Il villaggio operaio di Crespi d’Adda, un sogno industriale divenuto Patrimonio UNESCO

Dietro le mura ordinate e le strade silenziose del villaggio operaio di Crespi d’Adda si nasconde una storia di visione e coraggio imprenditoriale. Una storia che porta il nome di una famiglia capace di trasformare un’idea in un modello sociale unico, anticipando di decenni i temi del welfare e della dignità del lavoro.

Collocato tra Milano e Bergamo, in una piccola valle tra il fiume Adda e il suo affluente, il Brembo, Crespi d’Adda è un villaggio operaio progettato tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, quando in Italia nasceva l’industria moderna, per garantire case e servizi agli operai del cotonificio dei Crespi: un raro esempio di utopia industriale concretizzata, dove lavoro, vita e comunità si intrecciavano in un progetto visionario e armonico.

Case ordinate, tutte uguali, con giardino e orto. Una scuola, una chiesa, un teatro, persino un lavatoio pubblico con l’acqua calda. Il concetto era chiaro: se l’operaio vive bene, lavora meglio. E in questo equilibrio tra produzione e vita privata, tra industria e comunità, si rifletteva una visione paternalistica ma anche profondamente innovativa.

Nel 1878, quando iniziarono i lavori per la costruzione del villaggio qui non c’era praticamente nulla: solo boscaglia e qualche robinia.

I terreni vennero acquistati da Cristoforo Benigno Crespi, imprenditore tessile originario di Busto Arsizio, che conosceva bene la zona: qualche anno prima aveva tentato di avviare un’attività industriale a Vaprio d’Adda, poco distante.

Quella che inizialmente sembrava una sfida ambiziosa si trasformò ben presto in un progetto visionario, grazie soprattutto all’opera che portò avanti suo figlio Silvio: la creazione di un villaggio operaio che non fosse un semplice luogo dormitorio, ma una vera e propria comunità autosufficiente. Per realizzare questa visione, Crespi decise di dotare il villaggio di una serie di servizi fondamentali.

Uno di questi fu la scuola, oggi sede del Visitor Center UNESCO. Sulla porta campeggia ancora la scritta: Scuole Asilo S.T.I. L’istruzione, per la famiglia Crespi, era un valore centrale: volevano che ogni membro della comunità fosse in grado di leggere, scrivere e far di conto. Le prime generazioni di operai erano in gran parte analfabete, ma i loro figli iniziarono tutti a frequentare la scuola fino alla quinta elementare.

Le maestre erano scelte direttamente dai Crespi e assunte come dipendenti dell’azienda. Al termine del percorso scolastico, i bambini potevano decidere se iniziare subito a lavorare in fabbrica oppure, se particolarmente meritevoli, proseguire gli studi.

Di tutti le costruzioni presenti nel villaggio, la chiesa è sicuramente quella più particolare. Non rispecchia l’architettura degli altri edifici: il suo stile ricorda quella rinascimentale di Bramante, una scelta che richiama la chiesa di Busto Arsizio, paese d’origine della famiglia Crespi, alla quale erano profondamente legati.

Inizialmente costruita come cappella del villaggio, era destinata alla celebrazione delle messe festive e feriali. Con il passare del tempo, la chiesa assumerà un ruolo sempre più centrale nella vita religiosa della comunità, diventando prima vicariato parrocchiale e poi, nel 1983, parrocchia a tutti gli effetti.

Proprio di fronte alla chiesa si trova il cosiddetto “castello”, l’edificio che fungeva da dimora di rappresentanza della famiglia Crespi. I proprietari non vivevano stabilmente nel villaggio, ma a Milano, in via Borgonuovo. Quando necessario, si trasferivano temporaneamente al “castello”. Per facilitare le comunicazioni tra Milano e Crespi, fecero installare una linea telefonica diretta: la prima di tutta la zona.

Per quanto riguarda gli edifici del villaggio, all’inizio, nel 1878, esistevano solo i caseggiati. Successivamente vennero costruite le villette monofamiliari e bifamiliari: abitazioni molto ampie, pensate per accogliere famiglie numerose, com’era comune all’epoca.

La colorazione delle facciate arrivò solo in un secondo momento, durante il periodo fascista. Quelli che oggi appaiono come curati giardini erano, in origine, orti destinati all’autosostentamento. Il bagno si trovava nel retro, in un piccolo edificio separato. Nonostante la semplicità, tutte le abitazioni erano dotate di acqua corrente ed elettricità, un dettaglio non scontato per quei tempi.

Le case venivano affittate agli operai della fabbrica a un prezzo simbolico, detratto direttamente dallo stipendio. Un modo per ricordare loro che la casa era legata al lavoro: si poteva mantenerla solo finché si era impiegati nell’azienda.

Negli anni Venti, dopo la Grande Guerra, le condizioni dei lavoratori migliorarono. Iniziarono ad avere del tempo libero e venne istituito il dopolavoro, uno spazio dove ritrovarsi, giocare a carte, bere qualcosa a bassa gradazione alcolica e socializzare. Il tempo libero era comunque organizzato: il villaggio offriva impianti sportivi, un velodromo, una banda degli operai finanziata dai Crespi (che fornivano anche gli strumenti musicali) e persino una piccola compagnia teatrale.

Accanto alle abitazioni erano stati predisposti dei lavatoi, per evitare alle donne la fatica di andare a lavare al fiume. Il lavatoio era anche un luogo di socialità femminile, e disponeva di acqua riscaldata, come i bagni pubblici, dove si poteva accedere a una piccola piscina e alle docce calde.

Dopo le abitazioni destinate agli operai, il villaggio prevedeva un’area riservata agli impiegati. Queste case riflettevano una condizione sociale leggermente superiore. Più curate e più recenti, vennero edificate negli anni ’20 e si distinguono per dettagli come tapparelle, terrazzini e sottogronda dipinti, segni di maggiore eleganza. Nulla però a che vedere con le ville dei dirigenti, collocate nella zona più appartata: residenze singole, molto più articolate, ciascuna diversa dalle altre e circondate da ampi giardini.

Questa disposizione degli edifici rispecchiava fedelmente l’organizzazione interna dell’azienda.

Ogni abitazione, ogni spazio, raccontava il ruolo che ciascuno ricopriva nella fabbrica, in un sistema dove lavoro e vita quotidiana erano profondamente intrecciati. Questa forte identificazione con il proprio mestiere emergeva anche nei momenti più solenni, come negli epitaffi delle tombe.

Uno in particolare, dedicato a un capo officina, recita:

“Forte e instancabile lavoratore, meccanico valente, capo officina, si acquistò stima dai superiori e ammirazione dai conoscenti.” Un tributo che non celebra solo la persona, ma anche il ruolo che ha incarnato con dedizione.

Per comprendere appieno il senso di questo luogo, è necessario raccontare la storia della famiglia Crespi, soprattutto, come già dicevo, del figlio del fondatore: Silvio Crespi.

