A Bacoli il nuovo concept di Calea tra le meraviglie della penisola flegrea

Boutique hotel, aperitivi al rooftop, fine dining e spiaggia privata

Che la penisola Flegrea, con le sue baie meravigliose, fosse oggetto di meta turistica sin dai tempi degli imperatori romani, fa parte in maniera indiscussa delle radici stesse della “Campania Felix”.

Il lago salato di Miliscola, qui chiamato anche Mar Morto, separato tramite un istmo naturale dalle acque azzurre delle spiagge di Capo Miseno, è la cornice perfetta del nuovo concept di lusso di Calea, un boutique hotel che offre numerosi servizi per la sosta dei propri clienti.

La Famiglia Iaquaniello, già proprietari della location per eventi Villa Gervasio, ha ridato la vita a ciò che era in origine l’antico Albergo del Sorriso datato 1957, ora illuminato dall’elegante ristrutturazione dell’architetto Giuliano Andrea Dell’Uva, dai toni bianchi minimalistici alternati alle policromie delle maioliche in stile Capri. Il tutto in un’atmosfera rilassante a più livelli, dove trascorrere il giusto tempo per sé stessi.

Aperto anche nella stagione invernale, è dalla primavera all’autunno però che Calea regala le migliori esperienze al turista che ama quest’angolo di paradiso, in parte ancora inesplorato e a prezzi abbordabili. Accolti dal benvenuto del suo direttore Biagio Del Giudice, nelle 13 camere (erano 33 prima della recente ristrutturazione) tra suite, matrimoniali delux e superior vista mare, la quiete è d’obbligo per ritrovare lo smalto appannato dalle fatiche quotidiane.

La mattina inizia dal Konka Beach, il lido attrezzato che guarda Capo Miseno e Procida e Capri in lontananza È possibile stuzzicare qualcosa al volo nella buvette o salire al primo piano della struttura principale, per un pranzo veloce o una cena romantica al ristorante gourmet Cordaia, con due menù degustazione e una valida proposta à la carte. Il nome trae spunto dal rinvenimento in zona di semi di lino e di canapa, utili alla coltivazione delle piante da cui estrarre le materie prime per creare corde da navigazione.

Al tramonto la sauna finlandese con vista sull’azzurro del mare unito ai caldi riflessi rossi del sole anticipa l’aperitivo sul roof del Nāma, che in lingua sanscrita significa “mente”, l’altra parte da coccolare dopo il benessere del corpo. Il restaurant manager Michele Gionti offre spunti interessanti per il percorso gastronomico, accompagnato dai cocktail contemporanei della barlady Lucrezia Scotto e da una wine list densa di referenze regionali dal corretto rapporto costo-qualità.

Per semplificare la scelta sono previsti kit da piccoli morsi in abbinamento ai drink, elaborati in base alle preferenze e alla voglia di sperimentare più pietanze. Si parte dai 40 per salire fino a 75 euro per provare, magari, l’analcolico Free Nāma composto da sciroppo di fiori di sambuco, succo di lime e cetriolo.

O l’estivo signature Calea in delicato equilibrio tra gin Caprisius, zucchero e limone, ideale per le serate calde. Per i palati in vena di sensazioni forti, invece, il Pink Nāma da sherbet fatto in casa, pompelmo rosa e tangerine o il Lu-Lucifer a base di vodka al peperoncino, liquore al peperoncino e prosecco.

Per la food selection il classico crudo e champagne o i piatti della carta come la tartare di gamberi e zucchine, fritturina di paranza a chilometro zero e maio agrumata, o cheesburger con pane fatto in casa e patatine. Finale su dessert a base di sfera di namelaka alla fragola su crumble di limone. Un unico concept: tante esperienze da vivere.

Sicilia: il 9 agosto Calici di Stelle a Principe di Corleone

La cantina di Corleone si prepara alla prima vendemmia totalmente biologica con una serata indimenticabile tra vino, stelle e bellezza siciliana nella notte di San Lorenzo. Vini, sapori autentici, musica e arte convivono sotto il cielo stellato della campagna siciliana.

Corleone – Nel cuore pulsante della Sicilia, dove le vigne si distendono come ricami sulla terra e il vento sussurra storie antiche, Principe di Corleone accende i sensi con una serata sospesa tra vino e cielo stellato. Per l’evento enoturistico più atteso dell’anno, promosso dal Movimento Turismo del Vino, l’azienda vitivinicola Principe di Corleone apre le porte alla magia dell’estate con “Calici di Stelle”.

Nella splendida cornice delle colline corleonesi, i visitatori vivranno un’esperienza multisensoriale tra degustazioni dei vini Principe di Corleone, visite in cantina, musica dal vivo e arte sotto il cielo d’agosto. Una serata indimenticabile tra vino, stelle e bellezza siciliana che prenderà il via alle 18:30 con l’aperitivo di benvenuto.

La serata si svolgerà con le visite guidate dei vigneti e della cantina, della barricaia e alla scoperta della filosofia produttiva della famiglia Pollara, che da generazioni coniuga tradizione e innovazione: “Facciamo enoturismo da diversi anni ma ogni edizione di Calici di Stelle ci racconta sempre qualcosa di nuovo  – afferma Pietro Pollara,  agronomo dell’azienda – quest’anno siamo particolarmente felici perché coincide con la nostra prima vendemmia totalmente in biologico, un piccolo passo in più che conferma il lavoro fatto in questi anni”.

Alle 21 la degustazione si sposterà sui prati della piscina dell’azienda dove ci sarà modo di assaggiare i prodotti tipici delle aziende del territorio corleonese e promette un’esperienza completa con spettacoli musicali dal vivo e intrattenimento: “Calici di Stelle è per noi un’occasione per condividere la cultura del vino, la passione per il nostro territorio e l’emozione di un momento di bellezza autentica – afferma Leoluca Pollara, responsabile marketing dell’azienda – Ogni anno accogliamo appassionati, turisti e amici per brindare insieme sotto le stelle”.

