Anteprima Vernaccia di San Gimignano Wine Fest “Regina Ribelle”

Ben 28 campioni giudicati con un punteggio oltre i 90 centesimi, sul totale di 88 etichette presenti all’Anteprima Vernaccia di San Gimignano Wine Fest “Regina Ribelle”.

Un numero impensabile qualche anno fa, che sorprende ancor di più per una 2023 scattante e ricca di fremiti, servita alle giuste condizioni di temperatura ed evoluzione.

L’atavico problema del servire alla stampa vini ancora difficili da comprendere nelle freddure invernali di febbraio, con l’aggravio dell’esser stati imbottigliati da pochi giorni, è stato in parte superato dal posticipare a maggio qualsiasi giudizio di merito.

Resta qualche perplessità stilistica, nell’eterna lotta tra “bene e male”, tra ciò che garantisce un commercio spicciolo e rapido e chi decide di puntare sul rischio, con opportune scelte agronomiche e produttive che prevedono rese bassissime, oculatezza dei contenitori e, soprattutto, tempo!

La Vernaccia di San Gimignano aleggia nel limbo di color che son sospesi alla ricerca della perfezione, ma il gradino non sembra più insormontabile e l’obbiettivo ormai è alla portata di mano. L’impegno del Consorzio Vernaccia di San Gimignano e delle Istituzioni politiche è encomiabile e sta dando i suoi frutti, ma l’attenzione deve restare alta senza cedere a dubbi e sbavature che riporterebbero l’areale alle tinte buie altalenanti del passato.

Agrumate e melliflue le 2023, scattanti rispetto alle 2022 e 2021. Quest’ultimi millesimi donano invece punte di bellezza infinite nelle versioni Riserva, con alcuni campioni che si ergono a principi della degustazione dai punteggi elevatissimi.

Di seguito l’elenco delle migliori valutazioni riscontrate negli assaggi alla cieca, in ordine cronologico da scheda per la stampa e non di preferenza.

Migliori Vernaccia di San Gimignano 2023

Gentilesca – Abbazia Monteoliveto

Casa alle Vacche

Fattoria La Torre

Fattoria Poggio Alloro

Fattoria San Donato

La Lastra

Le Postine – La Roccaia

Suavis – Mormoraia

Pietraserena

Primo Angelo – Poderi Arcangelo

Poggiarelli – Signano

Tenuta Le Calcinaie

Lunario – Tollena

Migliori Vernaccia di San Gimignano 2022

Rialto – Cappellasantandrea

Clamys – Cesani

Tenuta Sovestro

Fontabuccio – Vagnoni

Migliori Vernaccia di San Gimignano 2021

Angelica – Fattoria San Donato

Podere La Casa Rossa

Migliori Vernaccia di San Gimignano Riserva 2022

Le Mandorle – Fattoria Poggio Alloro

Ori – Il Palagione

La Lastra

La Ginestra – Signano

Migliori Vernaccia di San Gimignano Riserva 2021

Crocus – Casa alle Vacche

Benedetta – Fattoria San Donato

Assola – Terre di Sovernaja

Migliori Vernaccia di San Gimignano Riserva 2020

Guicciardini Strozzi

Signorina Vittoria – Tollena

Anteprima Vini Ad Arte 2024: Romagna Albana e Sangiovese alla prova dei fatti

Nella splendida cornice di Villa Abbondanzi a Faenza è andata in scena l’edizione 2024 di Vini Ad Arte, l’Anteprima per la stampa delle nuove annate di Romagna Albana e Sangiovese. Un ringraziamento al Consorzio Vini di Romagna guidato dal Presidente Roberto Monti ed all’Agenzia Wellcome con Marta e Alessandra per l’ottima organizzazione e accoglienza.

Veniamo alle considerazioni complessive sui vini degustati rigorosamente alla cieca: la 2023 sarà ricordata, per sempre, come l’annata dei record in negativo, con il dolore ancora vivo della pesante alluvione e le inclemenze primaverili che hanno portato ad un taglio netto della produzione d’uva. Evidenti i cambiamenti strategici e di marketing, cui le aziende sono state obbligate.

Non tutto viene per nuocere. Le poche quantità raccolte hanno dimostrato un grande potenziale corredato da buone maturazioni fenoliche, in sincronia con quelle zuccherine. Un vantaggio meglio gestito dai bianchi, in particolare le Albana di qualità davvero elevata, con i 21 campioni targati 2023, che pur dimostrando carattere non soffrono le volubilità tanniche dei rossi.

Il Sangiovese, nei pochi esemplari (solo 10) della vendemmia 2023 presenti all’Anteprima, resta ancora indecifrabile seppur gradevole in alcune espressioni leggere e meno ingombranti del passato. Lo stile del futuro porterà verso lo snellimento degli apporti calorici e strutturati ormai anacronistici. Chi saprà farlo non avrà snaturato né il territorio, né il magnifico animo del varietale: avrà semplicemente compreso la tendenza evidente nelle scelte e nei gusti del consumatore, cui spetta l’insindacabile giudizio finale.

Le copiose 2022 restano, invece, troppo ancorate ad estrazioni e surmaturazioni solo in parte compensate da una corretta trama tannica. La 2021, a tratti di maggior ruvidezza, conserva bellezza di frutto e fragranze speziate con alcuni picchi di rara eccellenza. Il dado è tratto ed è giunta l’ora, per i vini di Romagna, di varcare il Rubicone verso le carte dei migliori ristoranti italiani. Con maggior consapevolezza e spirito costruttivo si intende.

Un doveroso cenno ai capolavori firmati nelle versioni “passito”: la storia dell’Italia intera viaggia attraverso nicchie enologiche meravigliose come queste, dove l’Albana sa recitare un ruolo da protagonista assoluto specie quando interviene l’attacco della Botrytis Cinerea (Muffa Nobile).

Di seguito l’elenco delle nostre valutazioni indicate in ordine alfabetico e senza graduatoria di merito. Sono campioni che hanno conseguito una valutazione alla cieca superiore ai 90/100.

