Alois Lageder e l’idea di Summa: la somma delle eccellenze vitivinicole

Magrè sulla Strada del Vino dell’Alto Adige (Südtirol Weinstraße), all’interno della Tenuta Alois Lageder, nei giorni 5 e 6 aprile 2025 è andato in scena il prestigioso evento enoico Summa. Una prestigiosa fiera del vino organizzata da oltre 25 anni dalla famiglia Lageder che ha visto la partecipazione di 112 aziende vitivinicole provenienti da ogni parte d’Italia e di altri importanti Paesi europei, contraddistinte da vignaioli che hanno segnato il mondo enoico per la produzione di vini  autentici.

Magrè la porta dell’Alto Adige

Magrè è un ridente borgo posto in Alto Adige in provincia di Bolzano. Immerso tra stupendi vigneti e molte piantagioni di mele, in uno  spettacolare scenario montuoso sulla Strada del Vino dell’Alto Adige (Südtirol Weinstraße). Un comune di circa 1300 abitanti, caratterizzato da stile gotico, rinascimentale e barocco. Tra le caratteristiche vie si trova la vite più vecchia d’Europa risalente al 1600. La mia prima visita a Magrè risale a qualche anno fa, di ritorno da Merano WineFestival nella prestigiosa Tenuta di  Alois Lageder.

L’evento Summa di Alois Lageder

All’arrivo nella piazza principale del Borgo è stata messa a disposizione una navetta per condurre i visitatori alla Tenuta. Il programma prevedeva interessanti masterclass. All’interno vi è la possibilità di pranzare senza dover uscire dalla Tenuta. Ogni anno, una parte del ricavato dei biglietti è destinato a un’organizzazione benefica altoatesina. Nell’edizione 2025, andrà a favore della rivista di strada zebra, dell’OEW – Organizzazione per un Mondo Solidale di Bressanone.

Alcuni assaggi proposti durante Summa

Champagne Tarlant La Vigne d’Or 2006 – Meunier 100% – Giallo dorato intenso dal fine perlage; sprigiona note di frutta tropicale, pasticceria da forno, agrumi, nuance speziate. Sorso cremoso, vibrante, avvolgente e persistente.

Ribolla 2016 Gravner – Giallo ambrato intenso, al naso emergono note di pout-pourri floreali secche, albicocca, pesca candita, erbe aromatiche e resina. Ricco, pieno, rotondo e duraturo.

Chardonnay 2022 Monteverro – Giallo dorato, sviluppa note di banana, litchi, pera, pompelmo, fiori di montagna e panificazione. Ingresso in bocca fresco e saporito, invita ad un sorso successivo.

Malvasia Damijan Podversic 2020 – Giallo dorato brillante, rivela subito sentori di fiori di camomilla, pera, albicocca, tamarindo, scorza d’arancia e miele. Finale vibrante, armonioso e coerente.

Löwengang 2020 Alois Lageder – Giallo dorato intenso dal naso intriso da note di pera, pesca, melone, vaniglia, con richiami burrati e agrumati. Al gusto scivola fresco, morbido, armonioso e coerente.

Barbaresco Camp Gros Martinenga 20200 Marchesi di Grésy – Rosso granato dalla sfumatura aranciato, libera sentori di mammola,  frutti di bosco, ciliegia,  prugna e spezie dolci. La piacevolezza stimola il lungo ed appagante sorso. Interminabile.

Barolo La Tartufaia 2021 Giulia Negri – Bel granato trasparente, dipana sentori di violetta, ciliegia, ribes, tabacco e liquirizia ben integrati alle note speziate. Al palato è ampio, setoso, coerente e persistente.

Pinot Noir Riserva Tiefenbach 2020 Heitlinger –  Rubino trasparente dai piacevoli sentori di ribes, lampone, vaniglia, sottobosco e spezie dolci. Al sorso è vellutato, fine, pieno e lungo.

Château Canon – la Gaffelière 2019 Premier Grand Cru Classé – Merlot,  Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon  – Rubino impenetrabile, emana sentori di prugna, amarena, liquirizia, frutti di bosco maturi,  menta e spezie. Palato delicato, setoso e delizioso, fa presagire una buona capacità d’invecchiamento.

Chateau Musar Rosso 2018  Gaston Hochar – Cabernet Sauvignon,  Cinsault e Carignano – Dal rubino intenso e profondo, emana sentori di amarena, prugna, mora, tabacco, cuoio e sbuffi balsamici. Avvolgente, appagante e longevo. 

Napoli: da Riserva Rooftop presentato lo special menu a cura dello chef Davide Cannavale

La vera incognita, per il futuro della ristorazione, non è chiedersi quale sarà il piatto forte nelle scelte dei clienti, bensì a chi rivolgersi prima ancora di accendere i fornelli. Una domanda che non tutti riescono a porsi, in particolare gli imprenditori “di stagione”, quelli improvvisati dell’apri e chiudi attività nel giro di un cambio d’abiti.

Trasformisti poco avveduti e impreparati al ruolo; conseguenza di un’idea fuorviante, trasmessa anche in televisione e sui canali di comunicazione di massa, che fare ristorazione equivalga al Paese di Bengodi dove soldi e prestigio sono a portata di chiunque.

I mille volti di Riserva Rooftop

Quando poi ci si imbatte in soluzioni alternative a quelle stereotipate, che mirano a soddisfare diverse tasche e palati, ci si trova increduli nel pensare che la qualità possa viaggiare di pari passo con numeri e gerarchie gastronomiche. Da Riserva Rooftop, ristorante aperto nel 2019 da Sasy Maresca, Roberto e Andrea Bianco, già attivi nel settore, succede questo e altro. Il panorama delle colline di Posillipo, con le terrazze a vista che affacciano sia sul Vesuvio che sul versante puteolano, di certo aiuta per l’emozione palpitante.

Riserva Rooftop sa essere un luogo elegante e contemporaneo, rivolto non solo ai gourmand, ma anche agli appassionati di arte e di architettura grazie alle opere in mostra di artisti emergenti e affermati. Ne avevamo già scritto nell’articolo Napoli: gusto e arte si incontrano da Riserva Rooftop. Diverse modalità di ristorazione e gusto, che consentono ai giovani di godere dell’aperitivo con pietanze smart dalla carta riservata per la terrazza “sky lounge Martini”, dotata di salotti all’aperto, american bar e musica dal vivo.

Oppure nelle sale interne per gli avventori classici che ambiscono ad una cena romantica o conviviale tra amici. Tavoli “Riflessi” in legno e pietra, colori in contrasto, oro, rame e blu, una raffinatezza che anima anche la tavola, su cui spiccano i sapori della cucina italiana, rivisti in chiave contemporanea e creativa a cura del giovane chef Davide Cannavale. I cult di stampo partenopeo sono sempre presenti: la genovese, il bucatino con carpaccio di coniglio all’ischitana, il gateau sifonato, pane e panella.

