Napoli, al Gran Caffè Gambrinus una gigantesca torta “Mimosa” per festeggiare tutte le donne

Napoli, al Gambrinus la Mimosa “record”

Una torta Mimosa del peso di 20 chili è stata esposta al Gran Caffè Gambrinus di Napoli durante la giornata internazionale della donna.

Protagonista indiscussa delle foto fatte da cittadini e turisti prima di essere tagliata e messa in vendita, la torta simbolo dell’8 marzo è stata realizzata dalla squadra di pasticcieri guidata da Stefano Avellano in cui c’è la giovanissima pastrychef Asia Cosmo. Anche alcune dipendenti del locale storico d’Italia si sono fatte fotografare accanto all’enorme torta che intende essere un ringraziamento simbolico per chi lavora o frequenta il Gambrinus.

“Celebriamo così la loro forza, il talento e la passione. Alle donne del Gambrinus, a coloro che lavorano in sala, in laboratorio o dietro le quinte va il nostro grazie più sincero per la cura nei dettagli, per l’energia instancabile, per la professionalità che rende speciale ogni momento. L’8 marzo è un giorno simbolico.

Il valore delle donne, invece, dobbiamo festeggiarlo tutto l’anno”, spiegano in un post diffuso sui social i titolari del Gran Caffè Gambrinus.

A Massa Lubrense la dolce scoperta della gelateria Ikigai – Intervista a Marco Casa

“Ikigai” è un termine giapponese che indica lo scopo e la ragione di vita o, meglio ancora, ciò che la mattina ti fa alzare con gioia.

E’ anche il nome scelto da Marco Casa per la gelateria che da quasi cinque anni gestisce a Monticchio, piccola frazione di Massa Lubrense. Insieme a lui, il fratello Davide, la moglie Giovanna Aiello e la pasticcera Ilenia Gargiulo. Abbiamo raggiunto Marco poco prima delle festività natalizie, per farci raccontare una storia fatta di piccoli passi e grandi soddisfazioni.

Ci troviamo sulla punta estrema della Penisola Sorrentina, in un luogo lontano dalle rotte turistiche più battute, che preserva un fascino antico: quello capace di coniugare la tradizionale operosità degli abitanti con la bellezza degli scenari naturalistici, senza scadere nei cliché del turismo di massa.

E’ stata una scelta obbligata, ci ha spiegato Marco, che nel 2020, poco prima dell’esplosione della pandemia di Covid, decide di uscire da un’avviata attività di famiglia per mettere in gioco le proprie idee e competenze.

“Il progetto era già concreto”, racconta Marco a 20Italie, “ma il mondo faticava a ripartire, le persone avevano paura, così ho aperto questo piccolo locale vicino casa, in un posto isolato. Oggi la più grande soddisfazione è vedere tre o quattrocento persone che affollano la piazza solo per venire a gustare i miei gelati.”

Come ci sei riuscito in così poco tempo?

“La qualità del prodotto, in prima battuta”, continua Marco, “poi il passaparola e infine l’attività di marketing e la presenza costante sul territorio.”

Sì, perché ad affiancare l’attività del punto fisso di Monticchio, ci sono anche tre carretti tradizionali con i quali Ikigai porta i suoi gelati a eventi, ricevimenti e manifestazioni, come la serata White Summer di Gambero Rosso, che ogni anno anima l’estate della Costiera Sorrentina. E a proposito di Gambero Rosso, è Marco a sussurrare con timido orgoglio che non si aspettava, a soli tre anni dall’apertura, i due coni della prestigiosa guida Gelaterie d’Italia.

“Speriamo in una riconferma nel mese di gennaio.”

Oggi si fa presto a dire gelato artigianale, ma cosa significa fare realmente un gelato artigianale?

“Il gelato artigianale – che non è ancora regolamentato da specifiche norme di legge (n.d.r.)- si racconta in modo breve, perché breve deve essere la lista degli ingredienti.”, prosegue Marco.

“Non utilizziamo emulsionanti, ma solo latte intero e panna fresca di origine italiana, farina di semi di carrube, zucchero d’uva, saccarosio e destrosio, oltre ai diversi ingredienti in base al gusto del gelato.”

Ikigai aderisce al progetto Eccellenze Contadine, una sezione di Città del Gelato, che seleziona materie prime da Presidi Slow Food e di origine Italiana. Nascono così alcuni dei gusti più originali della gelateria di Monticchio, che normalmente propone al banco una ventina di tipologie tra gelati, sorbetti e granite: il Vesuviano (gelato fior di bufala, variegato all’albicocca pellecchiella e nocciole pralinate) o il Siciliano (gelato alla mandorla d’Avola con variegatura di pistacchio crunch e mandarino tardivo di Ciaculli) o ancora il Gelato Gourmet al Provolone del Monaco (gelato con Provolone del Monaco dei F.lli Cacace, servito con albicocca pellecchiella e crumble al rosmarino), oppure la granita al gelso selvatico o quella di bergamotto.

Tra i gusti che hanno spopolato nel 2025 c’è il sorbetto alla Mela Annurca IGP con crunch di noci caramellate. Invece, il gusto del mese è sempre legato alla stagionalità dei prodotti: protagonista di novembre è stata ad esempio la castagna.

“Nel periodo delle festività non abbiamo creato il gusto del mese, ma ci siamo concentrati sulla produzione dei panettoni, fatti con lievito madre, burro e panna da affioramento.”

Ikigai infatti affianca all’attività di gelateria, anche quella di pasticceria tradizionale, avvalendosi del lavoro della pasticcera Ilenia Gargiulo.

I nuovi progetti?

“Al SIGEP di Rimini (Salone Internazionale Gelateria, Pasticceria, Panificazione Artigianali e Caffè. n.d.r.) abbiamo presentato una demo live e presto Tommaso Foglia ci dedicherà uno speciale sul suo programma A Scuola di Dolcezza, in onda su Discovery Channel”.

Quali sono i tuoi gusti gelato preferiti?

“Due grandi classici, cioccolato e pistacchio.”

Prima di lasciare Marco al suo lavoro gli chiediamo come mai la scelta di un nome giapponese per la sua gelateria:

“Il lavoro è la mia passione: con esso riesco a creare piccole gioie quotidiane per i miei clienti, che mi restituiscono un sorriso e la loro presenza quotidiana. Questa soddisfazione genera felicità, mi fa stare bene, mi ripaga con un senso di serenità che mi permette di raggiungere il mio IKIGAI.”

IKIGAI

Piazza S. Pietro in Monticchio

80061 Massa Lubrense (NA)

Puglia – Fatalone, il Dna della Famiglia Petrera nel Primitivo di Gioia del Colle

L’esistenza della viticoltura in Puglia è antecedente ai rapporti tra le popolazioni autoctone e i Fenici, i quali iniziarono a spingersi con le loro navi lungo i litorali della regione a partire dal 2000 a. C. per finalità commerciali. A questi antichi naviganti, provenienti dalla Cananea, va il merito di aver introdotto nuovecultivar e nuove tecniche di allevamento della vite più efficaci, esattamente come fecero con gliHistri, popolo dell’Istria, stanziali presso la Valle del fiume Arsa e la baia di Kalavojna, come in seguito la definirono i greci e che significa “buon vino”.

La storia della viticoltura in Puglia

Nell’area bagnata dal Mare Adriatico corrispondente a gran parte dei Balcani, Dalmazia inclusa, storicamente nota col nome di Illiria, si iniziarono a muovere i primi flussi migratori verso la Puglia, soprattutto verso il Salento, attorno al 1200 a.C. Gli Japigi, forse discendenti dai coloni cretesi stabilitisi a Taranto, furono la prima tribù a popolare queste terre, a cui seguirono prima i Peuceti e i Dauni, probabilmente originari dell’Albania, verso il VII sec. a.C. e successivamente, tra il IX e il X secolo a.C., i Choni e i Messapi.

Forti della lingua e di una civiltà definita da usanze e costumi comuni i Messapi si fusero con gli Japigi, dando così inizio alla cultura e al popolo di Messapia, il cui significato è “Terra tra i due Mari” corrispondente alle attuali subregioni di Murge e Salento. Tra realtà e leggenda, migrazioni, assonanze fonetiche e incroci di civiltà, le viti antenate del Primitivo attecchirono tanto nei Balcani che in Japigia, vasto territorio comprendente la Daunia, la Peucezia e la Messapia, sopravvivendo al tempo e alle dominazioni che modificarono il volto dei territori uniti dal Mare Adriatico, così come lo fecero i Greci dall’VIII sec. a.C. in poi, pur mantenendo relazioni di reciproco rispetto e indipendenza culturale.