Nacque a Milano nel 1868. Dopo la laurea in giurisprudenza a soli ventun anni, volò in Inghilterra per studiare da vicino l’evoluzione dell’industria cotoniera. Tornato in Italia, nel 1889 entrò nell’azienda di famiglia, assumendone presto la guida.

Tenace e instancabile, Crespi non si limitò a dirigere la fabbrica: fu protagonista in campo industriale, politico e finanziario. Pubblicò studi sulla sicurezza sul lavoro, guidò l’Associazione Cotonieri, sedette nel Consiglio Superiore dell’Industria e del Commercio. Alla presidenza della Banca Commerciale Italiana e dell’Automobile Club d’Italia, consolidò il suo ruolo di leader.

In Parlamento, da deputato e senatore liberale cattolico, si batté per l’industria e per i diritti degli operai. Dopo la Grande Guerra, il governo lo nominò ministro plenipotenziario, riconoscendo il peso di una figura che aveva saputo coniugare impresa, innovazione e responsabilità sociale.

In collaborazione con gli architetti Ernesto Pirovano e Pietro Brunati, Silvio contribuisce a definire l’assetto definitivo di Crespi d’Adda.

Silvio Crespi, sintetizza la sua visione in una frase che racchiude il senso profondo del villaggio:

“Ultimata la giornata di lavoro, l’operaio deve rientrare con piacere sotto il suo tetto, curi dunque l’imprenditore ch’egli vi si trovi comodo, tranquillo ed in pace.”

Alla fine degli anni Venti, il modello paternalistico su cui si fondava il villaggio inizia a mostrare i suoi limiti. I cambiamenti economici, sociali e industriali del Novecento rendono sempre più difficile sostenere un sistema così strutturato e dipendente dalla figura del “buon imprenditore”.

Tra il 1925 e il 1927 il cotonificio Crespi affrontò la prima vera crisi, causata dalle politiche autarchiche del regime che penalizzarono le esportazioni e portarono a pesanti licenziamenti.

La famiglia Crespi, pur avendo lasciato un’impronta indelebile, esce gradualmente dalla gestione diretta dell’azienda.

Nel 1929 Silvio vende la fabbrica, e con questo gesto si chiude simbolicamente l’epoca Crespi.

Superata la tempesta del ’29, nel 1930 nacque la Società anonima commerciale dei cotonifici Benigno Crespi, con sedi in Veneto e Toscana. Nel 1931 arrivò la fusione con il Cotonificio Veneziano e le Manifatture Toscane Riunite: nacquero gli Stabilimenti Tessili Italiani, un colosso con 21 impianti tra filatura, tessitura e finissaggio.

Nel 1937 la direzione fu affidata a Bruno Canto, che rilanciò la produzione sfruttando la congiuntura favorevole e avviò lavori di ammodernamento nel villaggio e nei servizi.

Il villaggio continua a vivere, ma perde quella visione unitaria che lo aveva reso un esperimento sociale unico.

Il 5 dicembre 1995 il villaggio operaio di Crespi d’Adda entra ufficialmente nella lista dei siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO. Nel 2003 lo storico stabilimento chiude i battenti. Dieci anni più tardi, nel 2013, la proprietà passa alla società Odissea, parte del Gruppo Percassi Il villaggio è oggi abitato in gran parte dai discendenti degli operai originari.

Ardecore: il cuore irpino che batte al centro della capitale

L’irpinia arriva a Roma. All’interno di un edificio storico nel vivace quartiere dell’Esquilino, a pochi passi da Piazza Vittorio Emanuele II, si trova Ardecore, indirizzo gastronomico dove il calore dell’entroterra campano sposa i gusti della capitale, in un trionfo unico di tradizione e contemporaneità.

Il ristorante pizzeria nasce con un progetto ben definito: “Dall’Irpinia a Roma – un viaggio nel gusto”. Il mix irpino-romano è elemento fondante fin dalla nascita: a dare vita ad Ardecore sono infatti tre soci, giovani ma di grande esperienza, che hanno deciso di mettere insieme competenze, visione e soprattutto origini. Alessandro Zirpolo, il pizza chef dietro al banco, originario di Manocalzati, e Roberta Boccella, vengono infatti dall’Irpinia, mentre Matteo Meloni da Roma.

Territorio Irpino al centro

L’intero concept del locale ruota attorno alle radici irpine dei fondatori Zirpolo e Boccella che, dopo esperienze maturate tra Avellino e la Svizzera, hanno deciso di trasferire nella capitale l’amore per la propria terra d’origine, costruendo insieme a Meloni un luogo dall’identità ben solida e con uno standard qualitativo altissimo.

La proposta gastronomica mette al centro i prodotti della tradizione irpina, con un menù dedicato ai piatti tipici della tradizione, dalla Maccaronara alle ricette di casa. Un menù che si arricchisce con le proposte della pizzeria, mantenendo l’Irpinia sempre protagonista tra salumi, formaggi, miele e confetture artigianali, tutti selezionati con cura da piccoli produttori locali. Prodotti che è anche possibile portare a casa acquistandoli nella Bottega all’interno del locale.

Una proposta gastronomica autentica

Punto forte della proposta gastronomica è un impasto della pizza che interpreta la tradizione napoletana in chiave contemporanea: cornicione pronunciato, lunga lievitazione, farine e ingredienti selezionati con cura dalle mani del maestro pizzaiolo Zirpolo.

Il menù delle pizze è più che mai ricco. Accanto alle più classiche, come la «Margherita» con pomodoro San Marzano DOP e fiordilatte di Agerola, si possono trovare proposte più creative e originali, come la «Zucchetta», con crema di zucca fatta in casa e salsiccia tagliata al coltello, e specialità gourmet come la «Tartufata», con crema al nero di Bagnoli Irpino, funghi porcini e pancetta arrotolata. Non manca una vasta offerta di fritti artigianali napoletani: crocchè, montanare, fiori di zucca e, ovviamente, la famosa, amatissima pizza fritta.

A completare l’offerta esperienziale una vasta selezione di salumi e formaggi tipici dell’Irpinia, la cantina con etichette della Campania/Irpinia, l’aperitivo dedicato all’Irpinia. Insomma, un menù che omaggia in ogni riga il territorio campano.

Calore e accoglienza tra le mura di un edificio storico.

Il locale nasce all’interno di un edificio storico, con archi e mattoni che custodiscono il fascino del passato, ma presenta un’anima moderna fatta di calore, dettagli curati e un servizio attento, capace di autentica accoglienza. L’arredo è di design, con pareti indaco che convivono accanto a un bancone rosso fuoco, circondati da pannelli fonoassorbenti per garantire comfort acustico.
Il risultato è un locale dal mood pop-contemporaneo, che sa inserirsi perfettamente nel quartiere Esquilino, vivo e multiculturale, in modo originale ma senza perdere l’identità territoriale. Un locale che vale sicuramente la pena di conoscere.

