Campania: Tenuta Nunziata, tra ulivi, olio e fine dining alle pendici del Vesuvio

A Torre Annunziata, a pochi passi dall’autostrada, c’è un grande cancello. Lo varchi e, quasi senza accorgertene, lasci fuori il rumore della strada. Dentro ci sono dodicimila metri quadrati di verde, circa 300 ulivi e una tenuta che racconta un’idea diversa di ospitalità: contemporanea, elegante, ma profondamente legata alla terra.

È Tenuta Nunziata, una realtà che negli ultimi anni ha trasformato questo angolo alle pendici del Vesuvio in un luogo dove agricoltura, accoglienza e cucina dialogano continuamente.

La proprietà è di Gino Camera, Luigi Camera e Rita Chiacchio, e il progetto nasce dalla volontà di valorizzare una terra che ha nella sua posizione e nella sua vocazione agricola un patrimonio importante.

Gli ulivi sono una delle anime della tenuta. Tre le varietà coltivate: Taggiasca, Leccino e Rotondella. Un patrimonio agricolo che qui diventa anche racconto, grazie a un percorso dedicato alla pianta dell’ulivo, con pannelli illustrativi realizzati con il contributo di Federico II e del professor Sacchi, per spiegare ai visitatori come nasce e cresce un ulivo.

Ma qui l’olio non è soltanto raccontato: viene prodotto. La tenuta dispone infatti di un frantoio interno, dove le olive diventano olio, completando una filiera che parte dalla terra e arriva direttamente alla tavola.

E poi c’è lo shop, dove i prodotti della tenuta possono essere acquistati e raggiungono clienti anche fuori dai confini italiani. Una vocazione internazionale che si inserisce perfettamente in un territorio come quello vesuviano, attraversato ogni anno da un turismo importante e sempre più interessato alle esperienze legate al cibo, al vino e alle produzioni locali.

E poi c’è il Vesuvio. Non solo quello che si vede all’orizzonte, ma quello che si ritrova nella storia e nei dettagli della tenuta. Come nell’altarino dedicato a Sant’Antonio, dove è custodita anche lava del Vesuvio. Piccoli segni che riportano continuamente al territorio.

Tenuta Nunziata è anche ospitalità. Una piscina, gli spazi immersi nel verde e una formula agrituristica contemporanea che soprattutto in estate vive all’aperto. Una dimensione più informale che si affianca a quella gastronomica del ristorante La Stalla, dove l’esperienza cambia passo e diventa fine dining.

A tavola arriva una cucina che parte dalla memoria, ma non ha paura di cambiarne la grammatica

L’Executive Chef Antonio Commone lavora sulla cucina classica e sulle ricette della tradizione, reinterpretandole attraverso una visione contemporanea e con influenze francesi. Non una cucina che vuole cancellare il passato, ma piuttosto prenderlo, osservarlo e provare a raccontarlo con strumenti nuovi.

La degustazione comincia con un antipasto che è già una dichiarazione d’intenti: l’oliva conciata con mandorla, sesamo e ceci. Un piccolo boccone concentrato, dove la materia prima resta protagonista.

Poi la zucca, liquirizia e maggiorana

Arriva l’uovo al purgatorio, uno dei piatti che più raccontano il rapporto tra tradizione e contemporaneità: pomodoro San Marzano in conserva, datterini, una salsa ariosa e germogli, con l’uovo cotto alla perfezione. Un grande classico napoletano che cambia consistenza e presentazione senza perdere la sua identità.

La cucina di Commone gioca anche con i funghi: chiodini, champignon, porcini e cardoncelli vengono trattati in maniera diversa, tra fritti, fermentazioni controllate e infusioni. I chiodini, in particolare, attraverso la fermentazione sviluppano una forte componente acida, mentre i gambi dei funghi diventano la base per un brodo profumato, accompagnato anche dalle alghe.

Il tema della trasformazione torna nella pasta e cavolo. La pasta viene cotta in un infuso ottenuto dalle foglie esterne del cavolfiore, mentre il cavolfiore diventa purea e incontra il cacao amaro. Anche qui la cucina prende qualcosa di familiare e lo porta altrove.

L’anatra con radicchio e melograno

È un piatto che gioca sul contrasto: la carne dell’anatra, intensa e strutturata, incontra la parte amaricante del radicchio e la nota fresca e leggermente acidula del melograno. Un equilibrio che alleggerisce la potenza della carne e restituisce al piatto una dimensione autunnale, elegante e tutt’altro che prevedibile.

Il ristorante conta circa 30-40 coperti: una dimensione raccolta che permette alla cucina di seguire il ritmo delle stagioni e di lavorare sulla materia prima con grande attenzione.

E proprio la stagionalità è uno dei fili conduttori del progetto. La cucina utilizza prodotti stagionali e una parte importante arriva direttamente dalla tenuta e dalla sua produzione agricola.

Nel calice, naturalmente, la Campania da bere

Falanghina, Aglianico e un rosato da Piedirosso di autoproduzione accompagnano il percorso, mentre a seguire arriva una delle portate più curiose della degustazione: “Aglianico de-alcolizzato”, un centrifugato di mela annurca sul quale viene adagiato Aglianico con lecitina. Un bicchiere che gioca sulle temperature, sulle consistenze e sulla sensazione di un vino trasformato in qualcosa di completamente diverso.

È una sorta di transizione autunnale, proprio come la stagione che stiamo attraversando: la temperatura cambia, i prodotti cambiano e anche la cucina segue questo movimento.

A chiudere il percorso è un dessert firmato dalla pasticciera Maria Rita Coppola: una tarte tatin cotta in forno, accompagnata da un’emulsione di miele di castagno e burro, gelato al burro nocciola e caramello al miso, ottenuto dalla soia.

Dolce, sapido, tostato. Ancora una volta memoria e ricerca nello stesso piatto

In sala e nel percorso dei vini c’è la sommelier Serena Casaburi, che accompagna la degustazione con una lettura attenta degli abbinamenti.

Tenuta Nunziata non è però soltanto un ristorante. È un progetto di ospitalità che mette insieme agricoltura, produzione, vino, cucina e accoglienza.

C’è il frantoio, c’è lo shop, ci sono gli ulivi, la piscina, le tre camere e il ristorante La Stalla. Un sistema che permette di vivere la tenuta in modi diversi, dalla giornata immersa nel verde alla cena fine dining, passando per l’esperienza agrituristica estiva.

E c’è anche una posizione strategica. Siamo a Torre Annunziata, nel cuore di un’area che intercetta i grandi flussi turistici diretti verso Pompei, il Vesuvio, la Costiera e il Golfo di Napoli. Non è un dettaglio: significa avere davanti una platea internazionale alla quale raccontare una Campania fatta non soltanto di monumenti e panorami, ma anche di olio, vino, prodotti agricoli e cucina.

