Toscana: torna “Red Montalcino” a raccontare il rosso agile ed elegante del territorio ilcinese

«Contemporaneo, dinamico ed espressivo del territorio». Così il neo presidente del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, Giacomo Bartolommei, ha definito il Rosso di Montalcino, nella masterclass di apertura dell’evento Red Montalcino 2025.

Giunta alla sua quarta edizione, la manifestazione ha presentato le annate correnti della seconda DOP del territorio di Montalcino in ordine di importanza.

Nato nei primi anni Settanta con l’intento di ottenere un vino di facile e pronta beva rispetto al blasonato fratello maggiore, il Rosso ottiene il riconoscimento della DOC nel 1983 e fin da subito venne considerato una sorta di tipologia di “ricaduta” del Brunello di Montalcino. Ottenuto con le stessa qualità di sangiovese (sangiovese grosso localmente chiamato brunello), nel medesimo areale di produzione, il Rosso da disciplinare non prevede affinamento in legno e l’uscita sul mercato è consentita dal 1° settembre dell’anno successivo alla vendemmia.

A partire però dagli ultimi anni il Rosso sta delineando una personalità propria ben definita, con l’intento non solo di introdurre al territorio di Montalcino ma anche di distinguersi e diventare rappresentativo. Ancora presente è il retaggio di un vino ottenuto con partite d’uva non giudicate idonee per la produzione di Brunello. Tuttavia molti produttori stanno iniziando a ripensare il Rosso non più in “competizione qualitativa” tarata al ribasso rispetto al Brunello, ma come un’espressione a sé stante di un sangiovese più giovane e scattante al palato, in cui la nota sapido-iodata rappresenta il filo conduttore che accomuna questa produzione.

La Master of Wine Sarah Heller ha tratteggiato in questo modo i caratteri del Rosso, conducendo la degustazione denominata Fresh perspectives: the rise of Rosso di Montalcino – riservata a stampa e operatori del settore italiani ed esteri-, durante la quale abbiamo avuto occasione di testare i campioni di dieci cantine, a partire dall’annata 2015 fino alla corrente 2023, allo scopo di valutare l’evoluzione e raffrontare stili diversi.

La Heller ha fatto anche interessanti considerazioni sul posizionamento del Rosso, attualmente più diffuso sul mercato italiano che in quello straniero.  Circa il 75% di Brunello di Montalcino prodotto infatti è destinato all’export, mentre il Rosso si attesta intorno al 35-40%, e, cosa insolita per i rossi italiani, il prezzo è maggiore sul mercato domestico che fuori.

«Il Rosso di Montalcino gode di una maggiore fama in Italia che all’estero” – commenta ancora il presidente Bartolommei raggiunto dai microfoni di 20Italie durante la manifestazione – “l’obiettivo è quello di portarlo fuori dai confini nazionali e a questo proposito è fondamentale la scissione tra Brunello e Rosso di Montalcino, pur essendo l’uno complementare dell’altro».

Lo scopo è quello di internazionalizzare il Rosso e non è detto che la stessa manifestazione Red Montalcino, nei prossimi anni, non voli all’estero. Tra gli obiettivi più importanti del nuovo direttivo consortile c’è di sicuro la promozione sui mercati esteri, con particolare attenzione a Europa, Stati Uniti e Asia.

Ospitata nella storica fortezza, Red Montalcino si è presentata con un taglio moderno: walk around tasting con i produttori e food corners, dove l’alternanza tra cibi della tradizione tosco-italiana e piatti del mondo – come il cous cous marocchino o la Raita indiana – aveva lo scopo di esaltare la versatilità di un vino dinamico e contemporaneo. Infine musica dal vivo, insieme a cocktail & mixology,  l’ulteriore tocco che ha denotato il carattere giovanile della manifestazione.

LA MASTERCLASS E I MIGLIORI ASSAGGI IN FORTEZZA

A seguire i vini degustati durante la masterclass:

Rosso di Montalcino 2015 Col d’Orcia – Fragrante, succoso, freschezza integra e tannino setoso;

Rosso di Montalcino 2016 Casisano – Sottobosco, tocchi ematici, strutturato;

Rosso di Montalcino 2017 Poggio di Sotto – Acqua di rose e frutto di rovo, texture morbida e ampia;

Rosso di Montalcino 2018 San Lorenzo – fiori scuri e frutto croccante, sorso equilibrato;

Rosso di Montalcino 2019 Giovanni Casanova di Neri – erbe aromatiche, vena iodata, fruttato e goloso;

Rosso di Montalcino 2020 Uccelliera – floreale e balsamico, sorso a due velocità, subito disteso, impenna a centro bocca;

Rosso di Montalcino 2021 Sesti – erbe mediterranee e scorza d’arancia, gustoso, estremamente attrattivo;

Rosso di Montalcino 2022 La Caduta Caparzo – speziato e floreale, sorso avvolgente e scorrevole;

Rosso di Montalcino 2023 Sesta di Sopra – arancia sanguinella e ciliegia ferrovia, elegante e snello al palato;

Rosso di Montalcino 2023 Poggio alle Forche – piccoli frutti rossi, sorso sferzante e immediato.

In fortezza, tra gli assaggi maggiormente apprezzati nel walk around tasting, si sono distinti:

Rosso di Montalcino 2022 Poggio di Sotto – ottenuto dal “declassamento” della massa destinata alla produzione del Brunello, dopo due anni di botte grande; petali di rosa e scorza d’arancia, elegante e sapido;

Rosso di Montalcino 2023 Giovanni Neri Casanova di Neri – succoso e fruttato con reminiscenze di ribes e lamponi;

Rosso  di Montalcino 2022 L’America Castiglion del Bosco – solo acciaio; frutta rossa croccante, tagliente al palato, di espressione moderna;

Rosso di Montalcino 2022 Vigna Banditella Col d’Orcia – affinamento in barrique e tonneaux per circa un anno –  prugna rossa selvatica e speziature, fresco e sapido;

Rosso di Montalcino 2022 Lisini – vinificazione in cemento, affinamento in cemento e botte grande – frutti rossi macerati e fiori viola;

Rosso di Montalcino 2023 Casisano (anteprima) – fermentazione breve e affinamento per sei – otto mesi in rovere grande di slavonia – melograno, fiori di timo e radice di china; verticalità e freschezza agrumata.