Una selezione di vini guiderà i partecipanti in un vero e proprio viaggio sensoriale: dalle sfumature contemporanee di Ridente Angelica Grillo e Ridente Orlando Syrah all’eleganza del Bianca di Corte (Inzolia – Chardonnay) e del Quattro Canti (Merlot e Cabernet Sauvignon). In degustazione anche la linea Sophia con i monovarietali Catarratto e Nero d’Avola fino allo spumante Metodo Classico San Loe (da Nerello Mascalese) e la riserva Quercus di Cabernet Sauvignon. Gli ospiti saranno catturati dalle note di artisti locali, creando un’atmosfera festosa e coinvolgente, dalle 19:00 l’Acoustic live music con Trio Band Corleone e poi il Dj Set con Sandro Di Frisco a bordo piscina. 

Per ulteriori informazioni e per prenotazioni:
Tel. +39 091 84 62 922 / +39 091 84 63 512
Cell. +39 320 66 56 471

La Carnia e i PiWi: Roberto Baldovin ha piantato salde radici nel futuro

In Friuli l’Occidente geografico è segnato dal Tagliamento e da una sequenza alpestre molto varia di picchi e valli, a segnare percorsi montani accidentati e più consoni alla pastorizia che non alla viticoltura. Paesaggi emozionanti, segnati dal carsismo, con altimetrie che corrispondono ad aree particolarmente benedette sia da ricchi strati sedimentari minerali – talvolta gessosi – che da forti escursioni termiche, dove l’alveo del fiume non è lontano e garantisce la necessaria riserva idrica. 

È in questo territorio che Roberto Baldovin, ricercatore ambientale e di particolare perspicacia, decide di sviluppare un areale che, parole sue, “è indisciplinato ma tende al classico”, orientandolo per agronomia con l’introduzione dei vitigni resistenti, i PiWi, dall’acronimo tedesco che inquadra una intera famiglia di specie di viti resistenti agli agenti patogeni fungiformi. Varietà ben radicate ormai tra l’Alsazia e le Alpi Austriache fino al nostro Alto Adige, dove sono sempre più diffuse.

Affascinato dalle ibridazioni PiWi che consentono di ridurre gli interventi protettori su base chimica delle viti, Roberto studia e sperimenta, tra instancabili analisi di laboratorio e dati dalla sua stazione meteo, ottenendo infine l’autorizzazione regionale a coltivare, nel territorio di Forni di Sopra, vitigni come il Solaris, il Sauvignon Kretos, e il Soreli. A questi si aggiungono più di recente altri PiWI come Julius, Merlot Kanthus, Nermantis, Cabernet Cortis, e le versioni “resistenti” di Pinot – ma è una storia che racconteremo presto in futuro. 

L’idea era combinare la resistenza delle specie vinifere, la loro incredibile capacità di fotosintesi delle foglie, alle difese naturali del territorio da temperatura bassa a fortissima ventilazione, per raccogliere tutta la ricchezza biologica degli acini nei mosti.

Dapprima con la sua propria cantina omonima, poi con i due soci in Cantina 837 (numero dell’altitudine geografica della cantina), ha creato vini fermi e vini frizzanti *sur lies*. Questi ultimi rifermentano in bottiglia grazie alla preservazione di una minima quantità di lieviti che, rimanendo in attività, prevengono ogni degradazione e aggiungono bollicine in maniera assolutamente autonoma.

A ciò si unisce la sapiente scelta di botti francesi e americane, a combinare i risultati in cantina nell’armonia di gusto ricercata dall’autore. Siamo in una forma artistica, poetica, della creazione di referenze il cui gusto è non solo originale e incontaminato, ma identitario di un territorio che cresce in notorietà di pari passo al crescere del gradimento dei vini da vitigni resistenti.

Cantina 837 e Roberto Baldovin hanno presentato la scorsa settimana in anteprima, a un ristretto gruppo di partecipanti, la produzione 2024, consentendone la degustazione presso la loro enoteca e anche in alpeggio nelle loro tenute.

Proprio in questi giorni si è svolto infatti, a Forni di Sotto, il “Simposio Adâlt”, evento coordinato anche da Roberto Baldovin, a cui partecipano produttori PIWI di tutto il mondo e che intende far scoprire il territorio della Carnia trattando di sviluppo sostenibile, di viticoltura in montagna, di sperimentazioni e nuovi incroci: https://simposio.fornidisotto.com

Parliamo quindi della Carnia e dei suoi vini bianchi d’eccezione per gusto rotondo e complesso, generati da rese basse e selezioni molto accurate.  Il frizzante “Esmeraldo” (premiato con la Medaglia d’Oro ai PiWi Awards) di Roberto Baldovin vede il Sauvignon Kretos affermare una bella ed elegante persistenza di frutti tropicali e pesche gialle, accompagnata da sentori di lieviti ed erbe di montagna. 

Il gemello di processo, di Cantina 837, è il  “Prinzípi”, interprete del Solaris, un clone del tedesco Ührling della famiglia dei Riesling: bocca voluminosa e soddisfacente, ad accompagnare il gusto di un’amplissima gastronomia bianca.

Tra i fermi, eccelle la comparazione dei bianchi da uve Solaris, ossia tra “Vicus” di Cantina 837 e “PriMo” di Roberto Baldovin, dove Vicus esprime la ricchezza minerale del territorio e il suo donarsi al gusto originale, PriMo rappresenta di contrappunto l’arte e la poesia della creazione in cantina: a partire dalla esasperata selezione degli acini, fino a quella leggera macerazione in più sulle bucce che ne determina un corredo aromatico e gustativo inimitabile come il suo colore di delicata ambra.