Il Primitivo, origine di un nome

Per certi versi, l’incertezza storica che getta nebbia sull’origine definitiva di determinate popolazioni riguarda anche il Primitivo: però, tra i più accreditati studiosi di ampelografia, il dottor Antonio Calò reputava la comparsa del Primitivo in Puglia, o comunque la sua scoperta, risalisse al XVII secolo per merito dei monaci benedettini; tra costoro, molti partirono attorno al 1086 anche dall’Abbazia di Cava de’ Tirreni, un’importante sede monastica benedettina fondata nel 1011 da Sant’Alferio che, dopo il rinnovamento del XVI secolo, entrando nella Congregazione Cassinese, continuò a essere un centro spirituale e culturale, inviando monaci in missione, fondando altre comunità e sostenendo quelle preesistenti, a dimostrazione della sua influenza in Sud Italia.

Merito anche del re Federico II che nel 1194 favorì la viticultura, proteggendo le vigne esistenti, incoraggiandone coltivazione e sperimentazione, così come efficacemente fece la Riforma Gregoriana dopo il definitivo decadimento degli ordini monastici basiliani; in tutto ciò, rispetto al monachesimo, bisogna però si tenga conto che una precedente opera di diffusione delle uve potesse essere già stata messa in atto nella seconda metà del IV secolo dai monaci Basiliani trasferitisi dalla Grecia, persino nelle odierne province diBari e Taranto. Sicuramente, senza i monasteri e senza la perseveranza benedettina di quelle viti non sarebbe rimasta traccia alcuna.

Va evidenziato comunque che il Calò, rispetto alla sua tesi, fu preceduto da Giuseppe Di Rovasenda, il quale pure asseriva che il periodo in cui apparve il Primitivo fosse databile attorno al XVII secolo, ma per altre ragioni: infatti, l’autore del Saggio di Ampelografia Universale asseriva che le marze di Primitivo giunsero grazie ai profughi slavi originari di Zagabria dopo diverse ondate migratorie, spinti anche dall’egemonia saracena.  Non a caso SchiavoneMontenegroAlbanese Zagarese, sono sinonimi del Primitivo gioiese

Quel che è certo è che è a Francesco Filippo Indellicati, nato a Gioia del Colle nel 1767, che va riconosciuto il merito di selezionare e classificare il Primitivo, dandone definizione per la prima volta nel XVII secolo, come appunto asserito dal Calò; Indellicati, appassionato studioso di Botanica e Agronomia, oltre che dignitario papale, divenne primicerio del capitolo della Chiesa Madre di Gioia del Colle e, secondo Francesco Antonio Sannino, fu colui che nel 1799 avviò ufficialmente la coltivazione del Primitivo di Gioia del Colle in un terreno di otto quartieri di estensione in località Liponti, presso la contrada Terzi di Gioia del Colle.

Filippo Indellicati aveva particolarmente a cuore questa cultivar, notando all’epoca che raggiungeva la maturazione fenolica in agosto, precocemente rispetto alle altre uve. Fu per queste ragioni che, nel gergo dialettale gioiese, l’uva veniva chiamata Primativo, detto anche Primaticcio, ma non è escluso che l’etimo avesse a che fare con la carica ecclesiastica ricoperta dall’Indellicati stesso, come asserito anche dal prof. Giuseppe Musci nel 1919, al tempo direttore dei Consorzi di Difesa della Viticultura di Bari.

L’arco temporale intercorso tra gli inizi dell’800 fino ai primi anni ’50 ha visto l’annessione del Mezzogiorno al resto d’Italia, il cosiddetto Brigantaggio, la Grande Guerra e la Seconda Guerra Mondiale, eventi che hanno cambiato per sempre, assieme alle grandi migrazioni, il volto del nostro Paese e che hanno richiesto un immane sforzo per la ricostruzione e, soprattutto nell’Italia del Sud, tanta fatica contadina.

La famiglia Petrera

Un punto di riferimento fondamentale per la preservazione del patrimonio vitivinicolo gioiese e il futuro del Primitivo di Gioia del Colle in quest’epoca è stato il punto in cui Nicola Petrera, nato nel 1827, decise di costruire la propria casa, senza sapere che la scelta di un luogo, nelle mani di un suo futuro erede, diventerà la pietra miliare per dare grandezza al nome di questo emblematico vitigno pugliese; infatti, agli inizi del XIX secolo elesse la sommità della collina di Spinomarino per la sua dimora con tutta la tenuta attorno per praticare la viticoltura.

Il lavoro, tra disboscamento, lo scavo dei pozzi per fare scorta idrica e l’estrazione della roccia con cui venne costruita la casa trullo, fu davvero durissimo, ma il sacrificio non andò perduto e neanche le parole di Nicola, che riassumono i valori familiari e l’abnegazione per la fatica in vigna: “chi ama e rispetta la Natura, ama Dio e se stesso”. La casa trullo, come vedremo di seguito, resta un vero e proprio punto cospicuo per coloro che vogliono ripercorrere la storia del Primitivo, così radicato nel dna della Famiglia Petrera, tanto che ancora oggi è possibile vedere sulla sua sommità una roccia con sopra inciso un triangolo, simbolo geodetico che identifica la masseria come riferimento cartografico.

Il lavoro però era ancora tanto e mancava molto a ciò che la tenuta avesse l’aspetto attuale: a proseguire l’opera di Nicola è stato il figlio Filippo Petrera, nato nel 1852 e detto Fatalone, termine designante nel gergo locale un Don Giovanni e che da allora sarà il soprannome familiare dei Petrera. Filippo visse fino a 98 anni facendo colazione fino all’ultimo giorno con mezzo litro di Primitivo e mezzo litro di latte appena munto. A ereditare l’impegno di Flippo, nel proseguire l’opera avviata dal padre Nicola e poi da lui stesso, sarà Pasquale Petrera, nato nel 1913, il quale chiamerà suo figlio Filippo Vito Petrera, come tradizione vuole.

Nasce il progetto “Fatalone

Filippo, è un uomo risoluto e dal grande amore per la sua terra, quando lo si interroga a proposito del destino la sua risposta è semplice: non che il destino abbia voluto così, sciocchezze! In realtà è il risultato di come ci si pone nel rapporto con la Natura, ovvero il Creato e il Creatore, e col prossimo ed è quindi semplicemente l’effetto delle nostre azioni. Nel portare avanti la tenuta la capacità di Filippo sarà quella preservare e coniugare tanto l’eredità, costituita dai vigneti familiari, quanto di fare tesoro della conoscenza enologica di suo suocero Giuseppe Orfino, nato nel 1921 e venuto a mancare nel 2016. Con molte difficoltà Filippo Petrera riuscirà a realizzare il suo sogno più grande: dar lustro e identità al nome del Primitivo di Gioia del Colle imbottigliandolo in purezza per la prima volta!

Perché ciò potesse accadere Filippo iniziò a confrontare l’evoluzione dei vini prodotti fra suo padre e suo suocero per comprendere quale procedimento di vinificazione potesse essere più efficace a rendere il Primitivo più espressivo e longevo. La svolta si ebbe con l’annata 1981, emblematica per Filippo in quanto la materia prima aveva finalmente incontrato il giusto peso della mano dell’uomo e la bottiglia recava con sé il messaggio di un sogno che presto si sarebbe realizzato.

Arrivò il 1987 e, dopo una lunga lotta di carte bollate condotta assieme al dott. Erasmo Pastore, Filippo Petrera restituì il Primitivo di Gioia del Colle al suo legittimo destino, vedendosi finalmente riconosciuta la Doc Primitivo di Gioia del Colle, ottenendo altresì tutte le autorizzazioni necessarie per produrre, imbottigliare e promuovere il Primitivo in purezza. Filippo Petrera, quando accarezza i filari vicino casa sua, ricorda bene quei momenti e, oltre ad essere divenuto presidente del relativo Consorzio, nel 1988 vide la vendemmia del 1987 diventare la prima annata e realizzare prima bottiglia ufficiale con il marchio Fatalone. Era la grande annata di suo padre Pasquale e di suo suocero Giuseppe, tutto il vino imbottigliato ed etichettato a mano! U’ Pr’mativ’e!

Oggi, con Pasquale Petrera, figlio di Filippo e classe del ’78, assumiamo che per riconoscere la grandezza del Primitivo di Gioia del Colle ci sono volute ben 5 generazioni e l’unione di due famiglie, legate per la vita, la passione per la vitivinicoltura e il lavoro.

La cantina Fatalone Petrera si eleva in contrada Gaudella a 365 metri sul livello del mare, in un punto di Gioia del Colle pressoché distante dal Mar Adriatico e il Mar Jonio, a circa 45 chilometri, contando 9 ettari tutti intorno alla proprietà in un territorio ricco di storia: siamo pur sempre nella subregione delle Murge, un tempo abitata dai Peuceti, come dimostrano gli scavi archeologici e il vasellame destinato a contenere vino e olio presso il Monte Sannace.

