Il Chianti Classico raccontato nei vini di Vecchie Terre di Montefili

Oggi siamo da Vecchie Terre di Montefili, grazie all’accoglienza del direttore commerciale Stefano Toccafondi. Giornata splendida per fare quattro passi nei vigneti, prima di entrare in cantina. Il modus operandi dell’azienda tiene conto della particolare attenzione alla biodiversità di specie endemiche.

La chiacchierata con l’esperta Enologa e Agronoma Serena Gusmeri e poi a seguire la degustazione vini hanno arricchito la nostra esperienza con alcune nozioni sul territorio che vi racconteremo.

Vecchie Terre di Montefili è situata a Panzano in Chianti nel cuore del Chianti Classico, facente parte del comune di Greve in Chianti (FI), osta ad un’ altimetria di oltre 500 metri., sul crinale collinare che fa da spartiacque tra la valle di Greve e la Val di Pesa. Quando varchi il cancello della tenuta si gode di un panorama senza eguali e la quiete regna sovrana. 

L’etimo del nome deriva dal vecchio Castello Montefilippi, che andò in rovina nel periodo di lotta tra Guelfi e Ghibellini. La famiglia si ritirò definitivamente a Firenze e dopo poco il Castello cominciò a crollare, preda di chi necessitava di pietre e ferro per rafforzare o costruire ex novo la propria residenza. 

Il vigneto più vecchio di Vecchie Terre di Montefili risale al 1975 ed il vitigno maggiormente coltivato è il Sangiovese. I tre proprietari amici, Nicola Marzovilla, Frank Bynum and Tom Peck Jr., hanno creduto e credono in questo straordinario vitigno, tranne un piccola parcella dedicata al Cabernet Sauvignon. E’ in programma la realizzazione della nuova cantina che andrà a facilitare le operazioni di vinificazione.

L’azienda possiede oggi la certificazione biologica; il suolo è ricco di argilla, ma a circa quaranta cm di profondità sono presenti galestro e pietra forte. Le rese nelle vigne per ettaro attuali risultano molto basse e l’elevata qualità dei vini si riscontra nel calice.  L’enologa e agronoma è Serena Gusmeri, entrata poco prima dell’autunno del 2015, dando sin da subito un nuovo impulso all’attività. Panzano è infatti un areale rinomato per la longevità dei suoi vini, per la famosa Conca d’Oro e per essere stato il primo biodistretto d’Italia. Panzano è divenuta ufficialmente una UGA all’ interno del comune di Greve in Chianti.

I vini degustati

Bruno di Rocca Toscana Igt 1999 – Cabernet Sauvignon e Sangiovese – rosso granato dalle sfumature aranciate, sprigionante note di lavanda, prugna, frutti di bosco maturi, tabacco liquirizia, sandalo e bacche di ginepro. Avvolge con accattivante suadenza e buona lunghezza. Spettacolare.

Anfiteatro Toscana Igt 2015 – Sangiovese 100% – rubino intenso dai riflessi granati, emana sentori di violacciocca, amarena, mora, arancia rossa, melagrana, charcuterie e spezie orientali. Sorso appagante, dai tannini setosi e ben integrati.

Chianti Classico 2020 – Sangiovese 100% – Rubino vivace, olfatto di violetta, ciliegia, ribes, grafite e curcuma. Al gusto è saporito, vibrante e generoso.

Chianti Classico Gran Selezione 2019 – Sangiovese 100% – Rosso rubino vivace, giungono subito note di rosa canina, marasca, lampone, seguite da rabarbaro, bacche di ginepro, pepe nero e nepitella. Rotondo, pieno ed equilibrato.

Le Mortelle: un sogno di Maremma della dinastia Antinori

Nel cuore pulsante della Toscana, tra colline ondulate e vigneti che si estendono a perdita d’occhio, si snoda una storia di passione, tradizione e innovazione che dura da oltre sei secoli. È la famiglia Antinori, che ha trasformato l’arte di produrre vino in vera e propria leggenda. Immaginate di tornare indietro nel tempo, alla Firenze del 1385. Mentre Dante aveva scritto la sua Divina Commedia e qualche anno dopo Brunelleschi avrebbe progettato la cupola del Duomo, Giovanni di Piero Antinori dava vita a quella che sarebbe diventata una delle più longeve dinastie vinicole del mondo.

Per 26 generazioni, gli Antinori hanno custodito gelosamente i segreti della loro arte, trasmettendoli di padre in figlio come un prezioso tesoro. Negli anni ’70, quando il mondo del vino italiano sembrava cristallizzato in antiche consuetudini, Piero Antinori osò l’impensabile. Con audacia e visione, ideò il Tignanello, un vino che sfidava ogni convenzione. Fu uno shock per i puristi, una rivelazione per gli appassionati. Quel gesto audace non solo ridefinì il concetto di vino toscano ma aprì la strada a una nuova era di “Supertuscans”, elevando il prestigio dei vini italiani in tutto il mondo.

Oggi, sotto la guida del marchese e delle sue tre figlie – Albiera, Allegra e Alessia – l’impero Antinori si estende ben oltre i confini della Toscana. Dalle colline umbre alle valli californiane, dal Cile alle terre selvagge della Puglia.

Le Mortelle: un sogno di Maremma

Siamo in bassa Maremma nei pressi di Castiglione della Pescaia, un luogo dove il cielo azzurro si fonde con il mare cristallino, dove le colline dolci si inchinano gentilmente verso la costa, e dove l’aria è permeata dal profumo di macchia mediterranea e salsedine. Le Mortelle, un sogno diventato realtà, nasce tra le siepi di mirto che lo contraddistinguono.

Era il 1999 ed il richiamo di questa terra incontaminata era troppo forte per essere ignorato. In quei vigneti ancora da piantare, in quei terreni piantati a frutteto ricchi di minerali, Piero Antinori vide non solo un’opportunità, ma una sfida sotto forma di vigneti che oggi si estendono a perdita d’occhio: filari di Cabernet Sauvignon che si alternano al Cabernet Franc, parcelle di Syrah che dialogano con Vermentino, Carmenere e l’Ansonica.

Ma la vera magia si svela agli occhi quando si scende in cantina, esempio d’architettura e di ingegneria. Costruita nel 2012, è un tempio sotterraneo dedicato al vino, un luogo dove modernità e tradizione si fondono in un abbraccio perfetto. Immaginate di camminare tra barrique di rovere francese, mentre sopra di voi, invisibile ma presente, la vita della tenuta continua il suo corso.

Ampio e Poggio alle Nane sono il fiore all’occhiello della Tenuta. Ma Le Mortelle non è solo vino. È un progetto di sostenibilità, un esempio di come l’uomo possa dialogare con la natura senza sopraffarla. Pannelli solari che catturano l’energia del sole toscano, sistemi di climatizzazione naturale che sfruttano la freschezza della terra: ogni dettaglio è stato pensato per rispettare e valorizzare l’ambiente circostante.

Vengo accolto da Barbara Fredianelli, referente dell’azienda maremmana, che mi racconta della storia della cantina e mi descrive i vini espressione del territorio.

La degustazione

Vivia 2023

Il nome è un tributo ai vitigni che lo compongono: Vermentino, Viognier e Ansonica. Ma c’è di più: VIVIA è anche il nome della nipote del leggendario Marchese Piero Antinori, aggiungendo un tocco di storia familiare a ogni sorso. La prorompente sapidità sveglia i sensi con note di pesche bianche succose e invitanti. Un soffio di brezza marina porta con sé le nuance agrumate. E poi, come un ricordo d’infanzia, ecco sbocciare il profumo delicato della ginestra, che riempie l’aria di primavera per chiudere su mango maturo al palato.

