Marche: Verdicchio di Matelica Wine Festival 2025

Viaggio a Matelica tra storia, paesaggio e un vino che racconta la montagna marchigiana

C’è un angolo delle Marche che non somiglia al resto della regione. Una vallata chiusa, stretta tra la dorsale appenninica e i rilievi umbro-marchigiani, dove il clima si fa continentale e la viticoltura si è adattata a forti escursioni termiche, a venti che puliscono l’aria, a suoli complessi e minerali. Questo angolo si chiama Matelica, ed è qui che nasce uno dei vini bianchi italiani più longevi e strutturati: il Verdicchio di Matelica.

Il Verdicchio di Matelica Wine Festival 2025, che si è tenuto dall’11 al 13 luglio, è stata l’occasione perfetta per comprendere meglio il territorio ed i suoi attori protagonisti. Diciotto cantine protagoniste, decine di etichette in degustazione, masterclass, visite in vigna e momenti conviviali nel cuore del borgo: un festival pensato non solo per celebrare un vino, ma per raccontarne l’identità e la terra da cui proviene.

Un vino montano

Il Verdicchio di Matelica si distingue da quello dei Castelli di Jesi, suo parente più celebre e diffuso. Qui, a oltre 350 metri di altitudine, le escursioni termiche tra giorno e notte incidono profondamente sul profilo aromatico dell’uva, regalando ai vini acidità vivace, struttura importante e una capacità di invecchiamento sorprendente.

A spiegarlo con chiarezza e passione è stato Roberto Potentini, enologo della Cantina Belisario dal 1988, che dal Monte Vicinale, uno dei punti panoramici più alti del comprensorio, ha posto l’attenzione sull’intera sinclinale Camerte, la grande vallata appenninica che ha nel centro proprio la città di Matelica. “Bisogna vedere la valle da quassù” – afferma Potentini – “per capire davvero perché qui nasce un vino così unico: le due catene montuose proteggono e definiscono un microclima irripetibile”.

Un cambio epocale: nasce la MATELICA DOC

Tra i momenti più significativi dell’edizione 2025, c’è stata la presentazione ufficiale della nuova denominazione che segna una vera e propria svolta identitaria per il territorio: a partire dal prossimo anno, il Verdicchio di Matelica DOC cambierà nome e diventerà semplicemente Matelica Doc. Un atto di coraggio e consapevolezza, volto a rafforzare il legame tra il vino e il suo luogo d’origine, accorciando la distanza tra territorio e consumatore, e restituendo centralità a un nome che da solo evoca storia, autenticità e qualità.

La nuova denominazione arriva a 58 anni dalla costituzione della Doc stessa, avvenuta nel 1967, e si fonda su un’identità pedoclimatica precisa, che coinvolge otto comuni. Come ha ricordato Raimondo Turchi, promotore dello studio per la valorizzazione di Matelica patrimonio mondiale UNESCO, “la vallata è un unicum geologico e climatico in cui il Verdicchio trova una vocazione straordinaria e inconfondibile. Tutto il territorio partecipa di questa identità: la viticoltura non è isolata, ma è il cuore di un ecosistema umano e culturale”.

Una masterclass tra le annate: la longevità come cifra identitaria

Nel pomeriggio di sabato 12 luglio, nel Foyer del Teatro Piermarini, si è svolta la degustazione orizzontale e verticale che ha attraversato il tempo e le diverse espressioni stilistiche del Verdicchio di Matelica. Diciotto etichette, selezionate per rappresentare al meglio il valore del territorio: dalla freschezza giovanile delle annate più recenti fino all’eleganza matura di vecchie vendemmie.

Tra i campioni più sorprendenti:

  • Matelica DOC “Le Cime Basse” 2022 di Balzani ha stupito per la sua profondità minerale e un ingresso sapido quasi “prepotente”, giocato su note di fiori appassiti e mandorla.
  • “Tre Monti” 2021 ha mostrato grande equilibrio tra ricchezza e finezza, con profumi di albicocca e agrumi.
  • Mirum 2016 della Monacesca ha confermato tutta la capacità di evoluzione del vitigno, con una beva ancora viva, complessa e pulita.
  • Cambrugiano 2016 di Belisario ha sfoggiato eleganza e compostezza, una prova brillante di equilibrio tra freschezza e struttura.
  • Colpaola 2015 è apparso clamorosamente giovane e vibrante, grazie anche al tappo a vite, a dimostrazione di come l’altitudine possa regalare vini longevi e coerenti.
  • Gagliardi “Maccagnano” 2013 ha colpito per integrità e freschezza, nonostante i dodici anni sulle spalle.
  • Gegè 2011 dei Cavalieri ha chiuso la rassegna dimostrando che il Verdicchio di Matelica, anche quando evolve, continua a raccontare qualcosa di prezioso, vivo e personale.

Una degustazione che ha restituito l’immagine di una denominazione matura, consapevole, capace di affrontare il tempo con la forza della sua identità.

Radici profonde

Per comprendere appieno la portata di questo territorio, occorre risalire alle origini della viticoltura matelicese. È una storia che parte da lontano, addirittura nel 1932, quando per volere del regime fascista nacque quella che oggi conosciamo come Cantina di Matelica. Allora si chiamava Enopolio, ed era stata pensata per gestire l’ammasso forzato delle uve. La sua posizione, vicina alla stazione ferroviaria, rispondeva a una logica logistica: facilitare il trasporto delle masse vinicole verso i centri di commercializzazione.

Negli anni ’50 e ’60 la cantina divenne un punto di riferimento per tutta l’area, arrivando a gestire fino a 40.000 ettolitri di vino. Il passaggio da volume a valore è avvenuto nel tempo, con la nascita dell’attuale cooperativa nel 1978, sotto la guida della prima presidente, Giovanna Censi Mancia, pioniere del mondo agricolo locale. Oggi la cooperativa conta oltre 180 soci, per una superficie vitata di circa 120 ettari e una produzione media di 10.000 ettolitri. Di questi, 200.000 bottiglie rappresentano la selezione di punta: Verdicchio di Matelica DOC, Verdicchio Riserva DOCG, Marche IGT Rosso e Colli Maceratesi DOC.

Cultura e accoglienza

Il festival non è stato solo vino. Venerdì 11 luglio l’accoglienza si è svolta nel foyer del Teatro Piermarini, un piccolo gioiello architettonico che ha ospitato anche la conferenza del sabato mattina, dedicata all’identità del Verdicchio di Matelica e al percorso che ha portato alla nuova denominazione. Un’occasione per ascoltare produttori, istituzioni e tecnici confrontarsi su presente e futuro di una denominazione che oggi guarda oltre i confini regionali, puntando su qualità, autenticità e narrazione.

Le visite in cantina hanno offerto il contatto diretto con la materia prima e con chi, vendemmia dopo vendemmia, custodisce il patrimonio enologico della vallata. Da chi vinifica in acciaio per esaltare freschezza e precisione, a chi osa l’affinamento in legno o in anfora per tirare fuori la complessità più nascosta del Verdicchio.

Una identità unica

Tornando da Matelica, resta impressa la sensazione di aver scoperto un microcosmo ancora poco conosciuto ma straordinariamente ricco. Qui il vino non è solo prodotto agricolo: è paesaggio, è comunità, è memoria. È una voce che parla la lingua della montagna ma si fa capire ovunque, perché è autentica. Il Verdicchio di Matelica – o forse dovremmo già dire il Matelica DOC – non ha bisogno di urlare. Gli basta invecchiare bene, per raccontare la sua verità.

Andreola, eroico e superiore in Valdobbiadene

Valdobbiadene ha una sua viticoltura eroica? Certamente, quando ci si riferisce a piccoli appezzamenti in zone altrettanto ristrette, menzionate quali “Rive”, dove suolo, altitudine e microclima influenzano la Glera, varietà d’elezione per il Prosecco.

Ma a Valdobbiadene il termine identificante la tipologia più venduta al mondo – oltre 660 milioni di bottiglie nel 2024 con un +20% di aumento, in controtendenza rispetto alla flessione generale subita dai mercati – non è l’attrattiva principale per definire il territorio. Parlare di Valdobbiadene, invece, è e resta la vera sfida nel mantenere una reputazione complessiva di estrema qualità per l’intero comparto.

Il biglietto da visita per entrare in un mondo affascinante è la storia stessa dell’areale produttivo. Oltre 300 anni d’attività intensa, sugli ormai 8000 ettari vitati a pieno regime sparsi tra 15 Comuni, suddivisi a loro volta in 43 Cru (le Rive appunto) con un’unica macro collina per la versione Cartizze, di appena 100 ettari, che rappresenta l’alba delle bollicine in Veneto.