Metti una sera a cena a La Corte degli Dei di Palazzo Acampora

Esistono patrimoni di inestimabile bellezza in Campania. Opere d’arte o dimore storiche che esprimono, nei secoli, lo stretto legame con il mondo rurale e con la corte borbonica, che da sempre caratterizza tanti angoli del Mezzogiorno d’Italia. Palazzo Acampora, di proprietà dell’omonima famiglia da oltre trecento anni, appartiene a quei luoghi incantevoli visti nelle fiabe o nei film d’epoca, tra quadri, sculture, collezione di ventagli e persino un pianoforte dove ha impresso le proprie note il compositore Francesco Cilea, per la stesura de L’Arlesiana.

Nel giardino esterno, avendo per tetto un cielo di stelle e acclimatati da una brezza insolitamente fresca per il periodo, è andato in scena il terzo appuntamento di Stelle a Corte, che ha visto – accanto allo chef resident Vincenzo Guarino – la partecipazione di Luigi Tramontano, una stella Michelin con il ristorante O me o il mare a Gragnano.

Al pastry chef Gabriele Vannucci, formazione di respiro internazionale maturata con figure cardine della gastronomia quali Alain Ducasse e Franck Cerutti, che dal 2022 gestisce la gelateria artigianale GELATO a Firenze, le composizioni dolci di chiusura.

Lievitati a cura di Catello Di Maio di Cesto Bakery di Torre del Greco e selezione vini da due realtà toscane come Azienda San Gregorio dalla Valdichiana e Castello Tricerchi da Montalcino.

Eleganza nella proposte, iniziando dai finger di benvenuto e proseguendo nell’idea di Tramontano della “Molignane ‘mbuttunata”, in affumicatura con salsa di provola. Croccante la pastella a ricreare la buccia sferica della melanzana ripiena di crema di melanzane a funghetto e kimchi piccante su crumble di basilico.

Firma dello chef il riso di semola in clorofilla con aglio bianco e nero e “vognole fujute” dedicato al leggendario piatto povero ideato dal Maestro Eduardo De Filippo nei suoi momenti di ristrettezza economica. Il ricordo d’infanzia della pastina calda, densa e accompagnata da aromi di cottura.

Si continua con due piatti a cura dello chef Guarino: tubettone del Pastificio Somma con ragù di totani e spuma di patate, che richiama una ricetta della tradizione della Costiera e il filetto di vitello come una “Cacciatora”, omaggio all’anima terragna contadina di Agerola.

Gabriele Vannucci ha presentato, invece, un pre-dessert rinfrescante al kiwi e il dolce “Come una Baklava” composto da pasta fillo caramellata, curd agli agrumi, frutta secca sabbiata e gelato al miele di grande equilibrio e sostanza. Le piccole coccole di chiusura segnano quasi la mezzanotte, orario in cui le migliori favole trovano il loro inizio e la loro fine, come le Stelle a Corte di Palazzo Acampora.

A memoria della serata d’eccezione, i fotografi napoletani Dario De Cristofaro e Luca Cuomo hanno consegnato un ritratto in bianco e nero nell’ambito dell’iniziativa denominata “Ricordi D’Autore“.

Nasce a Caiazzo la “Tenuta del Lago”: un caseificio a filiera chiusa nel cuore della Food Valley campana

Dalla mungitura al prodotto finito, ogni fase è interna: latte fresco, lavorazione artigianale e una mozzarella di bufala D.O.P. che unisce filiera controllata, allevamento etico e la bellezza del paesaggio su un lago naturale

Nel verde delle colline caiatine, lambite dalle acque del fiume Volturno, nasce Tenuta del Lago, un’azienda agricola e caseificio a filiera chiusa che apre le sue porte al pubblico con uno spazio dedicato alla degustazione e alla proposta diretta dei prodotti tipici della filiera bufalina.

Questo progetto imprenditoriale unisce cura degli animali e innovazione produttiva nel cuore di una delle più floride Food Valley campane: Caiazzo, terra con una lunga tradizione rurale e gastronomica, che negli ultimi anni si è affermata come meta sempre più importante per investimenti nel settore gastronomico, e progetti di valorizzazione promossi da imprenditori locali.

Al centro di Tenuta del Lago ci sono le bufale italiane, un patrimonio vivente, capi allevati in un contesto naturale e in equilibrio con l’ambiente. Le mungiture avvengono due volte al giorno con tecnologie rispettose dei ritmi fisiologici degli animali, mentre l’alimentazione si basa su foraggi autoprodotti nei terreni della tenuta. Dove possibile, le bufale pascolano liberamente. L’approccio zootecnico si fonda sulla cura quotidiana e su pratiche ispirate al benessere naturale dell’animale.

Fondata nel 2014 oggi l’azienda rinasce con un’identità rinnovata: Tenuta del Lago è una realtà agricola che include un lago naturale, da cui prende il nome, grazie alla particolare conformazione del territorio con un’ansa del Volturno che incontra una zona boschiva. Tenuta del Lago cura internamente ogni fase della produzione: dalla coltivazione dei foraggi all’allevamento, fino alla trasformazione artigianale del latte in Mozzarella di Bufala Campana D.O.P. e altri prodotti caseari. Il processo produttivo combina la manualità esperta — come nella mozzatura fatta a mano — con impianti moderni che garantiscono igiene, costanza qualitativa e capacità produttiva valorizzando ogni fase con attenzione e precisione.

Dietro al progetto ci sono due giovani imprenditori campani, determinati a valorizzare il territorio attraverso una filiera chiusa, controllata e rispettosa della natura: “Le bufale sono animali straordinari, docili, intelligenti, capaci di creare un legame con chi le accudisce. Crediamo che il loro equilibrio emotivo e fisico sia alla base della qualità del latte e, quindi, del nostro prodotto finale” raccontano i soci Carlo Morgese (responsabile commerciale e marketing) e Ferdinando Spina (responsabile produzione)

“Abbiamo puntato su un luogo in cui si possa respirare l’autenticità del lavoro agricolo, senza rinunciare a tecnologie e visione imprenditoriale. Caiazzo rappresenta un modello per la gastronomia, una meta sempre più ambita dagli imprenditori del food.” Oltre alla mozzarella D.O.P., il caseificio produce ricotta di bufala, yogurt di bufala, mozzarella affumicata con paglia naturale e altre specialità. Con l’apertura del nuovo spazio aziendale, dedicato al pubblico, Tenuta del Lago crea un collegamento diretto con il consumatore, offrendo prodotti freschi a chilometro zero, degustazioni guidate e momenti di incontro autentici e trasparenti tra chi produce e chi consuma.