Fino a circa 100 persone al giorno possono vivere gli spazi esterni della tenuta dedicati agli eventi e cerimonie, mentre La Stalla mantiene una dimensione più intima, con i suoi 30-40 coperti. E forse è proprio questo il punto interessante.

A Torre Annunziata, dove spesso si corre lungo l’autostrada senza immaginare cosa ci sia appena oltre un cancello, esiste un luogo che invita invece a fermarsi.

A guardare un ulivo. A capire come nasce un olio. A riconoscere una varietà. A scoprire la lava del Vesuvio custodita in un piccolo altarino. A sedersi a tavola e ritrovare il sapore di una ricetta conosciuta, ma con una forma nuova.

Perché la cucina contemporanea, quando funziona davvero, non ha bisogno di dimenticare da dove viene. Deve solo trovare un modo nuovo per raccontarlo.

DAMBO, una fetta di New York nel cuore di Napoli

Nel cuore della city napoletana, a Piazza Municipio, c’è un posto dove appena entri sembra di attraversare una porta spazio-temporale.

Un attimo prima sei a Napoli, con il Maschio Angioino davanti agli occhi. Quello dopo potresti essere in un jazz club londinese. E no, non serve nemmeno il biglietto aereo.

Questo è DAMBO Beef & Grill.

La scorsa settimana è partita la seconda stagione delle DAMBO Jazz Nights, il progetto di Amedeo Quagliata e Maria Mazza , con la direzione musicale di Carmine Marigliano.

Alla voce Helen Tesfazghi accompagnata alla tastiera da Marco Fiorenzano e al sax da Umberto Muselli, uno dei più rinomati al mondo. Qui la musica non è un semplice sottofondo, ma entra nella serata e diventa parte dell’atmosfera.

E poi c’è la cucina.

La focaccella a lievitazione naturale, che segue i suoi tempi e riposa circa 12 ore prima della cottura. E si sente: è una di quelle cose semplici solo in apparenza.

Proposta con varie possibilità ti topping che variano ogni giorno. 

E poi ancora carne di grande qualità, selezione Cillo, uova biologiche PeppOvo e una bella carta dei vini. Non solo ristorante ma anche cocktail bar con una grande varietà di drink in lista.

Il tutto dentro un ambiente che affascina: stile industriale, metallo, mattoni, grandi spazi e quell’aria un po’ anni ’90 che fa subito New York.

L’ispirazione arriva infatti da DUMBO, iconico quartiere di Brooklyn, conosciuto da Amedeo e Maria durante uno dei loro viaggi (sono una coppia non solo nel lavoro ma anche e sopratutto nella vita).

Ma qui non c’è una copia di New York. C’è una Napoli che prende ispirazione da fuori e la fa sua. Loro viaggiano, restano affascinati da qualcosa e lo portano a Napoli per reinterpretarlo e contestualizzarlo nella tradizione campana. 

Perché Dambo è un locale nuovo ma dalla profonda tradizione familiare, infatti, è l’ultimo capitolo di una storia che, in casa Quagliata, parte da lontano.

Così sei anni e’ nato DAMBO Beef & Grill, una nuova tappa del percorso professionale della famiglia Quagliata iniziato nel 1979 con Il Gallo Nero, a cui nel 1990 si è aggiunta la Trattoria Medina, uno degli indirizzi storici della zona.

Con DAMBO però si cambia la formula, cambia il linguaggio e cambia anche il modo di vivere il locale. Un pubblico diverso, in una zona di Napoli fatta di uffici comunali, porto e tanto movimento, dove puoi venire a pranzo, a cena o anche solo per un cocktail.

E con una proposta che cambia ogni giorno, si muove e non ti permette di annoiarti. 

Quello che invece non cambia è l’idea di ospitalità, quella che passa da una generazione all’altra e che oggi la famiglia Quagliata interpreta in una chiave decisamente più contemporanea.

Napoli fuori, New York nell’immaginario e il jazz dentro.

DAMBO.

DAMBO Beef & Grill

📍 Piazza Municipio 2, Napoli

📞 081 552 5996

✉️ info@dambobeef.it 📱 @dambo_beefgrill

🌐 dambobeef.it 

Fuori dal Feed – In provincia si mangia meglio, come da Élevage Wine Restaurant

Sono nata e cresciuta in provincia. Solo durante un breve ma significativo periodo a Roma posso dire di aver assaporato davvero la vita di città. Per il resto, sono sempre stata “quella che non è del centro”, non proprio Napoli-Napoli, per intenderci.

Da quando ho un fidanzato, che vive la Città ogni giorno, c’è una frase che mi ripeto spesso. E no, non riguarda i chilometri da percorrere per incontrarci… ma riguarda il cibo. Io ne sono convinta: in provincia si mangia meglio!

In provincia, almeno per ora, non comanda il turismo di massa. In provincia devi volerci andare. Devi spostarti, fare fatica, scegliere. E se scegli di muoverti, deve valerne la pena.

Ed è esattamente quello che succede quando arrivi da Élevage Wine Restaurant, a Trentola Ducenta, in provincia di Caserta: non solo ne vale la pena, ma ti fa anche capire perché qualcuno decide di restare, investire e rischiare lontano dai riflettori del centro città. Proprio come hanno fatto Anna Rancella e Mario Di Gioia, compagni nella vita e in sala, che nonostante le difficoltà hanno scelto di reinventarsi e plasmare la loro identità attraverso questo locale.

Qui chef Vincenzo Cozzolino porta avanti una cucina che spinge al massimo, senza compromessi, in collaborazione con lo chef una stella Michelin Luca Fracassi.

Il loro menù è pensato per chi ha la mente aperta, per chi ha voglia di provare, di fidarsi e di uscire dalla propria comfort zone, senza però dimenticare sapori (e ingredienti) che rendono la cucina campana così familiare.

Ho provato la degustazione da 75 euro a persona: sei portate, con wine pairing (3 calici) e 2 cocktail a 40 euro. Élevage conta oltre 200 referenze di Champagne e circa 700 etichette di vino, frutto della passione di Anna e Mario, coltivata attraverso viaggi, studio ed esperienze.

Ostrica, verza e capperi

Cozza e lattuga di mare

Trottole, granciporro e pecorino

Stoccafisso, purea di limone e cavolfiore

Pomodoro candito, bruciato e fermentato

Crema, porcini e provolone del Monaco

«Ogni piatto ha carattere, ed è questo il bello della degustazione – afferma lo chef Cozzolino – Quando mi chiedono se possono cambiare qualcosa, provo a spiegare che ogni scelta nasce da uno studio. Togliere o aggiungere un dettaglio significa riscrivere il piatto, cambiarne il senso prima ancora del sapore».

