La Valpolicella incontra l’India: i vini di Allegrini incontrano le spezie da Cittamani

A Milano, da Cittamani by Ritu Dalmia, una cena-degustazione ha messo in dialogo i vini di Allegrini con una cucina indiana contemporanea, misurata e profonda. Un confronto vero, senza scorciatoie.

Ci sono abbinamenti che funzionano per somiglianza e altre che funzionano per “attrito”.
Quelli andati in scena da Cittamani, a Milano, appartengono senza dubbio alla seconda categoria. I vini di Allegrini – espressioni limpide e identitarie della Valpolicella – sono stati chiamati a misurarsi con una cucina indiana che rifugge l’effetto cartolina e lavora, piuttosto, sulla precisione della spezia e sulla profondità del gusto. Non un gioco di concessioni, ma un confronto consapevole, in cui il vino non cerca di addomesticare il piatto e il piatto non chiede al calice di semplificare.

Il format della serata

Parlare di abbinamento tra vini della Valpolicella e cucina indiana significa entrare in un territorio delicato: la Valpolicella di Allegrini è fatta di equilibri, tensioni, freschezze e concentrazioni misurate, non di opulenza fine a sé stessa. Una famiglia la cui cifra stilistica vive di dettaglio, non di volume.

La cucina di Ritu Dalmia, da Cittamani, lavora allo stesso modo: la spezia come architettura, non come eccesso, il grasso come veicolo, non come coperta, il piccante come accento, non come protagonista.

Il terreno comune è la ricerca della profondità, non dell’impatto immediato. Questi abbinamenti accendono l’attenzione dei nostri sensi e ci costringono a metterci in gioco, riscoprendo la nostra capacità di degustare e trovare piacere.

Cittamani: l’India senza caricature

I piatti serviti durante la cena hanno confermato l’identità e il messaggio di Cittamani: Chef Ritu Dalmia da tempo porta a Milano una cucina indiana contemporanea, colta, certamente saporita, mai caricaturale, capace di dialogare con il vino perché non urla mai. Una rispettosa ricostruzione dei 28 stati indiani, delle loro forti differenze e delle forti caratteristiche rappresentative.

È un’India che lascia spazio, e proprio per questo si rivela terreno ideale per una degustazione consapevole.

I vini: la Valpolicella messa alla prova

Allegrini è un marchio tra i più noti del panorama vino italiano e tra i più storici a rappresentare la Valpolicella, racconta una storia di Famiglia e di innovazione ed è da sempre sinonimo di qualità e ricerca.

L’azienda nasce nel 1854 ad opera di Giovanni Allegrini e nel tempo tra le fila dell’azienda hanno trovato spazio tutte le generazioni successive e a rappresentarla a noi è stato Matteo Allegrini, rappresentante della settima generazione. Le rivoluzioni sono state sempre nel DNA degli Allegrini, dalla viticoltura in alta collina e l’introduzione dell’impianto a Guyot, la fondazione del centro di ricerca Terre di Fumane, un impegno costante nel tempo per migliorare.

L’abbinamento per decontestualizzazione

In questa veste i vini di Allegrini sono stati chiamati a funzionare fuori dalla comfort zone. Una sfida ardua, che dimostra quanto il palco dell’Azienda sia da anni quello Globale e non solo Italiano.

Black Garlic Salmon Tikka Ci immerge subito nel mondo di Cittamani, Semplicità, sapiente mix e presenza. Il filetto marinato si fonde perfettamente con la marinatura di aglio nero, un tocco di sapore tradizionale per molti Stati dell’India, in equilibrio completo con la glassa di peperoncino al miele e al tocco croccante che conferiscono calore convincente completezza al piatto, un bellissimo abbraccio iniziale.

Murg Kali Mirch Miglior Pollo Tandoori per il programma Foodish 2025, un armonia perfetta tra i Bocconcini di pollo marinati allo Yogurt e arrostiti al forno tandoori, tenerissimi e il bellissimo contorno di Panna, Anacardi, cipolla rossa e cetrioli impreziositi dal pepe nero, che va a impreziosire questo piatto, una antitesi freschissima del precedente.

In abbinamento per entrambi: Lugana Oasi Mantellina 2024, proveniente dalle nuove acquisizioni dell’azienda 40 Ettari nel Comune di Pozzolengo, un vino che gioca sull’ottima freschezza e sulla piacevole sapidità della Turbiana, lasciando anche un leggerissimo finale ammandorlato, ha offerto una lettura sorprendente con entrambe le portate, intervallando le note contrapposte del primo piatto e amalgamandosi invece alle note fresche e i ricordi di frutta secca del secondo.
Celeriac Chaat.

Piatto stupendo, per gli occhi e per il palato, nel quale la Chef valorizza in maniera eccellente il suo ortaggio del cuore, il Sedano Rapa, cotto alla brace e marinato con salsa allo yogurt e dischetti croccanti. Un connubio perfetto tra sapori, aromi e consistenze.

Beef Seekh Kebab Versione fine dining di una pietanza popolare. Carne succulenta di manzo avvolta intorno allo spiedo (Seekh) e servita con insalata Kachumber sottoaceto e salsa di menta. Semplice e succulento.

L’abbinamento è molto osato ma dimostra equilibrio e soprattutto col primo piatto stoffa per darci delle contrapposizioni interessanti. Recioto della Valpolicella Classico Giovanni Allegrini 2019, il vino che porta il nome del fondatore e che era il suo preferito. Nasce da un 80% Corvina Veronese, 15% Rondinella, 5% Oseleta che provengono dai migliori vigneti della famiglia Allegrini, situati nel cuore della Valpolicella. Vendemmia rigorosamente manuale dei grappoli migliori, appassimento fino alla fine di gennaio. La fermentazione avviene in acciaio per 25 giorni con rimontaggi giornalieri. L’affinamento in botte di legno è di 14 mesi, seguono 10 mesi in bottiglia. Rubino intenso e dal bouquet di frutta appassita e spezia dolce, vellutato al palato, dolce, sì ,ma compensato da grande struttura, la buona beva intervalla piacevolmente i due piatti.

