Intervista ad Antonella Amodio autrice del libro Calici&Spicchi

N.d.r. pubblichiamo con piacere l’inserto del giornalista Gaetano Cataldo con l’intervista completa ad Antonella Amodio, dopo il successo editoriale del suo libro Calici&Spicchi, che vedrà presto un seguito con l’Atlante della Pizza e del Vino con proposte intriganti provenienti anche dall’estero.

Laureata in Scienze Umanistiche, giornalista e critico enogastronomico, Antonella Amodio è chiamata a presiedere a numerosi concorsi, collaborando con diverse testate giornalistiche nel diffondere la cultura del vino, della buona cucina, tra pizzerie e ristoranti. È stata allieva di Gualtiero Marchesi, grazie al quale ha affinato le tecniche culinarie Tra i vari titoli acquisiti e con tante esperienze maturate nel settore, conta un master in botanica con approfondimento delle erbe aromatiche, nonché il diploma di Bibenda Executive Wine Master della Fondazione Italiana Sommelier. Runner, maratoneta e tifosa dello sport in generale, Antonella ha percorso in lungo e largo il mondo a piedi con lo zaino sulle spalle mangiando pizze nei posti più disparati.

Da sinistra Nello Ferrigno direttore di Inprimanews, Antonella Amodio autrice di Calici&Spicchi e Gaetano Cataldo giornalista autore di 20Italie

Il suo libro Calici&Spicchi nasce per guidare i lettori in viaggio fatto di sapori ed emozioni, gustando appieno le eccellenze del territorio. Un testo unico al mondo, il primo del suo genere, dedicato al connubio pizza e vino, un armonico abbinamento che riesce ad esaltare e nobilitare uno dei piatti più conosciuti della tradizione partenopea e della Campania più in generale.

Il libro firmato dall’autrice Antonella Amodio, la cui prefazione è curata da Luciano Pignataro, svolge la propria funzione arrivando al cuore del lettore, senza creare l’imbarazzo in chi si avvicina per la prima volta al mondo del vino. Una maniera “smart & pop” di orientare senza forzature, riuscendo ad abbinare ad oltre cento pizze il vino più indicato, da un bianco delicato a un rosso corposo, passando per la freschezza e leggerezza di un rosato alla vivacità delle bollicine. Insomma uno strumento agile ed indispensabile, per appassionati e per esperti del gusto, per imparare a scegliere il vino giusto per la pizza del momento, con erudita competenza ma senza obbedire troppo alle regole.

Antonella Amodio scrittrice e giornalista

Benvenuta Antonella, per i lettori di 20Italie le vorremmo rivolgere qualche domanda

Da dove è nata l’idea del libro?

Dai ricordi di famiglia e dal profumo del pane fatto in casa anzitutto. Provengo da una famiglia contadina, dotata del forno a legna e quindi, sin da piccola, legata ai rituali e alle tradizioni della buona tavola e di ingredienti sani. Il libro è una mia maniera di restituire alla nostra memoria storica il legame dimenticato tra il vino e la pizza, che esiste da sempre.

Altre fonti di ispirazione?

Semplicemente mia madre. La mia passione per il vino alla fine ha coinvolto anche lei, accendendone la curiosità: mi chiedeva spesso cosa potesse abbinare ai suoi piatti, diventando un po’ la sommelière di fiducia delle sue amiche. Da questa esperienza familiare ho voluto trarre l’importanza di avvicinare le persone al vino con il mio libro anche con semplicità e leggerezza.

Un po’ come parafrasare Einstein… se riesci a farlo comprendere a tua madre vuol dire che hai capito cosa è il vino, insomma. La tua pizza preferita e abbinata a cosa?

Adoro la pizza provola e pepe con un Lacryma Christi rosso che abbia tutto il suo appeal vesuviano.

Ci parleresti dei tuoi abbinamenti prediletti con la pizza margherita e la pizza marinara? Anzi, magari due per ciascuna pizza, uno più territoriale e l’altro magari da altre regioni del vino…

Con la pizza margherita non ho dubbi: vino di Gragnano vivace e servito un po’ più fresco, ma anche un Ciliegiolo in purezza, magari ad una temperatura da rosato.

Per la marinara invece direi Piedirosso flegreo, per restare in Campania ed un Etna rosso, ma che sia Nerello Mascalese al 100% per favore.

E se dicessi pizza alla Nerano?

Direi anzitutto buonissima, poi che la berrei sia con un uvaggio bianco tipico amalfitano, a base di Fenile, Ripoli e Ginestra. Mi farebbe molto piacere proporre la Nerano anche con uno Chardonnay altoatesino d’alta quota, frutto di altrettanta viticoltura eroica, potente e armonico al tempo stesso.

Ma con una pizza all’ananas che beviamo?

Potremmo parlare anche di Sauvignon blanc, ma delle volte è il caso di suggerire anche l’acqua ed io con una pizza all’ananas la vorrei frizzante.

Ringraziando Antonella per averci raccontato dei suoi aneddoti familiari, per i suggerimenti e per le sue predilezioni, il profumo di pizza diventa sempre più insistente.

Domenico Fortino e Lorenzo Oliva titolari di Wip Burger & Pizza

Ed ecco il menu proposto durante la serata evento di presentazione di Calici & Spicchi presso Wip Burger & Pizza.

Iniziamo con una fresella di pane duro con caponata e pomodorino del Piennolo, olive taggiasche, capperi, sarde salate e melanzane sott’olio, arriva del prosciutto crudo 30 mesi e poi del culatello di suino nero casertano magistralmente tagliati a coltello da Carmine De Cristofaro, cortador stabiese, il tutto abbinato al Furore Bianco 2023 di Marisa Cuomo.

La prima pizza prende il nome di Sua Eccellenza ed è stata realizzata con farina di tipo ‘0’: in pratica una margherita condita con pomodoro rustico schiacciato a mano, mozzarella di bufala, scaglie di parmigiano, pepe in grani ed olio evo cilentano. A seguire una pizza guarnita con fior di latte di Agerola, pancetta aromatizzata al miele in tre cotture, carciofo, elemento da cui la tonda prende il nome, pecorino bagnolese e olio evo da mono cultivar di Ravece. Entrambe le pizze sono state abbinate al Costa d’Amalfi Rosato 2023 di Marisa Cuomo.

Andrea Ferraioli – Cantine Marisa Cuomo

La terza pizza proposta durante la degustazione, la Trame Estive, con impasto di farina tipo ‘1’ semintegrale, è composta da fior di latte di Agerola e la sua stracciata, lardo di razza casertana, fico, olio evo di Rosciola. Al termine una pizza molto intrigante in doppia cottura, chiamata Sensoriale, prima fritta e poi al forno: è stata fatto con un impasto di farina tipo ‘1’ al caffè, farcita con caprino spalmabile, tartare di gambero rosso di Mazara del Vallo, scaglie di cioccolato fondente, sesamo tostato, olio evo aromatizzato all’arancia. Entrambe le pizze sono state abbinate al Furore Fiorduva 2022 di Marisa Cuomo.

Al termine della presentazione del libro Antonella Amodio ha accolto con piacere il dono di un formato magnum di Mosaico per Procida, celebre bottiglia che ha inaugurato l’Umanesimo del Vino, dando giusta motivazione per gli evidenti meriti di scrittrice per essere ambasciatrice dell’Enogastronomia campana.

I Borboni si confermano tra le 50 migliori pizzerie d’Italia secondo la guida 50 TOP PIZZA

Comunicato Stampa

Anche per il 2024, I Borboni si riconfermano tra le 50 migliori pizzerie d’Italia secondo la prestigiosa guida 50 Top Pizza. Ideata da Barbara Guerra, Albert Sapere e il giornalista Luciano Pignataro, questa guida è la più influente nel mondo della pizza, selezionando le eccellenze in Italia e nel mondo con oltre 100.000 pizzerie esaminate.

L’annuncio, atteso con trepidazione, è stato dato al Teatro Manzoni di Milano, durante un evento scintillante presentato da Federico Quaranta, volto noto della Rai: I Borboni classificati al 40° posto su oltre 100.000 pizzerie in Italia e con l’accesso alla finale Mondiale di Settembre che decreterà le 100 migliori pizzerie al Mondo.

“Riconfermare questi risultati ed essere nell’élite dei pizzaioli, accanto a maestri che hanno fatto e continuano a fare la storia di questo antico e sempre in evoluzione alimento, è un’emozione profonda. Questa sensazione amplifica l’energia che dedichiamo al nostro lavoro e rafforza la passione che ci mettiamo ogni giorno e che ci dà la forza di fare sempre meglio,” dichiarano con orgoglio Valerio Iessi, Daniele Ferrara e Adriano Romano.

