Gate20 – Burger Tour di Viaggia Quasi Gratis lancia il nuovo menù con un evento esclusivo

Un’idea food innovativa tutta a tema viaggio, dei giovanissimi Anthony e Nancy, founder del gruppo campano che comprende 7 agenzie di viaggi, 2 pub Gate20 Burger Tour, il Poetica Hotel e il tour operator SeiMondo.

Comunicato Stampa

Gate20 Burger Tour, la catena di ristoranti a tema viaggio spin-off del gruppo Viaggia Quasi Gratis, lancia il nuovo menù con un evento esclusivo con tanti ospiti, sponsor e special guest. Durante l’evento del 2 aprile sono stati presentati 3 corner tematici dedicati al settore food dei paesi America, Giappone e Messico, oltre a 2 nuovi dolci.

Gate 20 – Burger Tour è una catena di ristoranti specializzati nella vendita di piatti tipici provenienti da paesi differenti del mondo. Grazie al format che propone è capace di far viaggiare col palato chiunque in Campania desideri gustare portate food dell’estero. Il marchio Gate 20 – Burger Tour nasce a luglio 2024 a Napoli da un’idea innovativa dei giovanissimi Anthony Ventimiglia e Nancy Busiello (33 e 32 anni ciascuno), fondatori del gruppo Viaggia Quasi Gratis, con l’obiettivo di offrire esperienze culinarie di viaggio interattive e sostenibili per tutti.

Due ristoranti situati rispettivamente in Piazza Salvatore Lobianco 6, nel cuore del quartiere Rione Luzzatti a Napoli, e il secondo all’interno del Centro Commerciale MaxiMall Pompeii di Torre Annunziata. Questa sede si trova al secondo piano dell’area dedicata alla ristorazione, con affaccio sulla piazzetta dove avviene giornalmente lo spettacolo dinamico di fontane con luci e colori. L’evento, presentato in collaborazione con Radio Marte, che ha intrattenuto gli ospiti esterni, è stato sponsorizzato anche da tanti brand rilevanti tra cui: Il Cartaio GL One, MCL Srl, Macelleria D’Ausilio, Mr Foody, Horecapp e il Birrificio Okorei.

Il Gate 20 – Burger Tour offre un’esperienza culinaria unica, permettendo di scegliere piatti stranieri dal vasto menù o di optare per un percorso food personalizzato, ispirato alla destinazione preferita. Il tutto in un’ambientazione completamente tematizzata sul mondo dei viaggi e degli aeroporti. All’ingresso, i clienti vengono accolti con indicazioni come “Check-in”, “Partenze” e “Bagagli”, che contribuiscono a ricreare l’atmosfera di un terminal, offrendo un’esperienza immersiva a chi desidera assaporare piatti tipici intercontinentali senza lasciare la propria città.

Una volta accomodati nella propria “postazione di partenza”, i visitatori si trovano in un ambiente dal design studiato nei minimi dettagli: colori vivaci, elementi decorativi originali come maniglie simili a quelle dei bus e tavoli che riproducono i classici display informativi degli aeroporti, rendono l’esperienza ancora più coinvolgente.

Nel nuovo menù “intercontinentale” di Gate20 Burger Tour, sono state proposte alcune portate, direttamente realizzate grazie alla personale esperienza di viaggio dei founder Anthony e Nancy. Nel corner dedicato al Messico troviamo:

● Chili Mex crispy: Triangoli di mais, ripieni di chili tex-mex, accompagnati da salsa hot messicana.

● Taco shells: Croccanti tacos di mais ripieni di insalata, chili con carne, pollo grigliato e salsa yogurt.

● Salmon Mex Pop: Pop corn di salmone in panatura croccante, accompagnato da nachos, guacamole e salsa messicana. Con il corner dedicato al paese Giappone, invece, sono stati proposti:

● Asiatic Chicken Karage: Pollo marinato alla soya in tempura, accompagnato da maionese Ponzu e alga wakame.

● Osaka: Pane Bao al vapore, salmone affumicato, insalata, avocado, cipolla crispy e salsa teriyaki.

● Oriente: Insalata verde, pomodorini, salmone pop crispy, cipolla croccante, maionese jappo, mandorle tostate, salsa teriyaki.

Con il corner America, gli ospiti dell’evento esclusivo hanno provato:

● Avocado Bacon Smash: un Potato bun con patty smashed, cheddar, bacon, salsa BBQ e avocado fresco, accompagnato da salsa al pepe rosa e lime.

● Philly CheeseSteak: Panino lungo, straccetti di manzo con formaggio fuso, funghi champignon e cipolla crispy.

● Brisket sandwich: Punta di petto di manzo marinata e cotta al bbq, tra due fette di pane tostate al burro e salsa di senape al miele, accompagnato da insalata coleslaw e patate con buccia.

La proposta di Gate20 Burger Tour permette di viaggiare per il mondo attraverso un semplice pasto. Dalla Spagna alla Grecia, Stati Uniti, Giappone, Marocco, l’obiettivo del format di ristorazione è quello di ampliare e differenziare sempre più l’offerta culinaria internazionale, grazie alla costante ricerca di nuovi piatti tipici intercontinentali.

I due titolari di Gate20 Burger Tour Anthony Ventimiglia e Nancy Busiello viaggiano per il mondo scoprendo nuove realtà culinarie, dunque riportando ciò che hanno provato in una determinata destinazione nei ristoranti Gate20 Burger Tour.

Tra le nuove proposte dolci troviamo:

● Lotus Cheese Cake: dolce con biscotto Lotus, servito con caramello salato e panna.

● Crumbl Cookies: Biscotto al burro americano con gocce di cioccolato al latte, topping di nutella e confetti colorati.

L’obiettivo dell’evento di Gate20 Burger Tour di lanciare il nuovo menù e di creare un format innovativo ha avuto un gran successo. I due ristoranti saranno ben lieti di accogliere tutti coloro che vorranno fare un viaggio culinario senza dover uscire dalla Campania.