Buonissimi 2025: io c’ero!

Cosa distingue fare semplice cronaca dall’immedesimarsi nella mentalità di un evento fondamentale per la ricerca? Buonissimi 2025 è la ricetta ideale per la guarigione, in particolare delle giovani vite che soffrono di quel “brutto male” che pochi sanno nominare a viso aperto: il cancro.

Non esiste una spiegazione logica del perché il destino si accanisca nell’età della giovinezza, quando l’unico pensiero di un bambino dovrebbe essere quello di giocare e divertirsi con amici e parenti. La soluzione possibile resta quella di unirsi nella difficoltà, perché solo con una rete sociale ben salda come le maglie di una catena indistruttibile, ciò che sembra buio può illuminarsi di luce.

Anche in questo anno l’evento della OPEN OdV – Associazione Oncologia Pediatrica e Neuroblastoma, ideato e organizzato da Paola Pignataro e Silvana Tortorella, ha riunito oltre 300 operatori del mondo enogastronomico – chef stellati, chef, pizzaioli, friggitorie, maestri pasticcieri, produttori, viticoltori, birrifici artigianali e bartender – che hanno donato il loro contributo, creando un’esperienza corale e autentica.

Il tutto nella location mozzafiato di Marina d’Arechi a Salerno, dove la grand rue di oltre un chilometro di bontà ha celebrato non soltanto l’amore per il prossimo, ma anche le eccellenze della Campania spesso dimenticate o meno narrate nelle cronache quotidiane. Un palcoscenico dove gli attori principali erano proprio loro, ospiti e standisti, in un dialogo continuo alla base del concetto stesso di solidarietà.

Senza comunicazione, senza confronto e senza passione non esiste possibilità di sconfiggere il lato oscuro delle nostre esistenze terrene, la malattia. Un vero e proprio record di donazioni per la settimana edizione: 277.740 euro ricevuti dai numerosi partecipanti e generosi sostenitori.

Pippo Pelo e Adriana Petro di Radio KissKiss, insieme all’opinionista Rossella Erra, hanno guidato il pubblico in una serata emozionante e partecipata. Consegnato il Premio “Franco Ricciardi” per la ricerca in oncologia pediatrica al giovane ricercatore Vincenzo Aievola, per il suo impegno nel campo delle nuove strategie terapeutiche. A conferirlo è stato Agostino Gallozzi, presidente di Marina d’Arechi, che ha sottolineato il valore della ricerca e il profondo legame della marina con Buonissimi.

L’impegno dell’edizione 2025 ha sostenuto il progetto EDITOR – Sequenziamento di nuova generazione ed editing genomico per identificare fattori di rischio genetico come bersagli terapeutici per la cura dei tumori pediatrici, coordinato dai professori Mario Capasso e Achille Iolascon dell’Università degli Studi di Napoli Federico II – CEINGE Biotecnologie Avanzate.

Anche quest’anno, in qualità di (fortunati) media partner, abbiamo avuto di assaggiare le prelibatezze e di incontrare vecchi amici dall’Italia intera. Numerosi chef dalla Guida Michelin con distinzione di 2 stelle e 1 stella, tanti amici pizzaioli pluripremiati dal Gambero Rosso e da 50 Top Pizza, pasticcieri, artigiani del gusto, cantine e bartender soprattutto nella parte finale della serata a suon di live e disco.

La cosa che ci ha lasciato in modo considerevolmente felici? Migliaia di persone e tantissimi giovani riempire il porto turistico di Marina d’Arechi di lunedì sera con una donazione procapite di tutto rispetto a favore dei bambini malati di cancro. Ancora una volta cibo e divertimento a favore della ricerca scientifica finanziata dalla OPEN OdV di Salerno.

Ad una commossa Anna Maria Alfani – presidente di OPEN OdV – le parole di chiusura:
“Buonissimi è un messaggio di speranza che si rinnova ogni anno. È il risultato di una comunità che crede nella forza della ricerca e nella possibilità di offrire ai bambini cure sempre più efficaci, grazie alla generosità di chi partecipa”.

Ci vediamo a Buonissimi 2026, abbiamo già fame di solidarietà.

Un ringraziamento per le foto in articolo a © Luigi De Lucia. La raccolta fondi continua sul sito ufficiale di OPEN OdV – www.openonlus.org.

“Con il Cuore nel Piatto”: l’enogastronomia incontra la solidarietà

Il 26 giugno 2025 a Magliano Sabina si è svolta anche quest’anno la bellissima iniziativa “Con il Cuore nel Piatto”, una splendida serata di beneficenza nella suggestiva Tenuta del Ristorante degli Angeli. 

L’evento è ormai alla sua undicesima edizione nella suggestiva scena naturale della provincia reatina: propone la collaborazione tra alta cucina, iniziative di solidarietà e bellezza paesaggistica. Una partecipazione di centinaia di buongustai contributori ha reso ancora quest’anno la serata indimenticabile per successo e per spirito solidale.

Autrice dell’evento è la chef Laura Marciani, personaggio di valore nel tessuto sociale della Sabina e di Roma: da un’esperienza personale familiare terribile, la perdita di un figlio, lei ci racconta con una dolcezza rara il modo in cui nasce 11 anni fa l’esigenza di un’esperienza che fonde la sensibilità verso la ricerca medico-scientifica con le professionalità affermatissime di chef amici e solidali, provenienti da ristoranti stellati. 

La missione di quest’edizione è la raccolta fondi per il “Centro Clinico NEMO” presso il Policlinico Agostino Gemelli di Roma, in sostegno all’assistenza e alla ricerca per i bambini affetti da gravi patologie neuromuscolari. Sul sito e sui profili social dell’evento sono disponibili le rendicontazioni di ogni altra missione di raccolta fondi promossa nelle edizioni precedenti.

Sono presenti le istituzioni di zona, impegnate a sostenere questa iniziativa ogni anno, al fianco di un programma di attività volte a promuovere un territorio mediano tra Umbria e Roma, come la Sabina e la Tuscia, portandolo alla conoscenza del vasto pubblico di amanti della enogastronomia italiana. C’è indubbiamente una identità reatina che si affianca alle presenze di chef e prodotti di tutta Italia: un fervore solidale tipico di questa cultura locale.