Andreola crede fermamente nella zonazione e differenziazione dei vini nel calice. Sette gli spumanti da singola vigna, ognuno con una personalità distinta, per raccontare le infinite sfumature della Glera. Una resa bassissima in vigna, ben al di sotto di quanto previsto nel Disciplinare e ceppi di 50 anni da cui recuperare materiale genetico per i futuri impianti. Viticoltura eroica già dal 2010, il primo qui a ricevere il marchio Cervim dal Centro di Ricerche, Studi e Valorizzazione per la Viticoltura Montana.

Uno studio continuo nel rapporto dialettico tra Uomo e Ambiente. Anche i portainnesti fanno la differenza in base ai luoghi selezionati per la coltivazione della vite. Infine, l’allevamento a doppio capovolto utile a preservare i grappoli dall’eccessiva esposizione ai raggi solari, che sacrificherebbe i delicati aromi primari di fiori e frutta fresca tipici del varietale.

Tanto lavoro anche in cantina, grazie al supporto dell’enologo Mirco Balliana. Recente il riconoscimento per esser stato indicato tra i migliori winemaker nella classifica stilata dalla rivista The Drinks Business per la categoria “Best Prosecco”.

Un team affiatato che non può rinunciare alla collaborazione dell’agronomo Marco Schievenin anche lui formatosi nella culla enologica di Conegliano.

Il Valdobbiadene di Andreola predilige la presa di spuma con Metodo Charmat. Questa particolare tecnica di rifermentazione in autoclave e breve sosta a contatto con i lieviti consente di amplificare il carattere gioviale e appetitoso dei vini, pur mantenendo la giusta complessità che non li rende banali.

Il protocollo Biologico è ritenuto ormai superato da schemi più razionali, costruiti su misura per ogni singolo prodotto. Dal basso quantitativo di solforosa ad un uso ragionevole del rame per fronteggiare il pericolo peronospora, vera piaga per i viticoltori.

Il nome della cantina omaggio alla nonna di Stefano Pola. Da commerciante di uve, la signora Ursula Andreola credeva fortemente nella crescita del territorio, formato da colline incastonate tra boschi silenziosi e panorami unici. La biodiversità è ancora un importante attore protagonista.

Ben 7 le referenze degustate al ristorante Calasole di Napoli, con vista sulla baia di Bagnoli dove fervono i lavori per la riqualificazione in attesa dell’America’s Cup. L’abbinamento con i piatti a base del pescato del giorno ha destato piacevole curiosità tra gli operatori del settore.

  • “Dirupo” Brut
  • “Aldaina Al Mas” Extra Brut
  • 26° I – Extra Brut
  • “Marna del Bacio” – Extra Brut
  • “Col del Forno” – Brut
  • “Mas De Fer” – Extra Dry
  • “Vigna Ochera” – Dry

Tutti annata 2024. Tra le differenze e gli stili proposti, il filo rosso d’Arianna resta l’estrema piacevolezza di beva, unita a sfumature tenui già dal colore, che proseguono al naso e al palato regalando un momento di pura convivialità. Ottima la vena floreale di biancospino, così come la classica pera bianca, unita a mela golden. Ogni vino esprime un preciso toponimo sin dal nome in etichetta. Dalle marne argillose alle rocce bianche calcaree per finire su tocchi d’arenaria pronti ad esaltare le scie minerali finali sempre presenti.

Non solo semplicità, dunque, ma grande attenzione all’identificazione vigna per vigna e al contenimento della morbidezza anche nelle tipologie dolci. Forse il vero segreto per la Glera e per Andreola è lasciar fare alla natura, senza forzature e senza scomodi paragoni.

San Gregorio di Chiusi: il cuore pulsante della Val di Chiana tra vino, agricoltura e ospitalità autentica

C’è un luogo, nel sud della provincia di Siena, dove la terra racconta storie di tradizione, innovazione e bellezza: è l’Azienda San Gregorio di Chiusi, i cui vini sono stati apprezzati durante l’evento Metti una sera a cena a La Corte degli Dei di Palazzo Acampora. Fondata nel 1957, questa realtà agricola è oggi un fiore all’occhiello della Val di Chiana grazie alla visione lungimirante del suo amministratore, Michele Monica, professionista capace e determinato che in pochi anni ha rivoluzionato la gestione aziendale, moltiplicando gli utili e reinvestendoli con intelligenza per potenziare la produzione, l’ospitalità e il valore identitario del territorio.

San Gregorio si estende su una superficie di circa 170 ettari, di cui 20 già destinati a vigneto, a cui si sono recentemente aggiunti altri 9 ettari di nuovi impianti che entreranno in produzione nei prossimi tre anni, portando nuove prospettive di crescita. La restante parte della tenuta è dedicata all’allevamento allo stato brado e semi-brado dei suini di Cinta Senese DOP, razza nobile e protetta che può essere allevata come tale solo nella provincia di Siena.

Qui, tradizione agricola e innovazione tecnologica si incontrano in un equilibrio virtuoso: le vigne sono coltivate con tecniche di micro-zonazione assistita da satellite, che consente di monitorare vigoria e stress idrico delle piante, pemettedo di intervenire tempestivamente con trattamenti mirati. Le operazioni in vigna, dalla potatura alla vendemmia, sono eseguite con cura artigianale, a mano.

La vocazione vitivinicola dell’azienda nasce nel 1987, in un territorio vocato come quello del Chianti Colli Senesi DOCG, primo vino prodotto da San Gregorio. Nel tempo, l’offerta si è ampliata con etichette sempre più raffinate, come il Chianti Colli Senesi Riserva, cru proveniente da una singola vigna in cima alla collina, Poggio Pagliaio, e una selezione di monovitigni in purezza – Sangiovese, Ciliegiolo, Cannaiolo – che raccontano con autenticità il terroir.

Ma San Gregorio non è solo vino. È anche ospitalità, con due suggestivi casali – il corpo principale e Le Cerrete – adibiti ad Agriturismo con formula B&B. Le due piscine naturali, dotate di vasche di filtraggio biologico con fiori e piante acquatiche che hanno la capacità di filtrare biologicamente l’acqua, completano un’offerta enoturistica di alto livello, immersa nella quiete e nella bellezza della campagna toscana.

A completare il mosaico delle attività aziendali, fa parte della proprietà anche una enoteca nel centro storico di Chiusi, punto di incontro tra residenti, turisti e appassionati del buon bere. Uno spazio accogliente dove poter degustare e acquistare i vini dell’azienda, ricevere consigli, scoprire abbinamenti e approfondire la conoscenza del territorio direttamente nel cuore del borgo etrusco.

In un’epoca in cui il concetto di rete è fondamentale per la sopravvivenza e il successo delle realtà agricole, Michele Monica ha fatto qualcosa di raro: ha unito. Ha creato una sinergia concreta tra produttori, ristoratori, artigiani e agricoltori della Val di Chiana, dando vita a una vera e propria alleanza del territorio che va dal vino al grano, dalla pasta all’olio, fino alla carne Chianina e ai formaggi locali.

Questo spirito si è tradotto in “San Gregorio and Friends”, evento tenutosi il 6 e 7 giugno scorso: due giornate di festa, degustazioni, showcooking e incontri tra eccellenze. Chef locali hanno proposto piatti autentici, espressione sincera della cucina di Chiusi e della Val di Chiana, accompagnati dai vini dell’azienda e dei produttori amici.

In contemporanea, si è svolto il curioso e appassionante Blind Blogger Tasting, ideato da Fabio Gobbi e Francesco Bonomi: una sfida enologica tra wine blogger provenienti da tutta Italia, chiamati a riconoscere alla cieca i vini portati dagli stessi partecipanti. Un gioco serio, ma anche una celebrazione del sapere e della passione per il vino, culminato con la proclamazione del miglior degustatore.

La riuscita dell’intero progetto è stata tale da attirare l’attenzione delle istituzioni locali: il Sindaco di Chiusi e il Presidente della Provincia di Siena hanno riconosciuto ufficialmente l’impatto positivo del lavoro di San Gregorio sul tessuto economico e culturale del territorio.

San Gregorio oggi non è solo un’azienda agricola: è un modello di valorizzazione sostenibile e comunitaria, un laboratorio a cielo aperto dove vino, agricoltura, ospitalità e territorio si fondono in un racconto coerente e visionario. E tutto questo, in fondo, è anche merito di un uomo: Michele Monica, che ha saputo coniugare la sapienza della tradizione con il coraggio dell’innovazione. Chi arriva a San Gregorio non trova solo un calice di vino, ma un pezzo autentico di Toscana da ascoltare, assaporare e vivere.

