Valdarno di Sopra Day chiude in bellezza le Anteprime di Toscana: una Doc giovane con radici antiche che pone al centro di ogni scelta il territorio

Terminiamo con Valdarno di Sopra Day il racconto delle Anteprime di Toscana iniziato con gli assaggi del Vino Nobile di Montepulciano e della nuova versione “Pieve” (Vino Nobile di Montepulciano annata e Vino Nobile di Montepulciano Pieve), delle varie tipologie di Chianti Classico (Chianti Classico annata e Chianti Classico Riserva e Gran Selezione), di Chianti lovers & Rosso Morellino (Migliori Assaggi) e di Anteprima l’Altra Toscana (L’Altra Toscana).

Oggi, presso l’incantevole struttura de Il Borro a San Giustino Valdarno erano presenti un centinaio di giornalisti provenienti da tutto il mondo, che hanno avuto l’opportunità di approfondire i progetti e la filosofia di questa denominazione, legata alla promozione della identità di un territorio da sempre acclamato come luogo di eccellenza per la coltivazione della vite e alla dimensione biologica e di sostenibilità.

La mattinata si è aperta con una tavola rotonda coordinata da Daniele Cernilli che ha visto dibattere gli illustri ospiti sul tema “ Il mondo del vino tra norme ed esigenze di cambiamento”. Sicuramente viviamo in un periodo dove l’alcol è considerato un pericolo per la salute e l’immagine del vino risulta un po’ appannata sia dalla divulgazione giornalistiche sulle reti nazionali che ha messo in cattiva luce disciplinari e produttori, sia dal trend giovanile che vede il consumo di vino in diminuzione.

Luca Sanjust di Teulada ed Ettore Ciancico hanno messo l’accento sul nuovo disciplinare del Valdarno di Sopra Doc, che partirà con la vendemmia 2024 con la menzione in etichetta Vigna, a sottolineare l’importanza dei piccoli territori nella possibilità di regalare grandi vini. Inoltre continua a essere portata avanti la battaglia a livello nazionale per il riconoscimento delle pratiche biologiche come essenziali nel disciplinare della denominazione.

Durante la mattina è stato consegnato il premio Beatrice Torrini al regista Lorenzo Di Dieco e agli autori del documentario Rai DiVine, in questa occasione proposto in anteprima il trailer: sarà in onda dal 28 febbraio e racconta la storia di 5 vignaiole.

A seguire, un focus sulle risposte concrete al cambiamento climatico: esperti del settore vitivinicolo e illustri giornalisti come Danielle Callegari e Aldo Fiordelli hanno portato il loro contributo in merito a resistenza delle viti, sostenibilità e la necessità di preservare la biodiversità nelle colture.

Prima del light lunch la tanto attesa masterclass condotta da Master of Wine Susan Hulme che ha condotto i presenti attraverso il riconoscimento in tutti gli assaggi di una forte identità territoriale.

Di seguito l’elenco dei vini assaggiati nella masterclass

Valdarno di Sopra Doc Vigna Ruschieto 2021 La Salceta: freschezza, frutto succoso, piacevole in bocca e finale sapido

Valdarno di Sopra Doc Vigna dell’Impero 2019 Tenuta Setteponti: naso complesso con note speziate dolci, frutta rossa matura e tannini levigati

Valdarno di Sopra Doc Vigna Polissena sangiovese 2020 Il Borro: al naso frutta rossa anche in confettura e lieve sensazione pesudocalorica. Ricco in bocca e tannino preciso.

Valdarno di Sopra Doc Vigna Mulino 2022 Tenuta San Jacopo: frutta nera matura, spezie, chiodi di garofano, note terziarie succose. Sorso potente con buona percezioni alcolica.

Valdarno di Sopra Doc Vigna delle Sanzioni sangiovese riserva 2023: bellissime sensazioni balsamiche, elicriso. Buona acidità e tannino integrato, ancora scalpitante. Lungo il finale.

Valdarno di Sopra Doc Boggina C Vigna Boggina 2021 Petrolo: ricco ma non pesante al sorso, interessante l’acidità e il tannino che bilanciano il tenore alcolico. Prevalenza di frutta a bacca nera, mora e mirtillo.

L’O vigna del Poggiolo (vitigno Orpicchio) meno di mezzo ettaro coltivato e recuperato dall’estinzione. Profumi netti di fiori bianchi e pesca bianca, con note ammandorlate. Grande piacevolezza nel sorso che presenta una buona struttura e una chiusura sapida.

Erboli – Tenuta Sette Ponti Toscana trebbiano Igt 2022: colore giallo dorato, con note di frutta a polpa gialla, nespola, menta e salvia. Gradevole al palato.

Vigna dell’Impero Toscana Igt Trebbiano 2023 Tenuta Sette Ponti: frutta e speziatura dolce importante che regala al vino una grande struttura.

Boggina B Tosca Igt Trebbiano 2022 Petrolo: dialogo interessante tra i profumi fruttati ed erbacei e il timbro speziato, perfettamente integrato nel vino. Si allunga nel finale su note sapide.

Boll di Borro Metodo Classico rosato 2018 Il Borro: bollicina fine e setose, dove si apprezza sentori succosi di fragolina di bosco. Cremoso, con buona freschezza e persistenza gusto olfattiva.

Nel pomeriggio Armando Castagno ha introdotto le caratteristiche e la valutazione dell’annata 2021 e 2022 presentate in anteprima. Molto diverse, la prima caratterizzata da primavera fredda e piovosa e da una gelata che ha colpito la zona nei giorni tra il 7 e il 9 aprile. Riduzione delle quantità, vendemmia perfetta grazie a un settembre equilibrato, con grandi escursioni termiche giorno e notte. Vini a volte ombrosi ma con una grande nitidezza e pulizia, sicuramente longevi grazie alle importanti acidità.

L’annata 2022 è stata invece definita come esuberante, con vini succosi ed estroversi, con buone acidità e apporto alcolico, ben bilanciato.

Di seguito i migliori assaggi della Doc Valdarno di Sopra

Valdarno di Sopra Doc L’O 2024 La Salceta

Toscana Igt Trebbiano Boggina B 2022 Petrolo

Valdarno di Sopra Doc Osato 2024 La Salceta

Valdarno di Sopra Doc Rosso 2023 Vertigine Ejamu

Toscana Igt Rosso Foglia Tonda Pipillo 2023 Fattoria Bellosguardo

Valdarno di Sopra Doc Vigna Polissena 2020 Il Borro

Toscana Rosso Igt Carnasciale 2022 Podere Il Carnasciale

Valdarno di Sopra Doc Vigna Ruschieto 2021 La Salceta

Toscana Rosso Igt Foglia Tonda 2020 Mannucci Droandi

Valdarno di Sopra Doc Merlot Vigna Galatrona 2022 Petrolo

Valdarno di Sopra Doc Pietraviva rosso Torrione 2022 Petrolo

Valdarno di Sopra Doc Sangiovese Vigna dell’impero 2020 Tenuta Sette Ponti VDS Doc Pratomagno Rosso riserva 2020 Campo del Monte

Chianti Classico Collection 2025 – i migliori assaggi delle tipologie Chianti Classico Riserva e Gran Selezione

Capire un vino è un compito non semplice, anche per il più esperto degustatore. Capire il Chianti Classico, in particolare, richiede concentrazione, analisi e comparazione con le proprie reminiscenze storiche. Un archivio che è forma stessa di cultura, di aneddoti avvincenti e qualche delusione inaspettata, soprattutto quando si assaggiano i vini alla cieca, senza conoscere il produttore di riferimento.

Ieri abbiamo scritto della versione Chianti Classico d’annata (https://www.20italie.com/anteprima-di-toscana-chianti-classico-collection-le-nostre-impressioni-sulla-tipologia-annata-2023-e-2022/) affrontando le tematiche dell’articolata 2023 rispetto a chi ha scelto di prendersi qualche tempo ai box ed uscire, invece, con le vendemmie 2022 e 2021. Potevamo segnalarvi qualche audace viticoltore che ha persino proposto, non senza sorprendenti sorprese, di giungere sul mercato con campioni oltre il lustro d’età; ma i numeri in lista erano troppo esigui per avere un quadro esaustivo della situazione. La libertà di scelta (e di stile) lasciata ai singoli protagonisti rimane uno dei tanti punti di forza dell’areale.

Iniziamo per gradi il resoconto della Riserva, versione che ha risentito nel tempo dell’impatto prorompente del nuovo arrivo Gran Selezione. Rispetto alle anteprime passate, però, sembra esserci un lieve riscatto con la 2022, ben distesa con prontezza di beva unita a stoffa ed eleganza. Poche chiacchiere, tanto gusto ed uno stacco rispetto alla 2021, dotata di magnificenze forse ineguagliabili ed altrettanti ripidi cali, come in un veloce saliscendi. Analizzando entrambi gli andamenti stagionali le differenze non sembrano rilevanti, eccezion fatta per alcune gelate tardive. Piogge primaverili, calura e poche precipitazioni estive con buoni escursioni termiche hanno garantito uve in piena salute.

La domanda perché non vi sia, dunque, una sorta di omologazione negli assaggi appartiene a quell’alone di mistero e bellezza di cui il mondo del vino, per fortuna, è ancora permeato. Sta di fatto che i tannini della 2021 sono in generale austeri, regalando al vino sussulti di giovinezza, ma anche maggior tensione.

Una nota a margine di tante considerazioni è stato il riconoscimento al redattore Ombretta Ferretto di 20Italie, già presente nei panel di degustazione alla cieca assieme al sottoscritto, al giornalista Paolo Valente ed agli autori Adriano Guerri ed Alberto Chiarenza, del premio quale Miglior Comunicatore al Master del Chianti Classico 2025 organizzato dal Consorzio Chianti Classico e dall’Associazione Italiana Sommelier.

Migliori Chianti Classico Riserva 2022 in ordine di preferenza

Castellare di Castellina – Castellare

Le Filigare – Maria Vitttora

Antinori – Villa Antinori

Banfi

Castello di Volpaia

Tregole

Capannelle

Castello di Vicchiomaggio – Agostino Petri

Migliori Chianti Classico Riserva 2021 in ordine di preferenza

Le Miccine

Podere Lecci e Brocchi – Il Chiorba

Castello di Ama – Montebuoni

Fattoria La Ripa

Tenute Selvolini

Castellinuzza e Piuca/Castellinuzza Paolo Coccia – Podere Castellinuzza

Arillo in Terrabianca

Il Contadino Cusano – Poggio Torselli

Montefioralle

Villa Rosa e Villa Cerna

Caparsa – Caparsino

Il divario analizzato in precedenza si amplifica nella Gran Selezione 2022 in confronto con la 2021 e la 2020. Nel primo caso le rassicuranti sensazioni fruttate tessono la tela di un quadro di generale morbidezza, sorretta da sfumature agrumate tipiche del Sangiovese ed in linea con i desideri sperati. Sapida e potente la seconda, meno profonda e vibrante la 2020, di sicuro la più fresca delle tre e con maturazioni antocianiche in chiaroscuro. La qualità media della tipologia è in continua crescita e sembra non arrestarsi neppure di fronte agli umori ballerini del mercato. Saremo curiosi di osservarla nella complicatissima 2023, durante la prossima edizione di Chianti Classico Collection.