Ma andiamo al “Cuore” dell’evento

Il concept è una cena enogastronomica sotto le stelle, coordinata dall’ospite chef Laura Marciani e strutturata con postazioni di cucina e assaggio diffuse tra piscina, parco, chiesetta e giardini: 60 postazioni gourmet animano un percorso sensoriale senza precedenti per interpretazioni creative, con 82 chef provenienti da tutta Italia impegnati in creazioni d’autore – dagli antipasti ai dessert – preparati e serviti al momento. Ne risulta una formula di degustazione libera e immersiva, in un contesto naturale d’eccezione di cui vi diamo conto fotografico minimo.

Accanto alla cucina, una selezione di cantine italiane,  sake, gin e distillati artigianali, salumi e formaggi d’eccellenza, dolci raffinati, creme spalmabili, cioccolato e gelati firmati da maestri pasticceri.

Alcune novità di quest’anno sono le selezioni di Carol Agostini, allestitrice dell’evento e della comunicazione con Papillae.

Si inizia con i lombardissimi salumi e prosciutti d’oca di cascina, dell’azienda Quack di Greta Pavan, in abbinamento ai freschissimi vini veneti di Tenuta Solar di Andrea Bolla; la frutta Martorana del Maestro Alessandro Marchese in abbinamento ai vini della Tenuta Borgolano di Donatella Quaroni. Ma è presente anche la Sabina con chef come Gli Ambasciatori del Territorio dell’Osteria del Vecchio Orologio, o le creazioni de Il Casaletto, o Gabriele Amicucci e la sua cucina fatta di processi essenziali e protettivi del gusto naturale degli elementi. 

Ed è un’inenarrabile sarabanda di gusti, di specialità e creatività tutta italiana, ad abbracciare presenze locali come i celebratissimi vini de La Madeleine; toscane, come il leggendario Brunello di Montalcino Riserva di Poggio degli Ulivi, oppure della Campania con Roberto Guarino e i sughi Vestalia davvero eccezionali per freschezza, in mezzo a creazioni degli chef tra i più noti della penisola Sorrentina. Non mancano le presenze romane con Le Tamerici e con lo chef Francesco Apreda di The Pantheon.

Nell’evento c’è anche la musica dal vivo, di classe e a corredo di ambientazioni eleganti, affluenti a un gran finale di premiazioni accompagnate allo spettacolo pirotecnico che ha illuminato la notte sabina.

Il percorso degustativo si conclude con una notevole selezione pasticciera e gelataia di zona, tra cui spicca una degustazione di gelati biologici aspersi con gocce di olio extravergine di oliva da cultivar locali di eccezionale fattura.

Accompagnati dal Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese della cantina Dhéon, rimane davvero notevole il gusto e il ricordo che lasciano, di una serata multicolore e poliedrica per spunti creativi, al centro della quale resta innalzato il valore sociale del sostegno alla ricerca contro le malattie neuromuscolari dell’infanzia.

Anche quest’anno, Il Cuore ha dialogato con il Piatto in un evento vissuto e da raccontare, condividere, con il gusto e con il cuore.

Sicilia DOC: la biodiversità vitivinicola tra scienza, tradizione e futuro

Presentati i progetti BI.VI.SI e V.I.S.T.A. Lucido a Palermo

Nel cuore della Sicilia, dove i monti delle Madonie sembrano custodire millenni di storia agricola, l’Università degli Studi di Palermo ha ospitato il 24 giugno scorso un evento di rilevanza nazionale per il comparto vitivinicolo: il convegno organizzato dal Consorzio Sicilia DOC in collaborazione con Wine Meridian, dedicato alla presentazione dei progetti BI.VI.SI e V.I.S.T.A. Lucido.

Un’occasione unica per riflettere sull’identità della viticoltura siciliana, sulla sua straordinaria biodiversità genetica, e sulle sfide poste dal cambiamento climatico, ma anche per conoscere i risultati di studi scientifici avanzati e il ruolo fondamentale della ricerca nel futuro del vino siciliano.

A moderare l’incontro il giornalista e direttore di Wine Meridian, Fabio Piccoli, che ha saputo dare ritmo e profondità a una giornata intensa di testimonianze, dati e visioni.

Un patrimonio da tutelare e valorizzare

Ad aprire il convegno è stato Antonio Rallo, Presidente del Consorzio Sicilia DOC, che ha ricordato come il consorzio rappresenti oggi oltre 7000 aziende: “Abbiamo il dovere di conservare e valorizzare il patrimonio di biodiversità della nostra isola, che è tra i più vasti e ricchi al mondo. I progetti che presentiamo oggi sono un passo fondamentale in questa direzione”.

Il convegno si inserisce in un momento storico cruciale per il vino siciliano, che vede nella ricerca e nell’innovazione strumenti decisivi per affrontare un mercato in costante evoluzione e un clima sempre più imprevedibile.

Tradizione, innovazione, resilienza

La parola è poi passata ai rappresentanti del mondo accademico e istituzionale. Il Prof. Rosario Di Lorenzo, Presidente dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino, ha sottolineato come la viticoltura sia chiamata ad affrontare sfide sempre più complesse: “Oggi, la resilienza del comparto passa dalla ricerca scientifica e dalla sperimentazione. I progetti presentati oggi sono il frutto di una sinergia rara tra istituzioni, università e imprese”.

Lo ha ribadito anche il Prof. Onofrio Corona, che ha illustrato il lavoro svolto dal suo gruppo nella parte enologica del progetto, mettendo in evidenza la capacità dei vitigni autoctoni — come il Catarratto Lucido — di adattarsi ai cambiamenti climatici, grazie a una plasticità genetica che può diventare un’arma vincente per il futuro.

Il Prof. Antonino Pisciotta ha invece affrontato il tema della divulgazione tecnica e dell’importanza della formazione: “La Sicilia è un continente viticolo, con numeri straordinari e potenzialità ancora tutte da esprimere. Tradizione e innovazione qui trovano un connubio naturale”.

BI.VI.SI: la biodiversità sotto la lente della scienza

Il primo dei due progetti presentati è BI.VI.SI, acronimo di “Valorizzazione della biodiversità viticola siciliana”, illustrato dall’innovation broker Maurizio Gily. Il progetto ha messo in luce l’enorme varietà genetica presente nei vigneti siciliani, dove sono coltivate circa 70 varietà autoctone, molte delle quali poco conosciute o quasi dimenticate.