E del resto, buon sangue “borbone” non mente: basti ricordare l’avanguardia di re Ferdinando di Borbone, a cui si deve il merito della costruzione del primo forno a legna di Palazzo Reale a Capodimonte – lo stesso in cui nel 1889 venne cotta per la prima volta la pizza “alla Margherita”, dedicata alla regina Margherita di Savoia e poi diventata il piatto più celebre al mondo.

Dall’anno della sua apertura nel 2018, Valerio Iessi e Daniele Ferrara hanno portato avanti con dedizione e innovazione il percorso tracciato secoli prima da re Ferdinando. Impegnandosi a salvaguardare la nobile arte della pizza napoletana e a farla evolvere, hanno trasformato I Borboni in un faro di eccellenza.

Fin dalla sua nascita, I Borboni ha puntato su una sperimentazione costante, unita alla ricerca dell’eccellenza nella materia prima, studio attento degli impasti e alla valorizzazione degli ingredienti Made in Sud. Completano l’offerta una carta delle birre artigianali e una lista vini più volte premiata per la qualità e l’attenzione al territorio Campano.

Questo progetto visionario ha subito raccolto ampi consensi da parte del pubblico buongustaio e dei critici gastronomici, attirando l’attenzione degli esperti e guadagnandosi menzioni speciali in numerose guide di settore. I Borboni non sono solo una pizzeria, ma un simbolo di tradizione, innovazione e passione. Ogni pizza è un viaggio sensoriale che celebra la storia e la maestria della cucina napoletana, portando avanti con orgoglio l’eredità di re Ferdinando e scrivendo nuove pagine nella storia della pizza.

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Un viaggio in Trentino: le Dolomiti a un passo dal cielo

Che il Trentino sia un posto speciale non è un modo di dire. Basta guardare il panorama, le sue bellezze naturali, le vette spettacolari delle Dolomiti, i laghi, parchi naturali e le valli verdi. E poi i paesini con costruzioni di montagna dalle quali svettano chiesette che sembrano uscire da una fiaba.

Nelle pianure e sulle pendici collinari si stendono vigneti che sembrano un tappeto verde in contrasto con il rosso scuro della roccia porfirica. Il Trentino è una Regione ricca di bellezze naturali, storia, cultura e tradizioni, che offre opportunità uniche sia per il turismo che per i momenti di ogni giorno.

Le Dolomiti, Patrimonio dell’Umanità UNESCO, sono una meta ideale per attività all’aperto quali l’escursionismo, l’arrampicata e lo sci. I laghi, come il Lago di Garda, il Lago di Caldonazzo e quello di Levico ad esempio, offrono occasioni per nuoto, vela e relax. I parchi naturali, tra cui il Parco Naturale Adamello Brenta e il Parco Naturale Paneveggio-Pale di San Martino, proteggono la biodiversità e sono ideali per escursioni e osservazione della natura.

Il Trentino ha una storia lunga e complessa, influenzata dalle vicende politiche e culturali della regione alpina. Per secoli, il territorio è stato sotto il controllo del Principato Vescovile di Trento. Nel corso del XIX secolo, è diventato parte dell’Impero Austro-Ungarico fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando fu annesso all’Italia. Un patrimonio culturale unico, che condivide elementi italiani e tirolesi.

L’economia è diversificata: il turismo gioca un ruolo fondamentale grazie alle attrazioni naturali e sportive. L’agricoltura è importante, con una produzione di mele, uva e vini e la protezione di enti quali il Consorzio Vini del Trentino. L’italiano è la lingua ufficiale, ma sono presenti minoranze che parlano il ladino nelle valli delle Dolomiti, il mocheno e il cimbro in altre aree. Le tradizioni locali sono ricche e varie, con feste, sagre e rievocazioni storiche che celebrano la cultura e la storia della regione. Le tradizioni culinarie includono piatti come i canederli, la polenta, lo speck e numerosi formaggi tipici.

La città capoluogo è Trento, dal centro storico ben conservato, con il Castello del Buonconsiglio, la Cattedrale di San Vigilio, il Museo di Scienze Naturali MUSE e i palazzi rinascimentali come Palazzo Roccabruna. Altre città di interesse includono Rovereto, con il suo Museo d’Arte Moderna e Contemporanea (MART), e Riva del Garda, situata sulle rive del Lago di Garda.

Il Consorzio Vini del Trentino: un esempio di squadra e Identità Territoriale

Quando si parla del Consorzio Vini del Trentino, la definizione più calzante è quella di una squadra che rappresenta la quasi totalità (oltre il 90%) dei produttori e viticoltori della regione. Il termine “squadra”, non è usato a caso: la sua forza risiede non solo nella legge che gli affida il compito di salvaguardare le denominazioni di origine enologiche della provincia, ma soprattutto nella capacità di mantenere salda e credibile l’identità delle produzioni vitivinicole locali.

Avere una identità forte e riconosciuta è essenziale per ogni produttore, viticoltore, imbottigliatore e cooperatore del Trentino. Questa identità rappresenta le fondamenta su cui costruire una promozione efficace e credibile delle aree produttive, dei vitigni, dei vini e delle aziende della regione. È grazie a tale coesione che il Consorzio è in grado di tutelare le produzioni enologiche trentine, garantendo la sostenibilità ambientale e promuovendo i vini del Trentino sia a livello nazionale che internazionale.

I vini sono il risultato di una terra con un’alta vocazione e di una tradizione di livello mondiale, soprattutto, dell’impegno, soprattutto nel campo spumantistico.

L’Istituto Tutela Grappa del Trentino

L’Istituto Tutela Grappa del Trentino svolge in parallelo un ruolo fondamentale nella valorizzazione di un’altra produzione tipica: la grappa. Fondato nel 1969 conta oggi 24 soci, di cui 20 distillatori che rappresentano quasi tutta la produzione. L’Istituto ha il compito di valorizzare la grappa ottenuta esclusivamente da vinacce prodotte in Trentino, qualificandola con un apposito marchio d’origine e la dicitura “Trentino Grappa”.

La produzione di grappa in Trentino rappresenta il 10% di quella italiana, un dato significativo che ne testimonia l’importanza e la qualità. Il Consorzio Vini del Trentino e l’Istituto Tutela Grappa del Trentino rappresentano due pilastri fondamentali per l’economia e la cultura locale. Grazie alla loro azione congiunta, questi enti garantiscono la salvaguardia delle produzioni enologiche e distillatorie, promuovendo al contempo l’identità e la tradizione di una terra unica.

Hotel Villa Madruzzo: connubio di storia, eleganza e gastronomia nel cuore del Trentino

Situato tra le colline verdi e le vette maestose del Trentino, l’Hotel Villa Madruzzo offre un’esperienza che combina la storia del XVI secolo con il comfort e il lusso moderni. Residenza nobiliare, originariamente dimora della famiglia Madruzzo, sa accogliere i suoi ospiti in un ambiente elegante e raffinato, suddiviso in due aree distinte ma complementari: la zona Classic e l’area Belvedere.

La zona Classic, con il suo fascino d’epoca, permette di immergersi completamente nell’atmosfera storica della villa. Le camere sono arredate con mobili antichi e dettagli che richiamano il passato glorioso dell’edificio, offrendo al contempo tutti i comfort moderni per un soggiorno piacevole e rilassante. Dall’altra parte, l’area Belvedere rappresenta una fusione armoniosa di modernità e benessere, dove il moderno si fonde con il calore del legno. La chicca è il centro benessere che rigenera e regala momenti unici. Gli ospiti possono godere di una vasta gamma di trattamenti, dalla sauna al bagno turco ai massaggi, immersi in un ambiente sereno e panoramico.

Al suo interno, il Ristorante Villa Madruzzo ha sale eleganti in grado di ricevere, non solo gli ospiti dell’albergo, ma anche il pubblico esterno. Il menu è un viaggio sensoriale attraverso le delizie della cucina trentina: dai canederli ai formaggi locali, passando per piatti a base di selvaggina e dolci tradizionali, ogni portata è preparata con cura e presentata con eleganza. L’attenzione ai dettagli e la passione per la gastronomia fanno di questo ristorante una meta imperdibile per gli amanti del buon cibo.

Dall’erba al formaggio lungo la filiera del latte

Un tour guidato in compagnia di Albatros tra i prati della campagna di Predazzo per scoprire il forte legame che c’è tra erba, latte e formaggi. Prima tappa in stalla presso l’azienda agricola Moser dove Maria Letizia ci aspetta con Mariapia Morandini e la sua famiglia per raccontare l’importanza che ha l’alimentazione delle mucche nella qualità del latte. Abbiamo avuto modo di assistere anche alla mungitura e scoprire le innovazioni che caratterizzano le stalle dei nostri giorni. La filosofia di famiglia è incentrata sul benessere degli animali. La produzione di latte è affidata a 110 capi diversi per razza e resa. Di queste, circa 70 vacche sono in lattazione durante l’inverno e le altre in estate per la produzione del celebre Puzzone di Moena DOP.

