COLLINE ALBELLE: Julian Reneaud un enologo francese approdato in Toscana

Ascoltare il racconto di Julian Reneaud di Colline Albelle è stato affascinante, mi ha trasportato in luoghi lontani, è stato un po’ come fare il giro del mondo insieme a lui. Un racconto che celebra il suo spirito d’avventura e il desiderio di esplorare il mondo. Enologo e agronomo, terminati gli studi, decide di seguire le vendemmie in giro per il globo ponendosi come sfida quella di non prendere mai l’aereo. Parte in autostop da Carcassonne, la famosa città fortificata a sud della Francia, alla volta del porto di Bordeaux dove trova lavoro a bordo di uno yatch che gli dà l’opportunità di attraversare l’Atlantico.

Approdato prima a Cuba e poi in Messico è in California che si ferma per partecipare alla sua prima vendemmia. Prosegue poi per altri Paesi: Sud America, Australia, Nuova Zelanda e per finire attraversa l’Asia. Soddisfatto da questa sua prima avventura, si rimette in viaggio, questa volta verso l’Africa, quindi il Sud America e gli USA. Si ferma nuovamente in California dove gli viene offerta l’opportunità di far parte dello staff della cantina Opus One: lì rimarrà per due anni collaborando alla produzione di un vino che riceverà il massimo punteggio dalla guida di Parker. Evento che gli farà ricevere proposte interessanti, una di questa arriva nel 2013 dall’azienda toscana Caiarossa a Riparbella che gestirà enologicamente per quattro anni.  

Ma Julian sogna in grande, il desiderio di avere una cantina tutta sua è sempre presente e l’incontro con due donne del vino bulgare, Dilyana Vasileva e Irena Gergova lo porterà alla svolta. Un giorno passeggiando insieme a loro, accade qualcosa: “Abbiamo svoltato in una strada stretta e iniziato la ripida salita sulla prima dorsale della Costa Toscana. A circa 350 metri di altezza, siamo stati accolti da un panorama aperto, il sole e le poche nuvole pennellate sullo smalto blu del cielo. A catturare la nostra attenzione un vigneto abbandonato, bellissimo e dal grande potenziale. Abbiamo deciso che era ora di riportarlo in vita”

Riparbella, antico borgo medievale sulle colline a nord di Bolgheri, vanta una natura ancora incontaminata che negli ultimi decenni ha assunto un modello di viticoltura biologica e naturale.

La zona ha tutti gli elementi favorevoli per la produzione della vite:

  • Terreni sabbiosi, ben drenati, ricchi di sassi, sono l’indicatore di un’alta potenzialità agronomica;
  • alte quote che regalano lunghe giornate fresche e soleggiate, dove le difficili condizioni di crescita della vite apportano concentrazione e carattere. Tutto questo dona ai vini una grande densità e una vivace aromaticità;
  • l’influenza costiera caratterizza le vigne con freschi venti marittimi e una foschia mattutina, permettendo all’uva di mantenere l’equilibrio e l’eleganza mentre dona una particolare salinità al vino.

Colline Albelle prende forma così nel 2016: 40 ettari di terreno (20 di bosco e 20 di vigna), il nome ricorda i suoli tufacei chiari della zona, Albella: bianca L’idea di seguire i principi dell’agricoltura biologica e biodinamica porta Julian ad acquistare bestiame, al quale verrà affidato il lavoro di ripulire la macchia intorno alle vigne, che dopo due anni di ristrutturazioni tornano produttive. La biodiversità è tangibile, lavorando con il sovescio che fertilizza in modo naturale. La presenza delle api nei vigneti rappresenta una straordinaria risorsa: preservano la biodiversità degli stessi e giocano un ruolo fondamentale nella riproduzione dei fiori della vite.

Anche l’uomo fa la sua parte. I vigneti sono allevati secondo il sistema a guyot e a cordone speronato, ma su queste due classiche tecniche, l’azienda lavora ulteriormente sulla selezione con una particolare azione di potatura. L’idea – studiata sul campo – punta ad ottenere due grappoli per pianta di dimensioni minori e lievemente più tardivi degli altri. Al momento della vendemmia, saranno questi elementi a offrire una particolare nota di freschezza ai vini grazie a un pH più basso.

La prima vendemmia arriva nel 2020. L’inverno mite e poco piovoso ha consentito una buona ripresa dell’attività biologica del suolo (non più trattato dal 2016). La primavera con le giuste piogge che hanno integrato le riserve idriche in vista dell’estate. Il 14 agosto è stato raccolto il Vermentino: “abbiamo raccolto uve di grande qualità, ricche in aromi freschi e fruttati e in uno stato sanitario perfetto, con grappoli spargoli e bel distribuiti sulla pianta” racconta Julian. “Il giorno dopo, è stata la volta del Merlot che si è presentato di grande intensità e dal colore deciso, permettendoci di lavorare lentamente e a bassa intensità su canoni d’estrazione”. Il Sangiovese è stato vendemmiato il 14 settembre offrendo uve sane e con ottime concentrazioni di zuccheri, polifenoli ed aromi.

La Degustazione

Colline Albelle Inbianco unVermentino in purezza con una particolarità: il suo grado alcolico è di soli 10 gradi, primo e unico Vermentino italiano con questa gradazione. L’ispirazione per produrre questo vino, racconta Julien, arriva da una vendemmia fatta in Champagne. Colpito dalla trama aromatica delicata e floreale della base spumante, che nella produzione degli spumanti non è bevibile, decide di creare un vino fermo con le stesse caratteristiche aromatiche.

Da qui l’idea di anticipare la vendemmia: di solito il Vermentino in Toscana viene vendemmiato nella prima settimana di settembre, il suo il 13 di agosto, l’uva non è completamente matura, facendo una pressatura leggera le prime gocce che fuoriescono sono dolci, pressatura a 0.6 che per bianchi di solito è a 1.2 bar. Si estrae così un mosto senza troppe note vegetali.

Il vino fermenta a bassa temperatura con lieviti indigeni e fa anche la malolattica per abbassare la freschezza. Finisce il percorso con 6 mesi di affinamento in barrique di legno crudo piegate al vapore che non incide sulla trama aromatica del vino, non dà note terziare. Una vera scommessa che ha provocato tanta curiosità ma anche qualche scetticismo da parte di colleghi enologi. Poche bottiglie, 3300 nel 2021. All’assaggio Inbianco è ben strutturato con note di pesca, miele e finale minerale.