Cronache dall’Alto Adriatico: Friuli Colli Orientali

Dopo un primo assaggio del Brda raccontato qui:

prosegue il nostro viaggio nei territori dell’Alto Adriatico ospiti dell’organizzatore dell’evento Paul Balke con prima tappa il territorio di Friuli Colli Orientali.

Lasciamo Medana e torniamo in Italia quasi senza accorgecene con direzione Manzano dove ci attendono i vini di dodici aziende.

Nel precedente abbiamo accennato alla futilità dei confini e continueremo a farlo in questo e nelle future narrazioni. Necessità organizzative hanno fatto sì che il pernottamento del gruppo dei giornalisti fosse diviso in due esatte metà in luoghi distanti appena dieci chilometri l’un dall’altra, in Slovenia e in Italia. Se non ci fosse stato specificato nessuno se ne sarebbe accorto, e di notte ovunque fossimo splendeva la stessa luna, visibile in un cielo stellato privo di nuvole.

Il territorio del Friuli Colli Orientali, è stato definito nel 1970 con l’approvazione del disciplinare di produzione di ciò che al tempo si chiamava D.O.C. Colli Orientali del Friuli. Comprende l’intera formazione collinare della parte orientale della provincia di Udine che, da nord, riguarda i territori dei comuni di Tarcento, Nimis, Povoletto, Attimis, Faedis, Torreano, da est Cividale, San Pietro al Natisone, Prepotto, e infine da sud-ovest con Premariacco, Buttrio, Manzano, S. Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo. Quattordici comuni con rilievi di altitudine dei vigneti compresi tra i 100 e i 350 metri s.l.m., che escludono quelli del fondovalle.

Ed è giunto il momento di introdurre il particolare terreno protagonista di questi luoghi: la ponca.

Chiamata anche flysch è una roccia eocenica, formatasi dai 34 ai 56 milioni di anni fa, che accomuna le cinque denominazioni di  Friuli Colli Orientali, Collio, Brda, Vipaska Dolina, Slovenska Istra.

È costituita da un’alternanza di strati di spessore variabili di marne (argille calcaree) ed arenarie (sabbie calcificate). La marna assorbe facilmente l’acqua ed è di consistenza tenera, l’arenaria è dura e impermeabile. Se poi si aggiunge la ripidità delle colline del posto si comprende come sia stato necessario provvedere a terrazzamenti per evitarne l’erosione e trattenere l’acqua.

I vitigni presenti per i bianchi sono Chardonnay, Friulano, Malvasia Istriana, Picolit, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Ribolla Gialla, Riesling Renano, Sauvignon Blanc, Traminer aromatico, Verduzzo; per i rossi Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot, Pignolo, Pinot Nero, Refosco dal Peduncolo Rosso, Schioppettino, Tazzelenghe.

Saremmo in errore se associassimo la ricca presenza di vitigni internazionali, comune del resto a tutto l’Alto Adriatico, come la volontà di seguire una moda con nomi di successo conosciuti al pubblico mondiale. Uve piemontesi e francesi furono piantate durante l’ultima parte del XIX secolo, e in merito ad alcune di origine transalpina si ipotizza di poterne retrodatare l’arrivo al periodo napoleonico (1809-1814) con la costituzione dell’exclave del Gouvernement des Provinces Illyriennes, che oltre all’Alto Adriatico arrivava a comprendere l’intera Dalmazia.

In una sala dell’osteria Elliot di Manzano, si sono alternati dodici produttori i quali aderendo al progetto, hanno raccontando in breve la loro storia e descritto i vini. Li elenchiamo di seguito in ordine di comparsa.

Prima di iniziare è necessaria una doverosa premessa: durante il nostro tour abbiamo assaggiato complessivamente 320 vini provenienti da 74 aziende. Impossibile parlare nel dettaglio di tutti, e quantunque volessimo sarebbe tedioso e non interesserebbe ad alcuno, pertanto nella gran parte dei casi ci limiteremo a menzionarne uno per produttore, quello che più ci ha favorevolmente colpito con la consapevolezza della parzialità di giudizio.

MEROI dal 1920 – ettari 20 – bottiglie annue 60.000

(https://www.meroi.wine/)

Friuliano 2023 gradevole, fresco, fragrante e floreale, con sorso glicerico, sapidità pronunciata e un finale piacevolmente ammandorlato

Sauvignon 2023

Merlot 2021 Ros di Buri.

RODARO PAOLO dal 1846 – ettari 60 – bottiglie annue 300.000

(https://www.rodaropaolo.it/it)

Blanc de Noir 2018 metodo classico pas dosé (68 mesi sui lieviti)

Sauvignon 2021 Il Fiore

Refosco dal Peduncolo Rosso 2018 Romain Collection la gradazione alcolica importante di 17% è dovuta alla surmaturazione delle uve in fruttaio per 4 settimane e non penalizza il vino, profondamente immerso nell’universo della bacca rossa, con della ciliegia matura, frutta secca, humus di sottobosco, cuoio e tabacco. Ovviamente ha pienezza di corpo, calibrato, e con buona persistenza.

TUNELLA dal 2002 – ettari 70 – bottiglie annue 400.000

(https://www.tunella.it/)

Pinot Grigio 2024

Biancosesto 2023 (Friuliano e Ribolla)

Colmatìss Sauvignon 2023 varietalmente spinto, fresco e fragante, con note di erbe officinali, di salvia. Ha un sorso pieno, persistente e sapido.

JACUSS dal 1990 – ettari 13 – bottiglie annue 50.000

(https://www.jacuss.it/index.php/it/)

Pinot Bianco 2024

Sauvignon 2023

Tazzelenghe 2022 che vinifica in barrique per 24 mesi, poi 6 mesi di assemblaggio delle masse, e infine 6 mesi affinamento in bottiglia. Piccola bacca rossa scura, olfatto e gusto speziato, pepe, rustico ma bilanciato e con grande personalità e persistenza.

CONTE D’ATTIMIS MANIAGO dal 1930 – ettari 86 – bottiglie annue 350.000

(https://www.contedattimismaniago.it/)

Ronco Broilo 2019 (Friulano/Malvasia/Ribolla)

Malvasia Salistra 2023

Pignolo 2013 con note di profondità tipiche dell’evoluzione, del sottobosco, frutta secca, confettura di mora e mirtillo, liquirizia, cuoio, e cenni balsamici. Il sorso è teso, succoso e persistente.

CA’ LOVISOTTO dal 2021- ettari 3 – bottiglie annue 10.000

(https://www.calovisotto.it/)

Ribolla Gialla 2023, dopo la vasca inox, effettua un secondo travaso in anfora di terracotta naturale toscana per circa 8 mesi. Ha persistenza olfattiva agrumata, note di albicocca fresca e succosa, fiori di sambuco, sentori minerali che seguitano anche al palato, dotato di eleganza, armonia e persistenza.

Schioppettino di Prepotto 2022, vasca inox per 6 mesi, poi barrique e tonneau per 12 mesi, e affinamento in bottiglia per 8 mesi. Frutta rossa croccante, nota boisé, sorso pieno, di bacca rossa, è vino di corpo, molto gradevole nelle note di spezie e con l’utilizzo del legno ben dosato.

AQUILA DEL TORRE dal 1996 – 18 ettari – bottiglie annue 55.000

(https://www.aquiladeltorre.it/)

Riesling 2020 è un Riesling Renano molto intenso, di un minerale votato agli idrocarburi, fresco nelle sue note agrumate, con sorso vivo, polputo e ricco nel corpo, e di buona persistenza.

Oasi Bianco 2021 (Picolit)

Refosco dal Peduncolo Rosso Riserva 2016

PIZZULIN dal 2011 – ettari 11 – bottiglie annue 50.000

(https://www.pizzulin.com/cantina)

Friulano 2024

Schioppettino di Prepotto 2021

Scaglia Rossa 2021, si tratta di un Merlot in purezza e il vino provenie da una singola botte con l’ottenimento di 600 bottiglie, con vinificazione di 30 mesi in tonneau da 5 e 7 ettolitri. Caldo e confortevole nelle sue note di bacca rossa, la mora di rovo e il gelso rosso su tutte, e di spezie dolci. Morbido e setoso al palato, con un finale gradevole e lievemente vegetale.

MOSCHIONI dal 1953 – ettari 13 – bottiglie annue 60.000

(https://www.michelemoschioni.it/)

Rosso Celtico Riserva 2015

Blend di Merlot e Cabermet Sauvignon in parti eguali che vinifica un anno in barrique, quattro anni in botti grandi, e almeno un anno di affinamento in bottiglia. Intenso con bacca rossa di bosco, confettura di fragola e di mirtilli, agrumi, arancia sanguinella, spezie e tabacco dolce. Il palato è succoso, garbato, in equilibrio, con setosità tannica e ritorni di ciliegia ben matura e molto persistente.