Un aspetto affascinante emerso dagli studi è l’importanza delle microvinificazioni per individuare e valorizzare le sfumature sensoriali delle diverse varietà. “Alcuni vitigni sono vere e proprie reliquie storiche – ha sottolineato Gily – e vanno protetti e studiati con attenzione”.

Le Dott.sse Lucia Turano e Manuel Schnitter, del Dipartimento SAAF dell’Università di Palermo, hanno presentato i risultati ottenuti in tre aree chiave della Sicilia (ovest, centro e sud-est), in collaborazione con aziende come Planeta, Tasca d’Almerita, Donnafugata, Settesoli e Colomba Bianca, offrendo un quadro dettagliato delle potenzialità del territorio.

V.I.S.T.A. Lucido: un futuro brillante per il Catarratto

Il secondo progetto, V.I.S.T.A. Lucido (Valorizzazione Innovativa e Sostenibile dei Terroir delle varietà autoctone), ha concentrato l’attenzione sul Catarratto Lucido, una delle varietà più diffuse e identitarie della Sicilia.

Attraverso un approccio multidisciplinare, agronomico ed enologico, sono stati analizzati i comportamenti del vitigno in relazione agli eventi climatici estremi, grazie al lavoro del Dott. Stefano Puccio e del team del SAAF. Interventi come la potatura tardiva, l’uso di caolino per proteggere le foglie dal sole e l’impiego di reti antigrandine come schermatura, sono stati studiati per migliorare la sostenibilità delle pratiche colturali.

Anche la gestione delle infestanti è stata affrontata in chiave green, con soluzioni a basso impatto ambientale come il diserbante naturale a base di acido pelargonico, presentato dalla Dott.ssa Anna Ciancolini (Novamont).

Un messaggio chiaro al mercato

A chiudere il convegno, l’intervento di Giuseppe Figlioli, enologo e consigliere del Consorzio Sicilia DOC: “Il nostro obiettivo è rendere visibile al mercato il lavoro scientifico che c’è dietro ogni bottiglia. Oggi abbiamo messo una lente sulle sfaccettature del Lucido, ma in futuro potremo fare lo stesso su molte altre varietà autoctone”.

Le parole conclusive di Fabio Piccoli hanno ben sintetizzato il senso della giornata: “Questo convegno apre le porte a una valorizzazione concreta del Catarratto Lucido. Una varietà che, grazie alla sua resistenza e alla sua storia, può diventare il simbolo della sostenibilità economica e ambientale della viticoltura siciliana. Ora la sfida è trasformare la ricerca in valore aggiunto per i produttori”. Ad accompagnare i lavori, una selezione di prodotti tipici siciliani e una degustazione dei vini frutto delle microvinificazioni, a conferma che scienza, cultura e gusto possono — e devono — camminare insieme.

Furore conosce un nuovo talento in cucina: Vito Piccolo e il suo Melchiò animano la Divina Costiera

Vito e Caterina Piccolo, coniugi nella vita e nel lavoro, esperti di quanto possa dar gioia agli ospiti nelle loro strutture accoglienti, sulla costa di Furore, epicentro della mondanità e del buon gusto. Il vino certamente, territorio di quel faro illuminante chiamato Marisa Cuomo.

Ma anche il cibo e la cucina gourmet, con un ristorante a misura d’uomo, basato su una terrazza a sfioro completamente ristrutturata con vetrate che raccontano la poesia del panorama marino.

Vito, gavetta con i gourmet locali più interessanti; Caterina sua fedele compagna e assistente, che prepara dolci in maniera elegante conservando quel pizzico di artigianalità tanto amato nel nostro made in Italy.

Se proprio bisogna trovare il cosiddetto pelo nell’uovo, a volte la cura maniacale nei piatti richiederebbe maggior leggerezza; in fin dei conti il protagonista principale di Melchiò è la scelta del pescato quotidiano freschissimo, grazie agli accordi con pescatori a chilometro zero.

La vena mediterranea delle ricette si unisce agli elementi di stagione colorati e salutari, con una ricca scelta di verdure sempre presenti. Il nostro viaggio comincia dalle frittelle di cavolfiore, un ricordo d’infanzia mai sopito.

La quenelle di rana pescatrice su pane panko completa il quadro di sapori degli appetizer d’ingresso. Segue una ricciola condita in salsa di soia e colatura d’alici con pepe bianco intenso da controllare bene nel dosaggio.

Il carpaccio di gamberi rossi del Tirreno con fior di sale e lampone, su finale di caviale e chips di patate viola resta uno dei preferiti per delicatezza e verve cromatica. Si continua con insalati d’astice e verdure croccanti lavorate da Vito a mo’ di pinzimonio.

Asparagi, zucchine, finocchi, cavolfiore e patate con zafferano più fiori di zucca fritti si uniscono alla salsa da corallo d’astice e peperone crusco. Interessante e contemporaneo il servizio al cartoccio.

Gli antipasti terminano con baccalà in olio cottura, lemon grass e alici fresche accompagnate da pinoli, arance e zenzero. Ottima combinazione di freschezza e materie eccellenti.

Tra i primi, lo spaghettone del pastificio Ducato d’Amalfi con ricci di mare e zucchine fritte, rivisitazione estrosa della Nerano o il risotto al tartufo con scampi marinati, salsa di spinaci, asparagi e fiori di zucca al parmigiano reggiano.

Finale con spiedo di pesce da pepite di scampi, triglia, pezzogna, ricciola e chi più ne ha, spennellati alla barbecue.

Le coccole dolci confermano la grande attitudine di Vito e Caterina a fare le cose per bene dall’inizio alla fine, con dessert curati e mai banali pur nella visione tradizionale. Classica la millefoglie scomposta al cioccolato bianco, internazionale e immancabile la cheesecake con namelaka alle fragole, per finire su brownie e altre delizie tutte a mano.

Il servizio di sala è gestito dal giovane e promettente Rocco, appena 18 anni e già innamorato del mestiere. Compatta la selezione vini, privilegiando ovviamente le cantine della Costiera Amafitana, perché qui ogni cosa ha un senso paradisiaco.