Colline Albelle Inrosso, Merlot in purezza rivisitato. La particolarità è data dalla lavorazione che viene fatta in vigna durante la fase vegetativa della pianta. Una procedura particolare di potatura che porta il prodotto finale ad avere note vegetali più marcate che normalmente sono assenti nel Merlot. All’assaggio presenta note di frutti rossi e una leggera speziatura, è presente la vena balsamica, la foglia di pomodoro e i chiodi di garofano. Il tannino è elegante e ben integrato.

Serto Sangiovese in purezza. Colore impenetrabile; al naso frutta nera matura, qualche cenno officinale e sottobosco. Una bella declinazione di Sangiovese con tannino elegante e buona struttura.

L’accoglienza

Colline Albelle è anche ospitalità, infatti la proprietà si completa di un grande casolare, Villa Albella, una dimora raffinata per soggiorni all’insegna della tranquillità e dell’eleganza. A completare il progetto, l’inizio della costruzione di una cantina con annesso ristorante e spazio degustazione.

Jiulien mi conduce verso la fine dell’intervista sottolineando come la sostenibilità è per Colline Albelle una filosofia di vita, un chiaro impegno verso l’ambiente e la conservazione delle risorse. L’azienda ha in dotazione anche un apiario. “Nel primo anno abbiamo avuto la bellissima sorpresa di vedere tre sciami arrivare nelle nostre vigne, gli abbiamo dati casa e deciso di non prendere il miele” racconta Julian. Da tre, il primo anno, siamo arrivati oggi a più di 50 arnie in azienda. A questo ritmo, arriverà presto il tempo di una piccola produzione di miele.

Irpinia: la storia dei vini di Antica Hirpinia

La storia del vino in Irpinia non può non passare attraverso Antica Hirpinia, cantina legata al capoluogo di una delle regioni vinicole più importanti della Campania. Taurasi, il borgo medievale di origine longobarda, che con la sua rocca presidia la valle del fiume Calore.

Taurasi conquista importanza strategica nel mondo del vino a partire dal 1928, grazie alla ferrovia del vino; da qui infatti partivano i vagoni di Aglianico per rimpinguare la produzione di centinaia di aziende italiane e francesi, allora pesantemente colpite dai danni della fillossera.

La storia di Antica Hirpinia inizia qualche decennio più tardi, nel 1959, prima come Cooperativa Vitivinicola Sociale, poi come Enopolio regionale di Taurasi, quando, nel 1972, si rese necessario sostenere i piccoli contadini viticoltori garantendo la giusta remunerazione delle uve per evitare l’espianto di molti vigneti.

Nel 1992 la cantina prende il nome attuale e l’anno successivo esce la fascetta numero 00000001 della neonata DOCG Taurasi. Al 2016 risale l’attuale forma societaria, grazie a tre amici che rilevano la cantina e danno il via a una graduale ristrutturazione dell’azienda: Alfonso Romano, Benedetto Roberto e Ciriaco Bianco.

Oggi Antica Hirpinia si colloca sul mercato con due linee rappresentative del territorio quali Antica Hirpinia e Anno Domini 1590, senza perdere di vista le richieste del consumatore moderno alla continua ricerca di vini sempre meno muscolari, più fruttati e freschi. Un fattore che rende necessario un cambio di passo, soprattutto in vigna, atto ad assecondare variazioni climatiche sempre più evidenti anche nelle variazioni fenologiche della vite.

Così spiega la filosofia produttiva di Maurilio Chioccia, il consulente esterno che coadiuva Lorenzo Iannotti, enologo interno. Tale lavoro si basa su un patrimonio vinicolo di proprietà di venti ettari, costituito da vigne disperse e piccole, alternate ad un ambiente pedoclimatico variegato, che dà alla produzione un carattere di esclusività. Lo abbiamo toccato con mano in un tour di vigneti che, lo scorso 31 agosto, ci ha portato dalla contrada Arianiello di Lapio – dove sorge il più giovane impianto aziendale di Fiano – fino alle vigne di Aglianico di Fontanarosa, passando per i poderi storici in Località Ferrume (sempre a Lapio).

Sono ancora presenti e produttivi piedi di vite di oltre 100 anni, da cui si ricavano le marze dei nuovi vigneti, e un impianto a raggiera di fiano su piede franco di oltre cinquant’anni. L’attuale produzione della cantina si aggira intorno alle 200.000 bottiglie distribuite sulle due linee. Anno Domini 1590 è la linea che si posiziona sul mercato col prezzo più competitivo, avendo tra i canali di distribuzione anche la GDO.

Prodotta esclusivamente da uve conferite, rappresenta il 60-70% di produzione dell’azienda a seconda delle annate. Con il nome di questa linea, la cantina ha voluto sottolineare il legame storico con la città di Taurasi: al 1590 infatti risale il delitto d’onore compiuto da Carlo Gesualdo, signore di Taurasi e nipote di San Carlo Borromeo, che nello stesso anno stabilì definitivamente la sua residenza in Irpinia.

La linea Antica Hirpinia racchiude i vini top di gamma destinati a enoteche e canale Ho.Re.Ca; è prodotta dai venti ettari di proprietà dei tre soci oltre a quelli di qualche conferitore selezionato. Si aggira attorno a una produzione media di circa 10.000 bottiglie per etichetta, che vanno dalle 4000 unità del Fiano Riserva alle 15.000 del Taurasi. I vini di questa seconda linea sono stati oggetto di una degustazione, guidata dai due enologi della cantina, al rientro dal tour delle vigne organizzato dall’esperta in comunicazione Maddalena Mazzeschi.

I vini bianchi, un ventaglio dei principali vitigni irpini, convincono nell’esprimere il carattere di territorialità: iniziamo con la Coda di Volpe Irpinia Doc 2023, verticale e sapida; a seguire la Falanghina Irpinia Doc 2023, con marcati caratteri di freschezza citrina, il Fiano di Avellino Docg 2023, compatto ed elegante nei sentori di fiori di campo e miele ed il Greco di Tufo Docg 2023 che risalta il carattere salino e sentori di bergamotto.

I bianchi terminano con Desmòs, Fiano di Avellino Docg Riserva 2022, l’unico a prevedere un passaggio in barrique, opulento all’olfatto, ma strutturato e piacevole al palato. La 2023 è la prima prova per l’Aglianico Rosato Irpinia Doc che tra sentori di melagrana e mora di rovo esprime una nota acida non ancora ben bilanciata. Tra i rossi, l’Aglianico Irpinia Doc 2019, evidenzia i caratteri tipici del vitigno, ma con un tannino giovane, a tratti ancora scalpitante, nel complesso moderatamente equilibrato grazie al passaggio in legno grande da 80 ettolitri.

