Salvatore Santucci apre al Vomero con tanta passione e con i suoi celebri impasti

Chi dice che la tradizione non si possa sposare con la creatività e l’evoluzione?

E’ su questa filosofia che si basa l’arte di Salvatore Santucci, ambasciatore e Istruttore senior della Associazione Verace Pizza Napoletana nel mondo e formatore internazionale del Gambero Rosso, che lo scorso novembre ha inaugurato in via Giotto, a due passi da Piazza Medaglie d’Oro, il suo nuovo locale napoletano.

Di concept pulito ed essenziale, alterna elementi estrosi – come lo scatto di Oliviero Toscani che immortala Santucci in una posa semiseria – a elementi tipici dell’iconografia napoletana.

Abbiamo avuto occasione di visitarlo per assaggiare alcune delle creazioni più note e alternarle a due chiacchiere col Maestro Pizzaiolo.

Salvatore Santucci ha le mani in pasta dall’età di nove anni, da quando, dopo scuola, andava a imparare il mestiere nella pizzeria di quartiere, a Forcella. Di strada ne ha fatta, sia materiale in giro per il mondo che professionale, tanto che oggi può vantare i tre spicchi nella Guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso oltre ad essere l’ideatore della filosofia BSB – Buona, Sana e Bella – applicata alla pizza: “La pizza deve essere Buona perché va messa al pari della cucina degli Chef, Sana, perché bisogna avere consapevolezza di ciò che mangiamo per il nostro benessere, e anche Bella da vedere.”

Iniziamo dalla Montanara con Genovese, come tradizione comanda: una nuvola soffice e asciutta che non si fa sopraffare dal condimento, anch’esso leggero e cremoso.

Continuiamo con i Lapilli del Vesuvio, prima nota fuori dal coro:  ritagli di pizza con impasto al carbone, conditi con Nduja di Spilinga, salsa di pomodorino Cesarino e filamenti di peperone dolce. Il colpo d’occhio fa pensare a una creazione pop di Andy Warhol, ma è all’assaggio che ci convince e ci conquista per il corretto gioco di equilibri: la lieve sensazione amaricante del carbone in impasto viene bilanciata dall’aromaticità e dalla piccantezza della Nduja a sua volta equilibrata dalla tendenza dolce del pomodorino Cesarino e dei filamenti di peperone.

La Margherita ci riporta di nuovo ai canoni della Pizza Verace, ma ci introduce al mondo degli impasti alternativi di Santucci. “Quindici sono quelli che si alternano sul menù, ma solo quattro quelli stabili: il verace o tradizionale e poi quelli che definisco alternativi. Con essi il cuore verace si veste con qualcosa di diverso.”

Farina 0, un lievito madre di venticinque anni (‘o creaturo, lo chiama Salvatore) e lievito di birra come starter, sono alla base dell’impasto verace di Santucci, che caratterizza la nostra Margherita, condita con pomodoro San Marzano, mozzarella e basilico. I tre impasti alternativi invece integrano rispettivamente carbone, curcuma e nove cereali.

Maestro d’impasti ma anche attento nella scelta e nell’abbinamento degli ingredienti da usare sui topping: “Non più di tre. Riesco a sentirne il gusto, prima ancora di assaggiare il risultato finale”, capacità innata ma anche coltivata grazie allo studio e all’affiancamento a maestri di cucina come Heinz Beck.

Nell’ordine, la pizza Marinera è la versione nera della classica marinara: il condimento abbina pomodoro San Marzano e Piennolo oltre ad aglio, origano e pecorino romano. Succulenta ed equilibrata, richiama un boccone dopo l’altro. La Gialla in Crosta è golosa, grazie al connubio tra l’aromaticità dell’impasto alla curcuma e l’opulenza del topping  di pancetta, pomodorini gialli, crema e granella di pistacchi.

Non da meno la Fossa & Fichi, che sfrutta il più classico degli abbinamenti a contrasto, pecorino di fossa e confettura di fichi, sull’impasto rustico ai nove cereali.

Un percorso di degustazione che partendo da una grande base, l’impasto verace, ce ne mostra le molteplici possibilità. E’ come ascoltare Toccata e Fuga di Bach prima interpretata dal classico organo a canne e poi nella moderna versione elettronica dei Symphonics: il valore della composizione rimane indiscusso, semmai arricchito.

Apprezzabile anche l’attenzione agli abbinamenti proposti di volta in volta al calice. Anche in questo caso siamo partiti dalla tradizione, con Gragnano Ottouve di Salvatore Martusciello, fino ad arrivare all’intrigante cocktail Santexperience, un mix di Franciacorta e albicocca pellecchiella del Vesuvio, passando per Nero Metà – aglianico vinificato in bianco – di Mastroberardino, senza dimenticare il più popolare degli abbinamenti alla pizza: birra bionda e birra ambrata Paulaner alla spina.

Salvatore Santucci Pizzeria

Via Giotto, 14

Napoli (NA)

Fuori da Feed – A Posillipo c’è “UnPizzicoDi… sale e poesia

A Napoli c’è un quartiere capace di farti sognare senza troppi sforzi. È come l’uomo dei sogni nelle commedie romantiche degli anni ’90: bellissimo, elegante, schivo, impossibile.

Tra sole e mare, panorami da film e palazzi storici, Posillipo sembra avere tutto. Se però parliamo di cibo, ho fatto una gran fatica a trovare ristoranti in cui mi piace davvero tornare. O meglio, le eccezioni si contano sulle dita di una mano e una di queste è “UnPizzicoDi”.