Butter Chicken Un piatto che amo, simbolo della cucina Indiana, figlio della cucina di recupero, nasce negli anni 50 a Delhi dall’idea di riusare pezzi di pollo al forno tandoori avanzati, ai quali gli Chef Kundan Lal Jaggi e Lal Gujral vanno a marinare in una ricca salsa a base di pomodoro, burro, panna e un mélange di spezie elevandolo a icona della cucina indiana. Nella versione della Chef Ritu Dalmia la scelta della salsa di anacardi esalta ancora di più la golosità, il tutto servito con naan al burro. Ogni boccone è una testimonianza dell’ingegnosità umana e della capacità di trovare bellezza e abbondanza anche nelle circostanze più difficili.

In abbinamento Valpolicella Classico Superiore Grola 2022 “Grola non è solo un vino, è un’idea di Valpolicella. Un ritorno consapevole alle origini e una dichiarazione di identità. Questo progetto è un tributo a mio padre Franco, che aveva iniziato a immaginare questo cambiamento. Oggi Grola è il simbolo della nostra eredità e della nostra voglia di lasciare il segno”, dichiara Francesco Allegrini, CEO di Allegrini Wines. Grola è da sempre pioniere, e sperimentatore, negli anni ha sfidato le convenzioni, trasformando il suo blend per interpretare al meglio il territorio e il clima.

Oggi la sua anima è più autentica che mai: Corvina, Corvinone e Rondinella, senza compromessi, un singolo cru in grado di produrre rossi molto espressivi e di carattere. Affinamento complesso, 16 mesi in legno, di cui metà in barrique di secondo passaggio e metà in botti grandi, prima di maturare ancora in bottiglia. Al naso apre con piccoli frutti rossi, ricordi di ciliegia, violetta, goudron e cioccolato fondente. Tannino maturo e vellutato, grande freschezza che bilancia la pienezza del sorso. Ottimo in abbinamento.

Lamb Chops Le costolette di agnello grigliate al forno tandoori sono un classico del menu di Cittamani, carne succulenta, spezie, curry rogan josh, asparagi grigliati e pakchoi saltati in padella, patate speziate di contorno. Un piatto soddisfacente e discretamente complesso con cui si va ad abbinare l’ultimo vino, Amarone della Valpolicella Classico 2020 un classico pluripremiato, ma soprattutto identitario e che racchiude l’esperienza maturata da molteplici generazioni della famiglia. Le uve che danno vita a questo vino sono Corvina, Rondinella, Corvinone e Oseleta, lasciate ad appassire per circa 4 mesi, intorno alla metà di gennaio le vengono pigiate, segue una lunga fermentazione.

L’affinamento avviene in barriques per 18 mesi e in bottiglia per ulteriori 14 mesi circa. Alla vista appare rosso rubino intenso, al naso ricorda la frutta matura e la marasca con note leggermente speziate. Al palato è un vino di grande struttura, robusto con sentori speziati dovuti al lungo affinamento. Un vino dal grande dialogo con le carni alla griglia e le speziature, che in questo contesto si trova davvero a suo agio.

(Chili Cheese Naan a contorno)

Dessert

Sorbetto Fresh Mango Non abbinamenti “comodi” quini, ma abbinamenti pensati, costruiti sul rispetto reciproco. Il lavoro sulle tostature, sulle fermentazioni leggere, sulle salse costruite per stratificazione permette al calice di restare presente, leggibile, coinvolto.

I momenti che restano

Ci sono stati passaggi in cui il vino non si è limitato a seguire, ma ha cambiato il ritmo del piatto. È in quei momenti che si comprende l’importanza di una serata come questa: non insegnare, ma mettere in discussione.

Ringraziamo la Famiglia Allegrini per essersi messa in gioco in una esperienza così particolare e averci coinvolti, GamberoRosso, Giuseppe Carrus, curatore della Guida Vini d’Italia di Gambero Rosso, presente in sala per presentare i vini e Valeria Roberto per la cura al progetto.

La cena da Cittamani con i vini di Allegrini non è stata un esercizio di stile, ma un invito a uscire dalle categorie rassicuranti. Allegrini ha dimostrato di parlare la lingua del vino del mondo e di poter dialogare con una cucina anche lontana senza perdere identità, mentre l’India di Ritu Dalmia ha confermato di essere una cucina matura, capace di sostenere il vino senza sovrastarlo. Quando l’abbinamento smette di essere una formula e diventa relazione, succede esattamente questo.

Cantine Federiciane Celebrano la Tradizione Napoletana al Salotto Letterario Vega Cultura con Luciano Pignataro

Venerdì 13 marzo, il Vega Palace di Carinaro ha ospitato un nuovo imperdibile appuntamento del salotto letterario Vega Cultura, con la presentazione del libro La cucina napoletana (Hoepli) del giornalista e scrittore Luciano Pignataro. L’evento ha offerto un viaggio tra storia, tradizione e sapori della città partenopea, dove il cibo non è solo nutrimento, ma linguaggio, identità e rito quotidiano.

La sala era gremita, con numerosi appassionati di enogastronomia e cultura presenti per assistere al dialogo al tavolo dei relatori, che ha visto Luciano Pignataro protagonista, affiancato da Nicola Ruocco, ideatore della kermesse Gli Incontri di Valore, Antonella D’Avanzo, giornalista enogastronomica, e Antonio Palumbo, rappresentante della quarta generazione della storica azienda vitivinicola Le Cantine Federiciane dei Campi Flegrei. Pignataro ha presentato il suo libro e approfondito il connubio tra arte, cultura e cibo, raccontando come la tradizione gastronomica napoletana si intrecci con la storia, la società e il patrimonio artistico della città.

Proprio le Cantine Federiciane hanno presentando durante l’appuntamento, la collezione speciale di bottiglie magnum celebrative realizzate nell’ambito del progetto Flegreo-Art un omaggio ai 2500 anni di Napoli, realizzato in collaborazione con l’artista Annalisa Saggiomo, che unisce tradizione vitivinicola e arte contemporanea. In segno di riconoscimento e ringraziamento per il lavoro svolto negli anni, una delle bottiglie simboliche della mostra è stata regalata a Luciano Pignataro, sottolineando il valore del suo contributo alla cultura enogastronomica napoletana.