Non ho chiesto modifiche a nessun piatto, mi sono lasciata guidare per capire appieno la visione della loro cucina. E in ogni portata ho ritrovato l’amore per il territorio campano e la voglia di osare, senza mai forzare la mano per stupire o cercare consensi facili.

Ho apprezzato in modo particolare l’ostrica con verza e capperi, un piatto che gioca sull’equilibrio tra note vegetali e sapidità, così come le trottole con granciporro e pecorino, dove la dolcezza del crostaceo viene accompagnata dal formaggio senza sovrastarlo. Stessa cosa per le cozze e lo stoccafisso.

Molto interessante anche il lavoro sul pomodoro candito, bruciato e fermentato: un assaggio sorprendentemente dolce e nitido, che restituisce il pomodoro in una forma quasi essenziale.

Il dessert con crema, porcini e provolone del Monaco, invece, è da interpretare bene. Una proposta coraggiosa, che spinge sul confine tra dolce e salato e che, rispetto all’armonia dell’intero percorso, risulta più divisiva. Ma il rischio fa parte del gioco quando si decide di non abbassare l’asticella…

Perché fare una cucina di questo tipo fuori dal centro non è la strada più semplice, ma anche la più coraggiosa e soddisfacente.

Lentezza e meraviglia all’Abbazia di Santa Cecilia”: a Castinatelli si riscopre il rituale autentico della tavola cilentana

Ci sono luoghi che non solo esistono, ma custodiscono il tempo stesso, trattenendo il respiro in una dimensione sospesa tra storia e natura.

L’Abbazia di Santa Cecilia, incastonata tra i boschi del piccolo borgo di Castinatelli, una delle frazioni di Futani, nel cuore più intimo del Cilento, è uno di questi, dove ogni pietra sembra raccontare una storia e ogni fruscio delle fronde degli alberi invita al silenzio e alla lentezza.

È qui che l’antica abbazia ha ritrovato nuova vita grazie al secondo appuntamento di “Andamento Lento: il pranzo della domenica come una volta”, il format enogastronomico e culturale ideato da Giuseppe Boccia, patron di Stratto pizza e fermento, la rinomata pizzeria di Vallo della Lucania e promosso da Campania da Vivere.

Un progetto che celebra la lentezza come valore, il gusto come linguaggio e la convivialità come rito collettivo. Domenica 12 ottobre, tra profumi d’autunno e sapori autentici del Cilento, si è compiuto un rituale semplice e sacro: sedersi insieme a tavola.

La scelta dell’Abbazia non è stata casuale: questo luogo incantato, incastonato tra ulivi e querce secolari, sembra senza età. Poco conosciuta persino da molti amanti del Cilento, l’Abbazia di Santa Cecilia – risalente all’XI secolo – ha offerto il contesto ideale per un’esperienza che unisce storia, natura e gastronomia. La sua quiete ha accolto gli ospiti in un’atmosfera quasi magica, dove la lentezza è diventata linguaggio e il paesaggio stesso si è fatto narrazione.

L’allestimento, curato con maestria, è stato uno spettacolo nello spettacolo. Sei Lunghe tavolate imperiali, adagiate tra gli alberi e accarezzate dalla brezza d’ottobre, portavano i nomi dei monti simbolo del territorio — Gelbison, Bulgheria, Cervati, Stella, Vesale e gli Alburni — in un omaggio poetico alla maestosità del Cilento.

Ogni tavolo era un microcosmo d’autunno, ornato da Sara De Marco, raffinata event planner che ha saputo tradurre la stagione in una tavolozza di frutta di stagione, foglie, bacche e colori caldi, impreziosita da alzatine ispirate alle coppe dei banchetti romani. Un tocco di eleganza e misura che ha trasformato il pranzo in un’esperienza estetica e sensoriale insieme, dove la bellezza dialogava con il gusto.

La giornata si è aperta a mezzogiorno con l’aperitivo itinerante “A Passeggio nel Bosco”: un percorso tra i profumi della legna arsa e del sugo messo a stufare piano in pentola. Gli ospiti, avvolti dal tepore del bosco, hanno potuto assaporare pizze al forno a legna, fragranti e rustiche; il cacio impiccato, colante e aromatico e il prosciutto crudo tagliato a coltello, offerto in diretta come gesto d’arte e di tradizione.

Il menu significativamente intitolato “Cchì pieri sotto a tavola”, ha reso omaggio all’anima più autentica del Cilento, attraverso piatti che profumano di casa e appartenenza: pasta al forno profumata di casa; bombette ripiene di prezzemolo, formaggio, prosciutto cotto e caciocavallo, firmate I Salumi di Mastro Titta di Daniele Botticchio (Novi Velia).

E poi arrosticini alla brace, cotti lentamente come una volta o foglie e patate con peperone crusco e zucca alla griglia, preparate con le verdure e l’olio extravergine di Rareche Mercato Rurale Naturale.

A esaltare ogni boccone, le etichette selezionate di Fattoria Albamarina con il Futos Aglianico Paestum IGP ed il Valmezzana Fiano DOP Cilento e le Cantine Barone tra Aglianico e Falanghina IGP Campania), autentici ambasciatori del vino cilentano.

L’invito a tornare al passeggio nel Bosco per due ulteriori assaggi: “Pe’ spizzulià” le caldarroste, offerte dalla cooperativa Sant’Anna di Futani e per chiudere in dolcezza l’esperienza “Pe’ Digerì” ha proposto un sorbetto artigianale di Neve Gelati e Torte, nei profumi autunnali di mela annurca e cannella e castagna e rosmarino un connubio di fragranze che evocava l’essenza stessa dell’autunno cilentano.

A fare da colonna sonora, le melodie dei Corus Mediterraneo e di un gruppo di posteggia napoletana “Na poesia”, i canti di Angelo Loia & il Progetto Oizza, i racconti del cantastorie Domenico Monaco. La musica ha intrecciato brindisi e risate, mentre le danze delle ballerine Antonietta Santoro e Federica Mercadante hanno aggiunto grazia e leggerezza, trasformando il bosco in un palcoscenico naturale, animato di suoni e colori.

L’evento ha goduto del patrocinio del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, di Legambiente e del Museo della Dieta Mediterranea, a testimonianza del suo valore culturale e territoriale. Un riconoscimento che rafforza il legame tra gastronomia, paesaggio e identità, nel segno di una Cilento che si racconta attraverso il gusto e la lentezza.

Ma “Andamento Lento” non si ferma qui: il viaggio prosegue con altri luoghi, sapori, incontri e persone, alla ricerca delle tradizioni più autentiche e nascoste del Cilento. Un percorso capace di restituire valore al tempo, alla terra e alla tavola, cuore pulsante della comunità, luogo dove si intrecciano storie, sapori e relazioni.

