Vernaccia di San Gimignano: la storia de Il Colombaio di Santa Chiara

Conosco da anni i Fratelli Logi de Il Colombaio di Santa Chiara a San Gimignano e i loro vini sia i bianchi che i rossi. Terminate le festività natalizie sono quindi tornato nella loro meravigliosa realtà, immersa tra la pace e la tranquillità della campagna toscana.

Alessio Logi mi ha illustrato l’azienda e, con orgoglio, un’importante parte della stessa partendo dai vigneti per terminare verso la Locanda. Una degustazione di tre Vernaccia di San Gimignano ha preceduto poi il gustoso pranzo con prodotti tipici e da loro preparati.

L’azienda vitivinicola Il Colombaio di Santa Chiara sorge a pochi chilometri di distanza dalle mura di uno dei borghi più beii d’Italia, nei dolci rilievi collinari dell’alta Val d’Elsa in provincia di Siena. Di proprietà della famiglia Logi, la gestione della cantina è affidata ai fratelli Stefano, Alessio e Giampiero. La supervisione dei vigneti è del padre Mario, fondatore dell’azienda negli anni ’50 del secolo scorso.

L’azienda vanta oggi quasi 25 ettari vitati, posti ad un’ altimetria che varia dai 350 ai 390 metri s.l.m. Tra i filari si trovano in prevalenza varietà autoctone, in primis Vernaccia, Sangiovese,  Trebbiano Toscano e Malvasia del Chianti e gli internazionali Cabernet Franc e Merlot. Le vigne sono interamente a conduzione biologica certificata, le vendemmie sono rigorosamente manuali. I terreni variano, alcuni ricchi di scheletro tufaceo, altri ricchi di marne argillose ed alcuni vigneti superano i 50 anni d’età.

L’azienda ha quasi raggiunto tre quarti di secolo, tuttavia, dagli anni ‘2000 è nato un nuovo progetto con il preciso obiettivo di produrre vini di qualità, con meticolosa cura sia in vigna che in cantina. Un impegno costante della famiglia Logi i cui vini possono a buon diritto essere considerati un’eccellenza italiana.

A breve partiranno i lavori per la realizzazione di una cantina prospiciente che sarà perfettamente integrata con il paesaggio. La vecchia canonica accanto alla pieve ha abbandonato la sua destinazione d’uso per assumere quella della Locanda dei Logi con sei camere finemente restaurate e dotate di ogni comfort oltre ad un ristorante che propone cucina toscana con vista mozzafiato.

Ecco i vini degustati

Vernaccia di San Gimignano Selvabianca 2023 – veste giallo paglierino chiaro, con leggeri riflessi verdolini ed emana delicati sentori  di  mughetto, lime, timo, uniti ad aromi di frutta a polpa bianca e camomilla. La freschezza stimola il fine sorso, con buona punta saporita nel finale.

Vernaccia di San Gimignano Campo della Pieve 2022 – calice giallo paglierino luminoso dai riflessi dorati, al naso è complesso e sprigiona eleganti sentori agrumati di lime, pompelmo, pera,  biancospino e rosa bianca. In bocca trasmette una piacevole freschezza e sapidità, è persistente ed equilibrato.

Vernaccia di San Gimignano Riserva L’ Albereta 2022 – giallo paglierino brillante, all’olfatto è intenso e fine, sviluppa note di pesca, albicocca, ananas  e zafferano. Palato vibrante, avvolgente e dotato di un’ interminabile persistenza aromatica.

“Metti l’apprezzamento nei dettagli e vedrai la bellezza nell’intero quadro.” – Vincent Van Gogh

Sito di riferimento: https://colombaiosantachiara.it/

Tutte le regole per un perfetto sidro di mele

Da secoli la mela, un frutto apparentemente semplice, è simbolo di ricchezza, seduzione e potere, quindi non c’è da stupirsi del ruolo fondamentale che assume in molte storie: dal frutto proibito del Paradiso al pomo della discordia, dall’alimento avvelenato delle favole al rimedio dell’immortalità nella mitologia greca e nordica.

Nella mitologia le mele sono spesso associate ad Afrodite, dea dell’amore e della bellezza e simboleggiano amore, desiderio e fertilità. Il pomo d’orato che Afrodite tiene in mano nel dipinto di Annibale Carracci, è proprio il pomo della discordia proveniente dall’albero delle Esperidi che Paride attribuì alla dea, decisione che scatenerà una serie di eventi che porteranno alla guerra di Troia.

Le mele oggi sono frutti molto apprezzati in tutto il mondo, noti per il loro sapore dolce e croccante. Appartengono al genere Malus e ci sono migliaia di varietà, ognuna con caratteristiche uniche in termini di sapore, colore e consistenza. Il sidro, o sidro di mele, è una bevanda fermentata ottenuta dalla pressione delle stesse.

La produzione di sidro è un’arte antica che risale a secoli fa, e ha radici in diverse culture, particolarmente in Europa e Nord America. In alcune tradizioni popolari il sidro di mele era considerato un “elisir di lunga vita”, le persone credevano che il consumo moderato di questa bevanda potesse contribuire ad una vita sana e longeva.

In molte regioni del Nord d’Europa ci sono storie e leggende locali, impregnate di magia e mistero, che raccontano di spiriti e creature legate agli alberi di mele e alla produzione del sidro, considerata una bevanda sacra, utilizzata in rituali e cerimonie.

Entriamo più nel dettaglio sulla produzione del sidro:  bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del succo di mele. Il processo inizia con la spremitura delle mele per estrarne il succo, che viene poi fermentato grazie all’azione di lieviti naturali o aggiunti. Durante la fermentazione, gli zuccheri presenti nel succo di mele si trasformano in alcol e anidride carbonica, dando luogo a una bevanda frizzante o meno, a seconda del metodo di produzione.

Le prime notizie storiche riguardanti la coltivazione di mele si possono far risalire al XIII secolo e provengono dall’Egitto e dall’Asia Minore: ne scrissero Strabone e Plinio, aggiungendo che l’aceto di mele era utilizzato per scopi curativi e come dissetante.

I Romani, però, preferivano di gran lunga il vino che cercarono di produrre in Britannia con scarso successo; il clima di quelle zone, con frequenti gelate, non permise il diffondersi della coltivazione dell’uva, spostando così l’attenzione su quella della mela. Fu così che il Succo pomis si diffuse largamente, divenendo la bevanda nazionale dei popoli del nord della Francia.

Dobbiamo alla cultura celtica il merito della diffusione del sidro contenuto in botti di legno inventate all’uopo per la maturazione del succo. Essi attribuivano alla bevanda un valore rituale, oltre che ristorativa, consumandola in occasione di feste e matrimoni.

Nel Medioevo questa bevanda rimaneva un prodotto consumato prevalentemente nei monasteri e nelle abbazie. Negli ostelli lo si vedeva solo durane i periodi di carestia o di carenza di birra, dovuta anche all’alto costo dei cereali usati per produrla, preferendo il vino che rappresentava meglio l’idea di socialità e di svago.

Dllaa fine del Settecento, in particolare dalla Spagna (Asturie) e dal nord della Francia, le notizie più recenti riguardanti il sidro; da lì, successivamente, il consumo si diffuse nell’intera Francia, nel Regno Unito, in Portogallo e in Spagna, soprattutto nelle Asturie e nei Paesi Baschi. Oggi è considerata una bevanda fresca, adatta alle più diverse occasioni, consumata regolarmente anche in abbinamento a carni, formaggi o dolci.