Andiamo a gustare quindi il “Vant”, ultimo nato di Cantina 837 ed espressione del Sauvignon Kretos in purezza. Siamo molto vicini agli aromi e al corredo gustativo del Sauvignon neozelandese, con una distanza marcatissima dagli omologhi francesi. Si privilegiano profondità e mineralità, accantonando le forti insorgenze aromatiche. Bello davvero per colore, olfatto e gusto, tutti a esprimere la bellezza degli alpeggi della Carnia.

Lo segue il “Mezán”, blend di Sauvignon Kretos e di Solaris per Cantina 837, immaginato in proporzioni sempre mutevoli e degne numericamente del “Rasoio di Occam”: ogni annata degustata esprime il crescendo della sintesi di queste due incredibili uve, spinte da una biologia ricchissima, bene amministrata tra botte e anfora in cemento, e lasciata pressoché incontaminata a offrire gusti fruttati e di pietra focaia immersi in flussi erbacei alpestri.

Lasciamo il podio della degustazione ad “Artemis”, il vino che Baldovin dedica ad Andromaca e alla sua languida sofferenza per il destino di Ettore. Questo vino è forse la sintesi poetica delle sue idee, disegnando combinazioni cangianti di Solaris e Sauvignon Kretos con il Soreli, un ibrido originalmente friulano da Ribolla Gialla, Malvasia e – appunto – Friulano a definirne l’imparentamento con la Doc Collio Bianco.

Sensazionali note di mela e pesca gialla si alternano a cremosità quasi tattili di cioccolato bianco unite a sbuffi di fiori d’acacia, invitando al gusto di una boccata persistente e circonflessa da erbe e mentuccia nel finale.

È proprio questo il vino che nella degustazione ci rinvia all’est del Friuli, il Collio, ed è bella la presenza tra i degustanti di Marta Venica, giovane espressione e spin-off della notissima azienda di famiglia Venica & Venica, ad apprezzare il tratto d’unione identitario tra i due estremi del territorio friulano. È una storia che questi giovani produttori scriveranno in contemporanea, ben radicati nel futuro.

A noi resta l’immagine della Carnia, indisciplinata e pur amante del classico, di Roberto Baldovin, a promettere la crescita di queste bellezze gustative originali ed estremamente sintoniche con la natura di quelle altitudini: zone emozionanti che meritano la visita e l’esperienza di ogni appassionato di montagne e di vini.

https://www.cantina837.it

Un rosso per l’estate: Rosso di Montalcino 2021 Corte dei Venti

Con una storia che dura da oltre 3 generazioni e che ha avuto inizio nel 1943, la cantina Corte dei Venti è a pieno titolo una delle realtà più autentiche del gotha del vino senese e che nel tempo, rinnovando sé stessa, non ha perso autenticità e valore.

Il nome lo si deve al lungo soffio dei venti e al loro perdurare, apportando nelle vigne il lungo respiro del Mediterraneo, spazzando via la bruma e creando, pertanto, le migliori condizioni per la viticoltura durante tutto l’arco vegetativo e in fase vendemmiale.

Con cinque ettari vitati in aree collinari dalla ricca presenza argillosa e tre ettari di olivi secolari, tra cui le cultivar Olivastra, Correggiolo e Moraiolo, Corte dei Venti riassume il volto tipico di cantina familiare, immersa nell’armonia della campagna toscana montalcinese, vantando una produzione vitivinicola ed olearia d’eccellenza con il caloroso e genuino senso dell’ospitalità al femminile.

Il Rosso di Montalcino Doc 2021 viene realizzato grazie alle uve di Sangiovese Grosso in purezza, allevate nei tenimenti della cantina in località Piancornello. All’assaggio la veste rosso rubino intenso, con riflessi color granato, danza nella sua stessa luminosità cristallina, indizio di freschezza vibrante e ne descrive traiettorie arcuate e lenti rivoli dotati di buona consistenza.

Le note floreali, di viola appassita e rosa canina, disegnano un quadro olfattivo policromo, dalla calibrata intensità e decisamente complesso. Il ribes nero, la mora di rovo nei loro riconoscimenti fruttati, senza alcuna edulcorazione, cedono il passo alla marasca, con una soglia di riconoscimento odoroso più durevole, ed uno scampolo di coulis di lampone, presto assorbiti da scie di pepe nero e cacao amaro da cui affiora, molto lievemente, il balsamico della radice di liquirizia.

Generoso e materico al sorso, acquisisce subito volume in bocca, genera succulenza e acquisisce verticalità e slancio: l’apertura gustativa è saporita, quasi da kokumi effect, l’astringenza viene letteralmente inghiottita dalla succosa freschezza; si riconfermano i frutti neri e rossi, stavolta anche in presenza di zest di kumquat ben maturo, con il ritorno di una fine tonalità di cacao e un’ancor più sottile idea di tabacco. La chiusura è finissima, leggermente amaricante, e persistente.

Ben 14,5° Vol. e non sentirli, il Rosso di Montalcino, interpretato da Clara Monaci, si beve con agilità; voluttuoso, vellutato, per nulla emaciato, di quelli che restituiscono carnosità, forma e sostanza al corpo del vino, elementi non immolabili sull’altare dell’eleganza conformata. Da bere ad una temperatura leggermente più fredda rispetto ai classici vini da invecchiamento, compresa tra i 12 e 14 gradi, per abbinamenti gastronomici stuzzicanti come un bel caciucco alla livornese.

Ascoltando magari Misty di Sarah Vaughan

Puglia: il rosato “Costiero” di Giustini, la riscossa del Negroamaro del Salento

C’era una volta il Negroamaro, memoria storica dei vitigni pugliesi. Nella cultura popolare l’uva era adatta da sempre alla produzione di vini rosati ricchi di carattere, speziature dolci e sensazioni iodate da vento del Sud. Le sue origini e diffusione traevano spunto dalle splendide sabbie bianche del Salento, dallo Scirocco caldo che sferza incessantemente nella stagione estiva e da un’antica usanza contadina nata per proteggere le viti.