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Bellone Lab 0.1: il Lazio vitivinicolo si unisce per il futuro del suo vitigno autoctono

L’Italia è una terra di straordinaria biodiversità vitivinicola, un mosaico di territori in cui ogni angolo custodisce un tesoro unico: i vitigni autoctoni. Sono loro a fare la differenza, testimoni di storia, cultura e tradizioni radicate nel tempo. Dai celebri Nebbiolo, Sangiovese e Aglianico ai recenti e straordinari Timorasso, Pecorino e Nerello Mascalese, ogni varietà racconta il carattere del proprio territorio attraverso vini dall’identità inconfondibile. In un mondo del vino sempre più globalizzato, l’Italia si distingue per questa ricchezza e per la capacità di valorizzarla, regalando agli appassionati esperienze sensoriali irripetibili.

Tra questi gioielli enologici, il Bellone emerge con forza come uno dei vitigni bianchi più interessanti del Lazio, una varietà che, dopo anni di relativa marginalità, sta vivendo una riscoperta entusiasmante. Il convegno “Bellone Lab 0.1”, organizzato dalla Cooperativa Cincinnato a Cori il 13 marzo, ha rappresentato il punto di partenza di un percorso di valorizzazione e crescita per questo vitigno.

Un evento tecnico e strategico per il futuro del Bellone

L’evento si è articolato in due momenti chiave: un convegno tecnico con l’analisi dei dati scientifici e produttivi e una tavola rotonda con produttori, enologi e istituzioni per definire strategie di sviluppo. Il tutto si è concluso con una degustazione che ha visto protagonisti i vini da uve Bellone di ben 21 aziende laziali, un segnale chiaro dell’interesse crescente per questa varietà.

Il presidente della Cincinnato, Nazareno Milita, ha sottolineato l’importanza dell’incontro come stimolo per tutto il settore vitivinicolo laziale: “Bellone Lab 0.1 non vuole essere solo un evento, ma l’inizio di un percorso per rafforzare l’identità vitivinicola della regione e renderla più competitiva sui mercati nazionali e internazionali.”

E i numeri parlano chiaro. Dopo un lungo declino, il Bellone ha registrato un incremento del 15% negli ultimi cinque anni, segnale di un rinnovato interesse sia da parte dei produttori sia del mercato. Un trend positivo che conferma il potenziale di questo vitigno autoctono come ambasciatore del Lazio enologico.

Dalla ricerca alla strategia: il ruolo del Bellone nel Lazio vitivinicolo

Il convegno, moderato dal giornalista Fabio Ciarla de Il Corriere Vinicolo, ha visto la partecipazione di esperti del settore:

Riccardo Velasco, direttore di CREA Viticoltura Enologia, ha evidenziato il valore della ricerca applicata per migliorare la resistenza del Bellone alle malattie e valorizzarne le caratteristiche enologiche.

Giovanni Pica (Arsial) ha fornito dati sulla diffusione del vitigno, confermando la tendenza di crescita degli autoctoni laziali a discapito delle varietà internazionali.

• Gli enologi Mattia Bigolin e Pierpaolo Pirone hanno analizzato le peculiarità del Bellone nei diversi territori, evidenziando le potenzialità di questa varietà nella produzione di vini bianchi di alta qualità.

A seguire, la tavola rotonda ha coinvolto istituzioni e produttori in un acceso dibattito sulle strategie future. Il consigliere regionale Vittorio Sambucci ha ribadito l’impegno della Regione Lazio nel supportare il settore, mentre Nicola Tinelli, responsabile dell’Unione Italiana Vini, ha sottolineato come la valorizzazione dei vitigni autoctoni sia una delle chiavi per distinguersi nel mercato globale.

Dal lato dei produttori, si è discusso dell’importanza di fare squadra, con interventi di Nazareno Milita (Cincinnato), Antonio Santarelli (Casale del Giglio) e Marco Carpineti (Carpineti Vini). L’idea di unire le forze sotto un’unica bandiera, quella del Bellone, per rafforzare l’identità vitivinicola laziale ha riscosso ampio consenso.

Il momento della verità: la degustazione dei vini da Bellone

Dopo teoria e strategia, è arrivato il momento della pratica: la degustazione. 21 aziende hanno presentato i loro vini da Bellone, serviti dai sommelier della delegazione AIS di Latina. Una panoramica che ha mostrato le molteplici sfaccettature del vitigno, dalla freschezza e sapidità delle versioni più giovani alla complessità dei vini affinati.

Tra le cantine partecipanti: Casale Del Giglio, Marco Carpineti, Cincinnato, Cantina Bacco, Divina Provvidenza, Tenute Filippi e molte altre, tutte accomunate dalla volontà di far emergere l’identità autentica del Bellone.

Verso il futuro: appuntamento a Vinitaly e “Bellone Lab 0.2”

L’entusiasmo generato dall’evento non si spegnerà presto. Il prossimo appuntamento per i produttori sarà Vinitaly (6-9 aprile 2025), dove il Bellone sarà protagonista di un rinnovato padiglione Lazio. Ma la vera sfida sarà la continuità: l’appuntamento è già fissato per il 2026 con “Bellone Lab 0.2”, un’edizione che promette di consolidare il percorso intrapreso. Grazie alla perfetta organizzazione di Giovanna Trisorio, il “Bellone Lab 0.1” ha posto le basi per un nuovo slancio del Lazio vitivinicolo. Il Bellone non è più solo un vitigno da riscoprire, ma un’opportunità concreta per rilanciare un’intera regione nel panorama enologico italiano e internazionale.

Giacomo Sensi ed i vini di Podere l’Assunta, nati tra le morbide colline senesi

Capita spesso di scegliere la vita in campagna, anche quando non si abita in una grande metropoli, come accaduto a Lorenzo Sensi, informatico, e Donatella Ciampoli, docente universitaria di Storia medioevale. Da Siena decisero di trasferirsi nella splendida campagna senese, per creare “Podere l’Assunta”, incastonato nel borghetto del Poggiolo con tanto di chiesetta rupestre. E poiché l’appetito vien mangiando, iniziò a prender forma quella che oggi è divenuta una bella storia enoica e naturalistica.