Un cammino che invita a rallentare, ad ascoltare e a ritrovare nel cibo e nella condivisione la più antica forma di appartenenza. All’Abbazia di Santa Cecilia, il tempo si è fermato giusto il necessario per ricordarci che le cose migliori accadono sempre lì, dove il vino riempie i bicchieri, le mani si incontrano e le voci si fondono in un unico, armonioso racconto di vita.

Premiate Trattorie Italiane: la forza della tradizione che guarda avanti

Quando il crepuscolo accarezza i colli umbri, qualcosa di speciale nell’aria richiama l’istinto di tornare a tavola. È in quel momento che Posta Donini, con i suoi giardini secolari e gli affreschi antichi, si trasforma in un palcoscenico sospeso tra memoria e promessa: è qui che, il 6 ottobre, ventuno trattorie provenienti da ogni angolo d’Italia si sono riunite per celebrare un legame antico con la cucina, con la terra e con chi mangia con anima e pancia.

Quella sera, non era solo una cena. Era un racconto corale, un annuncio di fiducia nel futuro: tre nuove trattorie entreranno nel gruppo nel 2026, portando il totale a 24.

La rete che difende l’identità gastronomica italiana

Nata nel 2012 dall’iniziativa di quattro osti Federico Malinverno, Sergio Circella, Alberto Bettini e Avgustin Devetak Premiate Trattorie Italiane si fonda su un patto non scritto: custodire la cucina popolare territoriale come espressione profonda di comunità, accoglienza e autenticità.

Oggi l’associazione include ventuno insegne sparse da Nord a Sud, unite da valori condivisi: uso di materie prime locali, piatti legati alla memoria, prezzi onesti, carta vini curata, accoglienza autentica, cura del cliente.

Ma più di tutto, è l’etica del mestiere che fa da collante: “cucinare per gli altri come si farebbe per casa”, con rispetto, passione e trasparenza.

Il racconto della serata: memoria, incontri, sapori

L’atmosfera era quella delle grandi occasioni: luci soffuse, tovaglie bianche, sorrisi veri. Dopo un aperitivo nel parco tra calici di Grechetto e stuzzichini, gli ospiti sono stati invitati alla cena ufficiale, dove ogni portata è diventata un invito a viaggiare da una regione all’altra, cucinata e servita dagli stessi osti del gruppo.

Piatti protagonisti:

  • Strangozzi spoletini al ragù bianco di abbacchio e porcini
  • Filetto di maialino in crosta di manna, mandorle e pistacchi con timballo di cicoria selvaggia, zucca gialla, farro croccante e caciocavallo del Gargano
  • Interpretazioni eleganti di dolci della tradizione contadina

Questi piatti erano “parlanti”: nessuna messa in scena, solo sapori riconoscibili che emozionano, come la memoria che ride.

Tra gli interventi ufficiali, uno dei momenti più intensi è stato l’annuncio delle tre nuove trattorie 2026, scelte per autenticità, coerenza e radicamento territoriale. Un gesto che non è soltanto espansione, ma fiducia nel futuro della cucina italiana.

Menù e vini: un’armoniosa sinfonia da vivere

Aperitivo: l’aperitivo è stato proposo nei bellissimi spazi all’aperto e nella sala adiacente, con l’accompagnamento musicale dal vivo di musica

Piatto / propostaTrattoria
Crostini di LampredottoTrattoria da Burde, Firenze (FI)
Zuf Carsolino (farinata di semolino con ricotta caprina e erbe del Carso)Lokanda Devetak, San Michele del Carso (GO)
Porcino fritto, polenta e crema di CasoletRistorante Boivin, Levico Terme (TN)
Minestrone alla genovese con i brichettiLa Brinca, Ne (GE)
SottoboscoEnoteca della Valpolicella, Fumane (VR)
Patè di fegatini di pollo con confettura di mele e pan briocheAntica Trattoria del Gallo 1870, Gaggiano (MI)
Tirtler con le ortichePitzock, Funes (BZ)
Luccio in salsa isolanaCaffè La Crepa, Isola Dovarese (CR)
Polpettine di zucchine con giardiniera dell’ortoTrattoria Visconti, Ambivere (BG)
Acciughe con salsa verdeAlbergo Ristorante Cacciatori 1818, Cartosio (AL)

Pane a lievitazione naturale
Fornito da Panificio Artigianale Pagna

Cena (nelle sale interne)

Antipasti regionali

  • Antipasto Emiliano (Collab: Trattoria ai Due Platani – Coloreto (PR), Amerigo 1934 – Savigno (BO), Entra – Massa Finalese (MO))
  • Olive ascolane di mare (Vecchia Marina, Roseto degli Abruzzi (TE))

Primo piatto

  • Strangozzi spoletini al ragù bianco di abbacchio, porcini, grana di pecora e pimpinella
    (Sora Maria e Arcangelo, Olevano Romano (RM) con Il Capanno, Torrecola (PG))

Secondo + contorno

  • Filetto di maialino in crosta di manna, mandorle e pistacchi
    con timballo di cicoria selvaggia, zucca gialla, farro croccante e caciocavallo del Gargano
    (Hostaria Nangalarruni, Castelbuono (PA) con Antichi Sapori, Montegrosso (BT), Puglia)

Dolci

  • Pizza dolce di Dora & Torta con nocciola tonda gentile romana
    (Lo Stuzzichino, Sant’Agata sui due Golfi (NA) con Trattoria del Cimino dal 1895, Caprarola (VT))
  • Biscotto Cegliese
    (Ristorante Cibus, Ceglie Messapica (BR))

Accompagnamenti
Acqua Valverde | Caffè Bonacchi | Olio Roi | Liquori Izzi

Vini in abbinamento

Grande successo per l’evento Premiate Trattorie d’Italia, organizzato in collaborazione con il Consorzio Tutela Vini di Montefalco, che ha portato in scena un incontro virtuoso tra la migliore cucina di tradizione e l’eccellenza enologica umbra.

Durante la manifestazione, i vini del territorio sono stati protagonisti di degustazioni molto apprezzate, capaci di raccontare, calice dopo calice, l’identità autentica dell’Umbria. Il presidente del Consorzio, Paolo Bartoloni della Cantina Le Cimate, cui sarà dedicato un prossimo approfondimento, ha sottolineato come la sinergia tra le Premiate Trattorie e i vini di Montefalco rappresenti un valore fondamentale: “In una osteria artefice della buona cucina, ha ricordato, non può mancare il vino, che è identità ed espressione del nostro territorio.”

Un messaggio chiaro, che ribadisce quanto la cultura del cibo e quella del vino siano inseparabili nel racconto più autentico dell’Umbria.