Botrosecco 2022

Immaginate di percorrere un sentiero polveroso nella selvaggia Maremma toscana, il sole del tardo pomeriggio che filtra attraverso le fronde degli alberi secolari. Il vostro cammino vi porta a un antico fossato prosciugato, un “botro” come lo chiamano qui. Il nome “Botrosecco” evoca immediatamente immagini di una natura tenace, che resiste e prospera nonostante le avversità. L’aroma di frutta rossa matura avvolge come un abbraccio caldo, evocando ricordi di estati passate e promesse di momenti indimenticabili. Le note speziate danzano intorno a voi, stuzzicando i sensi e invitandovi a esplorare più a fondo. Al sorso le componenti dure e morbide si bilanciano con maestria, che si esaltano sulle erbe aromatiche tipiche della Maremma. Il profumo del rosmarino selvatico, del timo e della salvia che crescono spontanei tra le rocce e poi tabacco e cacao amaro in finem. Fermentazione in tini d’acciaio dove la temperatura è controllata e dodici mesi di paziente attesa in barrique di secondo e terzo passaggio.

Poggio alle Nane 2021

Colori, profumi e sapori che raccontano una storia di passione. Sensazioni che evocano la ricchezza di questa terra generosa. La struttura importante e complessa si rivela già al naso, echi dei grandi Supertuscan con un’impronta unica e inconfondibile. Immaginate la cura con cui ogni grappolo viene diraspato, la pazienza certosina nella selezione manuale dei migliori acini sul tavolo di cernita. Visualizzate i tini di acciaio tronco-conici sospesi dove avviene la fermentazione, un’opera d’ingegneria creata ad hoc per l’uso.

E poi sedici mesi di affinamento in barrique, per la maggior parte di primo passaggio, la “gemma” della produzione, che richiede tempo e attenzione per rivelare la sua vera essenza. Un compagno per le occasioni speciali.

Le Mortelle è un angolo di paradiso per gli amanti del vino, una delle stelle più belle della costellazione Antinori.

Il Cilento che non ti aspetti

Vivere nel Cilento. Bella impresa si direbbe, persi tra stradine, borghi antichi e usanze tipiche marinare. Eppure in quest’angolo di paradiso alberga un ritmo di vita forse unico al mondo, pari solo ai villaggi dei pescatori scandinavi e poco altro.

Festina lente pronunciavano i Romani: appropinquarsi con la giusta lentezza, il vero segreto di una lunga e serena esistenza. Quando lo stress del quotidiano pesa sulle nostre spalle, arriva un momento in cui l’assenza di responsabilità, di tensioni nervose e di voglia di sgomitare sul prossimo devono lasciare il posto alla quiete, al silenzio assordante di luoghi senza tempo e sapori senza confini, impregnati di storia e tradizione.

“Le vie del Cilento sono infinite”, parafrasando un celebre motto. Vengono persino utilizzate per sentieri religiosi come il Cammino di San Nilo, che conduce dalla Calabria alle sponde laziali di Grottaferrata ripercorrendo le tappe dei monaci eremiti bizantini. I viandanti e pellegrini dell’epoca ben conoscevano ante litteram i pregi delle terre d’origine della Dieta Mediterranea, celebrata secoli dopo dal biologo scrittore Ancel Keys.

Un entroterra quasi esoterico, ricco però di pietanze a base di sughi e carne, formaggi e salumi e tanti prodotti dell’orto. La Costa, invece, regno del pescato, in particolare dell’alice di menaica e sostenuta dai profumi mediterranei delle classiche erbe officinali, per dare un tocco di aroma e sostanza alle ricette.

Il riassunto ideale, tra mari e monti, lo si trova tra i sobborghi di Ceraso, all’Osteria del Notaro della famiglia Notaroberto con Augusto, la moglie e il figlio Stefano ai fornelli. Dalla mozzarella nella mortella, alla parmigiana bianca per finire con fiori di zucca fritti (senza ripieno come vuole la tradizione) e le alici proposte in frittella o “rinchiuppate”, ossia riempite di formaggio e pane raffermo, variabile a seconda del luogo in cui le si assaggia.

E poi la fetta di carne tipica locale, la melanzana al pomodoro, per chiudere poi in dolcezza con le pasterelle cilentane fritte con crema di castagne. Il cibo e il vino viaggiano di pari passo e l’offerta enologica è notevolmente ampia in Cilento, soprattutto quando a parlare sono due varietà cardine per la Campania: il Fiano per i bianchi, l’Aglianico per i rossi.

Suoli marnoso calcarei, con punte di argille lamellari che donano potenza e armonia ai vini, come quelli di Fattoria Albamarina di Mario Notaroberto, raffinato gourmand proprietario di ristoranti in Lussemburgo, con vasta esperienza nel commercio estero delle nostre eccellenze alimentari. Partendo dalle bollicine giocose de “L’Eremita”, passando per la suadente Falanghina “Etèl”, il Greco del “Nylos”, verso i due cavalli di razza del Fiano: “Valmezzana” (vinificato solo in acciaio) e l’ammiccante borgognone “Palimiento”, strutturato e denso come la varietà sa offrire.

Completano il quadro l’Aglianico del “Futos” e quello di “Agriddi”, una sorta di riserva che guarda alle scie tanniche taurasine, non dimenticando l’avvolgenza del Vulture. Vigne a strapiombo, cullate dal tramonto di un sole che tutto colora con luci soffuse, in mezzo a colline dalle verdi sfumature. Un emozionato Mario Notaroberto ci narra proprio delle origini del paese di Futani e della menzione grafica speciale tra le etichette dei suoi vini.

Dalle altezze di Ceraso sino alle propaggini di Pisciotta, seguiamo l’arte di chi, come Alessandro Amendola, vive il mare da protagonista con il frutto del proprio lavoro ricavato dalle reti artigianali dette “menaiche”, che pescano solo le alici più grandi preservando l’ecosistema per le generazioni future. Un procedimento di salagione e stagionatura simile ad altri magnifici territori campani; una moneta di scambio in passato, da barattare con le primizie contadine di chi viveva lontano dalle spiagge.

La giornata si chiude in barca sulla rotta di Palinuro e della celebre Grotta Azzurra, tra miti e leggende che si perdono nella notte dei tempi. Un inatteso sapore di vita sana.

COLLINE ALBELLE: Julian Reneaud un enologo francese approdato in Toscana

Ascoltare il racconto di Julian Reneaud di Colline Albelle è stato affascinante, mi ha trasportato in luoghi lontani, è stato un po’ come fare il giro del mondo insieme a lui. Un racconto che celebra il suo spirito d’avventura e il desiderio di esplorare il mondo. Enologo e agronomo, terminati gli studi, decide di seguire le vendemmie in giro per il globo ponendosi come sfida quella di non prendere mai l’aereo. Parte in autostop da Carcassonne, la famosa città fortificata a sud della Francia, alla volta del porto di Bordeaux dove trova lavoro a bordo di uno yatch che gli dà l’opportunità di attraversare l’Atlantico.

Approdato prima a Cuba e poi in Messico è in California che si ferma per partecipare alla sua prima vendemmia. Prosegue poi per altri Paesi: Sud America, Australia, Nuova Zelanda e per finire attraversa l’Asia. Soddisfatto da questa sua prima avventura, si rimette in viaggio, questa volta verso l’Africa, quindi il Sud America e gli USA. Si ferma nuovamente in California dove gli viene offerta l’opportunità di far parte dello staff della cantina Opus One: lì rimarrà per due anni collaborando alla produzione di un vino che riceverà il massimo punteggio dalla guida di Parker. Evento che gli farà ricevere proposte interessanti, una di questa arriva nel 2013 dall’azienda toscana Caiarossa a Riparbella che gestirà enologicamente per quattro anni.  

Ma Julian sogna in grande, il desiderio di avere una cantina tutta sua è sempre presente e l’incontro con due donne del vino bulgare, Dilyana Vasileva e Irena Gergova lo porterà alla svolta. Un giorno passeggiando insieme a loro, accade qualcosa: “Abbiamo svoltato in una strada stretta e iniziato la ripida salita sulla prima dorsale della Costa Toscana. A circa 350 metri di altezza, siamo stati accolti da un panorama aperto, il sole e le poche nuvole pennellate sullo smalto blu del cielo. A catturare la nostra attenzione un vigneto abbandonato, bellissimo e dal grande potenziale. Abbiamo deciso che era ora di riportarlo in vita”

Riparbella, antico borgo medievale sulle colline a nord di Bolgheri, vanta una natura ancora incontaminata che negli ultimi decenni ha assunto un modello di viticoltura biologica e naturale.