Il mio primo approccio con il sidro è stato durante un viaggio in Normandia, una terra affascinante che offre una miscela di storia, cultura, bellezze naturali e gastronomia deliziosa. La Normandia è particolarmente nota per le sue varietà di mele, che sono utilizzate per produrre sidro di alta qualità.

Il sidro normanno viene preparato attraverso un processo di fermentazione del succo di mela, e può variare il sapore da dolce a secco, a seconda delle varietà di mele utilizzate e del metodo di produzione.  Ne esistono anche diverse tipologie di sidro, come il “cidre doux” (sidro dolce) e il “cidre brut” (sidro secco).

La produzione in questa zona è legata a tradizioni secolari, qui si trovano numerose sidrerie dove è possibile degustare diverse varietà e scoprire di più sulla storia e il processo di produzione di questa bevanda. Sono ambienti familiari, molto accoglienti che spesso producono sidro artigianale dove tutte le operazioni vengono svolte manualmente e danno luogo a bevande che possono avere caratteristiche fortemente diverse: possono variare in dolcezza, acidità e grado alcolico. Alcuni sidri sono frizzanti, mentre altri sono più tranquilli.

Altro luogo preposto alla produzione del sidro è la Spagna, più precisamente nella regione delle Asturie e nei Paesi Baschi. Qui prende il nome di sidra e si contraddistingue, rispetto al sidro francese, per le sue caratteristiche uniche:

  • le mele possono essere più aspre e tanniche rispetto ad altre varietà utilizzate altrove;
  • ci sono vari tipi di sidra come la sidra natural, che non è pastorizzata e ha un sapore più fresco e

fruttato, e la sidra dulce, che è più dolce. Alcuni sidri possono anche essere frizzanti;

  • una caratteristica distintiva del sidro spagnolo è il modo in cui viene servito. La tradizione vuole che venga versato da un’altezza considerevole per ossigenare la bevanda e accentuare i suoi aromi. Questo metodo è chiamato escanciar.

Se volete accostarvi al sidro, vi sintetizzo le caratteristiche principali che potrebbero avvicinarsi al vostro gusto dove le differenze nelle varietà di mele, nei metodi di produzione e nei profili di gusto riflettono le tradizioni culturali uniche di ciascun paese.

In Francia: si utilizzano principalmente mele amare e dolci, come la varietà “Bittersharp” e “Bittersweet”. Le mele vengono selezionate per il loro equilibrio di dolcezza e acidità;

Metodo di Produzione: Il sidro francese è spesso prodotto attraverso la fermentazione naturale, e può anche includere un processo di fermentazione secondaria in bottiglia;

Gusto e Stile: Il sidro francese tende ad avere un profilo di gusto più complesso, con una varietà di aromi che possono includere note fruttate, speziate e terrose. Può essere frizzante o fermo.

In Spagna: anche se si utilizzano diverse varietà di mele, il sidro spagnolo tende a utilizzare mele più acide e tanniche. Le varietà locali includono “Raxao”, “Pendu”, e “Durella”.

Metodo di Produzione: La produzione di sidro in Spagna può essere più rustica e tradizionale, spesso con una fermentazione spontanea. Il sidro viene spesso filtrato meno rispetto a quello francese.

Gusto e Stile: Il sidro spagnolo tende ad essere più acido e meno frizzante, con un profilo di gusto che può includere note di fermentazione e una leggera effervescenza. È spesso più secco rispetto al sidro francese.

Mi sono limitata a raccontarvi della produzione francese e spagnola (che poi è quella che ho toccato con mano) ma il sidro si trova in diverse zone del globo, ricordiamo Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Germania, Italia. C’è l’imbarazzo della scelta!

Portatemi una brocca di sidro affinché possa bagnare la mia mente e dire qualcosa di saggio! (Aristofane) Prosit!

I Fontana: storie di pizza e di famiglia

Un mondo affascinante quello dei maestri pizzaioli d’Italia. Ancor più se a parlarne è un degno rappresentante della Campania, dove la pizza, uno degli alimenti più riconoscibili e replicati nel mondo, ha mosso i primi passi. Pietro Fontana la gavetta la conosce alla perfezione: da assistente alle vendite accanto al papà, fino alle prime esperienze davanti al forno, sia in Italia che all’estero.

Proprio al rientro dalla Germania decide di perfezionarsi in vista dell’apertura di un locale in proprietà. Grandi mentori come Giorilli e Bonci gli insegnano l’arte della lievitazione, vero scoglio da superare per avviare un’impresa di successo o un’improvvisata attività poco durevole. Farine a diverso grado di raffinazione o abburattamento, temperature controllate di lievitazione, utilizzo del criscito, della biga o del lievito madre, forni a doppia cottura e quanto possa rendere uniforme una pizza rispetto all’altra, per evitare spiacevoli recensioni da parte dei clienti.

Pietro e Melania – “I Fontana”

Il progetto “I Fontana” prende piede con la moglie Melania Panico a Somma Vesuviana (NA) il 6 marzo del 2020, alla vigilia della chiusura per pandemia. Nel maggio 2022 viene aggiunto un ulteriore tassello, I Fontana Rustico, un locale dedicato a pizza in teglia e fritti. A fine 2022, poi, apre anche a Pomigliano d’Arco I Fontana Deluxe, locale attualmente fermo per mancanza di personale, incentrato su pizza in pala, padellini e pizza romana.

Tutta la famiglia collabora al perfetto andamento delle pizzerie, avvalendosi di Perrella Distribuzione per la carta vini, composta e ben gestita anche grazie all’interesse di Melania per il mondo della sommellerie in vista di un futuro da esperta di settore. Ben 140 i coperti, attenzionati con cura dai ragazzi di sala giovani e sorridenti, che predispongono bene ad una serata in allegria, come dovrebbe essere l’antica usanza del recarsi in Pizzeria.

Nulla contro i gourmand, ma bisognerebbe ripristinare il senso reale delle cose evitando di rendere eccessivamente ingessata e snaturata l’essenza stessa di un prodotto, che ha visto una diffusione pressoché ubiquitaria per la sua formula easy a portata di tutte le tasche. Una forma di democrazia indiretta efficace persino più di tante Istituzioni sovranazionali. Non si può pretendere, seppur nel nome della ricerca estrema di qualità e inventiva, di proporre conti salatissimi ormai insostenibili per la maggior parte delle famiglie.

In tale contesto Pietro Fontana ha scelto di contenere la spesa media per gli avventori, proponendo comunque pietanze ricche di classe e personalità, con un occhio verso la tradizione e i ricordi di famiglia. Proprio da un Vecchio Ricordo parte la nostra degustazione, una pizza il cui impasto è realizzato con criscito, farina di grano e cereali, ricoperta da tre tipologie di pomodori (rosso, arancione e giallo) del Vesuvio saltati in padella, origano di montagna, aglio fresco tagliato a mano e olio.

Tra le Pizze Concept evidenziate nel menù, la straordinaria Metamorfosi di carciofi con colata di pecorino dei Monti Lattari, carciofi arrostiti, provola di Jersey, pesto di aglio orsino, tartufo nero Uncinatum, maggiorana, pepe di Sarawak e olio, il cambio di mentalità di Pietro verso l’idea di pizza gourmet e, probabilmente, tra le migliori assaggiate in Campania per equilibrio di sapori.

Interessante e delicata anche la “Evoluzione” Scarola con fior di latte di Jersey, scarola riccia a crudo, colatura di alici di Cetara, olive itrane, papaccelle in agrodolce, primo sale e olio, ben rappresentante dell’identità partenopea con le sensazioni che si avvertono, ad esempio, nella natalizia insalata di rinforzo.