Gli ospiti hanno inoltre avuto l’opportunità di visitare per l’ultima volta la mostra, composta da questi pezzi unici che presto saranno messi in vendita. Tutte le informazioni relative alle opere e all’acquisto saranno disponibili sul sito ufficiale delle Cantine Federiciane.

Al termine della presentazione, è stata organizzata, su prenotazione, una cena esclusiva con abbinamento dei vini firmati Cantine Federiciane, curata dall’executive chef Agostino Malapena, rendendo la serata un’esperienza completa tra cultura, cucina e vino.

La serata ha confermato l’eccellenza delle Cantine Federiciane, non solo come custodi della tradizione vitivinicola dei Campi Flegrei, ma anche come promotori di iniziative culturali e artistiche che valorizzano il territorio e il patrimonio enogastronomico campano.

L’arte oltre la brace: la Picanha stagionata di Salvatore Calabrese

Nel cuore pulsante di San Marzano sul Sarno, epicentro del celebre pomodoro, tra i vicoli e le stradine che raccontano la storicità e la cultura dell’Agro Sarnese Nocerino, sarebbe difficile da pensare, se non fosse per la Macelleria del Centro Storico, che l’arte norcina appartiene anche a questi luoghi. Infatti, sono circa trent’anni ormai che, oltre l’attività della vendita di carni di pregio, Salvatore Calabrese porta avanti la sua filosofia incentrata sulla produzione di salumi di eccellenza, assieme alla sua famiglia.

Figlio d’arte, Salvatore può ben considerarsi un “chianchiere” visionario e appassionato, oltre che un maestro salumiere rinomato, il quale ha saputo dare affermazione ai suoi prodotti iconici non soltanto in Campania, ma persino in altre aree d’Italia e all’Estero, mantenendo la costante della qualità, dell’attenzione ai dettagli e della produzione bassa, rientrando con i suoi salumi di pregio nel tagliere di importanti ristoranti, tra cui anche stellati.

nella città che ha fatto la fortuna dell’oro rosso, nel cuore di un centro agricolo tra i più fertili al mondo, l’Ager Sarnensis appunto, qualcuno possa arrivare a produrre il Culatello; eppure l’impensabile diventa realtà quando si entra nella Macelleria de Centro Storico e, come per magia, ci si ritrova a degustare una fetta del nobile salume, che Salvatore offre tanto agli increduli nuovissimi clienti che ai fan di sempre.

L’ottimo Guanciale, il Dosso, la Pancetta Tesa e altri insaccati, resi straordinari anche grazie al connubio con sapori del territorio campano, come il Fico Bianco del Cilento, il Mandarino dei Campi Flegrei e il Provolone del Monaco, ad esempio, vedono pochi punti in comune ma essenziali: suini pesanti allevati in considerazione del benessere animale e con grande cura dell’alimentazione, grandissimo senso dell’artigianalità, grazie alla quale ogni salume diventa un pezzo unico, una consapevole e compassata maestria, acquisita dopo anni, e una passione infinita per il proprio lavoro.

L’essere visionario di Salvatore Calabrese non si limita a questo e, da un’idea nata dall’intuizione di superare il dogma della cottura alla brace, è stato realizzato un altro grande salume d’eccellenza, unico nel suo genere: la Picanha.

Tutto è iniziato, in un giorno preciso, da una riflessione tra Salvatore e suo figlio Luigi Calabrese, dalla quale è scoppiata subito la scintilla creativa: era l’11 maggio 2022, quando pensarono bene che la picanha, corrispondente al taglio bovino del codone di manzo, detto anche punta di sottofesa, emblema del churrasco brasiliano, non si dovesse consumare per forza arrostita o alla brace! Così, dopo mesi di studio e svariati tentativi, l’ambizioso progetto prese forma nel dicembre dello stesso anno, per poi essere svelato al pubblico nell’aprile del 2023: dopo circa 5 mesi di stagionatura era nata la first edition di un grandissimo salume.

La Selezione della Materia Prima: Razza Bavarese e Alimentazione Nobile

La materia prima viene selezionata con un rigore decisivo: Salvatore sceglie la Razza Bavarese, prediligendo esemplari di scottona entro i 20 mesi. La struttura dell’animale è fondamentale per la resa finale: capi che pesano almeno 650 kg in vita e circa 380 kg a peso morto.

Ciò che rende straordinaria questa carne è il regime alimentare: gli animali vengono nutriti con fieno e foraggio insilato, assieme a una parte minore di mangimi, spesso a base di cereali come mais, orzo, avena, o leguminose, come trifoglio e erba medica, a seconda del periodo, garantendo così un’alimentazione variegata, ma anche con le trebbie, ossia il prodotto di risulta della birra, un dettaglio tecnico che incide profondamente sulla marezzatura e sulla qualità dei grassi, rendendoli dolci, setosi e pronti a sostenere una stagionatura prolungata.

L’Alchimia della Salatura: Il Metodo delle Tre Fasi

Il pezzo anatomico, lavorato rigorosamente fresco, viene sottoposto a una salatura millimetrica: 25 grammi di sale per ogni chilogrammo di carne. Salvatore non applica il sale in un’unica soluzione, ma segue un rituale di penetrazione graduale diviso in tre fasi strategiche:

Primo Giorno: viene distribuito il 60% del sale totale.

Terzo Giorno: si aggiunge un ulteriore 20%.

Ottavo Giorno: si completa con l’ultimo 20%.

Una volta terminata la salatura, la Picanha viene estratta dal sale, che verrà rimosso con cura all’esterno, mentre la Picanha verrà preparata per l’asciugatura con una concia aromatica a base di pepe e aglio, che ne definiranno parte del carattere olfattivo.