Apertura e contatti

– Dal martedì alla domenica, dalle 19.00 alle 23.00

– Via Buonarroti 32, 00185 Roma (zona Piazza Vittorio)

– Telefono: 06 6927 1955
– Sito web: www.ardecore.it – Social: Instagram @ardecore_pizzeria

Le armonie e il vino: un commosso ricordo del Maestro Peppe Vessicchio

Nel vicinato la gente lo conosceva come “il Maestro di Sanremo”. A Città Giardino, nel quartiere di Montesacro a Roma, esiste una certa armonia non comune nella capitale, tra villette e alberi e tra il suono costante del vento pomeridiano che accarezza e spinge le foglie dagli alberi.

Ed è il rapporto tra questo quartiere e la sua gente ad aver costituito l’alveo sociale naturale in cui Peppe, per tutti “Il Maestro”, ha scambiato sorriso e parole sincere, in umiltà e semplicità con chiunque, lontano dal clamore delle luci della ribalta televisiva.

Lo aspettavamo di frequente, quando aveva tempo, in enoteca da Francesco Bertini. Ragionando di vini e di metodi produttivi, decantavamo e tessevamo le lodi di questo o quel produttore o di quel vitigno meno conosciuto, ma comunque meritevole di affermazione. Era una chiacchierata tra appassionati enofili sul modo di sentirsi a casa, con qualche espressione napoletana e una virata immediata della conversazione verso forme mediterranee e calde dai sentimenti sinceri.

Peppe era così, schietto come i vini che amava e come la musica che componeva o arrangiava, anche se a comporre era più bravo a suo dire! E come i vini che produceva da qualche anno, era schietto il suo modo di ragionar di cose del vino: più che un’opinione, Vessicchio esprimeva quella che secondo lui poteva essere una tendenza, una strada nuova verso armonie di gusti più alte e ispiratrici.

Non è casuale che ad ogni occasione utile lui si ripetesse nella sua spiegazione dell’influenza delle sequenze armoniche sugli elementi essenziali del vino. Che “armonizzasse” una bottiglia o una barrique; Peppe intendeva riportare un ordine armonico in quel liquido facendo sì che quell’armonia inducesse un’apertura di gusti e di equilibri sensibili non altrimenti ottenuti.

E ce ne dava prova, aperta una bottiglia di un vino famoso ne versava metà in una caraffa “testimone” dello status quo ante, mentre applicava con lo smartphone alla base della bottiglia, appoggiata, una sequenza di suoni da lui composti per un tempo determinato.

Poi degustavamo da entrambe i recipienti. E sempre, sempre rimanevano a bocca aperta. “Ma che gli hai fatto a sto vino, Peppe?” E i commenti positivi si sprecavano…

Era come se il Pifferaio Magico avesse condotto tannini, antociani, minerali e note calde in uno schema geometrico sublime, a risultare perfetti in armonia al nostro gusto. 

E pensare che questo “Metodo Freeman” lui lo aveva studiato e sviluppato partendo dai pomodori, simbolo della tradizione campana della qualità dei cibi. Ma aveva scelto il terreno della tradizione enoica per affermarlo appieno. 

Da produttore, aveva scelto uve Barbera per “comporre” il suo “ReBarba” al quale applicava processi acustici di armonizzazione fin dal mosto nel tino, o nelle evoluzioni in botte. Anche le uve di Trebbiano aveva scelto per produrre un vino di inusitata freschezza. 

Tra le chiacchiere più divertenti c’erano i suoi racconti di episodi vissuti a Sanremo, kermesse storica del nostro paese in cui fu protagonista assoluto nella direzione d’orchestra prima, nell’ultimo decennio del secolo scorso e poi nel primo del nuovo secolo. Come arrangiatore, aveva collaborato con tantissimi artisti famosi, ma di tutti lui amava raccontare degli episodi con gli “Elii“ di Elio e le Storie Tese – battute esilaranti e iperboliche – spesso tecniche di argomenti musicali. 

E forse il nostro merito, come suoi amici, è stato quello di aver trovato sempre un ottimo vino da mescere al calice e godere in sua compagnia.

Quando dicevamo assieme che ”il vino buono lega le persone insieme come la buona musica” rappresentavano con lui di quel che vivevamo assieme in quei momenti in enoteca. Lo ricorderemo sempre, semplice e mediterraneo, col crine e la barba di Giuseppe Verdi, ma col calice di un intenditore di vini che aveva compreso quanto l’armonia dei suoni possa dare all’armonia dei vini.

Ciao Peppe, ciao Maestro!

Napoli, al Gran Caffè Gambrinus il Natale è al gusto Melange

Nuovo gusto per il panettone realizzato dai maestri pasticcieri del locale storico d’Italia

Il Cappuccino Melange, conosciuto come Melange Viennese, “diventa” panettone per il Natale 2025 del Gran Caffè Gambrinus di Napoli. La popolare bevanda austriaca, molto richiesta nel menu del locale storico napoletano, si presta ad essere rivisitata e “inserita” nel lievitato artigianale prodotto dai maestri pasticcieri del Gran Caffè Gambrinus.

Ogni anno una novità, seguendo i trend del momento, la creatività del team dei maestri pasticcieri e le richieste dei consumatori per il tipico lievitato natalizio disponibile nell’elegante locale storico in piazza Trieste e Trento, ma anche online attraverso lo shop ufficiale del Gran Caffè Gambrinus, per un regalo per sé o per le persone a cui si vuole far arrivare un dono molto particolare. Un gusto insolito e caldo quello del panettone Melange, che coinvolge alla vista e al gusto e promette di conquistare i cittadini e i turisti di tutte le età. Il pastry chef Stefano Avellano lo realizza con farina di forza, polvere e pasta di caffè, caffè solubile, burro, zucchero, tuorli, lievito madre.

Non manca zucchero e sciroppo d’uva per garantire la dolcezza necessaria all’impasto prima di procedere con la farcitura. L’interno del panettone accoglie la crema di latte che ricorda il cappuccino, fatta appunto con latte, panna, zucchero. La copertura esterna è con glassa di cioccolato bianco con una spolverata di zucchero a velo e cacao. Un panettone che sa tanto del cappuccino Melange, caratterizzato da molta crema di latte e cacao e schiuma di caffè. Il Melange (che in francese significa “miscela”) nacque nelle nel XVII secolo a Vienna. L’aggiunta del latte al caffè diede vita a una preparazione delicata e più leggera del classico caffè nero.

Nel tempo, il Melange viennese divenne una delle bevande preferite dai viennesi e dai turisti in visita. Spesso paragonata al cappuccino, ma con alcune differenze sostanziali, si compone infatti di un espresso lungo (ottenuto da chicchi di caffè con una tostatura leggera), latte caldo e di uno strato di schiuma di latte.