La Sotto Terra con provola di Jersey, funghi porcini freschi saltati al burro, funghi porcini a crudo, sale Maldon, pepe di Sarawak, tartufo nero pregiato, melagrana, germogli e olio abbraccia la modernità nella proposizione di un frutto croccante come la melagrana.

Finale scelto tra “La ruota di Carro” del diametro di 38 cm, con la 081 autentica declinazione di formaggi, tra fior di latte di Jersey Caseificio Aurora, basilico, olio evo e all’uscita stravecchio di Bruna Alpina sempre del Caseificio Aurora. Le materie prime fanno davvero la metà del lavoro. 

I Fontana Pizzeria

Via Annunziata, 58

Somma Vesuviana (NA)

Tel. 081 7081589

I Fontana Rustico

Via Aldo Moro, 36

Somma Vesuviana (NA)

Tel. 081 3181500

www.ifontanapizza.it

Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: O Me o il Mare Restaurant

Gragnano (NA), regno della pasta che ne ha condizionato persino lo sviluppo urbanistico con vicoli e viuzze concepite per consentire il passaggio degli zefiri fondamentali per la tecnica dell’essiccatura. Gragnano che ha visto di recente il ritorno di due stelle della ristorazione: chef Luigi Tramontano e la moglie Nicoletta Gargiulo.

Luigi, già stella Michelin in passato in altre strutture della Costiera; Nicoletta espertissima nella gestione della sala e nella selezione vini, miglior sommelier d’Italia per l’Associazione Italiana Sommelier nel lontano 2007. Insieme hanno deciso di sbarcare con un locale in proprio – O Me o il Mare Restaurant – e sbancare i canoni della gastronomia con assoluta competenza, eleganza, rispetto delle materie prime e del cliente al tavolo.

Tre i menù degustazione a disposizione, con eventuali opzioni singole tra le varie componenti: “Essenza” da 105 euro e 6 portate, “Linfa” da 125 euro e 7 portate e “A mano libera” da 9 portate per 150 euro totali, abbinamento vini escluso. Possibile ridurre il numero di proposte su richiesta e previa prenotazione. Abbiamo optato per la giusta via di mezzo con “Linfa”, ricco di tradizione rivisitata in chiave mediterranea.

Convincente l’inizio con i delicati entrée tra i quali: bao al vapore con buttata, maionese di alici e alici o croccante di kuzu a mo’ di impepata di cozze e, infine, bonbon al provolone di Monaco in carrozza.

Il toast di spigola pescata all’amo mantiene croccantezza ed equilibrio, con il corretto mix tra emulsioni e sensazioni tenaci della sfoglia esterna.

Grande classico l’espresso di crostacei con bisque royale al cioccolato, salsa thai, cipollotto e riso fritto, dal retrogusto deciso e piccante, tipico timbro della cucina a chilometro zero di chef Tramontano.

E altrettanto tipica è la mischia francesca (ammesc’ francesca detto in napoletano), ovvero la pasta mischiata in brodo di polpo, colorata e briosa che richiama ai sapori di una volta, com’era la pasta c’a barzanella con pomodoro in più consistenze, seconda pietanza dedicata all’oro giallo di Gragnano, dal finale quasi di umami dovuto alla riduzione del ragù.

La scelta di carne è a base di maialino, razza nobile per la Campania, da cui sono state ricavate tre parti in cotture differenti, unite al fondo di cottura, una rarità ormai nei condimenti anche per la lunga e complessa preparazione, che da O Me o il Mare Restaurant trova sempre spazio.

Finale sul dessert dedicato ad un frutto tipico coltivato in base alla stagionalità. In estate veniva proposta la pesca, adesso è il turno del limone farcito con tortino in accompagnamento.

Non potevamo terminare la visita dimenticando la curiosa origine del nome scelto per il locale, entrato da subito in Guida Ristoranti Gambero Rosso con due forchette e, pochi giorni dopo, premiato con l’ambita una Stella dalla Guida Michelin. Antonio Tramontano, padre di Luigi e cuoco di lungo corso su navi da crociera, quando conobbe il vero amore fu posto di fronte ad una lettera ultimatum della sua diletta, in cui era scritto “devi scegliere o me o il mare”.

La scelta, vedendo i talentuosi figli Luigi, Vincenzo e Angelo Mattia, è stata la cosa migliore che potesse fare.

Alcamo Wine Fest, che sia un Catarratto per tutti

La Sicilia occidentale dimostra palesemente, qualora ce ne fosse bisogno, che le scelte comunicative di un territorio o distretto produttivo fanno la differenza tra l’essere e il non essere. Non scomodiamo Shakespeare per carità, ma l’apparenza, in questo mondo, spesso vuol dire anche sostanza. Se non siete mai stati ad Alcamo, poco potrete comprendere della bellezza di una terra ancora selvaggia e ricca al tempo stesso di storia e magnificenza.

Nel domino della comunicazione d’élite, Alcamo era semplicemente sparita. Qualche istante di gloria tra la seconda parte degli anni ’70 del secolo scorso e poi il buio, l’emigrazione e conseguente parziale abbandono delle vigne, poco redditizie per la scelta di affidarsi all’ombrello di grandi cooperative. Il Bianco di Alcamo si è così spento fino al nuovo millennio – capiremo poi cosa è cambiato – e con esso lo splendore della sua varietà più rappresentativa: il Catarratto.

Si comprende che il nome non abbia un particolare fascino nella pronuncia. Eppure la qualità media dei vini prodotti lo rende uno dei vitigni meglio performanti di quest’angolo di Isola: lo troviamo in diverse denominazioni e vesti, da solo o in compagnia, seguendo le tante filosofie stilistiche tramandate dagli anziani e rivalutate dalle nuove leve.

Ed a proposito di giovani, il movimento dei Catarratto Boys nato dalle ceneri del passato in chiaroscuro dei progenitori ha ridato vita ed impulso alla voglia di far bene con quel che si ha, senza speculazioni al ribasso, senza ricerca ostentata di mercati impossibili. Maria Possente, presidente Enoteca Regionale Sicilia Occidentale e illustre rappresentante della neonata associazione di produttori, può essere fiera di quanto sta accadendo in zona.

Un Catarratto per tutti dunque, anzi tre Catarratto! Sembra che i biotipi presenti attualmente siano differenziati in tre forme: il Catarratto Bianco Lucido maggiormente coltivato; il Catarratto Comune, che da vini più gioviali e meno strutturati e l’Extra Lucido, utilizzato principalmente nei rifermentati naturali in bottiglia per la sua acidità. Questa sottile distinzione, poi, è quasi assente nei campi, dove le tipologie si mescolano tra i filari senza soluzione di continuità.

Gambero Rosso ha voluto scommettere sul territorio e sui circa venti produttori presenti, molti amici sin dall’infanzia ed ex compagni di studio ai tempi del percorso in Scienze Agrarie: preparazione dunque, addestramento al mercato globale e voglia di imitare altri luoghi vocati e conosciuti, forse con quell’esuberanza e irrequietezza tipica della gioventù che confonde in alcune scelte inevitabili e dolorose.

Una di queste è quella di non legarsi eccessivamente ai macerati naturali, andando a moderare un fenomeno certo alternativo alle attuali proposte enologiche siciliane, ma che rischia in contropartita di restare solo di nicchia. Più interessanti sembrano, invece, le scelte delle versioni “base o tecnologiche” (se così vogliamo identificarle) e le bollicine Metodo Classico, dotate di nerbo ed eleganza tali da preconizzare un futuro glorioso al pari di altri distretti della spumantistica in Italia.