Qui il terreno, del tipo argilloso-calcareo a medio impasto, ricco di minerali e con presenza di fossili marini, costituisce un valore aggiunto, capace di conferire ai vini di questa azienda agricola la caratterizzante freschezza e mineralità, che sono da ricercarsi anche nella consuetudine di impiantare le barbatelle a circa un metro di profondità, di modo che l’apparato radicale possa espandersi e captare l’umidità intrappolata nel suolo.

I vini

Ecco perché Pasquale Petrera sostiene che tutto parte dalla terra.

La prima generazione ha domato la terra e ha gettato le basi per l’attuale azienda, la seconda e la terza hanno ampliato e gestito con cura i vigneti, la quarta ha scolpito il nome del Primitivo di Gioia del Colle nella storia dell’enologia italiana e Pasquale Petrera, la quinta generazione, ha proiettato le cantine Fatalone nel futuro: l’attuale titolare racconta fieramente di quanto l’azienda sia stata pioniera nella conversione all’agricoltura biologica, la 288^ in tutta la Puglia e la Basilicata contemplando tutti i modelli agronomici e zootecnici, inclusi quelli con produzione diversa da uva da vino.

Pasquale riporta altresì che, quando era stata riconosciuta la Doc nel 1987, la sua famiglia, con un totale di 4,75 ettari, era tra i pochi possidenti di vigneti impiantati a Primitivo, per un totale di 12 ettari, in un’area in cui il vitigno era stato quasi completamente espiantato e che, grazie alla sua famiglia e alla sua personale visione, oggi gode di una fama internazionale, visto il buon posizionamento di mercato dei vini in diversi Paesi. La cantina Fatalone Petrera persegue un rigido protocollo di agricoltura biologica, senza irrigazione e favorendo l’inerbimento spontaneo con la pratica del sovescio.

Quattro le referenze di Casa Petrera, tutte non chiarificate, stabilizzate o filtrate, a basso contenuto di solfiti e prodotte esclusivamente con proprie uve: il Fatalone Primitivo Riserva e il Fatalone Primitivo di Gioia del Colle Doc, le cui viti, impiantate nel 1990, affondano le radici negli stessi suoli attorno alla proprietà e vengono allevate con una moderna versione di Alberello Pugliese con due capi a frutti adattato a spalliera, rispettivamente per un totale di bottiglie prodotte di 15 mila e 25 mila.

Per la versione riserva 12 mesi in acciaio e 12 mesi in botti di Rovere di Slavonia da 750 litri, con la peculiarità della musicoterapia al fine di ottimizzare lo spontaneo processo di micro-ossigenazione e favorire l’affinamento del vino stesso, per definitivi 6 mesi in bottiglia prima dell’immissione sul mercato. Il Teres Primitivo Rosato Igt Puglia viene prodotto a metà ottobre, frutto dei racemi delle viti di questa cultivar, per un totale di 6000 bottiglie, ottenute da una fermentazione spontanea e macerazione di 30 ore in solo inox e malolattica naturale.

Infine lo Spinomarino Greco Igt Puglia, frutto di viti allevate a pergola tra i due e i quattro capi a frutto, ottenuto da pressatura soffice senza diraspatura con breve macerazione in pressa di 24 ore, fermentazione spontanea in in acciaio a temperatura controllata con soli lieviti indigeni per 4500 bottiglie totali.

L’ottimizzazione assidua del prodotto, a partire dal miglioramento delle pratiche agronomiche ed enologiche, è una costante della cantina Fatalone Petrera, meditante piani di valorizzazione, ricerca e sviluppo: infatti, non sono mancate negli anni coincidenti al passaggio di testimone a Pasquale, cooperando ad esempio nel 2000 con ad un programma di ricerca dell’Istituto per la Viticoltura di Turi per la selezione clonale dei vitigni di Primitivo presenti sul territorio.

Nel 2003 è stata avviata la collaborazione con la Facoltà di Agraria dell’Università della Basilicata sulla caratterizzazione chimica dei vini Doc e Igt del Sud-Italia, compresa la ricerca in partnership con il Centro Nazionale Ricerca dell’Università di Lecce, sull’identificazione, la caratterizzazione e la selezione dei lieviti presenti nel Primitivo.

Non ultimo, tra il 2005 e il 2007, la cantina Petrera ha lavorato, in collaborazione con il Centro Ricerche e Analisi Agroalimentari di Bari, autorizzato dal Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca, sulle possibili strategie per la prevenzione della contaminazione da ocra-tossina A nei vini, coadiuvata dal Dipartimento di Chimica dell’Università La Sapienza di Roma e con la supervisione dell’Istituto Superiore della Sanità.

La nostra redazione ha avuto il piacere di raggiungere Pasquale Petrera per porgli qualche domanda:

Quali sono i tratti più caratterizzanti dei vini Fatalone?

In Natura, un’osservazione umile, aperta e sincera è la chiave per un vero apprendimento e una vera comprensione di ciò che realmente accade nel vigneto e di ciò di cui la vite ha effettivamente bisogno. È il modo per sentirsi e percepire veramente se stessi come parte del tutto, accettandone pacificamente l’imprevedibilità di annate non sempre favorevoli e lasciandosi guidare da esse, dandovi giusta e opportuna interpretazione. Ciò per noi, vignaioli da 5 generazioni, stabilisce la differenza tra chi parla di tradizione e chi la pratica, facendo tesoro di tutti gli insegnamenti che ci derivano da cooperazioni con atenei e istituzioni scientifiche.

Coerenza e fedeltà alle nostre radici, una visione ampia e lungimirante, vivendo il presente con la consapevolezza che c’è sempre da imparare è ciò che noi accomuniamo alla roccia, al vento marino e al sole che leviga le nostre uve.

A cosa dovrebbe essere imputata nel complesso l’attuale crisi del vino e come la state fronteggiando?

I fattori sono complessi e dinamici, alcuni tornano con una certa ciclicità altri sono conseguenze di un’epoca particolare. Potrei parlare di dazi ed errate politiche agricole, eccessiva fiducia in una certa maniera di comunicarsi o staticità sui mercati, ma mi limito semplicemente a dire il vino sta vivendo un processo di selezione naturale e che ciascuno è libero di percorrere la propria strada come meglio crede.

Riguardo a ciò che facciamo, credo che Il concetto di resilienza nel nostro percorso vinicolo familiare sia strettamente legato alle difficoltà e alle sfide intese non come momenti, ma come una costante che perdura ancora oggi, dopo che il nostro capostipite gettò nel 1800 le fondamenta di quella che ancora oggi si può considerare una pietra angolare per gli estimatori del Primitivo di Gioia del Colle.

Mio padre nacque durante la Seconda Guerra Mondiale, visse la povertà della vita di campagna di quel periodo nel Sud Italia, poi emigrò al Nord Italia per cercare lavoro come operaio siderurgico, ma all’inizio degli anni ’80 decise di tornare a casa per prendere in mano l’azienda agricola di famiglia e liberare il Primitivo dalla sua reputazione di vitigno a bassa resa, adatto solo alla produzione di vino sfuso da assemblare con altre uve più ritenute più pregiate.

Rilevò alcuni dei pochi vecchi vigneti di Primitivo autoctono ancora esistenti a Gioia del Colle e ne piantò di nuovi quando tutti gli altri stavano estirpando il Primitivo per sostituirlo con altre varietà più produttive. Quando iniziò a imbottigliare il Primitivo nel 1987, possedevamo 4,75 ettari su una superficie totale di una dozzina di ettari distribuiti su tutto il territorio della Doc di Gioia del Colle.

Dare inizio alla nostra avventura con l’imbottigliamento del Primitivo alla fine degli anni ’80, subito dopo lo scandalo del metanolo, operare in un contesto difficile come quello del Sud Italia, avvicinare lo scettico cliente internazionale introducendo un vitigno quasi sconosciuto, proveniente da una regione del Sud Italia quasi altrettanto sconosciuta, elementi entrambi associati alla produzione di vino sfuso, è stata un’impresa che ha richiesto non poco coraggio e fiducia nei nostri mezzi, provando e riprovando per almeno sei vendemmie prima di arrivare a imbottigliare con il nostro nome.

Quindi la nostra risposta a una sfida costante è sempre stata la costanza e la coerenza nel seguire le nostre passioni e i nostri sogni, lavorando duramente nel pieno rispetto delle buone e rispettose pratiche di campagna, dando profondità, autenticità e valore a ciò che facciamo con quell’ostinata passione che ci ha condotto oggi esattamente dove siamo.

È tutto legato ad una sola questione: sapere chi sei e, qualunque cosa cambi intorno a te, rimanere esattamente lo stesso. È pura personalità, dignità e orgoglio, ma è anche senso di onestà e rispetto per chi ha imparato ad amare i nostri vini e ci scegli per ciò che siamo, senza lasciarci affabulare dalle lusinghe della moda o dall’andamento, talvolta volubile, dei mercati.