Fiore all’occhiello la carne alla brace, che vanta le migliori selezioni da tutto il mondo, Riserva Roofotp è tra i diciannove ristoranti d’Italia menzionati quale “Kobe ambassador”. Amplia l’offerta una gustosa carta dei cocktail, impostata dal talentuoso barman Mickael Reale.

La categoria special proposta dallo chef Davide Cannavale

Ma la vera novità è lo spazio dedicato, nella “categoria special”, per le ricette simbolo di tutte le regioni, scelte a rotazione in base alla stagionalità delle materie prime. Stavolta tocca al Veneto, nella cena stampa organizzata dai titolari in collaborazione con la giornalista Federica Riccio.

Piccole coccole iniziali composte da tre morsi campani, giusto per acclimatare i presenti verso le sponde nordiche: lo “scagliuozzo”, una sorta di pizza di grano fritta; il pulled pork con friggitelli saltati ed il bun con tartare e senape fresca.

Si prosegue con polenta pastricciata di manzo alla veronese, con polenta gialla e taccole in saor a richiamo dell’antica usanza veneta di condire con cipolle stufate in agrodolce pesci e vegetali. 

Primo piatto su tubetto in doppia consistenza di fagioli di Lamon della Vallata Bellunese IGP, cremoso di topinambur, crudo di asparagi e chips di Formaggio bastardo del Grappa P.A.T.  

La seconda portata è risultata di gran lunga la migliore della serata: secreto di maiale iberico laccato al vino rosso Valpolicella Ripasso, con patate piselli e gel di pompelmo. Abbinamento perfetto con un Brunello di Montalcino Pieve Santa Restituita 2019 di Angelo Gaja, proposto dal capo sommelier Ugo Montella.

Impeccabile il servizio di tutto lo staff di sala diretto dall’esperto Carlo Chiariello, una vita tra i gourmet di Napoli e povincia, coadiuvato dal maître Rossella avallone e dallo chef de rang Carmine Elmo.

Viene infine calato il sipario sul classico e confortante tiramisù all’italiana e sul ricordo affettuoso della pastiera napoletana – rigorosamente con ricotta, canditi e senza crema – che Cannavale ha imparato a fare sin da bambino, avendo ricevuto in dono il privilegio di poter aiutare la mamma e la nonna nella propria cucina di casa. I genitori avevano visto lungo.

Al via il nuovo menu di Casa Lerario a Melizzano

La Pasqua è passata da poco e seppur il meteo ancora non abbia fatto capolino verso la bella stagione anticipatrice dell’estate e delle scampagnate in famiglia, Casa Lerario ha proposto la sua idea personalizzata di menu primaverile.

La storia di Pietro Lerario e della mamma Tatiana Bruno, ancora attivissima in cucina dopo aver raggiunto il traguardo delle 81 candeline, è cominciata nel lontano 1983 con l’acquisto di un piccolo podere e annessa casa rurale, ristrutturata per ricevimenti di nozze o altri eventi importanti, oltreché per il relax della famiglia e degli amici nei fine settimana e nei periodi di vacanza.

A Pietro però, appassionato di orto e di vita nei campi, andava stretta la figura dell’organizzatore di feste fine a se stesse. Mirava ad un progetto di lungo corso nel campo arduo della ristorazione di qualità, sognando l’apertura di un agriturismo che in breve tempo è diventato un punto di riferimento per il territorio sannita.

Da qui l’idea vincente di proporre le primizie del proprio orto e dei campi circostanti, ben 23 ettari coltivati, compresa una parte a vite per offrire un gustoso vino della casa a tavola per gli avventori del locale. Era il 1997 ed il massimo numero di coperti a disposizione superava di poco le dieci unità; organizzazione, passione e sacrificio hanno reso possibile l’incremento dei tavoli per sostenere venti volte le cifre iniziali, con punte che hanno sfiorato le trecento presenze in alcuni casi, per la gioia (e l’ansia) di mamma Tatiana ai fornelli.

C’è anche una parte dedicata all’allevamento di ovini, bovini e suini neri casertani e tre piccoli appartamenti, arredati con gusto e con tutti i comfort, per consentire un rilassante soggiorno nella natura. L’ultima invenzione di Casa Lerario è, ormai da 10 anni, il pranzo d’autore con chef rinomati, anche Stella Michelin, dai migliori ristoranti gourmet d’Italia. Negli anni si sono avvicendati a Melizzano artisti della cucina quali: Peppe Guida, Paolo Barrale, Angelo Sabatelli, Luca Abbruzzino, Roy Caceres, Salvatore Tassa, Angelo Carannante, Domenico Candela, Maicol Izzo, Alfio Ghezzi, Marco Caputi, Nicola Fossaceca, Salvatore Bianco e Lorenzo Montoro.

Proprio in occasione di alcune iniziative simili, organizzate dalla giornalista Laura Gambacorta, abbiamo scritto negli articoli Da Casa Lerario “il Molise esiste” con le ricette dello chef una Stella Michelin Stefania di Pasquo e Lo chef Marianna Vitale a Casa Lerario: il Sannio ospita i Campi Flegrei.

Mancava dunque, la presentazione alla stampa del nuovo menu in vista della stagione primaverile – autunnale, dove le belle giornate ed il fresco delle colline di quest’angolo paradisiaco della Campania, consentiranno ai clienti a pranzo e cena un momento di assoluto relax gastronomico con prodotti locali “a metro zero”. 

La degustazione è iniziata con un assaggio di calzoncini e montanare fritte al momento dopo ben 60 ore di lievitazione, accompagnate da una selezione di affettati di suino nero casertano e formaggi come primo sale e ricottine paesane. Gran trionfo su prosciutto crudo affumicato, un protagonista assoluto della buona tavola.   

Si è proseguito con crostini di baccalà mantecato, pizza rustica ed una squisita caponatina siciliana, leggermente in agrodolce, con capperi e olive retaggio degli insegnamenti dello chef Mimmo Alba. I primi piatti erano un autentico duetto tra ravioli ripieni di porcini e tartufo e risotto limone e pistacchio, servito in tazza.

Pausa rinfrancante prima di avviarsi all’esterno della sala, dove la brace ardente era pronta per cuocere alla perfezione le bistecche di suino nero casertano affumicato alla temperatura di 45°, spennellato di birra per trattenere maggiormente i succhi durante la rosolatura.