Il Taurasi Docg 2018, maturato esclusivamente in barrique, regala un tannino maggiormente levigato, ma non ancora perfettamente integrato. Il Taurasi Riserva Docg 2014, figlio di un’annata particolarmente piovosa, ha sentori di prugna in confettura, spezie dolci, foglia di tabacco e cenere; coerente al naso ed al palato si abbina con sorprendente piacevolezza al cremoso di cioccolato fondente con confettura di Aglianico e crema di caciocavallo che chiude il pranzo seguito al termine della degustazione.

ANTICA HIRPINIA

Contrada Lenze snc

83030 Taurasi (AV)

Un giorno in Costiera Amalfitana: divina poesia

“Ma come fanno i marinai” cantava il duo De Gregori – Dalla. Come fanno davvero a non restare allibiti dalla bellezza di un posto senza tempo, perso tra curve e fiordi, limoneti e vigne a strapiombo sulle acque blu?

La Costiera Amalfitana, per tutti la Divina, nasconde storie e tradizioni tramandate di generazione in generazione, quando anche in questo luogo si soffriva la fame di lavoro e l’unica alternativa possibile era l’emigrazione. Ancor più dolce il ritorno di chi aveva fatto fortuna, o semplicemente sentiva nostalgia, la saudade dei popoli di mare che mal sopportano freddo e polvere.

Tra i suoi borghi, il vento placido ti porta ad assaporare gusti che accomunano territori diversi delle coste campane. Il pescato è il principe della tavola, qui proposto sempre in versioni delicate e ben unite ai vini tipici a base di Falanghina, Biancolella e molte varietà semisconosciute ai registri ampelografici. Ripolo (o Ripoli), Ginestra, Biancazita, Pepella, sono solo alcuni dei nomi curiosi di varietà d’uva coltivate dalla notte dei tempi. Un patrimonio inestimabile conservato con cura da aziende storiche come le Cantine Marisa Cuomo di Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo, sposati per amore di intenti e passione infinita verso il territorio.

Un calice di Furore Bianco, dalla profonda vena aromatica e minerale, quasi salmastra all’assaggio, o dell’emblema Fiorduva capolavoro concepito dalla mente brillante dell’enologo Luigi Moio, sono l’incipit ideale per un pranzo sulla terrazza panoramica dell’Hostaria Baccofurore dal 1930. Donna Erminia gestisce sia l’albergo che il ristorante assieme al figlio Domenico. Il nonno veniva chiamato “Bacco” perché latifondista che produceva vino e nel 1930 nasce la locanda per offrire ristoro alle maestranze locali durante i lavori per la strada collegamento Amalfi-Agerola.

I primi avventori 2 esterni furono il medico condotto Francesco Sirica e la moglie, entrambi di Sarno. Artisti di strada hanno affrescato le mura d’ingresso in onore all’ospitalità dei proprietari. Qui c’era solo terra e vigna e si mangiava pollo alla diavola, cannelloni, pasta al forno e minestre maritate. Adesso i gusti sono cambiati e la ricerca dell’eleganza di piatti e sapori è nelle mani dello chef Raffaele Afeltra.

Ad esempio: pane al pomodoro con burro aromatizzato e alici di cetara, il polpo scottato su insalata di fagiolini e patate e il risotto con crudo di gamberi uova di lompo e spuma al prezzemolo. Ricette efficaci, che partono da materie prime a km zero invidiate in tutto il mondo. Ma la vera emozione va ricercata nelle parole di Donna Erminia Cuomo, sorella di Marisa, che da un paesino della Bosnia Erzegovina si è spostata seguendo il cuore. E con il cuore si sbaglia difficilmente.

Si va a ritroso verso Salerno, arrivando nel piccolo borgo di Cetara. Negli occhi i colori ed i profumi dei limoni amalfitani, lo “Sfusato” ricco di essenze e adatto per la sua scorza coriacea ad infusi e liquori tra cui il celebre Limoncello.

La nostra attenzione viene catturata da un prodotto ittico che ha fatto la storia di queste terre: la colatura d’alici. Ce ne parla Giulio Giordano della ditta Nettuno, che parte dalle origini dei tempi romani, quando si produceva il “garum” una sorta di salsa condimento per gli alimenti dell’epoca.

Naturalmente le tecniche sono diverse rispetto ad allora, mantenendo comunque due componenti fondamentali nei secoli: la qualità delle alici, rigorosamente cetaresi e la manualità di chi esegue i vari procedimenti. Dalla “scapezzatura”, quando vengono tolte le teste e le viscere ai pesci prima di essere adagiati con il sale in un caratello di castagno, si perde circa il 70% dei liquidi non commestibili. Segue la “nzuscatura” con la pulizia delle alici e il reinserimento nelle piccole botti di legno con il metodo pancia-schiena a strati sovrapposti, per evitare spazi liberi e consentire al sale di estrarre il prezioso liquido che arriverà ad essere estratto, tramite percolazione, dopo ben 36 mesi.

Un colore ambrato, denso di personalità aromatica, che solo con poche gocce riesce a cambiare il volto delle pietanze donandone sapidità e persistenza. La Divina Costiera non finisce mai di stupire.

Il vino made in Italy alla cena di gala dell’Ambasciata del Messico

Comunicato Stampa

Domani, 13 settembre, l’Ambasciata del Messico in Italia aprirà le porte agli illustri ospiti invitati alla cena di gala in onore del 214° anniversario della Liberazione del Messico dal dominio coloniale spagnolo, generalmente celebrata il 16 settembre.

L’onorevole Carlos Eugenio García de Alba, ambasciatore del Messico in Italia dal 2019, accoglierà i convenuti per questa speciale ricorrenza, tra cui Identità Mediterranea e Gaetano Cataldo, fondatore della piccola associazione che dal 2016 divulga la cultura del Mare Nostrum con l’allestimento di convegni, mostre d’arte ed eventi enogastronomici, per non parlare dell’arcinoto Mosaico per Procida, primo vino a celebrare una capitale italiana della cultura.

L’occasione vuole che Gaetano Cataldo, nominato miglior sommelier dell’anno al Merano Wine Festival, rappresenterà ben 11 cantine di pregio del panorama vitivinicolo nazionale, provenienti dalla Campania, dalla Lombardia e dalla Sicilia.