Schioppettino Riserva 2013

Rosso Reâl 2015

Tazzelenghe al 50%, Merlot e Cabernet Sauvignon per il saldo, che vinfiica come il Rosso Celtico. Intensa è la frutta a bacca rossa di bosco fra cui spicca il lampone e la mora di rovo, le spezie sono morbide, cannella in primis. Sorso teso e morbido, tannini delicati, ricco e succoso, di grande persistenza e con richiami finali balsamici.

 VIGNA PETRUSSA dal 1996 – ettari 8 – bottiglie annue 40.000

(https://www.vignapetrussa.it/)

Friulano 2024

Richenza Bianco 2022 (Friulano, Malvasia, Riesling Renano) a questo vino dedicheremo un focus a sé stante.

Schiopettino di Prepotto Riserva 2019

Vinifica sui lieviti indigeni per tre anni e un ulteriore anno di affinamento in bottiglia. Vino che inizialmente austero, si declina nella piccola bacca rossa, mora, gelso nero, ribes nero, per virare in fiori secchi, violetta, spezie morbide, e terminare con sentori balsamici. Al palato è succoso, polposo, con agrume maturo, elegante e fine, sorso teso e persistente.

RONCHI DI CIALLA dal 1970 – ettari 26 – bottiglie annue 100.000

(https://www.ronchidicialla.it/)

Cialla Bianco 2021 (Ribolla, Verduzzo, Picolit)

Schioppettino RiNera 2022

Schioppettino di Cialla 2019

Olfattivamente etereo con note di piccola bacca rossa, sentori di sottobosco, frutta secca e cenni balsamici. Al palato l’alcol è praticamente inesistente (12.5%) con sorso succoso in un contesto di lievità ed eleganza, e ritorni di spezie delicate, fra le quali il pepe bianco.

DRI GIOVANNI II RONCAT dal 1968 – ettari 9 – bottiglie annue 40.000

(https://www.drironcat.com/)

Refosco dal Peduncolo Rosso 2017

Intense note di miritllo e altre bacche di bosco, erbe aromatiche e minerali vicine alla grafite. Al palato è morbido, con ritorni di spezie dolci e dotato di una bella persistenza.

Schioppettino Monte dei Carpini 2019

 Da comunicatori quali siamo, sappiamo come l’individualità della figura sia rilevante. Desideriamo quindi premiare con una menzione speciale Wayne Young, natio nel piccolo sobborgo di South Orange presso Newark nel New Jersey, e che vive in Friuli da 27 anni. È un sommelier amico di Paul Balke che ha lavorato per vent’anni in maniera non continuata e con diversi ruoli per l’azienda Bastianich, che ha coadiuvato la degustazione riuscendo abilmente a fondere durante la conduzione del servizio, leggerezza e professionalità di alto profilo con spiegazioni fornite in aggiunta a quanto i produttori esponevano. 

Durante il pranzo da Eliot i produttori hanno servito ulteriori vini. Avevamo espresso il desiderio a Lara Rodaro e Nadia La Milia dell’azienda Paolo Rodaro di assaggiare uno dei due vini prodotti a base di vitigni Piwi e siamo stati accontenati con il Primi Passi Bianco 2020 da Nepis e Soreli, che nonostante il lustro di vita ha ancora una netta acidità citrina e della frutta tropicale.

Molto interessante e di struttura dalla stessa azienda il Friulano 2023 Romain Collection, e poi il Tazzelenghe 2020 di Conte d’Attimis Maniago dove la rusticità endemica di questo vitigno autoctoctono di cui ingiustamente si parla poco era adeguatamente compensata da note speziate e di piccoli frutti di bosco.

Ricordiamo infine con piacere il Picolit 2018 di Vigna Petrussa per intensità e finezza nei richiami di frutta esotica, e il Vermut Eretico a 18% prodotto da Aquila del Torre a partire dal proprio vino da Verduzzo Friuliano che ci ha sorpreso per facilità di beva, garbo nelle note erbacee, balsamiche e citrine.

 Il pomeriggio è stata l’occasione per visitare luoghi importanti e storici della regione, non solo dal punto di vista vinicolo. Non molto distante dal ristorante, imponente l’Abbazia di Rosazzo dominava silente dall’alto, sembrando di sorvegliare i vigneti che abbiamo osservato da vicino, sfidando un caldo equatoriale. Fondata dai monaci benedettini nel 1068, l’abbazia passa poi ai domenicani. Ha svolto un ruolo importante nello sviluppo della viticoltura e olivicoltura della regione, e il paragone con i monateri di Borgogna, i clos e via dicendo non è affatto fuori luogo. Un giro tra i vigneti di Spessa, nella valle di Prepotto e uno stop presso i vigneti di Cialla hanno ornato ulteriormente il nostro sguardo.

 Ma la degustazione di vini non era affatto terminata: ci attendeva in una cena in quel di Tricesimo, piccolo comune nato nel III secolo d.C. che deve il suo nome a un’epigrafe romana: ad tricesimum lapidem cioè alla trentesima pietra miliare dal porto di Aquileia, vale a dire a circa 45 chilometri. 

Ci accoglie Ermanno Maniero, un bel giovane che dopo un decennio passato in mare come direttore di macchina, decide di mettersi in gioco e dedicarsi ai vigneti di famiglia, alcuni con un secolo di vita. Le Due Torri è il nome della sua cantina, un progetto che dichiara d’avere come focus l’equilibrio tra modernità e tradizione.

Aderisce all’organizzazione dei vignaioli indipendenti Fivi, e quattro sono i vigneti a disposizione: Monte San Biagio, Bolzano, del Torre, Villa Garzolini dove albergano sedici vitigni, sette dei quali autoctoni, avviluppati da quattro ettari di bosco che assieme al torrente Torre creano un microclima di biodiversità. Ermanno malcela una certa passione per la fantascienza (che condividiamo), che si manifesta con il richiamo nel nome di tre suoi vini: Stargate, Time Machine, Chronos. Cenando abbiamo avuto modo di assaggiare sette referenze che produce.

Stargate, spumante dosaggio zero, metodo integrale, blend di Chardonnay (60%) e Ribolla (40%) che trascorre 24 mesi sui lieviti, fresco, citrino, gradevolmente fruttato.

Ribolla Gialla 2023 Friuli Colli Orientali Doc, che sosta per il 30% della massa in botte di acacia, con note di ginestra, frutta a polpa gialla, sapido, con sorso teso e ricco, abbastanza persistente.

Friulano Riserva 2021 Friuli Grave Doc, senza fermentazione malolattica e con maturazione in botte e frequenti bâtonnage per 18/24 mesi. Elegante e complesso, glicerico, con frutta matura, sorso pieno e persistente, sapido e speziato.

Old Wisdom 2019 Venezia Giulia Igt: un Verduzzo con piccolo saldo di Picolit e macerazione delle uve per 12 giorni e fermentazione secondaria con lieviti indigeni. Riposa in barrique a contatto con le fecce nobili per 18 mesi, sviluppando note di fiori essiccati, frutta secca, albicocca disidratata. Morbido e rotondo con ritorni di miele d’acacia e vaniglia.

Schioppettino 2022 Friuli Colli Orientali Doc, macerazione delle uve per 20 giorni e fermentazione secondaria con lieviti indigeni, affinamento in tonneau da 500 litri a contatto con le fecce nobili per 12 mesi, crunchy detta all’anglosassone note di frutta, con cenni balsamici e molte spezie, pepe nero, in un sorso elegante, lieve, con ritorni speziati.

Tazzelenghe 2016 Trevenezie Igt, macerazione delle uve per 30 giorni e fermentazione secondaria con lieviti indigeni, affinamento in mix di tonneau da 500 litri, barrique, e botti di ciliegio non tostato, a contatto con le fecce nobili per 36 mesi, con note di frutta scura, ciliegia amarena e marasca mature, liquirizia, una nota boisé, e poi di spezie, palato morbido con setosi tannini, alcol integrato e grande persistenza e ritorni speziati.

The Pulse 2021 Trevenezie Igt, vino di punta aziendale dai 16% gradi alcolici, ma che può arrivare anche a 17.5% a secondo dell’annata. Un blend di Refosco dal Peduncolo Rosso al 43%, Schioppettino al 43%, e Tazzelenghe al 14%, derivante da appassimento naturale sui graticci delle uve per 90 giorni, macerazione delle stesse per 45 giorni, affinamento in tonneau da 500 litri a contatto con le fecce nobili per 36 mesi, con sentori di frutta di bosco, mora, mirtillo, lampone, fragolina, in confettura e sotto spirito, dotato di sorso pieno e masticabile, e ritorni di marasca persistente e di spezie, in un finale alcolico simile al liquore Maraschino, della vicina Dalmazia.