La scelta accurata del fieno e delle erbe sono importanti per la qualità del formaggio, sottoposto 2 o 3 volte al mese a controlli alla fine dei quali viene assegnato un punteggio con un valore numerico che può variare da 0,4 a 25. Assistere alla mungitura è un’esperienza che fa tornare la mente a quando guardavamo Heidi che mungeva e beveva il latte. Ovviamente non è proprio come il cartone animato, perché la mungitura avviene con mezzi sofisticati che tutelano la salute degli animali e dei consumatori. Una mungitura soffice e costante che serve, oltre a prelevare il prezioso liquido bianco, ad evitare dolorose mastiti alle mammelle.

Arrivando al Bistrot Caseificio Sociale Predazzo e Moena ci attende un vero e proprio Cheese Tasting narrato in compagnia del produttore: presenti in assaggio un caprino pastorizzato dolce e delicato, il “Gradevole” che ricalca lo stile dei formaggi a crosta lavata, il Puzzone di Moena Dop da mezza stagionatura saporito ma non troppo, un formaggio a pasta dura stagionata in stile 3 mesi e infine il Trentingrana, fatto esclusivamente con il latte del Trentino. Il tutto accompagnato ai vini della Tenuta Gottardi: nasce nel 2016 e le prime etichette escono nel 2022 con il “Posador” Pinot Nero, il Lagrëin, il Müller Thurgau e il Gewürztraminer.  

Roverè della Luna – la ricerca al servizio della viticoltura: Innovazione e Sostenibilità nei vigneti del Trentino

In una giornata di sole tra i vigneti del Trentino, Stefano Rizzi del Consorzio Vini del Trentino ci accoglie per parlare dell’importanza della ricerca nella coltivazione della vite. Il suo entusiasmo è palpabile mentre ci introduce alle tecniche innovative che stanno rivoluzionando il modo di coltivare i vigneti, con l’obiettivo di ridurre drasticamente, se non eliminare, l’uso di fitofarmaci.

Tra le pratiche più interessanti, l’uso della confusione sessuale per contrastare gli attacchi di lepidotteri e della Tignola. Una tecnica, che consiste nel diffondere feromoni che confondono gli insetti impedendo loro di accoppiarsi, si sta rivelando un metodo efficace e sostenibile per proteggere le viti senza ricorrere a sostanze chimiche nocive.

La ricerca non si ferma qui. Paolo Fontana e Livia Zanotelli, apidologi della Fondazione Edmund Mach, insieme a Maurizio Bottura, dirigente del Centro di Trasferimento Tecnologico, ci accompagnano nei vigneti per approfondire il tema della biodiversità. Gli studi condotti dalla Fondazione Edmund Mach in collaborazione con l’Università di Trento sono orientati a 360 gradi, esplorando ogni aspetto che possa contribuire a una viticoltura più sostenibile.

Fontana e Zanotelli ci parlano degli “apoidei”, un gruppo di insetti impollinatori di cui fanno parte anche le api. L’osservazione delle abitudini e degli orientamenti di questi insetti è fondamentale per studiare la biodiversità e adattare le conoscenze alla viticoltura. “Conoscere le interazioni tra gli apoidei e le viti può portare a pratiche agricole che favoriscono non solo la salute dei vigneti ma anche quella degli ecosistemi circostanti”, spiega Zanotelli.

Un altro tema cruciale trattato durante la nostra visita è quello della micro-irrigazione. Rizzi ci spiega come questa tecnica permetta di fornire alle piante la quantità d’acqua necessaria con precisione, riducendo gli sprechi e migliorando la qualità del raccolto. “La micro-irrigazione è un esempio di come l’innovazione tecnologica possa andare di pari passo con la sostenibilità ambientale”, afferma Rizzi.

Gli studi condotti dalla Fondazione Edmund Mach e dall’Università di Trento non solo offrono nuove prospettive per una viticoltura più verde e sostenibile, ma rappresentano anche un modello di come la ricerca e l’innovazione possano contribuire significativamente alla protezione dell’ambiente. La giornata si conclude con una nota di ottimismo: il futuro della viticoltura trentina sembra sempre più orientato verso pratiche sostenibili che rispettano la natura e promuovono la biodiversità.

La Fondazione Edmund Mach: eccellenza nella ricerca e formazione agricola

Situata a San Michele all’Adige, la Fondazione Edmund Mach rappresenta un’istituzione di rilevanza mondiale nel campo della viticoltura ed enologia. Fondata 150 orsono, la sua missione iniziale era quella di approfondire la conoscenza scientifica applicata all’agricoltura, con un focus particolare sulla viticoltura. Sin dall’inizio, l’istituto ha svolto un ruolo cruciale nel trasferire conoscenze e innovazioni agli agricoltori e viticoltori, diventando così un centro di formazione, ricerca, sviluppo e sperimentazione.

La Fondazione Edmund Mach gestisce 120 ettari di terreni, di cui metà destinati alla produzione di uva e l’altra metà alla coltivazione di mele. Questa vasta area di sperimentazione agricola permette di condurre ricerche avanzate su varie colture. Dal 2008, l’Istituto San Michele all’Adige è diventato ufficialmente la Fondazione Edmund Mach, in omaggio al suo primo direttore. Nello stesso anno, l’istituto ha incorporato il Centro di Ecologia Alpina del Monte Bondone, ampliando così il suo campo di ricerca anche all’ambiente.

Le “Tre A” della Fondazione: Agricoltura, Alimentazione e Ambiente

La filosofia della Fondazione Edmund Mach si riassume nelle “Tre A”: Agricoltura, Alimentazione e Ambiente. La sezione dedicata all’alimentazione comprende laboratori all’avanguardia per l’analisi del vino, includendo studi sulla vinificazione e tecniche avanzate di tracciabilità per prevenire sofisticazioni. 

Nel settore agricolo, la ricerca si concentra su due principali aree: il miglioramento genetico e la sostenibilità. La Fondazione ha registrato numerose varietà di melo e piccoli frutti, come i mirtilli, e ha sviluppato viti resistenti alle malattie, riducendo così la necessità di prodotti chimici. Inoltre, studia metodi alternativi per la lotta contro i parassiti, come la confusione sessuale, che evita l’accoppiamento degli insetti nocivi.

Supporto Tecnico e Formazione

Altro aspetto fondamentale della Fondazione Edmund Mach è l’assistenza tecnica agli agricoltori. Attraverso una rete di centri periferici specializzati vengono forniti supporto continuo per la gestione delle attività agricole, garantendo che gli agricoltori possano beneficiare delle ultime innovazioni e metodologie. La Fondazione ospita anche uno dei migliori Istituti Tecnici Agrari in Italia e collabora con l’Università di Trento per i corsi di Viticoltura ed Enologia.

Un’eredità storica

La sede della fondazione vanta una storia affascinante, nata in origine come una struttura fortificata nel dodicesimo secolo. Successivamente trasformata in un edificio monastico, i monaci iniziarono a coltivare la vite, costruendo una cantina nel 1200 che è ancora oggi operativa, mantenendo viva una tradizione secolare.

Un faro di innovazione e tradizione, combinando ricerca scientifica avanzata con un profondo rispetto per la storia e la cultura agricola. La sua continua evoluzione e il suo impegno per l’eccellenza garantiscono che rimanga un punto di riferimento nel panorama agrario e enologico mondiale.

Muse, Museo delle Scienze di Trento

Il MUSE, Museo delle Scienze di Trento, è un moderno museo scientifico situato nel quartiere Le Albere, progettato dall’architetto Renzo Piano. Inaugurato nel 2013, il MUSE offre un’esperienza interattiva che esplora la natura, la scienza e la tecnologia. Le sue esposizioni spaziano dalla storia naturale delle Alpi alla biodiversità, passando per la sostenibilità ambientale e le innovazioni scientifiche. Con una vasta gamma di mostre temporanee e permanenti, laboratori educativi e attività per tutte le età è un punto di riferimento per la divulgazione scientifica in Italia.

Proprio qui che il Consorzio Tutela Vini del Trentino ha organizzato la presentazione del secondo Bilancio di Sostenibilità del Consorzio. Ad aprire il convegno è stato Albino Zenatti, Presidente del Consorzio, che ha ricordato che questa è la seconda edizione della presentazione e che la precedente si è tenuta nel 2021. Zenatti ha inoltre sottolineato l’importanza che riveste lo studio e l’applicazione della sostenibilità; l’applicazione di regole e la messa in pratica di azioni volte alla tutela del terreno e dell’equilibrio naturale può portare nel tempo a risultati significativi. Ricerca, innovazione e investimenti mirati a ridurre drasticamente i trattamenti fitosanitari con l’obiettivo di annullarli totalmente sono fondamentali. Il concetto è chiaro: la terra che coltiviamo oggi è la stessa che avranno i nostri figli e le generazioni future. Investire ora in sostenibilità significa garantire un futuro migliore per chi verrà dopo di noi.