11 cantine, 11 territori e 11 stelle del firmamento enologico, brilleranno domani nella sala da ricevimento più prestigiosa della sede diplomatica, assicura Gaetano Coppola, maestro cerimoniere di casa, ed allieteranno la serata con calici che simbolicamente condurranno gli ospiti in un viaggio che dal Golfo di Castellammare in Sicilia porterà sino alle rive del Lago di Garda, passando per il fumante Vesuvio.

Ecco le aziende presenti assieme a identità Mediterranea

La Cantina Bulgarini, situata a Pozzolengo, si colloca tra Brescia e Verona, abbracciando due concetti enologici e due terroir, puntando soprattutto sul Turbiana e sugli altri vitigni utili alla produzione del celebre Amarone della Valpolicella, garantendo esperienze di degustazione e ospitalità in azienda. Direttamente dalla provincia di Avellino, ottimamente rappresentata, l’Agricola Bellaria e Giovanni Molettieri, cantine situate rispettivamente a Roccabascerana e Montemarano, due terroir che esprimono Aglianico, Greco di Tufo e Fiano in maniera completamente diversa ma con cifre di stile e qualità impeccabili. Da Benevento invece la famiglia Velingieri, detentrice di una centenaria tradizione di viticoltori, presenzierà con i vini del Sannio della cantina Rossovermiglio, ubicata a Paduli. La storica famiglia Alois, i cui manufatti in seta sono esposti persino al Louvre e alla Casa Bianca, è altrettanto rinomata per la produzione del Pallagrello Bianco e Pallagrello Nero, oltre che del Casavecchia, vitigni emblematici di Caserta. A rappresentare fieramente i Campi Flegrei la cantina Il Quarto Miglio, capitanata da Ciro Verde e ubicata a Quarto con un potenziale espressivo incentrato sulla Falanghina e non solo, oltre che una viticoltura a piede franco. Direttamente da Ischia ci sarà La Pietra di Tommasone, proveniente da Lacco Ameno e che recentemente ha puntato sull’affinamento subacqueo, con ottimi risultati, oltre che a vinificare diverse espressioni di Biancolella. La Tenuta Augustea invece, sarà incaricata di dare alla serata la vulcanicità del Piedirosso e della rarissima Catalanesca, direttamente dai vigneti della famiglia Nocerino, situati sopra al Vesuvio. La provincia di Salerno sarà presente con due realtà giovani e dinamiche: la Cantina Bello porterà infatti suo pregiatissimo rosato da uve Primitivo, direttamente da Albanella, e la Cantina Tredaniele, proveniente da Trentinara, cittadina famosissima ormai per la sua zipline, offrirà espressioni di Fiano, Aglianico e vitigni internazionali, allevati in Cilento. Last but not least, parteciperà anche l’azienda siciliana Astavini, realtà vitivinicola e olearia creata da Nino Asta. Situata nella splendida Alcamo, questa cantina porterà durante la serata il potenziale del Catarratto, espressione di una viticoltura biologica, persino nella versione orange wine. Ci ricorda il Cataldo che, proprio quest’anno Italia e Messico celebrano 150 anni di relazioni diplomatiche, ribadendo inoltre che Città del Messico resta una delle metropoli con la più alta concentrazione di ristoranti italiani al mondo, confermando le straordinarie possibilità di interagire con un mercato tra i più importanti e dinamici del Centro e Latino America. La serata si presenta decisamente entusiasmante e con tutte le premesse per diversificare, con questi fantastici vini, i vari abbinamenti gastronomici.

Tutti in treno con Irpinia Express

Non c’erano fazzoletti sventolanti al binario 2 di Avellino centrale, quando venerdì 30 agosto è partito il treno storico Irpinia Express, ma l’emozione, il fascino, le suggestioni e le attese generate da quel vecchio convoglio a trazione diesel erano evidenti tra le molte persone a bordo. E’ cominciato così, il lento viaggio lungo la via ferrata che dal capoluogo irpino raggiungeva, un tempo, il capolinea pugliese di Rocchetta Sant’Antonio.

In compagnia di Alessandro Graziano di Visit Irpinia e chef Mirko Balzano direttore artistico di Irpinia Mood, la comitiva di ospiti, giornalisti, blogger, ristoratori, fotoreporter, operatori della comunicazione hanno percorso la prima parte della tratta che da Avellino descrive il cosiddetto Cammino di San Guglielmo.

Da sinistra chef Mirko Balzano e il sindaco di Montella Rizieri Rino Buonopane

Un verde mosaico di vigneti, oliveti, boschi cedui e castagneti tra loro incastonati tra i quali fanno capolino i borghi di Salza Irpina, Montefalcione, Montemiletto, Lapio, Taurasi, Luogosano, Paternopoli, Castelvetere sul Calore, Castelfranci, Montemarano, Cassano Irpino fino alla tappa finale di Montella.

Lo storytelling degli albori della vecchia ferrovia, con l’intrigante correlata aneddotica, è stato tenuto dai volontari dell’Associazione InLocoMotivi che opera in supporto di Fondazione Ferrovie dello Stato mentre, insieme al caffè di benvenuto, venivano dispensate amorevoli coccole a base di pasticcini e croissant di Dolciarte, la rinomata pasticceria avellinese di Carmen Vecchione.

Il lento incedere del convoglio dagli allegri salottini cinabrici ha proiettato i partecipanti in una dimensione “sine tempore”, continuamente attratti da rapidi cambi di scenario, lunghe gallerie e numerosissimi ponti di intersezione dei binari con l’asta fluviale del Calore. Fino ai 35 metri di altezza del famoso ponte Principe, ardita costruzione in acciaio lunga oltre 280 metri, di realizzazione fine-ottocentesca su progetto ingegneristico della società Strade Ferrate del Mediterraneo.

L’arrivo a Montella, dopo oltre 90 minuti di viaggio per i pochissimi chilometri percorsi, ha evocato il fascino concettuale del “féstina lente”, apparente ossimoro latino: quell’affréttati lentamente del quale non siamo più capaci nel turbinio della nostra spasmodica quotidianità. Solo il tempo del trasbordo e dei ringraziamenti agli appassionati volontari di InLocoMotivi ed eccoci giunti, al cospetto di Gilberto Soriano (col suo fedelissimo e mansueto… attendente Dadà, l’asinello di casa) patron del bioparco di fattoria Rosabella che sorge a valle del Monte Accellica sviluppando lungo i rivoli sorgenti del fiume Calore.