Il punto di svolta fu l’irruzione sulla scena di Giacomo Sensi, figlio di Lorenzo e Donatella, enologo consulente di varie realtà, (laurea nel 2002 in Scienze e tecnologie agrarie nell’Ateneo fiorentino) che decise di avviare la produzione destinata all’imbottigliamento, occupandosi direttamente della coltivazione dei due vigneti aziendali.

Tre ettari vitati suddivisi in due vicini ma distinti costoni, situati a poco meno di 400 metri di altitudine. Morfologia dei suoli ricca di scheletro, a forte matrice calcarea e notevole resilienza allo stress idrico. Le uve Sangiovese, varietà dimorata in ben 5 diversi cloni, sono le protagoniste dei due CRU Ametato e Costa del Pievano.

Il primo, la cui etimologia significa seccatoio, guarda a settentrione e trova origine nella presenza ai bordi della vigna di una antica piattaforma in pietra, molto diffusa nell’appennino toscano per l’asciugatura di noci e castagne, ma anche delle uve destinate alla produzione del Vin Santo. Il secondo, esposto a sud – sud/est a ridosso di boschi di querce e lecci, si riferisce al toponimo dell’area risalente al 1700, registrato presso la Regione Toscana.

La scelta di Giacomo dell’impianto ad alberello per Costa del Piovano non si spiega solo per la sua convinta e meticolosa applicazione di pratiche di agricoltura sostenibile bio-rigenerativa (inerbimento permanente controllato, lotta biologica alle fitopatologie, eliminazione di mezzi agricoli pesanti, fertilizzazioni tri-quadriennali con letame di stalla) e per gli evidenti vantaggi rispetto all’incipiente “global warming”, ma risale, nel tempo, ad una antica tradizione toscana ormai quasi consegnata all’oblio.

In epoca vendemmiale chi dovesse inerpicarsi lungo la strada delle Badesse, che conduce al Poggiolo costeggiando i vigneti de l’Assunta, noterebbe nel bel mezzo di una capezzagna un mastello coperto di tulle, dove Giacomo Sensi ripone ad ammostare per qualche giorno una piccola massa di uve, operando la pigiatura con un piccolo follatore in acciaio in attesa dell’avvio fermentativo.

Il mastello viene poi rapidamente trasportato in cantina dove il suo ribollente contenuto servirà da innesco per l’avvio di fermentazione delle uve fresche, appena diraspate, proseguendo il proprio corso per circa 3 settimane. Infine il lungo affinamento di 24 mesi in tonneau di dieci ettolitri per l’IGT Toscana Sangiovese “Costa del Pievano”, mentre l’IGT Toscana Sangiovese “Ametato” va in barrique di Borgogna sempre per due anni prima di un altrettanto lungo riposo in bottiglia. Riempiamo finalmente il calice, nel tinello del piccolo agriturismo aziendale inaugurato a luglio 2024 ed affidato alle accoglienti cure di Simona Ruggieri, moglie farmacista di Giacomo Sensi.

La degustazione dei vini

Per assaggiare i due “cugini” rossi di Podere l’Assunta, entrambi millesimati 2019, inevitabile è stato notarne il filo rosso, pur sottile, che li unisce già dalla livrea scarlatta, quella più luminescente e vivace di Ametato e quella di fitta e misteriosa tessitura per Ametato. Gioca sulla frutta rossa matura, esplosiva e verticale il Costa del Pievano con il suo corredo di visciole, prugna e mora di rovo; che da Ametato emergono più dirompenti profumi speziati di pepe nero e liquirizia contornati da sbuffi di erbe aromatiche. Freschezza e acidità per entrambi con il Costa del Pievano che spinge oltre ogni ragionevole previsione. Ben rotondi al sorso, senza però mai indulgere a morbidezze zuccherine, mentre la notevole dotazione alcolica dei due (14,5%) è del tutto amalgamata descrivendo il necessario equilibrio.

Nella gara quanti-qualitativa dei tannini, comunque gestiti con sapiente proporzione, per una incollatura la spunta in gradevolezza Ametato evidente concessione del legno piccolo di cui quest’ultimo si giova. Più lungo e il finale di Costa del Pievano. Il vero finale rilievo, forse scontato, sta nella certezza di una lunga, lunghissima carriera che ancora attende quest’annata, magari in attesa di possibili nuovi progetti, nuove “nascite”, forse di vini da uve Canaiolo, altra grande passione del vigneron Giacomo Sensi.

Lo chef Marianna Vitale a Casa Lerario: il Sannio ospita i Campi Flegrei

Per l’ultimo appuntamento della rassegna A pranzo con lo chef, Pietro Lerario, patron di Casa Lerario a Melizzano (BN), ha ospitato Marianna Vitale, chef del ristorante Sud a Quarto Flegreo.

Nato nel 2009, primo ristorante nei Campi Flegrei ad essere insignito nel 2011 di una Stella Michelin, Sud offre una cucina di mare contemporanea con forti contaminazioni della tradizione e utilizzo di ingredienti territoriali pur non sempre convenzionali. Come gli anemoni di mare che Marianna ha scoperto durante un’immersione e introdotto in alcune delle sue ricette.

Cucina di carattere quella della chef Vitale; nella sua trasferta sannita ha proposto alcuni piatti signature registrando il tutto esaurito per oltre cento coperti.

Ad accompagnare il percorso di degustazione, i vini dell’azienda Cautiero, piccola realtà a conduzione biologica di Frasso Telesino, versante sud-ovest del Taburno, con una produzione media di circa 20 mila bottiglie l’anno. Fulvio Cautiero e la moglie Imma Cropano ci hanno raccontato le etichette e la loro avventura enologica – fatta anche di sperimentazione –  nata ex-novo nel 2002, con la prima vendemmia nel 2007.

Cifra stilistica l’abbinamento tra gli ingredienti iconici usati in cucina Sud con i prodotti di Casa Lerario.