C’era una volta, quindi, l’alberello, ereditato dai Fenici, poi dai Greci e Romani e divenuto in altre zone – come la piccola isola siciliana di Pantelleria – patrimonio UNESCO. In Puglia l’antica forma di allevamento delle piante era sostenuta da paletti (canne), utili a consentire un preciso ordine e una maggiore densità agli impianti.

Ciononostante era ed è considerata una pratica a rischio di scomparsa, perché necessita dell’incessante opera manuale dell’uomo, non in linea con il moderno rapporto costi-benefici di bilancio.

C’era una volta il rosato, ricavato in passato dalla tecnica del salasso dei rossi e, solo di recente, concepito con una precisa identità già sul campo.

Viti giovani, esposizioni fresche e varietà idonee selezionate ad hoc per ottenere la giusta acidità, corroborata dai tipici frutti di bosco e dalla indispensabile piacevolezza di beva.

La favola potrebbe andare avanti all’infinito senza contestualizzare il periodo in cui viviamo. Le mode, le crisi politiche, i mercati impazziti alla ricerca del vino stravagante, spesso inavvicinabile per il consumatore medio. E così i prezzi altalenanti, speculativi, che valorizzano o distruggono in pochi anni identità presenti da secoli nel comparto enologico.

Innovare e resistere, mantenendo la barra dritta fregandosene delle pressioni esterne, non è per tutti. Giuseppe Papadopoli, agronomo, “senatore” della cantina Giustini, coadiuvato in azienda dai figli tra cui il giovane enologo Salvatore, ha sulle spalle un numero di vendemmie perfetto per osservare le bonacce e le tempeste di mare con calma serafica.

L’idea del restyling del rosato da Negroamaro “Costiero”, prima annata targata 2007, deriva dall’esigenza di comunicare con vigore l’impegno e l’amore per la terra, coltivata (come in questa versione) a pochi passi dal Mar Piccolo tarantino, specchio d’acqua famoso per la mitilicoltura e per la presenza di sorgenti sottomarine.

Macerazioni brevissime, mosto fiore che passa dal contenitore d’acciaio alla bottiglia mantenendo integre tutte le sfumature delicate dell’uva. Il Negroamaro, infatti, non si concede a grandi aromi. Cultore e strenuo difensore fu il compianto Severino Garofano, irpino, uno dei padri dell’enologia pugliese che ne riscoprì l’anima nobile e meno rustica.

Il primo prodotto certificato e imbottigliato in Italia in versione rosa, merito di Leone de Castris nel 1943 durante la seconda guerra mondiale, veniva già utilizzato ben prima dalle famiglie locali in maniera artigianale per gli ospiti di casa e le celebrazioni importanti. Esistono bottiglie nascoste e impolverate in cantine dell’inizio del ‘900, alcune persino ancora integre nei sapori. Merito dell’acidità e del gradiente polifenolico che protegge dall’ossidazione.

La degustazione dell’IGP Salento Rosato Negroamaro “Costiero” 2024 narra delle sfumature tipiche del varietale tra ribes e fragoline croccanti, cui seguono nuance speziate di noce moscata e zenzero, per finire verso gradevoli erbe mediterranee con ricordi di timo, elicriso ed arbusti marini arsi dalla calura del sole. Visivamente il panorama delle dune e della vegetazione a macchia è il miglior compagno di giochi del vino, dall’immediata leggibilità, leggerezza e facilità nell’abbinamento gastronomico.

Come, ad esempio, nei finger food proposti dallo chef Giovanni Galiano del ristorante Gàlipa a Francavilla Fontana, segnalato nella Guida Ristoranti Gambero Rosso, con canapé ai gamberi rossi, tartare di polpo e ricotta, parmigianina, salmone e stecco di pescato e lamponi.

Giustini

Indirizzo: Via Pietro Germi, Snc
74027 – San Giorgio Ionico (TA)

Tel: +39 0995330411
Email: info@tenutagiustini.it

A Giungano la XIX Festa dell’Antica Pizza Cilentana: sei giorni di gusto, identità e grande musica popolare

Dal 6 all’11 agosto 2025, il borgo cilentano si accende con la diciannovesima edizione della festa che celebra uno dei simboli più autentici del territorio: l’antica pizza cilentana. Un appuntamento che ogni anno richiama oltre 40.000 persone, tra sapori, tradizioni e concerti sotto le stelle.

Giungano, 30 luglio 2025 – Nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, torna uno degli eventi più attesi dell’estate: la Festa dell’Antica Pizza Cilentana, giunta alla sua diciannovesima edizione. Dal 6 all’11 agosto 2025, il borgo di Giungano si trasforma in un palcoscenico a cielo aperto dedicato alla gastronomia, alla musica popolare e alla valorizzazione delle eccellenze del territorio.

L’evento, organizzato da Pietro Manganelli e Giuseppe Coppola dell’Associazione Cilentum Pizza, continua a crescere, diventando ogni anno sempre più un riferimento per chi desidera riscoprire la vera anima cilentana: quella che profuma di forno a legna, miele locale, formaggi contadini, ortaggi dell’orto e zeppole fritte appena fatte.

“La festa non è solo un evento gastronomico – spiega Pietro Manganelli – ma un momento collettivo di riscoperta culturale e sociale. Mettiamo al centro la nostra pizza cilentana come simbolo identitario, ma con lei raccontiamo tutto un mondo fatto di artigianalità, comunità e rispetto per le nostre radici.”

Giuseppe Coppola aggiunge: “Abbiamo costruito un appuntamento che ogni anno unisce migliaia di persone, ma senza perdere l’autenticità. È un lavoro lungo mesi, che si concretizza in sei giorni di festa vera. Non c’è cilentano che non si senta a casa a Giungano in quei giorni.”