Le certificazioni SQNPI, VIVA e EQUALITAS sono fondamentali per portare avanti progetti e studi volti alla realizzazione di pratiche sostenibili. Un elemento cruciale è la partecipazione delle aziende: il 97% delle aziende vinicole ha aderito al protocollo di intesa, un successo inimmaginabile prima d’ora. Temi come l’Agenda 2030, la Certificazione SQNPI – qualità sostenibile e l’importanza di saper comunicare la sostenibilità sono stati al centro del dibattito.

La presentazione del bilancio si è conclusa con un aperitivo e una cena a buffet offerti dal Consorzio nella sala al livello inferiore del museo, accompagnati dai vini del Trentino e dai cocktail con la Grappa del Trentino, il tutto circondati da dinosauri, animali preistorici e oggetti dell’età della pietra, creando una bellissima atmosfera conviviale.

Palazzo Roccabruna: un gioiello rinascimentale nel Cuore di Trento

Nel cuore del centro storico di Trento sorge Palazzo Roccabruna, dimora nobiliare risalente alla seconda metà del Cinquecento. Questo edificio, recentemente restaurato dalla Camera di Commercio di Trento, è tornato al suo antico splendore e ospita oggi l’Enoteca Provinciale del Trentino. Tale spazio non è solo un museo di vini, ma un vero e proprio centro per eventi enogastronomici e culturali, dedicato alla valorizzazione del territorio trentino, della sua ricca storia e dei suoi prodotti tipici.

Tra i vari eventi organizzati presso l’Enoteca, la conferenza tenuta da Alessandro Marzadro ha illustrato la storia della grappa, dalle sue origini fino ai giorni nostri. Marzadro ha spiegato come questo distillato, che un tempo poteva essere considerato più una medicina che una bevanda, sia divenuto la celebre grappa piacevole e raffinata. “La gradevolezza è la caratteristica principale di una buona grappa”, ha sottolineato Marzadro, sfatando il mito che sia solo un digestivo. “Non è assolutamente un digestivo, ma una bevanda da meditazione, studiata per offrire momenti di puro piacere grazie ai suoi aromi complessi.”

La grappa trentina è un distillato ottenuto dalle vinacce italiane, con una gradazione alcolica minima di 37º, e gode del marchio di Indicazione Geografica Protetta (IGP). Questo la distingue dall’Acquavite, un termine generico che può riferirsi a distillati ottenuti da qualsiasi materia prima idonea.

Interessante anche l’origine della grappa, nata con un intento di recupero: la distillazione delle vinacce consente di valorizzare gli scarti della vendemmia, un processo sostenibile che non consuma ulteriore suolo agricolo. Tuttavia, è importante ricordare che, pur essendo un prodotto di qualità, la grappa non è un bene di prima necessità e l’abuso può essere nocivo per la salute.

Palazzo Roccabruna, con la sua storia secolare e il suo rinnovato ruolo di centro culturale, si conferma così un punto di riferimento per gli amanti del buon vino e delle tradizioni trentine. Gli eventi organizzati al suo interno rappresentano un’occasione imperdibile per scoprire e apprezzare i tesori enogastronomici del Trentino, in un ambiente che celebra il passato ma guarda con entusiasmo al futuro.

Dopo aver parlato della storia dei vini e delle grappe del Trentino, l’evento è proseguito con un tasting dedicato, offrendo ai presenti un viaggio sensoriale attraverso le diverse varietà prodotte nella regione.

La degustazione comprendeva:

  • Vini Bianchi: Nosiola (1-4), Chardonnay (5-19), Pinot Grigio (20-24), Kerner (25-27), Manzoni Bianco (28-32), Solaris (33), Müller Thurgau (34-46), Riesling (47-48), Sauvignon (49-54), Gewürztraminer (55-62).
  • Vini Rosati: Tagli Bianchi (63-68), Rosati (69-72).
  • Vini Rossi: Pinot Nero (73-89), Marzemino (90-98), Rebo e Sennen (99-101), Lagrein (102-114).
  • Grappa del Trentino.

Pranzo al Ristorante Borgo Nuovo: Un’Esplosione di Sapori Sardi nel Cuore di Trento

Nel vivace centro di Trento, tra strade storiche e moderni negozi, si trova un angolo di Sardegna: il Ristorante Borgo Nuovo. Un locale, rinomato per la sua cucina di pesce che offre un’esperienza culinaria unendo la tradizione sarda alla freschezza del mare, proponendo sia piatti crudi che cotti di altissima qualità. La chiave del loro successo risiede nell’utilizzo di materie prime sempre fresche, che garantiscono sapori autentici e piatti impeccabili.

L’ambiente del Ristorante Borgo Nuovo è caldo e accogliente, arredato con gusto e attenzione ai dettagli. Ogni elemento del design interno contribuisce a creare un’atmosfera rilassante e raffinata, ideale per godersi un pasto in tranquillità. Gli ospiti vengono accolti con un sorriso sincero, che riflette l’ospitalità sarda e la passione per la cucina.

Il menù del Borgo Nuovo inizia con antipasti di mare, dove i crudi di pesce, come tartare e carpacci, si distinguono per freschezza e la delicatezza dei sapori. A seguire, una selezione di primi piatti che celebra la tradizione sarda, con specialità come i malloreddus e la fregola, arricchiti da salse a base di pesce fresco e ingredienti di stagione.

Credits e ringraziamenti finali: Valentina Voltolini (Consorzio Vini del Trentino), Stefano Rizzi (Consorzio Vini del Trentino), Alessandro Maurilli (Istituto Tutela Grappa del Trentino) Lavinia Furlani (Wine Meridian), Dora Tavernaro (Strada dei Formaggi delle Dolomiti).

“Odio l’Estate”: le cene sul belvedere di Tenuta degli Eremi ad Acciaroli con il Truck Street Food di CiVà Cibo Vagabondo

Se siete nel Cilento alla ricerca di un luogo incantato dal panorama mozzafiato, immersi nella natura per sfuggire alla calura estiva, potrete godere di una serata all’insegna della qualità, della socialità e del divertimento. Lo scorso venerdì 5 luglio, nella suggestiva cornice della Tenuta degli Eremi ad Acciaroli (SA), si è dato il via alla stagione estiva 2024 delle serate a tema “Odio l’estate”, organizzate in collaborazione con il premiato CiVà Cibo Vagabondo ed il suo Truck Street Food.

La Tenuta degli Eremi posta nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, tra collina e mare, con il suo fascino rustico e paesaggi emozionanti, fornisce il contesto perfetto per le serate estive: ampi gli spazi verdi, illuminati da luci soffuse e decorati con eleganza, gli angoli e varie sedute comode e distensive dalla musica selezionata in sottofondo, creano un’atmosfera intima e rilassata, lontana dal frastuono delle città. Il tema “Odio l’estate” è sapientemente interpretato attraverso dettagli decorativi che evocavano un’estate alternativa, più fresca e contemplativa.

Il punto di forza è senza dubbio la sinergia tra i 3 ideatori di questi eventi: Giulia Leone, proprietaria della Tenuta degli Eremi, 24 ettari biologici di ulivi, piante di aloe e macchia mediterranea; Pietro D’Elia, giovane teggianese che nella sua azienda agricola “I segreti di Diano” ha recuperato nel 2017 il peperone Sciuscillone (P.A.T.); Tony Granieri, talentuoso chef con l’obbiettivo di portare a tavola preparazioni semplici, ma di spessore, capaci di leggere il territorio con uno sguardo a 360 gradi, senza disdegnare qualche intrigante contaminazione.

Giulia ha avuto l’intuizione di proporre un’offerta gastronomica curata dal CiVà Truck Street Food creando un sodalizio con Pietro e Tony. I menù proposti sono un viaggio attraverso i sapori del Cilento e del Vallo di Diano. Ogni piatto è preparato a vista con ingredienti freschi e selezionati. I sapori sono ben bilanciati, con combinazioni creative che rendono ogni morso un’esperienza unica. Il servizio è un altro punto di forza di CiVà Cibo Vagabondo: il personale è sempre sorridente, accogliente e pronto a soddisfare le esigenze dei clienti.