Lungo la camminata per raggiungere la cascata della Madonnella Gilberto ha copiosamente dispensato preziose informazioni e curiosità su castagne e castagneti, biodiversità presente nel Parco, microclima e fauna dell’areale, servizi e funzioni del bioparco; al termine della piacevole escursione un ghiotto spuntino  a base di salumi e formaggi della casa accompagnati a un fresco bicchiere di Fiano o di corposo Aglianico irpini sono stati offerti come… amuse-bouche al pranzo che attendeva il gruppo di li a poco.

Solo il tempo di riprendere le navette con destinazione Casale del Monte ed ecco aprirsi un nuovo spettacolare panorama dal sagrato di Santa Maria della neve, un complesso monastico con annesso chiostro e romitorio realizzato, per successive stratificazioni storiche, a partire dalla seconda metà del XVI secolo. Gli onori di casa, questa volta, sono toccati al Sindaco di Montella nonché Presidente della Provincia di Avellino, Rizieri Rino Buonopane che, unitosi al gruppo, ha accompagnato i suoi ospiti fino al rientro in stazione FS del paese.

La bellezza mistica ed austera dei luoghi non ha affatto precluso al gusto di un ricchissimo buffet a base di ricette e preparazioni della tradizione popolare, magistralmente curato dal montellese Ristorante Zia Carmela. Indimenticabili, tra gli altri manicaretti, la zuppa di ceci e funghi porcini all’olio extravergine di ravece e il cannolo alla ricotta farcito all’istante.

La susseguente visita al romitorio è davvero imperdibile. Un sapiente lavoro di restauro e recupero funzionale ha avuto il pregio di valorizzare i luoghi esterni ed interni e le loro originarie funzioni, come nel caso delle ampie cucine, del chiostro, delle ancestrali toilette ad uso dei monaci e del locale con tetto a camino ove venivano essiccate, tramite affumicatura, le famose castagne del prete montellesi.

Proprio la castagna – massima espressione del genius loci montellese – è stata protagonista dell’ultima tappa del viaggio presso la antica e rinomata azienda castanicola di proprietà della famiglia Malerba. Il piccolo museo contadino aziendale e l’illustrazione del processo produttivo della castagna, prima in campo, poi nelle lunghe fasi di stoccaggio, lavorazione, conservazione, trasformazione ed uso gastronomico ha fatto da preludio all’assaggio del dolce frutto nelle sue numerose (dolci e salate) “interpretazioni”, non ultime l’originale liquore e la sorprendente produzione brassicola della birra alla castagna.

La tirannia del tempo che scorre, troppo veloce al cospetto di così tante ipnotiche suggestioni, ha obbligato la compagnia a salutare i propri straordinari ospiti per far rientro a Borgo ferrovia in Avellino. Non senza foto di gruppo di prammatica.

Expo del Chianti Classico 2024

Da poco si è conclusa la 52esima edizione di “Expo del Chianti Classico” che è andata in scena dal 6 al 8 settembre 2024. Come consuetudine si è svolta nell’incantevole cittadina di Greve in Chianti. 

Un appuntamento ricco di Masterclass organizzate sia sul vino sia sull’olio extravergine d’oliva. Negli stand in piazza v’era la possibilità di degustare svariate etichette di Chianti Classico e non solo, presentandosi ai vari banchi d’assaggio degli espositori contraddistinti da UGA di appartenenza,  muniti di calice.

I vini in degustazione: ovviamente, Chianti Classico, nelle note tipologie: annata, riserva e gran selezione, oltre una selezione di vini bianchi, rosa e qualche  vinsanto provenienti da questo straordinario lembo di Toscana incastonato tra Siena e Firenze.

La triangolare piazza di Greve in Chianti, circondata da logge con al centro la statua di Giovanni da Verrazzano, garantisce al visitatore la possibilità di  degustare e parlare tranquillamente con gli espositori. Turisti provenienti da ogni parte del mondo, attirati dall’affascinante territorio toscano, noto per i suoi castelli, i panorami di rara bellezza e le vicine città d’arte.

Negli anni ‘70, questa manifestazione era “Mostra Mercato”, poi divenuta “Rassegna” e oggi “Expo”. Alcuni assaggi da me effettuati e apprezzati il 7 settembre.

Chianti Classico 2021 Az. “Querciabella”

Rosso rubino intenso, rivela sentori di rosa, violetta, ciliegia, mora e spezie orientali. Al palato è pieno ed appagante, avvolgente e armonioso.

Chianti Classico Riserva 2020 “Prunetti”

Rubino intenso, sprigiona sentori di lampone, ciliegia, fragola, tabacco, polvere di cacao e pepe nero;  gusto ricco e decisamente avvolgente, aggraziato e duraturo. Un peccato non aver assaggiato la selezione dei loro oli ottenuti con varie cultivar.

Chianti Classico 2019 Vigneto Boscone “Castello di Monterinaldi”

Rosso rubino con sottili riflessi granato, emana note di mora, prugna, mirtillo, amarena e rosa rossa che ben si fondono con nuance speziate. Tannino setoso, saporito e decisamente lungo.

Chianti Classico Riserva 2019 “Castellinuzza di Cinuzzi”

Giungono al naso note di ribes, fragolina di bosco, mirto, melagrana e tabacco. Sorso morbido e leggiadro, coerente e durevole.

Chianti Classico Gran Selezione 2019 La Corte “Castello di Querceto”

All’olfatto arrivano note di amarena, prugna, bacche di ginepro e tocchi balsamici. Completo, avvolgente e persistente.

Chianti Classico Riserva 2016 Le Stinche “Castello di Lamole”

Rubino dalle sfumature granato, rimanda a sentori di violacciocca, marasca, prugna, bacche di ginepro ed eucalipto. Voluminoso ed appagante.

Chianti Classico Gran Selezione 2015 “Pieve di Campoli”

Sviluppa note di frutti di bosco maturi, sottobosco, spezie ed erbe officinali. Al palato è soddisfacente e avvolgente, di buona struttura e lunga persistenza aromatica.

Chianti Classico Gran Selezione Alberello 2013 “Monte Maggio”

Granato trasparente, dal bouquet complesso. Si percepisce un pot-pourri floreale, con frutti rossi maturi, sottobosco, liquirizia e menta. Rotondo e generoso, coerente e decisamente lungo.