Una trattoria a carattere familiare guidata da Federica Reale, giovane imprenditrice locale. Il locale è aperto da otto anni e mezzo ed è uno di quei posti conosciuti soprattutto da chi vive il quartiere. E questo, per me, è sempre un ottimo segno.

Qui non ci sono frottole né forzature. Una sala ampia, pareti blu, foto di viaggi personali e quadri che catturano l’essenza napoletana. C’è la stessa vitalità semplice e autentica delle persone che lo frequentano, e un’atmosfera che ti fa sentire subito a tuo agio a tavola.

Dalla cucina a vista si scorge lo chef Vittorio Sorriente ai fornelli, insieme al suo team. Sul lato sinistro, accanto alla vetrata, una lavagnetta con il menù del giorno scritto col gesso, che viene cancellato man mano che i piatti terminano.

Gli antipasti non cercano di stupire con effetti speciali, ma conquistano al primo morso per genuinità: la mozzarella impanata con salsa di pomodoro, ad esempio, è stata una vera coccola. La tartare di ricciola con cavolo rosso marinato, mandarino, semi di zucca, girasole e lino era fresca, equilibrata, elegante senza essere snob.

La Nerano è così cremosa che la ordino ogni volta. Una classica lardiata, invece, dal sapore intenso e familiare, era tra gli special del giorno. E poi il tiramisù: semplice, fatto bene, come quello di casa.

Finito di mangiare, sai qual è la cosa giusta da fare? Salire in moto, raggiungere via Alessandro Manzoni – a pochi metri dal ristorante – e fermarti a guardare il tramonto. Nella vità c’è bisogno di “UnPizzicoDi” bellezza e poesia che puoi trovare in posti del genere, fuori dal feed. 

Maison Encry – Una storia italiana scritta nel gesso della Le Mesnil-sur-Oger

In Champagne non ci si improvvisa. Il territorio è codificato, la gerarchia dei villaggi è storica, il lessico produttivo è preciso. Per questo la nascita della Maison Encry merita attenzione: non come favola romantica di italiani all’estero, ma come progetto costruito con metodo, dentro uno dei luoghi più esigenti della Côte des Blancs.

La storia di Encry

Enrico Baldini e Nadia Nicoli provenivano da un mondo diverso quando arrivarono a Le Mesnil-sur-Oger nei primi anni Duemila: infatti Enrico era un esperto di inerbimento paesaggistico e con la sua azienda era stato chiamato in champagne da un vigneron che conferiva le uve alle grandi maison, per migliorare la composizione dei suoi vigneti. Fu l’inizio di un dialogo che si spostò poi sulla possibilità di produrre un champagne di qualità eccellente con le proprie uve.

Si iniziò quindi a lavorare sullo Chardonnay, dove questo vitigno ha una delle sue espressioni più nette. Qui il suolo è quasi tutto gesso affiorante, drenante, capace di trattenere l’acqua in profondità e restituirla lentamente alle radici. Il risultato, nel bicchiere, è una trama salina, lineare, una tensione che non ha bisogno di effetti speciali.

Encry nasce così, da parcelle selezionate tra Mesnil e gli altri villaggi Grand Cru della fascia centrale della Côte des Blancs, con un’impostazione da récoltant-manipulant: controllo diretto della materia prima, vinificazioni parcellari, tempi lunghi sui lieviti. L’obiettivo dichiarato non è “stile di casa” imposto a tavolino, ma coerenza con annata e terroir. In vigna pratiche attente, rese misurate; in cantina niente forzature, dosaggi contenuti, legno usato con discrezione quando serve struttura, non aroma.

Nel tempo la gamma si è allargata, ma la matrice resta quella: Chardonnay come asse portante, con incursioni mirate di Pinot Noir per i rosé.

Durante l’undicesima edizione di Wine and Siena, la manifestazione organizzata secondo il format di Merano Wine Festival da Helmuth Kocher, nella mattinata di domenica 1 febbraio, si è svolta una masterclass dedicata alla maison Encry e ai suoi vini, condotta da Paolo Cepollaro, presidente FIS Toscana nella splendida cornice di Palazzo Squarcialupi.

La masterclass a Siena è stata l’occasione per leggere la maison in sequenza, senza filtri. Non una degustazione “spettacolare”, piuttosto didattica nel senso migliore del termine: stessa mano, sfumature diverse, progressione tecnica evidente.

I vini in degustazione

Naissance Brut – 100% Chardonnay
Attacco diretto, quasi affilato. Naso minerale prima che fruttato: gesso bagnato, agrumi freschi, una nota di pepe bianco che dà ritmo. Bocca tesa, verticale, finale salino. È la carta d’identità della casa: pulizia e precisione.

Essence Brut – Chardonnay da Mesnil, Avize e Oger, 46 mesi sui lieviti

Qui la sosta prolungata si sente: bollicina più cremosa, tessitura ampia. Il frutto vira verso pompelmo e cedro, con una componente quasi pasticcera appena accennata. Persistenza lunga, chiusura composta. Un vino di equilibrio, più che di spinta.

Matière Extra Brut – 4,2 g/l, 48 mesi sui lieviti, 100% Chardonnay
Il nome non è casuale: più materia, più profondità. Profumi floreali, nespola, uva spina. In bocca allarga il centro palato ma resta asciutto, grazie al dosaggio contenuto. È probabilmente la bottiglia che racconta meglio il lavoro sul tempo e sulle fecce fini. Eleganza senza alleggerimenti.