Il Microclima: Il Viaggio nelle Celle di Maturazione

Il processo di trasformazione è un gioco di equilibri tra temperatura e umidità. Per i primi 6-8 giorni, la carne sosta nella cella di asciugatura, dove Salvatore orchestra una discesa climatica costante: il primo giorno si parte da 18°C con il 66% di umidità. Successivamente, ogni 24 ore, la temperatura diminuisce di un grado mentre l’umidità aumenta progressivamente. Terminata questa fase, la Picanha si sposta in una seconda cella, dove riposa per 15 giorni a parametri costanti: 8-10°C e 74% di umidità.

La Stagionatura Finale: Il Tempo e la “Muffa Nobile” del Salume

L’ultimo atto avviene nella cella di mantenimento, dove il tempo compie il miracolo. Per circa 3-4 mesi, a una temperatura di 12°C e un’umidità del 70-72%, la Picanha sviluppa la sua muffa naturale. Questo “velo” protettivo e aromatico trasforma il grasso della Bavarese in una crema edibile che sprigiona note di sottobosco e frutta secca.

Oltre la Brace: l’Arte del Taglio e la Degustazione

Perché limitare la Picanha alla brace? La risposta di Salvatore Calabrese è proprio in questa creazione: un prodotto che mantiene l’anima del taglio anatomico, elevandolo a un’esperienza gastronomica da meditazione: infatti, ogni fetta racconta una storia di attesa, le varie fasi di passaggio e la naturale diversità dovuta al periodo dell’anno e quindi all’animale da cui il taglio anatomico è stato prelevato, tratti distintivi dell’artigianalità adottata presso la Macelleria del Centro Storico.

La Picanha deve essere lasciata a temperatura ambiente per almeno 30 minuti prima del consumo e tagliata, magari con un coltello jamonero, piuttosto sottilmente.

L’esame esterno del taglio anatomico crudo intero, vede la Picanha di Salvatore Calabrese piuttosto soda al tatto, leggermente cedevole in prossimità del grasso, e ben conservata nella forma; il colore della parte magra e del grasso sono uniformi, presentando rispettivamente il rosso granato scuro e il bianco avorio, con eccellente distribuzione della marezzatura, durante l’analisi visiva della fetta; all’esame olfattivo le profumazioni sono abbastanza intense, delicate e decise al tempo stesso, apportando evidenti note di stagionatura, sentore fungino misto a riconoscimenti soffusi di parmigiano reggiano e di nocciola, ottimi segnali di lipolisi e magistrale gestione delle muffe.

L’esame gusto-olfattivo rivela un grandissimo bilanciamento tra sapidità e tendenza dolce, con lievissima acidità di sottofondo e una chiusura marcata di umami. Nel denotare una buona persistenza all’assaggio, di rilievo la grande palatabilità, grazie alla scioglievole fetta e una masticazione piuttosto agevole, quasi inutile tant’è possibile la deglutizione. Irresistibile con il Crémant de Bourgogne Rosé Blanc de Noirs Brut da uve Gamay e Pinot Nero, allevate a Gevrey- Chambertin nell’area della Côte de Nuits, con affinamento di 30 mesi sui lieviti, con in sottofondo Gal Costa che canta Modinha para Gabriela.

Paestum Wine Fest Business 2026: la svolta fieristica del vino del Sud

All’ombra dei templi dorici che guardano il mare, il vino torna a farsi racconto, mercato e visione. La XV edizione del Paestum Wine Fest si è chiusa tra applausi e numeri significativi, segnando un passaggio importante nella storia della manifestazione: da festival a fiera, da grande degustazione collettiva a piattaforma strutturata per il business del vino.

Per la prima volta l’evento ha trovato casa all’Hotel Ariston, nel moderno Centro Congressi: spazi ampi e funzionali pensati per accogliere incontri, masterclass e momenti di confronto professionale. Se la sala dei banchi d’assaggio ha mostrato qualche limite logistico, il salto qualitativo rispetto alle edizioni precedenti è apparso evidente. Più ordine, maggiore direzionalità e una identità sempre più definita.

Tra i corridoi si muovevano con energia gli studenti degli istituti alberghieri, presenza preziosa e concreta, mentre sommelier provenienti da diverse associazioni italiane garantivano un servizio attento e puntuale. Un dettaglio non secondario: quando il vino diventa occasione di relazioni commerciali, la professionalità diventa un linguaggio universale.

Da intuizione a snodo mediterraneo

Nato da un’idea di Angelo Zarra, imprenditore campano e presidente della manifestazione, il Paestum Wine Fest ha costruito negli anni una traiettoria precisa fondata su tre pilastri: internazionalizzazione, formazione e valorizzazione territoriale. Un ponte tra produttori, buyer, operatori horeca e stampa specializzata che oggi si consolida in una formula fieristica dichiaratamente B2B.

Accanto a Zarra, la direzione di Alessandro Rossi, manager di Partesa, società del gruppo Heineken Italia, ha rafforzato l’impronta manageriale dell’evento attraverso la selezione mirata degli operatori, incontri B2B programmati e una crescente integrazione tra formazione e mercato.

«Questa edizione è stata il punto zero da cui ripartire e tracciare la linea di partenza per il prossimo futuro. Ho avuto modo di confrontarmi con gli operatori del settore presenti e, di comune accordo, abbiamo deciso che la direzione è quella giusta. Se siamo stati bravi oggi, nei prossimi anni faremo ancora meglio», ha sottolineato Rossi.

Dall’1 al 3 marzo 2026 Paestum è tornata così al centro del dibattito enologico nazionale, proponendosi come uno snodo mediterraneo per i mercati del vino, naturale ponte tra Italia ed estero. Non più soltanto degustazioni, ma relazioni strutturate, opportunità di export e dialogo tra consorzi e player internazionali.

Un osservatorio sulle tendenze

Le masterclass hanno rappresentato l’asse culturale della fiera, trasformando Paestum in un vero osservatorio sulle tendenze del settore: innovazione, sostenibilità, nuove modalità di distribuzione e comunicazione digitale. Temi cruciali per un comparto chiamato a interpretare mutamenti profondi nei consumi e nei mercati.