Coccole finali tra torta al cioccolato di nonna Tatiana, con ben il 90% di cacao fondente e graffe calde. Il prezzo medio per una degustazione completa, dove tempo e confini vengono azzerati (qui il telefono cellulare e lo stress non sono ospiti graditi), si aggira sui 45 euro salvo scelta o vini alla carta o pietanza particolari su richiesta.

Agriturismo Casa Lerario

Contrada Laura, 6

Melizzano (BN)

Tel. 0824 944018

I sentieri beneventani alla Pizzeria Saporì – pizza e qualcos’altro – di Vico Equense

Per il secondo appuntamento del ciclo di eventi Saporì: la pizza diventa esperienza , la pizzeria dell’Hotel Angiolieri di Vico Equense ha ospitato la macelleria Cillo e il birrificio Bonavena, dedicando il menù della serata alla provincia di Benevento.

A fare gli onori di casa Fabio Disanto, direttore del locale, mentre lo chef dell’Angiolieri Fabrizio De Simone ha creato i topping per le pizze del maestro pizzaiolo Fernando Speranza, utilizzando i prodotti della storica macelleria Cillo di Airola (BN). Infine Partenocraft, leader nella distribuzione di birre artigianali, ha proposto gli abbinamenti con alcune birre del birrificio beneventano ispirato al mondo del pugilato.

Bonavena infatti è il nome del pugile argentino che sfidò Mohammed Alì per il titolo mondiale dei pesi massimi: tutte le birre della linea, rigorosamente in lattina, si rifanno – nel nome – al mondo del pugilato. Il birrificio di Ponte, aperto nel 2018, è già considerato tra i migliori in Campania.

Non accettare carne dagli sconosciuti è il motto di Sabatino Cillo, patron dell’omonima macelleria nata nel 1985. Figlio d’arte, Sabatino si è formato in Svizzera e ha trasferito in provincia di Benevento le competenze acquisite. Come quelle per la preparazione delle salsicce di tipo wurstel o per l’affumicatura dei prosciutti. Cillo, con le sue selezioni e preparazioni, è stato il protagonista su tutte le pizze del percorso di degustazione.

Unica voce del menù, non catalogabile come pizza, l’entrée di benvenuto: arancino con piselli e carciofi. In abbinamento la Match DDH Pale Ale, birra senza glutine in grado di soddisfare una platea di consumatori sempre più esigente nella ricerca di prodotti che tengano conto di intolleranza e allergie, senza nulla togliere alla qualità.  Di grande bevibilità, utilizza  luppoli americani che ne determinano i sentori erbacei, resinosi, fruttati e sostiene in maniera ottimale la frittura, grazie al buon tenore amaricante.

La prima proposta di pizze è La Fritta: doppia cottura -fritta e ripassata al forno-  è guarnita con borragine scottata, zest di limone salato, gamberi e lardo Cillo, ottenuto da suino di razza casertana, cotto e successivamente affumicato con legno di ciliegio e faggio.

Il mix di sensazioni a tendenza amaricante e dolce, ben si sposa con la seconda birra in degustazione, Boxeo, stile IPA di sorso morbido, dalle nuance floreali e vena amara finale più persistente che, ancora una volta, lascia la bocca pulita.

Ha un sapore retrò il Pernod tra gli ingredienti della seconda pizza, la Pernod appunto. Lo chef Fabrizio De Simone ci spiega di averlo scelto per conferire una vena di freschezza al topping grazie ai sentori di anice tipici di questo liquore. I finocchi spadellati al Pernod accompagnano pecorino, puntarelle croccanti e il pluripremiato prosciutto cotto del contadino di Cillo, il cui tocco distintivo è la lunga affumicatura con legno di faggio e ciliegio.

La scelta della birra in abbinamento questa volta ricade su una bock, la Blood, una lager rossa di stile tedesco dal sorso cremoso, che nei sentori caramellati richiama la tendenza dolce dei finocchi al Pernod.

Tutt’altro che dedicata ai bambini è la terza proposta in degustazione, Non la solita wurstel e patate, una rivisitazione raffinata della pizza solitamente scelta dai più piccoli. I wurstel usati sono quelli campani ottenuti da maialino bianco.

Per questa specialità di Sabatino, Fabrizio ha optato per una glassatura in salsa di soya, mentre le patate sono state cotte in pentola ocoo, una moderna pentola a pressione ispirata alla tradizione coreana, che sfruttando la pressione, la cottura a bassa temperatura e la radiazione infrarossa prodotta dall’argilla di cui è fatta, lascia intatta l’essenza degli ortaggi. Con i wurstel la birra in abbinamento non poteva che essere una Pils, la Knuckle, una versione di stampo ceco, con sentori agrumati persistenti e forte impronta amaricante.

La novità del menù pizze di Saporì è la pizza alla pala, ottenuta da un impasto di farina tipo 2 ad alta idratazione, cotto a bassa temperatura per conferire croccantezza e farcita come un vero e proprio panino. La Pulled Pork che assaporiamo al termine del percorso di degustazione è ripiena dell’omonima carne di maiale sfilacciata, ottenuta, spiega Sabatino, con una lunga cottura a bassa temperatura, di cavolo rosso fermentato, uvetta idratata con aceto di lamponi e blu di pecora. L’abbinamento è con una Irish Stout, la Floyd, dall’intenso color mogano e sentori di caffè e cioccolato fondente, scelta per esaltare la tendenza dolce dell’uvetta ma anche l’effetto grigliato del pulled pork grazie alle tostature del malto.

SAPORI’

Via Santa Maria Vecchia 2

80066 Seiano (NA)

SALUMIFICIO CILLO

Via Lavatoio 230

82011 Airola (BN)

BONAVENA BREWING

SP 34 82030 Località Selva (BN)

Esce oggi il libro “Nato Oste” di Piero Pompili

Edito da Maretti Editore, esce oggi 22 aprile 2025 “Nato Oste” il libro autobiografico di Piero Pompili, deus ex machina de “Il Gastronomo Riluttante” con lo pseudonimo di Muccapazza28.

Creato nel 2003, Il Gastronomo Riluttante, blog dedicato a Ruth Reichel, pioniera del food writing, ha fatto un po’ in Italia la storia dell’enogastronomia via internet. Numerosi gli articoli e le considerazioni sia di protagonisti della ristorazione già affermati, sia di chef dalla grande prospettiva, a dimostrazione dell’occhio lungo di Piero Pompili nel riconoscere il talento e della sua capacità di avere una visione lungimirante e d’insieme della direzione che il fine dining avrebbe preso nei successivi vent’anni.