Il menù della Festa

L’antica pizza cilentana è protagonista, preparata con lievitazioni lente, ingredienti semplici e tanto sapere tramandato. Ma non è sola: lagane e ceci, mulegnane mbuttunate, scauratieddi, patate cu a cauzodda, fusilli, antipasti cilentani e dolci come le zeppole cresciute, preparati dalle signore del paese, raccontano un Cilento che si gusta con il cuore.

Forno ospite ogni sera

Ogni sera, al fianco dei forni tradizionali, ci sarà un forno ospite d’eccezione, con importanti pizzaioli chiamati a interpretare l’antica pizza cilentana con la loro visione e maestria:

Pizzeria Mo Veng, Battipaglia

Antica Pizzeria Da Michele

Pizzeria Don Antonio 1970, Salerno

Pizzeria Da Zero, Milano

Pizzeria I Borboni, Pontecagnano

Pizzeria O Scialone, Capaccio Paestum

Anche per i celiaci è previsto un forno gluten free a cura di Fioreglut Mulino Caputo, con diverse pizzerie specializzate pronte a offrire il gusto della tradizione senza rinunce.

Musica, emozioni e Premio Nazionale Giungano Cilentum

Ogni sera ci saranno laboratori sulla storia culinaria del territorio e, per la prima volta, Alfonso Del Forno sarà presente con il “Cumpari Podcast”.

Sotto la direzione artistica di Michele Pecora, la festa offre ogni sera un grande concerto gratuito. La musica popolare incontra l’autoriale, la tradizione si fonde con la contemporaneità in una programmazione che accende le piazze e fa danzare le persone.

In collaborazione con Melissa Di Matteo, il programma musicale diventa un vero viaggio culturale.

Ospiti di questa edizione:

6 agosto: Ciccio Nucera, tamburi e tarante calabresi

7 agosto: I Beddi, folk siciliano

8 agosto: Tanuccio Corona, voce del Cilento

9 agosto: Eugenio Finardi, leggenda della musica d’autore

10 agosto: Roberto Colella, solista dei La Maschera

11 agosto: Dadà, voce potente e sperimentazione

Il programma sarà arricchito da spettacoli itineranti, canti e balli popolari nel borgo, degustazioni tematiche e momenti di confronto culturale.

Durante la serata finale verrà assegnato il Premio Nazionale Giungano Cilentum, riconoscimento dedicato a personalità che hanno saputo raccontare, preservare e innovare la tradizione popolare cilentana e italiana.

Cibo, cultura e sostenibilità

La festa è Plastic Free, accessibile a tutti, con opzioni Gluten Free e con un’attenzione crescente alla sostenibilità e all’inclusione.

I biglietti si acquistano sul posto o online sul sito ufficiale: www.cilentumpizza.it

Non solo pizza: il mercato del gusto

Tra uno spettacolo e una tammurriata, sarà possibile acquistare miele artigianale, formaggi locali, ortaggi di stagione, dolci tipici e altri prodotti del Cilento autentico, direttamente negli stand degli artigiani del gusto.

Evento promosso con il patrocinio di: Regione Campania, Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, Comune di Giungano.

Un ringraziamento speciale va a tutti i sostenitori: Agrosystem, Aristea, BCC Aquara, BCC Capaccio Paestum, Cilento Delizie, Coca Cola, Convergenze, DI Sessa, Fioreglut Mulino Caputo, La Regina San Marzano, Madant Frutta, Mulino Caputo, Olio Stilla, Paestum Service, Peroni Nastro Azzurro, Planet Horeca Specialist, Royal Paestum, SaCar Forni.

Social media partner: Postcardfrom Cilento, la guida gratuita da tenere sempre con te.

Vi aspettiamo dal 6 all’11 agosto a Giungano per una festa che è tradizione, ma anche futuro. Perché l’antica pizza cilentana non è solo cibo: è cultura che unisce.

Info utili

Dove: Giungano (SA)

Quando: Dal 6 all’11 agosto 2025

Info e programma completo: www.cilentumpizza.it

Marche: Verdicchio di Matelica Wine Festival 2025

Viaggio a Matelica tra storia, paesaggio e un vino che racconta la montagna marchigiana

C’è un angolo delle Marche che non somiglia al resto della regione. Una vallata chiusa, stretta tra la dorsale appenninica e i rilievi umbro-marchigiani, dove il clima si fa continentale e la viticoltura si è adattata a forti escursioni termiche, a venti che puliscono l’aria, a suoli complessi e minerali. Questo angolo si chiama Matelica, ed è qui che nasce uno dei vini bianchi italiani più longevi e strutturati: il Verdicchio di Matelica.

Il Verdicchio di Matelica Wine Festival 2025, che si è tenuto dall’11 al 13 luglio, è stata l’occasione perfetta per comprendere meglio il territorio ed i suoi attori protagonisti. Diciotto cantine protagoniste, decine di etichette in degustazione, masterclass, visite in vigna e momenti conviviali nel cuore del borgo: un festival pensato non solo per celebrare un vino, ma per raccontarne l’identità e la terra da cui proviene.

Un vino montano

Il Verdicchio di Matelica si distingue da quello dei Castelli di Jesi, suo parente più celebre e diffuso. Qui, a oltre 350 metri di altitudine, le escursioni termiche tra giorno e notte incidono profondamente sul profilo aromatico dell’uva, regalando ai vini acidità vivace, struttura importante e una capacità di invecchiamento sorprendente.

A spiegarlo con chiarezza e passione è stato Roberto Potentini, enologo della Cantina Belisario dal 1988, che dal Monte Vicinale, uno dei punti panoramici più alti del comprensorio, ha posto l’attenzione sull’intera sinclinale Camerte, la grande vallata appenninica che ha nel centro proprio la città di Matelica. “Bisogna vedere la valle da quassù” – afferma Potentini – “per capire davvero perché qui nasce un vino così unico: le due catene montuose proteggono e definiscono un microclima irripetibile”.