Brisighella Anima dei tre Colli: la degustazione delle nuove Albana “Brix”

La Romagna sta maturando la consapevolezza che è arrivato il momento di cambiare marcia per affermarsi definitivamente sul mercato vinicolo nazionale e internazionale. L’Albana, prima DOCG d’Italia, si trova oggi di fronte a una sfida importante: è stata interpretata in innumerevoli forme, al punto da rischiare di smarrire una chiara connotazione. Questa crisi d’identità richiede un nuovo approccio culturale che sappia valorizzarne appieno le potenzialità.

È necessario un racconto più concentrato, più univoco, capace di comunicare con forza la qualità intrinseca di questo vitigno. Proprio in questo contesto si inserisce l’ambizioso progetto dell’associazione Brisighella Anima dei tre Colli, culminato con il lancio della versione “Brix” dell’Albana di Romagna DOCG. Dell’evento di presentazione al pubblico ne abbiamo già parlato nell’articolo Brisighella Anima dei tre Colli: e “Brix” fu!

Mancava all’appello la masterclass riservata alla stampa, dedicata alle prime 8 interpretazioni dell’Albana “Brix” della vendemmia 2022, guidata da Federica Randazzo. È stata un’occasione per approfondire il legame tra il vitigno e il territorio di Brisighella. Ci concentreremo sull’analisi di queste espressioni uniche e su come esse incarnano l’anima del progetto.

La prima batteria è dedicata al confronto fra due espressioni di Valpiana, zona di Brisighella con suoli caratterizzati da una forte componente marnoso arenacea.

Vigne dei Boschi – Monteré Brix 2022

Ad aprire le danze è Paolo Babini, vice-presidente dell’associazione. Il calice si tinge di oro antico e luminoso, dalla consistenza cremosa. Il naso parte con la classica nota boschiva che contraddistingue i suoi vini. Arriva poi la parte di frutta tropicale e il calice si apre in altre note di cipresso, gelsomino e un pizzico di etereo. La bocca conferma calore e freschezza che si spalleggiano e permangono in una piacevole chiusura. Fermentazione e affinamento in barrique nuove che lasciano il “segno del legno”.

Fondo San Giuseppe – Fiorile Brix 2022

Il dirimpettaio di Paolo, Stefano Bariani, sembra che faccia Brix da una vita. Colore oro zecchino, incredibilmente saturo e brillante. Note di rosmarino, spezie delicate come la cannella e un piacevole aroma di mela. In bocca è caldo, avvolgente, le durezze arretrano, ma le morbidezze sono soavi. In chiusura un respiro di prato di montagna. Qui il legno è ben digerito, da 10 e lode.

Per la seconda batteria rimaniamo in terreno marnoso arenaceo, spostandoci di qualche chilometro verso la via Emilia.

La Collina – Na Brix 2022

Questo non è solo il primo Brix per Mirja Scarpellini, ma il primo esperimento di Albana in assoluto. Il colore del vino è un oro cupo e saturo, con un naso spinto sull’aromaticità, sulla dolcezza da datteri e uva sultanina, con note al limite del surmaturo di prugne sciroppate e zafferano. Se il naso è importante, lo è ancora di più la bocca, dove troviamo un vino complicato da interpretare e una componente dolce che ruba la scena a una sapidità fortunatamente elevata che sostiene il sorso per infiniti secondi. Vino “di ciccia”, manca di un po’ d’agilità di beva.

Vigne di San Lorenzo – Montesiepe Brix 2022

Completamente ambrato e opalescente, alla vista sembra aranciato. Filippo, il cui stile di far vino è ben conosciuto, ci ha colpito veramente con questa espressione di quello che si può considerare a tutti gli effetti un orange wine. La volatile contribuisce a innalzare la complessità olfattiva che si esprime in un mix di frutti, dai più maturi ai più aciduli. In bocca c’è una forte componente astringente (che ritorna in chiusura) e fresco-sapida, che lo rende un vino molto esuberante che non stanca. Nel lato morbidezze si ravvisa tuttavia una mancanza. Insolito, non “scimmiotta” nessun altro, dal punto di vista tecnico è un ottimo lavoro. Ma nella diversità bisogna anche vendere…

La terza batteria ha in realtà un solo campione, ci spostiamo nella zona dei gessi per apprezzare una sfumatura differente del territorio Brisighellese.

Casadio – Albagnese Brix 2022

Siamo in zona Rontana, nel bel mezzo della “Vena del gesso” Romagnola. Il Brix di Antonio si colora di oro caldo con sfumature bilanciate. Il naso è orientale, fusion, caratterizzato da nespola giapponese, zenzero e curcuma. Ci sono in sottofondo le note caratteristiche di Albana, come albicocca e salvia. Attacco di bocca freschissimo, agrumato, agile e ben bilanciato. Un vino che ha letto in misura particolarmente efficace la mineralità che contraddistingue il territorio. Chiusura corta e ammandorlata: peccato!

La quarta e ultima batteria è dedicata ai terreni fini e calcarei, la zona più bassa del Brisighellese.

Poggio della Dogana – Farfarello Brix 2022

È Aldo Rametta a rappresentare la cantina e a presentare una Brix che di Belladama (la loro Romagna Albana DOCG) non ha cenni. Un oro pallido seppur dalla bella luminescenza. Al naso è inizialmente timido, ma poi si apre in una parte verde, terrosa e una bella traccia marina. Anche in bocca si conferma la timidezza, il vino si chiude, delicato, fa fatica ad aprirsi per poi sfociare finalmente in note fresche e citrine, come mela verde, pompelmo e fiori bianchi. La tostatura non è particolarmente suadente. Ciò che mi ha colpito, però, è l’attacco internazionale di questo vino, a tratti “chablis-eggiante”, che lo rende molto appetibile al mercato d’oltreoceano.

Bulzaga – Scorzanera Brix 2022

Anche Alessandro si è cimentato in questo esperimento, dando vita a un vino avvolgente caratterizzato da ricchezza del frutto. Ricchezza che tuttavia non è sinonimo di espressività, rendendo difficile l’interpretazione olfattiva e palatale. Ritorna, in chiusura di bocca, la buona definizione del frutto e un allungo piacevole.