Un obiettivo da raggiungere nei prossimi anni…

Migliorarci anzitutto, continuando a dialogare con le nostre viti con il linguaggio tramandato da 5 generazioni, interrogandole con i mezzi più etici e innovativi per prevenirne le esigenze, ottimizzando sempre più la vendemmia, anno dopo anno.  Naturalmente vorremmo che la nostra storia, la storia del Primitivo di Gioia del Colle, incontri sempre più appassionati nel mondo, ma soprattutto che tanti appassionati possano venire a trovarci, toccando con mano quel che facciamo e raccontarlo al mondo

Lombardia: Galleria Campari, dove l’arte incontra l’aperitivo italiano

“Campari gira, al ritmo del tuo tempo-o, Campari gira sempre insieme a te.” Chi ricorda questo jingle ha qualche annetto sulle spalle, come me del resto. Siamo nel lontano 1987 e l’estate italiana esplodeva tra spiagge affollate, radio accese e quello slogan che sembrava inseguirti ovunque. L’ho riascoltato durante la mia visita alla Galleria Campari ed è stato per me un tuffo nel passato.

Nel cuore di Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, sorge la Galleria Campari, uno spazio interattivo e multimediale che celebra il legame profondo tra il celebre bitter rosso e il mondo dell’arte, della comunicazione e del design.

Inaugurata nel 2010, in occasione del 150° anniversario del brand, la Galleria è ospitata nella storica palazzina Liberty che fu sede della prima fabbrica Campari, costruita nel 1904 da Davide Campari. Dopo oltre un secolo di attività produttiva, l’edificio è stato trasformato in un museo d’impresa su progetto degli architetti Mario Botta e Giancarlo Marzorati, diventando il cuore culturale del Campari Group.

La collezione permanente comprende oltre 4.000 opere, tra manifesti pubblicitari, bozzetti, oggetti di design e spot cinematografici firmati da artisti e registi di fama internazionale come Fortunato Depero, Bruno Munari, Ugo Nespolo, Federico Fellini e Paolo Sorrentino. Il percorso museale si articola su due piani: il primo dedicato alla storia del marchio attraverso le sue campagne artistiche e pubblicitarie; il secondo focalizzato sul prodotto, con bottiglie storiche, merchandising vintage e ambientazioni legate al mondo del bar.

Oggi Campari è un’icona. Ma per capire davvero la sua anima, dobbiamo tornare indietro, a quando Gaspare Campari nel 1860 mescolava erbe e spezie nel retrobottega del suo Caffè di Novara, cercando il gusto perfetto. Quando servì il suo nuovo liquore, dal gusto amaro e dal colore rosso acceso, i clienti lo chiamarono “il Bitter del Signor Campari”.

Nel 1862 Gaspare si trasferisce a Milano, dove apre il Caffè Campari nel Coperto dei Figini, un edificio rinascimentale con portici, poi demolito nel 1864 per fare spazio alla costruzione della più nota Galleria Vittorio Emanuele II.

Campari, inizialmente, si occupò personalmente della promozione dei suoi prodotti. Il primo annuncio pubblicitario fu un trafiletto testuale pubblicato sul Corriere della Sera il 7 gennaio 1889

Ma fu grazie al figlio Davide, che il Bitter si trasforma in un simbolo, in un marchio. Davide non era solo un imprenditore. Era un visionario.

Nel 1904 apre lo stabilimento di Sesto San Giovanni, segnando il passaggio dalla bottega artigianale alla produzione industriale. Ma la sua vera rivoluzione è nella comunicazione: Davide Campari capisce che per distinguersi serve parlare al pubblico con l’arte.

Nel 1915 inaugura il Camparino in Galleria, rivoluzionando il modo di gustare il bitter. Il locale presto divenne il simbolo dell’aperitivo e un punto di ritrovo per artisti e intellettuali. Fu il primo Caffè con un sistema idraulico che portava l’acqua frizzante direttamente dalle cantine al bancone per preparare i cocktail.  

Negli anni ’20 e ’30, stringe collaborazioni con artisti come Fortunato Depero, genio del Futurismo, che disegna manifesti audaci e anche la celebre bottiglietta conica del Campari Soda, lanciata nel 1932, porta la sua firma. Un oggetto di design puro, senza etichetta.

Davide commissiona anche opere a Leonetto Cappiello, autore del famoso Spiritello avvolto nella buccia d’arancia, e a Marcello Dudovich, maestro dei manifesti pubblicitari.

Per Davide, l’arte non è decorazione, è identità. “Campari è diverso, quindi lo comunicheremo in modo diverso”, diceva.

Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, Campari visse un periodo di grande difficoltà, ma anche di resilienza e trasformazione.

Con l’entrata dell’Italia nel conflitto, l’azienda decise di sospendere la produzione del suo celebre Bitter. Le ragioni erano legate sia alla scarsità di materie prime, sia alla volontà di non compromettere la qualità del prodotto.

La rinascita arriva l’11 maggio 1946, in un momento simbolico per Milano e per l’intero Paese: la riapertura del Teatro alla Scala, ricostruito dopo i bombardamenti. A dirigere il concerto inaugurale è Arturo Toscanini, figura emblematica della cultura italiana. Campari è presente, sponsorizzando la trasmissione radiofonica dell’evento, e riaffermando il suo legame profondo con l’arte, la musica e la rinascita culturale.

Nel 1960, arriva un’altra tappa storica: in occasione delle Olimpiadi di Roma, diventa il primo sponsor ufficiale dei Giochi Olimpici nella storia moderna. Un gesto visionario, che anticipa di decenni il concetto di brand come protagonista attivo nella narrazione sportiva e culturale.

Nel 1964, Bruno Munari, altroimportante artista dell’entourage Campari, realizza la celebre “Declinazione grafica del nome Campari”, un’opera che segna un momento cruciale nella storia della pubblicità visiva italiana. Creata per celebrare l’apertura della prima linea metropolitana di Milano (M1), questa composizione fu ideata per essere percepita in movimento, pensata appositamente per i viaggiatori in transito. Il suo design permette al messaggio di rimanere chiaro e riconoscibile anche se osservato solo in parte o per pochi istanti.

Negli anni ’60 e ’70, Franz Marangolo fu l’ultimo grande illustratore a firmare i manifesti pubblicitari di Campari prima che la fotografia prendesse il sopravvento nella comunicazione visiva del marchio. Le sue opere, eleganti e minimali, ritraevano figure femminili slanciate e uomini dal portamento sicuro, che ricordavano le star del cinema come Audrey Hepburn e Gregory Peck.

Negli anni Ottanta arriva una svolta decisiva nella comunicazione visiva, aprendo la strada a collaborazioni con grandi maestri del cinema. Il 1984 è l’anno che entra nella storia: Federico Fellini, icona del cinema mondiale, firma il suo primo spot pubblicitario per il brand.

Il cortometraggio, pensato per il pubblico italiano, è molto più di una semplice réclame. In sessanta secondi, Fellini costruisce una micronarrazione surreale ambientata su un treno: una donna annoiata e un uomo si sfidano in un gioco di sguardi mentre fuori scorrono paesaggi mutevoli. Con un telecomando, la donna cambia le immagini fino a quando l’uomo le mostra il Campo dei Miracoli di Pisa, dove campeggia una bottiglia di Campari. Un omaggio alla bellezza italiana e al potere dell’immaginazione, che trasforma la pubblicità in arte.

Con Fellini, Campari inaugura una nuova era: la pubblicità non è più solo promozione, ma narrazione cinematografica. Questo approccio si consolida negli anni successivi con altri volti noti.

Alla fine degli anni ’90 Campari firma uno dei suoi spot più audaci: Il Graffio, diretto da Tarsem Singh, regista indiano celebre per il linguaggio visivo potente e surreale. Ambientato in un elegante hotel durante una festa sofisticata, il cortometraggio racconta un gioco di sguardi tra due donne, in un crescendo di tensione e ambiguità che culmina in una rivelazione: il desiderio non conosce confini.

Considerato il primo spot italiano a sfiorare il tema dell’omosessualità femminile, Il Graffio non usa parole esplicite, ma lascia parlare le immagini. Il gesto che dà il titolo alla campagna, un graffio, diventa simbolo di rottura e identità.

Negli ultimi vent’anni, Campari ha cambiato il modo di comunicare il proprio marchio, trasformandolo in un’esperienza completa e coinvolgente. Non si limita più agli spot in TV, ma ha creato un mondo che include arte, moda, cinema e digitale.

Tra le iniziative più famose ci sono i Calendari Campari, diventati veri pezzi da collezione. Hanno avuto come protagoniste donne bellissime e di grande carisma, come Penélope Cruz, Eva Mendes, Uma Thurman, Salma Hayek e molte altre. Ogni calendario racconta una storia e un’idea creativa che mette in risalto il rosso Campari, simbolo di passione ed eleganza.

E’ del 2010, in occasione del 150 anni del marchio, l’inaugurazione della Galleria Campari.