Éclatante Grand Rosé Extra Brut – 95% Chardonnay Mesnil, 5% Pinot Noir da Bouzy
Colore buccia di cipolla luminoso. Il Pinot, pur minoritario, incide: piccoli frutti rossi, lampone e fragola fresca, senza dolcezze. Bocca dinamica, taglio fresco, finale netto. Rosé di struttura, non ornamentale.

Nuances Grand Rosé Brut – 83% Chardonnay, 17% Pinot Noir, 36 mesi sui lieviti

Il più complesso della serie. Assemblaggio da più villaggi, dosaggio leggermente superiore (7 g/l) che arrotonda i bordi. Profilo olfattivo integrato, dove Chardonnay e Pinot si rincorrono senza sovrastarsi. La bollicina è setosa, la progressione gustativa ampia ma sempre sostenuta da una spina acida viva. Chiude lungo, pulito.

Quello che colpisce di Encry non è la ricerca dell’effetto, ma la costanza stilistica. Nessuna etichetta cerca di stupire con maturità eccessive o dosaggi coprenti. C’è piuttosto un filo conduttore: trasparenza del luogo, rispetto dei tempi, mano leggera.

Per una coppia italiana integrarsi in un contesto come la Champagne significa prima di tutto accettarne le regole. Baldini e Nicoli lo hanno fatto, aggiungendo però una sensibilità personale nella gestione dell’equilibrio e nella leggibilità dei vini. Il risultato non è un racconto “esotico”, ma una maison che parla la lingua del territorio con accento proprio.

Ed è forse questa la cifra più interessante: uno champagne senza sovrastrutture, dove il gesso di Mesnil resta sempre al centro del bicchiere.

Campania, dalla Valle Caudina il “33 33 33” di Vallisassoli

La Valle Caudina è una fertile conca in Campania, costituente un vero e proprio territorio cerniera tra le province di Benevento e Avellino, famosa tanto per la storia sannitica che romana, ricca di borghi medievali e aree naturalistiche, come ad esempio quelle dei monti del Taburno e del Partenio. L’epica battaglia delle Forche Caudine, il Medioevo, la fase gotica e bizantina, oltre al periodo del ducato longobardo di Benevento, vedono nell’antica Via Appia, che la attraversa, una congiungente tra il passato e il presente.

Tra i borghi più significativi e caratteristici di questa terra, San Martino Valle Caudina è uno di quelli che meglio conserva il fascino di altri tempi. Con poco meno di 4800 abitanti, il comune è situato ai piedi del monte Pizzone e del monte Teano, con un’altimetria variabile dai 200 ai 1525 metri sul livello del mare, circondato da terre fertili, boschi di castagno e faggi.

A San Martino Valle Caudina, il cui riferimento al santo viene fatto risalire al IX secolo, si respira ancora l’aria di un passato illustre, caratterizzato dalle attività di famiglie come i Della Leonessa, Pignatelli, Del Balzo e Imbriani, giusto per citarne alcune, e dalla presenza di luoghi di grande interesse, sia religioso che laico:  la Chiesa di San Giovanni Battista, dove sono custodite le reliquie dei Santi Palerio ed Equizio, il Convento e Chiesa di Santa Caterina, risalente al 1408, il Palazzo Ducale del XVII secolo, il Palazzo Cenci Bolognetti e Casa Giulia, dimora di Matteo Renato Imbriani, sono solo alcuni esempi, unitamente alle bellezze architettoniche, come l’Obelisco di piazza Santa Maria, la Galleria Civica di Arte Contemporanea, ospitata nel palazzo municipale,e la Fontana del Salvatore.

Particolarmente rilevante il Castello Pignatelli Della Leonessa: di origine medievale, con un impianto normanno, per quanto si presumano origini altomedievali, domina dalle alture il centro storico della cittadina; il maniero è stato molto modificato ed arricchito nella sua struttura, durante il XVII e il XVIII secolo, e nel salone, affrescato con le gesta della famiglia della Leonessa, è conservato il mobilio d’epoca.

San Martino Valle Caudina è stato inserito nel Sentiero Italia, inoltre è possibile compiere il percorso lungo il fiume Caudino e visitare la località Mafariello, nota per la fonte di acqua oligominerale e un’ampia area adibita per pic nic molto frequentata dai turisti.

Il “33 33 33” IGT Bianco Campania Vallisassoli di Paolo Clemente nasce in questa bellissima terra, è un vino biologico, certificato anche Demeter dal 2018 e, sia grazie al nome che all’etichetta, quanto all’attenzione produttiva, costituisce un esempio di numerologia: la veste della bottiglia è infatti ha origine da una ricerca storica del sito dove si trova la vigna, grazie anche al contributo di Giovanni Pignatelli  Della Leonessa, duca di San Martino Valle Caudina, mettendo a disposizione dello studio di Paolo Clemente un libro antico denominato Platea, una forma di catasto di beni  appartenenti al clero e alla nobiltà durante il periodo borbonico. È proprio da questo libro che spunta una mappa del 1714, disegnata a mano da un tecnico napoletano, ritraente la zona della Varrettella e che, dopo un’attenta elaborazione grafica e grazie alla volontà di rappresentare il territorio, è diventata l’etichetta del 33 33 33.

Una numerologia fluida che si configura nella precisione topografica dell’epoca e del suo studio, nel calendario astronomico e nell’avvicendamento delle stagioni, nella scelta paritaria delle uve, oggetto vivo di una vinificazione che avviene nella maniera meno invasiva possibile, ma senza lasciare nulla al caso; inoltre, il 33 33 33 richiama evidentemente una scena del film Non ci resta che piangere con Massimo Troisi e Roberto Benigni.