Premiato il suo come miglior blog nel 2007, giusto un anno prima de “Il Papero Giallo”, Piero decide di abbandonare l’esperienza del blogger, a causa dell’imperversare della mediocrità che già qualche decennio fa ha caratterizzato la comunicazione sul web, portandola all’eccesso e alla banalizzazione, fino a stabilirsi a Bologna e, nel 2016, ad assumere la direzione in sala del ristorante Al Cambio.

Al di là della critica irriverente e senza mezzi termini del blog, l’erudizione e la professionalità di Piero, che della ristorazione ha fatto un’arte raffinata, galante e senza platealità, ha reso intramontabile la cucina tradizionale bolognese in un’epoca di piatti ipercolorati, talvolta anche vuoti di forma e contenuto, riportando l’ospite al centro dell’attenzione.

È in omaggio a Gianluigi Morini, fondatore del ristorante San Domenico a Imola, che Piero indosserà l’abito sartoriale in doppiopetto che lo contraddistingue tutt’oggi e con il quale ha saputo accendere nuovamente i riflettori su Bologna, riportandola ad essere capitale culinaria, e restituire alla sala e alla figura di cameriere quella centralità e quel protagonismo legittimo di cui la ristorazione moderna, sin troppo spesso, è deficitaria.

“Nato Oste” è stato presentato in anteprima nazionale a Napoli, lo scorso 9 aprile, dinanzi a un pubblico attento di giornalisti, enogastronomi e addetti ai lavori del mondo della ristorazione. Durante la piacevole serata in via Partenope, salotto a cielo aperto con vista mare, sono stati Luciano Pignataro e Maurizio Cortese ad affiancare l’autore, in qualità di relatori, durante la presentazione di un libro che ha voluto essere un incontro informale tra persone.

In ricordo all’atmosfera calorosa ricreata dal popolo campano presente, questa l’affermazione di Piero Pompili:

Non potevo che iniziare la presentazione di” Nato Oste” che nella mia città del cuore, Napoli. In nessun’altra città d’Italia riesco a sentirmi a casa come qui dove il calore che si respira ti riempie il cuore e fa bene all’anima. Non avrei mai pensato con la mia storia, i miei successi e gli insuccessi di arrivare così dritto al cuore della gente tanto da emozionarli. È stato bellissimo e non smetterò mai di ringraziarvi tutti quanti perché invece tutti voi avete emozionato me. Un ringraziamento speciale a Maurizio Cortese e Luciano Pignataro per avermi fatto sentire per una sera più che un Oste un vero Re in doppio petto. Grazie Napoli che non deludi mai “.

Il libro “Nato Oste” va ben oltre il racconto autobiografico dei primi 50 anni dell’autore e commuove sin dalle prime pagine per le dediche che vi sono contenute. È una narrazione densa, intima, coraggiosa e personale sulla vita riservata, discreta e impeccabile di un oste galante, il quale ha saputo riportare la gastronomia bolognese ai fasti di 50 anni orsono; indossando una corazza di imperturbabile impeccabilità, e l’evidente professionalità di una carriera ai massimi livelli, l’autore confessa anche la sua discrezione, quel delicato pensiero di tenere fuori dal lavoro e lontano dalle persone care la pioggia battente del periodo più triste e sofferto della sua esistenza e che ha portato alla scomparsa di Arnaldo Laghi, cuoco dell’Osteria Numero Sette, conosciuto nel ’96, e suo compagno di vita.

Il libro esce oggi, proprio nello stesso giorno del 2018 in cui morì Arnaldo e come sostiene Piero “questo non sarà più il giorno in cui ha vinto il cancro, ma il giorno in cui abbiamo vinto noi”.

Protagonista assoluto come pochi nel panorama nazionale del fine dining, Piero ha riportato nel libro, e con il suo esempio, un carico di umanità formidabile e commovente, riportando l’Umanesimo nella ristorazione, un dettaglio forse romantico e, per quanto raro, pur certo esiste e vive attraverso la vocazione di quelle persone che, proprio come lui, scelgono quello che più che un mestiere è, decisamente, una vocazione.

Da vero e proprio visionario, Piero ha portato avanti una rivoluzione culturale ed eversiva, raccontando la verità che nessuno ha voluto riportare del mondo della ristorazione, raccontando la verità che nessuno mai ha voluto riportare, con stile, determinazione e resilienza.

Credits by Federica Capo Photographer

Vin Santo e Pastiera Napoletana: una buona Pasqua fatta di dolci tentazioni

Anche quest’anno la Pasqua riserva gradite sorprese per i lettori di 20Italie. Una contaminazione ben augurante, fatta di tradizioni secolari appartenenti a diverse regioni d’Italia. La Toscana con l’arte del Vin Santo, un prodotto le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Di pari grado, alla ricerca di un abbinamento gustoso e intrigante, la pastiera napoletana realizzata dai maestri pasticcieri della Campania, che richiama quel senso di calore dei pranzi pasquali in famiglia.

Il Mondo Vin Santo

Durante le recenti Anteprime Toscane, presso Fattoria della Talosa cantina storica di Montepulciano, abbiamo assaggiato alcune delle etichette di Vin Santo più rappresentative dell’areale. Ma cos’è esattamente questo nobile vino che i viticoltori realizzano da secoli con la stessa cura?

Madri Centenarie o Lieviti Selezionati?

Non esiste un segreto o un manuale che detenga la verità sui metodi di produzione del Vin Santo. Ogni famiglia tramanda l’usanza di generazione in generazione, utilizzando tecniche antichissime o quelle più moderne. Il risultato cambia profondamente quando si parte dalle cosiddette madri centenarie, lieviti conservati dalle fecce di ogni vendemmia e riutilizzati l’anno successivo come starter di fermentazione.

Non tutte le madri sono uguali e non tutti i figli seguiranno la retta via da esse indicata. Il vino riposerà poi per lustri all’interno di piccoli caratelli di norma dai 15 litri di capienza in su, spesso sigillati con un tappo di cemento per evitare l’evaporazione del contenuto alcolico. Non sarà possibile conoscerne l’esatta evoluzione del magico liquido se non dopo l’apertura dei fusti, a volte con grande rammarico per un’attesa invana.

Le origini del nome Vin Santo

Che sia un riferimento ad un particolare vino da fine pasto proveniente da Arinna, città dell’antica Licia (attuale Turchia) o che ricordi l’appassimento delle uve fino alla settimana Santa? Infine, che gli siano state conferite particolari proprietà terapeutiche dai contorni taumaturgici? Insomma il Vin Santo ha davvero legami con la cultura ed i commerci delle popolazioni centrali del Bel Paese. Viene prodotto in maniera simile in molti territori anche fuori dai confini regionali e con varietà d’uva diverse: Trebbiano, Malvasia, Colombano e Grechetto per il base o Sangiovese nella rara e costosa tipologia Occhio di Pernice.