La zona ha tutti gli elementi favorevoli per la produzione della vite:

  • Terreni sabbiosi, ben drenati, ricchi di sassi, sono l’indicatore di un’alta potenzialità agronomica;
  • alte quote che regalano lunghe giornate fresche e soleggiate, dove le difficili condizioni di crescita della vite apportano concentrazione e carattere. Tutto questo dona ai vini una grande densità e una vivace aromaticità;
  • l’influenza costiera caratterizza le vigne con freschi venti marittimi e una foschia mattutina, permettendo all’uva di mantenere l’equilibrio e l’eleganza mentre dona una particolare salinità al vino.

Colline Albelle prende forma così nel 2016: 40 ettari di terreno (20 di bosco e 20 di vigna), il nome ricorda i suoli tufacei chiari della zona, Albella: bianca L’idea di seguire i principi dell’agricoltura biologica e biodinamica porta Julian ad acquistare bestiame, al quale verrà affidato il lavoro di ripulire la macchia intorno alle vigne, che dopo due anni di ristrutturazioni tornano produttive. La biodiversità è tangibile, lavorando con il sovescio che fertilizza in modo naturale. La presenza delle api nei vigneti rappresenta una straordinaria risorsa: preservano la biodiversità degli stessi e giocano un ruolo fondamentale nella riproduzione dei fiori della vite.

Anche l’uomo fa la sua parte. I vigneti sono allevati secondo il sistema a guyot e a cordone speronato, ma su queste due classiche tecniche, l’azienda lavora ulteriormente sulla selezione con una particolare azione di potatura. L’idea – studiata sul campo – punta ad ottenere due grappoli per pianta di dimensioni minori e lievemente più tardivi degli altri. Al momento della vendemmia, saranno questi elementi a offrire una particolare nota di freschezza ai vini grazie a un pH più basso.

La prima vendemmia arriva nel 2020. L’inverno mite e poco piovoso ha consentito una buona ripresa dell’attività biologica del suolo (non più trattato dal 2016). La primavera con le giuste piogge che hanno integrato le riserve idriche in vista dell’estate. Il 14 agosto è stato raccolto il Vermentino: “abbiamo raccolto uve di grande qualità, ricche in aromi freschi e fruttati e in uno stato sanitario perfetto, con grappoli spargoli e bel distribuiti sulla pianta” racconta Julian. “Il giorno dopo, è stata la volta del Merlot che si è presentato di grande intensità e dal colore deciso, permettendoci di lavorare lentamente e a bassa intensità su canoni d’estrazione”. Il Sangiovese è stato vendemmiato il 14 settembre offrendo uve sane e con ottime concentrazioni di zuccheri, polifenoli ed aromi.

La Degustazione

Colline Albelle Inbianco unVermentino in purezza con una particolarità: il suo grado alcolico è di soli 10 gradi, primo e unico Vermentino italiano con questa gradazione. L’ispirazione per produrre questo vino, racconta Julien, arriva da una vendemmia fatta in Champagne. Colpito dalla trama aromatica delicata e floreale della base spumante, che nella produzione degli spumanti non è bevibile, decide di creare un vino fermo con le stesse caratteristiche aromatiche.

Da qui l’idea di anticipare la vendemmia: di solito il Vermentino in Toscana viene vendemmiato nella prima settimana di settembre, il suo il 13 di agosto, l’uva non è completamente matura, facendo una pressatura leggera le prime gocce che fuoriescono sono dolci, pressatura a 0.6 che per bianchi di solito è a 1.2 bar. Si estrae così un mosto senza troppe note vegetali.

Il vino fermenta a bassa temperatura con lieviti indigeni e fa anche la malolattica per abbassare la freschezza. Finisce il percorso con 6 mesi di affinamento in barrique di legno crudo piegate al vapore che non incide sulla trama aromatica del vino, non dà note terziare. Una vera scommessa che ha provocato tanta curiosità ma anche qualche scetticismo da parte di colleghi enologi. Poche bottiglie, 3300 nel 2021. All’assaggio Inbianco è ben strutturato con note di pesca, miele e finale minerale.

Colline Albelle Inrosso, Merlot in purezza rivisitato. La particolarità è data dalla lavorazione che viene fatta in vigna durante la fase vegetativa della pianta. Una procedura particolare di potatura che porta il prodotto finale ad avere note vegetali più marcate che normalmente sono assenti nel Merlot. All’assaggio presenta note di frutti rossi e una leggera speziatura, è presente la vena balsamica, la foglia di pomodoro e i chiodi di garofano. Il tannino è elegante e ben integrato.

Serto Sangiovese in purezza. Colore impenetrabile; al naso frutta nera matura, qualche cenno officinale e sottobosco. Una bella declinazione di Sangiovese con tannino elegante e buona struttura.

L’accoglienza

Colline Albelle è anche ospitalità, infatti la proprietà si completa di un grande casolare, Villa Albella, una dimora raffinata per soggiorni all’insegna della tranquillità e dell’eleganza. A completare il progetto, l’inizio della costruzione di una cantina con annesso ristorante e spazio degustazione.

Jiulien mi conduce verso la fine dell’intervista sottolineando come la sostenibilità è per Colline Albelle una filosofia di vita, un chiaro impegno verso l’ambiente e la conservazione delle risorse. L’azienda ha in dotazione anche un apiario. “Nel primo anno abbiamo avuto la bellissima sorpresa di vedere tre sciami arrivare nelle nostre vigne, gli abbiamo dati casa e deciso di non prendere il miele” racconta Julian. Da tre, il primo anno, siamo arrivati oggi a più di 50 arnie in azienda. A questo ritmo, arriverà presto il tempo di una piccola produzione di miele.

Irpinia: la storia dei vini di Antica Hirpinia

La storia del vino in Irpinia non può non passare attraverso Antica Hirpinia, cantina legata al capoluogo di una delle regioni vinicole più importanti della Campania. Taurasi, il borgo medievale di origine longobarda, che con la sua rocca presidia la valle del fiume Calore.

Taurasi conquista importanza strategica nel mondo del vino a partire dal 1928, grazie alla ferrovia del vino; da qui infatti partivano i vagoni di Aglianico per rimpinguare la produzione di centinaia di aziende italiane e francesi, allora pesantemente colpite dai danni della fillossera.

La storia di Antica Hirpinia inizia qualche decennio più tardi, nel 1959, prima come Cooperativa Vitivinicola Sociale, poi come Enopolio regionale di Taurasi, quando, nel 1972, si rese necessario sostenere i piccoli contadini viticoltori garantendo la giusta remunerazione delle uve per evitare l’espianto di molti vigneti.

Nel 1992 la cantina prende il nome attuale e l’anno successivo esce la fascetta numero 00000001 della neonata DOCG Taurasi. Al 2016 risale l’attuale forma societaria, grazie a tre amici che rilevano la cantina e danno il via a una graduale ristrutturazione dell’azienda: Alfonso Romano, Benedetto Roberto e Ciriaco Bianco.

Oggi Antica Hirpinia si colloca sul mercato con due linee rappresentative del territorio quali Antica Hirpinia e Anno Domini 1590, senza perdere di vista le richieste del consumatore moderno alla continua ricerca di vini sempre meno muscolari, più fruttati e freschi. Un fattore che rende necessario un cambio di passo, soprattutto in vigna, atto ad assecondare variazioni climatiche sempre più evidenti anche nelle variazioni fenologiche della vite.

Così spiega la filosofia produttiva di Maurilio Chioccia, il consulente esterno che coadiuva Lorenzo Iannotti, enologo interno. Tale lavoro si basa su un patrimonio vinicolo di proprietà di venti ettari, costituito da vigne disperse e piccole, alternate ad un ambiente pedoclimatico variegato, che dà alla produzione un carattere di esclusività. Lo abbiamo toccato con mano in un tour di vigneti che, lo scorso 31 agosto, ci ha portato dalla contrada Arianiello di Lapio – dove sorge il più giovane impianto aziendale di Fiano – fino alle vigne di Aglianico di Fontanarosa, passando per i poderi storici in Località Ferrume (sempre a Lapio).