Migliori Chianti Classico Gran Selezione 2022 in ordine di preferenza

Fèlsina – Rancia

Brancaia

Famiglia Zingarelli – Tenuta Fizzano – Il Crocino

Ricasoli – Castello di Brolio

Tenute di Arceno – Strada al Sasso

Antinori – Badia a Passignano

Castello di Vicchiomaggio – Agostino Petri

Migliori Chianti Classico Gran Selezione 2021 in ordine di preferenza

Riecine – Vigna Gittori

Istine – Vigna Istine

Nardi Viticoltori – Vigna del Pino

San Felice Toscana A.D. 714 – La Pieve

Luiano – Ottantuno

Fontodi – Vigna del Sorbo

Tenuta di Bibbiano – Vigna di Montornello

Migliori Chianti Classico Gran Selezione 2020 in ordine di preferenza

Le Miccine

Castello Monterinaldi

Le Cinciole – Aluigi

Cafaggio – Solatio

Vecchie Terre di Montefili – Vigna nel Bosco

Carpineta Fontalpino – Vigna Monteaperto

La Madonnina/Triacca – La Madonnina

Castello di Monsanto – Vigna Il Poggio

San Felice A.D. 714 – Poggio Rosso

Fattoria di Rignana – Villa di Rignana

Grandi Langhe 2025 – Atto Secondo

Si è appena conclusa la nona edizione di Grandi Langhe 2025 tenuta nel bellissimo complesso OGR – Officine Grandi Riparazioni Torino. Questo stupendo edificio fu costruito a fine ottocento come complesso industriale e adibito alle riparazione di grandi mezzi, come locomotive dei treni e altro, rappresentando l’eccellenza in questo settore, oggi dopo che è stata fatta una grande opera di recupero di questa immensa infrastruttura, è diventata così un vero e proprio hub della creatività e dell’innovazione. Qui si fa comunicazione culturale, progettazione e formazione, dai temi che vanno dall’arte contemporanea, alla musica e letteratura, tenendo conto dell’inclusione sociale.

Le presenze in questa edizione a Grandi Langhe sono state di grande crescita oltre 5.000 presenze, ed è stato dedicato ampio spazio al trade che indica un 20% di presenze dall’estero. L’evento è stato organizzato da: il Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani con il Consorzio di Tutela Roero e in collaborazione con PiemonteLand of Wine, con il supporto della Regione Piemonte, la Città di Torino e Banca d’Alba.

Le cantine presenti sono state 500 di cui 380 da Langhe e Roero e 120 dal resto del Piemonte che hanno presentato più di 3000 referenze di tutte le DOC e DOCG piemontesi. Le degustazioni erano suddivise in due giorni, dando così il via a tutte le “Anteprime Italiane del vino”.

Negli assaggi ci sono state alcune nuove scoperte e delle splendide conferme.

Inizio così il mio giro di degustazioni con la Cantina Sant’Anna dei Bricchetti che si trova a Costigliole d’Asti, qui si lavorano solo due uve: barbera e moscato. I proprietari sono Ruggero e Orsetta Lenti, innamorati delle colline del Monferrato decidono di acquisire nel 2012 questa azienda, dove hanno coniugato sia la passione per il vino che per questo territorio. Oggi lavorano in azienda anche i figli Giulia e Giacomo.

L’azienda è composta da 5 ettari di vigneto e fin da subito la scelta è stata quella di produrre vini che avessero grande identità territoriale. L’etichette proposte sono un metodo Charmat, due metodo classico, un moscato secco, tre versioni di barbera, un moscato d’Asti e un passito naturale, per una produzione di circa 20.000 bottiglie annue.

L’uva Barbera

Da un punto di vista enologico la Barbera è caratterizzata da una grande duttilità: le sue uve, dotate di elevata acidità fissa, trovano impiego in una vasta gamma di vini. Vengono utilizzate per la produzione di spumanti, per rossi giovani e frizzanti, per vini tranquilli di medio corpo e, infine, con uve ben mature ed affinamento più o meno prolungato nel legno, per rossi ricchi e generosi, e di grande eleganza. Da questa uva in genere si produce un vino rosso color rubino carico, dai profumi intensi, vinosi e fruttati. Nelle zone più adatte è possibile ottenere un vino ricco di struttura e di corpo adatto anche a sopportare un lungo invecchiamento.

L’uva Moscato

Le sfumature che contraddistinguono il vino prodotto con queste uve sono l’intensità della componente aromatica e l’armoniosa dolcezza della componente zuccherina, accompagnata da un basso tenore alcolico.

Storicamente in Piemonte viene utilizzata per fare due fra i vini italiani più conosciuti al mondo, e le differenze nella produzione fra Asti Spumante Docg e il Moscato d’Asti Docg, si riscontrano soprattutto a livello di vinificazione, nel primo si usa il metodo Charmat, mentre nel secondo la fermentazione viene arrestata al raggiungimento della gradazione alcolica di circa 5 % vol. Inoltre il Moscato d’Asti, pur non essendo uno spumante (non viene sottoposto a presa di spuma durante le fasi finali della fermentazione alcolica) mantiene una vivacità che lo rende tipico ed unico.

I profumi del moscato ci ricordano generalmente il glicine ed il tiglio, la pesca e l’albicocca e sentori di erbe aromatiche con sentori di salvia, limoni e fiori d’arancio. Oggi la versione del moscato secco, ci offre notevoli opportunità di bere in modo diverso, regalandoci così abbinamenti inconsueti, come per esempio con la cucina orientale.

Gli assaggi:

Incanto rose è un Metodo Classico Extra Brut 2017, 60 mesi sui lieviti, sboccatura febbraio 2024. Fatto con barbera per il 90% e moscato per un 10% che viene aggiunto al momento del tiraggio. Color buccia di cipolla, molto delicato. Il naso verte su floreale di rosa e piccoli frutti rossi, con accenni di erbe aromatiche. In bocca risulta succoso e cremoso allo stesso tempo lasciando una bocca fresca e appagata. Il perlage è fine e persistente e la sensazione finale è aggraziata e piacevole

Incanto Pas Dosé

Le uve sono le stesse, questa volta la barbera è vinificata in bianco, il procedimento è lo stesso, annata 2017 e sboccatura 2014 con 60 mesi sui lieviti, il risultato però è molto diverso: colore giallo paglierino brillante, i profumi sono più definiti su crosta di pane, pan brioche, poi arriva una marcata nota di agrumi, cedro e erbe aromatiche come la salvia. Olfatto complesso e elegante. Il sorso è appagante, regala cremosità alternato a grande verticalità grazie alla vena acida presente che lo rende molto fresco. Perlage elegante e persistente.

Suggestioni – Piemonte Doc Moscato secco 2023

Questa espressione di moscato secco ci regala un bel momento di degustazione, fermentato in barrique, viene poi filtrato e rimane successivamente in legno per altri sei mesi. La cantina è termo condizionata ad una temperatura costante di circa 16°per preservare i profumi. Bel giallo paglierino con leggeri riflessi dorati. Mantiene tutti i profumi primari del moscato, è elegante con il legno che è dosato in modo equilibrato. In bocca ha un ottimo equilibrio fra acidità e sapidità, regala così un sorso strutturato e fresco.

Vivace – Piemonte Doc Barbera 2021

Questo vino rappresenta la tradizionale barbera frizzante che fa solo acciaio. Il colore è un rosso rubino con riflessi violacei, ricorda la viola e un fruttato di prugna, molto varietale. Un vino diretto senza fronzoli, con una bollicina aggraziata e un sorso succoso e piacevole.

Ricordi – Barbera d’Asti Docg 2021

Una produzione di 40 ql/h che vinifica e rimane in acciaio fino a giugno, segue l’imbottigliamento e rimane in affinamento in cantina per circa due anni. Colore rosso rubino brillante, al naso molto espressivo e elegante, frutto pieno di more, poi arrivano sentori terziari con nuance di inchiostro e grafite, chiodi di garofano e leggero sentori di radici di bosco. All’assaggio risulta succoso e ampio, ottimo equilibrio, persistente con tannini eleganti e vivaci.

Vigna dei Bricchetti – Barbera d’Asti Superiore DOCG 2019

Le uve arrivano da un solo vigneto con una produzione di circa 70 ql/h, dopo la vinificazione in acciaio rimane per circa un anno in tonneau di rovere francese. Rosso rubino intenso e brillante con riflessi granato. Al naso arrivano prima i sentori terziari come inchiostro, tabacco, e chiodi di garofano per poi evolvere sul frutto scuro, leggeri accenni di radici di liquirizia nel finale che risulta essere complesso. Il sorso è profondo e molto elegante con un tannino setoso e intrigante. Persistente e sapido nel finale.

Interessante anche l’assaggio del Moscato d’Asti Docg 2024 che si esprime sul floreale, molto tipico con un ottimo equilibrio fra gli zuccheri/acidità risultando fresco. Infine chiudo la degustazione con Destino, vino da uve stramature appassite sul tralcio per oltre due mesi, in questa versione del 2016, si esprime con un colore ambrato, un naso complesso che verte su datteri, fico secco, agrumi canditi e profumo di miele millefiori, con una bocca aggraziata, equilibrata e gustosa.

DOPO LA BARBERA MI SPOSTO NEL MONDO DEL GRIGNOLINO…

Questa uva ci regala un vino degno della tradizione piemontese, il vino di solito risulta essere quasi un rosso atipico, che si caratterizza per delicatezza, freschezza e raffinatezza, piuttosto che per potenza e intensità aromatica.

Questo vitigno, difficile da coltivare, produce un acino molto piccolo con abbondante presenza di vinaccioli, quindi la maturazione fenolica è molto importante. Il vino si presenta dal carattere elegante e schivo, c’è da dire però che negli ultimi decenni è stato riscoperto da molti produttori, che ne propongono versioni in purezza di notevole interesse e qualità. Il Grignolino ha un colore rosso rubino tendente al granato piuttosto scarico, quasi da risultare trasparente.  Al naso si apre con un bouquet dai delicati profumi di rosa e fiori secchi a cui si aggiungono note di piccoli frutti di bosco e nuances speziate. Al palato è piacevolmente scorrevole, di medio corpo con fine trama tannica e buona acidità. Sul finale chiude con una caratteristica nota amarognola.

Continuo gli assaggi con l’azienda Vicara di Rosignano Monferrato (AL).

Il progetto di Vicara nasce nel 1992 dall’amicizia di tre famiglie che sono:i Visconti custodi del territorio fin dal xv sec., i Cassinis maestri della comunicazione e i Ravizza, instancabili vignaioli, il nome appunto prende forma con le iniziali delle tre famiglie. Le uve che vengono coltivate in azienda sono da sempre quelle che hanno le radici più profonde in questo territorio: il grignolino, la barbera e la freisa. I vigneti sono adagiati su dolci colline con terreni diversi fra loro e si esprimono principalmente su tre zone: Vadmon, Crosia e Bricco Uccelletta. Trentatre gli ettari di vigneto suddivisi in queste tre zone che differiscono sia per composizione che per età, che risale a circa 30 milioni di anni fa, qui si producono circa 55.000 bottiglie annue. Dal 2022 Giuseppe e Emanuele Visconti guidano questa azienda, con profonde radici nella tradizione del Monferrato, in una fra quelle più contemporanee del momento

Domino – Spumante Brut Rosè – Metodo Martinotti 2023

Questo vino fatto con grignolino e chardonnay ci regala un esplosione di fiori di rosa e zagare, pompelmo rosa, sorso piacevole e aggraziato con una bollicina elegante.