La degustazione dei Vin Santo

  • Vin Santo di Montepulciano Doc Il Molinaccio 2014 “L’Occhione” è moderno e versatile, nelle sue sfumature cariche di pesca melba, albicocca e miele di millefiori. Quasi inavvertibile il timbro ossidativo di altre versioni; gioca su equilibrio e rapidità di beva.
  • Vin Santo di Montepulciano Doc Poliziano 2012 carica la spinta verso sensazioni di boiserie tra spezie di cannella e vaniglia, per virare su frutta secca e caffè in polvere. Finale agrumato tra canditure e cenni di zenzero.
  • Vin Santo di Montepulciano Doc Tiberini 2001 eredita un’annata particolarmente fortunata dal punto di vista climatico. Il campione assaggiato dimostra lunghezza iodata e sensazioni di macchia mediterranea condite da scorza d’arancia amara e mallo di noce.
  • Vin Santo di Montepulciano Doc Talosa 1995 vivo e palpabile dopo 30 anni, con scie terziarie appetitose che narrano di ceralacca, smalto ed ananas sciroppato. Termina nella consueta nota balsamica a base di salvia ed alloro, quasi salmastra.
  • Vin Santo di Montepulciano Doc Montemercurio 1993 è quel piccolo capolavoro per il quale vale la pena un viaggio tra le morbide colline di uno dei borghi più bello d’Italia. Cedro candito, verve di iodio marino e spezie bianche succulente. Vita eterna.

La Pastiera Napoletana

Tipica del periodo pasquale, è una torta di grano che origina dai riti pagani e, nel corso dei secoli, dall’usanza di friggere la pasta avanzata creando una sorta di dolce salato, che ha dato il nome stesso alla pastiera. L’opera dei conventi napoletani ha apportato modifiche fondamentali, con inserimento della ricotta e dei canditi. Come per il Vin Santo, non esiste un dogma per fare una pastiera di qualità. In alcune zone si usa la crema, in altre lo strutto nella pasta frolla, ma ciò che non deve mai mancare è la voglia di mangiarla in famiglia per buon augurio! La tradizione vuole infatti che la pastiera, simbolo di pace, si prepari il Giovedì  Santo, per essere poi conservata e consumata per almeno 10 giorni.

Il Gran Caffè Gambrinus

Il Gran Caffè Gambrinus, in attività sin dal 12 maggio 1860, fu subito ritrovo di capi di Stato e teste coronate, poi caffè letterario e luogo di ispirazione di artisti e intellettuali del calibro di Oscar Wilde, Gabriele D’Annunzio, Ernest Hemingway, Matilde Serao e dai Presidenti della Repubblica Italiana in visita a Napoli. Di proprietà degli imprenditori Antonio e Arturo Sergio e Massimiliano Rosati, fa parte dell’Associazione Locali Storici d’Italia. La pastiera realizzata dalle mani sapienti dei pasticceri del Gran Caffè Gambrinus conserva la giusta umidità all’interno del ripieno e gli aromi di canditi e fiori d’arancio dell’antica ricetta delle monache di clausura del Convento di San Gregorio Armeno.

Il futuro del vino italiano è Donna: a Roma la “rivoluzione del movimento delle Sbarbatelle”

C’è un vento nuovo che soffia tra i filari delle vigne italiane, e porta con sé profumo di entusiasmo, passione e sensibilità tutta al femminile. È l’onda rosa delle Sbarbatelle, il movimento di giovani produttrici under 35 che sta rivoluzionando il panorama vitivinicolo italiano, mescolando radici profonde e visioni coraggiose. E nel 2024, questa energia contagiosa approda a Roma, nella raffinata cornice dell’A.Roma Lifestyle Hotel, grazie all’impegno di AIS Lazio.

Donne, Vino e Visione: Una Nuova Stagione per l’Italia del Vino

Se è vero che il vino nasce dalla terra ma racconta l’anima di chi lo produce, le etichette delle Sbarbatelle sono veri e propri ritratti liquidi, dipinti con grazia e determinazione da giovani donne che hanno scelto di scommettere su se stesse e sul futuro delle proprie aziende.

Il movimento, nato nel 2017 da un’idea di Paolo Poncino con il sostegno di AIS Piemonte, oggi rappresenta molto più di un gruppo di produttrici: è un simbolo di emancipazione, competenza e amore per il territorio. Le Sbarbatelle sanno coniugare tradizione e innovazione, portando avanti aziende storiche o fondandone di nuove, sempre con uno stile personale che unisce rigore tecnico e sensibilità femminile.

Intervisto la Presidentessa del Movimento Sbarbatelle, Giulia Arrighi che sottolinea i valori del movimento che si riassumono in un concetto concreto di unione e scambio tra colleghe in modo da fare rete e crescere insieme grazie allo scambio continuo di esperienze.

Il Valore della Bellezza e della Sensibilità nel Calice

C’è una qualità speciale nei vini delle Sbarbatelle. Non è solo una questione di tecnica o terroir, ma di sguardo sul mondo. La sensibilità femminile si riflette nella scelta delle uve, nella cura del dettaglio, nel rispetto per la natura e nella capacità di raccontare attraverso ogni sorso un’emozione autentica.

Il banco d’assaggio di Roma sarà una finestra su questa dimensione, dove accanto alla qualità delle etichette si percepirà la storia, il sacrificio e la visione di giovani donne che, con il proprio tocco, sanno dare bellezza e profondità al vino italiano.

Un Manifesto di Coraggio e Talento

Sbarbatelle a Roma non è solo un evento, è un messaggio potente di empowerment. In un settore ancora in parte dominato da logiche maschili, queste giovani produttrici dimostrano che il talento non ha genere. Ogni etichetta è il volto di una donna che si è rimboccata le maniche, ha preso decisioni difficili e ha saputo innovare, senza mai perdere di vista la qualità e l’identità del proprio vino.

Con aziende come Bruna Grimaldi, Castello di Uviglie, Donato D’Angelo, Tenuta Placidi, Velenosi e tante altre, la manifestazione celebra la forza creativa delle donne e la loro capacità di emozionare attraverso il vino.

Vino, Solidarietà e Speranza

Oltre alla passione per il vino, AIS Lazio dimostra un impegno concreto anche nel sociale, partecipando ogni anno con una squadra alla Race for the Cure, per sostenere la ricerca e la prevenzione contro il tumore al seno. Una presenza che ribadisce quanto il mondo del vino sappia essere vicino alle persone e ai valori più autentici.