Migliori Romagna Albana Secco 2023

I Croppi – Celli

Bianco di Ceparano – Fattoria Zerbina

Neblina – Giovanna Madonia

Gioja – Giovannini

Alba Nuova – La Cantina di Cesena

Frangipane – Tenuta La Viola

Vigna Rocca – Tre Monti

Arlus – Trerè

Migliori Romagna Sangiovese Superiore 2023

Noelia Ricci – Il Sangiovese – Predappio – Pandolfa Noelia Ricci

Vigna Palazzina – Mercato Saraceno – Tenuta Casali

Campo di Mezzo – Serra – Tre Monti

Migliori Romagna Sangiovese 2022

Alcjone – Superiore Imola – Cantina Mingazzini

Chiara Condello – Predappio – Condè

Mammutus Oriolo – Oriolo – La Sabbiona

Cesco 1938 – Predappio – Piccolo Brunelli

Rondò – Superiore Bertinoro – Tenuta De Stefenelli

Colombarone – Bertinoro – Tenuta La Viola

Franco Villa Poggiolo – Superiore – Villa Poggiolo

Beccafico – Superiore Oriolo – Poderi Morini

Migliori Romagna Sangiovese Riserva 2021

Raggio Brusa – Predappio – Condè

Vigna del Pruno – Drei Donà

Predappio di Predappio Vigna del Generale – Fattoria Nicolucci

Palazzo di Varignana

Don Pasquale – Podere Palazzo

Petrignone – Tre Monti

Manano – Bioni

Migliori Romagna Albana Passito

Scaccomatto 2022 – Fattoria Zerbina

Giulia 2022 – La Sabbiona

Ombre di Luna 2022 – Merlotta

Soprano 2022 – Tenuta Uccellina

Volo d’Aquila 2020 – Cantina Forlì Predappio

Fattoria del Monticino Rosso 2020

AR 2019 – Riserva – Fattoria Zerbina

Burano l’isola dai mille colori

Nella parte nord est della laguna di Venezia, lontano dal fragore cittadino, l’isola di Burano vi accoglierà con i suoi mille colori ed il suo ritmo lento, regalandovi ore di pace e tranquillità.

Il modo più economico per arrivare a Burano dal centro di Venezia è prendere il vaporetto n. 12 in partenza da Fondamenta Nuove, a circa 2 km dalla stazione ferroviaria, il tragitto è di circa 45 minuti; è possibile raggiungere l’isola anche da Treporti in 15 minuti di navigazione (questa è la soluzione per cui abbiamo optato noi).

Una natura rigogliosa e incredibili scenari naturali accompagnano il viaggiatore durante la navigazione in laguna e l’arrivo lascia meravigliati, ci si rende conto di trovarsi in un luogo unico al mondo: le case colorate in lontananza ricordano la necessità dei pescatori di dipingere le proprie abitazioni con un colore identificativo in modo da poter far ritorno alle proprie dimore e non perdersi nelle notti buie e nebbiose. Colori sgargianti accostati tra loro senza un particolare senso cromatico ma così vividi che sembrano usciti da un libro di fiabe.

Accanto a Burano un insieme di isole minori a pelo d’acqua, come Torcello e Mazzorbo meritano una visita, un mondo minuscolo ma infinito. La leggenda narra che questo arcipelago fu abitato sin dal 639 d.C., anno in cui fu fondata la cattedrale di Santa Maria Assunta a Torcello ad opera degli Altinati, una popolazione in fuga dagli Unni di Attila. Prima di tale data in laguna l’uomo non esisteva ancora, e dove noi oggi vediamo le casette colorate, gli orti, e i palazzi antichi, c’erano solo fango e acqua.

La Venezia Nativa nacque proprio qui, sulle barene (bassi isolotti coperti da vegetazione erbacea) che ricoprivano circa l’80% della laguna, e dove fin da tempo immemore trovava spazio un’ampia varietà di specie animali e vegetali. Gli Altinati conficcarono migliaia di tronchi nelle barene per renderle stabili, e tutto ebbe inizio.

Girare oggi tra i vicoli è veramente suggestivo, le case colorate si specchiano nelle acque dei canali, e non è raro vedere gli abitanti abbarbicati su alte scale ridipingere le facciate e ammirare orgogliosi il risultato.

In via Galuppi dove si trovano le botteghe dei merletti, le donne continuano l’antica tradizione del tombolo, qui si possono ammirare collezioni antiche di inestimabile valore di quest’arte che fu praticata a Burano sin dal 1500, un passatempo per le mogli in attesa che i mariti tornassero dalla pesca. Tra le case colorate merita una sosta “la casa di Bepi”: decorata con le forme geometriche più disparate come cerchi, quadrati, triangoli, tinti di giallo, arancio, rosso, blu e di tutti i colori dell’arcobaleno. Bepi era un personaggio estroverso appassionato di cinema e di pittura, venditore di caramelle fino ai primi anni ottanta, amatissimo dai bambini del posto.

Sulle case variopinte si staglia il campanile storto dalle caratteristiche architettoniche rinascimentali e neoclassiche a pianta quadrata, costruito nel XVII secolo e situato a ridosso della Chiesa di San Martino. Già all’epoca della costruzione vennero registrati i primi cedimenti che hanno poi portato alla pendenza dell’intera struttura. Nel corso dei secoli il fenomeno di cedimento si è accentuato e ha portato ad un intervento di consolidamento che ha avuto inizio nel secondo dopoguerra e si è concluso nel 1970. E uno dei simboli di Burano, una delle prime cose che si avvista mentre si viaggia per raggiungere l’isola.

Ad est di Burano si trova l’isola di Mazzorbo, collegata da un ponte in legno chiamato dagli abitanti “Ponte Longo” (ponte lungo). Considerata quasi un prolungamento di Burano, dalla forma lunga e stretta è caratterizzata dalla presenza di varie aree coltivate: conosciutissime in tutta la zona sono le “castraure di Mazzorbo”, cioè il primo frutto della pianta dei carciofi, il cui sapore, già di per sé amarognolo, viene esaltato dalla salsedine di cui è impregnato il terreno di quest’isola.

Un’altra importante tradizione dell’isola è quella del vino. Qui si trova il regno dell’uva Dorona, un vitigno autoctono recuperato dalla famiglia Bisol, le vigne sono visitabili con una passeggiata all’interno della Tenuta Venissa dove si trovano l’Osteria Contemporanea e il Ristorante Venissa premiato con una stella Michelin.