I piatti proposti dallo chef Granieri variano in ogni evento. Durante l’inaugurazione il menù è stato un vero trionfo di sapori perfettamente abbinato ai vini naturali della cantina Casebianche, in linea con la filosofia artigianale degli autori. L’entrée a sorpresa, una focaccia con topping gourmet a base di lardo di colonnata e fiori di zucca, ha lasciato presagire il succulento e delizioso prosieguo anche per l’ottimo abbinamento con l’agrumato e vibrante spumante “La Matta” di Casebianche, meto ancestrale ottenuto da Uve Fiano.

La tartare di manzo con salsa di cozze alla brace e tartufo estivo, ha sorpreso le papille gustative esaltate anche dallo splendido accostamento con il lucente e intenso rosato frizzante  “Il Fric” di Casebianche (uve Aglianico elaborate secondo il metodo ancestrale) che all’olfatto esprime delicati profumi di ribes, melograno e lamponi con dettagli di viola.

A seguire tortelli con gambero e caciocavallo podolico, crema di talli e fiori di zucca, accostati ad un profumatissimo Fiano Cumalè di agile e appassionante beva con un complesso profilo aromatico (sottofondo agrumato, accenni di arbusti marini ed erbe officinali), supportato da buona spalla acida coerente chiusura sapida. Il secondo piatto proposto è stato un delizioso tonno alletterato, con salsa mugnaia e fagiolini; piatto in perfetta armonia con il calice di Iscadoro, blend di Fiano, Trebbiano, Malvasia con sentori di agrumi e frutta matura e note di macchia mediterranea, morbido al palato e lungo nel finale.

La chiusura fresca e delicata è stata offerta da un dessert a base di yogurt al cioccolato bianco e fragola. L’ambientazione della Tenuta degli Eremi, con i suoi spazi all’aperto immersi nella natura, ha creato un’atmosfera piacevole e informale, permettendo agli ospiti di rilassarsi e socializzare in un contesto diverso dal solito, reso informale dall’allestimento di una lunga tavolata comune.

Da destra: Elisabetta Iuorio e Pasquale Mitrano (Cantina Casebianche), Tony Granieri, Giulia Leone, Pietro D’Elia, Silvia De Vita

L’organizzazione impeccabile, la qualità delle proposte enogastronomiche e l’atmosfera magica della location hanno reso la serata un appuntamento imperdibile per gli amanti del buon cibo e del buon vino.

Un evento che riesce a reinterpretare l’estate in modo originale, offrendo un’esperienza unica e indimenticabile.

La città di Galluccio (CE) e i vini del territorio premiati con sette medaglie d’oro a Roma, in Campidoglio, al ventiduesimo Concorso Enologico Internazionale Città del Vino- Wine City Challenge 2024

Alla cerimonia hanno preso parte il Sindaco Franco Lepore e i rappresentanti delle aziende vitivinicole.

La città di Galluccio (CE) con due aziende del territorio ha ritirato, alla cerimonia di premiazione in Campidoglio, ben sette medaglie d’oro per il Concorso Enologico Internazionale Città del Vino- Wine City Challenge 2024 indetto dalla Associazione Nazionale Città del Vino presieduta da Angelo Radica.

«Sono tre i vini premiati con doppia medaglia d’oro e uno con medaglia d’oro a testimonianza di un territorio che si impegna sempre più in qualità e ricerca» ha detto Franco Lepore Sindaco di Galluccio che l’Associazione Nazionale Città del Vino ha premiato contestualmente alle aziende. Tre le categorie che hanno visto insigniti di medaglia d’oro i vini di Cantine Telaro e Vini Porto di Mola.

Per la classifica generale: Aramundi, Galluccio DOC Riserva, (Aglianico 100%) e Tefrite – IGT Roccamonfina (Falanghina brut) di Cantine TelaroCategoria Premio Speciale Vini Vulcanici: Nevière, IGT Roccamonfina Bianco (da uve Pallagrello bianco, Fiano e Greco leggermente appassite), Tefrite – IGT Roccamonfina (Falanghina brut), Aramundi, Galluccio Riserva DOC, (Aglianico 100%) di Cantine Telaro. Inoltre per la stessa categoria Galluccio Riserva DOP Riserva (Aglianico 100%) di Vini Porto di Mola. Per la categoria Forum degli Spumanti: Tefrite – IGT Roccamonfina (Falanghina brut) di Cantine Telaro. 

«È un vanto e un onore che la città di Galluccio sia premiata al Concorso Enologico indetto dalla Associazione Città del Vino di cui, tra l’altro, come comune facciamo parte». Ha aggiunto il Sindaco di Galluccio che ha continuato così «Riconosco le capacità degli operatori del nostro comparto vitivinicolo che tende sempre più all’eccellenza e oggi i fatti ce l’hanno dimostrato. Negli ultimi anni la quantità di ettari vitati nel nostro comune è cresciuta sensibilmente grazie all’impegno di tanti viticoltori che hanno scelto di investire a casa propria contribuendo sia a dare slancio economico alla comunità sia contribuendo a tutelare l’ambiente e il paesaggio preservando così i nostri terreni particolarmente vocati alla viticoltura».

In sala Giulio Cesare di Palazzo Senatorio in Campidoglio si sono susseguiti diversi interventi, ha aperto ufficialmente la cerimonia il Ministro dell’agricoltura,  della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida, hanno proseguito Sabrina Alfonsi Assessore all’agricoltura, ambiente e ciclo dei rifiuti del Comune di Roma Capitale ; 𝗚𝗶𝗮𝗻𝗰𝗮𝗿𝗹𝗼 𝗥𝗶𝗴𝗵𝗶𝗻𝗶 Assessore Regionale agricoltura Regione Lazio; 𝗟𝗼𝗿𝗲𝗱𝗮𝗻𝗮 𝗗𝗲𝘃𝗶𝗲𝘁𝘁𝗶 Vicepresidente Associazione Città del Bio, sindaco di Cirié; 𝗔𝗻𝗱𝗿𝗲𝗮 𝗠𝗲𝘂𝗰𝗰𝗶 di Eftilia; 𝗘𝗹𝗲𝗻𝗮 𝗗’𝗔𝗾𝘂𝗮𝗻𝗻𝗼 Presidente della Fondazione Enoteca Italiana Siena; 𝗔𝗹𝗯𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗕𝗲𝗿𝘁𝘂𝗰𝗰𝗶 Vice Presidente nazionale e coordinatore regionale delle Città del Vino del Lazio. È seguito l’intervento di Angelo Radica Presidente dell’Associazione Nazionale Città del Vino.

Si conclude così la ventiduesima edizione del Concorso Enologico che ha visto la partecipazione di oltre 𝟭𝟯𝟬𝟬 𝘃𝗶𝗻𝗶 giunti, di cui l’80% italiani ed il 20% da 11 Paesi di tutto il mondo, e 𝟭𝟭𝟯 𝗴𝗿𝗮𝗽𝗽𝗲 in gara per il V Grappa Award. In totale sono state assegnate 𝟰𝟴 𝗚𝗿𝗮𝗻 𝗺𝗲𝗱𝗮𝗴𝗹𝗶𝗲 𝗱’𝗼𝗿𝗼 (38 all’Italia e 10 vini stranieri), 𝟯𝟭𝟴 𝗺𝗲𝗱𝗮𝗴𝗹𝗶𝗲 𝗱’𝗼𝗿𝗼 (Italia 269 e Paesi esteri 49) e sono stati coinvolti 80 commissari di valutazione provenienti da ogni angolo del mondo. Il Concorso Enologico è organizzato dall’Associazione Nazionale Città del Vino fin dalla sua prima edizione nel 2001, autorizzato dal Masaf ( Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste) e con il supporto scientifico dell’OIV (Organizzazione Internazionale della Vite e del Vino).

Sito web comune di Galluccio (CE): www.comune.galluccio.ce.it

Venetsanos Winery: la più antica cantina dell’isola greca di Santorini

Salendo i tornanti inscritti nelle pareti verticali della caldera, dal porto dell’isola di Santorini, Athinios si arriva alla fine della strada a un bivio . A sinistra le indicazioni per il capoluogo Thira mentre subito a destra, si trova la sede della cantina Venetsanos.

E’ una calda giornata di giugno, sono le 11 e inizia la mia visita: avevo avuto modo di assaggiare i vini durante l’evento Greek Wine Day organizzato a Firenze da Haris Papandreou e avevo avuto la fortuna e l’opportunità di incontrare Petros Vamvakousis.

Questa realtà vitivinicola è nata  grazie al genio del signor  Giorgio Venetsanos, che aveva competenze anche in architettura e fu costruita su quattro livelli, di cui tre interrati e solo uno a livello della strada, per facilitare le operazioni enologiche, mantenere una temperatura costante ed evitare l’utilizzo di fonti di energia. Tutto questo avveniva nel 1947. Fu il primo chimico ed enologo della Grecia; egli scrisse inoltre diversi libri, tra i quali uno dedicato alla descrizione della vinificazione tradizionale a Santorini. Egli  morì a oltre 90 anni nel 2004 senza eredi; nel 2014 i nipoti ripresero in mano le redini dell’azienda, esempio virtuoso di integrazione tra natura e uomo nella produzione del vino.