.G  – Grignolino del Monferrato Casalese Doc 2023

Questa è la prima annata certificata Bio, anche se di fatto in campagna lavorano da sempre con un occhio di riguardo a tutta la filiera produttiva in modo sostenibile. .G ha un significato ben preciso dato da Domenico Ravizza che è stato uno degli enologi più rispettati e conosciuti del territorio, cioè portare l’attenzione su questo “vitigno complesso, fiero e testardo allo stesso tempo, che rappresenta l’anima delle genti di questo territorio”(cit.).

Vinificazione in acciaio e affinamento per sei mesi circa in bottiglia. Il naso è definito sulla rosa canina e frutti come il ribes rosso, ma anche accenni di terziari come l’inchiostro. Ottimo equilibrio fra sapidità e acidità, che ci regalano così freschezza ad ogni bicchiere, il tannino è ben presente, vivace e croccante.

Uccelletta I Monferace – Grignolino del Monferrato Casalese Doc 2020

Il vino si ottiene da una fermentazione spontanea con “pied de cuve” svolta dai lieviti indigeni, vinificazione in cemento per poi affinare in tonneau metà di rovere e metà di acacia per circa 24 mesi, ulteriore affinamento in bottiglia per altri due anni. Si presenta con rosso rubino scarico con riflessi aranciati, molto brillante. Sentori di frutti scuri e nuance floreali, cioccolato e note balsamiche rendono il naso complesso e elegante. In bocca è ampio, lungo e persistente con tannini dinamici e eleganti.

Volpuva – Barbera del Monferrato Doc 2023

Barbera 100% segue una vinificazione in acciaio e affinamento per circa 4 mesi in bottiglia. Un vino definito: essenziale e versatile, e io aggiungerei gastronomico. Colore rosso rubino intenso, sentore di more e frutti scuri, note di cioccolato e accenno di inchiostro. Bocca ampia, succosa e fresca.

Cantico della Crosia Barbera del Monferrato Superiore Docg 2020

L’areale Crosia racchiude una complessità di terreni che vanno da 7 a 30 milioni di anni come formazione, e in questo anfiteatro naturale si può immaginare davvero la vita come un’esplosione di gioia, la bellezza è quella di visitare questi vigneti e “camminarci dentro” come ci insegnava Luigi Veronelli, per capire effettivamente come la natura possa davvero gratificare la nostra vita.

Vinifica in modo spontaneo in acciaio per poi fare un affinamento di sei mesi di barrique e un anno di botte grande, segue un anno di bottiglia. Granato intenso e profondo. Al naso si percepiscono frutti scuri, note di cioccolato, tabacco, inchiostro e china, balsamico e minerale. Il sorso è ampio e persistente con un tannino scattante e rotondo. Esprime grande eleganza gustativa.

Comune di Treville 33 Cascina Rocca – Barbera del Monferrato Doc 2021

Prodotto solo nelle annate migliori, qui hanno voluto evidenziare la potenza della barbera unita all’eleganza, ma soprattutto alla freschezza del frutto, per questo motivo questo vigneto, uno fra i migliori dell’azienda, iscritto in precedenza alla Docg è stato declassato a Doc per avere così la possibilità di fare meno legno durante le fasi di affinamento. Inizia la fermentazione spontanea in acciaio per poi fare un affinamento di otto mesi in tonneau e altri dodici in bottiglia.

Rosso rubino profondo, si esprime inizialmente sui terziari: inchiostro, balsamico, china, poi arriva l’esplosione del frutto scuro come la prugna. Il sorso è ampio e rotondo, persistente con una trama tannica importante, fitta, vivace e vellutata allo stesso tempo. Interessante la retrolfattiva che ci ricorda un bosco pieno di violette appena sbocciate. Elegante e fine.

NON POTEVA MANCARE UN PASSAGGIO A BARBARESCO…

Un piccolo accenno all’andamento climatico:

L’annata 2021 è stata definita come “un’ottima annata”, anche se è stata un po’ più calda rispetto ad altre, ma le piogge arrivate nel periodo invernale, anche se in modo anomalo, hanno garantito le riserve idriche necessarie, facendo si che la maturazione del frutto arrivasse senza problemi. La quantità delle uve è stata inferiore rispetto alla 2020 a causa delle gelate primaverili, producendo così acini più piccoli, ma il risultato è stato ottimale poiché avevano equilibrio e un apporto poli fenolico ricco, importante per la produzione di vini di struttura e equilibrati.

La 2020 è partita con un inverno nella media, senza grosse criticità. Durante i mesi di marzo e aprile ci sono state poche precipitazioni, facendo così intravedere una vendemmia precoce, fortunatamente a maggio sono arrivate le piogge che hanno consentito di riequilibrare tutto il processo vegetativo, per arrivare così ad una vendemmia nei tempi e senza stress per la maturazione del frutto.

Produttori di Barbaresco Società Agricola Cooperativa

Questa cantina è stata fondata nel 1958, ed è il cuore pulsante di questo paese, oggi i membri sono circa una cinquantina e coltivano 120 ettari di vigneto a Nebbiolo. La produzione si attesta in circa 650.000 bottiglie annue, ed è un grande esempio a livello nazionale, di come le cantine cooperative dovrebbero funzionare. Negli anni questi vini hanno sempre regalato assaggi di grande espressione territoriale e maestria nel valorizzare i Cru da dove provengono, oltre ad avere un ottimo rapporto qualità/prezzo.

I Cru che rappresentano i Produttori di Barbaresco sono: Asili, Montefico, Montestefano, Muncagota, Ovello, Pajè, Pora, Rabajà e Rio Sordo. In cantina seguono una vinificazione tradizionale, con macerazioni lunghe e affinamento in botte grande: circa 20 mesi per il Barbaresco DOCG e circa 30 per i Barbaresco Riserva.

Barbaresco Docg 2021 – Produzione circa 300.000 bottiglie

Il vino si presenta di un rosso rubino brillante, naso molto floreale con apertura su piccoli frutti a bacca rossa, note balsamiche e accenno di terziari. Il sorso è ampio e profondo con una trama tannica fitta e allo stesso tempo delicata, chiude con grande sapidità, regalandoci un finale fresco ed elegante.

Barbaresco Cru Muncagota – credito fotografico dal sito dei Produttori di Barbaresco

L’esposizione del vigneto è a Sud-Est risultando più fresco rispetto agli altri Cru, questo fa si che all’assaggio si esprima più su note floreali e balsamiche. Il suolo è ricco di calcio e dona carattere e tannini potenti. Questa è una delle zone più storiche dei Cru dei Produttori di Barbaresco, la prima vinificazione risale al 1967, con il nome di Moccagatta. Nel 2007 a seguito della classificazione ufficiale delle MGA (Menzioni Geografiche Aggiuntive), il nome è stato sostituito con Muncagota.

Barbaresco Muncagota Riserva 2020 – Produzione 13.300 bottiglie

Di un rosso rubino brillante con leggeri accenni granato. Al naso ci entusiasmano i sentori floreali di rosa e frutti rossi, balsamico di eucalipto e note diffuse di inchiostro e grafite. Al gusto è appagante, profondo e persistente con tannini di grande spessore in evoluzione, interessante sarà assaggiarlo fra qualche anno!

RIMANIAMO ANCORA UN PO’ A BARBARESCO…

Azienda Agricola PAITIN – Neive (CN)

Questa azienda ha radici secolari e oggi la conduzione viene portata avanti dall’ottava generazione della Famiglia Pasquero Elia. Luca il più giovane, è entrato in azienda dopo gli studi, affiancando il padre Giovanni e lo zio Silvano.

La loro storia è fitta di importanti passaggi, ma quello che conta oggi è che qui si continua a portare avanti la produzione dei vini partendo da un territorio unico e inconfondibile. Le colline dell’azienda sono caratterizzate da una grande biodiversità, facendo si che già dagli anni 2000 si potesse lavorare in un ambiente sano, teso a valorizzare la vigna, per arrivare alla certificazione biologica nel 2015. L’azienda conta circa diciannove ettari di vigneto per una produzione di circa 90.000 bottiglie annue.

Starda – Langhe Nebbiolo Dop 2023

Vino gastronomico, con un naso che si esprime su fiori e frutti rossi, ci regala un sorso agile e succoso.

Barbaresco Faset Dop 2021

Questo barbaresco nasce come prima annata nel 2019 da due appezzamenti: uno esposto a pieno Sud e uno che curva verso Sud- Ovest. Il terreno è composto da marne di colore grigio-blu e limo che può variare a seconda della ripidità della collina, originando così vini con aspetti organolettici diversi, anche se la caratteristica principale è quella di offrire vini immediati alla beva. Dal colore rosso rubino brillante, si esprime con sentori floreali e di frutta scura, il sorso è ampio e elegante, il tannino vivace gioca un ruolo importante per renderlo godibile fin da subito.

Barbaresco Basarin Dop 2021

Il vigneto da cui proviene questo vino è stato acquistato di recente nel 2018, e al momento solo i vigneti più vecchi sono dedicati alla produzione di Barbaresco. Esposto in pieno Sud, da cui deriva appunto il suo nome che significa “baciato dal sole”. La collina è molto erta e i suoli sono eterogenei con presenza di argille fini e una componente sabbiosa importante. Qui si incontrano le tre denominazioni di Neive, Treiso e Barbaresco. All’olfatto risulta complesso, elegante e fine con leggere note vegetali e balsamiche, al gusto è ampio e di ottima struttura con un tannino leggermente più marcato, ben integrato e in evoluzione.

Barbaresco Albesani Dop 2021

I terreni sono più strutturati, specialmente nelle parti alte che acquistano una struttura argillosa-calcarea importante. «Le vigne sono poco ventilate durante il giorno, ma dalle ore 5 del pomeriggio si potrebbe rimettere l’orologio, poiché arriva il “Marino” e calano le temperature» mi racconta Luca durante l’assaggio. Sicuramente l’influenza del fiume Tanaro aiuta a creare un microclima adatto alle escursioni termiche durante le giornate più calde. Forse questi sono fra i vigneti più celebri della zona, un tempo monopolio del Castello di Neive e vinificato sapientemente per decenni da Bruno Giacosa.

Il vino si presenta di un rosso rubino intenso e brillante. Al naso si percepiscono più sentori di frutta scura e arancia sanguinella, che note floreali, chiudono nuance di inchiostro e sottobosco. In bocca si percepisce una struttura equilibrata e di spessore quasi austera, tannino giovane e vibrante.

Piccolo approfondimento

La collina di Serraboella si estende in lunghezza con un versante esposto a Ovest che diventa più ripido in altezza e volge lentamente verso Sud, i venti caldi vengono incanalati verso il villaggio di Neive riscaldando i vigneti durante il giorno. La valle essendo molto estesa però riesce a rinfrescarsi altrettanto velocemente durante la notte. I terreni in questa collina si dividono essenzialmente in tre grandi espressioni:

  1. La parte più limosa, produce vini più rotondi
  2. La parte leggermente più argillosa-sabbiosa identificata come Sorì, regala vini di maggiore profondità e struttura.
  3. La parte più sabbiosa, offre vini più magri e nervosi, con espressioni però sempre molto affascinanti.

Il Barbaresco Serraboella nasce da una cuvée dei terreni limosi-sabbiosi, mentre per il Sorì Paitin si utilizzano i vigneti della parte centrale del Cru.