L’evoluzione del ragù a Napoli è l’entrée sfiziosa che presenta in quattro consistenze diverse, corrispondenti a quattro fasi di cottura diverse, la salsa usata per il più celebre sugo partenopeo: dall’ora zero della passata cruda fino alla densa concentrazione delle ore dodici, attraverso intervalli di quattro ore. Il risultato è una piccola tavolozza di quattro sfumature di rosso, da degustare prima singolarmente, per cogliere diverse consistenze e gradi di acidità, e poi in un’unica cucchiaiata per apprezzare la sinfonia di sapori.

Forse non tutti sanno che le ostriche in epoca romana erano coltivate nell’area flegrea: Marziale e Giovenale parlano delle pregiate bivalve del Lago Lucrino, mentre è a Ferdinando IV di Borbone, nella seconda metà del XVIII secolo, che dobbiamo il ripristino di questa coltura nel salmastro Lago Fusaro. È invece recente l’interesse che sta riportando nei Campi Flegrei la coltivazione di questo mollusco, che entra quindi di diritto nel menù di Marianna. Nella sua versione alla brace, con tequila alla vaniglia e fragole, diventa un originale amuse-bouche, in cui la forte tendenza sapido-iodata del mollusco viene ingentilita e domata.

Èggàs Falanghina frizzante IGT Campania 2022 ha accompagnato i primi due piatti. Vendemmia 2022 per l’80% Falanghina e il resto suddiviso tra Fiano e Greco, fa macerazione sulle bucce per quattro giorni e rifermenta in bottiglia. Non chiarificato per scelta, ha sentori di mela verde e biancospino, dal sorso fresco e intrigante con chiusura amaricante tipica della mandorla fresca, che ben si abbina alle prime due proposte a tavola.

La pasta non poteva mancare nel menù di Marianna Vitale. Gli spaghettoni anemoni di mare, carciofi e limone, concentrato di gusto e inaspettata ricercatezza, omaggiano il limone, ingrediente così caro a Marianna. Infatti il bistrot da lei aperto nel 2022 all’interno di Villa Avellino a Pozzuoli si chiama proprio Mar Limone – Bar, Cucina & Acidità. Una pennellata cremosa ed il giro di forchetta completo nel piatto ci conquista subito, per il connubio tra tendenza dolce e acidula misto all’intensità persistente e minerale delle alghe, accompagnate dalla bevuta voluminosa di Fois Falanghina IGT Campania 2023, dai sentori succosi di pera e albicocca con vena agrumata.

La polpessa alghe e scarole è l’ultima portata prima della chiusura, ancora una volta tributo al mare elevato all’ennesima potenza, abbinata con Piedirosso IGT Campania 2020, dalla beva snella e non impegnativa. Fulvio ci racconta delle difficoltà – ben note ai viticoltori campani – sia nella coltivazione che nella vinificazione del Piedirosso. L’annata che degustiamo è ancora completamente fermentata e affinata in acciaio, ma Fulvio anticipa per i prossimi millesimi l’utilizzo di anfora marchio Tava.

Il dolce è uno dei classici dello chef: crostatina meringata, arancia e cioccolato. In abbinamento il Liquore Fondente ai Cinque Sensi di Alma de Lux, servito nel micro bicchiere al cioccolato: un bonbòn liquido al gusto di cannella, arancia, mandarino e peperoncino che accompagna fino all’ultimo morso e suggella il termine della degustazione con finale di bocca asciutto e pulito.

CASA LERARIO

Contrada Laura 6

82030 Melizzano (BN)

Ristorante SUD

Via Santissima Pietro e Paolo 8 80010 Quarto (NA)

Terre di Toscana 2025 al Lido di Camaiore in Versilia

A Lido di Camaiore si è svolta la 17esima edizione di Terre di Toscana, all’interno degli ampi saloni dell’Hotel Una Esperienze Versilia Lido. Il 23 e 24 marzo 2025 circa 140 vigneron erano presenti alla kermesse enoica con più di 700 etichette in degustazione.

Un evento ben organizzato dalla autorevole rivista enogastronomica on line L’Acquabuona, capace di soddisfare sia espositori che visitatori. Terre di Toscana è rivolta, infatti, ai produttori selezionati da ogni angolo della regione. I vini in degustazione rappresentano eccellenze per qualità, con un focus effettuato per i lettori di 20Italie sull’affascinante territorio di San Gimignano.

San Gimignano è un’incantevole cittadina posta in zona collinare tra Siena e Firenze, rinomata per le sue torri, per lo zafferano e per la Vernaccia. Dal 1990 è iscritta nella lista Unesco World Heritage. Tuttavia, in questo meraviglioso lembo di Toscana vengono prodotti anche interessanti vini rossi. Le maggiori attenzioni vengono però riservate alla Vernaccia di San Gimignano, una gemma enologica italiana nella terra dei vini rossi.

Il primo vino italiano ad ottenere la denominazione di origine controllata nel 1966 fu proprio la Vernaccia di San Gimignano; in conseguenza di ciò vennero poste le basi per la nascita del Consorzio che ha contribuito fortemente a dare nuovo impulso per la produzione di qualità, ottenendo nel 1993 il salto di qualità come Denominazione di Origine Controllata e Garantita.

Da disciplinare si deve rispettare rigorosamente la quota minima di almeno l’85% dell’omonimo vitigno, ma molti produttori lo vinificano ormai in purezza. Un vino bianco italiano dotato di una notevole capacità d’ invecchiamento, motivo plausibile per essere prodotto anche nella tipologia ”Riserva“. Accanto ad esso vi sono le altre tipologie San Gimignano Doc, Chianti Colli Senesi Docg e Toscana Igt. I vitigni a bacca nera prevalentemente allevati sono Sangiovese, Ciliegiolo, Canaiolo ed alcune varietà internazionali.

I vini degustati

Vernaccia di San Gimignano Isola Bianca 2024 Terruzzi – giallo paglierino brillante, al naso sprigiona sentori di fiori di camomilla, pesca, susina, cedro e mandorla. Sorso fresco, sapido e pieno.