Non ci stupiamo, pertanto, che Alcamo Wine Fest rappresenti solo il punto di partenza per una seconda edizione, con consapevolezza e maturità ben diverse dei suoi attori. Il guru dei vini Aldo Viola ha avuto un merito importantissimo nel processo continuo di autoapprendimento dei viticoltori locali: ha tracciato una via, consapevole delle potenzialità del Catarratto e della necessità di lavorare con fondamenti scientifici, poco empirismo e tanta esperienza. La stessa che ha nel sangue il padre Angelo, classe 1934, con il quale si riesce a discutere di agronomia e portinnesti come in una lezione di un cattedratico universitario alla presa con gli studenti di corso. Certe qualità intrinseche si hanno dalla nascita, non si possono ricreare su commissione.

E veniamo ad un breve excursus sugli assaggi effettuati nella due giorni riservata alla stampa. Della masterclass condotta da Giuseppe Carrus, curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, ve ne parlerà in maniera approfondita il collega di redazione Andrea Russetti in un prossimo articolo. Un ringraziamento all’Amministrazione Comunale di Alcamo rappresentata dal sindaco Domenico Surdie dai consiglieri presenti all’evento, opposizione inclusa. Non è semplice fare gioco di squadra, mettendo da parte i particolarismi politici: quando ciò accade, il risultato non può che essere meravigliosamente positivo.

I vini

Balharā 2023 Catarratto Doc SiciliaPizzitola – da C.da Zuccari a Monreale (PA), nell’Alto Belice. Azienda in biologico e a conduzione familiare, oggi guidata dal giovane enologo Giuseppe. Terreni calcareo-argillosi con inserti di sabbia a 300 metri d’altitudine. Ha stoffa da vendere, buccioso e voluminoso in bocca, con nuance d’erbe officinali e frutta a polpa gialla.

91011 Alcamo Doc 2023 – Tenute Valso – Stefano Vallone ha trasmesso ai figli Gabriele, Vito e Fabio l’esser pragmatici. Alle spalle del ventoso e fresco Monte Bonifato, creano un vino dalle contrade San Nicola e Valso, semplicemente spettacolare e modernista, sui toni di fiori bianchi e agrumi. Un biglietto da visita perfetto per chi non sa cosa ci sia dietro a un calice di Catarratto.

Catarratto 2023 Doc Sicilia – Del Grillo – tanti gli ettari per Fiorenza e Giuseppe grillo, ben 92 in provincia di Trapani. Da Contrada Chirchiaro a 450 metri d’altitudine nasce il loro bianco elegante e succoso, su scie tropicali e lunga chiusura sapida. Fermentazione e maturazione semplice e poco invasiva per esaltare al massimo il varietale.

Maniscà Biologico Catarratto 2023 – Maniscà – Nicola Maniscalchi e la figlia Claudia credono nel minimo intervento possibile sia in vigna che in cantina, con l’utilizzo di lieviti indigeni e fermentazione malolattica naturale. Carattere aromatico, quasi da Moscato, con profondità balsamiche e ancora acerbe che richiedono ulteriore sosta in vetro per acquietarsi.

Mezzatesta 2023 – Domenico Lombardo – Dalle Contrade Vivignato, Mezzatesta e Scarlata tra il torrente Fiumefreddo e la riserva del Monte angimbè. Domenico è uno sperimentatore, a volte anche ardito; il suo Catarratto non è filtrato, dalla tempra tipica di un orange, interessante e agrumato, anche se un filo evoluto nella chiosa di bocca.

Lunatico 2023 – Biologica Stellino – Azienda recente quella di Tommaso stellino, seppur fondata già nei primi anni del ‘900. Dal fenotipo Catarratto Lucido coltivato in Contrada Fratacchia da piante di 20 anni, se ne ricava un vino ricco di polpa, tra pera Williams e mela golden, che manca del necessario scatto in acidità finale per essere perfetto.

Catarratto IGP Terre Siciliane 2023 – Sergio Drago – Circa 7 gli ettari a dominio, tra Alcamo e Monreale. Vini sinceri che però abbisognano di ulteriore perfezionamento nel gusto. Il campione degustato resta timido, compresso in alcune sfumature erbacee che attendono maturazione.

C23 2023 – Criante – Davide Adragna e la famiglia Criante presentano la loro idea di Catarratto Comune, bella ed elegante con quelle sensazioni che sanno tanto di Sicilia, tra zagare profumate, arancia gialla e bergamotto, con persistenze salmastre. Siamo in Contrada Piano Marrano, totalmente in biologico. Solo acciaio e circa 6 mesi sulle fecce fini.

Catarratto Alcamo Doc 2023 – Bosco Falconeria – Sulle colline sovrastanti il Golfo di Castellammare, Natalia Simeti produce il suo vino a Contrada Bosco Falconeria in zona Partinico. Terra rossa ferrosa e rispetto per la natura, per un prodotto dai tocchi vegetali e surmaturi, decisamente caldo e panciuto rispetto agli altri in degustazione.

Le mie origini 2022 IGP Terre Siciliane – Alessandro Viola – Alessandro, fratello di Aldo Viola, detiene 16 ettari sul versante est del Monte Bonifato ed è stato il primo a puntare al Metodo Classico da Catarratto già nel 2011. Il vino è una lama tagliente, quasi salato e persino con un ricordo ben preciso di catechine. Avrà lunga vita davanti.

All’ombra dei pini 2022 – Longarico – Dagli studi universitari a Bologna, all’apertura di un wine bar che prese il nome da una Contrada dove il nonno materno coltivava uva, fino al ritorno alle origini grazie ai suggerimenti di un caro amico come Alessandro Viola. Luigi Stalteri presenta il suo Catarratto in stile macerato, dalle sfumature di frutta secca e balsamicità spinte. Non semplice e non per tutti, ma può essere un aspetto positivo.

Angelo 2022 – Aldo Viola – Il mentore della nouvelle vague di Alcamo. Classe 1969, infinite esperienze all’estero dove viene chiamato anche in qualità di consulente. Tante etichette rappresentativa, tra il Brutto frizzante Ancestrale, fino al vibrante Catarratto del Krimiso, per chiudere verso il pazzesco Syrah Plus. L’Angelo 2022, omaggio al papà, nasce da Contrada Timpi Rossi su terre sabbiose. Nuance da affumicature ardenti, agile e succoso con agrumi e camomilla a comporre un quadro altamente stimolante.

Katamacerato 2021 – Elios – Nicola Adamo ed il socio enologo Guido Grillo hanno dato via, nel 2015, al sogno di riadattare le terre agricole delle proprie famiglie. Passione forte per i vini naturali, anche se, bisogno dirlo, il loro miglior prodotto è lo spumante Blanc de Blancs gustoso e accattivante. il Katamacerato resta troppo schiacciato su vene tropicali intense che sovrastano le parti più delicate del vino.

Catarratto Criomacerato 2019 – Tenuta Le Terre Chiare – Da quattro generazioni l’azienda, ora gestita dai germani Vincenzo e Giorgio Alesi, guarda dritta verso il Mar Mediterraneo in uno dei panorami mozzafiato tra i più poetici dell’areale. Al loro fianco il padre Giuseppe, agronomo, che li segue passo dopo passo nell’ardua impresa. Il loro vino è ben fatto, in equilibrio tra frutta a polpa bianca ed essiccata, ben declinata in tante sfaccettature. Chiude rapido, forse troppo.