Non lasciate Burano senza aver assaggiato i Bussolà, un dolce tipico dell’isola a forma di ciambella, conosciuto anche con il nome di buranelli. Esiste anche una sua variante, a forma di “esse”, detta appunto esse di Burano. In passato il dolce veniva preparato dalle mogli dei pescatori, i quali si allontanavano da casa per lunghi periodi di tempo. Nel caso in cui non potevano avere una buona alimentazione, il bussolà provvedeva a dare ai marinai tutte le energie sufficienti per affrontare la vita di mare.

Prosit!

Rewine Canavese 2024: la quarta edizione giunge ai nastri di partenza

Dal 17 al 19 maggio a Ivrea torna la quarta edizione di Rewine Canavese, l’evento rivolto agli appassionati di vino, agli operatori del settore professionale e alla stampa nazionale e internazionale.

Occasione ghiotta per scoprire e conoscere meglio i grandi vini del Canavese in tre giorni. Un programma ricco di interessanti masterclass e convegni organizzato dai Vignaioli Canavesani e dal Direttore Artistico Nello Gatti. Stampa e Operatori del settore si possono accreditare ad un apposito link, mentre per gli appassionati entro il 9 maggio vi è un’offerta speciale per l’acquisto di biglietti. Oltre 60 produttori saranno presenti ben lieti di farvi degustare oltre 300 etichette provenienti da uno straordinario lembo di Alto Piemonte.

Le dichiarazioni di Nello Gatti: <<Come ogni anno, anche questa edizione sarà caratterizzata da un tema sensibile al mondo vitivinicolo. Stavolta tocca al concetto di “artigianalità”, dimensione, secondo noi, fondamentale per poter esaltare al meglio il nostro lavoro ed i nostri prodotti. Sulla scia di un iniziativa importante di A.I.S. Piemonte, abbiamo scelto nell’ambito di “Erbaluce vitigno dell Anno”, di ospitare tutti i produttori che coltivano e vinificano Erbaluce, estendendo l’invito anche al di fuori del nostro perimetro. Saranno infatti presenti aziende dell’Alto Piemonte, della Valle d’Aosta e della Lombardia, occasione per scoprire questo vitigno raro e ricco di pregi nelle sue varie sfaccettature ed origini. Le intenzioni sono quelle di continuare ad essere punto di riferimento in Canavese in ambito vitivinicolo, aprendo il dialogo e le collaborazioni all’interno della nostra regione e non solo, continuando nel proprio intento di divulgazione, informazione e valorizzazione per i produttori, l’Associazione e la collettività del vino>>.

Tutte le info al seguente link:

https://rewine.gvc-canavese.it

MARCO FERRARI: da Monteverde a Cornas, la “monoposto” del vino in Valtellina

Pioveva a dirotto. Superata Sondrio percorrevo la Strada del Vino in Valtellina dove molti sfrecciavano in auto sfidando il tempo, quando qualche metro prima di un cartello che informava l’abbandono del comune di Montagna in Valtellina per entrare in quello di Poggiridenti, scorgo alla mia destra, a ridosso della montagna, una vetrata d’ingresso di una sorta di garage, composta di rettangoli colorati parzialmente coperti da una cascata di edera bagnata: eravamo arrivati alla nostra meta.

A fianco, due botti una sopra l’altra, a definire compiutamente l’entità del luogo, e appesa vicino a un caratteristico muro di pietre, una vecchia targa in metallo con il logo dell’Alfa Romeo. Sull’uscio, assieme al papà che appena mi presento saluta me e mia moglie per poi dileguarsi, ci attende Marco Ferrari, produttore di Nebbiolo delle Alpi come si usa chiamare qui il nobile vitigno per distinguerlo dal piemontese. Un’altra targa all’ingresso è quella con il logo dei Vignaioli Indipendenti.

Conoscendo il mio amore per la Valtellina e per i suoi vini, avevo seguito il consiglio datomi dall’amico e collega Sergio Vizzari, colto narratore enoico (e non solo), d’assaggiare i prodotti di Marco Ferrari dei quali ignoravo l’esistenza. Mi condusse dove trovarli, una piccola enoteca romana; subito rimasi sorpreso per la sobrietà e, soprattutto, per un’eleganza che difficilmente riscontro nei vini provenienti da questa terra, evocandomi alcune espressioni dei cugini d’oltralpe a cui non immaginavo il nebbiolo locale potesse giungere.

Decido pertanto di contattarlo e approfondire la questione: <<ciao Marco, qui corrono tutti, tu ti chiami Ferrari, e la prima cosa che noto è una targa dell’Alfa Romeo, come si spiegano tutte queste cose?>> debutto celiando.

<<Mio padre faceva i rally>>.

Interessante, rifletto, vale la pena di chiedergli di partire dall’inizio e raccontare la sua storia. Avvezzo come sono al suono del parlato dei valtellinesi ai quali sento di far parte, il suo accento non mi sembra affatto del luogo e glielo dico.

<<Sono bresciano, nato agli Spedali Riuniti, ma battezzato a Monteverde, a Santa Silvia>>.

Ammicco per aver indovinato e invito a proseguire.

Un romano non può non conoscere il quartiere di Roma come Monteverde, al momento molto in voga, e colmo di interesse per il vino. Il nonno materno lavorava in Alitalia, logico un suo trasferimento nella capitale dove nasce la mamma di Marco. Lui, invece, viene al mondo a Brescia sul finire del 1986, per poi trascorrere a Roma i primi cinque anni di vita, fino a quando i genitori tornano nella città celebre per essere stata il luogo di partenza e d’arrivo della storica Mille Miglia. Il legame con la terra è quello paterno, la cui famiglia si occupava di zootecnia legata alla produzione del latte da conferire al consorzio del Grana Padano. È un richiamo che anche Marco possiede, si avverte parlandoci, non a caso, a un certo della sua vita, decide di cambiarla.

La laurea in Scienze Politiche conseguita alla Lumsa di Roma non è quel che fa per lui, molto più appagante è un Master d’impresa agroalimentare che ottiene a Bologna, a cui seguirà un apprendistato di lavoro in Franciacorta, ma in ufficio. A forza di guardare dalla finestra quei vigneti scatta la scintilla, e abitando vicino all’azienda di Enrico Gatti inizia a lavorarci. Giovane e desideroso di conoscere, con una strada ancora non definita da percorrere, e perché no affermarsi, si reca in Francia.