Tra mare e montagna, meglio il Vesuvio

Non è mare, non è pura montagna, come vissuta nell’immaginario collettivo. O meglio, il Vesuvio possiede i caratteri di entrambi, con una vista spettacolare di tutto il Golfo di Napoli in lontananza, partendo dalle propaggini di Pompei e Castellammare di Stabia, fin quasi – a perdita d’occhio – direttamente a Posillipo. E poi l’altitudine, il vento forte che sferza ad ogni momento della giornata e gli sbuffi sulfurei, ancora presenti, che ricordano la sua attività silente ma presente.

Dal 1944, in piena Seconda Guerra Mondiale, il vulcano sembra riposare in uno stato di calma apparente, spiccando maestoso in tutta la sua bellezza. Un simbolo della Campania nel mondo, venerato, rispettato e temuto meno di quanto la ragion logica vorrebbe, soprattutto per le popolazioni residenti a pochi chilometri dal cratere.

Perché visitare il Parco Nazionale del Vesuvio

Con i suoi 1.277 metri d’altitudine nel punto più alto del cono ed un dislivello a partire dalla base di oltre 650 metri, il Vesuvio rappresenta una meta ambita per turisti e appassionati che amano il trekking e la vita a contatto con la natura. I sentieri per salire alla vetta richiedono scarpette comode, ma sono ben recintati e facili da percorrere. Basta non avere fretta e godersi la vista mozzafiato che si delinea dai tre versanti.

In cima il cratere ha un diametro di 8 km ed è sigillato da un tappo di ceneri piroclastiche e polveri che rappresenta il fascino e il timore di vivere a contatto con un ospite in grado di ribollire e scoperchiare tonnellate di sedimenti assieme alle non frequenti gittate laviche. Come nel 1631 quando l’eruzione “sub-pliniana” fece quasi 5000 morti.

Il termine deriva proprio da Plinio il Giovane che si trovava a Miseno – l’attuale Bacoli – quando avvenne l’esplosione del ’79 d.C. che sommerse e distrusse l’antica Pompei, uccidendo lo zio Plinio il Vecchio, giunto lì ad osservare il drammatico evento. Nel 1944 vennero invece evacuate Massa di Somma e San Sebastiano al Vesuvio anche grazie all’aiuto dei militari americani che avevano liberato da poco la Campania dall’occupazione nazifascista.

Le colate laviche però, rappresentano anche la vita non solo morte e dolore. I minerali fuoriusciti dal magma, provenienti dalle profondità della terra, hanno arricchito i suoli con terre rare e fertili. Oltre 220 minerali presenti nella stratificazione del terreno, con cristalli di augite, olivina e micale, da collezionare nelle varie composizioni proposte dai punti vendita del Parco.

L’abbraccio tra i due vulcani: Monte Somma e Vesuvio

Il Vesuvio è un tipico esempio di vulcano a recinto costituito da un cono esterno tronco, il Monte Somma, con cinta craterica in gran parte demolita entro la quale si trova un cono più piccolo rappresentato dal Vesuvio, separati da un avvallamento denominato Valle del Gigante, parte dell’antica caldera, dove in seguito, presumibilmente durante l’eruzione del 79 d.C., si formò il Gran Cono o Vesuvio.

La Valle del Gigante è suddivisa a sua volta in Atrio del Cavallo ad ovest e Valle dell’Inferno ad est. Il recinto del Somma è ben conservato per tutta la sua parte settentrionale, infatti è stato nei tempi storici meno esposto alla furia devastatrice del vulcano, perché riparato dall’altezza della parete interna che ha impedito il deflusso di lave sulle sue pendici.

Un vulcanismo iniziato oltre 400 mila anni fa, anche se le prime vere eruzioni cominciarono a susseguirsi molto tempo dopo, 25 mila anni orsono. L’attuale temperatura vicina al fondo cratere sfiora ancora i 90°C, sintomo dell’attività sotterranea palpitante.

L’Osservatorio Vesuviano, Sezione dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia che si occupa di ricerca vulcanologica e geofisica e di monitoraggio dei vulcani attivi è stato il primo al mondo nel 1840.

Napoli è stata fortunatamente risparmiata, nei secoli, dai danni maggiori, per via dei venti di maestrale provenienti dal Golfo che hanno tenuto lontane la maggior parte delle esalazioni e delle polveri piroclastiche.

Ente Parco Nazionale del Vesuvio

Via Palazzo del Principe
80044 , Ottaviano – (NA) Italia

Romagna: Amaracmand, il racconto del press tour tra storia, sorrisi… e sorsi

Un press tour di due giornate nella valle del Rubicone e del Savio, tra Cesena e Sorrivoli, in un territorio tutto da scoprire, situato a metà strada tra l’Appennino romagnolo e il Mar Adriatico. Questo tratto di terra, che si estende tra le province di Forlì-Cesena e Rimini, è celebre non solo per lo splendido paesaggio di colline e vigneti, ma anche per il suo importante ruolo nella storia antica, ricordato con le famose parole di Giulio Cesare “alea iacta est” (il dado è tratto) che, attraversando il fiume Rubicone, segnarono un punto cruciale della storia romana.

Oggi le ferite della terribile alluvione del 2023 sono ancora presenti. La popolazione locale, tuttavia, ha dimostrato straordinaria capacità di resilienza e solidarietà, diventando un esempio per tutta gli italiani.

Il nostro viaggio inizia a Cesena, dove ad accoglierci alla stazione troviamo Maddalena Mazzeschi, organizzatrice dell’evento: una persona dinamica, creativa e appassionata, sia di vino che di comunicazione. Condividerò questa esperienza con altri compagni di viaggio, con cui si crea fin da subito un’intesa speciale, un vero “feeling enoico”.

Prima tappa la Biblioteca Malatestiana, esempio unico di biblioteca umanistica conventuale perfettamente conservata nell’edificio, negli arredi e nella dotazione libraria, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio mondiale. Fatta costruire a metà del Quattrocento da Malatesta Novello, signore di Cesena, su ispirazione dei frati francescani. La biblioteca colpisce per il suo stile architettonico, con un portale decorato da simboli araldici malatestiani, tra cui spicca l’elefante, emblema della famiglia.

Entrando si ha l’impressione di trovarsi in una “chiesa in miniatura”: la pianta a tre navate, la copertura a volte e i colori interni — bianco, rosso e verde — richiamano gli stemmi malatestiani. I manoscritti sono custoditi su bancali di legno, assicurati agli stessi con delle catene, a garanzia dell’ordine e della consultazione.