Salutiamo e ringraziamo Ermanno per i vini e per la cena, con la visita del locale stoccaggio delle botti. Il tempo di rientrare per noi a Medana in Slovenia, con l’eco nel palato dell’ultimo vino assaggiato, The Pulse che in etichetta riproduceva un cuore, sotto un firmamento anch’esso pulsante che della terra in cui ci troviamo non gli fa alcuna differenza.

Tra mare e montagna, meglio il Vesuvio

Non è mare, non è pura montagna, come vissuta nell’immaginario collettivo. O meglio, il Vesuvio possiede i caratteri di entrambi, con una vista spettacolare di tutto il Golfo di Napoli in lontananza, partendo dalle propaggini di Pompei e Castellammare di Stabia, fin quasi – a perdita d’occhio – direttamente a Posillipo. E poi l’altitudine, il vento forte che sferza ad ogni momento della giornata e gli sbuffi sulfurei, ancora presenti, che ricordano la sua attività silente ma presente.

Dal 1944, in piena Seconda Guerra Mondiale, il vulcano sembra riposare in uno stato di calma apparente, spiccando maestoso in tutta la sua bellezza. Un simbolo della Campania nel mondo, venerato, rispettato e temuto meno di quanto la ragion logica vorrebbe, soprattutto per le popolazioni residenti a pochi chilometri dal cratere.

Perché visitare il Parco Nazionale del Vesuvio

Con i suoi 1.277 metri d’altitudine nel punto più alto del cono ed un dislivello a partire dalla base di oltre 650 metri, il Vesuvio rappresenta una meta ambita per turisti e appassionati che amano il trekking e la vita a contatto con la natura. I sentieri per salire alla vetta richiedono scarpette comode, ma sono ben recintati e facili da percorrere. Basta non avere fretta e godersi la vista mozzafiato che si delinea dai tre versanti.

In cima il cratere ha un diametro di 8 km ed è sigillato da un tappo di ceneri piroclastiche e polveri che rappresenta il fascino e il timore di vivere a contatto con un ospite in grado di ribollire e scoperchiare tonnellate di sedimenti assieme alle non frequenti gittate laviche. Come nel 1631 quando l’eruzione “sub-pliniana” fece quasi 5000 morti.

Il termine deriva proprio da Plinio il Giovane che si trovava a Miseno – l’attuale Bacoli – quando avvenne l’esplosione del ’79 d.C. che sommerse e distrusse l’antica Pompei, uccidendo lo zio Plinio il Vecchio, giunto lì ad osservare il drammatico evento. Nel 1944 vennero invece evacuate Massa di Somma e San Sebastiano al Vesuvio anche grazie all’aiuto dei militari americani che avevano liberato da poco la Campania dall’occupazione nazifascista.

Le colate laviche però, rappresentano anche la vita non solo morte e dolore. I minerali fuoriusciti dal magma, provenienti dalle profondità della terra, hanno arricchito i suoli con terre rare e fertili. Oltre 220 minerali presenti nella stratificazione del terreno, con cristalli di augite, olivina e micale, da collezionare nelle varie composizioni proposte dai punti vendita del Parco.

L’abbraccio tra i due vulcani: Monte Somma e Vesuvio

Il Vesuvio è un tipico esempio di vulcano a recinto costituito da un cono esterno tronco, il Monte Somma, con cinta craterica in gran parte demolita entro la quale si trova un cono più piccolo rappresentato dal Vesuvio, separati da un avvallamento denominato Valle del Gigante, parte dell’antica caldera, dove in seguito, presumibilmente durante l’eruzione del 79 d.C., si formò il Gran Cono o Vesuvio.

La Valle del Gigante è suddivisa a sua volta in Atrio del Cavallo ad ovest e Valle dell’Inferno ad est. Il recinto del Somma è ben conservato per tutta la sua parte settentrionale, infatti è stato nei tempi storici meno esposto alla furia devastatrice del vulcano, perché riparato dall’altezza della parete interna che ha impedito il deflusso di lave sulle sue pendici.

Un vulcanismo iniziato oltre 400 mila anni fa, anche se le prime vere eruzioni cominciarono a susseguirsi molto tempo dopo, 25 mila anni orsono. L’attuale temperatura vicina al fondo cratere sfiora ancora i 90°C, sintomo dell’attività sotterranea palpitante.

L’Osservatorio Vesuviano, Sezione dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia che si occupa di ricerca vulcanologica e geofisica e di monitoraggio dei vulcani attivi è stato il primo al mondo nel 1840.

Napoli è stata fortunatamente risparmiata, nei secoli, dai danni maggiori, per via dei venti di maestrale provenienti dal Golfo che hanno tenuto lontane la maggior parte delle esalazioni e delle polveri piroclastiche.

Ente Parco Nazionale del Vesuvio

Via Palazzo del Principe
80044 , Ottaviano – (NA) Italia

Il vino del Nord Adriatico

Imagine there’s no countries

It isn’t hard to do (John Lennon) 

Per arrivare a Medana dove saremo come base per cinque giorni, i vigneti accompagnano lo sguardo come a rimarcare che tutto ciò non sia frutto del caso. Del resto la greca con decorazioni di grappoli e foglie di vite che arreda la nostra mansarda al Belica hotel, è di un viola e verde che fa capire come la viticoltura appartenga alla cultura del luogo, ricordandoci da vicino analoghe decorazioni a nastro scolpite su edifici a Yerevan in Armenia. 

In cima alla terrazza della torre del Belica vigneti ovunque, vigneti a disperdere, vigneti all’infinito, attraverso gli archi un paesaggio che sembra immobile al medioevo. 

Il viaggio durerà per una settimana, un tour press internazionale voluto da Paul Balke, autore, scrittore, giornalista e non per ultimo musicista, amante dell’Italia a cui ha dedicato alcuni libri sul vino con i necessari riferimenti storici. 

Tra questi c’è North Adriatic, un testo sulle realtà vitivinicole di una macroregione che ingloba tre nazioni: Italia, Slovenia, Croazia. L’ambizioso progetto di Paul è di far parlare le sottozone fra loro affinché si giunga al riconoscimento di un unica entità al pari di Bordeaux e Borgogna, molto più profusa nella diversità dei suoli e nella ricchezza dei vitigni, e soprattutto transnazionale. Questa vasta area con 16 sottozone, circa l’Italia riguarderebbe quelle del Friuli Grave, Friuli Latisana, Friuli Annia, Friuli Aquileia, Friuli Isonzo, Friuli Colli Orientali, Collio, Carso, e la Muggia istriana; per la Slovenia il Brda, Vipavska Dolina, Kras, Slovenian Istria; e infine per la Croazia il Kastav, Krk, e Istria. 

Sarebbe un bel segnale in un momento storico come quello in cui viviamo, evidenziare la futilità dei confini, cercare più le assonanze che le dissonanze, scavalcare le linee di demarcazione volute solo dall’uomo, di fatto inesistenti e rievocate in assenza di valichi di controllo solo dal nostro telefono cellulare, che ripetutamente ci informa di essere altrove del suolo italico. 

Sono luoghi di transito le cui innumerevoli vicissitudini storiche subite non hanno leso la bellezza che qualcuno ha paragonato alla Toscana sebbene l’altitudine sia qui più lieve, in media attorno 80/200 metri.

Emblematico è il caso della nostra prima visita nel Collio Sloveno, il Brda che significa colline, soggette a erosione.

Siamo a Neblo presso la Fattoria della famiglia Šibav, ora anche B&B, che si occupa di agricoltura e viticoltura da molte generazioni, almeno dal 1680. Si è passati alla produzione del vino in proprio negli anni ’90 interrompendo la vendita dell’uva a terzi. Attualmente nei 10 ettari di proprietà si producono circa 40.000 bottiglie l’anno dai vitigni Rebula, Malvazija, Sauvignonasse (il caro vecchio Tocai), Pinot Grigio (qui chiamato Sivi Pinot), Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, Chardonnay. 

Ci accolgono Miran Šibav, sua moglie Ljuba, la figlia e il genero. L’emblema consiste che la medesima casa che ha dato i natali al nonno di Miran, al padre, a Miran stesso quasi settant’anni fa, e a sua figlia, al momento delle rispettive nascite era situata in territorio austriaco, italiano, yugoslavo, sloveno. 