Sono ancora presenti e produttivi piedi di vite di oltre 100 anni, da cui si ricavano le marze dei nuovi vigneti, e un impianto a raggiera di fiano su piede franco di oltre cinquant’anni. L’attuale produzione della cantina si aggira intorno alle 200.000 bottiglie distribuite sulle due linee. Anno Domini 1590 è la linea che si posiziona sul mercato col prezzo più competitivo, avendo tra i canali di distribuzione anche la GDO.

Prodotta esclusivamente da uve conferite, rappresenta il 60-70% di produzione dell’azienda a seconda delle annate. Con il nome di questa linea, la cantina ha voluto sottolineare il legame storico con la città di Taurasi: al 1590 infatti risale il delitto d’onore compiuto da Carlo Gesualdo, signore di Taurasi e nipote di San Carlo Borromeo, che nello stesso anno stabilì definitivamente la sua residenza in Irpinia.

La linea Antica Hirpinia racchiude i vini top di gamma destinati a enoteche e canale Ho.Re.Ca; è prodotta dai venti ettari di proprietà dei tre soci oltre a quelli di qualche conferitore selezionato. Si aggira attorno a una produzione media di circa 10.000 bottiglie per etichetta, che vanno dalle 4000 unità del Fiano Riserva alle 15.000 del Taurasi. I vini di questa seconda linea sono stati oggetto di una degustazione, guidata dai due enologi della cantina, al rientro dal tour delle vigne organizzato dall’esperta in comunicazione Maddalena Mazzeschi.

I vini bianchi, un ventaglio dei principali vitigni irpini, convincono nell’esprimere il carattere di territorialità: iniziamo con la Coda di Volpe Irpinia Doc 2023, verticale e sapida; a seguire la Falanghina Irpinia Doc 2023, con marcati caratteri di freschezza citrina, il Fiano di Avellino Docg 2023, compatto ed elegante nei sentori di fiori di campo e miele ed il Greco di Tufo Docg 2023 che risalta il carattere salino e sentori di bergamotto.

I bianchi terminano con Desmòs, Fiano di Avellino Docg Riserva 2022, l’unico a prevedere un passaggio in barrique, opulento all’olfatto, ma strutturato e piacevole al palato. La 2023 è la prima prova per l’Aglianico Rosato Irpinia Doc che tra sentori di melagrana e mora di rovo esprime una nota acida non ancora ben bilanciata. Tra i rossi, l’Aglianico Irpinia Doc 2019, evidenzia i caratteri tipici del vitigno, ma con un tannino giovane, a tratti ancora scalpitante, nel complesso moderatamente equilibrato grazie al passaggio in legno grande da 80 ettolitri.

Il Taurasi Docg 2018, maturato esclusivamente in barrique, regala un tannino maggiormente levigato, ma non ancora perfettamente integrato. Il Taurasi Riserva Docg 2014, figlio di un’annata particolarmente piovosa, ha sentori di prugna in confettura, spezie dolci, foglia di tabacco e cenere; coerente al naso ed al palato si abbina con sorprendente piacevolezza al cremoso di cioccolato fondente con confettura di Aglianico e crema di caciocavallo che chiude il pranzo seguito al termine della degustazione.

ANTICA HIRPINIA

Contrada Lenze snc

83030 Taurasi (AV)

Un giorno in Costiera Amalfitana: divina poesia

“Ma come fanno i marinai” cantava il duo De Gregori – Dalla. Come fanno davvero a non restare allibiti dalla bellezza di un posto senza tempo, perso tra curve e fiordi, limoneti e vigne a strapiombo sulle acque blu?

La Costiera Amalfitana, per tutti la Divina, nasconde storie e tradizioni tramandate di generazione in generazione, quando anche in questo luogo si soffriva la fame di lavoro e l’unica alternativa possibile era l’emigrazione. Ancor più dolce il ritorno di chi aveva fatto fortuna, o semplicemente sentiva nostalgia, la saudade dei popoli di mare che mal sopportano freddo e polvere.

Tra i suoi borghi, il vento placido ti porta ad assaporare gusti che accomunano territori diversi delle coste campane. Il pescato è il principe della tavola, qui proposto sempre in versioni delicate e ben unite ai vini tipici a base di Falanghina, Biancolella e molte varietà semisconosciute ai registri ampelografici. Ripolo (o Ripoli), Ginestra, Biancazita, Pepella, sono solo alcuni dei nomi curiosi di varietà d’uva coltivate dalla notte dei tempi. Un patrimonio inestimabile conservato con cura da aziende storiche come le Cantine Marisa Cuomo di Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo, sposati per amore di intenti e passione infinita verso il territorio.

Un calice di Furore Bianco, dalla profonda vena aromatica e minerale, quasi salmastra all’assaggio, o dell’emblema Fiorduva capolavoro concepito dalla mente brillante dell’enologo Luigi Moio, sono l’incipit ideale per un pranzo sulla terrazza panoramica dell’Hostaria Baccofurore dal 1930. Donna Erminia gestisce sia l’albergo che il ristorante assieme al figlio Domenico. Il nonno veniva chiamato “Bacco” perché latifondista che produceva vino e nel 1930 nasce la locanda per offrire ristoro alle maestranze locali durante i lavori per la strada collegamento Amalfi-Agerola.

I primi avventori 2 esterni furono il medico condotto Francesco Sirica e la moglie, entrambi di Sarno. Artisti di strada hanno affrescato le mura d’ingresso in onore all’ospitalità dei proprietari. Qui c’era solo terra e vigna e si mangiava pollo alla diavola, cannelloni, pasta al forno e minestre maritate. Adesso i gusti sono cambiati e la ricerca dell’eleganza di piatti e sapori è nelle mani dello chef Raffaele Afeltra.

Ad esempio: pane al pomodoro con burro aromatizzato e alici di cetara, il polpo scottato su insalata di fagiolini e patate e il risotto con crudo di gamberi uova di lompo e spuma al prezzemolo. Ricette efficaci, che partono da materie prime a km zero invidiate in tutto il mondo. Ma la vera emozione va ricercata nelle parole di Donna Erminia Cuomo, sorella di Marisa, che da un paesino della Bosnia Erzegovina si è spostata seguendo il cuore. E con il cuore si sbaglia difficilmente.

Si va a ritroso verso Salerno, arrivando nel piccolo borgo di Cetara. Negli occhi i colori ed i profumi dei limoni amalfitani, lo “Sfusato” ricco di essenze e adatto per la sua scorza coriacea ad infusi e liquori tra cui il celebre Limoncello.

La nostra attenzione viene catturata da un prodotto ittico che ha fatto la storia di queste terre: la colatura d’alici. Ce ne parla Giulio Giordano della ditta Nettuno, che parte dalle origini dei tempi romani, quando si produceva il “garum” una sorta di salsa condimento per gli alimenti dell’epoca.

Naturalmente le tecniche sono diverse rispetto ad allora, mantenendo comunque due componenti fondamentali nei secoli: la qualità delle alici, rigorosamente cetaresi e la manualità di chi esegue i vari procedimenti. Dalla “scapezzatura”, quando vengono tolte le teste e le viscere ai pesci prima di essere adagiati con il sale in un caratello di castagno, si perde circa il 70% dei liquidi non commestibili. Segue la “nzuscatura” con la pulizia delle alici e il reinserimento nelle piccole botti di legno con il metodo pancia-schiena a strati sovrapposti, per evitare spazi liberi e consentire al sale di estrarre il prezioso liquido che arriverà ad essere estratto, tramite percolazione, dopo ben 36 mesi.

Un colore ambrato, denso di personalità aromatica, che solo con poche gocce riesce a cambiare il volto delle pietanze donandone sapidità e persistenza. La Divina Costiera non finisce mai di stupire.

Brisighella Anima dei tre Colli: la degustazione delle nuove Albana “Brix”

La Romagna sta maturando la consapevolezza che è arrivato il momento di cambiare marcia per affermarsi definitivamente sul mercato vinicolo nazionale e internazionale. L’Albana, prima DOCG d’Italia, si trova oggi di fronte a una sfida importante: è stata interpretata in innumerevoli forme, al punto da rischiare di smarrire una chiara connotazione. Questa crisi d’identità richiede un nuovo approccio culturale che sappia valorizzarne appieno le potenzialità.