La gestione fu affidata fin da subito al Comune, motivo per cui è considerata la prima biblioteca civica d’Italia. Oggi la Biblioteca Malatestiana è un centro culturale attivo, che ospita mostre, iniziative, eventi culturali e servizi di consultazione per studiosi e pubblico.

Terminata la visita ci concediamo una sosta alla storica gelateria Babbi nel centro storico di Cesena. Attilio Babbi fondò nel 1952 l’omonima Azienda Dolciaria dedicata alla produzione di coni, cialde e semilavorati per maestri gelatieri. Successivamente i figli e i nipoti crearono una nuova divisione in seno all’azienda, iniziando a produrre gelati e dessert.

E’ il momento di raggiungere la location che ci ospiterà in queste due giornate, giusto una breve pausa prima di riprendere il tour. L’ Agriturismo le spighe – Fattoria Bertaccini èun gioiellino incastonato sulle colline cesanesi, conduzione familiare, gentilezza dei proprietari e ottimo cibo lo rendono un luogo ideale per immergersi in un’atmosfera autentica e rilassante.

Il nostro tour prosegue alla volta del Castello di Sorrivoli. Le prime notizie sul castello si hanno attorno all’anno mille. Soggetto al controllo degli Arcivescovi di Ravenna, nel 970 viene concesso in feudo a Rodolfo conte di Rimini. Nel corso del XII secolo, con l’ascesa al potere dei Malatesta, di parte Guelfa, anche il castello di Sorrivoli come la maggior parte dei territori circostanti viene a trovarsi sotto il controllo di questa potente famiglia.

Oggi la Rocca, ancora intatta nelle sue strutture esterne e nel mastio, sorge sulla sponda sinistra del fiume Rubicone, nella zona collinare che segna il confine tra la provincia di Cesena e quella di Rimini. Ospita la parrocchia, l’Associazione Culturale di Sorrivoli e l’Università della Pace, ed è teatro di numerose iniziative, fra cui il Festival Internazionale dei Burattini (alla fine di agosto).

La vista mozzafiato si apre dalle colline fino al mare, ed è proprio su questo sfondo che fa il suo ingresso il nostro primo assaggio dell’Azienda Amaracmand: Madame Titì IGT Bianco Rubicone Spumante Brut Nature biologico. Dell’azienda abbiamo già scritto in un precedente articolo Romagna: cantine Amaracmand, l’enologo Maurilio Chioccia prova a dare perfezione stilistica al loro Sangiovese “Imperfetto”.

In etichetta, il disegno di una donna: un omaggio del co-proprietario Marco Vianello alla consorte e proprietaria Tiziana. Questo vino nasce da un progetto di ricerca sui vitigni autoctoni e sulla loro antica vocazione alla rifermentazione e alla produzione di bollicine. È realizzato con un metodo Charmat lungo, che gli conferisce piacevolezza e profondità, rendendolo perfetto per accompagnare il nostro aperitivo a base di prodotti locali.

Persi tra chiacchiere, bevute e assaggi, arriva l’ora di cena direttamente alla Trattoria del Castello, ristorante gestito dalla Cooperativa Sociale Terra dei Miti, il cui obiettivo principale — oltre a cucinare ottimo cibo— è creare nuove opportunità di lavoro, soprattutto per chi, a causa delle proprie caratteristiche personali, fatica a trovare un impiego stabile e onesto. Premessa fondamentale per apprezzare ogni dettaglio del servizio offerto in questo luogo davvero speciale. I piatti rispettano la tradizione romagnola, senza rivisitazioni, una degna conclusione di serata.

Il giorno seguente ci aspetta il tour tra i vigneti e in cantina, scopriamo questa piccola realtà a conduzione familiare: Amaracmand Bio. L’azienda vinicola nasce nel 2013 a Villagrande di Monecopiolo, in terra di Montefeltro, alle pendici del Monte Carpegna, grazie all’ambizioso progetto di due coniugi, Marco Vianello e Tiziana Matteucci, entrambi grandi appassionati di vini. Il progetto consisteva nel restituire valore e notorietà ai vini Romagna, facendoli conoscere in tutta Italia e in tutto il mondo.

Partiamo a bordo di una Land Rover per raggiungere i punti salienti delle vigne, si sale lungo i sentieri sterrati che attraversano i vigneti, tra filari ordinati e scorci panoramici che si aprono sulla campagna romagnola.

I vigneti crescono su un suolo antico che un tempo ospitava la fattoria del paese di Sorrivoli. Ancora oggi, tra i filari, si può scorgere il vecchio pozzo recuperato nel bosco, simbolo di un legame profondo con la storia e la comunità locale.

Tra i vitigni coltivati spicca giustamente il Sangiovese che insieme ad altre uve internazionali, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Syrah e Alicante, va a comporre il loro prodotto di punta “Imperfetto”sotto la denominazione di IGT Rubicone. Inoltre, hanno riscoperto e valorizzato cloni rari di Sangiovese a piede franco e una sorprendente Albana lunga, riscoperta in un vecchio vigneto risalente agli anni ’60 e rigenerata con cui hanno impiantato nuovi vigneti.

Altri vigneti autoctoni coltivati sono Bombino bianco, Grechetto Gentile, Albana e Trebbiano della Fiamma, queste uve bianche sono state oggetto di un progetto di ricerca dedicato ai vitigni locali e alla loro ancestrale vocazione alle rifermentazioni e alle bollicine; nasce da queste uve il loro Madame Titì.

Usciti dai campi il percorso ci conduce verso la cantina dall’architettura che scompare nel paesaggio, una tecnologia che fa la differenza, progettata per fondersi completamente con l’ambiente circostante, rispettandone l’estetica e l’equilibrio naturale. All’interno si apre un mondo all’avanguardia, dove innovazione e sostenibilità guidano ogni scelta.

Marco ci racconta che per garantire un ambiente salubre e privo di contaminazioni, hanno adottato i purificatori d’aria AEROCIDE, una tecnologia sviluppata dalla NASA. Questo sistema consente di eliminare muffe e batteri senza ricorrere a sostanze chimiche dannose, tutelando così sia l’ambiente che il benessere dei collaboratori. Ogni fase della produzione è gestita da un sistema domotico avanzato, e l’energia proviene in gran parte da pannelli fotovoltaici. Un approccio scientifico al servizio della natura.