Sarebbe piaciuto ad H.G. Wells, il caso di un viaggiatore del tempo che avrebbe dovuto recare con sé un differente passaporto per spostarsi nel medesimo luogo. Questo cambio di nazionalità a seconda dell’epoca storica di osservazione, fa comprendere meglio di quanto siano futili i confini delle nazioni. 

La sera, dopo aver assaggiato sei espressioni dell’azienda, Rebula 2021, Tajo 2023, Aurora Belo 2019, Larya Malvazija 2022, Amber 2018, Aurora Red 2020, vini corretti e di piacevole beva, aromatici, con evidente mineralità, prima di abbandonare questa casa dai tanti natali internazionali, un sottofondo sonoro di rane, un concerto mai udito prima a rimarcare il caldo asfissiante dei giorni trascorsi.

Postcardfrom Cilento 2025: la guida gratuita che racconta la Dieta Mediterranea attraverso paesi, ricette e volti autentici

Comunicato Stampa

È stata presentata l’ottava edizione di Postcardfrom Cilento, la più grande guida gratuita dedicata al Cilento. Un progetto editoriale che ogni anno cresce, mantenendo intatta la sua missione: raccontare il territorio attraverso i suoi sapori, le sue storie, le sue persone.

La presentazione si è svolta a Paestum, alle porte del Cilento, presso San Salvatore, luogo emblematico e simbolico, che, con le sue molteplici anime – Cucina, Dispensa, Latteria e Tenute – è un vero compendio vivente della Dieta Mediterranea, emblema di uno stile di vita lento e sostenibile.

Questa nuova edizione 2025 si presenta con 27 paesi raccontati, 164 pagine in formato rivista, una versione digitale bilingue (italiano/inglese) e un sito completamente rinnovato (www.postcardfrom.it), con servizio di geolocalizzazione e una grande novità: sotto ogni scheda, un video che completa e arricchisce il racconto scritto.

“Postcardfrom Cilento” non è solo una guida turistico enogastronomica. È un diario di bordo che attraversa il Cilento più vero, dalle montagne al mare, dalle mani dei produttori a quelle degli chef. Dentro ci sono le ricette della tradizione, i pani e le pizze fatte in casa, le storie di chi resta, lavora e custodisce un patrimonio culturale che è patrimonio dell’umanità.

La guida è completamente gratuita ed è scaricabile dal sito nella sua versione digitale ed è distribuita in formato cartaceo su tutto il territorio cilentano, nei punti di accoglienza turistica Cilentomania, negli esercizi selezionati e in tutte le principali fiere del turismo e della ristorazione in Italia. Un lavoro corale che ogni anno coinvolge una rete di realtà virtuose che credono nel valore del racconto autentico.

Ogni anno Postcardfrom Cilento edita ricette realizzate da chef cilentani e da chef e pizzaioli internazionali valorizzando i prodotti simbolo del territorio. Quest’anno, ad esempio, troviamo Errico Porzio, fra i migliori pizzaioli della 50 Top Pizza, che ha realizzato le zeppole ai fiori di campo cilentani.

I partner di quest’anno: Caputo – Il Mulino di Napoli, Ferrarelle, Pastificio Di Martino, San Salvatore, Solania, Storie di Pane, Studio Calling.

Main Sponsor: Caseificio Il Granato, Pizzeria Mo Veng, Villaggio Le Palme.

La guida è libera da logiche pubblicitarie, nessuno paga per essere inserito: ogni scheda è frutto di un’esperienza vissuta, raccontata con onestà, dedizione e stile. In otto anni siamo passati da un piccolo formato A5 a un prodotto editoriale maturo, che si legge e si sfoglia come una rivista, ma si vive come un viaggio personale attraverso il Cilento” – racconta Bruno Sodano, curatore e ideatore del progetto.

Dal sito interattivo alle edizioni internazionali, dalle nuove video-storie alle collaborazioni sempre più solide con il territorio, Postcardfrom Cilento continua a crescere senza perdere il suo passo lento, quello che serve per guardarsi intorno e capire dove si è davvero. Nel Cilento.

Contatti stampa

Bruno Sodano

brunosodano@gmail.com | hello@postcardfrom.it

+39 338 6961863

www.postcardfrom.it

Un giorno tra gli antichi documenti dell’Archivio Storico del Banco di Napoli, Patrimonio Unesco

Ben 100 chilometri di documenti, 4 piani ed oltre 200 stanze di Palazzo Ricca a Napoli occupate dagli antichi scritti del Fondo Apodissario degli otto Banchi Pubblici presenti nel capoluogo partenopeo, facente parte del più articolato Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli.

Stiamo parlando di un Patrimonio Unesco di rara bellezza, memoria storica delle principali attività economiche dal 1500 fino alla metà del secolo scorso. Agli inizi dell’opera manuale certosina, Napoli era considerata la seconda città più popolosa dopo Parigi e la capitale del Mediterraneo, grazie all’espandersi del sistema portuale. Con la guida Dalila Lahoz ha inizio da qui un lungo viaggio tra cultura e affari, che dura da quasi cinque secoli.

La Napoli del 1500 e la nascita dei Banchi Pubblici

I suoi abitanti attendevano un radicale intervento utile a favorire e implementare gli scambi commerciali; un metodo alternativo all’usura, considerata senza alcuna deroga un peccato mortale da parte della Chiesa Cattolica e, pertanto, screditata e osteggiata. Dall’arpagone singolo, al classico e regolare rapporto bancario, tutto ciò che richiedeva il pagamento di interessi a fronte di un prestito veniva bollato dall’opinione pubblica e condannato dalla Legge.

Il teologo predicatore Bernardino da Siena aveva aperto, in precedenza, un piccolo spiraglio nella visione dogmatica dell’impresa e della proprietà privata, ammettendo la legittima ambizione al guadagno del lavoratore onesto e timoroso di Dio. A buona azione deve corrispondere un vantaggio sia personale che per l’intera collettività: ecco la decisione coraggiosa dell’istituzione del primo Banco Pubblico nel 1539: il Banco di Pietà a San Biagio dei Librai.

Ad esso si aggiunsero, fino al 1640, altri 7 banchi posti nel perimetro del centro storico. A palazzo Ricca, attuale sede dell’Archivio Storico, sorgerà il Banco dei Poveri; ognuna di queste strutture gode delle medesime procedure amministrative e associative, compresa la scelta di un’Opera Pia (o Ente ecclesiastico affine) di carità per garantire una facciata sana a protezione da qualsiasi stigma religioso.

Studiando e leggendo le decine di migliaia di reperti, si risale al momento di passaggio dall’utilizzo della moneta contante alla nascita delle fedi di credito, antesignane dei moderni titoli all’ordine e delle madrefedi, sorta di primordiale conto corrente.

Ma cos’è una “fede di credito”?

All’epoca non era semplice certificare le reali sostanze patrimoniali negli accordi e nei contratti. La fede di credito era una testimonianza scritta, da parte di chi la rilasciava e controllata da notai, del rapporto esistente tra banco e cliente correntista. Divenne rapidamente una sorta di valore di scambio, utilizzabile previa girata e intestazione al posto del conio in vigore. In ogni causale veniva indicata la motivazione del pagamento, al fine del prelievo dei soldi da parte di chi fosse in possesso della notula.

Era prevista la possibilità di girare intestando all’infinito le fedi di credito, al punto tale che molte di esse non rientreranno mai nelle filiali d’emissione, consentendo un utilizzo effettivo dei depositi da parte dei governatori spagnoli per le spese più disparate comprese quelle per armi, abbellimento dei quartieri e sanità.

Immancabile la contraffazione dei documenti: gli impiegati dei banchi furono costretti ad applicare un bollo a freddo per registrare le fedi di credito. Quelle non più utilizzabili venivano impilate in apposite “filze” appese al soffitto, per esigenze di spazio e per essere salvate dalla fame dei roditori.

La pregiata carta d’Amalfi di cui erano composte ne ha consentito la perfetta conservazione fino ad oggi, divenendo lo specchio raffigurante di un passato, lungo trecento anni, di evoluzione della comunità non solo napoletana, ma mediterranea e delle crisi socio-politiche precedenti la fine del Regno delle Due Sicilie e l’unità d’Italia.

I registri: pandetta, libro dei conti e giornale copia polizze

Le vite di 17 milioni di persone in 4 secoli vennero registrate ad eterna memoria nei registri bancari, composti dalla pandetta dove veniva indicato nome e cognome e numero di conto. Si iniziava così per usanza spagnola, dando precedenza alle lettera A – F – G iniziali dei nomi più diffusi a Napoli all’epoca.