Barbaresco Serraboella Dop 2021

Il colore acquisisce una sfumatura più profonda anche seppur sempre molto brillante. Un naso complesso e elegante ci ricorda: inchiostro, china, frutti rossi e agrumi canditi, balsamico e sanguigno, minerale. Si esprime con un sorso complesso e fine, sapido, persistente e profondo. Il tannino è aggraziato e setoso.

Sorì Paitin Barbaresco Serraboella Dop 2021

Questo vino viene prodotto dall’azienda dal 1893 e i vigneti sono nel cuore del Cru Serraboella.

Si presenta con un rosso rubino profondo con riflessi granato. Qui si gioca con i profumi delicati e eleganti e allo stesso tempo complessi che vanno dal floreale ai frutti scuri, note di inchiostro e grafite, con un tocco balsamico. La bocca esprime perfetto equilibrio, centrata e appagante. L’acidità ci regala freschezza, fine e persistente, grande struttura che al tempo stesso esprime agilità nel sorso. Il tannino è giovane, vibrante con una trama fitta in evoluzione.

PER L’ULTIMO ASSAGGIO ANDIAMO A BAROLO

Le Langhe si sono formate a seguito del sollevamento della terra (Arco Alpino) dovuto ad assestamenti delle placche europea e africana, nel periodo miocenico terziario (Miocene da 25 Ma a 5 Ma) e sono ricche di calcare, le rocce sono di origine sedimentaria e la composizione del terreno è varia a seconda del periodo di formazione. Alcuni periodi di riferimento sono il Tortoniano e l’Elveziano (questi nomi si riferiscono ad un’età ben precisa del terreno) con la risultanza di avere caratteristiche del terreno ben distinte e di conseguenza i vini che sono prodotti su questi terreni hanno caratteristiche molto diverse (qui sotto ho provato a suddividere i Cru di Barolo in riferimento alla loro età di formazione):

  • al periodo Elveziano (da 13 a 11 Ma), corrispondono terreni ricchi di marne grigie-brune molto compatte e vi appartengono i comuni di Serralunga d’Alba, Monforte e Castiglione Falletto.
  • al periodo Tortoniano (da 11 a 7 Ma), ricco di marne azzurre, meno compatte, appartengono i comuni di La Morra e Barolo.

Azienda Agricola Giovanni Rosso – Serralunga d’Alba

Anche questa è un’azienda storica langarola, siamo alla quarta generazione e dal 2001 subentra alla guida l’enologo Davide Rosso, portando tutte le sue esperienze maturate all’estero, per una conduzione dinamica e attuale, senza mai perdere di vista la territorialità. L’azienda è composta da ventun ettari dislocati fra le più importanti MGA delle Langhe. Si producono circa 320.000 bottiglie annue.

Barbera d’Alba Doc 2023

Colore rosso rubino brillante con un naso che si esprime su frutti scuri e piccoli frutti rossi, in bocca è agile, gustoso e fresco, con tannini setosi e vivaci.

Langhe Nebbiolo Doc 2022

Colore rosso rubino brillante. Il naso verte sul floreale di rosa e ciliegia, balsamico, potrei definirlo classico! Il sorso regala freschezza data dalla grande acidità espressa, rendendo il vino godibile. Ottima struttura e persistenza con tannini fini e aggraziati.

Barolo Docg 2021

Questo vino è un blend da vari vigneti, per la precisione: otto vigne da Serralunga, una da Barolo, e una da Castiglione Falletto. Il colore è rosso rubino con leggeri accenni granato. Sentori di fiori poi il frutto di ciliegia, inchiostro, china e nuance di bacche di bosco. Il sorso è ampio e con grande spessore, ottima sapidità che allunga in profondità, tannino giovane e vivace.

Barolo Cerretta Docg 2021

Si trova nella parte settentrionale del comune di Serralunga d’Alba con esposizione a Sud-Est, il suolo è tipicamente argilloso-calcareo. Floreale di violetta è la prima cosa che si percepisce, poi arriva la ciliegia e altri frutti rossi, vira poi su inchiostro e grafite, accenno di pepe bianco e note di mentuccia. In bocca è ampio ma composto, arriva piano piano esprimendo equilibrio e estrema eleganza, tannino avvolgente e ben integrato.

Barolo Serra Docg 2021

Questo Cru si trova nel comune di Serralunga ed è fra i più elevati, trovandosi a 370 metri di altitudine, adagiato su un terreno di colore bianco, indice di grande presenza di calcare.

Frutti scuri e note di tabacco, radici di liquirizia e note di tabacco, humus e balsamico, molto complesso ma credo anche che fosse in grande evoluzione olfattiva al momento dell’assaggio! Ottimo equilibrio gustativo, struttura e corpo, tannini fitti e graffianti con un grande spettro evolutivo davanti, accompagnano il sorso in profondità regalando una grande persistenza e sapidità finale.

Mi sto già preparando per l’anno prossimo, magari con tempi meno stringati!!!

Fonti:

https://www.grandilanghe.comhttps://ogrtorino.it

Wine&Siena 2025 – Capolavori del Gusto

Sipario calato sulla 10ª edizione di Wine&Siena 2025 – Capolavori del Gusto. La manifestazione si è svolta dal 25 al 27 gennaio 2025, come da consuetudine, negli storici saloni del Complesso Museale Santa Maria della Scala e Palazzo Squarcialupi di Siena.

La kermesse apre la stagione degli eventi organizzati dal The WineHunter Helmuth Köcher, presidente di Merano WineFestival. L’evento, ideato dallo stesso Köcher, da Stefano Bernardini presidente di Confcommercio Siena, dal compianto senese Andrea Vanni e da Gianpaolo Betti di Enotempora, ha visto la partecipazione di circa 160 espositori di vino, cibo, birra e spirits provenienti da varie regioni italiane. Molte le masterclass organizzate nel Salone del Gusto a Palazzo Squarcialupi.

Siena è il fulcro attorno cui ruotano importanti Docg e Doc, conosciute e apprezzate in tutto il mondo, grazie ai loro vini e al patrimonio storico ed artistico, ambito come meta turistica. Le tre giornate sono state dedicate non solo al mondo del vino, ma anche a quello dell’arte, consentendo ai partecipanti di degustare nella contemplazione d’opere d’arte realizzate da illustri pittori. L’ultimo giorno è stato riservato agli operatori professionali.

Quest’anno vi parlaremo dei vini degustati al banco consortile della Orcia Doc.

Orcia Doc è stata costituita il 14 febbraio 2000. Fortemente voluta da alcuni produttori fondatori del Consorzio del Vino Orcia con l’obiettivo di salvaguardare e tutelare l’immagine del vino e del suo, unico e meraviglioso territorio. Il vitigno principe è il Sangiovese, capace di dar origine a vini identitari, talvolta elitari e di inconfutabile qualità e in varie tipologie. Le altre varietà allevate e più diffuse nell’intera denominazione sono gli autoctoni, Foglia Tonda, Colorino e Trebbiano e gli internazionali Chardonnay, Cabernet Sauvignon e Merlot.

Le tipologie contemplate sono: Orcia Bianco, Orcia Rosato, Orcia Rosso, Orcia Rosso Riserva, Orcia Sangiovese, Orcia Sangiovese Riserva e Orcia Vinsanto.
I toponimi di Vignoni e Bagno Vignoni sono una traccia che affonda le radici in tempi lontani. I produttori sono vigneron schietti, che dedicano le proprie energie al mestiere: dal vigneto fino alla vendita del prodotto finale.

Lo sviluppo della Doc è coinciso anche con i cambiamenti climatici ed il conseguente aumento delle temperature ha ridotto notevolmente il rischio di gelate primaverili. Una maggiore esperienza da parte dei produttori e un’età più avanzata delle viti ha comportato un incremento qualitativo dei vini.

I comuni ricadenti nella denominazione sono 12, situati nella parte sud della provincia di Siena: Buonconvento, Castiglione d’Orcia, Pienza, Radicofani, San Quirico d’Orcia e Trequanda. Parte, inoltre, dei comuni di Abbadia San Salvatore, Chianciano Terme, Montalcino, San Casciano dei Bagni, Sarteano e Torrita di Siena. L’area è estesa e presenta aspetti pedo-climati variabili, caratterizzata da notevoli escursioni termiche tra il giorno e la notte. Il terreno è di origine marina, prevalentemente ricco di fossili, di argilla, di sabbia e limo. La meraviglia dei paesaggi in Val d’Orcia, contraddistinti da panorami unici e borghi medievali incantevoli, ha portato a un riconoscimento internazionale. Dal 2 luglio del 2004 è iscritta nella lista World Heritage dell’Unesco, mettendo in risalto la sua rilevanza storica e culturale.

Il fiume Orcia e la Via Francigena attraversano la valle, divenuta un’ambita meta turistica. I vitivinicoltori sono oltre 60, non tutti ancora iscritti al Consorzio del Vino Orcia. L’attuale Presidente del Consorzio è Giulitta Zamperini di Poggio Grande, succeduta a Donatella Cinelli Colombini. Lo slogan “Orcia il vino più bello del mondo” è, dunque, ben appropriato viste le potenzialità.

Sesterzo Orcia Sangiovese 2020 Poggio Grande – rubino trasparente, emana note di ciliegia, mora, tabacco, cacao, ciclamino, pepe nero e chiodi di garofano. All’assaggio risulta setoso e armonioso.

Aetos Orcia Riserva 2020 Tenuta Sanoner – rubino denso, emana sentori di violaciocca, rosa, lamponi, marasca, e prugna, su scie speziate balsamiche. Attacco tannico vibrante e saporito.

Orcia Sangiovese 2020 Sasso di Sole – Sangiovese 100 % – rubino vivace, al naso emergono note di pervinca, rosa canina, amarena e prugna alternate da pepe nero e tabacco. Gusto rotondo e leggiadro dal finale sapido.

Frasi Orcia Sangiovese Riserva 2020 Capitoni – Sangiovese con piccole percentuali di Colorino e Canaiolo, dipana sentori di ciliegia, mora, mirtillo, cacao, con effluvi speziati di cannella e pepe nero. Il sorso è ricco, pieno, avvolgente e coerente.

Il Tocco di Campotondo Orcia Sangiovese 2020 – Sangiovese 100% – rubino vivace, libera nuance di geranio, prugna, cacao, mora, liquirizia e affumicature. Palato fresco, avvolgente e lunghissimo.

Miraggio Rosso Orcia Sangiovese 2020 Bagnaia – Sangiovese 100% –  rubino dalle sfumature granato, rivela note di geranio, elicriso, vaniglia, rabarbaro, frutta rossa matura e tabacco. Setoso e armonioso.

Orcia  2020 Az. La Grancia di Spedaletto – Sangiovese e Merlot –  rubino intenso e consistente, sprigiona sentori di rosa, marasca mirtillo, prugna, vaniglia e pepe. Al palato è fresco, avvolgente e persistente.

Saltamacchia Orcia Riserva 2020 La Nascosta – Sangiovese 100% –  rubino trasparente, dai sentori di rosa appassita, fragolina di bosco, mora, prugna, sottobosco e spezie. Delicato ed appagante.

Tinia Orcia Riserva 2020 Fabbrica – Sangiovese 100% – rubino luminoso, sviluppa in successione note di ciliegia, fragola, frutti di bosco e tabacco. Sapore pieno e duraturo.