Ecco la colonna sonora liquida della serata, firmata dal Consorzio di Tutela dei Vini di Montefalco:

  • Montefalco Grechetto DOC
  • Montefalco Bianco DOC
  • Spoleto DOC Trebbiano Spoletino (anche in versione spumante)
  • Montefalco Rosso DOC
  • Montefalco Sagrantino DOCG
  • Montefalco Sagrantino DOCG Passito

Cantine partecipanti
Agricola Mevante, Antonelli, Arnaldo Caprai, Cesarini Sartori, Colle Ciocco, Colle Uncinano, Colpetrone, Di Filippo, Dionigi, Fattoria Colsanto, Fongoli, La Veneranda, Le Cimate, Le Thadee, Lungarotti, Ninni, Perticaia, Plani Arche, Romanelli, Scacciadiavoli, Tenuta Alzatura, Tenuta Bellafonte, Terre di San Felice, Tenuta Clivo del Cardinale, Terre de La Custodia.

Valori, impatti e visione del futuro

L’associazione non è solo una rete commerciale: è un movimento culturale che difende l’idea della tavola come spazio di incontro, narrazione e memoria.

In un panorama gastronomico che spesso punta al “colpo d’occhio” o all’effetto mediatico, le Premiate Trattorie Italiane scelgono la via della coerenza, mettendo al centro il territorio, il racconto e il cliente.

Ogni trattoria diventa una finestra sul suo mondo: visitarla è entrare in una comunità, respirarne i profumi, scoprirne i racconti. Il gruppo è anche un itinerario diffuso, capace di unire luoghi meno battuti ma ricchi di identità.

Oggi, essere una “trattoria” è una sfida: coniugare qualità, sostenibilità, tradizione e capacità di dialogare con un pubblico sempre più evoluto.
La scelta di accogliere tre nuove insegne nel 2026 è un segno forte: non un’espansione fredda, ma un gesto fiducioso verso il domani della cucina tradizionale.
Come ha detto uno dei fondatori:

“La trattoria è il cuore dell’Italia che lavora, accoglie e cucina. È lì che le persone si ritrovano per riconoscersi.” Ed è questo spirito che, a Posta Donini, si è percepito a ogni brindisi, piatto e abbraccio tra colleghi diventati amici.

“Con il Cuore nel Piatto”: l’enogastronomia incontra la solidarietà

Il 26 giugno 2025 a Magliano Sabina si è svolta anche quest’anno la bellissima iniziativa “Con il Cuore nel Piatto”, una splendida serata di beneficenza nella suggestiva Tenuta del Ristorante degli Angeli. 

L’evento è ormai alla sua undicesima edizione nella suggestiva scena naturale della provincia reatina: propone la collaborazione tra alta cucina, iniziative di solidarietà e bellezza paesaggistica. Una partecipazione di centinaia di buongustai contributori ha reso ancora quest’anno la serata indimenticabile per successo e per spirito solidale.

Autrice dell’evento è la chef Laura Marciani, personaggio di valore nel tessuto sociale della Sabina e di Roma: da un’esperienza personale familiare terribile, la perdita di un figlio, lei ci racconta con una dolcezza rara il modo in cui nasce 11 anni fa l’esigenza di un’esperienza che fonde la sensibilità verso la ricerca medico-scientifica con le professionalità affermatissime di chef amici e solidali, provenienti da ristoranti stellati. 

La missione di quest’edizione è la raccolta fondi per il “Centro Clinico NEMO” presso il Policlinico Agostino Gemelli di Roma, in sostegno all’assistenza e alla ricerca per i bambini affetti da gravi patologie neuromuscolari. Sul sito e sui profili social dell’evento sono disponibili le rendicontazioni di ogni altra missione di raccolta fondi promossa nelle edizioni precedenti.

Sono presenti le istituzioni di zona, impegnate a sostenere questa iniziativa ogni anno, al fianco di un programma di attività volte a promuovere un territorio mediano tra Umbria e Roma, come la Sabina e la Tuscia, portandolo alla conoscenza del vasto pubblico di amanti della enogastronomia italiana. C’è indubbiamente una identità reatina che si affianca alle presenze di chef e prodotti di tutta Italia: un fervore solidale tipico di questa cultura locale.

Ma andiamo al “Cuore” dell’evento

Il concept è una cena enogastronomica sotto le stelle, coordinata dall’ospite chef Laura Marciani e strutturata con postazioni di cucina e assaggio diffuse tra piscina, parco, chiesetta e giardini: 60 postazioni gourmet animano un percorso sensoriale senza precedenti per interpretazioni creative, con 82 chef provenienti da tutta Italia impegnati in creazioni d’autore – dagli antipasti ai dessert – preparati e serviti al momento. Ne risulta una formula di degustazione libera e immersiva, in un contesto naturale d’eccezione di cui vi diamo conto fotografico minimo.

Accanto alla cucina, una selezione di cantine italiane,  sake, gin e distillati artigianali, salumi e formaggi d’eccellenza, dolci raffinati, creme spalmabili, cioccolato e gelati firmati da maestri pasticceri.

Alcune novità di quest’anno sono le selezioni di Carol Agostini, allestitrice dell’evento e della comunicazione con Papillae.

Si inizia con i lombardissimi salumi e prosciutti d’oca di cascina, dell’azienda Quack di Greta Pavan, in abbinamento ai freschissimi vini veneti di Tenuta Solar di Andrea Bolla; la frutta Martorana del Maestro Alessandro Marchese in abbinamento ai vini della Tenuta Borgolano di Donatella Quaroni. Ma è presente anche la Sabina con chef come Gli Ambasciatori del Territorio dell’Osteria del Vecchio Orologio, o le creazioni de Il Casaletto, o Gabriele Amicucci e la sua cucina fatta di processi essenziali e protettivi del gusto naturale degli elementi. 

Ed è un’inenarrabile sarabanda di gusti, di specialità e creatività tutta italiana, ad abbracciare presenze locali come i celebratissimi vini de La Madeleine; toscane, come il leggendario Brunello di Montalcino Riserva di Poggio degli Ulivi, oppure della Campania con Roberto Guarino e i sughi Vestalia davvero eccezionali per freschezza, in mezzo a creazioni degli chef tra i più noti della penisola Sorrentina. Non mancano le presenze romane con Le Tamerici e con lo chef Francesco Apreda di The Pantheon.

Nell’evento c’è anche la musica dal vivo, di classe e a corredo di ambientazioni eleganti, affluenti a un gran finale di premiazioni accompagnate allo spettacolo pirotecnico che ha illuminato la notte sabina.

Il percorso degustativo si conclude con una notevole selezione pasticciera e gelataia di zona, tra cui spicca una degustazione di gelati biologici aspersi con gocce di olio extravergine di oliva da cultivar locali di eccezionale fattura.