Un cambio epocale: nasce la MATELICA DOC

Tra i momenti più significativi dell’edizione 2025, c’è stata la presentazione ufficiale della nuova denominazione che segna una vera e propria svolta identitaria per il territorio: a partire dal prossimo anno, il Verdicchio di Matelica DOC cambierà nome e diventerà semplicemente Matelica Doc. Un atto di coraggio e consapevolezza, volto a rafforzare il legame tra il vino e il suo luogo d’origine, accorciando la distanza tra territorio e consumatore, e restituendo centralità a un nome che da solo evoca storia, autenticità e qualità.

La nuova denominazione arriva a 58 anni dalla costituzione della Doc stessa, avvenuta nel 1967, e si fonda su un’identità pedoclimatica precisa, che coinvolge otto comuni. Come ha ricordato Raimondo Turchi, promotore dello studio per la valorizzazione di Matelica patrimonio mondiale UNESCO, “la vallata è un unicum geologico e climatico in cui il Verdicchio trova una vocazione straordinaria e inconfondibile. Tutto il territorio partecipa di questa identità: la viticoltura non è isolata, ma è il cuore di un ecosistema umano e culturale”.

Una masterclass tra le annate: la longevità come cifra identitaria

Nel pomeriggio di sabato 12 luglio, nel Foyer del Teatro Piermarini, si è svolta la degustazione orizzontale e verticale che ha attraversato il tempo e le diverse espressioni stilistiche del Verdicchio di Matelica. Diciotto etichette, selezionate per rappresentare al meglio il valore del territorio: dalla freschezza giovanile delle annate più recenti fino all’eleganza matura di vecchie vendemmie.

Tra i campioni più sorprendenti:

  • Matelica DOC “Le Cime Basse” 2022 di Balzani ha stupito per la sua profondità minerale e un ingresso sapido quasi “prepotente”, giocato su note di fiori appassiti e mandorla.
  • “Tre Monti” 2021 ha mostrato grande equilibrio tra ricchezza e finezza, con profumi di albicocca e agrumi.
  • Mirum 2016 della Monacesca ha confermato tutta la capacità di evoluzione del vitigno, con una beva ancora viva, complessa e pulita.
  • Cambrugiano 2016 di Belisario ha sfoggiato eleganza e compostezza, una prova brillante di equilibrio tra freschezza e struttura.
  • Colpaola 2015 è apparso clamorosamente giovane e vibrante, grazie anche al tappo a vite, a dimostrazione di come l’altitudine possa regalare vini longevi e coerenti.
  • Gagliardi “Maccagnano” 2013 ha colpito per integrità e freschezza, nonostante i dodici anni sulle spalle.
  • Gegè 2011 dei Cavalieri ha chiuso la rassegna dimostrando che il Verdicchio di Matelica, anche quando evolve, continua a raccontare qualcosa di prezioso, vivo e personale.

Una degustazione che ha restituito l’immagine di una denominazione matura, consapevole, capace di affrontare il tempo con la forza della sua identità.

Radici profonde

Per comprendere appieno la portata di questo territorio, occorre risalire alle origini della viticoltura matelicese. È una storia che parte da lontano, addirittura nel 1932, quando per volere del regime fascista nacque quella che oggi conosciamo come Cantina di Matelica. Allora si chiamava Enopolio, ed era stata pensata per gestire l’ammasso forzato delle uve. La sua posizione, vicina alla stazione ferroviaria, rispondeva a una logica logistica: facilitare il trasporto delle masse vinicole verso i centri di commercializzazione.

Negli anni ’50 e ’60 la cantina divenne un punto di riferimento per tutta l’area, arrivando a gestire fino a 40.000 ettolitri di vino. Il passaggio da volume a valore è avvenuto nel tempo, con la nascita dell’attuale cooperativa nel 1978, sotto la guida della prima presidente, Giovanna Censi Mancia, pioniere del mondo agricolo locale. Oggi la cooperativa conta oltre 180 soci, per una superficie vitata di circa 120 ettari e una produzione media di 10.000 ettolitri. Di questi, 200.000 bottiglie rappresentano la selezione di punta: Verdicchio di Matelica DOC, Verdicchio Riserva DOCG, Marche IGT Rosso e Colli Maceratesi DOC.

Cultura e accoglienza

Il festival non è stato solo vino. Venerdì 11 luglio l’accoglienza si è svolta nel foyer del Teatro Piermarini, un piccolo gioiello architettonico che ha ospitato anche la conferenza del sabato mattina, dedicata all’identità del Verdicchio di Matelica e al percorso che ha portato alla nuova denominazione. Un’occasione per ascoltare produttori, istituzioni e tecnici confrontarsi su presente e futuro di una denominazione che oggi guarda oltre i confini regionali, puntando su qualità, autenticità e narrazione.

Le visite in cantina hanno offerto il contatto diretto con la materia prima e con chi, vendemmia dopo vendemmia, custodisce il patrimonio enologico della vallata. Da chi vinifica in acciaio per esaltare freschezza e precisione, a chi osa l’affinamento in legno o in anfora per tirare fuori la complessità più nascosta del Verdicchio.

Una identità unica

Tornando da Matelica, resta impressa la sensazione di aver scoperto un microcosmo ancora poco conosciuto ma straordinariamente ricco. Qui il vino non è solo prodotto agricolo: è paesaggio, è comunità, è memoria. È una voce che parla la lingua della montagna ma si fa capire ovunque, perché è autentica. Il Verdicchio di Matelica – o forse dovremmo già dire il Matelica DOC – non ha bisogno di urlare. Gli basta invecchiare bene, per raccontare la sua verità.

Molise: chi dice Tintilia dice Claudio Cipressi

La riscoperta della Tintilia in Molise la si deve a Claudio Cipressi, storico produttore vitivinicolo in questo meraviglioso lembo di Molise. Un vigneron che ha cercato di riportare in vita l’antico vitigno autoctono dalla bassa resa produttiva che rischiava l’estinzione.