Cinque Inverni 2017 – Possente – Un luogo, la sua identità, chi lo vive e ne custodisce l’essenza. Questo è il motto di Antonio, Maria e Stefania Possente, tra fratelli uniti dall’amore per il territorio e i loro vini. E naturalmente per il Catarratto che rivisitano in più espressioni versatili. Il Cinque Inverni, una sorta di Riserva non ufficializzata, è elegante nelle sue sensazioni idrocarburiche da Riesling, unito ad erbe officinali e spezie dolci. Fa viaggiare con la mente senza mai fermarsi.

Pellegrino: dal 1880 la Sicilia occidentale in bicchiere

Pellegrino: dal 1880 la Sicilia occidentale in bicchiere, l’evento che sottolinea la lunga tradizione dell’azienda Pellegrino, ma anche il legame profondo tra cantina e il territorio, che da oltre un secolo è al centro di una viticoltura di grande valore. Organizzata dalla Delegazione AIS Cilento e Vallo di Diano, presso l’incantevole MecPaestum Hotel, la masterclass ha offerto ai partecipanti l’opportunità di scoprire la ricchezza vitivinicola della regione attraverso una degustazione di alcune delle etichette più rappresentative dell’isola.

La serata ha visto la conduzione di Maria Sarnataro , delegata AIS Cilento e Vallo di Diano e di Demetrio Rizzo, responsabile commerciale e marketing di Cantine Pellegrino 1880 che hanno guidato il pubblico alla scoperta dei vini della storica azienda siciliana, in un percorso sensoriale che ha abbinato eccellenze vitivinicole e gastronomiche.

Fondata nel 1880 a Marsala da Paolo Pellegrino, notaio e viticoltore, l’azienda a conduzione familiare è una delle realtà storiche che rappresentano la tradizione e l’innovazione dei vini siciliani, uno dei simboli della viticoltura siciliana, specializzata nella produzione di Marsala e vini passito liquorosi di Pantelleria, nonché per il recupero di vitigni autoctoni.

Giunti alla sesta generazione, la famiglia Pellegrino continua a gestire l’azienda, mantenendo un forte impegno verso la sostenibilità e l’eccellenza vinicola: tre sono le cantine a Marsala, a Cardilla nel trapanese e a Pantelleria; un numero importante di etichette arriva da un’area vitata che comprende cinque tenute e 150 ettari vitati in zone differenti della Sicilia occidentale, tutti in regime di coltivazione biologica e focalizzati sulla produzione da vitigni autoctoni.

La masterclass ha portato la qualità dei vini che portano il nome di questa cantina nel mondo. Durante la masterclass, i partecipanti hanno avuto il privilegio di degustare una selezione di prodotti pregiati, simbolo dell’eccellenza vitivinicola della cantina Pellegrino. Ecco i protagonisti della giornata:

  • Isesi Bianco di Pantelleria 2022.

Bianco fresco e minerale, proveniente dai vigneti eroici di Pantelleria, isola famosa per la sua particolare viticoltura a piede franco. L’Isesi è un vino che racchiude in sé le caratteristiche del terroir vulcanico e argilloso, con una spiccata aromaticità avvolgente con note di fiori bianchi, frutta fresca ed erbe aromatiche. La sua vibrante acidità lo rende perfetto come aperitivo o in abbinamento a piatti di pesce fresco.

  • Senaria Grillo Superiore 2022

Il Grillo è uno dei vitigni autoctoni siciliani più amati, e in questa versione superiore rivela potenza e finezza. Con un bouquet delicato che richiama camomilla, frutta a pasta bianca in evoluzione e un accenno di erbe aromatiche, questo vino si distingue per struttura e media persistenza, ideale in abbinamento con piatti di pesce e crostacei.

  • Capoarso Perricone IGT 2022

Il Perricone, altro autoctono siciliano, rappresenta una vera e propria riscoperta della tradizione isolana. Rubino intenso, proveniente dalla Sicilia occidentale, presenta al naso note di viola accompagnate da una lieve speziatura e dolci sentori balsamici. Al palato, si distingue per un gusto rustico e sapido, dalla buona trama tannica. Un vino per piatti di carne, in particolare arrosti e stufati.

  • Tanaurpi Malbec IGT 2022

Interpretazione più internazionale ma che ben si adatta al clima siciliano, il Malbec di Pellegrino è un vino ricco e potente, con note di ciliegia e prugna matura, accompagnate da una leggera sfumatura di spezie. Il corpo lo rende perfetto in abbinamento a piatti ricchi come brasato o carni grigliate.

  • Nes Passito Naturale Pantelleria 2022

Il passito naturale che incarna l’essenza di Pantelleria. Nato nel 2018, e racchiude l’essenza dell’isola, il Nes Passito prodotto con uve Zibibbo, si caratterizza per un’incredibile dolcezza, arricchita da un’incredibile complessità aromatica, con note di albicocca secca, miele e frutta candita. Prodotto da dessert, perfetto per accompagnare dolci a base di frutta o formaggi erborinati. Acidità e sapidità ci fanno pensare ad una lunga evoluzione felice

  • Old John, Marsala Superiore Riserva Ambra Semisecco 1998

Deve il suo nome al ricco mercante di Liverpool John Woodhouse, che nel 1773 diede il via al mondo del Marsala. È realizzato con uve Grillo, Inzolia e Catarratto, provenienti dall’entroterra di Marsala e Mazara del Vallo. Espressione matura e raffinata di uno dei vini fortificati più celebri al mondo. Con il suo colore ambrato e un bouquet di frutta secca, miele e spezie, il Marsala Ambra si rivela un vino complesso e di grande eleganza, ideale in abbinamento a formaggi stagionati o come vino da meditazione.

  • Genesi, Marsala Superiore Riserva Rubino 

Un regalo inatteso per i degustatori: un regalo di eccellenza. In occasione del 140° anniversario dalla fondazione della Cantina, Pellegrino ha realizzato questa etichetta che celebra dunque la storia della Cantina, la famiglia ed il Marsala. Da Nero d’Avola in purezza, caratterizzato da un intenso colore rubino con riflessi violacei, al naso offre profumi fruttati di ribes e mirtilli, accompagnati da note balsamiche e pepate. Al palato si presenta dolce con una piacevole tannicità e freschezza, esprimendo sentori di melograno e gelso bianco. Da meditazione.

Ad accompagnare la degustazione una selezione di formaggi, scelti accuratamente per complessità e varietà di profumi e sapori in modo tale da consentire ai partecipanti di sperimentare gli abbinamenti. I formaggi degustati includevano:

  • Provolone del Monaco DOP stagionato 6/7 mesi
    Formaggio dal sapore deciso e avvolgente, che si sposa perfettamente con il Senaria Grillo Superiore, in un abbinamento che ne esalta la cremosità e la salinità.
  • Canestrato di Moliterno IGP stagionato 5/6 mesi
    Formaggio a pasta dura, saporito, che grazie alla sua struttura si accompagna magnificamente con il Capoarso Perricone, creando un gioco di contrasti tra la freschezza del vino e il carattere intenso del formaggio.
  • Comté DOP
    Un formaggio francese d’alpeggio con texture compatta e sapore complesso. Ha trovato il suo perfetto partner nel Senaria Grillo Superiore, che ne ha esaltato le note di frutta e le sfumature erbacee. Interessante l’abbinamento contrastante con il Tanaurpi.