Vernaccia di San Gimignano L’ Albereta 2022 Il Colombaio di Santa Chiara – bel dorato luminoso, libera sentori di pesca gialla, zafferano, frutta tropicale e mandarino. Vibrante, saporito, armonioso e lunghissimo.

Vernaccia di San Gimignano Riserva 2021 Panizzi – anche qui nuance dorate per un olfatto caleidoscopico con sentori evoluti di banana, melone, ananas, lime, e vaniglia. Al palato è avvolgente e dinamico, rinfrescante e suadente.

Vernaccia di San Gimignano Clamys 2022 Cesani –  Giallo paglierino dai riflessi dorati. Note di fiori di campo, mela golden, pompelmo e pietra focaia. La sua freschezza stimola il sorso e il ricordo permane a lungo.

Vernaccia di San Gimignano Rialto 2022 Cappellasantandrea – sfumature brillanti, rivela note di pera, melone, erbe aromatiche ed agrumi gialli. Bocca vibrante, sapida e decisamente persistente.

Bacicolo  Cabernet Franc Igt Toscana Rosso 2022 Il Colombaio di Santa Chiara – Rubino profondo,  emana note di mora, mirtillo, ribes, pepe nero con cenni balsamici. Morbido all’assaggio, suadente e durevole.

San Gimignano Pinot Nero Ermius 2020 Panizzi – Calice granato trasparente, sviluppa piacevoli note di frutti di bosco maturi,  spezie dolci e nuance d’agrumi. Ingresso setoso, fine, avvolgente e persistente.

Serisè  Rosso Toscana Igt  2021 Cesani – Rubino intenso, arrivano subito sentori di ciliegia e lampone, cui seguono viola mammola e bacche di ginepro. Sorso vellutato, armonico, elegante.

Farinati: fritti, pizza, sinergie, no waste, gluten free… and many more

Renato Ruggiero ha il tipico aplomb britannico da titolare di Farinati – pizza and more. Entrando nel suo locale si respira subito l’aria dei film in stile American Graffiti, dove mangiare non solo è un simbolo di democrazia, ma genera cultura.

Della concezione bulimica dei fast-food e del cibo spazzatura abbiamo per fortuna imparato poco. Cosa insolita per il nostro carattere, abituati a prendere pregi e difetti dagli altri, magari valorizzando meno quel che abbiamo in casa. Anche il nome stesso Farinati riecheggia quel sound maccheronico d’oltre oceano, ma l’ammiccamento di Ruggiero alle filosofie espansionistiche anglosassoni finisce qua ed inizia l’amore per le proprie origini squisitamente partenopee.

La storia parte dalla trattoria della zia, in cui muove i primi passi da semplice cameriere di sala. Poi l’incontro con Diego Vitagliano e l’inserimento davanti ai forni prima di passare, per una fortuita coincidenza, in cucina a seguire la partita delle fritture. Renato, poco più che ventenne, non si scoraggia e tirando fuori la sana “cazzimma” napoletana, diventa da zero un maestro nell’arte del fritto perfetto, al punto tale di fondare un’Accademia con tanto di corsi e consulenze anche all’estero.

Prodotti artigianali che portano la sua firma, dal migliaccio salato (rigorosamente fatto con la sugna), alla frittatina amatriciana, dove il ripieno dimostra tutta la tecnica del prodotto cucinato, come facevano le nonne di un tempo. L’idea di aprire il ristorante-pizzeria è solo un aspetto conseguenziale ad un successo giunto in fretta e più che meritato.

Di insperato non c’è nulla quando cerchi di fare le cose per bene; la fortuna non guasta e per quella l’attenzione di una parte influente della stampa locale ha creato il giusto volano commerciale. Ma prima o poi sarebbe arrivato lo stesso per la voglia di imparare di Renato, sempre umile, sempre pronto ad ascoltare e interagire (cosa rara nel settore) con altri colleghi pizzaioli.

Da sinistra Renato Ruggiero e Daniele Cacciuolo

La cena a 4 mani ideata con il napoletano Daniele Cacciuolo, due spicchi Gambero Rosso a Gela, ne è l’esempio cardine, con l’inserimento, nei rispettivi menù, di due pizze speciali. Renato ha ideato per Daniele la pizza “ruota Cilento”: base focaccia, prosciutto crudo di Parma, miele al bergamotto, confettura di fichi, cacio ricotta, basilico, olio extravergine d’oliva. “Stavolta è toccato a me ospitare Daniele nella mia pizzeria, ed è stata un’esperienza di grande collaborazione, che mi ha reso più ricco. Ci siamo scambiati preziosi consigli e abbiamo condiviso le nostre filosofie di pensiero, non vedo l’ora di ricambiare la visita e raggiungerlo a Gela per continuare questa bella avventura”.

Daniele con la moglie Marzia ha pensato a una pizza fresca e innovativa: “Gambero fiorito”: vellutata di datterino giallo, stracciata di bufala, tartare di gambero rosso, zest di limone, pepe nero, fiori edili, olio evo. “Erano 12 anni che non tornavo nella mia città Natale e l’emozione di sfornare pizze qui è stata enorme. Ringrazio Renato per avermi accolto e per aver scelto una mia pizze per il suo menù, farò anche io lo stesso, nel segno di una amicizia forte tra colleghi”.

Concretezza nella scelta dell’impasto, dove si preferisce usare il pre-fermento al classico diretto tradizionale, per raggiungere la sofficità desiderata. Materie prime d’eccellenza ed esperimenti in tema di zero sprechi, riutilizzando, per una nuova lievitazione, l’impasto avanzato dalla chiusura della sera. Nasce la ciabatta passata in forno elettrico e farcita in tanti modi appetitosi, dai friggitelli e provola, ad alici, pomodorini dolci e stracciata di bufala.

Attenzione anche per i celiaci, con un reparto separato per la lavorazione delle farine gluten free e del forno di cottura. Manca quella resistenza meccanica all’assaggio data dalla maglia glutinica, ma nel complesso non ha nulla da invidiare per sapore alle pizze tradizionali. Una sensibilità importante per rispettare un tema delicato della ristorazione, che sta coinvolgendo sempre più clienti.