Sangiovese Purosangue: il cuore del Gallo Nero batte forte

A due passi da Piazza del Campo a Siena, negli eleganti ambienti del Ristorante Mugolone, si è tenuto Sangiovese Purosangue, evento ideato e curato da Davide Bonucci anima e patron di Enoclub Siena. Un appuntamento che si conferma non solo banco d’assaggio, ma rito identitario per chi vive e racconta il vino con passione e profondità.

Protagonista assoluto il Sangiovese, declinato questa volta nelle varie sfumature del Chianti Classico. Un viaggio sensoriale che ha attraversato colline, altitudini, filosofie produttive e annate, restituendo un affresco vivido della vitalità contemporanea del Chianti e del Chianti Classico.

I vini degustati: voci diverse dello stesso vitigno

Tra le tante aziende ed etichette in assaggio, ho avuto il piacere di concentrarmi su alcune interpretazioni che raccontano con autenticità il legame tra territorio e visione produttiva:

  • Monte BernardiPanzano in Chianti: Sangiò Chianti Classico 2022 e Sa’ Etta Chianti Classico Riserva 2022 – due vini che esprimono con energia e precisione la tensione minerale e la profondità del Sangiovese di Panzano.
  • Castello di MonsantoBarberino Tavarnelle, località San Donato in Poggio: Rosso 2021, Chianti Classico 2022, Riserva 2021, Il Poggio Gran Selezione 2020, Sangioveto 2019 – un viaggio nella classicità, tra eleganza e struttura. Timeless.
  • Isole e OlenaBarberino Tavarnelle: Chianti Classico 2022 e Cepparello 2022 – due espressioni che confermano la coerenza stilistica e la finezza di questa storica realtà.
  • Casagrande della QuerciaCastellina in Chianti: Fenix Rosato, Chianti Classico e Riserva – vini freschi e interessanti, brand ambassador Chiara Mecacci, giovane e appassionata produttrice che ha lasciato una carriera nel marketing di una multinazionale per dedicarsi allo sviluppo dell’azienda di famiglia. Un esempio virtuoso di ritorno consapevole alla terra.
  • RiecineGaiole in Chianti: Chianti Classico 2023, Riserva 2022, Gran Selezione Vigna Gittori 2021 – un trittico che conferma la vocazione verticale e vibrante di questa cantina. E Gaiole c’è tutta.
  • Podere TerrenoRadda in Chianti: Chianti Classico 2021, 2022 e Riserva 2021 – vini che parlano di bosco, pietra e tempo, con una coerenza stilistica che conquista.
  • Tenuta di CarleoneRadda in Chianti: Il Guercio 2023, Uno 2021, Chianti Classico 2023 – interpretazioni radicali e affascinanti, capaci di sorprendere per dinamismo e originalità. La Radda che eccelle.

Un racconto corale

L’evento ha visto la partecipazione di numerosi produttori provenienti da tutto, da Greve a Radda, da Gaiole a Castellina, in un dialogo continuo tra tradizione e sperimentazione. La cornice del ristorante Mugolone ha contribuito a rendere l’esperienza ancora più intima e raffinata, in un’atmosfera di autentica condivisione.

Sangiovese Purosangue, da sempre, non è solo una degustazione: è un atto d’amore verso un vitigno che sa essere schietto e nobile, ruvido e carezzevole, sempre capace di raccontare la terra da cui nasce. Un evento che ogni volta rinnova il patto tra chi produce, chi racconta e chi ama il vino.

Si ringrazia per le foto il fotografo Andrea Moretti di Firenze.

Toscana: il Brunello di Montalcino secondo Podere Le Ripi

In Toscana le “ripi” sono formazioni sedimentarie argillose, che testimoniano la presenza del mare in questa zona in epoca antichissima. Si tratta di getti a forma di cono, eruzioni di terra solidificate che conferiscono al paesaggio un aspetto onirico.

Da Podere Le Ripi ci troviamo nel quadrante sud orientale dell’areale di Montalcino, a Castelnuovo dell’Abate, su un poggio di poco meno di 300 metri, costeggiato dal fiume Orcia e affacciato sul Monte Amiata. Qui nel 1997 Francesco Illy ha trovato il suo buen retiro dando il via alla propria avventura ilcinese, con un piccolo podere e qualche ettaro di terra acquistato da un pastore sardo.

A ventotto anni di distanza la sensazione di essere in un luogo fuori dallo spazio e dal tempo rimane intatta; varchiamo il cancello di Podere Le Ripi al termine di una lunga strada sterrata e ci troviamo immersi in un vero e proprio ecosistema dove a dettare legge è la natura con i propri ritmi.

Podere Le Ripi è infatti una fattoria a conduzione biodinamica nata per preservare il territorio: all’attivo, oltre alla produzione di vino, ci sono quelle di olio d’oliva e di miele. L’orto è un’oasi giardino, dove vengono coltivate le verdure -ovviamente biologiche- utilizzate nella cucina del Serendipity, la bella terrazza-ristorante che affaccia sulla valle  del  fiume Orcia e fa venir voglia di perdersi qui, dove l’idea di serendipità – la scoperta fortuita di qualcosa di prezioso – risuona in ogni angolo.

Francesco ha voluto produrre sin da subito un Brunello di Montalcino di carattere. La prima vigna impiantata è stata quella di Lupi e Sirene, l’attuale riserva, coltivata ad alta densità, alla maniera bordolese: 12 mila ceppi per ettaro (la media a Montalcino si aggira intorno ai 10 mila), appena mille in meno del limite imposto dal disciplinare.

La nostra visita inizia da questa vigna storica e da un’altra iconica, quella dell’IGT Bonsai. Qui la sperimentazione si è spinta all’estremo perché ci troviamo nella vigna a più alta densità al mondo: 62.500 ceppi per ettaro, un sesto d’impianto serratissimo che in un conflitto estremo tra ceppi spinge le radici fino a tre metri di profondità. E poi la cantina di vinificazione e affinamento, una struttura a chiocciola in mattoni di calce, che riproduce la sezione aurea di Fibonacci e scende per tredici metri sotto il livello del suolo.

Lungo il corridoio elicoidale sono disposti i tini troncoconici di fermentazione e le vasche di cemento e vetroresina; al termine si accede al nucleo centrale della chiocciola che accoglie la sala di affinamento, una cupola che si innalza fino all’apice della sezione aurea e ricorda il Pantheon di Roma. In piena vendemmia assistiamo alle operazioni di rimontaggio, eseguite fino a quattro volte al giorno per il Sangiovese, e alla fermentazione del Bonsai in tonneau aperti.

Allo stesso livello della sala di affinamento accediamo alla sala delle anfore utilizzate per la produzione di un altro vino destinato a lasciare un’impronta alla nostra visita, il bianco IGT Toscana Canna Torta. Netta è la percezione che ogni vino prodotto in questa cantina sia una creatura a sé stante. E’ questa d’altronde la filosofia di Sebastian Nasello alla conduzione enologica nonché direttore del podere: ascoltare e accompagnare ogni annata nella migliore espressione di sé stessa.