Tra le sessioni più coinvolgenti, “Calabria nel calice: biodiversità, identità e visione”, guidata da Luca Grippo e Francesco Pace. Un viaggio attraverso una regione stretta tra monti e mare, dove escursioni termiche e brezze marine si traducono in bicchieri sapidi e mediterranei.

Dal Metodo Classico affinato 36 mesi sui lieviti, floreale e agrumato, al Greco di Statti, ampio e rotondo, fino al Pecorello di Cantina Colacino, dove ginestra e genziana incontrano una vibrante salinità. E poi il Cirò da Gaglioppo, con la sua cifra ematica e ferrosa, il Nerello Mascalese scuro e impenetrabile, il Telesio di Spadafora, i Gaglioppo di Ippolito, fino a un Passito dai ricordi di cedro candito. Un affresco regionale che ha restituito complessità e carattere senza concessioni folkloristiche.

Di grande spessore anche la masterclass “La piramide del Gallo Nero”, dedicata alle tre tipologie del Chianti Classico DOCG, Annata, Riserva e Gran Selezione, con Andrea Gori, Luca Grippo e Gerardo Giorgi. Dal Sangiovese vibrante di San Casciano alla profondità della Gran Selezione Rancia di Fèlsina, passando per interpretazioni eleganti e territoriali come Lamole di Lamole e Querciabella, la degustazione ha messo in luce la stratificazione identitaria di una denominazione in continua evoluzione.

Dalla Magna Grecia alla viticoltura contadina

Particolarmente intensa la masterclass del Consorzio Vita Salernum Vites, moderata da Paola Restelli con Marco Serra, Charlie Arturaola e Federico Latteri. Settantacinque aziende, cinque denominazioni, Costa d’Amalfi, Colli di Salerno IGT, DOP Cilento, Paestum e Castel San Lorenzo DOP, per un totale di circa 2,5 milioni di bottiglie: numeri che raccontano una realtà produttiva dinamica e fortemente radicata nel territorio.

Il Fiano, declinato in diverse interpretazioni, si è rivelato il filo conduttore del percorso degustativo: vini attraversati da mineralità, agrumi, erbe aromatiche e richiami iodati. Dalla complessità elegante del Vigna Pereira 1998 di De Concilis alla sapidità marcata di Tenuta Macellaro, fino a un Greco dal profilo marino e dalla consistenza quasi oleosa, capace di dividere e stimolare il confronto. Segno che il vino, quando è vivo, non lascia indifferenti.

Wine list, enoturismo e prospettive

Per il terzo anno consecutivo Matteo Zappile, Official Brand Ambassador e fondatore del Wine Club PWF, ha firmato un’esclusiva Wine List realizzata insieme a importanti sommelier della ristorazione stellata. Un progetto che trasforma la degustazione in racconto gastronomico e contribuisce al posizionamento internazionale dell’evento.

Spazio anche al tema dell’enoturismo, protagonista di una sessione curata da Wine Meridian. Oggi il vino non si limita più a essere prodotto e venduto: viene vissuto, attraversato e narrato nei territori. Per molte aziende si tratta di una sfida ancora aperta, ma la consapevolezza che l’accoglienza rappresenti uno dei motori principali della vendita è ormai condivisa.

Tra i banchi d’assaggio erano presenti importanti realtà consortili come il Consorzio del Chianti Classico, rappresentato dal responsabile marketing Gerardo Giorgi, la Calabria con Francesco Pace e il Consorzio Vita Salernum Vites guidato dal presidente Marco Serra. Inoltre, molti espositori e partner che hanno aderito, rendendo unica questa edizione. Tra i partner voglio ringraziare Divinamente Lab che ha realizzato un gadget personalizzato molto gradito.

Tra i produttori il mitico Luca Leggero di Villareggia nel Canavese per la valorizzazione dell’Erbaluce di Caluso e il Canavese Nebbiolo varietà Picotener che sono entrambi cloni autoctoni del territorio. Come non menzionare il vulcanico Paolo Ippolito della Cantina Ippolito, fiore all’occhiello della Regione Calabria. Per la Sardegna degni di nota i vini di Tenute Oskiros in Gallura, per il Lazio Gabriele Gaffino che riscuote molto successo grazie ai suoi vini di grande eleganza, poi le Cantine del Notaio e tanti altri. Azienda gastronomica da me preferita in assoluto è stata Cucina San Salvatore con i suoi latticini di bufala.

Una fiera che guarda avanti

Con questa XV edizione, il Paestum Wine Fest Business consolida la propria centralità nel panorama fieristico del Mezzogiorno. In un momento storico complesso per il comparto vitivinicolo, la manifestazione sceglie la via della struttura, della selezione e della visione internazionale. All’ombra dei Templi di Paestum, tra la memoria della Magna Grecia e le dinamiche globali del mercato contemporaneo, il vino italiano trova uno spazio di confronto autentico. Qui identità territoriale e prospettiva internazionale non si contrappongono: dialogano e, nel dialogo, costruiscono futuro.

A Sorrento “Blu Theatre Experience”, l’atmosfera giusta per eventi e feste da ricordare

Sorrento si anima di un’iniziativa imprenditoriale che recupera i saloni imponenti del Cinema Teatro Armida; poter assistere a spettacoli dal vivo, festeggiare momenti di gioia, rivivere le atmosfere eleganti delle serate di gala con una proposta gastronomica raffinata e dai perfetti tempi di servizio.

In poche parole “alleggerire” con garbo gli eventi, conservandone charme e forza del territorio in un unico format. Le serate live del Blu Theatre Experience organizzate a febbraio in un ricco calendario sono state il viatico per un programma più complesso di attrazioni culturali e dinner show. Lo spazio polifunzionale non prevede, al momento, aperture periodiche e verrà sempre accompagnato da musica dal vivo e altre attività di intrattenimento.

Lo scopo, dunque, è quello di creare attenzione per i numerosi visitatori della penisola e per gli abitanti della città che potranno condividere un luogo architettonicamente meraviglioso colorato di una veste nuova. A Sorrento è arrivato il divertimento di qualità offerto dalla famiglia Mastellone, comodamente seduti in una crociera di emozioni.

