proteggono e definiscono un microclima irripetibile”.

Un cambio epocale: nasce la MATELICA DOC

Tra i momenti più significativi dell’edizione 2025, c’è stata la presentazione ufficiale della nuova denominazione che segna una vera e propria svolta identitaria per il territorio: a partire dal prossimo anno, il Verdicchio di Matelica DOC cambierà nome e diventerà semplicemente Matelica Doc. Un atto di coraggio e consapevolezza, volto a rafforzare il legame tra il vino e il suo luogo d’origine, accorciando la distanza tra territorio e consumatore, e restituendo centralità a un nome che da solo evoca storia, autenticità e qualità.

La nuova denominazione arriva a 58 anni dalla costituzione della Doc stessa, avvenuta nel 1967, e si fonda su un’identità pedoclimatica precisa, che coinvolge otto comuni. Come ha ricordato Raimondo Turchi, promotore dello studio per la valorizzazione di Matelica patrimonio mondiale UNESCO, “la vallata è un unicum geologico e climatico in cui il Verdicchio trova una vocazione straordinaria e inconfondibile. Tutto il territorio partecipa di questa identità: la viticoltura non è isolata, ma è il cuore di un ecosistema umano e culturale”.

Una masterclass tra le annate: la longevità come cifra identitaria

Nel pomeriggio di sabato 12 luglio, nel Foyer del Teatro Piermarini, si è svolta la degustazione orizzontale e verticale che ha attraversato il tempo e le diverse espressioni stilistiche del Verdicchio di Matelica. Diciotto etichette, selezionate per rappresentare al meglio il valore del territorio: dalla freschezza giovanile delle annate più recenti fino all’eleganza matura di vecchie vendemmie.

Tra i campioni più sorprendenti:

  • Matelica DOC “Le Cime Basse” 2022 di Balzani ha stupito per la sua profondità minerale e un ingresso sapido quasi “prepotente”, giocato su note di fiori appassiti e mandorla.
  • “Tre Monti” 2021 ha mostrato grande equilibrio tra ricchezza e finezza, con profumi di albicocca e agrumi.
  • Mirum 2016 della Monacesca ha confermato tutta la capacità di evoluzione del vitigno, con una beva ancora viva, complessa e pulita.
  • Cambrugiano 2016 di Belisario ha sfoggiato eleganza e compostezza, una prova brillante di equilibrio tra freschezza e struttura.
  • Colpaola 2015 è apparso clamorosamente giovane e vibrante, grazie anche al tappo a vite, a dimostrazione di come l’altitudine possa regalare vini longevi e coerenti.
  • Gagliardi “Maccagnano” 2013 ha colpito per integrità e freschezza, nonostante i dodici anni sulle spalle.
  • Gegè 2011 dei Cavalieri ha chiuso la rassegna dimostrando che il Verdicchio di Matelica, anche quando evolve, continua a raccontare qualcosa di prezioso, vivo e personale.

Una degustazione che ha restituito l’immagine di una denominazione matura, consapevole, capace di affrontare il tempo con la forza della sua identità.

Radici profonde

Per comprendere appieno la portata di questo territorio, occorre risalire alle origini della viticoltura matelicese. È una storia che parte da lontano, addirittura nel 1932, quando per volere del regime fascista nacque quella che oggi conosciamo come Cantina di Matelica. Allora si chiamava Enopolio, ed era stata pensata per gestire l’ammasso forzato delle uve. La sua posizione, vicina alla stazione ferroviaria, rispondeva a una logica logistica: facilitare il trasporto delle masse vinicole verso i centri di commercializzazione.

Negli anni ’50 e ’60 la cantina divenne un punto di riferimento per tutta l’area, arrivando a gestire fino a 40.000 ettolitri di vino. Il passaggio da volume a valore è avvenuto nel tempo, con la nascita dell’attuale cooperativa nel 1978, sotto la guida della prima presidente, Giovanna Censi Mancia, pioniere del mondo agricolo locale. Oggi la cooperativa conta oltre 180 soci, per una superficie vitata di circa 120 ettari e una produzione media di 10.000 ettolitri. Di questi, 200.000 bottiglie rappresentano la selezione di punta: Verdicchio di Matelica DOC, Verdicchio Riserva DOCG, Marche IGT Rosso e Colli Maceratesi DOC.