Pergole e Starsete – storia di antichi metodi di allevamento della vite quanto mai attuali

Nelle menti di Maurizio Paolillo, Alessandro Marra entrambi di Slow Wine e dell’enologo e agrotecnico Fortunato Sebastiano, l’idea di un convegno su Pergole e Starsete, antichi metodi di allevamento della vite, covava già da tempo. Il fenomeno degli impianti storici in Campania non è scomparso, anche se ha subito negli anni un duro colpo dalla meccanizzazione e dalle scelte economiche dei produttori.

Resiste, oramai, solo in piccoli lembi della regione, tra Irpinia e Costiera Amalfitana. Nel resto d’Italia, invece, la situazione si complica ulteriormente con presenza degli stessi solo a macchia di leopardo in sparuti territori. Non tutto il male però viene per nuocere: i cambiamenti climatici in atto stanno portando gli imprenditori del settore vitivinicolo a riconsiderare le tecniche migliori per dare ombreggiatura ai grappoli in caso di eccessive ore d’insolazione.

Il sistema della pergola e sue derivazioni risale ancora al VII° secolo a.C. per mano degli Etruschi. Consentiva una sorta di “policlonalità” nello stesso filare, così come la tradizionale piantata sottostante, per recuperare ogni spazio utile all’agricoltore dell’epoca. Nei tempi recenti, eliminate le coltivazioni nei pressi dei vigneti, i problemi di eccessiva vigoria fogliare e produzioni abbondanti hanno costituito un deficit nella predilezione rispetto ai più sostenibili (e controllabili) cordone speronato e guyot.

Le dinamiche politiche europee, con il taglio dei fondi per coloro che impiantavano barbatelle ancora a raggiera o pergola, hanno contribuito ad indirizzare il corso degli eventi. Il che non significa per forza una maggior qualità del vino moderno, ma di sicuro la perdita di un patrimonio culturale e identitario dei popoli, nel nome della presunta conservazione paesaggistica.

Alcuni vigneron hanno resistito, per causa di forza maggiore in terreni impervi o, semplicemente, per amore delle tradizioni familiari. Di essi e degli splendidi vini realizzati, ne daremo un breve excursus tra le note seguenti.

La degustazione tecnica

Rabottini – Trebbiano d’Abruzzo “Per Iniziare” 2022: molte affumicature con sensazioni iodate sul finale di bocca. Concretezza allo stato puro

Vallissassoli – 33/33/33 2021: difficile da comprendere agli inizi, emerge con il tempo nel calice. L’estremizzazione di tre varietà emblema delle uve bianche campane quali Fiano, Greco e Coda di Volpe

Gini – Soave Classico “Contrada SalvarenzaVecchie Vigne” 2021: bello e vivace come il suo colore nuziale. Sfumature speziate da sosta in legno e tanta eleganza floreale mediterranea di cui è ricca la Garganega.

Fattoria Monticino Rosso – Albana di Romagna “Codronchio” 2022: che dire di uno dei rarissimi vini in parte muffato versione secco esistenti al mondo. Danza tra balsamicità e frutta tropicale con la leggerezza di una libellula

Monte Maletto – Carema “Sale e Roccia” 2022: agrumi fortuni e tannini irsuti, per un campione che promette lunga vita in bottiglia. Nuance finali su chiodi di garofano e prugna verde.

Tenuta San Francesco – “È Iss” Tintore Prephilloxera 2019: il pioniere del Tintore di Tramonti con le sue vigne ultra centenarie patrimonio di tutti noi. Spinge verso scie mature di frutti di bosco e tannini levigati semplicemente perfetti.

Tenute Cavalier Pepe – Irpinia Campi Taurasini “Appio” 2018: rappresenta ciò che attualmente è il manifesto di un Taurasi versione baby, più agevole al sorso, meno macchinoso e declinato su violette appassite ed amarene sotto spirito

Feudi Studi – Taurasi “Rosamilia” 2018: eleganza assoluta, voluta e cercata da Pierpaolo Sirch per raccontare, in chiave modernista, la forza dell’Aglianico in Irpinia, senza nulla levare, anzi aggiungendo stile e classe. Frutta rossa dalla A alla Z.

Villa Raiano – Taurasi Riserva 2015: anche qui si cerca la piacevolezza di bocca, con buona duttilità negli abbinamenti gastronomici. Di passi in avanti l’azienda ne ha fatti tanti, non ultima una mini-zonazione delle vigne che parla al futuro. 

Reale – “Borgo di Gete” 2013: anche Luigi Reale detiene piante secolari a Tramonti, con fusti che superano tranquilli il metro di diametro. Succosità e materia dal ricordo di ciliegia e sigaro sbriciolato. Il tempo giusto per essere assaggiato

Perillo – Taurasi Riserva 2011: scuro e ancora teso come una corda di violino, anche se il naso rivela già qualche segno dello scorrere delle lancette. I vini d’altura sono così: un bilanciamento tra evoluzione e acidità ancora palpabile, come la storia stessa della Denominazione Taurasi.

Sangiovese Purosangue on tour a Milano – storie di Brunello di Montalcino

Il 21 gennaio, nella location del Tannico Wine Bar di Milano, si è svolto l’evento Sangiovese Purosangue dedicato al Brunello di Montalcino.

Otto cantine hanno raccontato di un territorio affascinante circondato da paesaggi mozzafiato, con colline ondulate e vigneti che si estendono a perdita d’occhio. Hanno narrato le loro storie di famiglia e quelle di un vino, il Brunello di Montalcino, che incarna l’essenza della tradizione vitivinicola toscana.

PODERE LE RIPI

L’azienda nasce alla fine degli anni Novanta per volere di Francesco Illy (sì, i produttori di caffè); siamo a Castelnuovo dell’Abate, nel crinale Sud Est di Montalcino dove il terreno è ricco di marne e di argilla a richiamare gli antichi suoli oceanici, che danno vita a vini di grande potenza. Nel 2015 la cantina decide di estendersi anche nella zona Ovest, circondata completamente dal bosco che lambisce il fiume Ombrone. Qui i suoli sono di origine alluvionale, più ricchi. Le due zone sono molto diverse e l’azienda ha seguito la linea di mantenerle separate evitando di produrre un Brunello frutto della loro unione.

Le loro etichette hanno nomi originali e non solo descrivono il vino, ma raccontano anche una storia, creando un legame emotivo con il consumatore.

  • Cielo d’Ulisse Brunello di Montalcino DOCG 2020 al naso ricorda il bosco e il microclima fresco del versante Ovest di Montalcino. Un tannino elegante e mai invasivo, di buona freschezza, intenso e strutturato. 30 mesi di invecchiamento in botti di rovere e 12 mesi nelle vasche di cemento.
  • Amore e Magia Brunello di Montalcino DOCG 2020 proviene dal versante Sud Est della denominazione. Un rosso rubino molto intenso, al naso si esprime con sentori di viola, arancia rossa e note balsamiche. Affinamento 24 mesi in botti grandi di rovere, seguiti da 18 mesi in vasche di cemento
  • Lupi e Sirene Brunello di Montalcino DOCG 2019 Riserva alla vista un rosso rubino brillante e delicato, al naso fine ed elegante con note terrose ed ematiche. Al palato tannini setosi e un grande equilibrio. Invecchiamento 36 mesi in botti di rovere e affinamento minimo di 14 mesi in vasche di cemento.

CUPANO

Situata in Località Camigliano su una collina sassosa a 220 metri di altezza, in un terreno ricco di minerali e argille con un panorama meraviglioso, la cantina è di proprietà di Ornella Todini e Lionel Cousin che negli anni Novanta si trasferirono da Parigi a Montalcino. Nel 1997 vennero impiantati i primi 3,4 ettari di vigneto, diventati 6 nel 2013, in prevalenza Sangiovese ma anche Cabernet Sauvignon e Merlot. La prima annata di Cupano è stata la 2000.

La loro filosofia prevede una meticolosa cura delle viti, lieviti indigeni, fermentazioni spontanee senza controllo di temperatura e invecchiamento in botti di legno di rovere francese. Certificazione Biologica e Biodinamica, il loro Brunello esprime livelli qualitativi straordinari garantiti dalla potenza del suo terroir e dalla finezza e il garbo dello spirito enoico francese.

  • Brunello di Montalcino DOCG – Cupano 2020 Rosso rubino intenso e vivido alla vista, grande profondità e pulizia al naso con note di prugna, amarena e rimandi di spezie dolci ed erbe officinali. Un assaggio che sprigiona un’ottima energia con un tannino perfettamente integrato.

COL D’ORCIA

A sud di Montalcino, sulla collina di Sant’Angelo in Colle, sul versante più esposto alle brezze marine, l’azienda Col D’Orcia è proprietà dei Marone Cinzano stabilitasi a Montalcino 50 anni fa. Molto legata alla tradizione sia in vigna che nella produzione, ad esempio utilizza solo botti grandi di legno neutro.

In degustazione tre vini di Col D’Orcia e un vino che fa parte di un nuovo progetto appena lanciato sul mercato, solo tre settimane fa, il primo vino che porta sull’etichetta il nome della famiglia. Il Lot.1 è una selezione micro parcellare che parte da una zonazione in vigna e porta ad individuare in fase di maturazione dell’uva il migliore appezzamento. Si può veramente parlare di un “Cru itinerante”. Ogni anno si produce questo vino ma da un luogo diverso.

Oltre 110 ettari vitati a Sangiovese, diverse esposizioni, diversi terreni, diverse altitudini, vini con stili diversi.

  • Brunello di Montalcino DOCG Col d’Orcia 2020 Un’annata a 5 Stelle dal punto di vista climatico. Un colore rosso rubino intenso, con riflessi granati. Al naso sentori complessi ed eleganti di frutti rossi maturi (ciliegia e amarena) non manca qualche richiamo di confettura e note speziate di vaniglia e lieve tostatura. In bocca è ricco con un’ottima struttura, i tannini sono ben integrati e equilibrati.
  • Brunello di Montalcino DOCG 2019 Villa Nastagio Un vino di grande struttura e complessità con sentori di viola, mirtillo e ciliegia e delle note tostate come caffè e vaniglia. Il palato si rallegra con un corpo pieno ed avvolgente. I tannini vigorosi sono esaltati da una buona acidità.

IL MARRONETO

Ad accogliermi Jacopo Mori, figlio di Alessandro che mi trascina nella storia dell’azienda di famiglia iniziata nel 1974, quando Giuseppe Mori, padre di Alessandro, rimane affascinato dal borgo di Montalcino e decide di acquistare un piccolo podere con una torretta risalente al 1200 utilizzata in passato per essiccare i maroni (da qui il nome). I primi ettari vitati sono del 1975, segue poi un ampiamento nel 1979 e nel 1984. Le prime bottiglie vedono la luce nel 1980.

Oggi l’azienda è sicuramente nella Top Ten delle storiche di Montalcino, l’impegno, la passione e la voglia di fare di Alessandro sono tangibili nei suoi vini. Il Marroneto si distingue per il suo approccio rispettoso al vigneto e alla vinificazione. Vigneti non intensivi dove gli interventi sono minimi e la produzione dell’uva è decisa dalla natura.