Le proposte della brigata in cucina comprendono carciofo in doppia consistenza con gamberi, raviolini di pasta bianca fatti a mano ai funghi porcini, zucca e salsa di provola e filetto di vitella con rollino di verza, agrumi e patate arrosto.

La mise en place osa verso gli sfarzi dell’hotellerie di lusso ed è ottimo inizio tenendo conto anche dell’efficienza del personale di sala a consentire la riuscita dell’evento in tempi rapidi per consentire ai presenti di chiudere con un ballo al centro del palcoscenico sulle note musicali del deejay set.

Iconic by Nature: costruire destinazioni di lusso tra cultura e design

Napoli, alla Bmt venerdì 13 marzo focus sull’eccellenza dell’ospitalità

Alfonso Saraco, general manager di Pazziella, a Luxury Collection Hotel, Capri è tra i relatori di “Iconic by Nature: costruire destinazioni di lusso tra cultura e design”, il focus in programma venerdì 13 marzo alle ore 12 nell’Area Napoli e Campania Luxury padiglione 3 durante la Bmt, la Borsa Mediterranea del Turismo in programma fino a sabato 14 marzo alla Mostra d’Oltremare di Napoli.

Le destinazioni di lusso non si costruiscono solo attraverso l’offerta ricettiva ma attraverso un ecosistema di eccellenze capace di integrare ospitalità, cultura, creatività e design: questa la linea guida del dibattito moderato dalla professoressa Valentina Della Corte, coordinatrice del corso di Laurea in Hospitality Management dell’Università Federico II che prevede interventi di esperti del settore.

A Battipaglia la vita rurale della Piana del Sele nella galleria di immagini del ristorante gourmet Cinque Foglie e nella nuova cantina

Oltre un anno di lavori incessanti per la famiglia Adinolfi, imprenditori salernitani attivi nel settore della quarta gamma e dell’hospitality di qualità. Il sogno di Giovanni, realizzare un qualcosa di unico nel territorio di Battipaglia, si è realizzato con la presentazione della galleria permanente di immagini storiche della Piana del Sele e della nuova cantina vini del gourmet Cinque Foglie, uno dei punti gastronomici in capo all’Hotel Commercio assieme al lounge Linfa e al ristorante Le Radici.

La nuova cantina vini

Un autentico tempio del vino, per tutti gli appassionati che desiderano condividere la gioia dell’apertura di una bottiglia di prestigio o per un brindisi da aperitivo prima di accomodarsi nell’elegante sala fine dining e continuare al tavolo con le portate di chef Roberto Allocca. Quasi 1500 referenze con alcune storiche verticali accompagnate dal racconto negli abbinamenti del direttore ed f & b manager Ivan Mendana Fernandez.

Il progetto Cinque Foglie

Dall’ingresso, attraverso una mostra permanente di scatti fotografici del territorio, all’experience dell’ala degustazione riservata ai clienti del Cinque Foglie, parte la narrazione del primo e unico ristorante gourmet a Battipaglia ad aver ricevuto la menzione speciale nell’ambita Guida Michelin.

Il progetto si arricchisce di ulteriori elementi, che prendono la forma di racconto multisensoriale destinato non soltanto alla sosta fine dining, ma anche alla conoscenza della cultura storica e della “fatica contadina” di coloro che hanno preservato le tradizioni agricole nella pianura salernitana del fiume Sele.

Il tabacco, settore che rappresenta gli inizi dell’attività familiare, ma anche pomodori, cotone, bufale, risaie e, ovviamente, insalate e prodotti ortofrutticoli, fonti inesauribile di primizie per le popolazioni residenti.

La famiglia Adinolfi

Giovanni Adinolfi e prima di lui il padre Giuseppe e il nonno Antonio sono coltivatori e commercianti nel settore ortofrutticolo sin dal secondo dopoguerra a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Dai 5 ettari iniziali, ricavati dalla cessione terreni a seguito della riforma fondiaria, si è giunti agli attuali 270 ettari di proprietà, che diventano oltre 500 comprendendo quelli dei conferitori dell’agro pianeggiante del Sele, tra Pontecagnano e Paestum.

Un vero e proprio impero agricolo con 320 dipendenti e 24 referenze prodotti, destinate alla grande distribuzione, al consumatore privato e al settore Ho.Re.Ca. tramite legami commerciali radicati in Italia e in tutta Europa.

Ma il sogno di Giovanni, della moglie e dei figli Francesca, Giuseppe ed Ida non poteva fermarsi all’amore per la rucola: dal ricordo degli studi d’infanzia e dalle esperienze giovanili maturate nella gestione di hotel e strutture di prestigio, decise di investire energie e risorse nel recupero dello storico Hotel Commercio a Battipaglia e nella ristorazione di altissima qualità con Le Radici prima e la sala gourmet Experience poi, divenuta Cinque Foglie, due versioni differenti della proposta gastronomica ai clienti dell’hotel e agli ospiti esterni.  

L’incontro con lo chef Roberto Allocca

Alla guida della cucina c’è Roberto Allocca, avellinese d’origine, dal percorso professionale intenso e prestigioso. Dalla scuola dei maestri Enrico Derflingher, Alfonso Iaccarino e Paolo Barrale, dalla conquista della stella Michelin come Executive Chef del Relais Blu alle esperienze al Marennà e all’Hotel Le Agavi, la sua cucina è fatta di rispetto, tecnica e poesia.

Ogni piatto è un racconto sussurrato, un invito alla scoperta lenta, un equilibrio tra emozione e misura. Una proposta elegante e concreta, che muta in funzione della stagionalità degli elementi, basata sulla forza della tradizione, sulle contaminazioni e sull’originalità fuori da schemi e vincoli.

I menù proposti trasformano virtualmente le immagini viste in galleria in contenuti reali di emozioni tutte da assaggiare. Due le degustazioni tra le incursioni mediterranee nel “Nostos” a mano libera – 8 soste ad € 110,00 e la visione pionieristica di eccellenti produttori di primizie di quarta gamma ne “L’Orto di Francesca” – 6 soste ad euro 90,00. Per chi desidera “contaminare” le varie tappe la possibilità di optare per la carta e comporre a propria scelta il percorso.