Dolci e coccole finali, tra il sanguinaccio artigianale e le chiacchiere o, appositamente per la stampa, la sorpresa delle zeppole di San Giuseppe a cura del pasticciere Gianluca Portoghese.

“Farinati pizza e amore” sono le parole conclusive per descrivere una serata di grande cultura gastronomica made in Campania.

Romagna: cantine Amaracmand, l’enologo Maurilio Chioccia prova a dare perfezione stilistica al loro Sangiovese “Imperfetto”

“Per fare tutto ci vuole un fiore” cantava l’indimenticato Sergio Endrigo. Per fare un’azienda vitivinicola, in realtà, ci vuole un po’ meno poesia e tanta concretezza. Leggiamo ovunque di proposte a dir poco fantasiose, creazioni stilistiche, affinamenti terracquei e subacquei, vigne recuperate da vitigni scomparsi, quasi impronunciabili.

Tutto bene per carità, quando si punta su un settore con un preciso target e ne nasce un business vincente, nessuno può mettere bocca. Il liberismo è anche questo, opinabile o meno, ma noi addetti del settore preferiamo parlare in termini pratici se quanto veduto e assaggiato possa aderire ai canoni della piacevolezza, della contemporaneità del gusto e del territorio.

Marco e Tiziana Vianello delle cantine Amaracmand probabilmente non si aspettavano cosa comportasse il vero lavoro di vigneron in Romagna. Qui non si scherza, quando si ha a che fare con autoctoni di lusso come Albana e Sangiovese. Due varietà peraltro maltrattate in passato, rispetto alle reali potenzialità in essere. L’enologo Maurilio Chioccia, che di sfide se ne intende, ha preso a cuore questa piccola realtà in forte crescita nell’areale di Sorrivoli, tra le colline di Cesena, zona storica per dare al Sangiovese complessità e lunghezza.

Merito dei suoli compositi, misti tra argille calanchive, calcari sedimentari marini e la forza dell’arenaria pre-appenninica. Diverse morfologie per differenti alture ed esposizioni. La scelta di cosa esaltare nel calice spetta unicamente ad una sana e prudente gestione in campo ed in cantina, partendo dalla selezione massale, con recupero del materiale genetico proveniente dalle vecchie piante del 1964, optata dal prof. Paliotti dell’Università di Perugia, e del prof. Cardinali per lo studio dei lieviti indigeni presenti negli appezzamenti di Amaracmand, eventualmente replicabili ed utilizzabili nelle vinificazioni.

L’enologo Maurilio Chioccia

E poi, ovviamente, l’opera incessante del consulente enologico, che non deve smettere mai di testare, verificare e approvare quanto di buono arriva in azienda. I presupposti ci sono tutti per far bene, la proprietà crede fortemente nel ruolo degli esperti delegati alla produzione ed anche questi sono segnali positivi. La cantina è stata disegnata in modo da essere del tutto invisibile e non disturbare il paesaggio circostante; al suo interno la tecnologia è d’avanguardia e tutta improntata alla sostenibilità ambientale e lavorativa per i collaboratori.

Vengono utilizzati persino i purificatori d’aria “AEROCIDE”, brevettati dalla NASA, che consentono di mantenere lontani muffe e batteri contaminanti, evitando così di ricorrere a sterilizzazioni a base di prodotti nocivi per l’ambiente. Maurilio Chioccia ha infatti sempre inteso il proprio luogo d’azione come una sala operatoria (e non a torto).

L’IGT Rubicone 2022 “Imperfetto”, degustato a novembre, dimostrava ancora la sua gioventù, restando chiuso e tenero su quegli aromi vegetali di un Sangiovese nudo e crudo. Riprovato di recente, con la giusta calma in bottiglia, emerge finalmente quel frutto maturo di amarene succose, unito a spezie torbide e scure tipiche, accompagnati da scie floreali eleganti e buona lunghezza gustativa. Il progetto prevederà, in futuro, ulteriori ricerche su cloni ed innesti e l’abbandono dei compagni internazionali, che per adesso devono essere presenti nel blend a donare maggior equilibrio.

Anno zero, dunque, anzi “anno due”, come il numero di vinificazioni prodotte sin qui dal nuovo corso. Attendiamo con fiducia di osservarne i progressi nell’immediato futuro, perché Romagna e Sangiovese meritano sempre la nostra attenzione.

Sentieri Beneventani: “Saporì”, la pizza diventa esperienza

Comunicato Stampa

Prosegue il viaggio tra le eccellenze gastronomiche con il secondo appuntamento del ciclo di eventi “Saporì: la pizza diventa esperienza”. La serata “Sentieri Beneventani” si terrà il 27 marzo 2025, a partire dalle ore 20.00, presso la pizzeria Saporì Pizza e Qualcos’altro, situata all’interno del prestigioso complesso alberghiero del Grand Hotel Angiolieri a Seiano.

L’evento offrirà un percorso degustativo esclusivo, mettendo al centro i sapori autentici del Beneventano attraverso la combinazione di pizze stagionali primaverili e prodotti d’eccellenza.

Partner della serata saranno la Macelleria Cillo, rinomata per la qualità delle sue carni selezionate con cura e lavorate nel rispetto della tradizione, il Birrificio Bonavena le cui birre accompagneranno le creazioni gastronomiche e il distributore Partenocraft.

Il menù della serata nasce dalla collaborazione tra il maestro pizzaiolo Fernando Speranza, della pizzeria Saporì, e lo chef Fabrizio De Simone, del ristorante L’Accanto, segnalato dalla guida Michelin e anch’esso parte del Grand Hotel Angiolieri.