Si procedeva quindi con il libro dei conti dare/avere che includeva le spese e le entrate, elencate con dovizia minuziosa da ogni funzionario riconoscibile per sigla. Infine, per avere contezza delle effettive causali, si passava all’analisi e relativa compilazione del giornale copia polizze, elemento fondamentale per risalire alla storia finanziaria di ciascun cliente.

La peste e l’emergenza sanitaria

A metà del XVII secolo imperversò l’epidemia di peste bubbonica, che colpì la metà della popolazione partenopea. Napoli venne blindata, non si poteva entrare né uscire, ma i Banchi restarono comunque aperti per le spese del personale sanitario, dei farmaci, lazzaretti e persino dei becchini. Il medico siciliano Carlo Amorexano venne richiesto d’urgenza dal collega amico Agostino Baratto per salvare la vita del figlio, pagandolo in cambio con una fede di credito, a testimonianza dell’uso di tale strumento anche nel periodo più buio dell’Umanità.

La storia del Cristo Velato commissionato dal principe Raimondo di Sangro

Allo scultore Giuseppe Sammartino venne commissionato uno dei capolavori marmorei di indiscussa bellezza, all’interno della cappella Sansevero del principe Raimondo di Sangro. Nella causale, compilata dal servo Gennaro Tibet, venne indicato dal nobiluomo ogni minimo particolare di come dovesse essere realizzata la statua del Cristo Velato e il pagamento promesso di ben 500 ducati, quasi 120 mila euro attuali.

La nascita del Regno d’Italia

Nel 1819 gli 8 Banchi esistenti nel capoluogo vennero unificati dai Borbone nel Banco delle Due Sicilie; nel 1861, all’arrivo dei Savoia, il nome muterà in Banco di Napoli. La storia post-unificazione racconta dell’ingente attività di invio somme di denaro per il mondo, seguendo i flussi migratori.

Ogni cliente poteva spedire un conforto economico da e per il luogo dove i parenti erano emigrati per lavoro. Tante le storie di sofferenza documentate, quando i soldi non potevano essere consegnati per irreperibilità o morte del beneficiario o, semplicemente, perché rientrato in Patria.

Il compositore Rossini e la fine dei rapporti con l’impresario Domenico Barbaja

Anche il gossip dietro le fedi di credito conservate in archivio. Il celebre compositore Gioacchino Rossini, talento scoperto e scritturato da Domenico Barbaja per il Real Teatro di San Carlo di Napoli, dovette restituire parte dei compensi percepiti a seguito della rottura dei rapporti tra i due.

Motivo del contendere fu una donna, la cantante d’opera Isabella Colbrand compagna di Barbaja, che fuggì per amore con Rossini divenendo in seguito sua moglie.

Michelangelo Caravaggio nell’Archivio Storico del Banco di Napoli

Anche Caravaggio figurò nei rapporti del Banco. In realtà l’archivio è la testimonianza scritta con il maggior numero di documenti attribuibili all’artista. Caravaggio dovette fuggire a Napoli dopo un duello vinto durante il quale uccise Ranuccio Tomassoni, per una disputa d’amore e debiti. Protetto dalla famiglia Colonna, trovò asilo in Campania dove alcuni mercanti gli commissionano quadri e rare opere d’arte. Uno di essi, Nicolò Radolovich, pagò 150 ducati per una tela mai rinvenuta.

Il dubbio che non sia stata mai realizzata dal pittore risiede nel fatto che egli incassò l’acconto a valere su 200 ducati totali. La forma del contratto indicava con dovizia la data di consegna e come dovesse essere dipinto il quadro, comprese le posizioni delle figure.

La digitalizzazione: una nuova era per l’Archivio Storico del Banco di Napoli

Nella prospettiva di un più ampio disegno di definizione e implementazione delle risorse digitali  dell’Archivio Storico del Banco di Napoli è stata compiuta un’operazione di recupero e integrazione dei contenuti informativi degli inventari cartacei dei diversi fondi documentali. Gli inventari trattati sono collocati in tre sezioni: la prima dedicata ai banchi pubblici di età moderna, la seconda al Banco delle Due Sicilie, la terza al Banco di Napoli.

L’intervento, praticato con l’ausilio dell’applicativo Arianna, ha previsto una attività iniziale dedicata al trattamento delle scritture apodissarie degli otto antichi banchi di età moderna (secc. XVI ultimo quarto – XIX primo quarto). Le scritture patrimoniali sono attualmente in revisione, ma un primo supporto ha riguardato la serie delle pergamene del Banco della Pietà. È inoltre in via di completamento il lavoro di inventariazione analitica dei verbali degli organi sociali del Banco di Napoli (secc. XIX seconda metà – XX seconda metà).

Negli ultimi anni sono stati varati progetti di ricerca e repertoriazione dedicati alla pratica di Arti e mestieri (secoli XVI-XIX) e al primo biennio del Decennio francese (1806-1808): le schedature hanno previsto la creazione delle relative collezioni digitali e rappresentano un’agile risorsa per studi ed indagini.

Ultimo nato è l’intervento sulle pandette del XVI secolo dedicato all’indicizzazione dei nominativi dei clienti degli antichi banchi pubblici napoletani. A questo si aggiunge comunque la possibilità per i visitatori, previa apposita richiesta da inoltrare alla Fondazione Banco di Napoli, di poter visitare tutte le aree adibite alla raccolta dei documenti storici, negli orari aperti al pubblico.

Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli

Palazzo Ricca – Via dei Tribunali 213 – 80139 Napoli
Centralino +39 081 449400
E-mail: archiviostorico@fondazionebanconapoli.it

Chiuso il mercoledì e la domenica pomeriggio

Campi Flegrei: parco archeologico, meta ambita per ricevimenti e cultura del buon cibo a Punta Castello

Non si vive di solo bradisismo, è proprio il caso di dire. Capovolgiamo per un istante la delicata fase attuale ed immaginiamo i Campi Flegrei come sono, ovvero un luogo millenario di cultura, storia e tradizione, scelto come meta ambita dagli sposi di tutta Italia per le sue location mozzafiato.

Durante la decima edizione della manifestazione The Beach Wedding Party a Pozzuoli, sono stati analizzati i risultati incoraggianti del settore. «In generale – commenta l’imprenditore Alessandro Laringe – ogni anno nei Campi Flegrei si possono contare oltre 6 mila matrimoni, compresi quelli in spiaggia, e i riti LGBTQ+. Anche l’età degli sposi si è alzata: sono sempre di più i matrimoni tra persone over 40, che hanno figli. Riti per la maggiore: 40% coppie napoletane, che vivono stabilmente al nord Italia o in Europa (prevalgono Inghilterra, Germania, Svizzera e Belgio), coppie straniere 5% sopratutto Americani, Russi, Britannici».

Tanto amore e tanta cultura, per chi ha voglia di trascorrere qui non solo il giorno più bello della vita, ma anche uno scampolo di viaggio di nozze denso di momenti speciali. Magari in visita al Parco Archeologico dei Campi Flegrei, come racconta il direttore e archeologo Fabio Pagano: «bisogna rinegoziare ogni giorno il reale valore dato a ciò che è quotidiano e ringraziare persino il bradisismo per averci regalato la meraviglia unica del Parco Sommerso di Baia. Oltre 25 mila visitatori l’anno giungono ad osservare gli antichi resti di ciò che era considerato il luogo della dolce vita romana».

Nell’ambito dell’accoglienza e della ristorazione, lo stesso Alessandro Laringe, già proprietario del Kora di Pozzuoli, in collaborazione con Francesca Cozzolino, hanno ideato nella struttura di Punta Castello a Bacoli il format “The Cave Food Experience”, una serie di cene a tema su prenotazione, nate per vivere l’atmosfera romantica a lume di candela nelle antiche gallerie termali scavate nel tufo.

Lo chef Cristian Ascenzi guiderà i convenuti in un percorso tra ricette tipiche e grandi piatti contemporanei. A giugno previste tre tappe nei giorni 11, 13 e 25; in particolare la seconda data prevederà una vera “Secret Dinner – Cena Multisensoriale” da scoprire al momento.

In attesa, dunque, che i timori sull’energia vulcanica sottomarina si plachino, come peraltro già avvenuto in passato, non resta che pensare in positivo al cambiamento virtuoso di un’area ormai ai primi posti nelle preferenze di turisti ed innamorati.

Regina Ribelle Wine Fest: passeggiare tra le dolci colline della Vernaccia di San Gimignano

Nel cuore della Toscana, dove le colline si inseguono come onde verdi e le torri di pietra svettano verso il cielo, San Gimignano si conferma scrigno di storia e di vino. Regina Ribelle, l’evento che celebra la Vernaccia di San Gimignano, è andato in scena con un’edizione che ha brillato per organizzazione, contenuti e suggestione.