La degustazione

Iniziamo la degustazione dalla linea giovane degli IGT: vini che non ricercano l’eleganza  a tutti i costi, piuttosto mirano a lasciare il segno.

Canna Torta 2023 – Toscana bianco IGT

L’unico bianco prodotto a Podere Le Ripi è una vera sorpresa. Blend di malvasia, trebbiano toscano e vermentino, la 2023 ha fatto macerazione in anfora per circa due mesi e mezzo. Il naso impatta grazie alla minima percentuale di malvasia (il 15%), per nulla scontato. Di carattere anche il sorso, materico e astringente, che si delinea nell’immediata sensazione fresco-sapida chiudendo su una piacevole nota amaricante. Nel calice sviluppa sentori agrumati di pompelmo rosa e mandarino.

Cappuccetto Rosa 2023 – Toscana rosato IGT

Acciaio e cemento per questo sangiovese in purezza, che macera otto ore sulle bucce, risultando più vicino a una rosso di corpo leggero che a un classico rosato. Succoso all’olfatto, si distingue per la sapidità di beva. Da gustare lentamente per apprezzare a pieno l’equilibrio che le varie componenti gustative costruiscono all’interno del bicchiere.

Attenti al Lupo 2022 – Toscana Rosso IGT

Un sangiovese alla maniera del Beaujolais grazie alla fermentazione a grappolo intero  e alla macerazione carbonica . Ne risulta una beva fresca e giocosa al gusto di frutta e di tannino grintoso. Nel nome in etichetta compare il lupo: filo conduttore di tutti i rossi di Podere Le Ripi, rappresenta la potenza del sangiovese.

Proseguiamo adesso con i vini tradizionali dell’areale di Montalcino. Si caratterizzano tutti per la fermentazione scoperta e l’utilizzo minimo di solforosa.

Sogni e Follia 2021 – Rosso di Montalcino DOC

Definito “baby Brunello”, è un Rosso che racchiude in sé già i caratteri del fratello maggiore. Le uve provengono dalle vigne circondate dai boschi che Podere Le Ripi ha acquisito nel quadrante ovest dell’areale, caratterizzato da sabbia, limo e terreni alluvionali. Dopo la fermentazione,  affina 24 mesi in botti grandi e 8 mesi in cemento. Assaggiamo la 2021 che mantiene un ottimo carattere di freschezza definito dal frutto di rovo  ancora croccante.

Cielo d’Ulisse 2019 – Brunello di Montalcino DOCG

Anche per il primo Brunello in degustazione, il sangiovese proviene dalle vigne occidentali. Dopo la fermentazione, affina 36 mesi in botti di rovere e 2 mesi in cemento. Il naso sa di frutta scura. Pronto da bere, al palato è fresco e di tannino gentile. Un termine su tutti per racchiuderlo: verticalità.

Amore e Magia 2020 – Brunello di Montalcino DOCG

Il sangiovese di questo Brunello proviene invece dalle vigne storiche della cantina, a Castelnuovo dell’Abate, su terreni caratterizzati da calcare e argilla. Amore e Magia è solare nel naso speziato e fruttato di pesca nettarina. Al sorso scalpita ancora e necessita di ulteriore evoluzione per essere goduto a pieno. Qui l’aggettivo giusto è succosità.

Lupi e Sirene 2019 – Brunello di Montalcino Riserva IGT

Ritorna il lupo nel nome in etichetta – la potenza del sangiovese- qui affiancato alla sirena, simbolo di eleganza. Ed è proprio in questo termine, eleganza, che si racchiude tutta l’essenza di Lupi e Sirene, la riserva di Brunello proveniente dalla vigna storica di Francesco Illy. Dopo la fermentazione, affina 36 mesi in botti di rovere e 14 mesi in cemento. Spezie dolci e pepe, prugna e frutta scura al naso, al palato è come una danza maestosa e potente, in cui il tannino si fa compagno leggero.

Bonsai 2021 – Toscana rosso IGT

Chiudiamo la nostra degustazione con un vino diventato ormai simbolo, Bonsai, che ci riporta nell’ambito degli IGT. Prodotto in poco più di un migliaio di bottiglie, è un vero e proprio concentrato di sangiovese. Dalla vigna a più alta densità al mondo, in grado di produrre al massimo due pigne per pianta, l’uva, dopo la vendemmia, viene diraspata manualmente chicco per chicco; successivamente gli acini fermentano in tonneaux aperti per circa venti giorni. Segue affinamento di 18 mesi in tonneau e dodici mesi in bottiglia. Il naso è intenso di frutti e fiori scuri, al palato risulta sapido, denso e concentrato, di tannino  schietto e impattante, rispecchiando in pieno la filosofia produttiva.

Podere Le Ripi

53024 Montalcino (SI)

Il salame di Mugnano del Cardinale

Eccellenza gastronomica in bilico tra le province di Avellino e Napoli

Il contesto territoriale e il contesto storico

La conurbazione dei sei comuni che formano l’area baianese costituisce una sorta di territorio cerniera tra la provincia di Avellino e l’Ager Nolanum in provincia di Napoli. I comuni di  BaianoAvellaMugnano del Cardinale, ove è ubicato il famoso santuario di Santa FilomenaQuadrelleSirignano e Sperone, che fanno parte a loro volta della Comunità Montana Vallo di Lauro e Baianese, comunità non contigue in termini provinciali in quanto Visciano che appartiene alla città metropolitana di Napoli in mezzo ad essi.

Tali borghi costituiscono un’eccezione nel contesto avellinese sia perché sono bene accorpati tra loro, e quindi più simili ai comuni napoletani limitrofi, che per il dialetto locale: infatti lo slang del posto non è il dialetto irpino ma bensì dialetto baianese.

In bilico tra queste due province, per quanto originario del comune di cui porta il nome, nasce la tradizione norcina del salame di Mugnano. Il borgo di Mugnano del Cardinale ha visto un primo e vero e proprio nucleo abitativo a partire tra l’XI ed il XII secolo in corrispondenza dell’odierno quartiere Cordadauro, periodo durante il quale la baronia di Avella, a seguito della conquista normanna, fu oggetto di un vasto piano agrario avviato grazie ad opere di dissodamento del terreno e dalla sua conseguente rimessa a coltura, nonché dalla creazione di nuovi insediamenti abitativi, tra cui appunto Mugnano, il cui etimo però sembra derivare da Fundus Munianus, risultante dell’ingrandimento delle proprietà che al tempo, precisamente tra il I secolo a.C. ed il II secolo d.C. , vennero assegnate ai veterani dell’esercito romano e ripartite secondo il criterio della centuriazione.