Toscana – Quando il Vino Nobile di Montepulciano si racconta a tavola

L’Anteprima del Vino Nobile di Montepulciano targata 2026 si è chiusa con un pranzo diffuso che ha coinvolto alcune cantine della denominazione, chiamate non solo a ospitare, ma soprattutto a dialogare con altre realtà produttive del territorio. Un format riuscito capace di spostare l’attenzione dalla degustazione formale a un momento di condivisione autentica, restituendo a Montepulciano stessa una dimensione più quotidiana e reale.

L’esperienza si è svolta presso Cantina Talosa, che ha accolto al proprio tavolo i vini di Talosa, Poliziano, Tiberini, Il Molinaccio, Boscarelli e Montemercuri. Un parterre eterogeneo per stile e interpretazione, ma accomunato da una forte identità territoriale e da un linguaggio condiviso, quello del Sangiovese di Montepulciano.

Il contesto informale e conviviale ha permesso di vivere gli assaggi con maggiore libertà, senza schemi rigidi, favorendo il confronto diretto tra produttori e ospiti. Tra calici e piatti condivisi, il Vino Nobile di Montepulciano DOCG si è raccontato in modo spontaneo, mettendo in luce affinità, differenze e sfumature stilistiche.

L’apertura è stata affidata a bianchi e rosati delle sei cantine, abbinati a prodotti tipici del territorio – salumi e formaggi – per poi proseguire con una serie di crostini e un eccellente peposo di cinghiale.

I vini proposti con il pranzo hanno accompagnato con coerenza l’intero percorso gastronomico:

  • Il Molinaccio – Rosso di Montepulciano DOC Il Golo 2024; IGT Toscana Rosso L’Allocco
  • Montemercuri – Rosso di Montepulciano DOC Petaso 2022; IGT Toscana Rosso Tedicciolo 2022
  • Cantina Talosa – Rosso di Montepulciano DOC 2024; IGT Toscana Rosso Pietrose 2016
  • Boscarelli – Rosso di Montepulciano DOC Prugnolo 2024; IGT Toscana Rosso Boscarelli 2015
  • Poliziano – Rosso di Montepulciano DOC Fiori Rossi 2024; IGT Toscana Rosso Le Stanze 2015
  • Tiberini – Rosso di Montepulciano DOC Sabreo 2024; IGT Toscana Rosso Virgulto 2015

Un’esperienza che ha restituito al vino la sua dimensione più vera: quella dell’incontro, del racconto e della convivialità.

Cantina Talosa, il tempo come alleato

All’interno di questo contesto, la visita a Talosa ha assunto un valore particolare. Nel cuore storico di Montepulciano, tra vicoli ciottolati e palazzi nobiliari, la cantina rappresenta una delle interpretazioni più solide e coerenti del Vino Nobile di Montepulciano. Un progetto nato nel 1972 con la famiglia Jacorossi, capace in oltre cinquant’anni di coniugare rigore enologico, rispetto del territorio e una visione produttiva orientata alla longevità.

Talosa non è soltanto una cantina, ma un luogo simbolico. L’affinamento dei vini avviene nei locali storici sotterranei, scavati nella roccia sotto il centro di Montepulciano: ambienti suggestivi, con volte in mattoni del XVI secolo e origini ancora più antiche, che raccontano una relazione intima tra il vino e il tempo, elemento centrale della filosofia aziendale. Durante gli scavi è emersa anche una tomba etrusca, ulteriore testimonianza della profondità storica di questo luogo. Ogni anno circa 23.000 visitatori, in gran parte stranieri, attraversano questi spazi restando spesso senza parole.

Il cuore produttivo dell’azienda si trova nella zona di Pietrose, dove circa 33 ettari di vigneti si estendono tra i 330 e i 400 metri di altitudine. Qui il Sangiovese, localmente chiamato Prugnolo Gentile, trova condizioni ideali per esprimere equilibrio, profondità aromatica e una trama tannica raffinata.

La scelta stilistica di Talosa punta su vini capaci di evolvere con grazia, privilegiando estrazioni misurate, precisione aromatica e affinamenti calibrati, senza perdere il legame con il carattere territoriale del Vino Nobile. Una coerenza produttiva che negli anni ha trovato crescente consenso tra appassionati e operatori.

Il Vino Nobile di Montepulciano DOCG rappresenta la sintesi di questa visione: struttura ed eleganza unite a una bevibilità che si apre nel tempo. La Riserva, prodotta solo nelle migliori annate, aggiunge complessità e profondità, distinguendosi per capacità di invecchiamento e precisione stilistica. Accanto a queste, il Rosso di Montepulciano offre una lettura più immediata del Sangiovese locale, mentre il Vin Santo testimonia il legame con la tradizione più autentica, attraverso lunghi appassimenti e affinamenti pazienti.

Pur restando fortemente radicata nel territorio, Talosa ha costruito negli anni una solida presenza sui mercati esteri, contribuendo alla diffusione dell’immagine del Vino Nobile di Montepulciano nel mondo. Un successo costruito senza rincorrere mode, ma attraverso identità e coerenza. Talosa è un esempio virtuoso di come il Vino Nobile possa raccontare Montepulciano con autorevolezza e misura. Una cantina che fa del tempo il suo principale alleato e che, vendemmia dopo vendemmia, continua a scrivere una storia di eleganza, profondità e fedeltà al territorio.

Napoli, al Gran Caffè Gambrinus una gigantesca torta “Mimosa” per festeggiare tutte le donne

Napoli, al Gambrinus la Mimosa “record”

Una torta Mimosa del peso di 20 chili è stata esposta al Gran Caffè Gambrinus di Napoli durante la giornata internazionale della donna.