La nuova cantina risale al 2014. Si trova a poca distanza dal piccolo e grazioso borgo di San Felice del Molise, uno dei tre comuni del Molise di lingua e cultura croata, in provincia di Campobasso, ma già produceva vino sin dal lontano 2003.

La tenuta vanta oggi 16 ettari vitati di cui 13 dedicati esclusivamente a questo singolare vitigno autoctono. I rimanenti invece: Montepulciano, Falanghina e Trebbiano. Territorio collinare caratterizzato da un paesaggio boschivo di rara bellezza, punteggiato da piccoli comuni arroccati sulle sommità dei rilievi, dove la Tintilia ha trovato e ritrovato il suo habitat ideale, capace di dare origine a vini di elevata qualità e spiccata piacevolezza di beva.

Claudio Cipressi coltiva, però, anche alcuni ettari di ulivi per arricchire l’offerta dei propri prodotti di qualità. La Cantina è moderna e funzionale con attrezzature moderne e all’avanguardia. Le vigne sono posti ad una altimetria che varia dagli oltre 400 ai quasi 700 metri e le escursioni termiche sono forti e beneficiano delle brezze marine. I vini sono ottenuti esclusivamente da agricoltura biologica, con trattamenti non intensivi.

Falanghina Settevigne Igt Terre degli Osci 2023 – Giallo dorato brillante, emana sentori di fiori di campo, cedro, lime, pesca e albicocca il sorso è vibrante, saporito e duraturo.

Collequinto Dop Tintilia del Molise Rosato 2024 – Rosa tenue, sprigiona sentori di iris, fragola, frutti di bosco e pompelmo rosa, al gusto è fresco, pieno ed appagante. 

Settevigne Dop Tintilia del Molise 2016 – Rosso rubino, dalle sfumature granate, rivela sentori di prugna, ciliegia,  fragola,  erbe aromatiche e spezie dolci, al palato è vellutato, armonioso, setoso e persistente.

Macchiarossa Dop Tintilia del Molise 2017 – Rubino profondo, sviluppa sentori di amarena, prugna, note balsamiche e pepe nero, sorso, coerente, avvolgente e profondo. 

Tintilia 66 Dop Tintilia del Molise 2019 – Rosso granato intenso, con note di frutti di bosco, sottobosco, liquirizia, menta e spezie orientali, al palato è morbido, armonioso, generoso e suadente.

Cronache dall’Alto Adriatico – Friuli Colli Orientali: focus su Richenza Vigna Petrussa

(Con dedica a Gianmarco Nulli Gennari, epicureo esistente e resistente)

Di recente abbiamo assistito alla presentazione dell’ultimo libro di Massimo Carlotto e il privilegio di cenare allo stesso tavolo. Parlando in generale di letteratura e dei reciproci gusti, è uscito un aspetto che ci ha sorpreso (probabilmente non avrebbe dovuto). Lo scrittore riceve innumerevoli testi di persone in cerca d’affermazione e a suo dire, i più interessanti provengono da autrici. Data la sua inequivocabile esperienza gli crediamo senza dubitarne, ma la cosa ci ha fatto riflettere poiché da forti lettori al maschile dovremmo trarne insegnamento, e perché pensiamo la medesima cosa riguardo al mondo del vino.

Negli ultimi anni, le nostre esperienze più suggestive sono frutto di una declinazione al femminile. Sarà perché nella produzione del vino sono necessarie determinazione, coraggio, tenacia, integrità, peculiarità che unite ad una grande sensibilità emotiva le donne ne sono molto più dotate? Aspetto decisamente importante nel momento in cui il vino ha perso la caratteristica di alimento per tramutarsi in veicolo di gratificazione e creatore di emozioni.

Non facciamo mistero di credere fermamente che in passato – e in parte anche oggi? – non fosse semplice per una “lei” produrre del vino senza subirne le conseguenze, come del resto è accaduto per tante altre questioni. Gli ostacoli di un gretto pensiero machista che solo l’uomo fosse in grado di creare un fermentato d’uva degno di questo nome poteva giungere a rifiutarsi a lavorare per esse.

È ciò che accade a Giuseppina Busolini Petrussa, la mamma di Hilde proprietaria di Vigna Petrussa e ora affiancata nella conduzione dell’azienda dalla figlia Francesca, che si ritrovò a essere viticoltrice per necessità. Eredita la parte spettante dei vigneti alla morte del padre, proseguendo la coltivazione fino a quando nel 1963 rimane vedova.

Non trova nessun uomo italiano disposto a lavorare per lei in quanto ha la grande colpa di essere una donna ed è costretta a varcare un confine solo mentale e recarsi  in Slovenia dove inizia la collaborazione con la famiglia del signor Beppi, gli unici in zona disposti ad aiutarla nei lavori sia in vigna che in cantina. Un legame che vive tutt’oggi, dopo tre generazioni, attraverso la figlia Marina, e la nipote Petra.

Il marchio attuale di Vigna Petrussa risale al 1996, ma in precedenza i vini erano etichettati col nome completo di Giuseppina.

Questa produzione di vino al femminile ha oramai circa sessant’anni, vocata soprattutto allo Schioppettino. Il vitigno completamente distrutto dalla fillossera era ritenuto estinto fino a quando rinasce nel 1970 con la scoperta di una decina di piante sopravvissute che furono l’occasione di un rilancio. Nella zona del comune di Prepotto, nella Valle dello Judrio, trova il suo luogo d’eccellenza in terreni costituiti essenzialmente da ponca, strati alternati di marna e arenaria formatesi in periodo eocenico.

La versione che ne fa Vigna Petrussa, un vino meritatamente premiato, lo abbiamo assaggiato e molto apprezzato, durante il recente press tour internazionale sull’Alto Adriatico organizzato e voluto dal giornalista e scrittore Paul Balke.