Nel 1312 Riccardo II Scillato, barone del feudo di Litto e Ponte Mignano, comprendente anche Mugnano, cedette questo territorio all’Abbazia di Montevergine, ricevendo dalla stessa i possedimenti nel salernitano; nel 1430 l’Abbazia di Montevergine ed i suoi feudi divennero una «Commenda», ossia passarono all’autorità di un cardinale «commendatario» e non più all’abate. Nel 1511 la Commenda di Montevergine passò al cardinale Ludovico d’Aragona il quale, dopo quattro anni, la cedette alla Casa dell’Annunziata di Napoli, all’epoca uno dei maggiori enti assistenziali del Regno di Napoli, passando di fatto alla giurisdizione della stessa ed entro alla quale vi rimase sino all’abolizione del feudalesimo nel 1806.

L’avvenimento più importante per la storia di questo borgo di origine medievale avvenne giusto un anno prima: il sacerdote mugnanese Francesco Di Lucia portò a Mugnano i resti di una giovane martire cristiana rinvenuti nelle catacombe romane di Santa Priscilla il 25 maggio del 1802 ottenuti da Pio VII, dando così inizio al culto di Santa Filomena, diffusosi ben preso in tutto il Meridione grazie anche alla protezione di Ferdinando II di Borbone; merita una menzione il Castello del Litto, dall’omonima frazione, costruito su un punto strategico da cui si nominava la Valle del Gaudio, attraversata tutt’oggi dall’importante strada regia delle Puglie.

Le origini medievali di un’eccellenza di origine irpina

Di questo eccellente prodotto di origine irpina si hanno notizie sin dal Medioevo ed anche successivamente: il 7 novembre 1849 il pontefice Pio IX, accompagnato dai regnanti borbonici, dopo aver celebrato messa al Santuario di Santa Filomena, ricevette in omaggio una cassetta in legno col pregiato salame di Mugnano; inoltre questo salame paesano, verso la fine del 1800, coinvolgeva nella sua produzione molte donne della zona, le quali si tramandavano di madre in figlia la tradizione artigianale, alimentando un vero e proprio indotto locale fino a far diventare l’insaccato mugnanese un fiore all’occhiello della gastronomia e utilizzato dai contadini irpini come merce di scambio.

Il Salame di Mugnano: Prodotto Agroalimentare Tradizionale

Il salame di Mugnano è stato riconosciuto quale Prodotto Agroalimentare Tradizionale dal Ministero delle Politiche Agricole con Decreto del 18 luglio 2000, su richiesta della Regione Campania, e la sua lavorazione oggigiorno è ammessa nei seguenti comuni: Mugnano del Cardinale, Avella, Baiano, Sirignano e Sperone, in provincia di Avellino, con Camposano, Casamarciano, Cicciano, Cimitile, Comiziano, Marigliano, Nola, San Vitaliano, Saviano, Scisciano e Tufino nel napoletano, comuni ai quali, nel tempo, si è diffusa la tecnica di preparazione.

Storia Norcina da oltre 700 anni

Un tempo svolta a livello domestico, prevedendo il concorso di più parti del maiale e l’affumicatura dinanzi ai camini o in prossimità delle cucine in muratura, la produzione del salame di Mugnano si è radicalmente evoluta, soprattutto dalla nascita della prima fabbrica norcina che risale al 1890 con la famiglia De Lucia, la quale era solita acquistare suini anche al Nord, di sola provenienza italiana e ancora in vita. Chiaramente, durante un tragitto piuttosto lungo, la carne degli animali finiva con l’indurirsi, sicché la famiglia De Lucia propese per tenerli allo stato brado sulla frazione mugnanese del Litto, per poi ucciderli dopo alcuni giorni.

L’odierna produzione

Per la produzione di questo salume occorrono le carni magre di spalla e fiocco di prosciutto macinate a grana grossa nel tritacarne, unite assieme al grasso di pancetta che dovrà risultare ben sodo per essere idoneo rispetto ai dettami artigianali, che lo vorrebbero tagliato generalmente a punta di coltello, il tutto da miscelarsi naturalmente alla concia fatta di sale e pepe nero in grani e per essere infine insaccato nel cosiddetto budello crespone o culare, corrispondente all’intestino crasso del suino.

Il segreto del Salame di Mugnano: il Vento

Le fasi di asciugatura e stagionatura vengono calcolate nell’insieme per una durata complessiva di almeno due mesi durante i quali, dopo l’affumicatura per mezzo di appositi bracieri, il salame di Mugnano si giova del suo ingrediente più tipico: il vento; infatti la posizione geografica di Mugnano del Cardinale, posta ad un’altitudine media di 250 metri con aree che arrivano a superare anche i 1400 metri sul livello del mare, vede la cittadina svilupparsi alle propaggini occidentali del Massiccio del Partenio ed esposta ai venti di Sud-Ovest, lievi ma costanti, i quali garantiscono una totale assenza di ristagni di aria e sono apportatori delle fragranze montane di castagni, faggi e querce, garantendo un’essiccazione naturale davvero privilegiata.

Caratteristiche Sensoriali del Salame di Mugnano

L’aspetto del salame di Mugnano, legato manualmente con lo spago, è piuttosto tondeggiante ed irregolare, a forma di pugno, con una pezzatura variabile dai 200 ai 500 grammi e con un diametro che supera, giusto per avere un termine di paragone, quello del salame tipo Napoli; una volta affettato si presenta di colore rosso vivo tendente al rubino, per quel che attiene alle carni, e bianco per il grasso, vedendo una buona distribuzione di entrambi ed una piacevole coesione della fetta, che deve essere pelata senza alcuna difficoltà data la natura del budello.

Dalla fetta del salame di Mugnano si irradia un profumo abbastanza intenso, piacevole e delicato di tostatura da legno, affumicato, stagionato e leggera nota piperita, mentre al gusto si avverte, sempre con buona intensità, un piacevole bilanciamento dei sapori, con i ritorni delle note odorose cui si va ad aggiungere il sapore suino unitamente al tocco umami, soprattutto se prodotto con suino nero, una buona persistenza e la texture omogenea che ne rende piacevole palatabilità e masticabilità. Un salume decisamente armonico nella sua semplicità ove il modello produttivo premia maggiormente la qualità della materia prima.

Il salame di Mugnano rappresenta ancora oggi il salume delle feste, quelle che pur riunendo talvolta il sacro col profano continuano ad essere feste concrete, fatte di valori familiari e gioia, pertanto un rosso frizzante della Penisola Sorrentina Doc come il Gragnano sarebbe un abbinamento ideale grazie al brio ed all’eleganza contadina che entrambi sono capaci di evocare con la loro genuina rusticità, piuttosto che una Vernaccia di Serrapetrona spumantizzata nella sua versione dry, così come anche l’avvolgente morbidezza di un Aglianico nella versione Campi Taurasini, meno austera rispetto al Taurasi ma comunque di buona persistenza aromatica intensa, potrebbe costituire un buon match.