Tenta di proporsi in Borgogna: effettua un colloquio al Domaine di Confuron, ma non ha fortuna, quindi si reca in Loira. Ma è nel Rodano che avverrà la seconda illuminazione della sua vita, dove resterà per quattro anni. Inizia a Mauves a lavorare per il Domaine Pierre et Jérôme Coursodon dove si vinifica per la denominazione Saint Joseph, e poi approda a uno dei grandi nomi della produzione di Cornas: Franck Balthazar. Segue pertanto in entrambi i casi la vinificazione di uve Syrah e oltre a conquistare l’amicizia di Balthazar frequenta altri nomi di rilievo del Cornas come Thierry Allemand e Guillaume Gilles. Impara molto in quel periodo, probabilmente sarà il più importante della sua carriera da autodidatta o perlomeno il più determinante per quella futura e di cui serba un piacevole ricordo. Apprende non solo sul vino: sarà una sorta di scuola di vita, poiché durante quegli incontri improntati sulla semplicità capisce l’importanza delle relazioni umane, e di come attraverso queste l’impossibile diventi possibile. Comprende inoltre che il ruolo del vigneron è d’essere unicamente un custode del terroir, concetto che chi produce vino dovrebbe sempre avere a mente.

Dopo quattro anni vuole mettersi in gioco, desidera un’espressione del vino interamente sua e a Cornas non è possibile. È giunta l’ora di tornare in Italia, ha dei risparmi, non molti in realtà, ma bisogna comunque provarci, ma dove? L’insegnamento sull’importanza del territorio fa sì che sia interessato più a quest’ultimo che a un vitigno in particolar modo. Parlando con Marco scopro che abbiamo gusti comuni: come vino bianco apprezza sopra ogni cosa il Verdicchio, ha poi una ossessione per Mamoiada (come biasimarlo?) e ama il nebbiolo preferendo quello proveniente da un luogo con un clima più rigido e nette escursioni termiche, rispetto a quel che avviene in Piemonte. La decisione è presa.

A febbraio 2018 incontra Emanuele Pelizzatti Perego (enologo di Arpepe) alla manifestazione Sorgente del Vino a Piacenza e gli manifesta l’intenzione di recarsi in Valtellina per produrre vino iniziando con vigneti in conduzione. Vuole al contempo anche lavorare finché il suo vino non sarà pronto, pertanto è fin dall’inizio cristallino quando il 3 dicembre 2018 comincia a collaborare con Arpepe dove rimane fino al proprio esordio enoico nel marzo 2021 con quattromila bottiglie di Rosso di Valtellina 2019. Inizia con 1 ettaro nel 2019, che diventano 1.6 l’anno successivo, e nel 2021 quasi 2 ettari. Oggi coltiva 2.7 ettari, dei quali 0.8 sono di proprietà nella sottozona della Sassella.

Dicevamo che la vinificazione avviene in un locale (mi è venuto spontaneo pensare ai vin de garage) che in precedenza ospitava un laboratorio di formaggi diviso in stanze, dove per i primi due anni, essendo un posto nuovo per questo genere di attività, per la fermentazione si è dovuto procedere all’inoculo con pied de cuve, ma a partire dal 2021 questa avviene spontaneamente, testimoniata dalle pareti di calce colorate da microrganismi del nuovo genius loci.

Si lavora in sottrazione, e senza ricorrere a filtrazioni e chiarifiche. La vinificazione si accomuna ai tre vini prodotti, Rosso di Valtellina, Valtellina Superiore Sassella e Valtellina Superiore Inferno, anche nel caso in cui vari a causa dell’annata. Il rapporto con gli amici del Cornas è rimasto vivo e spesso Marco si confronta con loro sull’andamento dei suoi vini (la nostra prima impressione su questi trova quindi una conferma, dipenderà da questo?).

Perché la finalità della bottiglia, ci rivela, è solo quella della condivisione con il prossimo, principio che sottoscriviamo e aggiungiamo di nostro, non dovrebbe essere sempre così e per chiunque?

La produzione totale è soggetta al comportamento dell’annata, ad ogni modo al massimo di 10.000 bottiglie, le quali per il 70% sono destinate all’estero, con Francia e U.S.A. con 1200 cadauna, a cui segue la Svizzera. Poche bottiglie rimangono quindi per il nostro paese, il che ci stimola la domanda di come fosse giunto a conoscere l’enoteca romana dove mi recai ad acquistarle, un piccolo ma gustoso negozio di quartiere. Ci risponde che l’enotecaria l’aveva contattato poiché un suo cliente che spesso si reca in Francia gliene aveva portato una bottiglia in assaggio trovata lì. Sappiamo di chi si tratta: il nostro amico!

I grappoli solo in parte sono diraspati, sempre decisione soggetta all’annata. Ad esempio nel 2023 il grappolo era intero al 100% della massa. La funzione del raspo in annate calde è quella di diluire, poiché al suo interno contiene acqua. Inoltre, oltre alla capacità drenante, si aggiunge quella di fornire i tannini, per estrarre i quali occorre fare attenzione al suo colore che deve tendere al giallo o al giallo/bruno.

Pigiatura con i piedi in cassette, soffice e leggera, per iniziare un lieve ammostamento, per poi caricare il contenitore in acciaio a strati alternati, come una torta millefoglie, di uva e ghiaccio secco azotato a – 80 °C  con un solo rimontaggio. Dopo 3/4 giorni, quando il cappello non bolle più, inizia con le follature, due volte al giorno, tramite un pilone di legno fabbricato da un falegname, che al termine del processo sarà sanificato col fuoco.

La macerazione, a seconda dell’annata, varia dagli 11 ai 18 giorni, e Marco, quotidianamente, alle ore 11 e alle ore 17, a pupille pulite, assaggia la massa, svinando solo quando i tannini gli seccano il palato, purché gli zuccheri siano interamente svolti. Segue malolattica in acciaio e passaggio in botti, tutte tonneau da 500 litri (ne abbiamo contate 23), senza effettuare travasi e con frequenti bâtonnage, e l’assaggio di una volta al mese. Permane nelle botti per 16/18 mesi, tranne che il Rosso di Valtellina per 8 mesi.