Brindare al Futuro, con il Cuore e con il Sorriso

Sbarbatelle a Roma è molto più di un appuntamento enologico: è un brindisi collettivo al futuro del vino italiano, un invito a scoprire quanto le nuove generazioni possano innovare e sorprendere, con grazia, eleganza e tanta determinazione.

Inoltre, per la prima volta le Sbarbatelle sono state presenti con il loro stand al Vinitaly 2025 nel Padiglione 10 del Piemonte. Il successo è stato incredibile tanto che nemmeno loro se lo aspettavano. Il vino è donna, il vino è bellezza, il vino è futuro. E le Sbarbatelle sono pronte a raccontarcelo, un calice dopo l’altro.

ViniVeri 2025 – celebrazione di tradizione, emozione ed innovazione

Ogni calice racconta una storia unica, ogni incontro spalanca nuove prospettive, e il vino si trasforma in un ponte che unisce generazioni.

Nel cuore pulsante dell’enologia “naturale”, ViniVeri 2025 si staglia come l’evento imperdibile per chi aspira a sorsi di intensità e autenticità. Dal 4 al 6 aprile presso l’AreaExp di Cerea, questo evento ha mirato ad un equilibrio sofisticato: quello tra le radici antiche dei territori e un’innovazione consapevole che si proietta verso il futuro. In un’epoca in cui la sostenibilità non è più un optional ma un imperativo, Viniveri mostra come il ritorno al “naturale” diventi una dichiarazione d’amore per la terra e per il bere bene.

Un’esperienza multisensoriale

ViniVeri ha presentato un’esperienza completa: degustazioni guidate, seminari e cene d’autore che si intrecciano in un percorso atto a trasformare ogni calice in un racconto. L’evento si è rivolto sia agli esperti che ai neofiti, offrendo spunti e momenti di particolare arricchimento culturale. Un focus speciale è stato dedicato anche ai giovani under 25.

I testimoni di una tradizione rigenerata

Il cuore pulsante di ViniVeri restano i produttori, ognuno dei quali porta sulle proprie etichette i segni di una passione tramandata attraverso la terra.

Ecco alcuni dei protagonisti e qualche assaggio

  • Gian Antonio Posocco – Vincolfondo siamo a Mondragon, in un sottosuolo morenico profondo, 1 ettaro allevato di Glera con vecchi vigneti al cui interno sono presenti anche varietà antiche come Verdiso, Bianchetta, Perera e Boschera, un vino che rappresenta tali uve per la loro tradizionalità e piacevolezza.
  • Casa Coste Piane – Brichet altra Glera e in piccola percentuale di Verdiso. Frizzante, da vigne provenienti da un vigneto storico “Serre” in Miane di origine morenica e Salìs (argille blu). Un tributo artigianale alla tradizione veneta di agilissima beva.
  • Il Pendio – Il Contestatore. Michele Loda, In Lombardia, anni fa con questa bottiglia si fece portavoce di una nuova visione enologica, una visione radicale e provocatoria. Chardonnay in purezza spinto all’estremo, senza alcun compromesso e concessione. Solo uve da alta collina, lunga sosta sui lieviti (oltre 5 anni) e zero dosaggio per darci un vino nudo, affilato, profondamente territoriale
  • Setti Simone – Sangiovese 2015  Siamo a Montescudaio. Delicata sapidità, al naso incede subito con nuance da viola mammola. Sorso scattante e pieno, che racconta un vino complesso nella sua esecuzione. Simone è giovane e già esperto, un appassionato che traduce in maniera eccellente le vibrazioni della terra all’interno del calice.  
  • Aldo Viola – Saignee Nerello Mascalese, Perricone e Syrah, la tecnica usata è quella che dà il nome al vino. Rosso trasparente, contadino, dinamico e schietto; un vino da tutti i giorni che nella sua semplicità riesce a evocare la quotidianità del territorio e farci sentire il sole addoso. Abbiamo già parlato di Aldo nel precedente articolo e della sua abilità di convogliare l’energia dell’uva nelle sue creazioni.
  • Francesco Marra – Negroamaro Salento Rosato IGP un grande conoscitore delle sue terre. Siamo nelle campagne di Ugento, dove le terre rosse danno grande profondità a queste uve, poi affinate in “Capase” per 10 mesi. Al naso note di miele d’agrumi, melograno e pesca bianca, agrumi rossi e spezie bianche che invitano alla beva. In bocca è burroso e articolato, un rosato di presenza e eleganza.
  • Dramis – Maradei 2019 Magliocco in purezza, il vino richiama il nome della bisnonna di Vittoria Maradei, viticoltrice di Saracena che nel suo territorio sta convogliando una buona dose di tradizione e innovazione. Vigna centenaria, fermentazioni spontanee, il colore inizia ad intravedere la sfumatura granato. Naso profondamente mediterraneo, terroso e polveroso, con tocchi di liquirizia e carruba. In bocca c’è sostanza e una struttura tannica setosa dal grande equilibrio.
  • Podere Cipolla – Tramontana – Malbo Gentile dell’Emilia. Un passito di struttura, persistenza, dolcezza ben bilanciata e freschezza. Siamo a Reggio Emilia, nella “bassa”. I vini di Denny Bini mostrano tutto l’amore per il suo territorio, del quale esalta i vitigni storici e i più tradizionali metodi di vinificazione.
  • Feudo D’Ugni – Montepulciano Riserva Askoj “Il piccolo capolavoro” di Cristiana Galasso ha un indelebile carattere, al naso apre con prugne, nocciola, fave di cacao tostate, dalla vena ossidativa e sapida. Un vino importante, affinato in botti scolme, che lo caratterizzano nella bocca e nel ricordo.
  • Pruneto – Chianti Classico Riserva 2021 Siamo a Radda in Chianti, una zona dove il bosco è particolarmente marcante nel territorio e nei vini. La famiglia Lanzi produce questo splendido Sangiovese, affiancato da alcuni filari di Merlot, Canaiolo e Ciliegiolo, su terreni sabbiosi.
  • Trinchero – Runchet . Il nome di Ezio Trinchero è legato a doppio filo alla Freisa d’Asti. Questa è diversa dal solito, molto strutturata, stupisce per complessità, struttura e personalità da grande rosso. Naso complesso di frutta scura, amarene, spezie e una spiccata mineralità.
  • Princic – Merlot 2013 Tra i produttori simbolo del Collio, pioniere dei grandi bianchi in macerazione del Friuli, Dario Princic è una vera leggenda vivente. Qui i terreni ricchi di argilla e roccia arenaria garantiscono la giusta fertilità, una maturazione piena e macerazioni lunghe. Il Merlot è potente e ricco, con aromi profondi e complessi di prugne secche e frutta nera succosa, tabacco da pipa, spezia e grande e suadente sorso.
  • Altura (Isola del Giglio) – Ansonaco Siamo all’Isola del Giglio, azienda di Francesco Carfagna, nella parte più collinare e questo bianco macerato ne porta ogni segno. Apre con ampi sentori di macchia mediterranea e salgemma, spezia bianca, sbuffi di finocchietto di mare e alga. Sorso salino ricco e appagante.