Apre al Vomero Salvatore Santucci Pizzeria con la sua verace napoletana alternativa

Da novembre l’esteta della pizza a Napoli in Via Giotto, 14

Apre al Vomero, in via Giotto, 14, “Salvatore Santucci Pizzeria”, il nuovo progetto del maestro dell’impasto e formatore internazionale del Gambero Rosso, Salvatore Santucci, Ambasciatore della Pizza Verace Napoletana nel mondo, Istruttore Senior della Verace Pizza Napoletana e già docente presso l’Università Federico II di Napoli. Un locale in cui artigianalità e ricerca scientifica convivono: dagli impasti studiati in base alla stagionalità ai processi di lievitazione naturale diretta che rispettano salute e gusto.

Dopo aver esportato la sua arte da Buenos Aires a Shanghai, da Lione a Pechino, Santucci, l’esteta della pizza, ha scelto il cuore del Vomero per un progetto che racchiude tutta la sua esperienza tra artigianalità, scienza e cuore. “Non cerco la perfezione, ma la bravura – spiega Santucci – quella che nasce dalle mani, dalla conoscenza e dall’amore per l’arte bianca perché, per me, i dettagli non sono dettagli, sono regole”.

Alla base del suo lavoro c’è la filosofia BSB (Buono, Sano e Bello), marchio di fabbrica dell’Officina degli Impasti, la scuola e laboratorio fondati da Santucci per formare nuove generazioni di pizzaioli consapevoli. Concetti che trovano casa in un luogo dove la pizza diventa racconto, arte e ricerca, e dove la tradizione napoletana si veste di bellezza.

La verace napoletana alternativa, la pizza di Salvatore Santucci racconta una Napoli che evolve senza dimenticare le proprie radici. Ogni impasto nasce da un lievito madre vivo, curato e rinnovato da venticinque anni, unito a miscele di farine selezionate in collaborazione con mulini di fiducia.

Tra le creazioni più iconiche: La Gialla in Crosta, con curcuma, crema di pistacchio e pancetta croccante; La Scapriccianera, con impasto al carbone vegetale e alici del Mar Cantabrico; e Alice nelle Meraviglie, con alici fresche del Golfo di Napoli, provola, lime e pepe, premiata come Pizza dell’Anno.

Ogni pizza firmata Santucci è un equilibrio tra leggerezza, digeribilità e gusto, costruita su impasti a lievitazione diretta che cambiano con le stagioni: dal verace napoletano all’integrale, fino a quello con acqua di mare, che, sorprendentemente, regala un minore tasso di salinità.

Accanto alle pizze, la carta celebra i grandi fritti napoletani, montanara, frittatina, arancino,

preparati con la stessa attenzione all’equilibrio e alla qualità che caratterizza ogni suo impasto.
Non mancano i percorsi di abbinamento tra pizza, vino, birra e cocktail, con incursioni di mixology creativa che raccontano una Napoli contemporanea, tra champagne rosé e Negroni.

Con il progetto J’ham, infine, Santucci esplora il mondo della carne di qualità e del lievitato gourmet: un “pagnottiello” napoletano reinterpretato con carni selezionate, chianina, marchigiana, fassona, suino nero del Cilento, e ingredienti stagionali, in un connubio tra street food e fine dining. “Il mio desidero è diffondere informazioni sane e sapere esattamente cosa servo ai miei clienti”, conclude Santucci. Tra poche settimane, la pizzeria di Via Giotto 14 accoglierà gli ospiti in un ambiente caldo, curato e familiare, dove ogni elemento, dal forno alle luci, dagli arredi ai piatti, racconta una storia di passione, rigore e bellezza. Un luogo dove la pizza torna ad essere un gesto d’amore verso Napoli, i suoi clienti e la sua tradizione più verace.

Roma, I Colli Tortonesi di Sassaia sulle terrazze del centro storico

C’è un tratto di Piemonte che sembra parlare sottovoce. Non ha l’arroganza delle grandi denominazioni né la frenesia delle mete battute dal turismo del vino. È l’Alto Monferrato roccioso, minerale, essenziale. Ed è qui, a Capriata d’Orba, che la cantina Sassaia ha deciso di scrivere una storia nuova, fatta di tradizione e innovazione, di famiglia e di scienza, di Borgogna e di Piemonte.

Sassaia significa “letto roccioso”: un nome che è già un manifesto.

Una nuova generazione con radici antiche

Alla guida ci sono Enrico ed Ellen De Alessandrini. Lui, italo-americano figlio di un diplomatico italiano, ha valorizzato la proprietà ereditata in Piemonte. Mente tecnica e cuore agricolo, ha scelto una viticoltura rigorosa, di precisione. Ellen, ponte con il mondo, cura la comunicazione e la visione internazionale del brand. Insieme hanno costruito una cantina che non vuole imitare nessuno: vuole interpretare.

A completare la squadra c’è un tassello che racconta già la portata del progetto: Pierre Naigeon, enologo borgognone, custode di quella eleganza produttiva che ha fatto scuola oltralpe. Il risultato è un approccio moderno, libero da dogmi, ma rispettoso della terra: fermentazioni spontanee o non invasive, legno discreto, interventi tecnici essenziali.

Sassaia è un triangolo culturale: piemontese nel terreno, francese nel metodo, americano nella precisione dei dati.

I suoli compatti e ricchi di minerali donano una firma gustativa chiara: eleganza e verticalità nei bianchi, freschezza e struttura nei rossi. Non è un caso che il Timorasso – il grande bianco dei Colli Tortonesi – sia diventato la bandiera della cantina.

Una presentazione nel cuore di Roma

Per presentare questi vini serviva una cornice all’altezza.

Così, giovedì 26 ottobre, grazie alla impeccabile organizzazione di Elvia Gregorace, i calici di Sassaia sono arrivati a Roma, sulla splendida terrazza del Roof Top Lounge dell’Hotel La Lunetta, in Piazza del Paradiso. Una serata intima, elegante, con il tramonto che slittava dietro i tetti del centro storico.

Gli ospiti del mondo del vino hanno ascoltato direttamente la voce dei protagonisti: Enrico e la moglie Ellen, che hanno raccontato la cantina con la calma di chi non ha bisogno di slogan per emozionare. Solo verità agricole, precisione tecnica e una visione chiara.

Accanto ai vini, un percorso gastronomico studiato per accompagnarli con finezza:

• Bruschette fantasia

• Paninetto rustico con crema di melanzane, mozzarella e pomodoro secco

• Spiedino di zucchine profumate al timo e bufala

• Insalata di farro con verdure cotte al forno

• Tartufini di caprino alla frutta secca

Piccoli abbinamenti, precisi come i vini: sapidità, freschezza, consistenze. Nulla fuori posto.

Note di degustazione

Piemonte Bianco 2024

Il primo calice si apre con la delicatezza di un fiore. Giallo paglierino, riflessi dorati. Naso elegante di agrumi, fiori bianchi e una sfumatura balsamica di eucalipto.