Osservazione a margine sull’etichetta della bottiglia, simile alle tre tipologie, bella e comunicativa, creazione dell’ex compagna di Marco e influenzata da un suo viaggio in Africa. È l’abbraccio di una mano alla montagna, le cui dita affusolate tipiche dell’arte senegalese si fondono stilisticamente nei terrazzamenti valtellinesi. Un’immagine fortemente evocativa e riuscita che nell’etichetta è stata leggermente modificata, rendendo differente l’altezza delle due cime della montagna, che nel bozzetto originale sono pari.

Durante la nostra visita, avvenuta nel tardo pomeriggio del 2 maggio anno corrente abbiamo avuto l’occasione di assaggiare quattro campioni da botte, di seguito le nostre impressioni.

ROSSO DI VALTELLINA 2023

Questo vino è frutto dei vigneti situati tra i 450 e i 600 metri di altitudine. L’annata calda non ha consentito la consueta produzione, ridotta a 3000 bottiglie. Piacevolmente fresco, elegante, con tannini ancora troppo evidenti e da arrotondare e con un leggero sentore amarognolo sul finale. C’è frutta a piccola bacca rossa ovviamente, come un acerbo lampone di bosco, ma anche molta spezia da pepe bianco.

VALTELLINA SUPERIORE INFERNO 2023

I vigneti dell’Inferno sono omogenei in altitudine, essendo situati tra i 460 e i 490 metri. La riduzione di produzione è stata decisamente più netta, passando dalle 4500 bottiglie del 2022 a 2500 dell’anno in questione. Si tratta di un vino più austero, importante, fresco ed elegante. Marco Ferrari paragona, come me, l’Inferno al territorio di Serralunga D’Alba del Piemonte, sua zona prediletta. Pur presenti, i tannini sono più delicati di quanto mi aspettassi. Ci spiega Marco che l’Inferno rispetto al Sassella appare pronto in tal senso molto prima. Vino materico, spezie quale il pepe verde e nell’ambito di queste la liquirizia. Ma soprattutto emergono note di genziana ed erbe alpine, ad esempio l’erba iva come qui in Valtellina è chiamata l’achillea muschiata, o di radice, la ruta.

VALTELLINA SUPERIORE SASSELLA 2023

Circa duemila bottiglie ottenute dal vigneto di proprietà situato a 480 metri d’altitudine. Si conferma meno pronto e tannico. All’inizio la Sassella ha tannini aggressivi, tuttavia, col tempo, supera in morbidezza e setosità l’Inferno. Insomma la prima è una maratoneta, mentre il secondo gareggia in pista. Molte spezie di meno ed erbe aromatiche del precedente, giusto un cenno di timo. Maggiore invece è l’apporto di frutta a piccola bacca rossa, ancora lampone poco maturo e fragolina di bosco acerba. Fiori, petali di rosa, in un vino dotato di freschezza e aromaticità. Il finale è centrato sui tannini.

VALTELLINA SUPERIORE SASSELLA 2022

L’annata ha consentito una composizione differente, con la percentuale di uva diraspata al 30%. Sorride Marco sull’andamento dell’annata, poiché ci dice di non avergli complicato la vita, quasi gli dispiaccia e che ami le sfide, anzi che è stata facile da lavorare e diverrà un vino che si lascerà bere con semplicità, per via dei sapidi tannini presenti nel vino che la richiamano. Agevole, tendente al morbido, materico e con decise note di fruttato di bosco, anche di ciliegia, e suggestioni di macchia mediterranea.

Marco è un curioso endemico e come San Tommaso deve provare per convincersi. Assieme ad altri due colleghi valtellinesi, Marino Lanzini e Pizzo Coca di Lorenzo Mazzucconi e Alessandro Aldisquarcina, entrambe aziende a Ponte in Valtellina, stanno sperimentando a vinificare in biodinamica. Ho come l’impressione che il futuro ci riserverà ulteriori sorprese.

Teatro del Gusto: il Festival del vino e del cibo artigianale nei Quartieri Spagnoli a Napoli

Teatro del gusto, chiusura con successo: 1500 presenze in tre giorni  per il Festival del vino e del cibo artigianale

Si chiude con successo la terza edizione del Festival del vino e del cibo artigianale che si è svolta dal 4 al 6 maggio nei Quartieri Spagnoli di Napoli. La prima a Napoli con oltre cento produttori di vino da tutta Italia hanno fatto assaggiare circa 500 etichette e 20 chef che hanno animato la cucina continua – da un’idea di Mario Avallone – a disposizione del pubblico presente.

Enogastronomia di qualità, prodotti naturali, una idea nuova, innovativa e tradizionale, di vino e di alimentazione legata alle radici e al territorio. Eventi, seminari, laboratori, masterclass hanno completato un programma di tre giorni che ha portato negli spazi espositivi con una media di 500 persone al giorno e la grande attenzione del mondo enologico e gastronomico di qualità.

<<Dopo due edizioni a Ischia, siamo arrivati a Napoli, per una prova che era difficile ed entusiasmante>> commenta Annamaria Punzo, presidente dell’associazione Teatro del Gusto e ideatrice della manifestazione <<proporre enologia e gastronomia di qualità, naturale, artigianale, attenta alla sostenibilità e ai valori non è mai semplice. E’ un messaggio profondo, selettivo e complesso, che però ha trovato grande attenzione a Napoli. Siamo soddisfatti e consideriamo questa edizione solo il punto di partenza di un cammino che intendiamo percorrere, portando Teatro del Gusto, con la sua idea di comunità, con la sua rete di produttori e appassionati, su altre strade ancora, con nuove proposte espositive, comunicative, di informazione e incontro>>.

Liguria: alla scoperta del Rossese di Dolceacqua con i vini di Ka’ Manciné

Nascosto tra le colline della Liguria occidentale, il Rossese di Dolceacqua spicca come un tesoro della viticoltura, offrendo agli intenditori del vino una esperienza sensoriale unica e coinvolgente. Questo vino è un’espressione autentica del territorio, rappresentando una combinazione magistrale di clima, suolo e tradizione. Il Rossese, vitigno imparentato con il Tibouren francese, trova il suo habitat naturale nelle terrazze collinari che circondano il pittoresco borgo medievale di Dolceacqua, situato nella provincia di Imperia.