Il 10 dicembre 2024 Campari Group ha lanciato la campagna globale “Take Time to Taste” per promuovere un consumo responsabile.

Con cocktail iconici come Aperol Spritz, Americano e Negroni, il Gruppo invita i maggiorenni a godersi i momenti di convivialità con calma, mettendo al primo posto moderazione e responsabilità. Che la Red Passion sia con voi!

La Sardegna di Vinodabere: più di 40 aziende ed oltre 200 vini a Roma il 13 e 14 dicembre

per scoprire il fascino di un’isola che è un vero e proprio piccolo continente

Quarta edizione di La Sardegna di Vinodabere

Evento esclusivo dedicato ai vini dell’isola

Hotel Belstay, Via Bogliasco, 27 – Roma

Per il quarto anno consecutivo torna La Sardegna di Vinodabere, evento nato per promuovere, e far scoprire il carattere, la varietà, le peculiarità e la complessità vitivinicola di una regione che è un vero e proprio piccolo continente.

Più di 40 aziende con più di 200 vini in assaggio

Sabato 13 e domenica 14 dicembre, all’Hotel Belstay a Roma, sarà possibile incontrare ai banchi di assaggio numerosi produttori sardi (oltre 40 aziende), in rappresentanza delle tante aree (vere e proprie sub-regioni) dove si producono vini di qualità elevata. Tra più di 200 referenze tra bianchi, rosati, rossi, vini dolci e ossidativi, e perfino bollicine, ci si potrà orientare per apprezzare, come merita, la ricchezza enologica della Sardegna, conoscere i vignaioli che la animano e sperimentare nel calice lo stato dell’arte della viticoltura sarda, giunta ormai a livelli di indiscutibile eccellenza.

Un viaggio attraverso i sensi, dunque, tra le produzioni provenienti dai territori di Gallura, Mamoiada, Mandrolisai, Ogliastra, Oliena, Orgosolo, Oristanese, Romangia, Sulcis e Sud Sardegna., alcuni dei quali diventeranno i protagonisti della masterclass in programma sabato 13 dicembre.

Lo sponsor principale dell’evento è il Consorzio per la Tutela del Formaggio Pecorino Romano (che ha sede in Sardegna, maestra assoluta di caseificazione di tutto il Centro tirrenico).

Lo sponsor tecnico è invece rappresentato dall’Acqua Smeraldina.

Programma

sabato 13 dicembre

dalle 11:30 alle 12:45:

Masterclass “La Sardegna dell’enologo Andrea Pala”, condotta dall’enologo Andrea Pala, dai critici enogastronomici Dario Cappelloni collaboratore di DoctorWine , Raffaele Mosca (Decanter , Gambero Rossolucianopignataro.it) e dal giornalista Maurizio Valeriani, direttore della testata Vinodabere.

Un viaggio sensoriale in tre areali della Sardegna: Gallura, Coros (in particolare Usini) e il Sud della Sardegna, in compagnia di uno degli enologi sardi più apprezzati in Italia.

Vini in degustazione:

  • Vermentino di Gallura Spumante 2023 – Culuccia
  • Vermentino Donna Ma’ 2024 – Culuccia
  • Vermentino di Gallura Tandu 2024 – Tenute Li Signori
  • Vermentino di Gallura Superiore Emmu 2024 – Tenute Li Signori
  • Vermentino di Gallura Junior 2024 – Campianatu
  • Vermentino di Gallura Superiore 2023 – Campianatu
  • Vermentino di Sardegna 2024 – Galavera
  • Cagnulari Beranu 2023 – Galavera
  • Vermentino di Sardegna Cardile 2024 – Nuraghe Antigori
  • Bovale 2024 – Nuraghe Antigori

Costo: 35 euro

Prenotazione qui: link

dalle 14:00 alle 16:00

Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 12 dicembre (e ricevendo poi conferma) a operatorivinodabere@gmail.com

Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 12 dicembre (e ricevendo poi conferma) a stampavinodabere@gmail.com

Apertura banchi di assaggio per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso): kit di degustazione 25 euro.  L’acquisto del kit di degustazione è possibile on line qui: link, oppure direttamente al desk dell’evento.

dalle 16:00 alle 20:00

Apertura banchi di assaggio per il pubblico (kit di degustazione 35 euro con calice incluso), per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso kit di degustazione 25 euro). L’acquisto del kit di degustazione è possibile on line qui: link, oppure direttamente al desk dell’evento.

Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 12 dicembre (e ricevendo poi conferma) a operatorivinodabere@gmail.com

Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 12 dicembre (e ricevendo poi conferma) a stampavinodabere@gmail.com

domenica 14 dicembre

Dalle 10:30 alle 18:30

Apertura banchi di assaggio per il pubblico (kit di degustazione 35 euro con calice incluso), per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso kit di degustazione 25 euro). L’acquisto del kit di degustazione è possibile on line qui: link, oppure direttamente al desk dell’evento.

Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 12 dicembre (e ricevendo poi conferma) a operatorivinodabere@gmail.com

Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 12 dicembre (e ricevendo poi conferma) a stampavinodabere@gmail.com

Apertura banchi di assaggio per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso): kit di degustazione 25 euro. L’acquisto del kit di degustazione è possibile on line qui: link, oppure direttamente al desk dell’evento.

Per conoscere le aziende ed i vini presenti nei banchi di assaggio e per ogni altra informazione sull’evento collegatevi qui.

Vinodabere (www.vinodabere.it) è una testata giornalistica on line che da anni promuove con i suoi articoli e con i suoi eventi la cultura enogastronomica, dando visibilità a realtà già note e storiche come a quelle nuove e da scoprire.

I territori, i vini e le specialità gastronomiche della Sardegna sono sempre stati, sin dalla sua nascita, al centro dell’attenzione della testata giornalistica Vinodabere e del suo direttore Maurizio Valeriani.

La Guida ai Migliori Vini della Sardegna (link), giunta alla ottava edizione, pubblicata on line ad agosto 2025, ha visto un numero di letture incredibile (oltre 500 mila).

La rinascita gentile del Nebbiolo del Nord

A Stresa, dal 9 al 11 novembre 2025, è andata in scena l’ottava edizione di “Taste Alto Piemonte”

C’è un Piemonte che guarda le Alpi e respira un clima più sottile, dove i vigneti si arrampicano su colline di porfido rosso, sabbie antiche e morene glaciali. È l’Alto Piemonte, una delle culle storiche del Nebbiolo, oggi al centro di una rinascita silenziosa ma poderosa, guidata dal Consorzio Nebbioli Alto Piemonte, l’Ente che tutela e promuove 10 denominazioni, di cui 1 DOCG e 9 DOC:

DOCG: Ghemme; DOC: Gattinara, Boca, Bramaterra, Lessona, Sizzano, Fara, Colline Novaresi, Coste della Sesia, Valli Ossolane. In tutte il vitigno centrale è il Nebbiolo, spesso accompagnato da Vespolina, Uva Rara e Croatina.

A Stresa dal 9 al 11 novembre si è tenuta l’ottava edizione di Taste Alto Piemonte nel bellissimo ed elegante contesto del Grand Hotel des Iles Borromées & Spa, con la impeccabile organizzazione della agenzia stampa ab-comunicazione di Anna Barbon che ha dato all’evento il respiro internazionale che l’Alto Piemonte merita.

Fondato con l’obiettivo di dare voce unitaria a un mosaico di terroir frammentati e molto diversi tra loro, il Consorzio riunisce produttori, cantine e realtà locali, facendosi garante dei disciplinari e promotore della qualità. La sua missione è chiara: raccontare al mondo un’interpretazione del Nebbiolo diversa da quella delle Langhe, meno muscolare e più raffinata, figlia di suoli unici e di un clima che guarda a nord.

La caratteristica che accomuna i Nebbioli dell’Alto Piemonte è la freschezza cristallina, la precisione aromatica, la tensione minerale. È un Nebbiolo che seduce senza alzare la voce: elegante, austero, verticale.

Se le Langhe restano il riferimento mondiale del Nebbiolo, l’Alto Piemonte sta mostrando una via alternativa: vini che parlano di roccia e vento, meno opulenti e più taglienti, capaci di un’evoluzione lenta e precisa nel tempo. Una seconda giovinezza che il Consorzio sta scrivendo giorno dopo giorno, con l’ambizione di riportare queste colline nel panorama internazionale che meritano. Il Presidente Andrea Fontana ha ribadito che sarà fatto ogni sforzo possibile per riportare i Nebbioli dell’Alto Piemonte agli antichi splendori. “D’altronde è qui che fu portato il vitigno dagli antichi romani”.

Le prime testimonianze scritte risalgono al XIII secolo”, come ci ricorda Antonello Rovellotti, ma studi ampelografici e storici fanno pensare a origini ancora più lontane, forse romane o addirittura celtiche. Certo è che già nel Medioevo i vini “nebbiolati” erano considerati di pregio e venivano serviti sulle tavole delle famiglie nobili del nord Italia.