Partito come autodidatta, Paolo Clemente, la cui attività di vignaiolo ha avuto inizio nel 2011, si è cimentato nell’apprendimento delle tecniche della potatura presso la scuola Simonit & Sirch, frequentando l’associazione biodinamica Campana per apprendere i principi di questo modus operandi al fine di creare un vero e proprio Organismo Agricolo, per migliorare la terra e le uve che coltiva amorevolmente. Oggi Paolo è impegnato altresì nella cura e nel ripristino della vigna all’interno dell’orto-giardino del castello longobardo della famiglia Pignatelli Della Leonessa, in cui spicca anche un particolare biotipo di Aglianico, localmente detto Mangiaguerra.

La vigna che dà vita al 33 33 33, di circa un ettaro complessivo e ubicata in località Varrettella, è posta ad un’altitudine media di 300 metri dal livello del mare e i vitigni di Coda di Volpe, Fiano e Greco, dell’età media di 40 anni vedono una cospicua densità di impianto grazie alla starseta a quattro uscite; le viti vengono allevate con il metodo della vecchia pergola avellinese e affondano le loro radici in terreni argillosi con impasto calcareo sedimentario, piuttosto compatti, ricchi di minerali e buona presenza di fossili marini risalenti almeno al Pleistocene.

La vendemmia, per l’annata 2022, è avvenuta intorno al 20 settembre, portando i grappoli in pressa, senza diraspatura, per consentire un miglior drenaggio. Mosto in serbatoio inox con lieve macerazione entro le 24 ore e fermentazione spontanea senza lieviti aggiunti, per una durata complessiva tra i 15 ed i 20 giorni senza bucce. Dopo la malolattica, una parte del vino è stata travasata, sempre in acciaio, dal contenitore più grande a uno più piccolo, mentre un’altra quota è stata trasferita in contenitori di cemento sulle fecce fini. Il 33 33 33 è stato imbottigliato dopo due anni, per poi affinare in bottiglia fino all’ottobre 2025 prima di uscire in commercio con un numero complessivo di circa 2000 esemplari. 

Paolo, persona estremamente competente per quanto modesta e ospitale, ha offerto un’ampia panoramica sulla sua cantina e sulla sua personale evoluzione come produttore e vigneron, coadiuvato da Maurizio De Simone, attestandosi oggi tra i principali attori della filosofia steineriana in Campania. Gli assaggi di diverse annate del suo vino, nessuna uguale all’altra, dimostrano una capacità di interpretare la vendemmia con sincerità e competenza.

Il 33 33 33 Campania Bianco Igt del 2022 dell’azienda agricola Vallisassoli, ottenuto da Coda di Volpe, per la struttura, dal Fiano per il bouquet odoroso e l’armonia, e dal Greco per l’acidità e la sapidità, indossa una veste dorata vivida, lucente ed elegante, con ragguardevole consistenza. In apertura il naso è pervaso da una brezza di iodio marino e dagli umori dell’ostrica Tsarskaya, inclusa la sua distintiva nota di nocciola, poi nespola, pesca sciroppata, camomilla essiccata, cera d’api e tabacco biondo. Al morso, più che al sorso, tanto voluminosa è la beva, una lieve astringenza stimola subito il palato, presto inondato dalla succulenza sprigionata da una briosa freschezza e da una sapidità che verge all’umami.

Questo vino, materico e avvolgente grazie alla voluminosità del sorso e per la verticalità conferita dall’acidità, restituisce alla via retronasale le note fruttate e il tabacco, ove però la nespola diventa tamarindo, vi si aggiungono sottili note di tè verde, e la cera d’api volge in miele di corbezzolo, per una chiusura finemente amaricante, decisiva ed elegante. Per la sua ricchezza in umami e la buona acidità, oltre che per una buona persistenza aromatica intensa, il 33 33 33 di Paolo Clemente si abbina perfettamente alle cannazze alla genovese, soprattutto per la sua sapidità in contrapposizione con la tendenza dolce della cipolla ramata di Montoro, che finisce con l’appassire ancor più, oltre che per la lunga cottura, per il suadente abbraccio con questo piacevolissimo vino. La pienezza e la godibilità di questo armonico abbinamento non distraggono dal chiedersi come evolverà nei prossimi cinque anni.

Quando la Valpolicella parla in versi: Azienda Agricola Meroni

Chi non ha mai visitato la Valpolicella non può capire bene che luogo magico rappresenti. La Valpolicella è un insieme di colline e valli a nord della città di Verona, in Veneto e si divide in Classica, Valpantena e Orientale.

Ed è proprio qui, nella Valpolicella Classica, a Sant’Ambrogio di Valpolicella, che troviamo Azienda Agricola Meroni. La cantina nasce nel 1935 dal nonno degli attuali proprietari che acquista i terreni dove tuttora sorgono i vigneti e la cantina.

Carlo Roberto Meroni arriva sul territorio veronese dalla Brianza fra la prima e la seconda guerra mondiale e apre una cappelleria proprio nel centro della città scaligera in Piazza delle Erbe. Qui viene in contatto con una serie di personalità dedite alle più svariate occupazioni, dal commerciante, al cantante, all’ artista al poeta, inserendosi appieno nel tessuto sociale della città.

Anche grazie a queste conoscenze nel 1943, in pieno periodo di guerra, il Signor Meroni riceve una lettera da quello che senza dubbio è il più celebre poeta veronese, Berto Barbarani, uno dei maggiori esponenti della poesia dialettale italiana.