  • Gorgonzola DOP
    Il Gorgonzola, con la sua morbidezza e sapidità, è stato un abbinamento ideale per il Nes Passito Naturale, con la sua dolcezza che bilanciava e contrastava perfettamente il carattere pungente del formaggio.
  • Blu di Bufala: caliamo i sipari con un formaggio erborinato con latte di bufala ha una pasta morbida e un sapore deciso, forte, piccante, a lungo persistente, ideale per essere abbinato all’ Old John, Marsala Superiore Riserva Ambra Semisecco creando una combinazione ricca e complessa.

Roma incontra i vini dell’Irpinia

“Tra le colline dell’Irpinia, dove la natura incontra la storia, si cela un tesoro enologico che merita di essere scoperto: i suoi vini straordinari raccontano una terra ricca di tradizioni.” Roma ha ospitato l’evento organizzato dal Gambero Rosso per la promozione delle denominazioni dei vini irpini, in collaborazione con il Consorzio Tutela Vini d’Irpinia.

Ormai è consolidata la presenza nelle eleganti e sontuose stanze del palazzo nobiliare del Gambero Rosso che ospita eventi per parlare di cibo e vino. Il Direttore Lorenzo Ruggeri ha tenuto a sottolineare l’importanza dell’Irpinia nel panorama enologico italiano, sottolineando le caratteristiche di un territorio ancora non degnamente conosciuto.

Una terra dove il tempo sembra scorrere più lentamente, che racconta storie di tradizioni antiche e sapienza artigianale, incarnata nei suoi vini. È proprio qui che il Consorzio di Tutela dei Vini d’Irpinia, guidato con passione dalla Presidente Teresa Bruno, lavora instancabilmente per valorizzare e promuovere un patrimonio unico.

Insieme alla collega di 20Italie Ombretta Ferretto abbiamo partecipato alla masterclass sui vini irpini e ad i banchi d’assaggio. Partiamo per questo mondo ancora inesplorato, alla ricerca dell’essenza del buon vino.

L’Eccellenza dei Vini Irpini

La forza dell’Irpinia risiede nella sua varietà e qualità dei prodotti, frutto di un territorio dalle caratteristiche irripetibili: suoli vulcanici, altitudini che superano i 700 metri e un clima che mescola influenze mediterranee e continentali.

Tra i bianchi, spiccano due perle DOCG:

            •          Fiano di Avellino, elegante e complesso, con profumi di agrumi, miele e fiori bianchi.

            •          Greco di Tufo, minerale e raffinato, riconoscibile per le sue sfumature sulfuree e i sentori di frutta a polpa bianca.

Accanto a loro, il più semplice ma accattivante Coda di Volpe a completare l’offerta con nuance fresche e floreali, ideali per accompagnare piatti leggeri e di mare.

Tra i rossi, il protagonista assoluto è il Taurasi DOCG, vino robusto e longevo che esprime il meglio del vitigno Aglianico, dai sentori di frutti di bosco, tabacco e spezie. A completare il panorama ci sono l’Aglianico DOC, più immediato ma ugualmente intenso, e l’Irpinia Rosato DOC, perfetto per chi cerca un calice fresco e fruttato.

Il Ruolo del Consorzio dei Vini d’Irpinia

Teresa Bruno, presidente del Consorzio di Tutela dei Vini d’Irpinia afferma: <<La nostra missione è quella di raccontare al mondo un territorio straordinario attraverso i suoi vini. Ogni bottiglia di vino irpino racchiude non solo i profumi e i sapori di questa terra, ma anche il lavoro, la passione e la cultura di generazioni di viticoltori.>>

Un Patrimonio da Scoprire

Dai borghi storici alle cantine a conduzione familiare, passando per i sapori inconfondibili della gastronomia locale – come il caciocavallo podolico, i salumi e i piatti a base di castagne e tartufo – ogni angolo di questa terra racconta un’emozione unica.

Un Calice d’Irpinia: Un Viaggio nei Sapori del Sud

Mentre brindiamo, ricordiamo che dietro ogni sorso ci sono storie di passione, di legame con la terra e di orgoglio per una tradizione da proteggere e valorizzare. Non resta che alzare i calici e lasciarsi conquistare dai sapori e dai profumi di questa terra straordinaria.

Ancora buon anno a tutti… e viva l’Irpinia!

O con Report o contro Report: il mondo del vino si interroga, senza darsi risposte

N.d.r. Condividiamo l’editoriale del giornalista Gaetano Cataldo con alcune riflessioni in merito alle recenti inchieste della trasmissione Report della RAI sul mondo del vino. Lo facciamo nel consueto spirito di autoanalisi che dovrebbe contraddistinguere tutti gli operatori del settore di un sistema articolato come quello vitivinicolo. I “Moloch” non devono esistere in nessuna delle barricate: sia che si guardi all’opera incessante dei tanti produttori italiani, che danno lavoro a migliaia di famiglie, sia che si tratti dell’attività giornalistica e del diritto di cronaca di qualsiasi testata abilitata, che risponde civilmente e penalmente in caso di inesattezze e diffamazioni. Entrambi gli attori, però, sono protagonisti indispensabili di un mondo libero: dove non c’è controllo e non c’è comunicazione non esiste mercato. Buona lettura.

Negli ultimi tempi la trasmissione Report è stata attaccata per le sue inchieste sul mondo del vino. Non è un buon segno per l’intero settore; rappresenta, piuttosto, la mossa scacchistica d’arrocco di un sistema basato sullo screditamento del giornalismo, invece del sereno contraddittorio in ogni punto trattato.

Le perplessità, va ammesso, delle due puntate precedenti a quella del 22 dicembre scorso erano a tutti palesi: la maniera di generalizzare e sparare nel mucchio, un discorso con qualche lacuna ad evidenza che il conduttore non fosse avvezzo alla pratica enologica e vitivinicola, oltre ad errori nel pronunciare i nomi delle etichette. Nell’ultima inchiesta, però, a parte la discutibile inflazione del termine Supertuscan, il direttore Sigfrido Ranucci è andato dritto al nervo della questione sulle identità geografiche presunte di alcune tipologie di vino.

Il focus trattava di una specifica area produttiva toscana, menzionando solo determinate cantine, senza per questo mettere in discussione o sconvolgere l’intero distretto. Aziende che hanno trovato opportuno inserire vini di altre regioni attraverso un giro di intermediazioni, descritto in maniera piuttosto cristallina, ammesso dagli stessi interessati e le cui dinamiche sono al vaglio degli inquirenti.

La trasmissione si è fatta ovviamente carico di ciò che ha affermato, non dovendo sentirsi responsabile di quello che gli ascoltatori possano intendere alla conclusione dell’atto di cronaca. Non si può disinnescare la filiera del giornalismo di inchiesta e non è affatto messo in discussione il valore del vino italiano, né il buon nome di un asset strategico per il Made in Italy. Tale racconto sarebbe un atteggiamento interpretativo volutamente manipolatorio, che avvantaggia solo chi non applica la dovuta trasparenza verso i consumatori finali. Il vero sensazionalismo e allarmismo consiste nel non ammettere che vi siano problemi nascosti dietro meriti e lustrini, evitando di fare massa critica pur di non toccare nessun argomento scabroso.

Siamo troppo abituati ad immaginare giornalismo e comunicazione come qualcosa di simile: il giornalismo fa anche un certo tipo di comunicazione, ma non necessariamente la comunicazione fa giornalismo. Il giornalismo dovrebbe divulgare la verità dei fatti e la comunicazione dovrebbe narrare, attraverso uffici stampa aziendali, professionisti ed agenzie esterne, ciò che è più opportuno per creare leve motivazionali a vantaggio del marketing delle aziende. In poche parole, nuovi clienti e nuove vendite.