Protagonista indiscussa delle foto fatte da cittadini e turisti prima di essere tagliata e messa in vendita, la torta simbolo dell’8 marzo è stata realizzata dalla squadra di pasticcieri guidata da Stefano Avellano in cui c’è la giovanissima pastrychef Asia Cosmo. Anche alcune dipendenti del locale storico d’Italia si sono fatte fotografare accanto all’enorme torta che intende essere un ringraziamento simbolico per chi lavora o frequenta il Gambrinus.

“Celebriamo così la loro forza, il talento e la passione. Alle donne del Gambrinus, a coloro che lavorano in sala, in laboratorio o dietro le quinte va il nostro grazie più sincero per la cura nei dettagli, per l’energia instancabile, per la professionalità che rende speciale ogni momento. L’8 marzo è un giorno simbolico.

Il valore delle donne, invece, dobbiamo festeggiarlo tutto l’anno”, spiegano in un post diffuso sui social i titolari del Gran Caffè Gambrinus.

Napoli, quando la fotografia incontra l’alta cucina: Sam Shaw e il mito di Marlon Brando al Deschevaliers Restaurant – Hotel De Bonart Naples

Arte e ospitalità tornano a dialogare a Napoli grazie alla rinnovata collaborazione tra Finarte e Caracciolo Hospitality Group, che insieme danno vita a un nuovo progetto espositivo all’interno del ristorante DESCHEVALIERS, situato nell’Hotel de Bonart Naples, Curio Collection by Hilton. L’iniziativa rappresenta un’evoluzione significativa della partnership tra le due realtà, con l’obiettivo di ampliare il dialogo tra cultura, ospitalità e gastronomia in un contesto contemporaneo e raffinato.

Per tutto il 2026, gli spazi del ristorante si trasformeranno infatti in una galleria temporanea dedicata alla fotografia d’autore. Il progetto prevede un ciclo di mostre monografiche che accompagneranno l’esperienza gastronomica degli ospiti, costruendo un percorso in cui gusto, estetica e contemplazione si fondono. L’intento è offrire un’esperienza sensoriale completa, capace di invitare il pubblico a rallentare e lasciarsi sorprendere, ricordando come anche l’arte, al pari della cucina, possa essere racconto, memoria ed emozione.

Il programma espositivo è coordinato dagli esperti di Finarte Davide Carlo Battaglia e Marica Rossetti, insieme al curatore scientifico e critico d’arte Roberto Mutti, che accompagnerà ogni mostra con testi critici e approfondimenti dedicati agli artisti presentati.

Il ciclo si apre con “Sam Shaw | Marlon Brando. Il volto, il mito, il set”, esposizione dedicata al celebre sodalizio tra il fotografo americano Sam Shaw e l’attore Marlon Brando. Visitabile dal 5 marzo al 20 aprile 2026, la mostra presenta una selezione di stampe fotografiche originali che raccontano l’intenso rapporto professionale e umano tra i due protagonisti.

Nel testo critico che accompagna l’esposizione, Roberto Mutti ricorda come alcune fotografie diventino vere e proprie icone collettive, anche per chi non riconosce il nome del loro autore. È il caso dello scatto realizzato da Sam Shaw nel 1951 sul set del film Un tram che si chiama desiderio, diretto da Elia Kazan e tratto dall’opera teatrale di Tennessee Williams, in cui Marlon Brando appare con la celebre maglietta bianca destinata a entrare nella storia dell’immaginario cinematografico.

Le immagini in mostra, tuttavia, raccontano molto più di quell’istantanea divenuta leggendaria. Il fotografo newyorkese sviluppò infatti uno stile profondamente personale, capace di allontanarsi dall’estetica hollywoodiana più patinata e costruita per privilegiare uno sguardo diretto e spontaneo, influenzato dai suoi esordi nel reportage. Per questa ragione Shaw preferiva spesso la luce naturale e gli spazi aperti allo studio fotografico tradizionale, cercando di catturare momenti autentici e immediati.

Nel percorso espositivo si alternano ritratti in bianco e nero di grande eleganza formale, scatti a colori più informali e immagini che restituiscono l’attore in diverse dimensioni: sorridente davanti all’obiettivo, spettinato dal vento, oppure colto in momenti di pausa mentre dialoga con i membri della troupe o osserva l’ambiente circostante. Accanto a queste fotografie compaiono anche immagini di scena, tra cui quelle realizzate durante le riprese del western One-Eyed Jacks, unico film diretto dallo stesso Marlon Brando nel 1961.

In questi scatti emerge tutta la libertà espressiva di Shaw, capace di passare con naturalezza dal bianco e nero al colore e dai contrasti più netti a quelli più delicati, mantenendo sempre uno sguardo profondamente legato alla realtà e alla dimensione umana del soggetto fotografato.

Il progetto si inserisce nel più ampio percorso Finarte THE GALLERY, iniziativa concepita per portare l’arte fuori dagli spazi espositivi tradizionali e creare nuove occasioni di incontro tra pubblico e linguaggi artistici. Accanto alla dimensione fisica della mostra, il progetto si sviluppa anche online: tutte le opere esposte saranno infatti disponibili per l’acquisto attraverso la piattaforma digitale, ampliando le possibilità di accesso al collezionismo.

All’interno di questo dialogo tra arte e ospitalità, il ristorante Deschevaliers rafforza il proprio ruolo di luogo in cui cucina, design e cultura convivono in modo armonico. La proposta gastronomica è guidata dalla visione dello chef bistellato Nino Di Costanzo, anima del ristorante Danì Maison, interprete della tradizione campana riletta con sensibilità contemporanea e grande attenzione alla qualità delle materie prime.

Al suo fianco opera il resident chef Antonio Autiero, che traduce quotidianamente questa filosofia in una cucina elegante e coerente, garantendo continuità e identità all’esperienza gastronomica del ristorante. Nel corso dell’anno il progetto espositivo proseguirà con altri cinque appuntamenti dedicati a diversi autori della fotografia contemporanea, confermando il Deschevaliers come uno dei nuovi punti di riferimento per la fotografia d’autore a Napoli, dove cultura visiva ed esperienza gastronomica si incontrano in un dialogo sempre più stretto.