Il suo territorio d’elezione: l’Alto Piemonte

Il Nebbiolo è una pianta esigente: vuole colline ripide, terreni calcareo-argillosi, altitudini tra i 250 e i 500 metri, escursioni termiche e soprattutto esposizioni perfette. È un vitigno che non accetta mezze misure: dove non trova ciò che vuole, semplicemente non dà grandi risultati.

Nella degustazione con le ultime annate delle dieci denominazioni dell’Alto Piemonte, emerge uno stile comune: vini verticali, agrumati, spesso caratterizzati da note erbacee e una beva scorrevole. A tratti austeri per gioventù, ma con grande potenziale di evoluzione.

I tratti più significativi:

Colline Novaresi DOC Bianco

Erbaluce in purezza non dichiarabile in etichetta: sapidità, note pepate, frutta bianca, erbe officinali. Chiusura amara ma molto pulita.

Boca DOC

I più snelli ed eleganti: frutti rossi non maturi, note verdi e grande sapidità. Il campione 5 spicca per intensità aromatica.

Bramaterra DOC

Freschezza e tannino deciso: agrumi, alloro, nocciola, richiami di rabarbaro e chinotto. Il campione 9 si distingue per equilibrio.

Nebbiolo Colline Novaresi e Coste della Sesia

La serie più eterogenea: melograno, bergamotto, note tostate, china e pompelmo rosa. Elegante il campione 20; più rustico e longevo il 17.

Fara DOC

La denominazione più morbida della giornata: ciliegia matura e tannini più docili. Il 23 è il più equilibrato.

Gattinara DOCG

Agrumi, cuoio, balsamicità. Tannino serrato ma pieno. Il campione 31 è il più armonico.

Ghemme DOCG

Affilato e fresco: pompelmo, arancia amara, note verdi e tannino evidente. Il 41 è il migliore per profondità.

Lessona DOC

Tra i più convincenti: floreale, sanguinella, eleganza naturale. Il 2019 (campione 42) è impeccabile.

Sizzano DOC

Profilo floreale, agrumi e liquirizia. Il 2020 (44) il più fine.

Valli Ossolane DOC – Prünent

La sorpresa dell’evento: fiori, sottobosco, spezie, grande equilibrio. I campioni 49 e 50 sono i più emozionanti dell’intera degustazione.

Lessona, alcuni Ghemme e soprattutto i Prünent confermano la straordinaria vocazione di questa parte di Piemonte per vini longevi e raffinati.

Una panoramica che conferma la vocazione dell’Alto Piemonte per vini freschi, tesi e longevi. Tannino, acidità e agrumi sono fili conduttori.

Tra i più convincenti: Lessona, una parte dei Ghemme, e soprattutto i Prünent, capaci di unire tradizione e sorprendente eleganza moderna.

Montecrestese è una porta silenziosa sulla Val d’Ossola, un luogo dove la montagna non è solo paesaggio, ma cultura. Qui la vite cresce su terrazzamenti antichi, muri a secco che si aggrappano alla pietra come fossero righe scritte sulla valle. Camminarci dentro significa incontrare il legame più antico tra uomo e territorio: un lavoro lento, verticale, fatto di fatica e pazienza.

Le vigne di Montecrestese sono piccole, preziose, scolpite nella montagna. Qui maturano uve quasi eroiche, allevate in pendenza, esposte al vento, con un clima alpino che regala escursioni termiche e profumi nitidi. L’uva qui si concentra, si asciuga, si riempie di montagna: aromi puliti, freschezza, mineralità, una schiettezza che è identità.

E quando, tra un filare e l’altro, si guarda l’intera valle dall’alto, si ha la sensazione di vedere un mosaico. Matteo Garrone ci racconta la storia della valle e lo spopolamento vissuto nel secolo scorso, che ha portato a una riduzione drastica degli ettari vitati, a beneficio dell’industria. Il clone di Nebbiolo che viene prodotto in queste zone prende il nome di “Prunent”, un clone ottenuto da varie selezioni massali che lo rendono più resistente e con grappoli più grandi.

Oira – light lunch presso Cà d’Matè

Cà d’Matè è un bel casale che si trova nel paese di Oira, di proprietà della famiglia Garrone in cui oltre all’agriturismo ristorante, si trova anche la cantina. La sorpresa è stata la Lunch box con prodotti tipici della valle con:Panino di segale con Crudo della Val Vigezzo e formaggio Bettlemat, Croissant salato con pesto di cavolo nero e formaggio, Quiche vegana al radicchio, La Fugascina di Mergozzo, Formaggio Ossolano della latteria di Oira con miele di rododendro e marmellata di fichi.

La visita all’Antica Latteria di Oira: si entra in un edificio di pietra, fresco anche d’estate. Le pareti raccontano la storia dei pastori della valle, dei pascoli alti, delle vacche allevate chiuse nel silenzio di boschi e alpeggi. La cagliata viene rotta con lo spino, piccoli granuli che scivolano sul fondo e quando il casaro solleva la cagliata con la tela e la deposita nelle forme, nasce il formaggio. È un momento semplice e bellissimo, è il passaggio dalla materia al prodotto, dal latte all’identità culinaria della valle.

Centro storico di Domodossola

Dal cuore medievale della città, si percorrono strade lastricate e tranquille. Le case in pietra hanno balconi di legno, portali antichi, finestre piccole come occhi. Attraversi Piazza Mercato, elegante e irregolare, circondata da palazzi rinascimentali con portici e logge scolpite. Da lì, alla stazione è una breve camminata e si giunge alla Ferrovia Vigezzina–Centovalli lasciando il borgo antico per incontrare i binari che puntano verso le montagne.

Il viaggio da Domodossola a Locarno dura il tempo di un soffio, eppure basta per ritrovarsi immersi in un’atmosfera completamente diversa. Appena il trenino si arrampica tra i monti, il rumore del mondo si affievolisce e lascia spazio a un silenzio morbido, interrotto solo dal profumo della legna che sale dai camini delle case sparse lungo la valle. È un peccato che il sole sia già scivolato dietro le creste scure delle montagne: l’oscurità inghiotte i contorni del paesaggio, e posso solo immaginare la bellezza che mi circonda.

Quando scendo dal trenino, mi basta fare pochi passi per giungere alla Trattoria della Stazione. Lì ci attendono i produttori delle quattro aziende della Val d’Ossola, pronti a farci scoprire la loro terra attraverso una degustazione dedicata.

Cantina di Tappia apre il percorso con il suo Rosato “Romano” 2024, seguito dal Barbarossa Valli Ossolane DOC Rosso (Merlot) 2023 e dal Prunent Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, vini che portano nel bicchiere il carattere più autentico delle vigne ossolane.

Cantina DEA propone l’Archè Vino Rosso 2023 e il suo Prunent Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, interpretazioni eleganti e dirette di un territorio che sa sorprendere.

Si continua con Cantine Garrone, che offre una verticale di Prunent: il Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, il Prunent Vigna Fornace 2023 e il più maturo Prunent Dieci Brente Superiore 2022, ciascuno con una personalità distinta e riconoscibile.

Chiude il cerchio Ca Da L’Era con il Cadalera Valli Ossolane DOC Rosso 2024, il P di Pietro Nebbiolo 2024 e il Prunent Valli Ossolane DOC 2022, vini che raccontano il lavoro paziente e appassionato di una piccola azienda familiare.

A seguire la cena tradizionale, preparata dallo Chef della Trattoria. Un delicato Baccalà mantecato con patate al timo e salsa al pane nero apre la serata, seguito dai Raviolini di pasta fresca ripieni di pancotto e formaggio nostrano. Il cuore del menu è il “Rossini contadino”, uno stracotto di manzo accompagnato da polenta arrostita e cipolla caramellata. A chiudere, una versione rivisitata del “Credenzin”, dolce tipico che racconta l’ultima nota di una serata fatta di sapori, storie e persone.

Visita di Ghemme, percorrendo la Strada Traversagna, l’asse che unisce Stresa a Borgomanero e prosegue poi verso Maggiora, Boca e Grignasco, attraversando alcuni dei paesaggi più caratteristici dell’Alto Piemonte, tra vigneti storici, boschi e antichi borghi. Giunti a Ghemme facciamo visita al Ricetto e la storica Cantina Rovellotti Viticoltori in Ghemme guidati da Antonello Ravellotti e suo figlio Luigi.

Ghemme è uno dei borghi più affascinanti dell’Alto Piemonte, un luogo in cui la storia dialoga con il paesaggio vitato in modo naturale, quasi inevitabile. Il cuore identitario del paese è il Ricetto, un complesso fortificato medievale tra i meglio conservati della regione. Conosciuto come Ricetto di Ghemme, è una cittadella di origine trecentesca costruita per proteggere la comunità e i suoi beni più preziosi: granaglie, vino, strumenti agricoli.