Antipasto
Arancino con piselli e carciofi, guarnito con pancetta croccante in abbinamento a Match (DDH Pale Ale)

Pizze in degustazione

Fritta e ripassata gamberi, battuto di lardo, limone salato e borragine in abbinamento a Boxeo (Ipa)

Misto fiordilatte e provola, prosciutto cotto, finocchi spadellati al Pernod, pecorino e puntarelle croccanti in abbinamento a Blood (Bock)

Misto Fiordilatte e provola, würstel glassati con salsa di soia, schiacciata di patata invecchiata e salsa verde in abbinamento a Knuckle (Pils)

Pizza in pala con pulled pork, cavolo rosso fermentato, uvetta idratata con aceto di lamponi e blu di pecora in abbinamento a Floyd (Stout)

Dolce Gelato con mela annurca, albicocca Pellecchiella e biscotto alla nocciola

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Le acciughe del Mar Cantabrico

Viaggiando nel nord della Spagna è immancabile una visita nella regione della Cantabria, nota per le coste frastagliate, le spiagge infinite e un entroterra caratterizzato da paesaggi montuosi e verdi vallate.

Vale la pena una sosta di ristoro a Santoña, paesino affacciato sul mare, per conoscere la storia delle acciughe più famose del mondo, quelle che localmente si chiamano Anchoas del Cantábrico.

Famosissime ormai a livello globale, le acciughe del Mar Cantabrico sono oggi una delle specialità gastronomiche della Spagna più richieste. Carnose, profumate, grandi e leggermente salate, il loro valore è oggi molto alto. Ma non è sempre stato così…

Fino alla fine dell’Ottocento, le acciughe del Mar Cantabrico erano considerate localmente una risorsa trascurabile, utilizzate principalmente come esca per la pesca di specie più pregiate o addirittura scartate.

In Italia accadeva esattamente l’opposto: l’acciuga aveva una lunga storia nella tradizione culinaria italiana, soprattutto in Campania e in Sicilia: la salatura e la conservazione delle stesse erano pratiche tradizionali tramandate da secoli. Ne abbiamo già parlato nell’articolo Un giorno in Costiera Amalfitana: divina poesia.

Fu proprio un siciliano, Giovanni Velia Scatagliota che, spedito a Santoña dall’azienda genovese Angelo Parodi, verso la fine del 1800, insegnò ai locali le tecniche di lavorazione e conservazione.

In Italia la richiesta di alici era sempre più alta e il pescato dei nostri mari non più sufficiente a soddisfare la domanda. Là in Cantabria, invece, i pescatori tiravano sù reti gonfie di alici ma le rigettavano in mare.

Questa fusione di culture e tradizioni ittiche diede vita a un legame straordinario tra la Sicilia e la Cantabria, trasformando il modo in cui le acciughe venivano pescate e lavorate. I pescatori siciliani, con la loro esperienza e il loro know-how, introdussero metodi innovativi che migliorarono la qualità del prodotto.

Nel porto di Santoña, la lavorazione delle acciughe ha rappresentato una vera e propria rivoluzione economica e culturale. Grazie all’attenzione per la qualità e alle tecniche di conservazione tradizionali, questi piccoli pesci hanno guadagnato una reputazione che ha superato i confini nazionali. La produzione di conserve di acciughe ha permesso non solo di elevare un alimento che un tempo era considerato di second’ordine, ma ha anche stimolato l’industria locale, creando opportunità di lavoro e sviluppo per la comunità.

Il commercio dell’acciuga spagnola da parte di pescatori italiani crebbe tanto che già nei primi anni del Novecento le famiglie originarie del Bel Paese divennero numerosissime.

Grazie all’impegno di queste famiglie, Santoña ha saputo reinventarsi, diventando un centro di riferimento per la produzione e la conservazione.

Ancora oggi, infatti, la Spagna riconosce gli italiani come attori principali nella storia dell’acciuga del Cantabrico, nel 2011 una targa commemorativa ricorda los salazoneros italianos.

Le tecniche di salatura e conservazione, spesso trasmesse di generazione in generazione, hanno giocato un ruolo cruciale nel conferire all’acciuga il suo status attuale. Oggi, l’acciuga di Santoña è celebrata per la sua qualità e il suo sapore, diventando un ingrediente fondamentale in molte ricette tradizionali e una prelibatezza nei ristoranti di tutto il mondo.

Abbiamo visitato questi luoghi, conoscendo l’azienda conserviera Avelina a Santoña. Qui la lavorazione e la conservazione delle acciughe viene portata avanti dalla stessa famiglia da 4 generazioni.

La storia di Conservas Avelina risale alla bisnonna María Rodríguez, una vita dedicata al mare. La produzione di acciughe iniziò alla fine del XIX secolo, con l’arrivo dei primi siciliani. Il luogo in cui custodiva le sue conserve era una piccola casa vicino alla palude. Negli anni a seguire, la figlia Avelina si dedicò professionalmente alla produzione di conserve. Oggi i nipoti Avelina, Jesús e il loro figlio costituiscono la quarta generazione di conservieri della famiglia.

Conservas Avelina promuove un prodotto di altissima qualità lavorato in maniera artigianale, sostenibile e socialmente etico. Una maturazione di 9-12 mesi in barili conferisce alle acciughe una consistenza morbida e un sapore intenso.  

Ma partiamo dall’inizio, Avelina ci racconta gli aspetti principali della pesca e della lavorazione:

  • Tecniche di pesca: La pesca delle acciughe viene effettuata principalmente con reti a circuizione, che consentono di catturare grandi quantità di pesce in un colpo solo. Le barche da pesca utilizzano reti specifiche che sono progettate per non danneggiare il pesce, mantenendo così la qualità del prodotto.
  • Stagionalità: La pesca è altamente stagionale. Le acciughe migrano e si riproducono in determinati periodi dell’anno, e i pescatori pianificano le loro attività in base a queste migrazioni. La stagione di pesca è spesso regolamentata per garantire la sostenibilità delle popolazioni di pesce. Vengono pescate solo in primavera, quando hanno il giusto equilibrio di carne e grasso, che le rende estremamente gustose.
  • Filtraggio e selezione: Dopo la cattura, le acciughe vengono rapidamente selezionate e separate da altri pesci. Questo è un passaggio cruciale per garantire che solo il pesce di alta qualità venga utilizzato per la produzione di conserve e altri prodotti.