  • Brunello di Montalcino DOCG 2020. Un Sangiovese in purezza che esprime forza e fascino. Rosso rubino, con riflessi granati. Profumi eleganti e complessi dove ritroviamo sentori di frutti di bosco maturi e di anice. I tannini sono vellutati. Dopo mesi che passa in legno rimane fresco, profumato, fruttato, non soffre l’aggressione del legno.
  • Brunello di Montalcino DOCG 2020 Madonna Delle Grazie è un grande vino rosso, profondo e affascinante. Prende il nome dalla piccola chiesa della Madonna delle grazie che si trova proprio nelle vicinanze della vigna storica del Marroneto. Al naso presenta profumi di marasca e frutti rossi, le note di violetta, erbe balsamiche e spezie. Al gusto profondo e avvolgente, con tannini setosi e un elegante mineralità. Meraviglioso finale balsamico e speziato. Questo rosso capolavoro è il fiore all’occhiello della cantina Il Marroneto, una delle espressioni più memorabili del Brunello.

TRICERCHI

A dirigere l’azienda Castello Tricerchi dal 2013 ci sono un giovane enologo, Tommaso Squarcia e suo zio Vittorio. Tommaso racconta delle meravigliose colline di Montalcino, dove passa la Via Francigena e del loro Castello dalle possenti mura che si erge maestoso su una collina, dominando il paesaggio circostante con la sua imponente struttura. Castello Tricerchi, struttura che risale al 1441 appartenuto all’omonima famiglia, è oggi dimora e sede aziendale dei diretti discendenti: la famiglia Squarcia.

Ci troviamo sul versante nord di Montalcino, 13 ettari vitati, esclusivamente coltivati a Sangiovese Grosso.

  • Brunello di Montalcino DOCG 2020 si presenta conun colore limpido, rubino intenso. Un aroma elegante, complesso e di grande intensità con note di ciliegia, tabacco e cioccolato. Gusto fine e persistente con una sensazione tannica morbida e setosa al palato
  • Brunello di Montalcino DOCG 2020 AD 1441 una bottiglia preziosa che proviene da una selezione manuale delle migliori uve della Vigna del Castello e dalla Vigna del Velo. Il 1441 è l’anno di fondazione di Castello Tricerchi. Il coloro rubino, profondo e vibrante. La sua tonalità è arricchita da riflessi granati. Al naso frutta rossa che conferire freschezza e vivacità al vino , cioccolato e cuoio che sprigiona una sensazione di calore.

LE RAGNAIE

Fondata nel 2005 dall’enologo Riccardo Campinoti, la cantina si è rapidamente guadagnata una reputazione per la produzione di vini di alta qualità, seguendo metodi di vinificazione che rispettano l’ambiente e la tradizione locale. Le Ragnaie si estende su diversi vigneti, ubicati in posizioni strategiche che beneficiano di diverse esposizioni e microclimi, ideali per la coltivazione del Sangiovese.

La cantina è conosciuta per il suo approccio artigianale alla vinificazione, puntando su pratiche sostenibili e una gestione attenta dei vigneti. I vini prodotti da Le Ragnaie sono caratterizzati da eleganza e complessità, con un forte legame con il territorio. “Abbiamo la fortuna di poter coltivare dei vigneti ad altissima vocazione in tre diverse microzone di Montalcino, consentendoci di ottenere vini tra loro diversi e testimoni dei loro territori”.

  • Brunello di Montalcino DOCG 2020 V.V. (Vigna Vecchia) Vino di grande profondità ed eleganza. Invecchia per 36 mesi in botte grande di rovere di Slavonia. l vino si presenta di colore rosso rubino, profumi intensi, caratteristici e delicati, armonico con sentori di vaniglia e frutta rossa, di sapore ampio, caldo. Persistente di grande armonia e sapidità, con una struttura solida e una complessità che rendono la vita del vino molto longeva.

TENUTA BUON TEMPO

La Tenuta Buon Tempo si trova nell’estremo Sud del territorio di Montalcino, collocata all’interno di un paesaggio mozzafiato. L’azienda è infatti ‘abbracciata’ dalla catena montuosa dell’Anti Appennino toscano, dove tra tutti svetta il Monte Amiata, il fiume Orcia, confine Sud dell’appellazione del Brunello, ed ha alle spalle la collina di Montalcino.

  • Brunello di Montalcino DOCG 2019 Colore: Rosso granato più o meno carico a seconda dell’annata, tendente al mattone con il lungo invecchiamento.

Profumo: Intensa vinosità, profumi fruttati di ciliegia matura e prugna con note floreali e speziate. Sensazioni etere e di rovere con l’invecchiamento in botte. Sapore: Asciutto, di acidità ben equilibrata, con tannicità evidente ma in armonia con la corposità sostenuta, caldo, morbido, armonioso

  • Brunello di Montalcino DOCG Riserva 2015 “P.56” viene prodotta solo nelle annate eccellenti dal punto di vista climatico e produttivoIl nome “Oliveto P. 56”, dato al Brunello Selezione, deriva dalla particella catastale in cui si trova la nostra vigna più vecchia con viti di circa 25 anni di età e dal nome del vecchio podere fondato negli anni ’40. “Da questa vigna posta a 350mt di altitudine, vengono selezionati solo i grappoli più piccoli e di migliore qualità, per produrre tramite un delicato processo in cantina, un vino complesso elegante e al tempo stesso strutturato e longevo, che rappresenta al massimo il livello qualitativo del nostro terroir”.

Mi prendo un momento per riflettere su questa esperienza gustativa unica nel suo genere. Penso a come il Brunello di Montalcino evolva nel bicchiere e come si manifesti nelle diverse sfumature. Ogni bottiglia qui è unica e racconta la storia del terroir, delle viti e delle mani che le hanno curate.

Prosit!

“Eccopinò 2025” e l’Appennino Toscano si tinge di Pinot Nero

Impossibile non tener conto delle varie espressioni enologiche celate in Italia. Vitigni, denominazioni, territori, un universo di connessioni dove la sopravvivenza stessa dei produttori è legata a doppio filo alla comunicazione e con le Amministrazioni pubbliche. Si capisce ancor maggiormente quanto sia stato duro lo sforzo per unire visioni e areali distinti come nell’Associazione Appennino Toscano, nata nel 2012 sempre in continua trasformazione.

Il presidente Cipriano Barsanti guarda con ottimismo al futuro, non nascondendo timori legati alla situazione economica mondiale: “Nelle nostre valli – Lunigiana, Garfagnana, Mugello, Casentino, Valtiberina – che dal confine con la Liguria si susseguono fino ai limiti dell’Umbria – il vino ha fatto parte di un’agricoltura marginale, di sussistenza e tradizione, raramente di cospicui investimenti e pianificazioni. In questo quarto di secolo forse qualcosa è cambiato. Dopo i primi esperimenti, la coltivazione del Pinot Nero è diventata una possibilità d’impresa e di occupazione, tanto che sono nate nuove aziende e alcune già esistenti hanno esteso a questo vitigno la propria attività”.

Il Pinot Nero, perché di questo si tratta ad Eccopinò 2025, ha sfumature e caratteristiche ben distinte da zona a zona. Ma siamo certi che il discorso non sia più ampio, guardando anche ad altre uve coltivate o all’attrattività turistica di cui sono intrisi luoghi ancora in parte inesplorati? Veicolare, dunque, l’Appennino Toscano e non il varietale è la vera mission, creando possibilmente unione tra diverse entità locali dalla ristorazione, al settore hospitality per finire verso visite guidate e degustazioni a tema.

Un problema cardine di molti territori che cercano il volano per proporsi con la giusta veste all’attenzione di mercati esigenti. Il sodalizio tra le 4 vallate è un ottimo punto d’inizio, ma un potenziale limite nel gestire conflittualità dovute ai numeri in crescita. Tuttavia è altresì la strada maestra da seguire per evitare la frammentazione e relativa scomparsa degli attori in gioco, anche per rendere onore, bisogna ammetterlo, alla qualità media davvero interessante dei vini in rassegna, con meno picchi assoluti d’eccellenza, ma tanta concretezza.

Vini dotati di piacere di beva, immediatezza di contenuto e carattere, gioia stessa del sorso contemporaneo. Il consumatore medio è infatti stanco di riflessioni oltre misura su potenziale, vibrazione e chissà quante altre fesserie a chilometro zero. All’estero poi sono discorsi totalmente privi di significato: il vino o è ben fatto e da subito godibile o semplicemente è fuori dal concetto vendita. E poco importa il prezzo.

Il percorso intrapreso dall’Associazione Appennino Toscano forse parlerà, un giorno, anche di Riesling, di Trebbiano, di Olio Extravergine d’Oliva e di altre eccellenze dell’agroalimentare. Una sfida dura, ma non impossibile osservando l’aumento degli ettari e degli associati iscritti rispetto ai blocchi di partenza.

Per adesso, che Pinot Nero sia, del doman… c’è qualche certezza! Veniamo agli assaggi proposti durante la manifestazione allestita nello storico Spazio Brizzolari, dove arte moderna e vino si sono incontrati in un profondo abbraccio all’insegna della bellezza.

Macea – Macea 2021 – l’azienda di Barsanti condotta assieme al fratello e al nipote è un cardine al confine tra Lunigiana e Garfagnana, nella media valle del Serchio. Lavoro sul Pinot Nero e su 39 autoctoni non iscritti a registro, seguendo le indicazioni del compianto prof. Scalabrelli luminare dell’agricoltura toscana. Il vino è confortante, ricco di frutti di bosco e fuori dagli schemi per il minimo interventismo in cantina. Basta solo saper attendere. Genio e sregolatezza.

Casteldelpiano – Melampo 2019 – Sabina Ruffaldi propone una versione densa e materica di Pinot Nero, nato su terreni alluvionali. Esperienze in altri settori, si sono adattati benissimo alla coltivazione della vite e dell’ulivo con riadattamento di camere restaurate per godere del respiro bucolico della Lunigiana. Tenerezza d’insieme.

Tenuta Baccanella – Baccarosso 2021 – Giulio Cappetti è un vulcano di emozioni. Straordinario l’en primeur 2024 assaggiato durante la cena al Bistrò Pasta e Pasticci con dei deliziosi tortellini al bollito di carne. La mano delicata dell’enologo David Landini si sente, anche se la 2021 risulta un pelo macchiavellica nel voler ricordare il sogno di Giulio: fare del Mugello la nuova Borgogna. Concetrazione di frutto, qualche tannino irsuto, ma la goduria di beva della giovane 2024 non viene eguagliata. Irrefrenabile.

Fattoria di Cortevecchia – Primum 2018 – famiglia di industriali esportatori in tutto il globo. A Sandro Bettini sembrano riuscire bene diverse cose: intriganti i Metodo Classico di pronta uscita (il pioniere nel Mugello per questa tipologia), sia Blanc de Noir che Rosè. Bello come un chiaroscuro di Caravaggio il Primum, legato all’annata più fresca rispetto alle recenti. Temperante.

Il Rio – Ventisei 2019 – il migliore di giornata. Commentando con Fabio Pracchia – redattore Slow Wine e conduttore della masterclass, sembra che la 2019 abbia davvero una marcia in più rispetto ad altre vintage. Ma qui il lavoro dell’ex ciclista dilettante Paolo Cerrini è impareggiabile. Tra i primi a crederci sul serio, ripropone in vigna l’antico sistema d’allevamento a Lyra detto localmente “biforca mugellana”, utile per evitare ustione dei grappoli in estate e gelate in primavera. Eleganza, colori tenui e tanta salinità finale, quasi infinita. Un Maestro.