Cultura e accoglienza

Il festival non è stato solo vino. Venerdì 11 luglio l’accoglienza si è svolta nel foyer del Teatro Piermarini, un piccolo gioiello architettonico che ha ospitato anche la conferenza del sabato mattina, dedicata all’identità del Verdicchio di Matelica e al percorso che ha portato alla nuova denominazione. Un’occasione per ascoltare produttori, istituzioni e tecnici confrontarsi su presente e futuro di una denominazione che oggi guarda oltre i confini regionali, puntando su qualità, autenticità e narrazione.

Le visite in cantina hanno offerto il contatto diretto con la materia prima e con chi, vendemmia dopo vendemmia, custodisce il patrimonio enologico della vallata. Da chi vinifica in acciaio per esaltare freschezza e precisione, a chi osa l’affinamento in legno o in anfora per tirare fuori la complessità più nascosta del Verdicchio.

Una identità unica

Tornando da Matelica, resta impressa la sensazione di aver scoperto un microcosmo ancora poco conosciuto ma straordinariamente ricco. Qui il vino non è solo prodotto agricolo: è paesaggio, è comunità, è memoria. È una voce che parla la lingua della montagna ma si fa capire ovunque, perché è autentica. Il Verdicchio di Matelica – o forse dovremmo già dire il Matelica DOC – non ha bisogno di urlare. Gli basta invecchiare bene, per raccontare la sua verità.

Molise: chi dice Tintilia dice Claudio Cipressi

La riscoperta della Tintilia in Molise la si deve a Claudio Cipressi, storico produttore vitivinicolo in questo meraviglioso lembo di Molise. Un vigneron che ha cercato di riportare in vita l’antico vitigno autoctono dalla bassa resa produttiva che rischiava l’estinzione.

La nuova cantina risale al 2014. Si trova a poca distanza dal piccolo e grazioso borgo di San Felice del Molise, uno dei tre comuni del Molise di lingua e cultura croata, in provincia di Campobasso, ma già produceva vino sin dal lontano 2003.

La tenuta vanta oggi 16 ettari vitati di cui 13 dedicati esclusivamente a questo singolare vitigno autoctono. I rimanenti invece: Montepulciano, Falanghina e Trebbiano. Territorio collinare caratterizzato da un paesaggio boschivo di rara bellezza, punteggiato da piccoli comuni arroccati sulle sommità dei rilievi, dove la Tintilia ha trovato e ritrovato il suo habitat ideale, capace di dare origine a vini di elevata qualità e spiccata piacevolezza di beva.

Claudio Cipressi coltiva, però, anche alcuni ettari di ulivi per arricchire l’offerta dei propri prodotti di qualità. La Cantina è moderna e funzionale con attrezzature moderne e all’avanguardia. Le vigne sono posti ad una altimetria che varia dagli oltre 400 ai quasi 700 metri e le escursioni termiche sono forti e beneficiano delle brezze marine. I vini sono ottenuti esclusivamente da agricoltura biologica, con trattamenti non intensivi.

Falanghina Settevigne Igt Terre degli Osci 2023 – Giallo dorato brillante, emana sentori di fiori di campo, cedro, lime, pesca e albicocca il sorso è vibrante, saporito e duraturo.

Collequinto Dop Tintilia del Molise Rosato 2024 – Rosa tenue, sprigiona sentori di iris, fragola, frutti di bosco e pompelmo rosa, al gusto è fresco, pieno ed appagante. 

Settevigne Dop Tintilia del Molise 2016 – Rosso rubino, dalle sfumature granate, rivela sentori di prugna, ciliegia,  fragola,  erbe aromatiche e spezie dolci, al palato è vellutato, armonioso, setoso e persistente.

Macchiarossa Dop Tintilia del Molise 2017 – Rubino profondo, sviluppa sentori di amarena, prugna, note balsamiche e pepe nero, sorso, coerente, avvolgente e profondo. 

Tintilia 66 Dop Tintilia del Molise 2019 – Rosso granato intenso, con note di frutti di bosco, sottobosco, liquirizia, menta e spezie orientali, al palato è morbido, armonioso, generoso e suadente.