La lavorazione è affidata alle sobadoras, le signore di Santoña che ancora oggi portano avanti la tradizione della sfilettatura artigianale delle alici. Pratica che consiste nell’eliminare ogni parte superflua del pesce, come spine, lisca e pelle, prima di essere confezionato.

Di seguito le fasi:

  • Pulizia: Una volta catturate, le acciughe vengono rapidamente pulite per garantire la freschezza. Vengono rimosse le teste e visceri, e il pesce viene sciacquato con acqua fredda.
  • Salatura: Dopo la pulizia, le acciughe vengono messe in strati alternati di sale in apposite contenitori. Questa fase è fondamentale, poiché il sale non solo conserva il pesce, ma ne intensifica anche il sapore. Rimangono in salamoia per un periodo che può variare da alcune settimane a diversi mesi, a seconda della varietà e delle preferenze del produttore.
  • Lavaggio e asciugatura: Una volta completata la salatura, le acciughe vengono rimosse dal sale e lavate per eliminarne l’eccesso. Vengono quindi strofinate con un pezzo di rete da pesca per portare via la pelle; con le forbici si tagliano la coda e le parti laterali superflue per avere filetti il più possibile omogenei. Successivamente, vengono asciugate con cura.
  • Confezionamento: Le acciughe possono essere confezionate in vari modi, a seconda della tradizione e delle specifiche del produttore. Spesso vengono conservate in olio d’oliva, ma conservate al naturale nelle latte sono il massimo.
  • Maturazione: Alcuni produttori lasciano le acciughe in maturazione per un ulteriore periodo di tempo, durante il quale i sapori si amalgamano e si sviluppano ulteriormente.

Arriviamo alla degustazione, la combinazione di freschezza, delicatezza e sapidità rende queste acciughe un prodotto gourmet, posso solo confermare che sono tra le migliori al mondo!

Le acciughe del Mar Cantabrico sono un ingrediente versatile, utilizzato in numerosi piatti tradizionali spagnoli e non solo. Possono essere servite su pane tostato, come parte di tapas, o utilizzate per insaporire salse e piatti a base di pesce.

Le proviamo su una fetta di pane tostato, senza aggiunta di altro, per valorizzarne la qualità, magari accompagnate da un bicchiere di Txakolì, vino locale che si abbina perfettamente.

Prosit!

Rezzano Cucina e Vino a Sestri Levante: squadra che vince non si cambia

Sestri Levante, il pittoresco borgo della riviera Ligure, si appresta a vivere un nuovo importante capitolo della sua storia culinaria. Protagonisti di questa nuova avventura sono professionisti accomunati da una visione chiara e condivisa: mettere al centro l’anima autentica della Liguria, intrecciando tradizione e innovazione con uno sguardo sempre rivolto alla qualità e all’accoglienza.

Lo chef Jorg Giubbani, dopo il successo ottenuto con la stella Michelin conquistata nel 2022 con il ristorante Orto by Jorg Giubbani presso l’Hotel Villa Edera di Moneglia e dopo un periodo di approfondimento dedicato allo studio dei lievitati, torna a casa, nella sua amata Sestri Levante, per intraprendere una nuova entusiasmante sfida. Entra ufficialmente nella brigata di Rezzano Cucina e Vino, ristorante guidato dallo chef patron Matteo Rezzano, già apprezzato per la sua capacità di raccontare il territorio ligure con una cucina attenta e raffinata.

Ma la forza di questa realtà non si ferma qui: al fianco di Matteo e Jorg troviamo anche Silvia Rezzano, proprietaria e sommelier dal 2002, profonda conoscitrice del mondo del vino e figura di riferimento nel panorama locale, e Ilaria Grando Rezzano, mâitre di sala, che con la sua professionalità e il suo calore contribuisce a rendere ogni esperienza memorabile.

Questa squadra compatta e appassionata rappresenta l’incontro di competenze diverse che si completano, unite da un obiettivo comune: offrire agli ospiti un viaggio sensoriale capace di raccontare la Liguria contemporanea, mantenendo salde le radici nei sapori più autentici della tradizione.

La nuova proposta culinaria di Rezzano Cucina e Vino prende così vita grazie alla sinergia tra:

  • Matteo Rezzano, patron, chef e sommelier, esperto interprete della cucina ligure e dei suoi vini;
  • Jorg Giubbani, che porta la sua cifra stilistica distintiva, frutto di ricerca continua e grande attenzione alla materia prima;
  • Nicholas Figliomeni, giovane chef che contribuisce alla visione gastronomica del locale con idee fresche e moderne.

Il risultato è una proposta unica, che celebra il territorio ligure con un linguaggio contemporaneo, senza mai dimenticare le radici. La filosofia condivisa da Giubbani e Rezzano si riflette nella nuova carta del ristorante: grande attenzione alla digeribilità, valorizzazione degli ingredienti vegetali, equilibrio tra tradizione e sperimentazione.

I menu degustazione – con prezzi che oscillano tra i 60 e gli 80 euro – raccontano la Liguria attraverso due percorsi evocativi:

  • Orizzonte: un viaggio che richiama il meriggiare, la salsedine e la roccia, portando in tavola i profumi e i colori della costa.
  • Dislivelli: un’esplorazione che attraversa fondali, orti e boschi, alla scoperta dell’anima più profonda della regione.

Non mancano poi suggestioni dialettali nei nomi dei piatti, che parlano direttamente il linguaggio del territorio. Tra questi spiccano:

  • “Inte l’orto” (nell’orto), un omaggio alla ricchezza vegetale ligure;
  • “Cumme te piaxe a ti” (come piace a te), un invito alla personalizzazione dell’esperienza, lasciando libertà di scelta al cliente, al di fuori della rigidità dei percorsi degustazione.

Tra le proposte: sedano rapa come un riso, arselle, agrumi di Liguria, cavolfiore, calamaro e acetosella e uno delizioso dolce Rocher misto Chiavari. Con l’ingresso di Jorg Giubbani e il consolidamento di una squadra affiatata e altamente competente, Rezzano Cucina e Vino si conferma un punto di riferimento imprescindibile per chi desidera vivere un’autenticità fatta di passione, ricerca e amore per il territorio.