Il nome della cantina nasce da un ricordo personale di Marco: mia nonna, quando uscivo da ragazzo, mi diceva sempre “Amaracmaaaand fa e breeev” – mi raccomando, fa’ il bravo. Un legame affettivo che oggi si trasforma in un impegno autentico.

Veniamo alla degustazione.

Madame Titì IGT Bianco Rubicone Spumante Brut Nature biologico.  Una bollicina fine grazie alla rifermentazione spontanea assistita con metodo charmat lungo. Un ricco bouquet di fiori bianchi, mela e fieno. In bocca un gusto agrumato, fresco, piacevole beva.

Perimea IGT Sangiovese Rubicone bio. Vino che si distingue per il suo rispetto dell’ambiente e per la sua genuinità. In etichetta, due libellule sono protagoniste del disegno: simbolo della buona gestione biologica, poiché questi insetti sono molto sensibili ai trattamenti chimici e scompaiono quando vengono effettuate le lavorazioni in vigneto.

Questo dettaglio rappresenta l’impegno dell’azienda nel mantenere un ecosistema equilibrato e sano. Al sorso il Perimea è scorrevole e piacevole, con un tannino vivace che dona dinamicità. Il finale è ampio e ancora fruttato, lasciando una piacevole sensazione di freschezza e struttura.

Imperfetto IGT Sangiovese Rubicone bio Uve 85% sangiovese, 5% cabernet Sauvignon, 5% cabernet franc, 3% syrah, 2% Alicante. Un color prugna profondo, che anticipa il bouquet ricco e complesso. L’olfatto si rivela discreta ma elegante, con note di frutta a bacca scura come ciliegie nere, accompagnate da sfumature balsamiche vanigliate e un accenno di tostato.

Buona la struttura supportata da tannini importanti, lievemente asciuganti, che conferiscono carattere e persistenza al vino. Sentori di china e radice di liquirizia nel finale, insieme a richiami pepati.

Prosit!https://www.amaracmand.com

Il vino del Nord Adriatico

Imagine there’s no countries

It isn’t hard to do (John Lennon) 

Per arrivare a Medana dove saremo come base per cinque giorni, i vigneti accompagnano lo sguardo come a rimarcare che tutto ciò non sia frutto del caso. Del resto la greca con decorazioni di grappoli e foglie di vite che arreda la nostra mansarda al Belica hotel, è di un viola e verde che fa capire come la viticoltura appartenga alla cultura del luogo, ricordandoci da vicino analoghe decorazioni a nastro scolpite su edifici a Yerevan in Armenia. 

In cima alla terrazza della torre del Belica vigneti ovunque, vigneti a disperdere, vigneti all’infinito, attraverso gli archi un paesaggio che sembra immobile al medioevo. 

Il viaggio durerà per una settimana, un tour press internazionale voluto da Paul Balke, autore, scrittore, giornalista e non per ultimo musicista, amante dell’Italia a cui ha dedicato alcuni libri sul vino con i necessari riferimenti storici. 

Tra questi c’è North Adriatic, un testo sulle realtà vitivinicole di una macroregione che ingloba tre nazioni: Italia, Slovenia, Croazia. L’ambizioso progetto di Paul è di far parlare le sottozone fra loro affinché si giunga al riconoscimento di un unica entità al pari di Bordeaux e Borgogna, molto più profusa nella diversità dei suoli e nella ricchezza dei vitigni, e soprattutto transnazionale. Questa vasta area con 16 sottozone, circa l’Italia riguarderebbe quelle del Friuli Grave, Friuli Latisana, Friuli Annia, Friuli Aquileia, Friuli Isonzo, Friuli Colli Orientali, Collio, Carso, e la Muggia istriana; per la Slovenia il Brda, Vipavska Dolina, Kras, Slovenian Istria; e infine per la Croazia il Kastav, Krk, e Istria. 

Sarebbe un bel segnale in un momento storico come quello in cui viviamo, evidenziare la futilità dei confini, cercare più le assonanze che le dissonanze, scavalcare le linee di demarcazione volute solo dall’uomo, di fatto inesistenti e rievocate in assenza di valichi di controllo solo dal nostro telefono cellulare, che ripetutamente ci informa di essere altrove del suolo italico. 

Sono luoghi di transito le cui innumerevoli vicissitudini storiche subite non hanno leso la bellezza che qualcuno ha paragonato alla Toscana sebbene l’altitudine sia qui più lieve, in media attorno 80/200 metri.

Emblematico è il caso della nostra prima visita nel Collio Sloveno, il Brda che significa colline, soggette a erosione.

Siamo a Neblo presso la Fattoria della famiglia Šibav, ora anche B&B, che si occupa di agricoltura e viticoltura da molte generazioni, almeno dal 1680. Si è passati alla produzione del vino in proprio negli anni ’90 interrompendo la vendita dell’uva a terzi. Attualmente nei 10 ettari di proprietà si producono circa 40.000 bottiglie l’anno dai vitigni Rebula, Malvazija, Sauvignonasse (il caro vecchio Tocai), Pinot Grigio (qui chiamato Sivi Pinot), Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, Chardonnay. 

Ci accolgono Miran Šibav, sua moglie Ljuba, la figlia e il genero. L’emblema consiste che la medesima casa che ha dato i natali al nonno di Miran, al padre, a Miran stesso quasi settant’anni fa, e a sua figlia, al momento delle rispettive nascite era situata in territorio austriaco, italiano, yugoslavo, sloveno. 

Sarebbe piaciuto ad H.G. Wells, il caso di un viaggiatore del tempo che avrebbe dovuto recare con sé un differente passaporto per spostarsi nel medesimo luogo. Questo cambio di nazionalità a seconda dell’epoca storica di osservazione, fa comprendere meglio di quanto siano futili i confini delle nazioni. 

La sera, dopo aver assaggiato sei espressioni dell’azienda, Rebula 2021, Tajo 2023, Aurora Belo 2019, Larya Malvazija 2022, Amber 2018, Aurora Red 2020, vini corretti e di piacevole beva, aromatici, con evidente mineralità, prima di abbandonare questa casa dai tanti natali internazionali, un sottofondo sonoro di rane, un concerto mai udito prima a rimarcare il caldo asfissiante dei giorni trascorsi.