Qui, le viti si aggrappano ai ripidi pendii rocciosi, abbracciando il calore mediterraneo e beneficiando della brezza marina che permea l’area. Un microclima unico che conferisce al vino le caratteristiche distintive tali da renderlo tanto apprezzato. Prima Doc della Liguria a essere stata istituita nel 1972, è stata recentemente protagonista di una modifica del disciplinare che ha introdotto il termine “Nomeranza”, per indicare le menzioni geografiche aggiuntive di prestigio e legate a evidenze storiche: il lavoro di ricerca portato avanti per anni da Filippo Rondelli dell’azienda Terre Bianche e da Alessandro Carlassare è stato coronato dal successo.

Di fatto, ogni nomeranza è particolare e dà origine a prodotti unici: i suoli possono essere caratterizzati dal flysch di Ventimiglia, “ sgrutto” in termine dialettale, oppure dai conglomerati del Monte Villa o ancora dalle argille di Ortovero dette anche marne blu: Possono cambiare le altitudini, che elevano fino ai 500 metri e oltre i ripidi terrazzamenti che costituiscono i fianchi delle colline che proteggono la Val Verbone, la Val Nervia e zone appartenenti ai comuni di Vallecrosia, Vallebona e Ventimiglia.

Salendo la Val Verbone, superato San Biagio della Cima comune famoso per aver dato i natali allo scrittore francesco Biamonti, arriviamo a Soldano e da li una stradina stretta e tortuosa ci conduce alla frazione San Martino dove vive e ha sede la cantina di Maurizio Anfosso. Una persona solare, sagace, dotata di grande talento non solo nel fare vino ma anche nella pittura e nel disegno.

L’azienda di Maurizio e di sua moglie Roberta Repaci si chiama Ka’ Manciné, Casa dei Mancinei: infatti deriva dal soprannome dato a Pietro Anfosso, per distinguerlo da un altro “Pietro Anfosso”, che era mancino. Maurizio aveva iniziato a lavorare con il padre che si occupava di distribuzione di prodotti dolciari: quando alla fine degli anni Novanta gli venne prospettato di vendere i terreni di famiglia, compreso la terra a San Martino, Maurizio si oppose e decise di cambiare vita e di ritornare alle origini.

Un amore per i luoghi della sua infanzia , tra cui la Vigna Galeae, ad anfiteatro, che guarda proprio davanti alla cantina sul lato opposto della valle, a circa 390 mt in altitudine ove furono reimpiantate le viti di Rossese, fino alle acquisizioni di nuovi possedimenti e quote per rilevare tutta la vigna di Beragna.

Maurizio aveva inoltre iniziato a lavorare per una azienda appena nata, Altavia, insieme all’enologo Federico Curtaz, dove rimase fino al 2005; successivamente la collaborazione con Filippo Rondelli a Terre Bianche, fino al 2010, anno di nascita di Kà Mancinè: ora gli ettari vitati si attestano intorno ai 4, con una resa di 50 quintali per ettaro e una media di 20.000 bottiglie annue.

La produzione di Maurizio Anfosso vanta un vino bianco, il “Tabaka”, principalmente ottenuto da Massarda, un antico vitigno autoctono che sembra essere arrivato dall’isola di Tabarca, dal profilo olfattivo floreale, avvolgente in bocca e sapido in chiusura. I documenti testimoniano che la massarda veniva ampiamente coltivata nel corso del XIX secolo nella zona di Ventimiglia e che resistette alla fillossera: le viti sono infatti ancora oggi a piede franco, frutto delle selezioni massali. Una varietà che ama l’esposizione al sole in altitudine e che veniva abitualmente condotta ad alberello, forma di allevamento sostituita nei tempi moderni dal doppio cordone speronato.

“Sciakk” è il rosato dal colore cerasuolo intenso, con profumi succosi di frutti di bosco e di lavanda; in bocca dimostra una bellissima struttura e un finale che ricorda il sale del mare. Pulizia e grande piacevolezza di beva, ottimo potenziale di abbinamento con carni bianche, zuppe di pesce e con le paste al sugo.

Rossese di Dolceacqua Doc “Beragna” interamente vinificato in acciaio fa apprezzare le caratteristiche del vitigno, che rimandano ai piccoli frutti rossi ed al pepe bianco. Il frutto è integro e succoso, il colore luminoso, rubino di media intensità e il tannino regala sensazioni seriche. Il sorso è caratterizzato da freschezza e sapidità in chiusura, buona la persistenza. Una bottiglia che una volta aperta, praticamente… è già finita.

Beragna è una Nomeranza nel Comune di Soldano, in Val Verbone, localizzata a circa 300 mt slm, ricca di flysch di Ventimiglia, che gode una esposizione da est a nord.

Rossese di Dolceacqua Doc “Galeae” proviene dalla vigna storica di famiglia, anch’essa situata del Comune di Soldano, con piena esposizione a est: i grappoli vengono vendemmiati tardivamente e il mosto fermenta a lungo con le bucce in acciaio. Vino strutturato, emozionante, dai fini sentori balsamici e fruttati, che ha un ottimo potenziale di invecchiamento. Sempre dal vigneto Galeae troviamo “Angè”, prodotto in poche centinaia di esemplari, che viene arricchito dai sentori speziati legati al passaggio in legno. “Bugiardino” invece è il rossese che viene vinificato in anfore di argilla e chamotte dell’azienda Demetra, l’ultimo nato in casa Anfosso, di cui si attende l’uscita della nuova annata.

Sannio in Rosa 2024: il racconto della prima edizione

C’era una volta il salasso, pratica enologica sottrattiva tesa a conferire concentrazione materica ai vini rossi; col suo ricavato si producevano vini rosati. Forse origina da qui il diffuso pregiudizio, mai completamente eradicato, sui rosati come vini di “sottoproduzione”. Ben vengano perciò tutte le occasioni per elidere questa idea dall’immaginario collettivo.

Sabato 4 maggio il Sannio, areale campano ad alta vocazione vitivinicola, ha visto protagonisti tutti i vini rosati prodotti nella omonima provincia di Benevento, soprattutto da uve Aglianico, ma non solo. Il vigneto Sannio è anche Camaiola (la vecchia Barbera del Sannio), Sciascinoso, Piedirosso.