Accompagnati dal Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese della cantina Dhéon, rimane davvero notevole il gusto e il ricordo che lasciano, di una serata multicolore e poliedrica per spunti creativi, al centro della quale resta innalzato il valore sociale del sostegno alla ricerca contro le malattie neuromuscolari dell’infanzia.

Anche quest’anno, Il Cuore ha dialogato con il Piatto in un evento vissuto e da raccontare, condividere, con il gusto e con il cuore.

Ristorante Zì Teresa: nei suoi piatti i profumi e i sapori del Golfo di Napoli

Ci sono luoghi senza tempo che restano uguali a loro stessi, mantenendo viva un’identità dalla storia lunghissima, conservando la tradizione, rinnovandosi in maniera leggera, cadenzata e sobria, quasi senza che nessuno si accorga dei piccoli dettagli che a poco a poco, hanno trovato il loro posto nella giusta misura e armonia.

Il ristorante Zì Teresa è tra questi luoghi, un cult ormai: espressione dello storico locale di Teresa Fusco del 1862, ubicato nel cuore del Borgo Marinari del Quartiere Santa Lucia a Napoli, nel suggestivo Castel dell’Ovo e dal 2008 gestito con fierezza da “donna” Carmela Abbate.

La storia del ristorante Zì Teresa segue il filo del coraggio, della passione, della caparbietà e dell’amorevolezza che la femminilità napoletana esprime: era il 1860 quando ebbe inizio il processo che destabilizzò il Regno di Napoli, comportandone l’annessione al resto d’Italia. Il giovane marinaio Gennaro Fusco, imbarcante su una delle unità navali della flotta borbonica, si ritrovò senza lavoro a causa delle vicissitudini storico-politiche, congedato dal servizio proprio mentre diventava padre all’età di 26 anni.

Per sbarcare il lunario Gennaro si diede alla pesca, come tanti uomini di mare che prendevano il largo dal piccolo porto di Santa Lucia. Scomparso in mare a seguito di un naufragio, lascerà la moglie Teresa e i figli da soli e in balia dei tempi duri. Teresa iniziò a lavorare ben presto, portando ristoro ai pescatori vendendo loro cibo tenuto in caldo in un grosso portavivande di stagno; in particolar modo erano tanto apprezzati i taralli. Più tardi sposò in seconde nozze Vincenzo Giordano, un sottufficiale della Guardia di Finanza, da cui ebbe una numerosa prole.

Ma il destino beffardo aveva ancora in serbo dei dispiaceri per Teresa, che nella vita dovette assistere impotente alla morte di tutti i figli e purtroppo anche del marito; restarono solo i nipoti che naturalmente la chiamavano “Zi’ Teresa”. Si trasferì al Borgo Marinari presso una sua cugina, a cui era toccata la stessa sorte e che era madre di tre figli. I profumi della cucina povera – con cui bisognava sfamare i figlioli – attiravano i passanti che ne chiedevano qualche assaggio, consentendo a Teresa di mettere fuori qualche tavolo e avviare una modesta attività economica.

Alla lunga e visto il successo rapido, la Fusco decise di affittare una parte dell’arenile per piazzarvi un capannone con tavoli e sedie; correva l’anno 1890 e la storia del Zì Teresa ebbe inizio.

Vermicelli alle vongole, polpi affogati, le freselle, la grigliata di pesce e la zuppa di cozze, erano soltanto alcune delle sue specialità, gustate e apprezzate da un pubblico trasversale con le note melodiche delle antiche canzoni napoletane interpretate dai posteggiatori del borgo partenopeo. La sua fama di cuoca popolana si diffuse tra le due guerre, in un periodo in cui Napoli tornava ad occupare il suo legittimo ruolo di capitale cosmopolita, e fu così che il ristorante Santa Lucia finì tra le pagine del New York Times, protagonista di innumerevoli scatti storici e frequentato da regnanti e personaggi eccellenti da tutto il mondo.

Tra gli avventori si annoverano Benedetto Croce, Neville Chamberlain, Gabriele D’Annunzio, Winston Churchill, Arturo Toscanini, Greta Garbo, Luigi Pirandello e molti altri. Le numerose visite di Totò, principe della risata, Eduardo, Titina e Peppino De Filippo, Sofia Loren e Marcello Mastroianni, furono quelle che ne accrebbero la notorietà al di sopra di tutto.

Negli anni ’50, ormai novantenne e paga di una vita intensa, carica di soddisfazioni e di sacrifici, Teresa Fusco era ancora solita affacciarsi da una finestrina che dava sulla sala del ristorante per osservare il trafficare dei camerieri tra i tavoli e scorgere l’apprezzamento della clientela. Si spense il 25 maggio 1953 ed i suoi funerali attrassero uno stuolo di inviati speciali di giornali ed agenzie cinematografiche da tutto il mondo.

Nel 2008 Carmela Abbate, classe del ’55, rileva assieme alla sua famiglia il ristorante Zì Teresa che, tra gli anni ’80 e ’90 consolida il suo appeal internazionale, diventando definitivamente un luogo di culto della cucina partenopea.

Cresciuta tra i fornelli di una piacevole trattoria familiare, per Carmela Abbate la cucina è sempre stata ragione di vita, tanto che all’età di 18 anni era già conosciuta come una tra le migliori cuoche di Napoli, fino a incontrare Mario Della Notte a Posillipo, suo futuro marito e allora proprietario del ristorante Giuseppone a Mare.

Il ristorante Zì Teresa, oggi come ieri, rappresenta il Golfo di Napoli nel piatto, e non solo: gli antipasti sono infiniti e presentano un’ampia possibilità di comporre la vasta biodiversità della materia prima campana, sia di mare che di terra. Con la piacevole compagnia della giornalista Carmen Davolo e di altri colleghi della stampa, il menù degustativo ha preso forma dalla fresella con pesto al basilico napoletano, burrata, pomodorini rossi del Piennolo e pomodorini gialli Giagiù il giusto preludio alle portate principali, condita con olio extravergine d’oliva campano e l’inconfondibile aria di mare che accompagnerà tutto il pasto.

I gamberoni rossi in tempura sono un esempio di morso appagante nella texture del crostaceo e nella croccantezza della pastella, lieve e asciutta. L’insalata di polpo… che dire? I rebbi della forchetta nell’affondo hanno già dato l’unico responso possibile: tenerezza delle carni, cottura ottimale e tutto il gusto dell’autenticità del pescato. Il sauté di vongole veraci, carnose, con l’intingolo godurioso che a non far scarpetta è peccato, è ancora parte di un antipasto che stabilisce un percorso che affronta anche il crunch esterno dei fiori di zucca dal cuore morbido e filante di ricotta di fuscella e parmigiano reggiano.