Perché partecipare a ViniVeri?

Tra gli appuntamenti enologici, permette di immergerci in un mondo dove ogni dettaglio – dall’aroma unico di un buon vino, alla condivisione di storie e passioni – contribuisce a creare un’esperienza indimenticabile. Ogni produttore porta con sé storie, tradizioni e un forte impegno verso l’ambiente.

ViniVeri è un invito a riscoprire il valore della tradizione, reinterpretata con modernità e cura in un mondo in cui il rispetto per la natura diventa la chiave per un futuro migliore.

Montepulciano: ritorno da Podere Casanova per creare un blend in stile Supertuscan

Isidoro e Susanna Rebatto sono degli autentici visionari per l’areale di Montepulciano. Di loro e del sogno chiamato Podere Casanova abbiamo già scritto in un precedente articolo firmato dall’autore Alberto Chiarenza. Tornare in questi luoghi era dunque una sorta di obbligo morale, per comprendere appieno l’aderenza del progetto alle aspettative iniziali dei titolari.

L’occasione giusta è arrivata con la lodevole iniziativa enoturistica Podere Casanova: un weekend di relax, cultura e buon vino con l’evento “Crea il tuo IGT Toscana 2022” tra le dolci colline di Montepulciano creata in collaborazione con l’ufficio stampa Maddalena Mazzeschi.

Il contesto di Montepulciano

Uno dei borghi più belli d’Italia, visitato di recente in un tour a cura del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano. Le sue stradine, le Chiese e le numerose terrazze panoramiche dominano la vista dall’alto delle colline morbide, lungo i versanti della Val di Chiana, fino al Lago Trasimeno e a Montalcino in lontananza.

Ricca di storia e fascino, con le famose tre cerchie murarie, Montepulciano è da sempre terra di mercati fiorenti, di vino e di conquista, avvenuta nel medioevo da parte della Repubblica di Siena, che qui pose il proprio feudo-crocevia di genti e di culture. Ancora oggi molte realtà vitivinicole possiedono locali di fermentazione e affinamento sotto le vie della città, a perenne ricordo di una tradizione millenaria tramandata sin dagli antichi Etruschi.

Il nostro ritorno a Podere Casanova

Se Susanna è l’anima commerciale dell’azienda, certamente il guru in campo è il marito Isidoro: vasta esperienza nel settore della geotermia per le centrali idroelettriche ed appassionato di tutto ciò che riguarda la Natura. Le vigne hanno rappresentato la prosecuzione di quanto svolto sinora, con particolare attenzione verso l’ambiente ed i trattamenti, l’abolizione del rame chimico e la preferenza per l’anolyte, prodotto di sintesi osmotica e potente antifungino.

In cantina il giovane enologo Mirko Tizzoni collabora instancabilmente per dare sintesi e voce alle varietà d’uva coltivate: dal Sangiovese, fino agli internazionali di lusso Cabernet Sauvignon, Merlot, Pertit Verdot e Syrah.

Il Sangiovese di Montepulciano a confronto con i vitigni internazionali

Proprio nell’evento ideato per gli appassionati e gli addetti ai lavori è stato possibile capire le differenze tra il nobile Sangiovese e le altre contaminazioni provenienti da varietà d’origine francese. In questa zona il principe di Toscana matura con maggior lentezza, complice terreni, esposizioni e condizioni climatiche che centellinano la formazione di una corretta e ben integrata trama polifenolica. Il blando Merlot risulta svantaggiato rispetto al Cabernet Sauvignon denso e succoso, al Syrah che guarda alla ricchezza aromatica di Cortona e ad un’insolito Petit Verdot di carattere.

L’evento “Crea il tuo IGT Toscana 2022”

Dopo le spiegazioni di rito, ha inizio, dunque, il momento clou della manifestazione promossa da Podere Casanova, quello di testare i vari campioni di vino già pronto e unirli – in termine tecnico “blendarli” – per realizzare un Supertuscan che racconti del territorio e delle sue uve. Ci si è potuti avvalere dell’assistenza dello staff aziendale, muniti di una pipetta graduata utile allo scopo.

Il nostro risultato, in attesa della sosta in bottiglia e di un successivo riassaggio nei prossimi mesi, ha visto la composizione in percentuale del 45% di Sangiovese, 25% di Cabernet Sauvignon, 15% di Syrah, 10% di Petit Verdot e 5% di Merlot. Un gioco entusiasmante che ci ha consentito, per un breve momento, di essere piccoli enologi in cerca di successo.

Le rarità tra le proposte di Podere Casanova

Non solo classicità toscana a chilometro zero, bensì fantasia, illuminazione e coraggio tra le etichette degustate in cantina e nello spaccio aziendale di Montepulciano.

A dir poco meraviglioso Euforia 2019, quasi irripetibile per le condizioni in cui ha preso forma. Chardonnay, Verdello e Grechetto, quest’ultimo che ha visto il contatto con la muffa nobile, in stile orvietano. Nuance di camomilla essiccata, albicocca, canditi di cedro e miele di millefiori. Finale lungo e salmastro, per un vino fuori da qualsiasi schema.

Succoso e gradevole il Rosso di Montepulciano 2019, in uscita molto tempo oltre quanto prevede il Disciplinare di produzione. La tipica ciliegia matura, sospinta da spezie tenere e rimandi officinali saporiti.

Verticale del Vino Nobile di Montepulciano annate dalla 2019 alla 2014 con la 2018 e 2017 in perfette condizioni, apprezzabili per motivi diversi: la prima evidenzia note terziarie da brace di camino e torrefazione, la seconda tutta la potenza ed il nerbo del frutto in un’annata considerata erroneamente troppo calda per fare vini longevi e di qualità.

In ultimo l’eleganza convincente del cru Settecento – Vino Nobile di Montepulciano 2018 – dai filari più vecchi prospicienti il bosco e allevati con tecniche alternative. Sangiovese in purezza, dimostra il timbro territoriale tra amarene sotto spirito, fiori violacei, erbe spontanee e sfumature di genziana unita a cacao in polvere e tabacco biondo. Tannini setosi e persistenza quasi infinita.