Nello scenario del Salone del Gusto, allocato in uno storico palazzo del centro antico di Torrecuso che ospita anche il Municipio cittadino, si è svolta la prima edizione di Sannio in Rosa: incontro con gli stakeholders, banchi d’assaggio, wine talk tra i protagonisti della comunicazione e della produzione sannita. Il Consorzio di tutela dei vini del Sannio in collaborazione con AIS Campania – delegazione di Benevento e Associazione Aglianico del Taburno hanno fortemente voluto questa vetrina come squarcio sull’annata 2023 dei vini in livrea rosa sia “taburnini” che di tutto il Sannio.

Da subito un avvio di grandissimo interesse con una straordinaria batteria di vini rosa, per chiamarli alla maniera di Renato Rovetta – ideatore e curatore della guida Rosa, Rosati Rosé tra i relatori/degustatori della mattinata. Introdotto e animato da Giampiero Rillo, da qualche anno alla guida dell’Associazione Aglianico del Taburno, il panel group ha degustato, a beneficio dei numerosi stakeholder presenti, una decina di etichette di altrettante aziende del territorio con lusinghieri riscontri per la rapidissima progressione qualitativa rilevata rispetto ad annate precedenti.

Del resto, come ha orgogliosamente ricordato il Presidente del Sannio Consorzio Tutela Vini Libero Rillo, quella dell’Aglianico del Taburno nel 2011 fu la prima DOCG italiana a ricomprendere la tipologia “rosato” nel proprio disciplinare di produzione. L’analisi sensoriale (ed emozionale) dei vini in degustazione è stata abilmente guidata dalla giornalista enogastronomica Antonella Amodio co-curatrice della guida 100 Best Italian Rosè, coadiuvata da Maria Grazia De Luca di AIS Campania – delegazione di Benevento.

Nel light lunch che ne è seguito il sommelier/barman Angelo Zotti con suo figlio Mario, ha fornito agli ospiti un piccolo ma significativo saggio della potenzialità dei vini rosati in rassegna nell’arte della mixology, unendo nei loro cocktail – con sapienza e creatività – tradizione e tendenze contemporanee. Con l’apertura pomeridiana dei banchi d’assaggio ai numerosi Sommelier, appassionati e winelovers, in pari tempo si è dato vita al Seminario “Una visione condivisa per il vino rosa nel Sannio” coordinato dal giornalista Sandro Tacinelli in qualità di addetto stampa del Consorzio Sannio tutela vini ed arricchito dai contributi dei medesimo relatori della mattinata Amodio e Rovetta ai quali si è affiancato l’economista Nicola Matarazzo, direttore del Consorzio Sannio Tutela Vini.

Numerosi gli spunti di riflessione e lo scambio dialettico scaturitosi, sia nella dimensione economico-commerciale che in quella “produttiva”; tema (questo secondo) da sempre in bilico tra la indispensabile ricchezza interpretativa dei vini ad opera dei produttori e l’altrettanto irrinunciabile obiettivo di consolidare identità e carattere territoriale dei vini rosati “taburnini e sanniti”. La kermesse si è conclusa, come prevedibile, con il reiterato e condiviso auspicio a consolidare nel tempo l’appuntamento annuale con il … “RoSannio”.

L’eredità di Terre del Principe

I ricordi di bambino, tra giri in calesse col nonno presso i poderi familiari e le conversazioni tra contadini sui vitigni autoctoni, hanno portato Peppe Mancini ad abbandonare la professione di avvocato ed inseguire l’amore per la vigna, amore condiviso con la sua sposa Manuela Piancastelli che, dopo una splendida carriera da giornalista, lascia il suo ruolo e convola ancora una volta a nozze con suo marito, anche nella vocazione di vigneron, seguendolo in tutto e per tutto, per scrivere assieme a lui un’importante pagina della vitivinicultura in Campania, diventando due cuori in una vigna.

Il sogno viene realizzato nel 2003 con la fondazione di Terre del Principe,  ma non è un sogno imprenditoriale, bensì un sogno d’amore. E tale è stato fino al 2022 con l’ultima annata, perdurando ancora oggi nei loro ricordi e nelle vibranti parole di Manuela, che si lascia raggiungere per un’intervista, di cui questo pezzo è semplice preludio, e ci apre le porte di casa con quel calore e quell’accoglienza spiccatamente mediterranea.

Ma facciamo qualche passo indietro…

Nell’area di Castel Campagnano, grazie alla vicinanza del vulcano di Roccamonfina e col Vesuvio a circa 30 km, i suoli sono di origine miocenica, le cosiddette arenarie di Caiazzo, accolgono i vitigni di Pallagrello Bianco, Pallagrello Nero e Casavecchia ove un tempo v’era un mare dalle acque calde e poco profonde e sono costituite da pietrisco, marne, tufo grigio, fossili e materiale piroclastico. Questo dunque l’areale in cui per un ventennio ha operato l’appassionata coppia che ha fondato la bellissima realtà di Terre del Principe; poi l’annuncio, nel settembre del 2023, dalla stessa Manuela Piancastelli che, né per l’anno in corso né per quelli a venire, ci sarebbe stata un’altra vendemmia.

Ne riportiamo la lettera che annuncia la decisione presa serenamente dai due coniugi:

Cari amici,

Terre del Principe non farà la vendemmia 2023. Abbiamo deciso di continuare a vendere fino ad esaurimento i vini attualmente in commercio, poi la nostra avventura sarà terminata. Data la notizia, entriamo nel merito per chi abbia voglia di approfondire. Innanzitutto stiamo bene, non abbiamo problemi di alcun tipo, abbiamo solo deciso che dopo venti anni in cui abbiamo dato ogni nostra energia e ogni attimo della nostra vita al Pallagrello e al Casavecchia, riscoprendoli, studiandoli, rilanciandoli e dando loro la visibilità che giustamente meritavano, questa fase della nostra esistenza può dirsi conclusa proprio nel ventennale della nascita di Terre del Principe. 2003-2023: il territorio in questi venti anni è cresciuto immensamente ed ora ha la consapevolezza di possedere un patrimonio vitivinicolo di grande valore.

C’è un libro che racconta la storia del Pallagrello dall’antichità a oggi, un manuale per chi vorrà aggiungere conoscenza alla passione. Sono nate tante aziende, ci sono molti giovani bravi vignaioli che potranno continuare a far parlare di sé e delle straordinarie colline del Medio Volturno, patria di questi vitigni. Ogni cosa ha il suo tempo sotto il sole, rispetto a venti anni fa per noi ora è un altro tempo, e un altro sole.