Terre di Giotto – Gattaia 2020 – cru tra i più alti dell’areale a quai 600 metri. Michele Lorenzetti ha esperienza da vendere in qualità di consulente enologico per diverse realtà italiane. Con la sua piccola cantina è riuscito nell’impresa di eguagliare la ricchezza cromatica e tannica del Pinot Nero in stile Pommard. Nuance ferrose, frutto denso e scuro e tanta sapidità sul finale. Da ascoltare con pazienza; stravagante e ironico invece il suo Riesling Renano in purezza, vinificato in cemento contenitore in cui Michele crede fermamente. Visionario.

Bacco del Monte – Monteprimo 2021 – Azienda giovane condotta dalla famiglia Bacci, che nel 1985 si trasferisce “al Monte”. Bassi solfiti e zero filtrazioni, il suo vino ha stoffa da vendere, ma abbisogna ancora di tempo per migliorare alcune spigolosità nel controllo della potenza. Ne riparleremo.

Borgo Macereto – Il Borgo 2021 – Ben 20 gli ettari complessivi, di cui 6 vitati sulle colline tra Mugello e Valdisieve. Biologici da sempre, il loro Pinot Nero dimostra coerenza e adesione al varietale, dal primo all’ultimo sorso. Scuro nel finale speziato, potrebbe guadagnare agilità in futuro, ma siamo ai primi vagiti. Impavidi.

Fattoria il Lago – Pinot Nero 2022 – Un tempo di proprietà dei Marchesi Vivai-Bartolini-Salimbeni, posta ai confini del Chianti Rufina, ne eredita le caratteristiche principali. Altezza e arenaria uguale acidità e tannini fitti, bilanciati da lievi surmaturazioni delle uve che donano corpo al vino in maniera naturale. Elegante e saporito biglietto da visita.

Frascole – Pinot Nero 2019 – Dal 1992 le famiglie Lippi e Santoni lavorano terreni aspri e ripidi a 500 metri d’altezza. Siamo tra Mugello e la Rufina, qui si parla anche di Sangiovese che Frascole sa enfatizzare al meglio. Il loro Pinot Nero è uno dei migliori degustati, con quell’evoluzione al sapore di tamarindo ed erbe officinali tipica e identitaria. Averne.

Ornina – Ornina 2019 – Azienda conosciuta sin dagli albori, quando lo stile biologico e biodinamico prevaleva, a volte, sul piacere di beva. Marco Bigioli ha fatto tesoro della propria storia ed i campioni proposti oggigiorno sono fini e serbevoli. Degno rappresentante del Casentino, al pari di altri big come Vincenzo Tommasi e Federico Staderini che hanno fatto scuola in Toscana. Lungimirante.

Fattoria Brena – Sopra 2020 – Giancarlo Bucci da San Pietro a Dame sopra Cortona guarda tutti dall’alto con i 700 metri d’altezza dei suoi poderi. La Val Tiberina da una parte e la Valdichiana dall’altra, da eroico viticoltore ha resistito alla tentazione di andar via, convincendo altri colleghi a venire accanto a lui recuperando suoli incolti ora vantaggiosi per l’andamento climatico. Undici cloni di Pinot Nero, parte francesi e parte italiani, un vino che sa di grafite, chiodi di garofano ed affumicature, sovrastate da golosità di bocca al sapore d’arancia sanguinella. Stoico.

I vini della cantina Buranco, un sogno coltivato nelle Cinque Terre

Ci sono territori in Italia dove l’amore della vite rappresenta una forma d’insano eroismo. Le Cinque Terre, luogo incantevole e romantico tra i più belli e visitati al mondo, nascondono inaspettati angoli di resilienza, tra manipoli di produttori che cercano di non scomparire lasciando posto all’incolto. Appezzamenti microscopici, talora semi-abbandonati, che richiedono anni per essere raggruppati in successive e costose acquisizioni.

Eppure l’agricoltura ha qui radici millenarie, ancora dai Romani e chissà, forse persino Greci e Fenici prima di loro. I terrazzamenti a secco, di cui la Liguria è manifesto d’autore, ne sono un chiaro esempio: una forma di regolazione paesaggistica che aiuta il viticoltore a rendere meno ardua la sua impresa. Senza di essi, il bosco prenderebbe il sopravvento e il conseguente dissesto idrogeologico eroderebbe la fiducia negli abitanti dei borghi costruiti a mo’ di presepe ai piedi del mare.

Anime da pescatori, ma anche da commercianti con le primizie della terra diffuse lungo le vie d’affari costiere e da lì all’entroterra nel nord. Così Giovanni Plotegher, partendo dall’azienda fondata nel 2005 dal suocero, recupera e accentra poderi dislocati in siti differenti sulle pendici di Monterosso al Mare (SP). Il nome stesso della cantina Buranco è un riferimento al toponimo locale dedicata al Rio Buranco, una delle innumerevoli piccole sorgenti d’acqua dolce presenti nelle Cinque Terre.

Provenendo da altre attività anche Giovanni ha scelto di avvalersi della consulenza di esperti del calibro dell’enologo Gabriele Gadenz per definire con cura lo stile dei suoi vini. Dall’ettaro scarso iniziale si è passati, con gli anni, agli attuali 8 ettari con il supporto anche di piccoli e fidatissimi conferitori. Appena 35 mila bottiglie prodotte, a far capire la difficoltà nell’avere rese accettabili in un contesto di forte asprezza e fatica contadina.

In mezzo un comodo agriturismo con annesse camere per poter sostare a pochi passi da vigne e sentieri incantevoli, l’anima selvaggia e, in parte, ancora inesplorata del territorio. Bosco, Albarola, Vermentino le varietà d’uva autoctone utilizzate per i bianchi, ognuna col proprio profilo aromatico e caratteriale. Internazionali e Sangiovese per i rossi, vinificato anche in un sorprendente Metodo Classico goloso e intrigante, venduto solo nel ristorante di famiglia.

Vini segnati dall’immediatezza di beva, senza forzose sovrastrutture che penalizzano l’identità del vitigno e del terroir. Un luogo che ha vissuto in passato una rapida ascesa e altrettanto rapido oblio in alcune scelte fragili prive di una visione d’insieme sul futuro. Pochi hanno resistito, ognuno con scelte personali nel concepire i prodotti.

Plotegher ha puntato ad un ritorno verso i canoni della semplicità e della piacevolezza, una sorta di partenza dalla linea d’inizio come nelle gare motociclistiche. Un rischio maggiore, perché gli errori si annidano sempre quando si opta di non intervenire per nasconderli. Buranco non esprime picchi, ma tanta concretezza. Nel suo Cinque Terre Dop Bianco 2023, manca certo la volumetria del centro bocca, complice un’annata climaticamente tremenda, ma sono perfette le scie agrumate e officinali mediterranee.

Il Magiöa 2022 è la versione con più lunga macerazione sulle bucce rispetto al precedente, dove il corpo del Bosco si fa sentire in tutta la pomposità del caso. Si sta pensando ad una tipologia in barrique, per ampliarne il corredo olfattivo.

Il Buranco Rosso 2019 da Cabernet Sauvignon e Syrah, quasi in parti uguali, aderisce al concetto di mondernità ben apprezzato dai turisti, ma non rinuncia al succo e ad un finale avvolgente che lo fa sembrare ancora di lunga prospettiva.

E veniamo ad una conferma ed una sorpresa degli assaggi, quest’ultima rappresentata dal Metodo Classico Rosè “Smeralda” – Sangiovese in purezza – straordinario e gastronomico. Appena 1200 bottiglie, un progetto su cui si potrà ulteriormente puntare nel prosieguo. Lo Sciacchetrà 2020, realizzato solo in pochissime annate, dimostra invece quanto siamo miopi su tipologie di tale levatura. Un passito delicato e duttile, che veicola note d’albicocca sciroppata, frutta a guscio e vene balsamiche salmastre in chiusura.

Meditazione o abbinamento con formaggi e dessert poco importa: ciò che realmente conta è che se ne produce sempre di meno rischiando di scomparire per sempre dalle tavole, portandosi via un pezzo di storia della Liguria e d’Italia.

Vernaccia di San Gimignano: la storia de Il Colombaio di Santa Chiara

Conosco da anni i Fratelli Logi de Il Colombaio di Santa Chiara a San Gimignano e i loro vini sia i bianchi che i rossi. Terminate le festività natalizie sono quindi tornato nella loro meravigliosa realtà, immersa tra la pace e la tranquillità della campagna toscana.

Alessio Logi mi ha illustrato l’azienda e, con orgoglio, un’importante parte della stessa partendo dai vigneti per terminare verso la Locanda. Una degustazione di tre Vernaccia di San Gimignano ha preceduto poi il gustoso pranzo con prodotti tipici e da loro preparati.

L’azienda vitivinicola Il Colombaio di Santa Chiara sorge a pochi chilometri di distanza dalle mura di uno dei borghi più beii d’Italia, nei dolci rilievi collinari dell’alta Val d’Elsa in provincia di Siena. Di proprietà della famiglia Logi, la gestione della cantina è affidata ai fratelli Stefano, Alessio e Giampiero. La supervisione dei vigneti è del padre Mario, fondatore dell’azienda negli anni ’50 del secolo scorso.

L’azienda vanta oggi quasi 25 ettari vitati, posti ad un’ altimetria che varia dai 350 ai 390 metri s.l.m. Tra i filari si trovano in prevalenza varietà autoctone, in primis Vernaccia, Sangiovese,  Trebbiano Toscano e Malvasia del Chianti e gli internazionali Cabernet Franc e Merlot. Le vigne sono interamente a conduzione biologica certificata, le vendemmie sono rigorosamente manuali. I terreni variano, alcuni ricchi di scheletro tufaceo, altri ricchi di marne argillose ed alcuni vigneti superano i 50 anni d’età.

L’azienda ha quasi raggiunto tre quarti di secolo, tuttavia, dagli anni ‘2000 è nato un nuovo progetto con il preciso obiettivo di produrre vini di qualità, con meticolosa cura sia in vigna che in cantina. Un impegno costante della famiglia Logi i cui vini possono a buon diritto essere considerati un’eccellenza italiana.

A breve partiranno i lavori per la realizzazione di una cantina prospiciente che sarà perfettamente integrata con il paesaggio. La vecchia canonica accanto alla pieve ha abbandonato la sua destinazione d’uso per assumere quella della Locanda dei Logi con sei camere finemente restaurate e dotate di ogni comfort oltre ad un ristorante che propone cucina toscana con vista mozzafiato.

Ecco i vini degustati

Vernaccia di San Gimignano Selvabianca 2023 – veste giallo paglierino chiaro, con leggeri riflessi verdolini ed emana delicati sentori  di  mughetto, lime, timo, uniti ad aromi di frutta a polpa bianca e camomilla. La freschezza stimola il fine sorso, con buona punta saporita nel finale.

Vernaccia di San Gimignano Campo della Pieve 2022 – calice giallo paglierino luminoso dai riflessi dorati, al naso è complesso e sprigiona eleganti sentori agrumati di lime, pompelmo, pera,  biancospino e rosa bianca. In bocca trasmette una piacevole freschezza e sapidità, è persistente ed equilibrato.

Vernaccia di San Gimignano Riserva L’ Albereta 2022 – giallo paglierino brillante, all’olfatto è intenso e fine, sviluppa note di pesca, albicocca, ananas  e zafferano. Palato vibrante, avvolgente e dotato di un’ interminabile persistenza aromatica.