Nei piani sottostanti della cantina si possono ammirare le vasche che servivano per la fermentazione e macerazione, realizzate con un materiale chiamato Aspa ( cenere vulcanica e pomice), tutte con una forma ovale e provviste di scale, per consentire l’accesso tra una vendemmia e l’altra, per la necessaria pulizia.

Il quarto livello è posto a circa 17 metri sotto il primo scavato nelle roccia. In queste stanze avveniva la decantazione statica prima di imbottigliare il vino; esso veniva spesso avviato, sempre sfruttando la forza di  gravità, attraverso un lungo tubo che correva giù dalla parete della caldera stessa, alla stazione di riempimento situata nel porto. Lì attendevano le navi ,soprattutto russe, per far ritorno in patria con il prezioso carico. Utilizzando questo ingegnoso sistema il vino diveniva limpido e bevibile.

La cantina produce circa 14 etichette, tra cui due vini dolci naturali e due vini rossi da Mavrotragano e Mandilaria. Sono tre le denominazioni che possono essere usate per imbottigliare i vini dell’isola: PDO Santorini,  PDO Nykteri (solo per il pregiato vino che viene pressato di notte) e PGI Cyclades.

PDO Santorini Assyrtiko 2022: nel calice un luminoso giallo limone, note di buccia di agrumi, mela smith al naso e una vibrante acidità che caratterizza il sorso che termina con note saline. Racconta con precisione il terroir di questo luogo fantastico.

PDO Nykteri 2022 Ottenuto da uve locali a bacca bianca quali Assyrtiko, Aidani e Athiri, deve il suo nome alla modalità notturna (Nykta significa notte in greco) di raccolta e di pressatura, per assicurare un ambiente più fresco. Viene imbottigliato dopo 4 mesi di affinamento in botti di rovere francese. Giallo paglierino di media intensità, apre su note che ricordano le erbe aromatiche, la vaniglia, il bourbon, poi nocciola e miele. Avvolgente al palato, mantiene un dinamismo grazie alla componente sapida che caratterizza il finale.

PGI Cyclades Anagallis 2022 è il vino rosè ottenuto da Mandilaria (varietà a bacca rossa) insieme a Aidani e Assyrtiko (varietà a bacca bianca). Un vino pericoloso, perché la sua bevibilità  porta a finire velocemente la bottiglia, soprattutto se si è  in compagnia! Colore rosa ciliegia; il profilo olfattivo rimando a note succose di melograno, marasca accompagnato da un delicato e preciso sentore di rosa.

PGI Cyclades Mandilaria 2020 è un rosso molto piacevole. Il vitigno regala vini con spiccata acidità e colpisce per i profumi di rosa, fragola, mora , ibisco, ciliegia, peonia. Vellutato in bocca con un guizzo del tannino che rende il sorso agile e piacevole. Lunga scia finale balsamica.

PDO Santorini Vinsanto è il vino dolce naturale ottenuto da grappoli di Assyrtiko, Aidani e Athiri , che hanno subito un processo di disidratazione al  sole per circa 10 giorni. Dopo una lenta fermentazione, il vino affina in botti di rovere francese. Colore ambrato intenso e compatto; il calice sprigiona note di caramello, carruba, dattero, miele di castagno, cannella, marmellata di fichi. In bocca mantiene una bella tensione data dall’acidità e termina con una elegante sensazione di dolcezza. Una visita che è stata condotta con molta professionalità e gentilezza dallo staff della cantina Venetsanos, che ringrazio per l’accoglienza e per avermi fatto scoprire la realtà vitivinicola più antica di Santorini.

Il Luminist Cafè Bistrot di Giuseppe Iannotti trionfa nella classifica dei Visionary Places redatta da Gambero Rosso e Artribune

Arte, ospitalità, cultura del buon cibo e della bellezza. Appartenere alla classifica stilata dal Gambero Rosso e Artribune per i “Visionary Places”, i ristoranti visionari che sanno unire aspetti gourmet e architettonici, per la goduria dei sensi di chi li visita, rappresenta un punto d’onore nel vasto panorama enogastronomico italiano.

La “fuffa”, per utilizzare un neologismo ampiamente abusato, del tutto fumo e poco arrosto ha ormai le ore contate. Abbiamo vissuto momenti indelebili nella ricerca spasmodica di ciò che sembrava mai raccontato. Imitazioni, per non dire copie con carta carbone, di realtà che poco hanno a che fare col savoir-fare italiano, fatto di affabilità e complicità con il cliente anche quello più esigente.

Non basta definirsi critici enogastronomici provetti, così come non va tutto buttato nel pattume, anzi. Lo stimolo per qualcosa di diverso, che coinvolgesse per tecnica e capacità realizzativa, ha portato la nostra idea di cucina verso spazi inesplorati. Il ricontatto con la realtà, mantenendo i piedi ben saldi a terra, conduce invece ad una necessaria contrazione dei mezzi impiegati verso un ulteriore gradino del concept gourmet da Stella Michelin.

Oggigiorno ci si scosta dall’ipotesi intonsa e candida delle visioni minimaliste del passato. Stili e colori spesso identici (il bianco che più bianco non si può), perché a parlare fossero solo nuvole, sifoni, gelificazioni e composizioni molecolari, “arie” dei titolari incluse. Ristoranti in profonda crisi economica e propositiva, che richiedeva per forza un passo di lato confortante.

Ritorniamo allora al concetto di bello, come voluto fortemente dal Gambero Rosso che di Guide ne capisce da sempre. Un vero e proprio comitato scientifico, con rappresentanti del mondo della gastronomia, dell’arte e della cultura per valutare i migliori Visionary Places, capaci di distinguersi senza seguire le mode, interpretando il concetto di benessere sia per i commensali che per il personale ponendo attenzione a tutti gli elementi accessori alla cucina, che contribuiscono a rendere l’esperienza del cliente completa.

Accanto a Gambero Rosso e Artribune, il direttore creativo del Gruppo Tenute Capaldo – Feudi di San Gregorio, Ella Capaldo, l’artista e appassionato “conoscitore” enogastronomico Gabriele De Santis, l’AD di MondoMostre Simone Todorow, ed Emilia Petruccelli, co-fondatrice di Galleria Mia a Roma e fondatrice di EDIT Napoli.

Un progetto voluto con passione sin dagli albori dal Presidente di Gambero Rosso e Artribune Paolo Cuccia, dal Consiglio d’Amministrazione al completo e dal neo Direttore Responsabile Lorenzo Ruggeri, al primo banco di prova importante dopo la sua nomina al posto del dimissionario Marco Mensurati, approdato ad altri incarichi di prestigio al Poligrafico e Zecca di Stato.

Vince su tutti il Luminist Cafè Bistrot di chef Giuseppe Iannotti, già proprietario del Kresios a Telese. Nella cornice esclusiva delle Gallerie d’Italia Napolimuseo di Intesa Sanpaolo si è tenuta la presentazione della prima edizione del progetto con la premiazione dei 10 locali italiani tra i 30 che erano stati selezionati ed ha avuto la meglio proprio il ristorante posto al roof top del polo museale, inserito in un contesto di rara bellezza tra tele di Velàzquez e artisti conteporanei. Secondi e terzi sul podio rispettivamente il SanBrite di Cortina d’Ampezzo e IO Luigi Taglienti di Piacenza.

I vini dell’azienda Pasetti: storie d’amore e di famiglia nel cuore dell’Abruzzo

Giungere a Pescosansonesco, in una giornata di caldo torrido e cielo opaco di sabbia, è come arrivare alla Fortezza Bastiani così ben tratteggiata nel Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. In questa cittadella metafisica, arroccata su uno sperone di roccia all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo e dei Monti della Laga, la famiglia Pasetti ha stabilito il cuore di una lunghissima attività vitivinicola, iniziata a Francavilla al Mare ai tempi in cui la fillossera flagellava l’Europa.

Un press tour di due giorni, ideato per celebrare il ritorno dopo 13 anni del Cerasuolo d’Abruzzo tra le etichette di casa Pasetti, è diventato l’occasione per aprire le porte della Tenuta Testarossa alla stampa e raccontare una storia di successo che non arretra davanti alle sfide e alle opportunità del futuro. A raccontarci la storia di famiglia attraverso aneddoti, immagini, degustazioni e luoghi, è stato Domenico “Mimmo” Pasetti insieme alla moglie Laura, compagna da oltre cinquant’anni, e ai figli Francesca Rachele, responsabile amministrativa, Massimo, responsabile commerciale estero e Davide, enologo.