Non c’è nulla di male, è un lavoro come un altro, commissionato da chi deve vendere un bene commerciale e giustamente pagato. Il giornalismo e la stampa libera, invece, dovrebbero essere disgiunti da forme di compenso o di interessi. Usiamo volutamente il condizionale.

Chi attacca Report parte dall’assunto che la pratica del giornalismo investigativo sia ben compresa e assodata dai lettori. Ed è sicuro che la presenza incessante di esperti poi confutati in ogni singolo, sia la pratica più attendibile da compiere. Ai magistrati che hanno indagato su metanolo e brunellopoli, però, non era richiesta una laurea in viticoltura ed enologia: hanno semplicemente analizzato le eventuali frodi commesse contro la salute pubblica o i disciplinari di produzione.

La dietrologia non suffragata da valide argomentazioni è il vero punto lesivo per il vino italiano, che ha bisogno di avvocati azzeccagarbugli o narratori malamente prezzolati. Non si tratta di trarre in inganno persone ignare di essere oggetto di indagini giornalistiche, ma di provvedere deontologicamente e con riserbo ad evitare ulteriori emorragie della verità che si vuole riportare alla luce, meccanismi tra l’altro insegnati all’università attraverso corsi di formazione specifici.

Se qualcuno sa e tace per parlare ai microfoni in un secondo momento, è passato da un’atteggiamento omertoso, alla disonestà intellettuale o, quantomeno, all’ignoranza consapevole. Report fa un legittimo mestiere e chi comunica il vino, tradendolo, deve spettacolarizzarlo. Ci si può chiedere se possa essere propaganda contaminata dalla comunicazione finalizzata a interessi economici o una critica analitica sic et simpliciter: poi ci rendiamo conto, guardandoci attorno, che ultimamente tutti i vini sono diventati perfetti, le annate sempre eccellenti e i premi innumerevoli. Anche questo è un fattore di fragilità intrinseca, così come si afferma che se tutto è mafia niente è mafia, così si può dire che se tutto è ottimo e ben prezzato allora qualche dubbio sussiste, guardando anche agli stock di prodotti invenduti in territori “santi e glorificati”.

Infine, alle soglie del terzo millennio, vogliamo illuderci che faccia notizia il prodotto chimico che aumenta la quantità di certi valori legali e normalmente ammessi come antiossidanti, per ottenere una correzione sui parametri organolettici di un vino? L’etichetta è un patto di fiducia tra produttore e consumatore: se la promessa talora non viene essere mantenuta andrebbe ulteriormente rivisto l’intero procedimento, con una stretta di vite che possa fugare qualsiasi dubbio di opacità.

Ai posteri l’ardua sentenza… e mentre il “medico studia”, molte vittime del metanolo del 1986 stanno aspettando ancora i risarcimenti.

Il Mont Blank a Eboli: l’occasione per una pausa gastronomica di qualità

Quando Carlo Levi scrisse il suo capolavoro letterario, la strada e la ferrovia abbandonavano la costa salernitana, più o meno all’altezza di Eboli, per addentrarsi negli impervi territori campano-lucani. Eboli, per l’esule antifascista, non fu indice di termine della civiltà piuttosto metafora del colpevole abbandono, della disattenzione e del tradimento sociale del Mezzogiorno d’Italia che aveva causato, sin dall’unità d’Italia, il ritardo di sviluppo che ancora conosciamo.

Oggi il gap è tutt’altro che colmato, eppure lo scrittore torinese, Senatore della Repubblica nel dopoguerra, probabilmente sposterebbe a sud quella linea immaginaria. Magari al centro del Mediterraneo, perché ogni “Sud” ha un suo corrispettivo ancora più australe.

Siamo stati a Eboli, nell’areale della foce Sele, dove abbiamo percepito un confortante dinamismo di piccole imprese (non solo nell’agroalimentare e nella zootecnia), che sfidando la congiuntura sfavorevole ribaltano la visione e i luoghi comuni del passato.

E’ una delle tante microimprese che abbiamo scelto di raccontare, in pillole, per voi appassionati e attenti lettori. E’ la storia dei Marcantuono, famiglia ebolitana da almeno 3 generazioni, dedita all’agricoltura latifondiaria e alla zootecnia. Sarà Liberato Marcantuono, negli anni ‘80, a consolidare una nuova attività di servizio per le aziende agricole, con il sito di vendita e assistenza di tecnologie ed automazioni destinate al settore primario. Nel 1990 acquisisce la concessione esclusiva di vendita del marchio FIAT (oggi New Holland) e negli anni a seguire toccherà ai figli Antonio e Marcello Marcantuono gestire l’intero patrimonio che, solo per la parte di olivicoltura, conta oltre 7000 piedi d’ulivo.

Nel nuovo millennio la famiglia Marcantuono trasformerà una vecchia segheria/falegnameria, adiacente la concessionaria di macchine agricole in località Cornito di Eboli, in uno spazio multitasking di ristorazione, enogastronomia, sapori e convivialità. Il 16 agosto del 2020 apre così i battenti Mont Blank sulle “ceneri” della falegnameria Monte Bianco. Un sapiente e creativo lavoro progettuale realizzato su vari volumi tra loro distinti, ma distribuiti da un centrale concept garden che funge da cerniera tra il lounge cocktail bar, la dirimpettaia winery, la grande area bistrot, il ristorante e ancora la bakery-pastry.

Una formula, racconta Antonio Marcantuono, che coniuga il piacere di soddisfare gusti ed esigenze diversi di variegata clientela con la forte volontà di promuovere e valorizzare il vasto patrimonio agroalimentare della Valle del Sele, Cilento e Vallo di Diano e dell’intera Campania. La metafora che provoca al cronista l’osservazione di questi spazi armonicamente disposti è quella di una orchestra moderna sempre in procinto di esibizioni. A tessere le melodie c’è, sin dalle prime battute, chef Raffaele Della Rocca, coadiuvato per la parte dolce dalla talentuosa Grazia Cembalo.

L’impressione generale che si ricava, soprattutto agli assaggi, è quella di un armonico affiatamento tra tutte le componenti della struttura. Con la solenne promessa di dedicare un’ulteriore carrellata d’assaggi, in compagnia del Direttore di 20Italie Luca Matarazzo, ci congediamo dalla proprietà e dallo staff ulteriormente consapevoli che gli incontri più inattesi sono quelli  totalmente impermeabili all’oblio.

Un giorno a Sorbara, tra nebbia e Lambrusco

Cantava Ligabue la celebre Lambrusco & Pop Corn, osannando quella vita da vivere che solo chi nasce in Emilia può realmente capire. I nostri passi in giro per l’Italia ci hanno condotto nella terra patrimonio dell’enogastronomia, dove il tempo scorre lento, specie nella stagione invernale dominata dalla nebbia della “Bassa” Padana.

Ci sarebbe da approfondire anche la linea morbida e sottile dei crinali pre-appenninici che pochi si aspettano nell’immaginario collettivo. La morfologia dei terreni emiliani, infatti, è piuttosto variegata e articolata, suddivisa per vallate parallele ricche di corsi d’acqua, vassalli dell’aristocratico fiume Po. In pianura, dove sabbie e limo la fanno da padrone (qui c’era il mare pliocenico), l’estate toglie il fiato dall’afa e in autunno inoltrato una sottile coltre di bruma fredda ricopre i campi, quasi a volerli conservare in letargo fino alla rinascita primaverile.