Gallegati – Corallo oro Brix 2022

Altro “corallo” che va ad aggiungersi ai 7 già prodotti da Cesare Gallegati, presidente dell’associazione, che chiude questa batteria e l’intera degustazione. Il colore ricalca il nome del vino, saturo, denso e pieno di luce. Un naso che interpreta alla perfezione una “Vieilles Vignes”, con note tropicali, balsamiche, glicine in fiore. In bocca troviamo succo di agrume che eleva la parte acida e coraggiosamente prende il sopravvento, seguito a ruota dalle rotondità. Vogliamo assaggiarlo l’anno prossimo, ha bisogno di un po’ di affinamento in vetro e di tempo, proprio come conviene a un vero Riserva.

In conclusione possiamo dire il progetto ha centrato l’obiettivo, la prima versa versione ufficiale dell’Albana Riserva, che ha contribuito a un’unione vera dei produttori di Brisighella. Nonostante la chiara identità del disciplinare, permane la diversità, come se l’Albana fosse un adolescente ribelle che non vuole farsi vincolare. Dobbiamo aspettare altri esperimenti per capirlo.

Per il momento, buona la prima!

“Vini d’Abbazia” 2024

La terza edizione di “Vini d’Abbazia”, svoltasi nel suggestivo Chiostro di Fossanova a Priverno (LT), si è conclusa con un successo straordinario, con oltre quattromila visitatori in tre giorni, ed ha offerto un viaggio unico attraverso la storia e i sapori dei vini prodotti nelle abbazie e nei monasteri.

L’evento ha visto la partecipazione di un’impressionante schiera di produttori: venti abbazie italiane, dieci francesi e l’antica abbazia georgiana di Alaverdi hanno condiviso i loro tesori enologici con il pubblico.

Accanto a tali nomi prestigiosi, hanno brillato le otto Cantine della Strada del Vino di Latina, i produttori della Strada del Cesanese del Piglio e del Consorzio del Cesanese DOCG, le cantine della DOC del Cabernet di Atina, nonché le Cantine associate a Confagricoltura Latina.

Uno degli aspetti più apprezzati sono state le Masterclass, che hanno permesso agli appassionati di approfondire la propria conoscenza enologica. Particolarmente seguite le sessioni dedicate alle bollicine francesi e ai grandi rossi della Borgogna, organizzate in collaborazione con Les vins d’Abbayes.

Un’altra degustazione di grande richiamo è stata quella sulla tradizione dei vini monastici della Georgia, tenuta dall’enologo Donato Lanati, con uno sguardo approfondito su una delle tradizioni vinicole più antiche del mondo.

Marco Carpineti, titolare dell’omonima cantina, ha catturato l’attenzione del pubblico con vini che escono dagli schemi per qualità e finezza, grazie a una continua ricerca e sperimentazione di nuove tecniche di vinificazione. Non sono mancati momenti di approfondimento sui vini locali, con incontri dedicati al Cesanese, al Bellone, al Cabernet di Atina, ai vini estremi delle Alpi e a quelli prodotti in anfora, tutti accolti con grande entusiasmo dai winelover presenti.

Tra le degustazioni di rilievo, spiccano quelle del Monastero di Bose San Masseo, situato nei pressi di Assisi. Maddalena Mazzeschi, comunicatrice, ha presentato il Grechetto Assisi DOP Bio, il Rubeum Umbria Rosso IGT Bio 2022 e il Vermut Masseo, che hanno conquistato i palati dei presenti.

L’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, situata ad Asciano in provincia di Siena, ha portato all’evento la sua secolare tradizione vinicola. Dal 1319, i monaci dell’Ordine dei Benedettini di Santa Maria di Monte Oliveto Maggiore seguono la regola “ora et labora”, dedicandosi con sapienza alla produzione di vini eccellenti. Tra questi, hanno suscitato particolare interesse il 1319 Rosatum Toscana IGT 2020, il Rosso Toscana IGT (blend di Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Merlot) e il pregiato Passito del Priore IGT.

Parallelamente alle degustazioni nel Chiostro, il Borgo di Fossanova ha ospitato lo Slow Food Village, un’iniziativa che ha arricchito ulteriormente l’offerta gastronomica dell’evento. Qui, i visitatori hanno potuto assaporare specialità e presidi selezionati dall’associazione Slow Food, creando un perfetto connubio tra i vini d’abbazia e le eccellenze culinarie del territorio.

L’interesse per “Vini d’Abbazia” ha varcato i confini nazionali, attirando l’attenzione di riviste specializzate internazionali come Decanter, Wine Enthusiast e The Drink Business, che hanno inviato i propri corrispondenti per seguire la manifestazione.

Il successo di “Vini d’Abbazia” è stato reso possibile grazie al supporto di numerosi enti e istituzioni. L’evento, gratuito per gli espositori, ha beneficiato del contributo della Regione Lazio e dell’ARSIAL, della Camera di Commercio Frosinone Latina e della sua azienda speciale Informare, nonché di Confagricoltura. Fondamentale è stata anche la collaborazione del Comune di Priverno, di Oltre Roma wine tour, dei sacerdoti missionari dell’Istituto del Verbo Incarnato che curano l’Abbazia di Fossanova, della Direzione Regionale Musei Lazio e di Slowine.

Da sottolineare anche il prezioso supporto di AIS Latina, con la presenza del Delegato Umberto Trombelli, recentemente premiato come miglior Sommelier del Lazio, che ha coordinato il servizio ai banchi di degustazione e alle masterclass con grande professionalità.

La terza edizione di “Vini d’Abbazia” si è dunque confermata come un appuntamento imperdibile per gli amanti del vino e un importante momento di valorizzazione delle eccellenze enologiche e culturali del territorio. L’evento ha saputo coniugare la tradizione millenaria della produzione vinicola monastica con le più moderne tecniche di vinificazione, offrendo ai visitatori un’esperienza unica nel suo genere. La presenza, per la prima volta, di 20italie ha aggiunto un ulteriore elemento di novità e interesse all’evento, ampliando ulteriormente la gamma di vini e produttori presenti.

Brisighella Anima dei tre Colli: e “Brix” fu!

L’associazione Brisighella anima dei tre Colli presenta al pubblico la versione “Brix” di Romagna Albana Docg: un modo innovativo di raccontare il territorio.

Ne abbiamo parlato a più riprese e finalmente il momento è arrivato. L’Albana “Brix” ha sciolto gli indugi arrivando ai nastri di partenza per poter essere immessa in commercio. Possiamo dirlo subito, a scanso di equivoci: siamo di fronte all’ufficializzazione di una versione “Riserva”, un nuovo percorso per narrare le diverse anime dei vignaioli di Brisighella.