Le cozze, decisamente della cultivar Santa Lucia, allevate nello specchio d’acqua di Bocca Piccola, tra Punta Campanella e Capri, sono state di una carnosità profumata, gustosa e dall’intenso sapore di mare. Il primo piatto non poteva che essere la “ammescafrancesca”, un classico intramontabile: parliamo della “azzeccosissima” pasta mista con fagioli e cozze, con quel gusto leggermente umami che riunisce i legumi ai frutti del mare.

Alta qualità e senso competente dell’accoglienza portano in tavola la più schietta interpretazione gastronomica del Golfo di Napoli, tradotta in piatti presentati con cura e attenzione ai dettagli, in un’atmosfera d’altri tempi e dall’appeal internazionale, tale che tra i tavoli la parlata napoletana degli affezionatissimi di sempre incrocia tutte le altre lingue del mondo.

Non mancano i crudi, le sontuose linguine all’astice, i pesci di fondali preparati al sale o al forno, le fritture dorate e la pasticceria napoletana. Piuttosto rappresentativa anche la carta dei vini con i classici dell’enografia napoletana e campana, oltre ad alcune referenze nazionali e internazionali, con le immancabili bollicine.

Oggi Carmela Abbate, dopo la scomparsa di suo marito, è erede, assieme ai figli Stella, Serena e Antonio, non di un semplice ristorante storico, bensì della storia della ristorazione napoletana da cui è possibile intravvedere – da una prospettiva privilegiata – passaggi epocali che ovunque, eccetto qui, hanno portato mutamenti nel tessuto urbano.

Anche il semplice mangiare una fetta di pane con un po’ di olio buono, con vista mare sul Golfo di Napoli e con il Vesuvio sullo sfondo, significa entrare a far parte, per pochi attimi, di una cartolina estemporanea entro un salottino gastronomico dalla cornice millenaria all’ombra di Castel dell’Ovo. L’incrocio dove storia e tradizione incontrano la creatività e l’innovazione, che hanno condotto l’arte culinaria napoletana a diventare icona mondiale.

Pompei: The Roof si rinnova all’ombra del Vesuvio

Habita79 MGallery Pompeii ridisegna lo stile dell’ospitalità in chiave luxury in un contesto panoramico e storico di ineguagliabile bellezza. A pochi passi dal Santuario della Beata Vergine Maria del Santo Rosario di Pompei l’arte si mescola col sacro e gli scavi dell’antica città sepolta dalla lava del Vesuvio completano il quadro con una cornice intrisa di richiami alle varie culture, ivi presenti dalla fondazione degli Osci tremila anni fa sino ai giorni nostri.

La terrazza dell’hotel, che vanta sale per meeting, il moderno centro benessere Nuxe Spa ed il ristorante il Circolo al piano terra, si arricchisce della parte prettamente estiva di The Roof, curato da Ferdinando Longobardi, esperienza in strutture all’estero e dal suo aiuto Giovanni Langella.

Una drink list articolata dove trovano espressione le rivisitazioni di cocktail pre o after dinner in chiave afrodisiaca e vulcanica, con titoli accattivanti quali “79 a.C.”, “Lava”, “Gli amanti”, “Have” e molti altri da abbinare alla cucina smart, anche in modalità da tapas, elaborata dall’Executive Chef Roberto Lepre, gavetta formativa con alcune delle Stelle Michelin più importanti in Italia.

Gestire 23 persone nella lunga brigata di cucina delle tre anime ristorative di Habita79 (The Roof – l’osteria e la pizzeria de il Circolo) non è semplice, ma Lepre riesce a sdoppiarsi e persino triplicarsi all’occorrenza, adeguando le proprie ricette in funzione del cliente e delle occasioni.

Il giovedì, ad esempio, la musica accompagna gli ospiti in terrazza, con un dj set internazionale e l’atmosfera giusta per godersi in relax il tramonto su comode sedute sofà o ai tavoli d’assaggio.

Tra le scelte à la carte adatta a tutte le tasche, intrigante la capasanta ai carboni, con spinacino al burro, nduja e quinoa soffiata, così come il tataki di tonno in salsa ponzu, verdurine primaverili al sesamo e maionese di jalapeno.

Lieve correzione di prezzo per chi preferisce una porzione “regular” non accontentandosi di un semplice assaggio in piccoli morsi.

Si prosegue con ribs di maialino della celebre macelleria Cillo, cotte dolcemente e laccate al bbq su patatas bravas e crudo di verdure alla senape.

Prima dei dessert la prova del nove vinta con l’agnolotto strigliato di pasta fresca al basilico, provolone del Monaco e carciofi di Schito in doppia consistenza, di gran lunga il piatto migliore della serata.

Coccole finali con waffle ripieno di semifreddo alla vaniglia, pralinato di arachidi e mou salato. O un croccante bignè craquelin alla nocciola Mortarella. Presente la cantina Tredaniele a suggellare metaforicamente con i suoi vini il connubio delle due coste della Campania, in un filo rosso di gusto tra Cilento e Pompei.

Napoli: chef Rosario Avolio e La Tattoria tra i vincitori del programma televisivo Foodish

Melanzane pullastiello, scarola e peperone mbuttunato, polpette con la salsa, parmigiana di melanzane.

Tutto fa pensare a uno di quei pranzi della domenica dove un’infaticabile nonna di origine partenopea profondeva per ore – se non giorni- la propria maestria culinaria per la gioia della famiglia, riunita attorno alla tavola.

Siamo invece a Napoli, nel cuore del quartiere Vomero, più precisamente in Piazza Cosimo Fanzago da La Tattoria, accogliente ristorante glamour in stile “jungalow”, dove lo chef Rosario Avolio propone la cucina della tradizione locale.

Tatto Chef ci accoglie personalmente e ci dà il benvenuto come a casa: è proprio tale atmosfera di ospitalità che vuole ricreare nella sua Tattoria e racconta che la passione per la cucina è nata proprio durante le domeniche passate a cucinare accanto alla nonna.

Aperti i battenti poco più di una anno fa, La Tattoria gioca sull’assonanza tra il soprannome che chef Avolio porta con orgoglio sulla casacca – Tatto, il modo in cui i nipotini lo chiamavano da piccoli, non riuscendo a pronunciare bene la parola zio – e il termine trattoria.

Ma la vera svolta è avvenuta da poco tempo, con il programma televisivo Foodish di Jo Bastianich, che ha incoronato il piatto creato e presentato da chef Avolio per l’occasione: la pasta mista ceci e vongole.

Da quel momento, racconta lo chef, in molti sono arrivati incuriositi da questa specialità. Una famiglia proveniente dal Veneto ha persino previsto, tra le tappe del proprio viaggio napoletano, la sosta a La Tattoria per assaggiare la cucina di Rosario.