Forse meno rassicuranti le tenue bollicine e gli alquanto pomposi due IGT Toscana – Leggenda e Irripetibile – troppo ancorati ad una macchinosità di beva non più in voga come nel passato. Agilità è il nuovo motto per il presente e l’immediato futuro, non scommettendo però sul fatto che determinati spessori non tornino di moda prima o poi.

In esclusiva per 20Italie l’assaggio della tipologia Vino Nobile di Montepulciano “Pieve Sant’Ilario” 2021

La famiglia Rebatto ci ha tenuto a riservare la prova, per i lettori di 20Italie, della nuova tipologia etichettata Vino Nobile di Montepulciano “Pieve Sant’Ilario” 2021, che uscirà in commercio non prima di un paio d’anni di ulteriore riposo in vetro. Assaggio en primeur strepitoso, dal frutto scuro di bosco e con spezie delicate rimarcate da sbuffi mediterranei. Ben 24 mesi in legno tra tonneau e barrique di secondo passaggio.

Napoli: a Palazzo Cappuccini si ripercorre la storia dell’Agro Pontino con i vini di Casale del Giglio

Che c’entra il Cappelletto di Ferrara con Casale del Giglio, azienda vinicola di Ferriere nel cuore dell’Agro Pontino? Bisogna andare indietro di quasi un secolo per capirlo, quando la più grande opera di bonifica mai compiuta in Italia, quella delle Paludi Pontine, portò tra il 1929 e il 1939 migliaia di ferraresi a emigrare per lavorare come operai e coloni nelle terre risanate. Con loro si trasferirono anche le tradizioni culturali e culinarie, lungo la dorsale compresa tra i Monti Lepini, i Monti Ausoni, il mar Tirreno e il Promontorio del Circeo.

Casale del Giglio ha scelto di omaggiare questa storia bellissima, intrisa di lavoro e sacrificio, per presentare le nuove annate dei suoi vini. Lo ha fatto a Napoli con un pranzo evento a Palazzo Cappuccini, alla presenza di Antonio Santarelli, patron della cantina.

Casale del Giglio fu fondato nel 1967 da Dino Santarelli a Ferriere, in provincia di Latina. Antonio, il figlio, inizia giovanissimo a collaborare e, nel 1985, traghetta l’azienda verso una grande trasformazione, epocale per quei tempi: la sperimentazione in campo enologico. Con la collaborazione di un team di agronomi e di Paolo Tiefenthaler, enologo storico della cantina,  vennero messi a dimora oltre 60 ceppi di diversi vitigni.

“Ho semplicemente deciso di seguire le orme e il progetto di mio padre”, ha spiegato Santarelli durante l’evento napoletano. E il tempo gli ha dato ragione perché oggi Casale del Giglio può contare su un patrimonio ampelografico vasto, che spazia dai vitigni autoctoni laziali, come Bellone e Cesanese, fino agli internazionali: Syrah, Petit Manseng, Petit Verdot e Viognier, ormai adottati di diritto nel Lazio.

Il pranzo a Palazzo Cappuccini è stato prima di tutto un evento di valorizzazione del territorio, l’Agro Pontino, trasformato in poco meno di un secolo da acquitrino malarico e paludoso in un territorio di frontiera per l’attività vitivinicola. Abbiamo ascoltato la storia delle genti di Ferrara e delle tradizioni gastronomiche rivisitate con prodotti locali, dalle parole della giornalista Maria Corsetti.

Ci siamo incantati osservando le mani della “Sfoglina” Fiorella Guerzi che ha offerto un saggio nella preparazione dei cappelletti, lavorando e tirando una pasta sottilissima, modellata poi con abile maestria.

“Il segreto sta nel ripieno”, spiega con scarne parole la signora Guerzi, “carne di ottima qualità – manzo, pollo, maiale e salame ferrarese – che viene bollita, tritata, condita con parmigiano, sale e noce moscata”. Lei, insieme a Paola Sangiorgi, ne ha preparati più di mille in occasione dell’evento per la stampa.

Dopo l’aperitivo a base di salame ferrarese, li abbiamo finalmente a degustati a tavola. A raccontare i vini di Casale del Giglio in abbinamento al pranzo, è stato Tommaso Luongo, presidente di AIS Campania.

Con i cappelletti in brodo di gallina sono stati serviti Anthium 2023 e Radix 2020 entrambi da Bellone in purezza, vitigno autoctono laziale che predilige climi marittimi ed è particolarmente resistente al caldo. Naso delicato di agrumi dolci, frutta tropicale matura e fiori campestri, Anthium ha un sorso saporito e intrigante, che richiama continuamente il successivo grazie alla chiusura sapida. Più complesso e strutturato il Radix, immediatamente su sentori iodati che delineano i contorni di un naso ricco di sfumature e di cesellata precisione: frutta gialla succosa, erbe mediterranee, spezie dolci, cocco rapé, resina di pino e lievi nuance lattiche per una sorso di corpo, a tratti masticabile, di grandissima sapidità.

In accompagnamento al ripieno delicato e compatto del cappelletto e alla sua sfoglia callosa, Anthium soprattutto crea un piacevole gioco di assonanze con la speziatura della noce moscata.

Dopo il cappelletto non poteva mancare il bollito di manzo, vitello e gallina, accompagnato da giardiniera e  mostarda artigianali.

La seconda coppia di vini in abbinamento è composta da Matidia 2023, Cesanese in purezza, e Mater Matuta 2019 blend di Syrah e Petit Verdot.

Fresco, giovane, croccante, il Matidia offre un naso di frutti e fiori fragranti, una bevuta scorrevole e snella. In abbinamento a manzo e vitello ci convince di più Mater Matuta, in cui prevale il carattere speziato e scuro della Syrah; il sorso caldo e avvolgente intessuto da fitta trama tannica, è capace di reggere anche  la sfida con la speziatura piccante della mostarda.

Con la gallina invece ritorniamo con piacere su Radix 2020: la delicata presenza tannica dovuta alla macerazione sulle bucce, accompagna la carne bianca in maniera ottimale.

La chiusura di pranzo è stata affidata a un’altra prelibatezza originaria della bassa del Po: la torta Sbrisolona Mantovana, dolce a base di mandorle da servire in pezzi grossolani e sbocconcellare in abbinamento a un vino dolce. Aphrodisium 2023 Vendemmia Tardiva è un blend di Petit Manseng, Viognier, Greco e Fiano. Color oro nuziale ha naso di confettura di albicocche, miele d’acacia e fior d’arancio. Il sorso dolce non stanca mai  grazie alla struttura fresco sapida in perfetto equilibrio.

Accompagnato alla frolla sbriciolata ci riporta, in un viaggio a ritroso di proustiana memoria, ai profumi dolci che avvolgevano casa nel periodo pasquale.