“Metti l’apprezzamento nei dettagli e vedrai la bellezza nell’intero quadro.” – Vincent Van Gogh

Sito di riferimento: https://colombaiosantachiara.it/

Alcamo Wine Fest, che sia un Catarratto per tutti

La Sicilia occidentale dimostra palesemente, qualora ce ne fosse bisogno, che le scelte comunicative di un territorio o distretto produttivo fanno la differenza tra l’essere e il non essere. Non scomodiamo Shakespeare per carità, ma l’apparenza, in questo mondo, spesso vuol dire anche sostanza. Se non siete mai stati ad Alcamo, poco potrete comprendere della bellezza di una terra ancora selvaggia e ricca al tempo stesso di storia e magnificenza.

Nel domino della comunicazione d’élite, Alcamo era semplicemente sparita. Qualche istante di gloria tra la seconda parte degli anni ’70 del secolo scorso e poi il buio, l’emigrazione e conseguente parziale abbandono delle vigne, poco redditizie per la scelta di affidarsi all’ombrello di grandi cooperative. Il Bianco di Alcamo si è così spento fino al nuovo millennio – capiremo poi cosa è cambiato – e con esso lo splendore della sua varietà più rappresentativa: il Catarratto.

Si comprende che il nome non abbia un particolare fascino nella pronuncia. Eppure la qualità media dei vini prodotti lo rende uno dei vitigni meglio performanti di quest’angolo di Isola: lo troviamo in diverse denominazioni e vesti, da solo o in compagnia, seguendo le tante filosofie stilistiche tramandate dagli anziani e rivalutate dalle nuove leve.

Ed a proposito di giovani, il movimento dei Catarratto Boys nato dalle ceneri del passato in chiaroscuro dei progenitori ha ridato vita ed impulso alla voglia di far bene con quel che si ha, senza speculazioni al ribasso, senza ricerca ostentata di mercati impossibili. Maria Possente, presidente Enoteca Regionale Sicilia Occidentale e illustre rappresentante della neonata associazione di produttori, può essere fiera di quanto sta accadendo in zona.

Un Catarratto per tutti dunque, anzi tre Catarratto! Sembra che i biotipi presenti attualmente siano differenziati in tre forme: il Catarratto Bianco Lucido maggiormente coltivato; il Catarratto Comune, che da vini più gioviali e meno strutturati e l’Extra Lucido, utilizzato principalmente nei rifermentati naturali in bottiglia per la sua acidità. Questa sottile distinzione, poi, è quasi assente nei campi, dove le tipologie si mescolano tra i filari senza soluzione di continuità.

Gambero Rosso ha voluto scommettere sul territorio e sui circa venti produttori presenti, molti amici sin dall’infanzia ed ex compagni di studio ai tempi del percorso in Scienze Agrarie: preparazione dunque, addestramento al mercato globale e voglia di imitare altri luoghi vocati e conosciuti, forse con quell’esuberanza e irrequietezza tipica della gioventù che confonde in alcune scelte inevitabili e dolorose.

Una di queste è quella di non legarsi eccessivamente ai macerati naturali, andando a moderare un fenomeno certo alternativo alle attuali proposte enologiche siciliane, ma che rischia in contropartita di restare solo di nicchia. Più interessanti sembrano, invece, le scelte delle versioni “base o tecnologiche” (se così vogliamo identificarle) e le bollicine Metodo Classico, dotate di nerbo ed eleganza tali da preconizzare un futuro glorioso al pari di altri distretti della spumantistica in Italia.

Non ci stupiamo, pertanto, che Alcamo Wine Fest rappresenti solo il punto di partenza per una seconda edizione, con consapevolezza e maturità ben diverse dei suoi attori. Il guru dei vini Aldo Viola ha avuto un merito importantissimo nel processo continuo di autoapprendimento dei viticoltori locali: ha tracciato una via, consapevole delle potenzialità del Catarratto e della necessità di lavorare con fondamenti scientifici, poco empirismo e tanta esperienza. La stessa che ha nel sangue il padre Angelo, classe 1934, con il quale si riesce a discutere di agronomia e portinnesti come in una lezione di un cattedratico universitario alla presa con gli studenti di corso. Certe qualità intrinseche si hanno dalla nascita, non si possono ricreare su commissione.

E veniamo ad un breve excursus sugli assaggi effettuati nella due giorni riservata alla stampa. Della masterclass condotta da Giuseppe Carrus, curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, ve ne parlerà in maniera approfondita il collega di redazione Andrea Russetti in un prossimo articolo. Un ringraziamento all’Amministrazione Comunale di Alcamo rappresentata dal sindaco Domenico Surdie dai consiglieri presenti all’evento, opposizione inclusa. Non è semplice fare gioco di squadra, mettendo da parte i particolarismi politici: quando ciò accade, il risultato non può che essere meravigliosamente positivo.

I vini

Balharā 2023 Catarratto Doc SiciliaPizzitola – da C.da Zuccari a Monreale (PA), nell’Alto Belice. Azienda in biologico e a conduzione familiare, oggi guidata dal giovane enologo Giuseppe. Terreni calcareo-argillosi con inserti di sabbia a 300 metri d’altitudine. Ha stoffa da vendere, buccioso e voluminoso in bocca, con nuance d’erbe officinali e frutta a polpa gialla.

91011 Alcamo Doc 2023 – Tenute Valso – Stefano Vallone ha trasmesso ai figli Gabriele, Vito e Fabio l’esser pragmatici. Alle spalle del ventoso e fresco Monte Bonifato, creano un vino dalle contrade San Nicola e Valso, semplicemente spettacolare e modernista, sui toni di fiori bianchi e agrumi. Un biglietto da visita perfetto per chi non sa cosa ci sia dietro a un calice di Catarratto.

Catarratto 2023 Doc Sicilia – Del Grillo – tanti gli ettari per Fiorenza e Giuseppe grillo, ben 92 in provincia di Trapani. Da Contrada Chirchiaro a 450 metri d’altitudine nasce il loro bianco elegante e succoso, su scie tropicali e lunga chiusura sapida. Fermentazione e maturazione semplice e poco invasiva per esaltare al massimo il varietale.

Maniscà Biologico Catarratto 2023 – Maniscà – Nicola Maniscalchi e la figlia Claudia credono nel minimo intervento possibile sia in vigna che in cantina, con l’utilizzo di lieviti indigeni e fermentazione malolattica naturale. Carattere aromatico, quasi da Moscato, con profondità balsamiche e ancora acerbe che richiedono ulteriore sosta in vetro per acquietarsi.

Mezzatesta 2023 – Domenico Lombardo – Dalle Contrade Vivignato, Mezzatesta e Scarlata tra il torrente Fiumefreddo e la riserva del Monte angimbè. Domenico è uno sperimentatore, a volte anche ardito; il suo Catarratto non è filtrato, dalla tempra tipica di un orange, interessante e agrumato, anche se un filo evoluto nella chiosa di bocca.

Lunatico 2023 – Biologica Stellino – Azienda recente quella di Tommaso stellino, seppur fondata già nei primi anni del ‘900. Dal fenotipo Catarratto Lucido coltivato in Contrada Fratacchia da piante di 20 anni, se ne ricava un vino ricco di polpa, tra pera Williams e mela golden, che manca del necessario scatto in acidità finale per essere perfetto.

Catarratto IGP Terre Siciliane 2023 – Sergio Drago – Circa 7 gli ettari a dominio, tra Alcamo e Monreale. Vini sinceri che però abbisognano di ulteriore perfezionamento nel gusto. Il campione degustato resta timido, compresso in alcune sfumature erbacee che attendono maturazione.

C23 2023 – Criante – Davide Adragna e la famiglia Criante presentano la loro idea di Catarratto Comune, bella ed elegante con quelle sensazioni che sanno tanto di Sicilia, tra zagare profumate, arancia gialla e bergamotto, con persistenze salmastre. Siamo in Contrada Piano Marrano, totalmente in biologico. Solo acciaio e circa 6 mesi sulle fecce fini.

Catarratto Alcamo Doc 2023 – Bosco Falconeria – Sulle colline sovrastanti il Golfo di Castellammare, Natalia Simeti produce il suo vino a Contrada Bosco Falconeria in zona Partinico. Terra rossa ferrosa e rispetto per la natura, per un prodotto dai tocchi vegetali e surmaturi, decisamente caldo e panciuto rispetto agli altri in degustazione.

Le mie origini 2022 IGP Terre Siciliane – Alessandro Viola – Alessandro, fratello di Aldo Viola, detiene 16 ettari sul versante est del Monte Bonifato ed è stato il primo a puntare al Metodo Classico da Catarratto già nel 2011. Il vino è una lama tagliente, quasi salato e persino con un ricordo ben preciso di catechine. Avrà lunga vita davanti.

All’ombra dei pini 2022 – Longarico – Dagli studi universitari a Bologna, all’apertura di un wine bar che prese il nome da una Contrada dove il nonno materno coltivava uva, fino al ritorno alle origini grazie ai suggerimenti di un caro amico come Alessandro Viola. Luigi Stalteri presenta il suo Catarratto in stile macerato, dalle sfumature di frutta secca e balsamicità spinte. Non semplice e non per tutti, ma può essere un aspetto positivo.

Angelo 2022 – Aldo Viola – Il mentore della nouvelle vague di Alcamo. Classe 1969, infinite esperienze all’estero dove viene chiamato anche in qualità di consulente. Tante etichette rappresentativa, tra il Brutto frizzante Ancestrale, fino al vibrante Catarratto del Krimiso, per chiudere verso il pazzesco Syrah Plus. L’Angelo 2022, omaggio al papà, nasce da Contrada Timpi Rossi su terre sabbiose. Nuance da affumicature ardenti, agile e succoso con agrumi e camomilla a comporre un quadro altamente stimolante.

Katamacerato 2021 – Elios – Nicola Adamo ed il socio enologo Guido Grillo hanno dato via, nel 2015, al sogno di riadattare le terre agricole delle proprie famiglie. Passione forte per i vini naturali, anche se, bisogno dirlo, il loro miglior prodotto è lo spumante Blanc de Blancs gustoso e accattivante. il Katamacerato resta troppo schiacciato su vene tropicali intense che sovrastano le parti più delicate del vino.

Catarratto Criomacerato 2019 – Tenuta Le Terre Chiare – Da quattro generazioni l’azienda, ora gestita dai germani Vincenzo e Giorgio Alesi, guarda dritta verso il Mar Mediterraneo in uno dei panorami mozzafiato tra i più poetici dell’areale. Al loro fianco il padre Giuseppe, agronomo, che li segue passo dopo passo nell’ardua impresa. Il loro vino è ben fatto, in equilibrio tra frutta a polpa bianca ed essiccata, ben declinata in tante sfaccettature. Chiude rapido, forse troppo.

Cinque Inverni 2017 – Possente – Un luogo, la sua identità, chi lo vive e ne custodisce l’essenza. Questo è il motto di Antonio, Maria e Stefania Possente, tra fratelli uniti dall’amore per il territorio e i loro vini. E naturalmente per il Catarratto che rivisitano in più espressioni versatili. Il Cinque Inverni, una sorta di Riserva non ufficializzata, è elegante nelle sue sensazioni idrocarburiche da Riesling, unito ad erbe officinali e spezie dolci. Fa viaggiare con la mente senza mai fermarsi.