In questa missiva il Barbarani scrive così:

“Meroni caro abbiamo ricevuto 

il Sant’Ambrogio fatto di Velluto

che alla tua salute abbiam bevuto…

In queste universali parapiglie

ti assicuriamo che le tue bottiglie

sono la farmacia delle famiglie !”

Sicuramente un forte impulso per continuare nella sua giovane attività di produttore di vini. Vini fortemente identitari come si confà alla Valpolicella, già serbatoio dell’impero romano a cui deve proprio il nome “val polis cellae” la valle dalle mille cantine. Oggi l’Azienda Agricola Meroni produce un’ampia gamma di vini tipici della denominazione, utilizzando, in diverse percentuali, un blend di uve autoctone, caratteristica peculiare della vallata: Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara.

Quest’ultima viene volutamente mantenuta per preservare un tratto distintivo dei vini di famiglia, in pieno accordo con la tradizione della cantina. Cambiano le lavorazioni e gli appassimenti, al fine di conferire caratteri e profondità differenti ai vini seguendo i vari disciplinari, ma vengono sempre e solo impiegate uve autoprodotte nei terreni di proprietà. Il podere La Sengia si trova subito dietro alla cantina e nella vallata sotto lo spettacolare paese di San Giorgio ”In Gana poltron” da cui si gode di una bellissima vista.

L’altro è Podere Maso località la Grola, situato sull’ ultima collina della Valpolicella Classica con un clima particolarmente benevolo grazie all’influsso del vicino lago di Garda che mitiga le temperature d’estate e d’inverno. Dalla raccolta di queste uve, dall’appassimento naturale su graticci e dal processo tradizionale di vinificazione si ottengono le due loro linee di prodotti “Sengia” e il “Il Velluto” appunto dedicata al poeta veronese.

In un calice dei vini Meroni si ritrova così non solo l’espressione autentica della Valpolicella, ma anche il racconto di una famiglia, di un territorio e di una tradizione che attraversano il tempo. È una viticoltura che dialoga con la storia e con la poesia, capace di trasformare il paesaggio, la memoria e la cultura in esperienza sensoriale. Un patrimonio enologico che continua a rinnovarsi, rimanendo fedele a sé stesso, come solo i grandi territori e i grandi vini sanno fare.

Caserta, il 6 febbraio la presentazione del libro “La cucina napoletana” di Luciano Pignataro a L’Amo Racconti di Mare

Cena-evento con ospiti e vini iconici della Campania

Caserta, 27 gennaio 2026 – Venerdì 6 febbraio, alle ore 20, il ristorante L’Amo Racconti di Mare di Rosario Rondinone, in vicolo Pietro Mascagni 10 a Caserta, ospiterà la presentazione del volume “La cucina napoletana” (Hoepli) di Luciano Pignataro, giornalista de Il Mattino,  tra i più autorevoli comunicatori e divulgatori del giornalismo enogastronomico italiano.

Giunto alla seconda edizione, il libro è uno degli ultimi lavori editoriali dell’autore e racconta Napoli come

un viaggio dell’anima, dove ’o magnà non è solo nutrimento, ma linguaggio, identità, rito quotidiano. Una città dai mille volti, in cui ogni quartiere possiede una propria psicologia e una specifica inflessione culturale, capace di intrecciare realtà e immaginazione, quotidianità e mito, vita e memoria. A Napoli anche chi non c’è più continua a vivere nei gesti, nei sogni e nella proverbiale scaramanzia del popolo partenopeo.

Il volume, impreziosito da una veste grafica rinnovata, dalla prefazione della Principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli e dalle fotografie di Ciro Pipoli, è un omaggio ai 2.500 anni della città e alla sua inesauribile capacità di trasformare il cibo in cultura condivisa.

La cena-evento del 6 febbraio sarà un invito concreto alla condivisione e al piacere della tavola come stile di vita. A dialogare con l’autore saranno la giornalista di settore Antonella D’Avanzo e Pietro Iadicicco, responsabile dell’Associazione Italiana Sommelier di Caserta (AIS).

In cucina, accanto al giovane executive chef de L’Amo, Pasquale Cavallo, che proporrà una personale interpretazione di alcuni dei piatti del cuore di Luciano Pignataro, ci sarà il pastry chef Guido Sparaco di Castel Morrone, socio fondatore di PAART, associazione impegnata nella valorizzazione della pasticceria d’arte attraverso l’uso esclusivo di ingredienti naturali e privi di semilavorati, con una selezione dedicata alla pasticceria napoletana.

Nel calice, a raccontare il territorio, due aziende simbolo della viticoltura campana di qualità: Montevetrano e Villa Matilde, realtà capaci di coniugare tradizione, ricerca e visione contemporanea. Vini iconici che, anche grazie alla firma enologica di Riccardo Cotarella, trovano spazio naturale nelle carte dei ristoranti che intendono rappresentare al meglio l’eccellenza della Campania.

A Pozzuoli l’idea del Temporary Sushi Corner di White Chill Out sfida la tradizione orientale

Sul lungomare del borgo puteolano un nuovo concept prende forma con il lancio del Temporary Sushi Corner – limited edition – di White Chill Out. Fino al 15 febbraio il ristorante di mare si trasforma in una fucina di preziosità asiatiche, con quel tocco di mediterraneo che contraddistingue da sempre la cucina campana.

«Da sempre il nostro obiettivo è puntare all’eccellenza nella nostra terra, valorizzandola attraverso il gusto e l’innovazione», racconta Nicola Scamardella, proprietario del White Chill Out Lungomare. «Il Temporary Sushi Corner nasce proprio da questa visione: offrire esperienze che parlino di qualità, ricerca e identità, senza mai perdere il legame con il mare e con il territorio che ci ospita».