Lo diciamo con gioiosa e consapevole leggerezza, senza alcuna tristezza, sicuri di aver scritto una pagina importante della storia vitivinicola della Campania.

I vini attualmente in commercio, cioè Fontanavigna 2022, Le Sèrole 2019, Castello delle Femmine 2020, Ambruco 2017, Centomoggia 2017 e Piancastelli 2017 saranno venduti sul territorio nazionale, fino ad esaurimento, da Vino & Design, il nostro straordinario distributore Dick ten Voorde, che ci ha accompagnato con affetto in questi ultimi anni.  Alcune bottiglie di vecchie annate, anche in magnum, saranno disponibili in cantina.

Buona Vita a Tutti”. Questo pezzo è un pegno di riconoscenza verso Terre del Principe per aver costantemente comprovato la sua vocazione di cantina dotta e capace di offrire percorsi sensoriali complessi e di grande interiorità che, in questi 20 anni, sono andati ben oltre l’assaggio ed il mero marketing. A Manuela e Peppe, cui l’enologia campana deve tanto, un ringraziamento per essere genitori putativi di tre cultivar di cui sentiremo parlare sempre più spesso e per aver regalato agli abitanti di Castel Campagnano il sogno di diventare vignaioli a loro volta e restare nella loro terra di origine.

Vinitaly 2024: focus su Etna Doc

A Verona, in occasione della 56° edizione di Vinitaly, ho visitato con enorme piacere il Padiglione Sicilia e cercato di approfondire meglio la conoscenza della denominazione Etna Doc e dei suoi vini, grazie al gentile invito del giornalista Salvo Ognibene. Alcune nozioni sulla denominazione preludono l’assaggio di alcuni vini.

Il Monte Etna, “A’ Muntagna” per gli abitanti del luogo, è posto sulla costa orientale della Sicilia ed è il vulcano attivo più alto d’Europa, supera oggi i 3300 metri di altitudine. Alle pendici viene da secoli allevata la vite ad altimetrie che si attestano dai 400 agli oltre 800 metri s.l.m. La Doc nata nel 1968 comprende vini bianchi, rosa, rossi e bollicine M.C.. I vitigni che danno origine all’ Etna Doc Bianco sono il Carricante che da disciplinare può essere prodotto in purezza o con Catarratto per un massimo del 40%, per la tipologia Superiore sono previsti anche altri vitigni autorizzati. Per L’Etna Doc Rosso e Rosa  è il Nerello Mascalese che la fa da padrone per un minimo dell’80% ed il Nerello Cappuccio per un massimo del 20%, mentre per la bollicina cambiano le percentuali dei due Nerello. Può essere prodotto nel territorio dei comuni di Biancavilla, S. Maria di Licodia, Paternò, Belpasso, Nicolosi, Pedara, Trecastagni, Viagrande, Aci S. Antonio, Acireale, S. Venerina, Giarre, Mascali, Zafferana, Milo, S. Alfio, Piedimonte, Linguaglossa, Castiglione e Randazzo in provincia di Catania. Per la tipologia Etna Bianco Superiore la zona è localizzata nel territorio del comune di Milo.

La denominazione è composta da ben 133 contrade corrispondenti alle UGA (Unità Geografiche Aggiuntive) che viste dall’alto hanno la forma di luna nuova. I terreni sono di origine vulca­nica, talvolta ciottolosi e ghiaiosi, talaltra sabbiosi o meglio grigio cenere. Le escursioni termiche tra le ore diurne e notturne sono notevoli anche di  30 gradi. Molti vigneti in questo lembo di Sicilia sono tra i più vecchi in Italia, alcuni dei quali sono addirittura a piede franco. Vari sono i tipi di allevamento,  tuttavia,  il più diffuso è quello ad alberello su splendidi terrazzamenti di pietra di origine vulcanica.

I vini degustati

Grotta della Neve Etna Bianco Doc 2021 Tenuta Serafica –  Carricante e Catarratto –  paglierino luminoso,  arrivano al naso note di fiori di ginestra, pera, pompelmo e mentuccia; sorso rinfrescante e persistente dal finale saporito.

Mirantur Rosso Terre Siciliane Igp 2021 – Nerello Cappuccio 100% – Rosso rubino trasparente, con sentori di rosa canina, frutti di bosco e ciliegia. Al palato è fresco, carezzevole e leggiadro.

San Lorenzo Etna Rosso 2018 Giovinco – Nerello Mascalese 95% e Nerello Cappuccio 5% – Rosso rubino intenso, sprigiona note di melagrana, lampone e spezie dolci, mentre al gusto è piacevolmente tannico e sapido con chiusura lunga e duratura.

Ceneris Etna Bianco Doc 2021 Tenuta Ferrata – Carricante e Catarratto – paglierino, palesa sentori di fiori di camomilla,  pesca, albicocca e nuances agrumate. Ricco e suadente nonché persistente.

Frevi Etna Rosso Doc 2020 Tenuta Ferrata – Nerello Mascalese 100% –  rubino trasparente,  emana note di amarena, rabarbaro,  tabacco e bacche di ginepro; gusto setoso e armonioso con lungo finale.

Brut Rosé Metodo Classico Etna Doc Palmento Costanzo – Nerello Mascalese 100% – rosa tenue, perlage fine, libera sentori di fragolina di bosco, ribes e scorza d’agrumi. La freschezza stimola il durevole sorso.

Contrada Santo Spirito Etna Rosso Doc 2019 Palmento Costanzo – Nerello Mascalese 90% e Nerello Cappuccio 5%  – Rubino tendente al granato trasparente, rivela note di ciliegia, fragola, lampone,  arancia sanguinella, spezie e pietra focaia. Sorso avvolgente con tannini nobili e di lunga persistenza aromatica.

Passorosso Etna Rosso Doc 2022 Passopiciaro – Nerello Mascalese 100 % – rubino vivace, rimanda a sentori di ciclamino, amarena, lampone e pepe nero. In bocca è avvolgente, ricco e suadente.

Aitna Etna Rosso Doc 2020 Edome’ – Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio –  rubino intenso, dipana note di frutti di bosco,  mora, tabacco e liquirizia. Gusto pieno ed appagante con tannini ben integrati.