Un viaggio che ripercorre i momenti salienti, a partire dalla cesura di Mimmo con l’attività del nonno e del padre – la vinificazione di uve conferite-  fino agli attuali  progetti che spingono i Pasetti a investire ancora nel proprio territorio per “produrre un vino diverso”. Domenico sin da subito ha in mente una sua personale idea di vino, tanto che alla nascita della primogenita Francesca Rachele nel 1983, decide di imbottigliare il miglior Montepulciano prodotto, creando l’etichetta Testarossa per omaggiare la chioma rossa della figlia, eredità della bisnonna Rachele.

Forte poi della sua esperienza di ricerca delle uve provenienti dalle migliori vigne, dedica insieme a Laura tempo nella ricerca di nuove terre, finché acquista, nel 1998, la proprietà di Pescosansonesco, un terreno di montagna ben lontano in termini di caratteristiche pedoclimatiche, dalla costa di Francavilla. La scintilla scocca grazie al vino prodotto da una vigna a tendone, la stessa da cui, ancora oggi, si produce Hariman, Montepulciano d’Abruzzo Doc, oggetto della verticale a chiusura della due giorni. Con questo nucleo originario, Domenico e Laura acquistano, a cancello chiuso, anche il rudere che vi insiste e che diventerà la Tenuta Testarossa: solo in seguito scopriranno essere stata l’abitazione del Barone Trojani, finanziatore di Corradino D’Ascanio e del primo prototipo di elicottero. Forse non è un caso che due personaggi così visionari abbiano incrociato il destino di Domenico e Laura, antesignani in molte scelte che oggi definiamo strategiche e necessarie. Quella, ad esempio,  di investire in territori montani, in un momento in cui lo spettro del cambiamento climatico non imponeva ancora in maniera pressante determinate valutazioni.

Come nelle migliori storie di famiglia, l’iniziativa di staccarsi dall’attività originaria determina un conflitto tra Domenico e suo padre, anche se il tempo gli darà ragione. Negli anni a seguire infatti Domenico e Laura andranno via via acquisendo altri terreni in zone montane, allo scopo di impiantare vigneti. Cruciale la scelta di rimanere sempre all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo e dei Monti della Laga che, se da un lato ha permesso ai vini Pasetti di fregiarsi del logo ufficiale dell’Ente, dall’altro ha da sempre imposto rigidi controlli sui trattamenti delle vigne, tali da rendere la produzione della cantina comparabile al biologico, pur non avendo una certificazione ufficiale. Attualmente la cantina Pasetti conta su 270 ettari, di cui oltre 70 vitati, a cavallo tra le province di Pescara e L’Aquila.

La vigna di Capodacqua, ad esempio, si estende lungo un declivio diradante verso l’omonimo lago, nel comune di Capestrano. L’esposizione a ovest garantisce, grazie al riverbero del sole sulla superficie del lago, una qualità e quantità di luminosità diffusa maggiori. Da qui derivano le uve di Rachele e del Rosato Testarossa.

Il cosiddetto “Deserto” invece, sempre nel comune di Capestrano, è una curiosa sperimentazione…geologica: qui Mimmo ha voluto creare un blend di terreni, per cui a quello originario di brecce e ciottoli biancastri, ha aggiunto uno strato di trenta centimetri di terreno argilloso proveniente da Castiglione a Casauria, compattato con sostanza organica autoprodotta. Il risultato è una vigna di montepulciano in perfetta vigoria e  disponibilità di acqua, nonostante la posizione e l’insolazione giornaliera, da cui si ricava il Cerasuolo.

Sollevando poi lo sguardo, possiamo intravedere Forca di Penne, il terreno di più recente  acquisizione, che raggiungiamo come ultima tappa del tour delle vigne. Situato a 1000 metri s.l.m., su un crinale che guarda a est il mare Adriatico e a ovest Ofena, il deserto d’Abruzzo, è un altopiano ventoso, monitorato da stazioni metereologiche, dove sono visibili le barbatelle ancora ricoperte di cera lacca verde: chardonnay e pinot nero, che daranno vita alla personale interpretazione di metodo classico della Famiglia Pasetti.

LA DEGUSTAZIONE DEL  21 GIUGNO

Con una produzione annua media di 700.000 bottiglie, la Cantina Pasetti abbraccia le denominazioni principali delle province di Pescara e L’Aquila. “Ogni vino nasce da un legame d’amore”, ci racconta Laura e il riferimento va a nomi e storie di famiglia evocati in alcune etichette; Davide conduce la degustazione orizzontale, dedicata alle annate correnti. Iniziamo con Testarossa Passerina- Terre Aquilane IGP 2023, fresca e tagliente anche per il leggero residuo di CO2 di fermentazione, vino snello da accompagnare ai crudi di pesce; proseguiamo con Rachele – Terre Aquilane IGP 2023, blend di Chardonnay e Trebbiano, adatto ad aperitivi e stuzzicheria per l’immediatezza di beva e la buona aromaticità, conferita soprattutto dallo Chardonnay; Collecivetta – Abruzzo Pecorino Superiore DOP 2023, si presenta con una doppia anima determinata dal blend di Pecorino di due diverse parcelle in Pescosansonesco e Capestrano: saporito, di corpo complesso e avvolgente grazie all’affinamento sulle fecce fini, mantiene comunque la caratteristica freschezza del Pecorino.

Testarossa Trebbiano D’Abruzzo Riserva DOP 2022 fermenta prevalentemente in acciaio, solo il 10% della massa in barrique, e grazie al lungo affinamento in bottiglia prima dell’uscita, riesce a esprimere complessità aromatica con tratti di pietra focaia, risultando nel sorso profondo e verticale; Testarossa Rosato – Terre Aquilane IGP 2023, da Montepulciano in purezza vinificato in bianco, è versatile e dinamico, ancora una volta per un residuo CO2 di fermentazione che esalta i sentori di piccoli frutti rossi e pompelmo rosa; Diecicoppe Rosso Colline Pescaresi IGP 2023 strizza l’occhio ai vitigni internazionali nel suo blend di Cabernet Sauvignon e Montepulciano d’Abruzzo ed è pensato per essere immediato, di pronta beva, un vino da aperitivo, piacevole anche a una temperatura fresca di 14 gradi.

Madonnella Montepulciano d’Abruzzo Dop 2020, come già Collecivetta, è un blend di Montepulciano proveniente da diverse parcelle per ottenere un vino equilibrato, fermentato in acciaio e affinato in botte grande è agile ma con un buon grado di morbidezza. Testarossa Montepulciano d’Abruzzo Riserva 2019 è il vino firma della cantina Pasetti, la prima etichetta creata, selezione dei migliori vigneti e delle migliori uve, come concepita da Mimmo quarantuno anni fa, è un vino complesso e strutturato, peculiare nelle note speziate e balsamiche. Chiudiamo la degustazione con Gesmino Abruzzo Passito Bianco DOP, da moscatello di Castiglione in purezza: piacevolmente equilibrato nei sentori di arancia, albicocca candita e pain d’epice, è il connubio ideale dei Torcinelli abruzzesi, golose frittelle di pasta di patate cresciuta e uvetta, avvolte da una nuvola di zucchero.

IL CERASUOLO D’ABRUZZO

Il Terre Aquilane Cerasuolo d’Abruzzo Superiore doc 2023, viene presentato in un evento a sé stante, un pic-nic sul fiume Tirino, occasione che ne esalta origine e caratteristiche. Vino della tradizione quotidiana abruzzese, ha un seducente color…cerasuolo, ottenuto mediante la macerazione delle uve solo su parte delle bucce, che servono anche a conferire struttura. Il naso esplosivo nei sentori di frutta rossa e rose, la beva snella e di sferzante freschezza lo rendono il compagno perfetto degli anellini alla pecorara e dei tipici arrosticini abruzzesi gustati in riva al fiume più pulito d’Europa.

PASETTI

Via San Paolo, 21

66023 Francavilla al Mare (CH)

Casa del Nonno 13: rispolverare i fasti di un tempo si fa anche con serate di prestigio e gli Champagne della Maison Palmer & Co

Ci volle molto lavoro per creare un’immagine consolidata, tale da ottenere la meritata Stella Michelin sotto l’egida del compianto chef-architetto Raffaele Vitale. Ce n’è voluto anche meno per distruggere quanto di buono realizzato, ormai un pallido ricordo di una cultura gastronomica soppiantata da sofismi e virtuosismi a tratti inutili.