Un terroir altamente composito, che vede la suddivisione (per pura approssimazione) in tre areali contraddistinti ciascuno da suoli e fattori ambientali variegati. Non è stato semplice vista la notevole complessità dei terreni, delle esposizioni e, perché no, della mano dell’uomo in cantina. Proprio gli stili produttivi rappresentano, attualmente, l’unica vera incognita del racconto. Se possano divenire virtù od ostacoli alla crescita complessiva del comparto lo dovremo analizzare con il tempo e le future annate.

Di sicuro il mercato ci ha abituato ad una richiesta di maggior uniformità, anche a scapito del carattere del vino e del vigneron che lo produce. Segnali positivi, però, vengono dalla forte unità dello schema associativo, non l’unico presente nella fervente Romagna. Il Presidente, Cesare Gallegati, non nasconde la propria emozione: <<dietro al progetto c’è un gruppo affiatato di persone e amici che hanno deciso di credere in un sogno, quello di parlare del territorio a tutto tondo, non soltanto per la componente enologica per noi preminente, ma anche per le bellezze naturali, agricole e culturali di Brisighella>>.

L’unione fa la forza è il vero segreto di successo per fronteggiare le difficili sfide del futuro, attraverso i 3 simboli della cittadina medievale: la Torre dell’Orologio, a rappresentare lo scorrere del tempo, le terre fini miste tra sabbie gialle plioceniche e argille rosse-grigie-azzurre. La Rocca Manfrediana, avamposto difensivo, per la vena del gesso e il Santuario del Monticino con marne ed arenarie compatte.

Nord, Centro, Sud in parallelo ben suddivisi dalla linea sinuosa del fiume Lamone che ha lasciato ferite ancora visibili della tragica alluvione del 2023. Le 19 cantine scommettono sul fatto che non sarà l’unico Brix quello dell’Albana e che si potrà estendere la medesima idea anche al principe dei rossi, il Sangiovese.

A proposito di Albana, cosa prevede nel concreto il disciplinare interno sottoscritto per la produzione della nuova tipologia? Anzitutto l’identificazione dei vigneti da cui provengono le uve selezionate, il contenimento del potenziale alcolico a massimo 14° Vol., la macerazione sulle bucce massimo 24 ore, la fermentazione consigliata con successiva maturazione in barrique o tonneaux tra i 6 ed i 12 mesi e l’uscita in un unico giorno concordato di settembre dopo 24 mesi dalla vendemmia, di cui almeno 6 trascorsi in bottiglia.

La Masterclass di 8 espressioni di Albana Brix targate 2022 è stata preceduta, il giorno prima, da una cena di gala al Convento Emiliani di Fognano, curata dallo chef una Stella Michelin Gianluca Gorini, con piatti concepiti dalle materie prime uniche offerte dal luogo. Delle note degustative ai vini ne parlerà a breve il collega di redazione Matteo Paganelli.

GRANDE ATTESA PER IL BARBERA D’ASTI WINE FESTIVAL

DAL 6 AL 15 DI SETTEMBRE AL VIA UNA DIECI GIORNI DI EVENTI CHE CELEBRERANNO VINO, CULTURA E TRADIZIONE NEL CUORE DEL MONFERRATO

Costigliole d’Asti, 2 agosto– Conto alla rovescia per la prima edizione del Barbera D’Asti Wine Festival che si terrà nella città di Asti da venerdì 6 a domenica 15 settembre 2024. L’evento è organizzato dal Consorzio Barbera d’Asti e vini del Monferrato,in collaborazione con Corriere della Sera, media partner dell’evento, e si inserisce nell’ambito della “Strategia nazionale aree interne Valle Bormida” capofila Unione Montana Alta Langa – Operazione 16.7.1, di cui è partner.

Dal 6 all’8 settembre, sotto la direzione artistica di Luciano Ferraro, vicedirettore di Corriere della Sera, si terrà un ricco palinsesto di incontri tematici con importanti ospiti del mondo del vino e del cinema, della letteratura, dell’arte e dell’imprenditoria, moderati dalle firme di Corriere della Sera Luciano Ferraro, Roberta Scorranese, Isidoro Trovato.

Il Barbera D’Asti Wine Festival continuerà dal 9 fino al 15 settembre con masterclass e degustazioni guidate da massimi esperti italiani e internazionali del mondo wine come Veronika Crecelius,  Gianni Fabrizio, Aldo Fiordelli, Andrea Gori, Othmar Kiem, Jeff Porter, Andrea Radic, Marco Sabellico e approfondimenti sulla Barbera d’Asti e le eccellenze del Monferrato e food experience tra le vie e le piazze del centro storico di Asti.

Incontri, Masterclass e degustazioni diurne avranno come location lo storico Palazzo del Michelerio, un ex monastero risalente al Cinquecento.  

Per intrattenere il pubblico presente e dare spazio anche alla parte artistica e culturale, alcune delle serate della manifestazione saranno animate da concerti live e performance musicali che si terranno nel cortile di Palazzo Alfieri.

Il Barbera D’Asti Wine Festival – racconta Vitaliano Maccario, Presidente del Consorzio rappresenta per noi una manifestazione capace di proiettare ulteriormente il nostro territorio e il vitigno Barbera sul palcoscenico internazionale. Grazie a queste giornate puntiamo a rafforzare ulteriormente e promuovere l’identità e la visibilità della Barbera d’Asti e delle nostre denominazioni – 4 Docg e 10 Doc – elevandone il prestigio a livello mondiale. È un’occasione imperdibile per tutti gli amanti del vino, oltre che per stampa e operatori del settore, di approfondire la loro comprensione dei vini del Monferrato e di aumentare la consapevolezza sul valore vitivinicolo del nostro meraviglioso territorio.”

L’accesso alla manifestazione sarà possibile previo acquisto di un biglietto in loco o sul sito del Consorzio Barbera d’Asti, che avrà validità giornaliera e permetterà agli interessati di partecipare a tutti gli eventi della giornata.

IL CONSORZIO BARBERA D’ASTI E VINI MONFERRATO

Il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, fondato nel 1946, ha il compito di tutelare e promuovere le sue denominazioni per garantire la loro diffusione e la loro immagine sui mercati nazionali e internazionali, anche attraverso appositi marchi distintivi. Attualmente il Consorzio conta più di 410 aziende associate e 14 denominazione tutelate.

Ufficio stampa AB Comunicazione

Silvia Comarella | s.comarella@ab-comunicazione.it

Anna Barbon | a.barbon@ab-comunicazione.it