Stagionalità degli ingredienti? Certamente! conferma chef Avolio, ma sempre nei limiti della sontuosa cucina napoletana e delle verdure alla base dei propri piatti: a breve non sarà più stagione di scarole, ingrediente principale di uno delle preparazioni più richieste, la scarola ripiena, e verrà introdotto il tegamino peperoncini verdi di fiume, cozze e pecorino.

Ci sediamo a tavola curiosi, con un certo languorino e non veniamo delusi nelle aspettative. Il ricco antipasto servito a centro tavola ci permette di degustare tutte le specialità di Rosario e fare un tuffo nel passato, quando non si contavano le calorie nel piatto e riunirsi intorno alla tavola della domenica era un rito irrinunciabile.

Iniziamo con la famosa melanzana pullastiello, fette di melanzana a doppia frittura, ricomposte intere e  ripiene di provola e salame: farcitura ricca come probabilmente doveva essere quella di un piccolo pollo, ‘o pullastiell appunto in napoletano. 

Proseguiamo con altri due classici imbottiti, o meglio ‘mbuttunati, il peperone e la scarola: il primo goloso, col suo ripieno di provola e prosciutto, la seconda di origine popolare, perché usa una farcitura “povera” di capperi, pinoli, uvetta e, quando possibile, qualche filetto di alice.

Non poteva ovviamente mancare la parmigiana di melanzane, succosa come vuole la tradizione partenopea, anch’essa di molta sostanza, perché le melanzane vengono prima fritte e poi composte in sformato. Per chiudere gli antipasti, il tegamino di polpette succulenti al sugo.

Tatto chef ci accoglie in cucina mentre termina la preparazione del piatto cult della serata: la pasta mista – o meglio la mischiata– con ceci e vongole, vincitore del programma condotto da Jo Bastianich.

Foodish, neologismo destinato a entrare di forza nella nostra lingua, che ci fa pensare a qualcosa di mangereccio e godurioso allo stesso tempo, è il programma dell’imprenditore americano che si propone, in trentuno puntate, di scovare piatti della tradizione del Bel Paese rielaborati da una nuova generazione di chef intraprendenti.

Eccoci pronti al piatto di Tatto chef che ripropone il più classico dei primi di mare, la pasta con le vongole, ma lo fa passando ancora una volta attraverso la tradizione partenopea, che già prevede una preparazione che sposa legumi e mitili, la pasta e fagioli con le cozze.

Nell’interpretazione di Chef Avolio, i legumi utilizzati sono i ceci, più aromatici e delicati, il mitile, la vongola. Un’ultima rimestata nel classico coccio e possiamo gustare un piatto appetitoso, in cui l’avvolgente cremosità, unita alla freschezza delle vongole e a una punta di peperoncino, rendono la preparazione equilibrata e armonica.

Tatto chef ci saluta con un dolce semplice, anch’esso frutto della tradizione familiare: una frolla delicatissima ripiena di crema pasticcera aromatizzata al limone.

Ce ne andiamo pensando alla grande cucina del Sud Italia, intramontabile anche in un’epoca in cui l’attenzione all’alimentazione è quasi da estremisti. Il suo elisir di lunga vita risiede nei concetti di tradizione, passione e convivialità.

LA TATTORIA

Piazza Cosimo Fanzago, 117

80129, Napoli (NA)

Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: Un Piano nel Cielo by Casa Angelina

Ci sono luoghi in Costiera Amalfitana dove le lancette del tempo si fermano. Paesaggi immersi nella bellezza di una natura a tratti ancora incontaminata. Guardando in giro, si scorgono i fiordi e la macchia mediterranea tipica, con i suoi profumi di zagara fresca ed erbe aromatiche. Il verde di alberi e arbusti mescolato con il grigio della roccia granitica ricoperta dalle pomici vulcaniche ed il blu del mare, che vira verso un candido azzurro quando sfiora il cielo all’orizzonte.

Un Piano nel Cielo, il ristorante una Stella Michelin di Casa Angelina a Praiano, non poteva avere nome più evocativo. La struttura luxury, dotata di incantevoli camere e suite vista mare, oltre una SPA moderna, è a basso impatto ambientale e si cela perfettamente nell’insenatura di una piccola baia sottostante. Un percorso a più livelli che dalla spiaggetta privata risale con una lunga scalinata verso il grande orto botanico e frutetto, fortemente voluto dall’Executive Chef Leopoldo Elefante.

Il buen retiro, dove coltivare ortaggi e primizie da inserire nei piatti del menu o semplicemente per accogliere l’ospite incuriosito dall’approccio romantico che sempre ispira l’amore per la terra. Il rooftop dell’Hotel accoglie invece la sala interna e la magnifica terrazza estiva per poter godere delle meraviglie del tramonto, a lume di candela, assaggiando le proposte in carta.

Sala curata in ogni dettaglio dal manager Andrea Confessore coadiuvato da uno staff professionale e competente, in grado di offrire il miglior abbinamento con il cibo tra una selezione vini ampia ed esaustiva. Corretto il ricarico rispetto al turismo d’élite, che sceglie questo angolo paradisiaco per vacanze all’insegna dell’esclusività e della privacy dal mondo esterno.

Brigata di cucina giovane e con tanta voglia di imparare, che segue i consigli e la filosofia dello chef Leopoldo, amante di ciò che è a chilometro zero da pochi ingredienti e grande esaltazione della materia prima, magari condita con spezie ed erbe officinali. Delicatissimi gli ingressi d’avvio, con un bun dal gusto di montanarina e la ventresca in acqua di pomodoro dell’orto.

Si prosegue con merluzzo ed emulsione di peperoni friggitelli e pomodorini gialli. Piatto bello agli occhi e di forte impatto al palato.

Il risotto con blu di bufala e baccalà rappresenta un classico della cucina partenopea contemporanea, cui segue la linguina di Gragnano con ragù di ricciola, pomodoro e susato amalfitano.

Per la pasta fresca il tortello con cappone, provolone del Monaco e chips di patate viola con riduzione di brodo. L’assaggio migliore della serata, prima dell’arrivo dei secondi e della chiusura con i dessert curati dal talentuoso chef de patisserie Michele di Leva.

Il tempo di provare i lievitati come la focaccia con patate, olio extravergine di oliva di Agerola e origano ed ecco il filetto di pesce San Pietro e salsa di mandorla ed il piccione in tre consistenze (carpaccio, spalla, petto) con funghi, aromatizzato con un formaggio al caffè straordinario per estro e visione.

Duetto di dolcezza con il soufflé alla vaniglia ripieno di salsa d’albicocca e con un gelato oleoso, fichi, noci e polvere di Provolone del Monaco, sempre per rispettare la gastronomia del territorio.

Da poco Un Piano nel Cielo ha riaperto i battenti in vista della nuova stagione dopo la sosta invernale: l’occasione ideale per respirare aria di Paradiso.