All’interno di questo microcosmo medievale trova spazio anche una delle realtà vitivinicole più rappresentative dell’Alto Piemonte: la Cantina Rovellotti. Ospitata proprio nel ricetto, la cantina è un raro esempio di continuità tra architettura storica e produzione enologica, con antichi locali con soffitti a volta dove affinano i vini e dove sembra di percepire ancora l’eco delle attività agricole di secoli fa.

Dall’intreccio protetto di mura e cantine storiche, lo sguardo si apre naturalmente verso i vigneti che disegnano le colline di Ghemme, culla dell’omonima DOCG. La bellezza di questo paesaggio sta nella sua armonia: filari ordinati che si adagiano su lievi pendenze, intervallati da boschetti e piccoli corsi d’acqua, con il massiccio del Monte Rosa che spesso appare sullo sfondo come un custode silenzioso. Qui il Nebbiolo, trova una delle sue espressioni più eleganti, grazie ai suoli morenici, sabbiosi e ghiaiosi lasciati dai ghiacciai. Il risultato è un mosaico di microzone che cambiano luce, vento e carattere a distanza di pochi metri.

L’Alto Piemonte esce da questo viaggio con un’identità limpida: un territorio che non rincorre le Langhe, ma segue la propria vocazione fatta di rocce antiche, vigneti verticali e vini che parlano sottovoce. La freschezza, la precisione aromatica e la profondità minerale dei suoi Nebbioli raccontano una rinascita già in atto, sostenuta da produttori tenaci e da un Consorzio che sta restituendo a queste colline il ruolo che meritano. È un Piemonte diverso, più introverso e montano, ma capace di emozionare con eleganza e autenticità. Un patrimonio che oggi torna a farsi ascoltare.

Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: Cetaria a Baronissi

Trama serrata, scelte di carattere e ambientazione contemporanea valgono la sosta per i piatti di Salvatore Avallone e le cure di Federica Gatto in sala.

Baronissi, Valle dell’Irno ad 8 chilometri da Salerno. Tra il Parco Naturale Diecimare, oggi oasi WWF e il centro abitato ordinato e silenzioso, raggiungiamo la destinazione senza difficoltà. Da lontano spunta l’insegna del ristorante Cetària, ma è solo entrando che scopriamo di essere in un locale storico con tanto vincolo paesaggistico. Ci accoglie Federica, Maître e sommelier esperta, in un ambiente elegante e discreto, un salotto per pochi ospiti, dalle sedute comode ed una mise en place colorata con cantina a vista. Per un amante del buon design potrebbe essere la casa dei propri sogni. 

Pop corn al sale limonato e lo Chardonnay Arbois Pupillin Jurassique Domaine de La Renardiere 2018, macerato e biodinamico

Oltre ai piatti à la carte, due i menu degustazione. Noi nostalgici del foliage dai colori caldi, scegliamo il menù di terra abbinato ad uno Chardonnay di marca francese ad impreziosire il tartufo bianco e il wagyu che troveremo più avanti nel percorso.  

Iniziamo le tappe con i pop corn al sale limonato. Federica ci augura buona visione come fossimo al cinema, in attesa della trama del film.

Primo tempo:
Carezze iniziali con miniature salate. Particolarmente interessante, tra gli altri, la sfera alla parmigiana.

Foresta nera: funghi, fois gras, amarene, fave di cacao e tartufo.  Un’esplosione di autunno.

Uovo in carbonara campana. Difficile da raccontare, probabilmente il piatto iconico della cena, forse per l’abbinamento con lo chardonnay strutturato.

Uovo in carbonara campana

Si continua poi con “Umami“, ovvero spaghetti lunghi da grano italiano del Pastificio Di Martino in estratto di funghi e tartufo bianco pregiato. Invidiamo i cani cercatori inglesi ad averli scovati nei boschi delle Langhe.

Umami

Dai boschi piemontesi facciamo invece un salto in oriente con il wagyu accompagnato dal carciofo e topinanmbur, sosta perfetta per accompagnarci nel seguito del film.

Oriente italiano: Wagyu Giappone A5, topinambur e carciofi

Secondo tempo, inizia la parte dolce.

Ape regina” con agrumi, miele millefiori e bergamotto, a seguire Banksy – tributo al famoso street writer – un guscio di cioccolato bianco con cuore di fragole, vaniglia e menta. Ultime, ma non per importanza, le mini coccole dolci, adagiate su mais per pop corn, in piccoli vassoi che  formano la stella della Michelin.

Siamo ai titoli di coda, con i saluti dello Chef Salvatore Avallone. Nato a Cetara, la porta d’ingresso nella Divina Costiera, lo avevamo incontrato con il nostro direttore Luca Matarazzo a Buonissimi 2025. Ci racconta come in una pellicola d’autore la storia del ristorante, le scelte e i percorsi che nel 2024 si è guadagnato l’affermazione “vale la sosta”.

Una trama affascinante che attira l’attenzione di una giovane coppia di ospiti, seduti accanto a noi. Chissà quale film stanno gustando, ci chiediamo. Usciamo soddisfatti e leggeri. Una cena bilanciata e dai tempi giusti, 170 euro a testa prima di una passeggiata nell’area pedonale. Ci godiamo la tranquillità del piccolo centro cittadino, con il fascino serale del palazzo di Città a fare da sfondo. La curiosità ci spinge a cercare informazioni e scopriamo che si tratta di un’opera riqualificata alcuni anni fa dall’architetto Nicola Pagliara, docente alla facoltà di architettura di Napoli. 

La scenografia anche qui è parte dell’esperienza. Colonna sonora, perché no, la ballata commovente Teardrop dei Massive Attack.

Il salame di Mugnano del Cardinale

Eccellenza gastronomica in bilico tra le province di Avellino e Napoli

Il contesto territoriale e il contesto storico

La conurbazione dei sei comuni che formano l’area baianese costituisce una sorta di territorio cerniera tra la provincia di Avellino e l’Ager Nolanum in provincia di Napoli. I comuni di  BaianoAvellaMugnano del Cardinale, ove è ubicato il famoso santuario di Santa FilomenaQuadrelleSirignano e Sperone, che fanno parte a loro volta della Comunità Montana Vallo di Lauro e Baianese, comunità non contigue in termini provinciali in quanto Visciano che appartiene alla città metropolitana di Napoli in mezzo ad essi.

Tali borghi costituiscono un’eccezione nel contesto avellinese sia perché sono bene accorpati tra loro, e quindi più simili ai comuni napoletani limitrofi, che per il dialetto locale: infatti lo slang del posto non è il dialetto irpino ma bensì dialetto baianese.

In bilico tra queste due province, per quanto originario del comune di cui porta il nome, nasce la tradizione norcina del salame di Mugnano. Il borgo di Mugnano del Cardinale ha visto un primo e vero e proprio nucleo abitativo a partire tra l’XI ed il XII secolo in corrispondenza dell’odierno quartiere Cordadauro, periodo durante il quale la baronia di Avella, a seguito della conquista normanna, fu oggetto di un vasto piano agrario avviato grazie ad opere di dissodamento del terreno e dalla sua conseguente rimessa a coltura, nonché dalla creazione di nuovi insediamenti abitativi, tra cui appunto Mugnano, il cui etimo però sembra derivare da Fundus Munianus, risultante dell’ingrandimento delle proprietà che al tempo, precisamente tra il I secolo a.C. ed il II secolo d.C. , vennero assegnate ai veterani dell’esercito romano e ripartite secondo il criterio della centuriazione.

Nel 1312 Riccardo II Scillato, barone del feudo di Litto e Ponte Mignano, comprendente anche Mugnano, cedette questo territorio all’Abbazia di Montevergine, ricevendo dalla stessa i possedimenti nel salernitano; nel 1430 l’Abbazia di Montevergine ed i suoi feudi divennero una «Commenda», ossia passarono all’autorità di un cardinale «commendatario» e non più all’abate. Nel 1511 la Commenda di Montevergine passò al cardinale Ludovico d’Aragona il quale, dopo quattro anni, la cedette alla Casa dell’Annunziata di Napoli, all’epoca uno dei maggiori enti assistenziali del Regno di Napoli, passando di fatto alla giurisdizione della stessa ed entro alla quale vi rimase sino all’abolizione del feudalesimo nel 1806.

L’avvenimento più importante per la storia di questo borgo di origine medievale avvenne giusto un anno prima: il sacerdote mugnanese Francesco Di Lucia portò a Mugnano i resti di una giovane martire cristiana rinvenuti nelle catacombe romane di Santa Priscilla il 25 maggio del 1802 ottenuti da Pio VII, dando così inizio al culto di Santa Filomena, diffusosi ben preso in tutto il Meridione grazie anche alla protezione di Ferdinando II di Borbone; merita una menzione il Castello del Litto, dall’omonima frazione, costruito su un punto strategico da cui si nominava la Valle del Gaudio, attraversata tutt’oggi dall’importante strada regia delle Puglie.