Il cocktail signature

A Pozzuoli l’arte del lavorare le meraviglie del pescato è storia di secoli. Tradizione dei popoli del mare, in un luogo rinomato dall’antica Grecia e dagli imperatori romani che su queste spiagge paradisiache costruivano il proprio buen retiro. Ed in fin dei conti la linea che demarca la gastronomia orientale da quella occidentale non riguarda tanto la scelta dei pesci da utilizzare, quanto piuttosto la loro preparazione e l’utilizzo di riso, alghe e salse come condimento.

I Roll

Il mare è un punto di partenza, il gusto la destinazione; l’incontro tra sapori nostrani fatti di erbe officinali e spezie calde è un plus valorizzato dallo chef Romerson Coelho. Il White 24K Roll ad esempio è una dichiarazione di stile: alga nori, riso, sesamo, tonno rosso e gambero di Mazara del Vallo si intrecciano con una tartare di astice blu cotto, maionese al basilico e menta, wasabi fresco giapponese, caviale di yuzu e una sottile scaglia di oro 24k.

Geometrie di salmone

Più diretto ma altrettanto identitario il Flegreo Roll: alga di soia, riso, gambero fritto in panko, tartare di sauté di vongole, maionese giapponese all’olio di prezzemolo e masago arare. Qui il mare è protagonista assoluto, in una lettura che richiama il territorio flegreo con sensibilità contemporanea.

Il tagliolino

Le geometrie di salmone guardano alla parte gourmet, un piatto dove il disco solido di salsa ponzu crea vivacità, lasciando libera scelta al commensale sulle giuste proporzioni d’assaggio. Chiudono la serie degli antipasti il verace polpo in doppia consistenza dell’Octopus Infusion tra patata liquida e limone candito e L’oro d’Islanda, un delicato fritto di baccalà con crema di provola affumicata e friarielli al forte.

Risotto alla pescatora 2.0

Ritorno a casa tra il classico risotto alla pescatora 2.0 e il tagliolino fresco con acciughe del Cantabrico, burro, limone di Sorrento, per capire e distinguere le eventuali differenze tra Est ed Ovest del mondo.

Il Blu Theatre, a Sorrento, propone dinner show e musica live: 4 appuntamenti da non perdere

Immergersi nella sala del Blu Theatre a Sorrento è un’esperienza davvero straordinaria.

Una novità assoluta in Campania: un’ambientazione esclusiva, all’interno della storica struttura del Cinema Teatro Armida, nella quale vengono proposte esperienze “immersive”, con spettacoli dal vivo affiancati da un’offerta gastronomica d’eccellenza.

A febbraio, sono già quattro le serate in cartellone, tutte di sabato: 7, 14, 21 e 28 con ingresso a partire dalle 20.30, quando ci si può accomodare al bar, all’ingresso della sala, per un aperitivo.

L’evento entra nel vivo alle 21.00, con un dinner show che combina una cena gourmet a uno spettacolo internazionale con ballerini, cantanti e acrobati e, a seguire,  fino alle 24  si continua con musica dal vivo.

Le live band in programma sono quattro, una per ciascuna serata: i Bartistik, il 7;  Pino delle Noci, il 14;  i Quattro Quarti, il 21 e, infine, i Manhattan Swing.

Per info: 3319925853

“’O famo strano?” Anche il vino ci prova… storie e curiosità dietro i nomi più bizzarri

Il mondo del vino non è solo tradizione ed eleganza, ma anche ironia e fantasia. Se è vero che il vino è poesia imbottigliata, come diceva Stevenson, a volte questa poesia ha titoli davvero originali. Dai vitigni che sembrano usciti da una favola ai vini che paiono inventati da un comico.

Cominciamo dalle protagoniste principali: le uve. Alcuni nomi sono così particolari che viene spontaneo chiedersi chi li abbia inventati e quale storia si nasconda dietro quelle parole.

Allora al via la descrizione di queste stranezze:

  • Pecorino

Confesso che, quando muovevo i primi passi nel mondo del vino, il suo nome mi lasciò perplessa: cosa c’entra il formaggio con il calice? In realtà, il Pecorino è un antico vitigno a bacca bianca, tipico dell’Italia centrale, le ipotesi sull’origine del suo nome sono varie. C’è chi lo riconduce alle greggi di pecore che un tempo pascolavano tra i filari, e si cibavano dai suoi acini dolci; chi sottolinea la somiglianza del grappolo, dalla forma allungata, alla testa della pecora; chi riconduce il nome all’abbinamento con il noto formaggio e alla somiglianza nel gusto; altri ricordano come il Pecorino fosse un vino di bassa qualità destinato appunto ai pecorari. Oggi c’è stata una riscoperta del vitigno e l’omonimo vino sta riscuotendo un grande successo grazie alla sua freschezza ed eleganza.

Schioppettino

Non è un petardo, ma un vitigno friulano dal carattere speziato. Il nome? Probabilmente legato al suono dei vinaccioli che “scoppiettano” sotto i denti o, secondo un’altra teoria, al fatto che la sua elevata acidità provocava la fermentazione malolattica in bottiglia, causando talvolta la fuoriuscita del tappo con un vero e proprio “scoppio”. Lo Schioppettino è un rosso dal colore violaceo intenso, fresco e vivace grazie alla sua acidità. Ha corpo equilibrato, tannini delicati e un grado alcolico moderato. Da giovane sprigiona profumi di frutti di bosco, mentre con un lieve affinamento si arricchisce di note muschiate.