In bocca equilibrio, una morbidezza iniziale che si trasforma in sapidità, con pera, pesca bianca, scorza di limone e minerale. Freschezza viva ma non tagliente, persistenza lunga.

Un bianco contemporaneo, rigoroso, cesellato.

Derthona Timorasso 2023

È il vino che racconta la roccia. Profumi di fiore bianco, scorza di limone e miele d’acacia. Poi la salinità, netta, che richiama la pietra calda.

Il sorso è tridimensionale, pieno, sapido, con limone, pesca bianca e mandorla nel finale.

Un Timorasso di sostanza e precisione: non chiama il sorso veloce, chiede ascolto.

Piemonte Dolcetto 2021

Rubino fitto, naso di frutta nera matura, violetta e spezie. In bocca è succoso, morbido, con mora, amarena e un tocco di pepe bianco.

Tannino gentile, quasi cremoso.

È un Dolcetto che non si nasconde dietro la rusticità: è pulito, equilibrato, elegante.

Monferrato Nebbiolo 2024

Rubino luminoso, trasparente. Profumi di ribes, lampone, ciliegia, poi cacao e violetta. Il grappolo intero regala una finezza aromatica sottile.

In bocca è nitido, verticale ma non severo: ciliegia croccante, liquirizia, spezie leggere.

Tannino giovane ma già in armonia. Un Nebbiolo moderno, cesellato, più elegante che muscolare.

Una promessa per il Piemonte di domani

Quando la notte romana è scesa sulla terrazza dell’Hotel La Lunetta, una cosa era chiara: Sassaia è una cantina giovane, ma già adulta. Non cerca il rumore, cerca la precisione. Non punta al colpo scenico, ma alla profondità. Racconta un Piemonte che sa evolvere senza tradirsi, che accoglie la scienza senza perdere la poesia. In un panorama di grandi nomi storici, Sassaia è una voce nuova, pulita, riconoscibile.

E forse è proprio qui la sua forza: far parlare un pezzo di terra pietrosa e silenziosa trasformandolo in vino che resta nella memoria.

La Vallée de la Marne a Bologna Champagne Experience 2025

“Champagne Experience” per l’ottava edizione non ha cambiato regione, bensì, città, trasferendosi da Modena a Bologna.

Il più grande evento italiano dedicato esclusivamente ad uno dei vini più rinomati al mondo, come lo Champagne. La location era all’interno degli ampi spazi di BolognaFiere, organizzato da Società Excellence, prestigiosa realtà che riunisce 21 importatori e distributori di vino italiani. In questa edizione sono aumentati notevolmente i visitatori e gli spazi espositivi. 

Ben 140 banchi d’assaggio di importanti maison e vigneron con la possibilità di degustare oltre 800 etichette. Un’occasione importante anche per incontrare molti produttori francesi presenti. L’evento è rivolto agli operatori professionali e all’ampio pubblico di appassionati.

Una kermesse ben organizzata e vini serviti sempre alla giusta temperatura. Il programma era ricco di interessanti masterclass per approfondire le peculiarità del territorio, di cui molte avevano registrato il sold-out. Le case produttrici suddivise in base alla loro appartenenza geografica, corrispondente alle diverse zone di produzione della Champagne: Montagne de Reims, Vallée de la Marne, Côte des Blancs, Côte des Bar e Maison Classiche.

Una full immersion tra i produttori della Vallée de la Marne, comprensorio ove vengono allevate tutte le varietà da disciplinare e dove il Meunier resta il più diffuso.

Ecco alcuni assaggi

Meunier Apollonis Michel Loriot – Meunier 100%, 24 mesi sui lieviti, dosaggio: 8 g/l. Dorato brillante,  bollicina finissima, emana note di melone, pera, lampone, ribes, crostata ai frutti di bosco. Scivola fresco in bocca, saporito resta a lungo.

Cuvée n°743 Jacqueson – Chardonnay 1/3, Pinot Noir 1/3 e Meunier 1/3, 89 mesi sui lieviti,  dosaggio 0 g/l. Dorato luminoso, perlage duraturo, sprigiona sentori di frutta secca, agrumi canditi e pasticceria da forno; il sorso è verticale, pieno, appagante e molto persistente.

Cuvée Racines Blanc de Noirs Extra Brut Collard-Picard – Meunier 100% da vigne vecchie, 84 mesi sui lieviti, dosaggio 3 g/l. Dorato luminoso, perlage finissimo, sviluppa note di frutti di bosco, scorza d’agrumi,  nocciola e pan brioche, il gusto è avvolgente, vibrante, sapido e di lunga durata.

Es ‘Sense Brut Demiere – Meunier 100%, 48 mesi sui lieviti, dosaggio 7 g/l. Paglierino luminoso con riflessi dorati, perlage fine e incessante, al naso sprigiona sentori di frutti di bosco, rosa canina, pompelmo rosa e croissant. Al palato è fine e fresco, deciso, setoso e armonioso.



San Soufre Telmont – Chardonnay 70%, Meunier 30%, 108 mesi sui lieviti, dosaggio 1,7 g/l. Color oro brillante, bollicina sottile, rivela sentori di albicocca, pera, mandorla, burro e crosta di pane. Vibrante, composito, pieno, avvolgente e interminabile.

Le Chemins de Traverse Harlin Père et Fils – Pinot Noir 100%, 34 mesi sui lieviti, dosaggio 3,8 g/l. Tonalità giallo dorato, perlage fine e persistente, i sentori sono quelli di viola, mora, ribes nero e crostata di mirtilli. La freschezza ne stimola il lungo sorso.

Instinct Meunier Jeaunaux- Robin – Meunier 100%, 36 mesi sui lieviti, dosaggio 0 g/l. Paglierino brillante, bollicina fine, emana note di verbena, susina, frutti di bosco e pasticceria mignon. Attacco fresco e sapido, coerente, rotondo e inesauribile.

Brut Nature  Cuvée La Marquise Paul Berthelot – Chardonnay 100%, 48 mesi sui lieviti, dosaggio 0,4 g/l. Paglierino luminoso, perlage persistente, al naso arrivano note di banana. pesca, agrumi e gelsomino. Il sorso è rinfrescante, cremoso, armonioso e durevole.


Brut Cornalyne Dom Caudron – Meunier 100%, 36 mesi sui lieviti,  dosaggio 6 g/l. Giallo oro, bollicine finissime, libera sentori di fiori bianchi, cassis, mora e pan brioche. Al palato risulta vibrante, corrispondente, equilibrato e molto persistente.

IX. Millésime 2016 Autreau- Lasnot – Chardonnay 35%, Pinot Noir 65%, 84 mesi sui lieviti, dosaggio 7 g/l. Giallo oro brillante, perlage fine, al naso rimanda note di albicocca, croissant, miele e mandorla che ben si integrano con nuances agrumate. Saporito, verticale ed avvolgente, con finale decisamente persistente.