Recuperare terreno per la nuova gestione di Casa del Nonno 13 è stato un percorso sicuramente difficile, a cominciare dal restauro della maison-ristorante, tanto chic quanto complicata per manutenzione delle antiche stanze interne e dei magnifici giardini esterni appartenenti alla famiglia Angrisani. La nuova proprietà, rappresentata da Francesco Palumbo già titolare del Crub a Cava dei Tirreni, non ha lesinato risorse economiche ed umane alla ricerca dei fasti d’un tempo. La scelta dello chef Gioacchino Attianese a capo della folta brigata di cucina e di Alessandro Pecoraro a dirigere la sala, esperto del settore food and beverage, sta dando i suoi frutti aiutando i consumatori che conoscevano le altalenanti fortune del locale a recuperare quota di fiducia per il presente e il futuro.

I menu articolati di Attianese e la selezione in crescendo dei vini proposti da Pecoraro rassicurano sul prosieguo del percorso intrapreso; tuttavia in questa fase (e speriamo anche dopo), l’organizzazione di eventi a tema con degustazioni di prestigio rafforzano ulteriormente quel legame perduto con la tradizione e con i clienti. Presente, stavolta, un’altra importante “Maison” a Casa del Nonno 13, da un territorio che non ha bisogno di presentazioni: quello degli Champagne di Palmer & Co dai vigneti nelle propaggini di Reims.

Séléna Cortot, export manager dell’azienda, e Gianluca Martinelli il distributore per la provincia di Salerno, hanno condiviso una buona gamma dei prodotti che comprendeva il Brut Réserve, il Blanc de Noir, il Rosé da metodo Solera e l’Extra Réserve Grand Terroir. Gli stuzzicanti appetizer serviti in giardino comprendevano una pizzetta alla marinara cotta al vapore e forno, un tacos di genovese di tonno, la scapece di zucchine e pan brioche e la parmigiana in una polpetta, quest’ultima davvero sorprendente.

Alessandro Pecoraro all’atto dell’apertura dello Champagne Brut Réserve di Palmer & Co

Il Brut Réserve è stato un valido compagno mai invadente, gustoso anche per un semplice sorso d’estate, ricordando quanto detto dall’armatore Aristotele Onassis che avrebbe bevuto Champagne in ogni ora della giornata se il medico non glielo avesse impedito. Molti sostengono che le bollicine non siano affatto semplici da apprezzare, ma richiedano un palato predisposto e preparato. Io sono tra coloro che all’arte nobile del rifermentato sur lies preferisce i vini fermi senza anidride carbonica, ritenuti meno aggressivi.

Alessandro Pecoraro, interrogato sulla questione offre la sua personale interpretazione: “il problema risiede, oltre naturalmente nella qualità del prodotto, anche nella temperatura di servizio. Un eccesso di freddo penalizza nella forma e nella sostanza l’assaggio di uno Champagne, anche se questo significa andare contro la moda del momento. Alcuni estimatori, infatti, preferiscono apprezzare la bollicina a qualche grado di temperatura in più”.

Insomma, la frase di Sean Connery – alias James Bond nel film 007 Missione Goldfinger – che paragona un Dom Perignon del ’53 servito oltre i 4 °C peggio solo del frastuono provocato dalle canzoni dei Beatles, può esser valida soltanto in certi romanzi d’avventura (con buona pace per i “4 di Liverpool” che hanno scritto pagine indelebili nella storia della musica).

Al gambero rosso in pasta kataifi e agrodolce di peperone ed alla renfetella di polpo allo spiedo, friggitelli, lime e patate è stato invece abbinato il Blanc de Noir di Palmer & Co, blend in parti uguali di Pinot Noir e Pinot Meunier, forse la miglior etichetta della serata, con le tipiche note di bosco unite a frutti gustosi tra il tropicale ed il selvatico.

Seduti al tavolo nella quiete della coorte interna, la cena è proseguita con riso acquerello, scampi, rosmarino e limone accompagnato del Rosé Solera nettamente rivalutato rispetto ad alcuni anni fa, meno pomposo e più scattante dalla struttura tipica di un Rosé de Saignée a contatto con le bucce.

Chiusura sulla delicata cernia, l’orto e il suo guazzetto e su un dessert strepitoso a base di mousse di latte di bufala, fichi quasi caramellati, champagne e nocciole, con un brindisi finale a base della Grand Terroir millesimo 2015, vino da meditazione oltreché gastronomico.

Chef Attianese sa eseguire le proprie ricette con mano elegante, rispetto per le tradizioni e le materie prime, come un buon direttore fa con le diverse anime di un’orchestra lirica. Nessuna nota stonata, solo tanta voglia di farsi apprezzare per costanza e giuste contaminazioni di sapori.

Casa del Nonno 13

Corso Francesco Caracciolo 13

84085 Sant’Eustachio (SA)

SOLOPACA: una nuova era si prospetta grazie a delle Uve Rare

Qualcosa di nuovo è accaduto nel territorio vitivinicolo che va dal Taburno Camposauro alla costa tirrenica, altrimenti chiamato Sannio. Una inaspettata ricchezza ampelografica è emersa grazie a ricerche approfondite iniziate al termine del 2019.
Un quinquennio di studi scientifici di un gruppo di ricercatori professionisti per individuare e riuscire a iscrivere nel Registro Nazionale delle varietà di vite ben 11 (ma a breve diventeranno 12) nuovi vitigni, denominati “Uve Rare” per il vino di Solopaca.

Per la precisione si tratta di:

Agostina, Cocozza, Ingannapastore, Urmo, per i vitigni a bacca bianca; Arulo (altresì Vernaccia di Arulo) come sinonimia col Grero o Grero Nero di Todi, Castagnara, Reginella, Sabato, Suppezza, Tennecchia (altresì Tentiglia), Tesola nera (altresì Vernaccia di Vigna), per i vitigni a bacca nera. A questi si aggiungerà a breve la Ghiandara Bianca (altresì Aglianico Bianco).

Il “Progetto Solopaca”, modello da imitare per chi crede che l’unico passaggio possibile di un giusto rapporto dell’uomo con la natura sia quello del recupero delle tradizioni e della cura del paesaggio (come sostiene l’archeologo Massimo Botto, dirigente della ricerca CNR – ISPC) è frutto e merito dell’incontro e scambio di conoscenze fra chi del territorio ne aveva una profonda conoscenza, come Clemente Colella capofila dell’Associazione Vignaioli di Solopaca, i ricercatori del CNR, quelli del CREA, nonché i funzionari della Regione Campania e della delegazione AIS di Grosseto, che ha testato in più occasioni e fornito vari suggerimenti sui vini prodotti esclusivamente con Uve Rare.

Il frutto di questo lavoro è stata la pubblicazione di un volume di ben 430 pagine (e se allo scrivente è consentito, in qualità di bibliofilo annoso, un libro curato e ben fatto), un’opera open access e open science quindi scaricabile, dal titolo SOLOPACA Viticoltura di terroir e “Uve Rare” dal Taburno Camposauro alla costa tirrenica a cura del prof. Stefano Del Lungo, edito da Dibuono Edizioni di Villa D’Agri (Pz), presentato lo scorso 4 luglio, una data che quasi sancisce una volontà rivoluzionaria e per creare un neologismo “emersiva”, nella Sala Cavour del Ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste.

Sono state tre ore di esplicazione di puro interesse per i cultori del vino e non solo, durante le quali, coordinati da Fosca Tortorelli, e dopo una introduzione della direttrice ad interim del CNR ISPC Costanza Miliani, sono intervenuti Clemente Colella per l’Associazione Vignaioli di Solopaca, Stefano Del Lungo (curatore del libro) e Antonio Pasquale Leone per il CNR, Angelo Raffaele Caputo e Vittorio Alba per il CREA, ed Emilano Leuti dell’AIS di Grosseto.

Una ricchezza di informazioni provenienti dagli studi per le quali è necessario rimandare al libro, con un’unica anticipazione che ci ha colpito: la quasi bilanciata distribuzione dei sistemi di allevamento nel territorio di Solopaca. Su un totale di 795 ettari di superficie vitata, 422 ettari vale a dire il 53% sono a spalliera, e i restanti 373 ettari a raggiera, riconosciuta e iscritta dalla ricerca nel Registro nazionale di paesaggi rurali storici, pratiche agricole e conoscenze tradizionali come “Raggiera del Taburno”.

Al termine abbiamo avuto modo di assaggiare un paio di vini di Solopaca, uno bianco e uno rosso, prodotti esclusivamente da “Uve Rare”, che hanno evidenziato una freschezza di base e facilità di beva, una nota più tendente al salino che al minerale, una presenza alcolica molto misurata, una buona acidità, e del frutto giallo per la versione bianco, e piccola frutta scura per quella in rosso, e che avendo margine di crescita lasciano presagire una loro evoluzione produttiva positiva in futuro.