È necessario un racconto più concentrato, più univoco, capace di comunicare con forza la qualità intrinseca di questo vitigno. Proprio in questo contesto si inserisce l’ambizioso progetto dell’associazione Brisighella Anima dei tre Colli, culminato con il lancio della versione “Brix” dell’Albana di Romagna DOCG. Dell’evento di presentazione al pubblico ne abbiamo già parlato nell’articolo Brisighella Anima dei tre Colli: e “Brix” fu!

Mancava all’appello la masterclass riservata alla stampa, dedicata alle prime 8 interpretazioni dell’Albana “Brix” della vendemmia 2022, guidata da Federica Randazzo. È stata un’occasione per approfondire il legame tra il vitigno e il territorio di Brisighella. Ci concentreremo sull’analisi di queste espressioni uniche e su come esse incarnano l’anima del progetto.

La prima batteria è dedicata al confronto fra due espressioni di Valpiana, zona di Brisighella con suoli caratterizzati da una forte componente marnoso arenacea.

Vigne dei Boschi – Monteré Brix 2022

Ad aprire le danze è Paolo Babini, vice-presidente dell’associazione. Il calice si tinge di oro antico e luminoso, dalla consistenza cremosa. Il naso parte con la classica nota boschiva che contraddistingue i suoi vini. Arriva poi la parte di frutta tropicale e il calice si apre in altre note di cipresso, gelsomino e un pizzico di etereo. La bocca conferma calore e freschezza che si spalleggiano e permangono in una piacevole chiusura. Fermentazione e affinamento in barrique nuove che lasciano il “segno del legno”.

Fondo San Giuseppe – Fiorile Brix 2022

Il dirimpettaio di Paolo, Stefano Bariani, sembra che faccia Brix da una vita. Colore oro zecchino, incredibilmente saturo e brillante. Note di rosmarino, spezie delicate come la cannella e un piacevole aroma di mela. In bocca è caldo, avvolgente, le durezze arretrano, ma le morbidezze sono soavi. In chiusura un respiro di prato di montagna. Qui il legno è ben digerito, da 10 e lode.

Per la seconda batteria rimaniamo in terreno marnoso arenaceo, spostandoci di qualche chilometro verso la via Emilia.

La Collina – Na Brix 2022

Questo non è solo il primo Brix per Mirja Scarpellini, ma il primo esperimento di Albana in assoluto. Il colore del vino è un oro cupo e saturo, con un naso spinto sull’aromaticità, sulla dolcezza da datteri e uva sultanina, con note al limite del surmaturo di prugne sciroppate e zafferano. Se il naso è importante, lo è ancora di più la bocca, dove troviamo un vino complicato da interpretare e una componente dolce che ruba la scena a una sapidità fortunatamente elevata che sostiene il sorso per infiniti secondi. Vino “di ciccia”, manca di un po’ d’agilità di beva.

Vigne di San Lorenzo – Montesiepe Brix 2022

Completamente ambrato e opalescente, alla vista sembra aranciato. Filippo, il cui stile di far vino è ben conosciuto, ci ha colpito veramente con questa espressione di quello che si può considerare a tutti gli effetti un orange wine. La volatile contribuisce a innalzare la complessità olfattiva che si esprime in un mix di frutti, dai più maturi ai più aciduli. In bocca c’è una forte componente astringente (che ritorna in chiusura) e fresco-sapida, che lo rende un vino molto esuberante che non stanca. Nel lato morbidezze si ravvisa tuttavia una mancanza. Insolito, non “scimmiotta” nessun altro, dal punto di vista tecnico è un ottimo lavoro. Ma nella diversità bisogna anche vendere…

La terza batteria ha in realtà un solo campione, ci spostiamo nella zona dei gessi per apprezzare una sfumatura differente del territorio Brisighellese.

Casadio – Albagnese Brix 2022

Siamo in zona Rontana, nel bel mezzo della “Vena del gesso” Romagnola. Il Brix di Antonio si colora di oro caldo con sfumature bilanciate. Il naso è orientale, fusion, caratterizzato da nespola giapponese, zenzero e curcuma. Ci sono in sottofondo le note caratteristiche di Albana, come albicocca e salvia. Attacco di bocca freschissimo, agrumato, agile e ben bilanciato. Un vino che ha letto in misura particolarmente efficace la mineralità che contraddistingue il territorio. Chiusura corta e ammandorlata: peccato!

La quarta e ultima batteria è dedicata ai terreni fini e calcarei, la zona più bassa del Brisighellese.

Poggio della Dogana – Farfarello Brix 2022

È Aldo Rametta a rappresentare la cantina e a presentare una Brix che di Belladama (la loro Romagna Albana DOCG) non ha cenni. Un oro pallido seppur dalla bella luminescenza. Al naso è inizialmente timido, ma poi si apre in una parte verde, terrosa e una bella traccia marina. Anche in bocca si conferma la timidezza, il vino si chiude, delicato, fa fatica ad aprirsi per poi sfociare finalmente in note fresche e citrine, come mela verde, pompelmo e fiori bianchi. La tostatura non è particolarmente suadente. Ciò che mi ha colpito, però, è l’attacco internazionale di questo vino, a tratti “chablis-eggiante”, che lo rende molto appetibile al mercato d’oltreoceano.

Bulzaga – Scorzanera Brix 2022

Anche Alessandro si è cimentato in questo esperimento, dando vita a un vino avvolgente caratterizzato da ricchezza del frutto. Ricchezza che tuttavia non è sinonimo di espressività, rendendo difficile l’interpretazione olfattiva e palatale. Ritorna, in chiusura di bocca, la buona definizione del frutto e un allungo piacevole.

Gallegati – Corallo oro Brix 2022

Altro “corallo” che va ad aggiungersi ai 7 già prodotti da Cesare Gallegati, presidente dell’associazione, che chiude questa batteria e l’intera degustazione. Il colore ricalca il nome del vino, saturo, denso e pieno di luce. Un naso che interpreta alla perfezione una “Vieilles Vignes”, con note tropicali, balsamiche, glicine in fiore. In bocca troviamo succo di agrume che eleva la parte acida e coraggiosamente prende il sopravvento, seguito a ruota dalle rotondità. Vogliamo assaggiarlo l’anno prossimo, ha bisogno di un po’ di affinamento in vetro e di tempo, proprio come conviene a un vero Riserva.

In conclusione possiamo dire il progetto ha centrato l’obiettivo, la prima versa versione ufficiale dell’Albana Riserva, che ha contribuito a un’unione vera dei produttori di Brisighella. Nonostante la chiara identità del disciplinare, permane la diversità, come se l’Albana fosse un adolescente ribelle che non vuole farsi vincolare. Dobbiamo aspettare altri esperimenti per capirlo.

Per il momento, buona la prima!

“Vini d’Abbazia” 2024

La terza edizione di “Vini d’Abbazia”, svoltasi nel suggestivo Chiostro di Fossanova a Priverno (LT), si è conclusa con un successo straordinario, con oltre quattromila visitatori in tre giorni, ed ha offerto un viaggio unico attraverso la storia e i sapori dei vini prodotti nelle abbazie e nei monasteri.

L’evento ha visto la partecipazione di un’impressionante schiera di produttori: venti abbazie italiane, dieci francesi e l’antica abbazia georgiana di Alaverdi hanno condiviso i loro tesori enologici con il pubblico.

Accanto a tali nomi prestigiosi, hanno brillato le otto Cantine della Strada del Vino di Latina, i produttori della Strada del Cesanese del Piglio e del Consorzio del Cesanese DOCG, le cantine della DOC del Cabernet di Atina, nonché le Cantine associate a Confagricoltura Latina.

Uno degli aspetti più apprezzati sono state le Masterclass, che hanno permesso agli appassionati di approfondire la propria conoscenza enologica. Particolarmente seguite le sessioni dedicate alle bollicine francesi e ai grandi rossi della Borgogna, organizzate in collaborazione con Les vins d’Abbayes.

Un’altra degustazione di grande richiamo è stata quella sulla tradizione dei vini monastici della Georgia, tenuta dall’enologo Donato Lanati, con uno sguardo approfondito su una delle tradizioni vinicole più antiche del mondo.