Passerina

Il nome Passerina deriva probabilmente dai passeri, golosi dei suoi piccoli acini dorati, dolci e succosi.

E’un vitigno a bacca bianca, autoctono dell’Italia centrale e diffuso soprattutto tra Marche e Abruzzo. La sua origine è contesa tra le stesse Marche e la provincia di Frosinone,

Nel Novecento la Passerina finì in secondo piano, soppiantata dal più produttivo Trebbiano Toscano. Per anni fu persino scambiata per altri vitigni bianchi locali, come Bombino Bianco, Trebbiano e Biancame, complice la sua generosità e la somiglianza degli acini.

Gaglioppo

Sembra il nome di un supereroe o di un personaggio dei fumetti. In verità è un vitigno a bacca nera, simbolo della Calabria, che affonda le sue radici in una storia avvolta dal mistero. Il suo nome, secondo la tradizione locale, deriva dal termine dialettale “gaglioppo”, che significa “pugno chiuso”, un chiaro riferimento alla forma compatta e tondeggiante dei suoi grappoli. Questo vitigno è il protagonista indiscusso del Cirò, uno dei vini rossi più rappresentativi della regione.

Ma l’origine del Gaglioppo è tutt’altro che certa. Alcuni sostengono che il nome abbia radici greche e significhi “bellissimo piede”, evocando eleganza e armonia. C’è chi racconta che furono i Fenici a portarlo sulle coste calabresi, mentre altri credono che fosse già presente prima dell’arrivo dei Greci.

Vespaiola

Diffusa nel vicentino, è una varietà a bacca bianca che racconta la storia e l’identità di questo territorio. Il suo nome curioso si fonda su una caratteristica singolare: durante la maturazione, gli acini sprigionano una dolcezza irresistibile che attira le vespe, golose del mosto zuccherino.

Dal vigneto alla bottiglia, la Vespaiola si trasforma in Vespaiolo, un vino bianco secco con una vibrante freschezza e spiccata acidità.

Schiava

Il termine Schiava non indica un singolo vitigno, ma una famiglia di varietà a bacca rossa, conosciuta in Alto Adige anche come Vernatsch. Le diverse tipologie, pur con caratteristiche ampelografiche distinte, sono raramente coltivate separatamente.

L’origine del nome risale al Medioevo e deriva dall’espressione latina cum vineis sclavis, “con viti schiavizzate”: un riferimento alla forma di allevamento a filare, che prevedeva di legare la vite a un supporto per controllarne la crescita. Una pratica che si contrapponeva alla libertà delle viti selvatiche, lasciate crescere senza vincoli.

Tazzelenghe

Tra i vitigni a bacca nera più antichi e identitari del Friuli – Venezia Giulia, lo troviamo nella provincia di Udine e nelle colline dei Colli Orientali del Friuli, dove per secoli è stato parte integrante della viticoltura locale. Il nome, tra i più evocativi del panorama ampelografico italiano, deriva dal friulano “tace‑lenghe”, ovvero “taglia‑lingua”, chiaro richiamo alla spiccata tannicità e all’acidità decisa che caratterizzavano i vini potenti e severi. Documentato già nella prima metà dell’Ottocento, il Tazzelenghe era destinato a vini strutturati e longevi. Dopo un lungo periodo di declino nel Novecento, negli ultimi decenni è stato progressivamente riscoperto e valorizzato.

Grecomusc’

Traduzione letterale Greco Moscio, originario dell’Irpinia il suo vero nome è Roviello Bianco. Il termine “moscio” deriva da una caratteristica del tutto peculiare degli acini: la maturazione irregolare provoca una buccia leggermente rugosa e una polpa particolarmente concentrata, elementi che incidono in modo determinante sul profilo dei vini. Nonostante venga spesso confuso o associato al Greco, il Grecomusc’ non presenta legami di parentela genetica con quest’ultimo.

Dalle sue uve nascono vini di notevole complessità e tensione minerale, capaci di evolvere nel tempo.

Se i vitigni ci hanno sorpreso con la loro originalità, i produttori non sono da meno: anche i nomi e le etichette diventano un terreno di creatività senza confini.

In Toscana, un Sangiovese in blend con Canaiolo e Colorino, anche se sono in piccola percentuale, dà origine al Soffocone di Vincigliata, un tocco ironico che rende omaggio a Firenze e alla collina che accoglie la tenuta. Di origini norvegesi, il produttore Bibi Graetz ha saputo abbracciare la tipica goliardia fiorentina, scegliendo per il suo vino un nome provocatorio. Perché? La zona di Vincigliata, celebre per il castello vicino a Fiesole, è nota come rifugio romantico per coppiette in cerca di privacy. Artista oltre che vignaiolo, Graetz ha completato l’opera con un’etichetta incisa all’acquaforte, che racconta la stessa audacia del nome.

Montalcino dà il nome, ironico e irriverente, a un Rosso Igt che si chiama Bionasega prodotto da Rudy Cosimi. L’etichetta si prende burla con ironia tutta toscana della moda dei vini biologici. Rudy chiarisce: «Non ho nulla contro il biologico, ma spesso è solo marketing». Il suo Bionasega, invece, nasce da lavorazioni classiche e artigianali, senza scorciatoie. «In bottiglia si sente la differenza», assicura.