Dal momento in cui Irina Strozzi ha assunto la presidenza del Consorzio, si è respirato subito un’aria nuova: visione strategica, pragmatismo e attenzione alla comunicazione, merito anche del lavoro puntuale dell’agenzia stampa Affinamenti. Nonostante il vento fresco che ha messo a rischio la cena di gala, tutto si è svolto alla perfezione, superando le aspettative.

Unico appunto: nella concitazione degli appuntamenti è mancato un momento di vero confronto collettivo sul futuro della denominazione, per comprendere le direzioni della Vernaccia di San Gimignano oggi, tra tradizione e innovazione. L’inaugurazione, fissata alle 9:00, ha visto una partecipazione ridotta, mentre la degustazione tecnica di 80 campioni tra annate 2024 e Riserva, ha dato voce alle molte anime di questo vino storico, come indicato nell’articolo sui nostri migliori assaggi della versione annata 2024 e Riserva 2023.

Degustazione alla cieca: la Vernaccia di San Gimignano si racconta nei calici

Nelle bellissime sale del Museo di Arte Moderna e Contemporanea R de Grada, ogni calice diventa racconto: vini giovani, freschi e fragranti accanto a riserve più profonde e strutturate. L’eccellenza non è mancata: molti i campioni che si sono distinti con punteggi tra 92 e 95, per eleganza, equilibrio e longevità. Un vino in particolare ha toccato la vetta con 95 punti, grazie a una struttura solida e armoniosa.

Arte e territorio: Galleria Continua e Vernaccia & Pizza

Dopo la degustazione, spazio all’arte con la mostra presso Galleria Continua, dove opere di Shilpa Gupta, Arcangelo Sassolino e José Antonio Suárez Londoño hanno ampliato l’orizzonte sensoriale dell’esperienza. A seguire, cena all’“Lunaria Tuscany” con un inedito abbinamento Vernaccia e pizza d’autore, firmata da tre grandi nomi: Massimo Giovannini (Apogeo), Giovanni Santarpia (Pizzeria Santarpia Firenze) e Tommaso Vatti (La Pergola).

Tour nelle cantine: tre identità, un unico territorio

Il giorno successivo è stato dedicato alla scoperta di tre cantine del Consorzio, ognuna con una visione diversa ma complementare.

Palagetto – Il vino come espressione sostenibile del territorio

Fondata nel 1978, con la sua prima vendemmia nel 1993, Palagetto è oggi una delle realtà biologiche più solide e dinamiche di San Gimignano. Con una produzione annua di circa 600.000 bottiglie, l’azienda ha scelto di intraprendere un percorso di sostenibilità certificata (VSQNP), ponendo al centro il rispetto del territorio e la valorizzazione delle sue varietà autoctone.

Protagonista della degustazione è Arianna, interprete sensibile dell’identità vinicola aziendale. Il viaggio parte dalla freschezza delle Vernaccia di San Gimignano di annata, dove la 2024 si distingue per fragranza e immediatezza: un naso delicato di pera e mela verde, accompagnato da una beva equilibrata e un tipico finale ammandorlato. Interessante la scelta del doppio tappo (vite e sughero), pensata per incontrare gusti diversi, dal mercato americano a quello più tradizionale.

Tra le selezioni, spicca la Vernaccia di San Gimignano Arianna 2023, che unisce equilibrio e precisione aromatica. La Riserva 2022 si presenta invece come un vino ampio e gastronomico, capace di coniugare morbidezza e freschezza, con una struttura adatta a piatti più complessi.

La linea “Uno di Quattro” racconta il lato più moderno della cantina: il Merlot 2021 è morbido e speziato, il Syrah fresco e dinamico, il Sangiovese lineare e territoriale, mentre il Cabernet Franc è ancora in evoluzione, con un legno da domare.

Chiude la degustazione il Sottobosco 2019, un blend maturo che richiama lo stile bordolese con toni vegetali, frutta nera e spezie, e il prezioso Vinsanto del Chianti 2010, vera memoria liquida della Toscana. Con i suoi aromi di frutta candita, erbe officinali e una freschezza ancora viva, è un vino che emoziona e invita alla riflessione.

Fattoria Cusona – Tra storia, identità e visione

A San Gimignano, tra le colline dorate della Toscana, la Fattoria Cusona è molto più di un’azienda vinicola: è un salto nel passato, dentro una storia millenaria custodita dalla famiglia Guicciardini Strozzi. Fondata nel 994, la tenuta oggi si estende per 520 ettari, di cui un centinaio dedicati alla vite, ed è guidata da Irina Strozzi, attuale presidente del Consorzio Tutela della Vernaccia di San Gimignano, affiancata dalla sorella Natalia.

La visita è un percorso affascinante tra le sale storiche e le antiche grotte della tenuta, dove cimeli rari raccontano secoli di storia italiana ed europea. È qui che la Vernaccia trova la sua culla originaria e diventa, vino dopo vino, un simbolo identitario del territorio.

L’esperienza culmina in un pranzo elegante, pensato per esaltare la gamma di vini aziendali, con un tocco di rarità che lascia il segno. La pappa al pomodoro apre il pasto, accompagnata dalla Vernaccia di San Gimignano Titolato Strozzi 2024, seguita da gnocchi di spinaci burro e salvia in abbinamento a tre etichette straordinarie: la Riserva 2020, la Riserva 2019 e una sorprendente Vernaccia di San Gimignano 1986. Quest’ultima, vera protagonista della giornata, brilla ancora per freschezza, con note di confettura di pesca, albicocca e agrumi canditi. In bocca, colpisce per la sua longevità elegante e composta, aprendo la domanda: anche i vini di oggi sapranno sfidare il tempo così?

Chiusura di pasto con Vinsanto di San Gimignano 2015; altra sorpresa è il Vin Santo di San Gimignano DOC 1968: una esplosione di freschezza, frutta matura e candita e aromaticità che dona tanta eleganza e piacevolezza di beva a dispetto degli anni trascorsi in bottiglia.

Il peposo al Chianti, piatto forte della tradizione, chiude l’esperienza abbinato a due rossi di carattere: Sodole IGT Toscana 2020 e Millanni IGT Toscana 2017, a testimoniare l’anima più moderna della tenuta.

Presente anche Ivaldo Volpini, storico enologo della cantina da oltre cinquant’anni, che con la sua esperienza ha contribuito a costruire un ponte tra il passato e il futuro del vino toscano.

Abbazia di Monteoliveto – Dove il vino incontra la spiritualità

A pochi passi dal centro storico di San Gimignano, immersa nella quiete della campagna toscana, sorge l’Abbazia di Monte Oliveto Minore, uno scrigno di storia e spiritualità. Fondata nel 1340 dai monaci olivetani e ampliata nel 1458, l’abbazia ha attraversato i secoli mantenendo intatta la sua importanza culturale e architettonica.

Oggi questa realtà sacra rivive una nuova stagione come cuore pulsante della Fattoria Abbazia Monte Oliveto, azienda agricola di 35 ettari — 20 dei quali coltivati a Vernaccia di San Gimignano. Acquisita dalla famiglia Zonin, la tenuta unisce agricoltura, accoglienza e produzione vinicola, offrendo anche ospitalità in eleganti appartamenti immersi nel verde.

Due le etichette prodotte: la Vernaccia di San Gimignano DOCG, fragrante e fresca, dal profilo immediato e beverino, e la selezione Gentilesca, un vino più strutturato e complesso, pensato per palati più esperti e curiosi.

Il Gran finale in Piazza Duomo

La cena di gala si è svolta nella cornice mozzafiato di Piazza Duomo, firmata dallo chef Gaetano Trovato di Arnolfo Ristorante due stelle Michelin. Il menù, raffinato e territoriale, ha proposto:

  • Riso Riserva San Massimo, zafferano, ossobuco e zucchina in fiore
  • Cinta Senese con asparagi e cipollotto primaverile
  • Fragola, caramello e vaniglia
  • Piccola pasticceria e la celebre Crema di Santa Fina del gelatiere Sergio Dondoli

Protagonisti della serata ovviamente la Vernaccia di San Gimignano serviti dai Sommelier FISAR, le note jazz dell’Accademia Siena Jazz e la presentazione della scultura di Andrea Roggi, simbolo di Regina Ribelle Wine Fest, alla presenza delle autorità locali. San Gimignano continua a dimostrare che la Vernaccia è viva, plurale e in piena evoluzione. Manca ancora un po’ di coraggio nel raccontare questa evoluzione con maggiore coesione, ma il fermento è tangibile.

E questo è già tanto.