Marco Carpineti, titolare dell’omonima cantina, ha catturato l’attenzione del pubblico con vini che escono dagli schemi per qualità e finezza, grazie a una continua ricerca e sperimentazione di nuove tecniche di vinificazione. Non sono mancati momenti di approfondimento sui vini locali, con incontri dedicati al Cesanese, al Bellone, al Cabernet di Atina, ai vini estremi delle Alpi e a quelli prodotti in anfora, tutti accolti con grande entusiasmo dai winelover presenti.

Tra le degustazioni di rilievo, spiccano quelle del Monastero di Bose San Masseo, situato nei pressi di Assisi. Maddalena Mazzeschi, comunicatrice, ha presentato il Grechetto Assisi DOP Bio, il Rubeum Umbria Rosso IGT Bio 2022 e il Vermut Masseo, che hanno conquistato i palati dei presenti.

L’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, situata ad Asciano in provincia di Siena, ha portato all’evento la sua secolare tradizione vinicola. Dal 1319, i monaci dell’Ordine dei Benedettini di Santa Maria di Monte Oliveto Maggiore seguono la regola “ora et labora”, dedicandosi con sapienza alla produzione di vini eccellenti. Tra questi, hanno suscitato particolare interesse il 1319 Rosatum Toscana IGT 2020, il Rosso Toscana IGT (blend di Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Merlot) e il pregiato Passito del Priore IGT.

Parallelamente alle degustazioni nel Chiostro, il Borgo di Fossanova ha ospitato lo Slow Food Village, un’iniziativa che ha arricchito ulteriormente l’offerta gastronomica dell’evento. Qui, i visitatori hanno potuto assaporare specialità e presidi selezionati dall’associazione Slow Food, creando un perfetto connubio tra i vini d’abbazia e le eccellenze culinarie del territorio.

L’interesse per “Vini d’Abbazia” ha varcato i confini nazionali, attirando l’attenzione di riviste specializzate internazionali come Decanter, Wine Enthusiast e The Drink Business, che hanno inviato i propri corrispondenti per seguire la manifestazione.

Il successo di “Vini d’Abbazia” è stato reso possibile grazie al supporto di numerosi enti e istituzioni. L’evento, gratuito per gli espositori, ha beneficiato del contributo della Regione Lazio e dell’ARSIAL, della Camera di Commercio Frosinone Latina e della sua azienda speciale Informare, nonché di Confagricoltura. Fondamentale è stata anche la collaborazione del Comune di Priverno, di Oltre Roma wine tour, dei sacerdoti missionari dell’Istituto del Verbo Incarnato che curano l’Abbazia di Fossanova, della Direzione Regionale Musei Lazio e di Slowine.

Da sottolineare anche il prezioso supporto di AIS Latina, con la presenza del Delegato Umberto Trombelli, recentemente premiato come miglior Sommelier del Lazio, che ha coordinato il servizio ai banchi di degustazione e alle masterclass con grande professionalità.

La terza edizione di “Vini d’Abbazia” si è dunque confermata come un appuntamento imperdibile per gli amanti del vino e un importante momento di valorizzazione delle eccellenze enologiche e culturali del territorio. L’evento ha saputo coniugare la tradizione millenaria della produzione vinicola monastica con le più moderne tecniche di vinificazione, offrendo ai visitatori un’esperienza unica nel suo genere. La presenza, per la prima volta, di 20italie ha aggiunto un ulteriore elemento di novità e interesse all’evento, ampliando ulteriormente la gamma di vini e produttori presenti.

Montalcino: la degustazione dei vini di Camigliano

Vi abbiamo già parlato di Red Montalcino, l’evento creato per celebrare il Rosso di Montalcino in una terra che ha fatto la storia dell’enologia italiana (Red Montalcino: il Rosso di Montalcino festeggia i suoi primi 40 anni).

Mancava ancora un tassello al racconto, quello riguardante la storia di una famiglia, un borgo medievale e della cantina che degnamente lo rappresenta. Stiamo parlando della famiglia Ghezzi che gestisce l’azienda Camigliano dal 1957, anno di acquisizione dei poderi censiti nell’omonimo borgo rurale.

Silvia Ghezzi ci accoglie con la calma serafica di chi vive la quiete dello stare a contatto con la natura, i suoi silenzi, i suoi prodotti.

L’azienda viene raccontata dalle parole di Sergio Cantini, il direttore tecnico. Siamo in una zona di media collina, tra i 300 ed i 400 metri d’altitudine, con suoli profondi ricchi di sabbia, limo e argille. Giunti alla quarta generazione, la cantina rappresenta la storicità di Montalcino, con ben 95 ettari vitati di cui 50 iscritti a Brunello, per un totale di 200 mila bottiglie prodotte ogni anno.

La filosofia stilistica ha vissuto momenti di cambiamento, così come in tante altre Denominazioni d’Italia. Dai retaggi di un passato “nobiliare” in cui i vini erano frutto più di scelte empiriche sul campo che di corrette considerazioni tecniche, si è passati alla ricerca del mercato perfetto, con estrazioni e maturazioni all’epoca considerate invitanti, ma inapplicabili ai contesti attuali dalle temperature climatiche e potenze caloriche ormai fuori scala.

Bisognava, quindi, intervenire recuperando quelle agilità e quelle finezze di sapori un po’ smarrite nell’epoca dell’uso/abuso del legno e delle vendemmie posticipate. Un processo di snellezza simile ad una dieta accurata, che ha portato i suoi frutti con prodotti dinamici, dai tannini meno impegnativi seppur fitti (stiamo pur sempre parlando del Sangiovese).

La famiglia Ghezzi

E tutto ciò lo ritroviamo oggi nel calice, durante il momento degli assaggi nella caratteristica sala degustazione, accogliente quanto un salotto di casa. In etichetta il simbolo del dromedario, nato dalla leggenda che Camigliano fosse un luogo di templari nell’antichità. Il deserto, almeno metaforicamente, è arrivato con un vento di passione e di novità importanti.

La prima, senza dubbio, è il sorprendente Vermentino del Gamal annata 2023: salino, floreale e mediterraneo, senza opulenza e senza acidità costruite a tavolino per compensare eccessi di struttura che il varietale può offrire. Beva giocosa e buon allungo finale, duttile a tavola e nei momenti conviviali.

Scaldati i motori si parte con il Brunello di Montalcino 2019, ancora in fase di assestamento con la dovuta evoluzione in bottiglia che richiede la tipologia. Delineata e succosa la ciliegia, cala leggermente nel centro bocca e recupera nell’aggancio finale per la trama tannica elegante e saporita.

Il Brunello di Montalcino “Paesaggio inatteso” 2019 è una selezione piena, salina e materica. Tannini svolti da manuale, certamente più pronti rispetto alla versione base. Non nascondiamo altresì fiducia anche nello scorrere del tempo in cantina. Suadente la scia balsamica ed officinale con tocchi di salsedine sul finale da condurre davvero verso le dune sabbiose del mare.

Sardegna: Alguer Wine Week e il Concours Mondial De Bruxelles Sparkling Session 2024

Una settimana immersi nelle bollicine e i meravigliosi paesaggi di Alghero

All’inizio di luglio avevo programmato di andare in Sardegna come tutti gli anni per la Guida Slow Wine, sono collaboratrice per la Sardegna da diversi anni, quindi avevo già il mio viaggio tutto definito, ma all’ultimo momento, mi è arrivata la richiesta per partecipare alla sessione di assaggi del Concours Mondial de Bruxelles per la sessione Sparkling Wine che si svolgeva ad Alghero. Sono Degustatrice del CMB da molto tempo, ero infatti appena ritornata dal Messico dove si era conclusa qualche giorno prima la sessione dei vini Bianchi e Rossi, e non era prevista la mia partecipazione a questa, ma mi sono resa disponibile a partecipare anche se i programmi erano diversi… Penso di aver fatto proprio un’ottima scelta!