Massera Spaccafico produce un Nero di Troia che porta in etichetta il nome di Passera Scopaiola, il cui nome deriva dall’uccellino Passera Scopaiola, che nidifica negli arbusti di erica scoparia; il nome del vino gioca su questo nome, evocando la natura locale e talvolta con allusioni goliardiche o scaramantiche legate alle tradizioni

Il Bricco dell’Uccellone, icona della cantina Braida, nasce da Barbera coltivata sulle colline di Rocchetta Tanaro. Giacomo Bologna, fondatore nel 1961, rivoluzionò il vitigno grazie all’idea, ispirata da Luigi Veronelli, di affinare la Barbera in barrique francesi, trasformandola da vino semplice e fresco in un rosso strutturato, complesso e longevo. Il nome curioso deriva dal soprannome di una donna del luogo, sempre vestita di nero e con un naso che ricordava il becco di un uccello. E sempre in Piemonte, storico fu “No barrique no Berlusconi” il Barolo di Bartolo Mascarello in contestazione con le nuove tendenze sia enologiche che politiche.

Se volete stupire, puntate su Baciamisubito una Barbera del Monferrato giovane e fresca, firmata dalla cantina La Scamuzza. Il nome, immediatamente evocativo, cattura l’attenzione, mentre l’etichetta, ideata da Laura Zavattaro Bertone, racconta una storia di origini familiari e di autentica passione per il vino.

Anche oltreconfine il vino si diverte: ecco alcuni nomi stravaganti.

Cojon de Gato è una rara varietà autoctona a bacca rossa, coltivata prevalentemente nella regione spagnola dell’Aragona. Il nome curioso, che in italiano si potrebbe tradurre come “testicolo di gatto”, richiama la forma particolare degli acini: ovali e leggermente allungati. Tradizionalmente impiegata in blend, questa uva sta vivendo una nuova valorizzazione grazie a produttori che scelgono di vinificarla in purezza, esaltandone il carattere distintivo e il legame con il territorio.

Dietro il nome Fat Bastard si nasconde una storia divertente e un pizzico di audacia. Tutto nasce in una cantina del sud della Francia, dove Thierry Boudinaud e Guy Anderson assaggiavano uno Chardonnay lasciato a fermentare sulle fecce più a lungo del solito, sorprendentemente ricco e avvolgente. Davanti a tanta opulenza, Guy esclamò: “Now that’s a fat bastard!”. Da quella battuta è nata un’etichetta iconica, accompagnata dall’ippopotamo stilizzato, simbolo di rotondità e carattere.

Le Vin de Merd è il nome volutamente provocatorio di un vino francese nato in Languedoc per ribaltare i pregiudizi sui vini della regione. L’etichetta, che raffigura una mosca e porta lo slogan “Il peggiore nasconde il migliore”, gioca con l’ironia per sottolineare il contrasto tra la cattiva reputazione e la qualità reale del prodotto.

Allora, siete pronti a brindare con un Vin de Merd o con un Soffocone di Vincigliata?

Prosit!

Il professor Giancarlo Moschetti e la cantina 2Vite

Ricordiamo tutti Adriano Celentano ballare in un film al ritmo della musica, mentre pigia le vinacce con i piedi all’interno di un tino.

Quel gesto all’apparenza considerato “rustico” era in realtà il simbolo di un passato neppure troppo lontano, quando le campagne venivano vissute in maniera diversa, con momenti di gioia alternati a quelli di grande fatica contadina.

Anche oggi fare vino rappresenta la fase più delicata di ogni produttore, come l’attesa di un figlio in arrivo, ma quella magia, quella voglia di unirsi alla natura in perfetta armonia, è stata spesso messa da parte dai progressi tecnologici.

Il discorso non vale per Giancarlo Moschetti – cantina 2Vite – che produce solo 2 etichette per pochissime bottiglie numerate. La consulenza di un fuoriclasse come l’enologo Vincenzo Mercurio non gli ha impedito di mantenere un protocollo “biologico” nel vero significato del termine, rispettando procedure antiche e limitando al minimo l’intervento dell’uomo.

Giancarlo, professore all’università di Palermo, aveva già la passione per alcune componenti fondamentali del vino: i lieviti e la loro interazione con gli uccelli migratori, responsabili della diffusione degli stessi anche a lunghe distanze. Una ricerca approvata a livello internazionale che segna solo uno dei passi del suo nuovo progetto di vita.

Ad esso si uniscono i reimpianti del 2014 a Taurasi nelle vecchie vigne di famiglia, il metodo Me.Mo. stabilito proprio con Mercurio per aiutare la micorrizzazione, ovvero la simbiosi tra un fungo e le radici della vite e l’adesione all’Associazione Vignaioli e Territori per promuovere la biodiversità e la sostenibilità delle pratiche agronomiche.

E poi la bellezza pura e sincera di vedere il professore impegnato ancora in quelle pratiche di rimontaggio artigianale, quasi “casalingo”, mentre si immerge fino alle braccia all’interno dei fusti di castagno aperti.

La volontà di unire l’Irpinia con il Vesuvio nelle varietà rappresentative: Roviello e Aglianico per Taurasi, Caprettone e Piedirosso per l’areale di Terzigno. Due vini frutto del blend tra uve complementari, che sanno distinguersi nel calice ciascuno con la propria personalità.

Macerazione pellicolare per 3 giorni e pied de cuve per il bianco annata 2024 che dimostra il suo carattere in stile orange wine, con scie di pesca matura, cannella, erbe di campo e parti iodate sul finale. Più compatto il sorso del rosso 2022 dai tannini ancora scalpitanti tipici dell’Aglianico, circondati però da nuance da frutti di bosco, liquirizia e tabacco.

Appena 2000 bottiglie per ogni tipologia, una microproduzione che regala una ventata di freschezza ed eleganza contemporanea, nel rispetto dei ricordi dolci del passato.