A Sorbara (MO) si respira la stessa aria genuina dei paesini dell’Emilia menzionati nei racconti di Guareschi: le sanguigne diatribe tra visioni politiche e sociali diverse, tra persone che sanno tutto l’uno dell’altro ma che sono disposte persino a rinunciare alle beghe familiari e ai campanilismi dandosi una mano nei periodi difficili. Il tempo per discutere animosamente ci sarà sempre, magari davanti a un bicchiere di buon Lambrusco o “Lambrosc”, come viene chiamato da queste parti. Poco importa delle alterne vicende che ha vissuto uno dei vini più storici d’Italia, prodotto da vitigni ancestrali, imparentati a modo loro con le antenate viti selvatiche. Il vino italiano più venduto all’estero per volumi e che negli anni ’80 veniva ricordato per le grandi Cooperative Vitivinicole e per l’estroso esperimento della lattina d’alluminio, per fortuna rapidamente accantonato.

Un giorno non basterebbe per comprendere l’arcano mistero che lega un popolo all’uva e alle tecniche scelte per vinificarla al meglio, in sincronia con la gustosa e variegata cucina regionale; proveremo comunque a raccontarvi due realtà divenute faro nella produzione vitivinicola modenese. Sono distanti appena 4 km, giusto il tempo di raggiungere Bomporto dal punto iniziale di partenza, ma entrambe hanno scritto la storia di una fra le 14 varietà di Lambrusco iscritte a Registro: il Lambrusco di Sorbara.

Cantina della Volta conta ben 4 generazioni, dal fondatore Francesco Bellei nel 1920 al nipote Christian Bellei che l’ha ripensata nel 2010, ricoprendo anche la carica di enologo aziendale. In mezzo alterne fortune tra acquisizioni di poderi, vendita del marchio storico e rinascita col nome Cantina della Volta, a ricordare i bei tempi quando il naviglio di Bomporto era usato per il cabotaggio fluviale e le barche dovevano effettuare una sorta di volta per riprendere la navigazione.

Il ritorno in pista nasce dalla passione smisurata di Christian per le bollicine Metodo Classico, supportato nell’impresa da una cordata di amici volenterosi. Tre gli storici conferitori che li hanno seguiti, con un rigido protocollo che prevede selezione dei grappoli migliori e raccolta rigorosamente a mano. La grande acidità del Sorbara esaltata dalla lavorazione e dalla scelta di non seguire la tradizione del rifermentato naturale in bottiglia se non per 2 sole etichette.

Relativamente basse le rese per una pianta che soffre di acinellatura spontanea e richiede, all’interno dei filari, la presenza del Lambrusco Salamino a fungere da impollinatore. La struttura del mosto fermentato è delicata, così come la presenza alcolica; il resto lo fanno le lunghe soste sur lie variabili fino da pochi mesi fino ad un massimo di 96 totali.

La Volta Frizzante 2023 vuol essere un omaggio alle usanze locali, senza però il residuo delle fecce in vetro. Nota di violetta e lampone, per un prodotto che educa l’inesperto ad entrare nel mondo Lambrusco. Rimosso segue la filosofia del precedente, questa volta con i lieviti sul fondo. Maggior corpo e prettamente gastronomico.

Brutrosso 2023 sostava 36 mesi sui lieviti fino all’anno scorso. Adesso il tempo si è ridotto a 9 mesi complessivi, rappresentando l’upgrade dell’etichetta La Volta con note fragranti di ciliegia, lampone, melagrana e un accenno finale di idrocarburo.

Veniamo ai pezzi da novanta, con il premiatissimo Rosé 2019, appena 3 ore di macerazione sulle bucce. Riesce ad essere internazionale e mediterraneo in un unico sorso, anche se ti fa dimenticare il luogo d’origine. Sarà un bene?

Il Cristian Bellei Millesimato 2016 è la novità voluta nel Disciplinare di produzione: la versione Lambrusco di Sorbara Bianco. Cantina della Volta lo realizzava però, sin dalla vendemmia 2012. Bellei cerca di capire come arrivare nel cuore dell’acidità del varietale e lo fa con tanta sperimentazione e con fermentazione malolattica indotta, che copre solo in parte le forti spinte officinali del prodotto. Seguono scie agrumate unite a zagare fresche ed una salivazione quasi dirompente all’assaggio. Obiettivo centrato!

Terminiamo la prima parte dell’articolo con il D.D.R. 2015 da ben 7 anni sur lie. Vigneto allevato con sistema Bellussi, ormai in disuso perché difficile da meccanizzare. Il colore molto tenue degli altri campioni qui si rivela più fitto e scuro con un tannino percepibile in chiusura. Realizzato finora solo in 2 annate: completamente fuori dagli schemi, guarda dritto verso i cugini d’Oltralpe.

Di Alberto Paltrinieri, invece, vogliamo narrare della dolcezza e della profondità d’animo di un uomo che ha saputo scegliere, con passione, di mantenere viva la tradizione del nonno Achille, che nel 1926 aveva deciso di fare vino da solo. Al Cristo di Sorbara le vigne parlano di famiglia, del sacrificio profuso negli anni, anche quando il Covid bloccava i maggiori traffici commerciali, piegando in ginocchio tante attività del Bel Paese.

I Paltrinieri non si scoraggiano e anzi si rimettono in gioco con un progetto di beneficenza nato per caso, su approvazione dell’enologo Attilio Pagli: un Metodo Solera perpetuo da Sorbara in purezza. Tutti i fornitori della filiera hanno contribuito regalando i materiali con i quali comporre delle box dedicate, i cui proventi sarebbero stati devoluti al Banco Alimentare. Un volano del cuore, che ha consentito, attraverso i canali di vendita online, di aiutare i più bisognosi e parimenti di azzerare le scorte delle altre tipologie di vino imbottigliate, evitando ingenti perdite di bilancio.

LARISERVA 2022 è stato il primo Lambrusco di Sorbara in purezza, concepito nel lontano 1998. Circa 20 ettari vitati, con rese ridotte ad appena 80/90 quintali per ettaro. La 2022 parla di agrumi gialli, lime e cedro su sbuffi balsamici stuzzicanti.

LECLISSE 2023 vira verso essenze di lampone maturo, da caramella succosa, ma con una grande scia sapida sul finale di bocca. Il “CRU” dal vigneto Al Cristo di 15 ettari, sublime e gastronomico.

RADICE 2022, lo stile modenese del rifermentato naturale in bottiglia col fondo. Colpisce per sfumature da tè, pompelmo, rosa canina ed erbe mediterranee. In etichetta l’immagine del vecchio mappale del toponimo Il Cristo dove ha sede la casa e la cantina Paltrinieri. Straordinario e versatile (anche per il sushi ad esempio), dipende se versato intorbidito o limpido.

GROSSO è il Metodo Classico elegantissimo, dalla bollicina fine e vispa, dove il Sorbara riesce a trovare un punto d’equilibrio dimenticando il passato rustico, quando veniva intrecciato ad altre varietà poco appaganti a volte per un mero bisogno di far numeri. Alberto ne domina l’acidità con un misurato tempo a contatto con i lieviti. Da manuale.

SOLCO 2023 per dare il valore che merita ad un compagno inseparabile come il Lambrusco Salamino, questa volta protagonista in purezza. Accattivante per le sfumature di mirtillo e mora selvatica, unite a struttura e una lieve nota calorica tali da renderlo abbinabile a molti piatti della cucina emiliana.

Il tempo stringe e la promessa fatta è quella di tornare a dare voce ad un areale fiero del proprio passato, che sa guardare al futuro cercando di proporre solo e sempre qualità… e tanto piacere di beva.