La Sardegna ha una grande tradizione vitivinicola, improntata principalmente su i vini rossi e bianchi, ma negli ultimi anni i produttori più lungimiranti si sono dedicati alla produzione di vini spumanti di alta qualità sia Metodo Charmat che Classico, andando a valorizzare i loro vitigni autoctoni anche con questo tipo di produzione, che oggi nel mondo è molto apprezzata. Attualmente, vengono prodotte a livello regionale oltre 110 etichette di vini spumanti e frizzanti, a partire da diverse varietà di uve. Tra queste, due eccellenti cultivar regionali – Vermentino e Cannonau – insieme a vitigni autoctoni come Torbato, Nuragus, Cagnulari, Malvasia, Vernaccia, Moscato e Chardonnay per quanto riguarda le uve internazionali.

«L’evento Sardinian Wines Festival – Alguer Wine Week è stato il catalizzatore per promuovere per la prima volta, tutti insieme, il patrimonio vitivinicolo della Sardegna, attraverso un programma fitto e di grande spessore che è durato una settimana. Fra degustazioni, conferenze e musica, si è parlato del Vino Sardo a tutto tondo. In più si è aggiunta la sessione di assaggio del CMB dei vini spumanti, che ha portato Alghero al centro del mondo del vino» commenta la vice presidente della Camera di Commercio di Sassari, Maria Amelia Loi, durante il convegno svoltosi presso la Tenuta di Sella & Mosca.

“L’attuale tendenza della produzione vinicola è illustrata dal settore vini spumanti e frizzanti, che ha registrato una crescita costante a livello mondiale. Le cantine sarde hanno investito molto nelle nuove tecnologie e attrezzature di punta e si sono preparate per un debutto di successo nella categoria, ritagliandosi uno spazio unico”, afferma Mario Peretto, Presidente del Consorzio Alghero DOC. Sono questi i motivi per cui il Concours Mondial de Bruxelles ha scelto la nostra isola per ospitare la Sessione Vini Effervescenti del concorso. «Si tratta di una grande opportunità per tutta la Regione, che ha la possibilità di mostrare le proprie eccellenze a un pubblico internazionale. Al concorso parteciperanno 50 giornalisti, buyer, esperti e influencer che racconteranno la loro esperienza di questa fantastica isola dopo averne scoperto i paesaggi e i vini più significativi», ha aggiunto Mario Peretto.

Sardinian Wines Festival – Alguer Wine Week è stato promosso dalla Regione Autonoma della Sardegna, Assessorato al Turismo, Artigianato e Commercio e organizzato dal Consorzio di Tutela Vini di Alghero Doc, Camera di Commercio di Sassari, Promo Camera Sassari, Distretto Rurale Alghero&Olmedo, Agenzia regionale per lo sviluppo in agricoltura Laore, Comune di Alghero, Fondazione Alghero, dove hanno partecipato i Consorzi: Vini di Alghero Doc, Cannonau Doc, Vermentino di Gallura Docg, Malvasia di Bosa, Terralba Doc, Vermentino di Sardegna Doc, Regione Storica Coros-Logudoro e Terre di Romangia.

Vigneto di Sella & Mosca, Alghero

Il programma di questi giorni è stato molto fitto e intenso, la mattina era dedicata alle degustazioni del CMB Sparkling Session, dove ogni giuria degustava alla cieca circa una cinquantina di vini ogni giorno, mentre nel pomeriggio erano previste le visite nelle cantine.

La mia giuria tecnica

STORIA DELLA NASCITA DI UN TERRITORIO VITIVINICOLO

La storia di Alghero è molto interessante, in particolar modo di tutta l’area agricola che un tempo era una palude.

Negli anni ’30 durante il periodo fascista, fu deciso di bonificare questa zona. Lo scopo dopo la bonifica della “Nurra” era quello di affidare questi terreni ai coloni. L’ente Ferrarese di Colonizzazione, con un decreto del 1933, ebbe il compito di far insediare famiglie originarie della provincia di Ferrara in questi territori. Successivamente nel 1942 cambiò nome e divenne l’Ente Sardo di Colonizzazione, l’intenzione era di ripopolare e aumentare la densità della popolazione, attraverso la colonizzazione, per gettare le basi demografiche utili per sviluppare l’economia produttiva e anche quella agricola. I terreni vennero così suddivisi e l’ampiezza dei poderi inizialmente oscillava tra un minimo di 20 a un massimo di 40 ettari. Con la fine della IIa Guerra Mondiale, la città di Fertilia, il borgo dove abitavano i coloni venne popolata inoltre da un folto numero di esuli che arrivavano dall’ Istria e dalla Dalmazia, che si integrarono e iniziarono a produrre nelle realtà agricole della Nurra. Agli inizi degli anni ‘50 nasceva l’ETFAS, ente per la trasformazione fondiaria e agraria in Sardegna, che attraverso varie riforme fatte nel tempo ha fatto si che in questa area si avviasse un’imponente programma di trasformazione, consentendo di preparare questa terre per le attuali coltivazioni come la vigna, olivi e frutteti e alla creazione di strade rurali e interpoderali. Oggi questi terreni si presentano così con uno sfondo unico dato dal monte Doglia e il mare.

Credito Fotografico @concoursmondialdebruxelles

UN GIRO FRA LE TENUTE…

Sella & Mosca

L’immagine dei vigneti in questa tenuta è veramente unica e grandiosa, 650 ettari fra vigna e macchia mediterranea.

I vigneti si estendono per 520 ettari a corpo unico con al centro la cantina e gli edifici dedicati all’accoglienza, rendendo questa tenuta fra le più grandi d’Europa. L’azienda fu fondata agli inizi del ‘900 dall’ingegner Sella e l’avvocato Mosca, piemontesi di origine, che si innamorarono di questa zona, i loro occhi e il loro cuore l’avevano immaginata già come sarebbe diventata oggi… Il loro lavoro è stato duro, ma hanno reso questi terreni pronti per accogliere questa coltivazione: la vite.

Dal 2016 la proprietà è del Gruppo Terra Moretti e fin da subito gli obiettivi erano molto definiti: produrre un metodo classico e rendere questa realtà fruibile al pubblico. Oggi, dopo poche vendemmie i prodotti che rientrano nelle “bollicine” sono tre, diversi fra loro per tecnica e uve. Vengono prodotti due Metodo Charmat e un Metodo Classico.

Il Torbato, vitigno dalle origini antichissime, presente per circa un 20% in questi vigneti, ha trovato una nuova dimensione nella produzione di vini spumanti. Conosciuto per le sue caratteristiche uniche, tra cui una marcata mineralità e note di frutta secca, il Torbato spumante offre un profilo sensoriale complesso e intrigante. Versatile, profondo e persistente.

La gamma dei prodotti di Sella & Mosca è varia e anche originale per certi aspetti, si passa dai vermentino ai cannonau, e altri vitigni autoctoni, ma quello che colpisce è la produzione del Marchese di Villamarina DOC Alghero Cabernet Riserva, la prima annata risale al 1989 ottenuto da uve Cabernet Sauvignon 100%. Durante la visita molti si chiedevano il perché produrre un vino così in queste terre? Le uve furono impiantate molti anni addietro e oggi rappresentano il 10% di quelle presenti. Sicuramente la forte adattabilità, in diverse parti del mondo, di questo vitigno è chiara per tutti, quindi perché non produrre anche in questa “Nurra pianeggiante” con suoli che variano molto da una zona all’altra, un grande Cabernet Sauvignon? Negli anni ho avuto modo di assaggiare molte annate, anche quelle della fine degli anni ’90 e devo dire che tutte le volte mi sono meravigliata di quanto il Terroir fosse riconoscibile, e alla cieca si percepisce subito che è un Vino Sardo. Con Giovanni Pinna, enologo storico, oggi direttore generale della tenuta, e anche presidente del Consorzio Vermentino di Sardegna, più volte abbiamo parlato di questo vino, che rimane senza dubbio un prodotto di nicchia ed esprime in toto i tratti dei vini rossi sardi: i sentori di macchia, bacche di mirto e ginepro, le note iodate e la sapidità gustativa, che si fondono per determinare poi i tratti riconoscibili dell’uva di provenienza, creando così un assaggio interessante e memorabile.