Tuttavia, a ribadire la pluralità del gusto degli esseri umani e l’esistenza di vini emozionanti a prezzi contenuti, siamo qui a parlare di un altro vino che a nostro avviso è ancora troppo sottovalutato, e che ci ha turbato e stupito per l’eleganza: il Richenza.

Il nome Richenza è un tributo a una nobildonna del popolo germanico dei Longobardi, che si insediarono in Friuli nel 568 d.C., stabilendo nella Cividale dell’epoca la capitale del loro ducato, il primo del Longobardi in Italia. A palesare il legame che Vigna Petrussa intende avere con essi anche un altro vino è a loro dedicato: Desiderio, un bianco da dessert che omaggia l’omonimo re che ha regnato dal 757 al 774 d.C.

E soprattutto lo stemma presente nell’etichette dei vini reca l’immagine di un elmo guerriero longobardo, attualmente conservato presso il Museo Archeologico di Cividale.

Richenza è un blend, o cuvée che dir si voglia, voluto da Hilde Petrussa nel 2000, composto da Friuliano, Malvasia Istriana e Riesling Renano, da uve che effettuano una vinificazione separata con pressatura soffice. Il Riesling proveniente da vigneti con 55 anni di vita, effettua la maturazione in vasca di acciaio per 24 mesi; il Friuliano almeno 7 mesi di botte usata da 30 ettolitri; la Malvasia Istriana da vigneti trentennali, viene elavata in barrique usata per 24 mesi. Successivamente i vini vengono assemblati e affinati per un ulteriore anno in bottiglia.

Fin dal primo sorso ci siamo sentiti estromessi, e ciò che il Richenza 2022 e il nostro intimo si son detti ci è ignoto: lo accettiamo come un atto privato fra il nostro lato femminile e quello di chi l’ha concepito, rispettando il ruolo a noi riservato di vettori e latori di sensazioni olfattive e percezioni palatali palesate (perdonateci l’allitterazione cercata).

Un bouquet complesso, avvolgente, ammalia l’evidenza di una polpa di frutta matura dove crediamo di riconoscere la peche de vigne, l’albicocca, e una succosa susina. Si arricchisce poi di sensazioni morbide di vaniglia e di frutta secca sotto miele, e sullo sfondo qualche traccia di nota vegetale. Al palato è ricco, polputo ma restando un vino decisamente secco la cui morbidezza non si concede a nessuna sgradita dolcezza, con un sorso teso e di grande beva, dotato di personalità e lunga persistenza, e di un inatteso ma del tutto logico finale dedicato al minerale.

Ora, se fosse un vino interamente declinato al fruttato non l’avremmo particolarmente apprezzato perché ciò non rientra nelle nostre preferenze, ma l’eleganza, la finezza e tutto il resto qui incluso ci fa invocare a un fuoriclasse, che ci ha segnato e insegnato molte cose ignave a noi maschietti. E giacché nel mondo la bellezza è ovunque presente ma spesso non riconosciuta oppur non suscita interesse, a noi compete il ruolo di rilevarla e rivelarla laddove la s’incontra.

Sorrento: torna Calici di Stelle

Anche quest’anno Cantine De Angelis, in collaborazione con il Relais Regina Giovanna, organizza “Calici di stelle”, l’evento enogastronomico dell’estate che punta a valorizzare il territorio di Sorrento attraverso il vino.

Lunedì 4 Agosto alle ore 19 il relais sorrentino apre le sue porte per accogliere wine lovers, appassionati del territorio e chi desidera vivere un’esperienza immersiva fatta di buon vino, cucina autentica e musica dal vivo.

La serata inizia con una suggestiva passeggiata al tramonto nei vigneti che circondano la struttura: un’occasione rara per entrare in contatto diretto con la natura e con le radici dei vini di Cantine De Angelis, coltivati e vinificati proprio a Sorrento. L’aperitivo sarà accompagnato da una bruschetta e un calice di Sorrento Bianco DOC, perfetto per aprire le danze del gusto.

Il cuore dell’evento sarà una cena a buffet all’aperto tra stand enogastronomici con prodotti e vini a kilometro zero. Gli ospiti potranno assaporare la cucina con prodotti dell’orto del Relais attraverso diversi angoli gastronomici: il pane artigianale, i fritti, le verdure di stagione, i salumi e i formaggi campani, e naturalmente un’ampia proposta di pizze napoletane di vari gusti, incluse le tradizionali pizze di scarole e pizze di pasta.

Ma i veri protagonisti saranno i vini di Cantine De Angelis: un percorso di degustazione che abbraccia 9 etichette tra DOC, DOP e IGP, tutte vinificate nel cuore di Sorrento. Dal Kalliope 2019 al Gragnano DOP Regina Margherita, passando per i Lacryma Christi del Vesuvio DOP il bianco Gaius, il rosso Plinius e il rosato Drusilla, fino ai due Aglianico campani – Bianco del Tasso e Nero del Tasso.

Ad accompagnare l’esperienza sensoriale, le note dal vivo dei Quattro Quarti, un ensemble che intreccia jazz, swing e melodia italiana, perfetto per una serata estiva sotto le stelle. A chiudere l’evento, il gelato artigianale firmato Ikigai, eccellenza campana di Massa Lubrense, che renderà il gran finale dolce e indimenticabile.

Calici di Stelle non è solo un evento, ma un viaggio tra i sapori e i paesaggi più autentici di Sorrento. Un invito a riconnettersi con la terra e con il bello, in una cornice dove ogni dettaglio racconta la passione di chi crede davvero nel territorio.

L’evento è proposto da Movimento Turismo Vino e gode del patrocinio di Ais Campania – Penisola Sorrentina e Capri.

Programma completo e Prevendite online: www.cantinedeangelis.com/calici-di-stelle-sorrento