Dal 2019 inoltre la tenuta è aperta al pubblico, con accoglienza e eventi, facendo diventare questa storica azienda qualcosa di dinamico e moderno. Tutta la parte ricettiva e l’enoteca sono stati rinnovati nel 2022 con un progetto seguito da Valentina, la figlia architetto di Vittorio Moretti. I colori della terra, del mare e del sole si ritrovano nello spazio enoteca rendendolo accogliente e molto particolare. Vi invito ad andare a visitare questa azienda perché è sicuramente un pezzo di storia della produzione vitivinicola italiana.

https://www.sellaemosca.com

Cantina Santa Maria la Palma

Altra visita interessante, si è svolta alla Cantina di Santa Maria la Palma questa rappresenta l’identità di un vasto territorio, i soci della cantina oggi sono circa 300 e rappresentano un’estensione territoriale di oltre 800 ettari. Tante piccole realtà riunite per promuovere in modo condiviso il territorio. L’azienda nasce ufficialmente nel 1959, e qui si producono vini che essenzialmente rappresentano la produzione vitivinicola dell’isola. La cantina produce oltre cinque milioni di bottiglie all’anno, ed esporta i suoi vini in 50 paesi nel mondo. Durante gli ultimi anni ci sono stati diversi progetti di marketing interessanti, fra questi il progetto legato allo Spumante Akènta, che poi si è evoluto in Akènta Sub, ossia un Vermentino di Sardegna Spumante affinato nel mare, in una cantina naturale subacquea.

Anche se questa tecnica sembra si sia affinata negli ultimi anni, ci sono dei riscontri storici che già dai tempi dei Romani, questa pratica fosse messa in atto, quindi possiamo dire che l’idea parte dal passato ma resa senza ombra di dubbio attuale. Durante la visita era stato predisposto il giro in elicottero che ci ha permesso di vedere dall’alto dove sono posizionate le gabbie per l’affinamento. Questo progetto nasce dopo tre anni di studio e nel 2015 esce il primo vermentino italiano affinato sott’acqua. Le gabbie sono in acciaio e sono posizionate in una zona sabbiosa, circondata da posidonie (queste formazioni si ritrovano poi anche sulle bottiglie e creano senza dubbio una particolarità evocativa unica). Il progetto prevede di lasciare in mare le bottiglie, ad una profondità di circa 40 metri per l’affinamento di almeno 12 mesi. Le caratteristiche principali di questo tipo di affinamento (underwater wine) sono: la temperatura che rimane quasi costante fra i 12° e 14°C, l’esposizione alla luce, la costante pressione e l’assenza di ossigeno sott’acqua che impedisce l’ossidazione prematura, mantenendo così la freschezza dei vini. In aggiunta anche il naturale scuotimento dovuto al moto marino, favorisce la formazione di un perlage piuttosto fine e molto persistente, donando al vino spumante alcuni aspetti interessanti, percepiti durante la degustazione. Ovviamente il cambiamento non avviene solamente nell’espressione della bollicina ma anche a livello gustativo, rendendo il sorso sapido e molto espressivo. La visita è stata molto interessante fra assaggi di vini, volo in elicottero, canti e balli tradizionali sardi, abbiamo assaporato tradizioni e al contempo una grande operazione di marketing che questa azienda sta portando avanti, nell’ottica di valorizzare e differenziare un prodotto che oggi sul mercato mondiale ha una sua importante collocazione.

https://www.santamarialapalma.it

QUALCHE NUMERO DEL CMB SPARKLING SESSION 2024

Durante questa sessione sono stati valutati oltre 900 vini effervescenti provenienti da 24 paesi, i giudici presenti erano circa cinquanta provenienti da 22 paesi diversi. Per quanto riguarda le iscrizioni lo champagne resta in testa con 178, mentre tutta l’Italia ha presentato quasi 300 vini, la denominazione Prosecco è presente con 128 vini, ovviamente è la denominazione maggiormente rappresentata. Molto interessante anche la gamma dei vini effervescenti presentati dalla Sardegna che sono principalmente a base di due vitigni tipici: Vermentino e Torbato.

Quentin Havaux, Direttore del CMB, è entusiasta: «Siamo molto felici di essere riusciti a lanciare questo concorso, risultato di diversi anni di lavoro. Non è un caso che la nostra Sessione Vini Effervescenti si svolga in Italia per il secondo anno consecutivo. Anno dopo anno, l’Italia ha dimostrato di essere e di rimanere una grande nazione produttrice, impressionandoci continuamente con la qualità dei suoi vini e ottenendo ottimi risultati nelle diverse sessioni del CMB».

Credito Fotografico @concoursmondialdebruxelles

I RISULTATI…

Il Veneto si aggiudica il maggior numero di medaglie italiane, con un totale di 21 riconoscimenti, su un totale di 64 medaglie per l’Italia. Il 45 Metodo Extra Brut Pas Dosè Blanc de Noirs della Fattoria La Vialla, in Lombardia, vince il Trofeo Rivelazione Italia. La Sardegna si aggiudica ben 8 medaglie 4 d’Oro e 4 d’Argento.

Nella regione dello Champagne arrivano 98 medaglie, sono stati più della metà dei vini in concorso. La Rivelazione Internazionale è andata allo Champagne Lemaire Millésime Les Hautes-Prières 2012 di Roger-Constant Lemaire. Vera e propria icona della loro cantina, il Millésime des Hautes-Prières è prodotto esclusivamente con Chardonnay invecchiato per 9 mesi in botti di rovere e prodotto utilizzando uve dei prestigiosi vigneti di Hautvillers. Altri cinque champagne sono

stati premiati con la Gran Medaglia d’Oro. I Cava dominano il palmarès spagnolo, con 34 medaglie. Di particolare rilievo i risultati della cantina catalana Rovellats, che si è aggiudicata 1 medaglia d’Oro, 2 medaglie d’Argento e il Trofeo Rivelazione Spagna per il suo emblematico Rovellats Reserva Cuvée Especial Brut Nature 2020.

La Germania stupisce, aggiudicandosi quasi il 60% delle medaglie! Sono andate ai produttori tedeschi un totale di 16 medaglie, tra cui 2 Gran Medaglie d’Oro, 8 d’Oro e 6 d’Argento. Weingut Bergdolt ha vinto una Rivelazione Internazionale per il suo Fluxus Brut Natur 2015, confermo senza ombra di dubbio che questo assaggio è stato davvero memorabile! La mia commissione ha valutato una batteria di vini tedeschi e ci siamo emozionati dal primo all’ultimo, e vedendo questo risultato mi sento orgogliosa, per aver contribuito a questa medaglia. Sudafrica: per la seconda volta nella storia del concorso, uno spumante sudafricano ha vinto una Gran Medaglia d’Oro. Il vincitore è Sparklehorse 2021 di Forrester Vineyards. Il Belgio ha confermato la sua buona reputazione e il suo sviluppo come paese produttore di bollicine, con ben 18 premi e il 41% dei vini presentati premiati, un record. Anche la Moldavia, con 8 medaglie tra cui una Gran Medaglia d’Oro, emerge in questa categoria e sarà una forza da tenere in considerazione negli anni a venire. Infine l’Austria si è distinta con un’ottima performance del suo Blanc de Blancs Sekt Große Reserve NÖ g.U. Furth bei Göttweig 2016, che ha ottenuto una Gran Medaglia d’Oro.Il link per vedere tutti i risultati: https://resultats.concoursmondial.com/it/risultati/2024

Per concludere vorrei dire che il CMB non poteva scegliere migliore location per questa sessione 2024 dei vini spumanti! La Sardegna offre davvero molto a livello vitivinicolo, ed è forse, in questo momento una delle regioni italiane più in fermento per quanto riguarda le zone di produzione, i vini e i territori emergenti, i produttori in questo momento hanno una grande consapevolezza delle loro potenzialità!

Credito Fotografico @concoursmondialdebruxelles
Alcuni degustatori italiani al CMB da SX a DX: Matteo Cipolla, Angelo Concas, Dino Addis, Karin Meriot,
Mattia Antonio Ciancia, Luigi Salvo, Giovanni Pinna, Claudia Marinelli

Fonte: Comunicati Stampa CMB Sparkling Session 2024 – Presentazioni dei vari consorzi