Le origini medievali di un’eccellenza di origine irpina

Di questo eccellente prodotto di origine irpina si hanno notizie sin dal Medioevo ed anche successivamente: il 7 novembre 1849 il pontefice Pio IX, accompagnato dai regnanti borbonici, dopo aver celebrato messa al Santuario di Santa Filomena, ricevette in omaggio una cassetta in legno col pregiato salame di Mugnano; inoltre questo salame paesano, verso la fine del 1800, coinvolgeva nella sua produzione molte donne della zona, le quali si tramandavano di madre in figlia la tradizione artigianale, alimentando un vero e proprio indotto locale fino a far diventare l’insaccato mugnanese un fiore all’occhiello della gastronomia e utilizzato dai contadini irpini come merce di scambio.

Il Salame di Mugnano: Prodotto Agroalimentare Tradizionale

Il salame di Mugnano è stato riconosciuto quale Prodotto Agroalimentare Tradizionale dal Ministero delle Politiche Agricole con Decreto del 18 luglio 2000, su richiesta della Regione Campania, e la sua lavorazione oggigiorno è ammessa nei seguenti comuni: Mugnano del Cardinale, Avella, Baiano, Sirignano e Sperone, in provincia di Avellino, con Camposano, Casamarciano, Cicciano, Cimitile, Comiziano, Marigliano, Nola, San Vitaliano, Saviano, Scisciano e Tufino nel napoletano, comuni ai quali, nel tempo, si è diffusa la tecnica di preparazione.

Storia Norcina da oltre 700 anni

Un tempo svolta a livello domestico, prevedendo il concorso di più parti del maiale e l’affumicatura dinanzi ai camini o in prossimità delle cucine in muratura, la produzione del salame di Mugnano si è radicalmente evoluta, soprattutto dalla nascita della prima fabbrica norcina che risale al 1890 con la famiglia De Lucia, la quale era solita acquistare suini anche al Nord, di sola provenienza italiana e ancora in vita. Chiaramente, durante un tragitto piuttosto lungo, la carne degli animali finiva con l’indurirsi, sicché la famiglia De Lucia propese per tenerli allo stato brado sulla frazione mugnanese del Litto, per poi ucciderli dopo alcuni giorni.

L’odierna produzione

Per la produzione di questo salume occorrono le carni magre di spalla e fiocco di prosciutto macinate a grana grossa nel tritacarne, unite assieme al grasso di pancetta che dovrà risultare ben sodo per essere idoneo rispetto ai dettami artigianali, che lo vorrebbero tagliato generalmente a punta di coltello, il tutto da miscelarsi naturalmente alla concia fatta di sale e pepe nero in grani e per essere infine insaccato nel cosiddetto budello crespone o culare, corrispondente all’intestino crasso del suino.

Il segreto del Salame di Mugnano: il Vento

Le fasi di asciugatura e stagionatura vengono calcolate nell’insieme per una durata complessiva di almeno due mesi durante i quali, dopo l’affumicatura per mezzo di appositi bracieri, il salame di Mugnano si giova del suo ingrediente più tipico: il vento; infatti la posizione geografica di Mugnano del Cardinale, posta ad un’altitudine media di 250 metri con aree che arrivano a superare anche i 1400 metri sul livello del mare, vede la cittadina svilupparsi alle propaggini occidentali del Massiccio del Partenio ed esposta ai venti di Sud-Ovest, lievi ma costanti, i quali garantiscono una totale assenza di ristagni di aria e sono apportatori delle fragranze montane di castagni, faggi e querce, garantendo un’essiccazione naturale davvero privilegiata.

Caratteristiche Sensoriali del Salame di Mugnano

L’aspetto del salame di Mugnano, legato manualmente con lo spago, è piuttosto tondeggiante ed irregolare, a forma di pugno, con una pezzatura variabile dai 200 ai 500 grammi e con un diametro che supera, giusto per avere un termine di paragone, quello del salame tipo Napoli; una volta affettato si presenta di colore rosso vivo tendente al rubino, per quel che attiene alle carni, e bianco per il grasso, vedendo una buona distribuzione di entrambi ed una piacevole coesione della fetta, che deve essere pelata senza alcuna difficoltà data la natura del budello.

Dalla fetta del salame di Mugnano si irradia un profumo abbastanza intenso, piacevole e delicato di tostatura da legno, affumicato, stagionato e leggera nota piperita, mentre al gusto si avverte, sempre con buona intensità, un piacevole bilanciamento dei sapori, con i ritorni delle note odorose cui si va ad aggiungere il sapore suino unitamente al tocco umami, soprattutto se prodotto con suino nero, una buona persistenza e la texture omogenea che ne rende piacevole palatabilità e masticabilità. Un salume decisamente armonico nella sua semplicità ove il modello produttivo premia maggiormente la qualità della materia prima.

Il salame di Mugnano rappresenta ancora oggi il salume delle feste, quelle che pur riunendo talvolta il sacro col profano continuano ad essere feste concrete, fatte di valori familiari e gioia, pertanto un rosso frizzante della Penisola Sorrentina Doc come il Gragnano sarebbe un abbinamento ideale grazie al brio ed all’eleganza contadina che entrambi sono capaci di evocare con la loro genuina rusticità, piuttosto che una Vernaccia di Serrapetrona spumantizzata nella sua versione dry, così come anche l’avvolgente morbidezza di un Aglianico nella versione Campi Taurasini, meno austera rispetto al Taurasi ma comunque di buona persistenza aromatica intensa, potrebbe costituire un buon match.

Roma celebra i vincitori italiani del Concours Mondial de Bruxelles 2025

Palazzo Valentini ha ospitato il 6 ottobre la rassegna dei produttori italiani i cui vini hanno ricevuto il prestigioso premio, la medaglia d’oro del Concours Mondiale de Bruxelles, che da oltre trent’anni distingue professionalmente l’arte della degustazione dei vini di tutto il mondo.

Nel chiostro, incantevole per architettura, i banchi d’assaggio hanno offerto vini provenienti da areali noti o meno conosciuti: dalle Langhe del Barbaresco, qui espresso dall’eccellente Collina Serragrilli, a Montalcino con Radicato e il suo eccellente “Brunello 2019”, ma guardando alle colline dell’Akragas di Filippo Cuffaro e il suo “Filippo II”, al suo prossimo geografico in Paceco con Baglio Ingardia e il suo “Sisilì”, alla Puglia di tradizione borbonica col “Nero di Troia” di Domus Hortae, fino ai Colli di Salerno con Guerritore e l’aglianico del “Fusara”. 

Si guarda anche agli areali del Lazio, partendo da Frascati e dai Colli Romani ben rappresentati da produttori esigenti con Colle De’ Conti, fino a Le Ferriere di Latina con la celeberrima Casale del Giglio.

Ospitalità della venue di Palazzo Valentini, sede della Città Metropolitana di Roma, la cui azione di recupero qualitativo dei vitigni laziali storici vede già un forte impegno istituzionale da quest’anno — notevole la presenza degli uomini delle istituzioni romane all’evento — e per il prossimo quinquennio mediante diversi programmi di sviluppo locale.

Forse il più emblematico di questi è “Roma Mater Vinorum”, patrocinato e sviluppato da “Iter Vitis” iniziativa del Consiglio d’Europa, che valorizza con il “Vigneto di San Sisto” (1400 metri quadrati” entro le mura romane i sette vitigni proto-storici della Roma Antica (su tutti, Cesanese e Nerobuono).

L’obiettivo dell’evento è dichiaratamente più ampio della celebrazione dei vini selezionati per una Medaglia CMB: gli organizzatori hanno inteso rappresentare un mosaico di territori, vitigni e identità produttive che costituiscono un patrimonio unico di biodiversità ed esprimono il livello altissimo di tutta l’enologia italiana, da nord a sud del Paese.

Con il 4% dei premiati, sono 582 le etichette italiane medagliate: 40 referenze hanno ottenuto la Medaglia Gran Oro, 218 l’Oro, 340  l’Argento, di cui rispettivamente 44 e 91 solo in Toscana. Bene la Sicilia con nuovi areali interessati alla selezione, insieme con il Friuli Venezia Giulia che, tra Collio e Sauvignon, a detta dei selettori ha raggiunto non solo questa premiazione ma la notorietà nel mondo come vera sorpresa del decennio.

I selezionatori del concorso belga sono circa 250 e vengono scelti per rigorosa reputazione internazionale, per la loro riconosciuta e incontestata capacità di degustazione alla cieca e decantazione dettagliata delle qualità e delle caratteristiche eroiche dei vini iscritti al Concours, guidato da Baudouin Havaux. 

Giudizi indipendenti, credibili, imparziali e ferrei nella analisi dei vini, la cui considerazione per un premio è effetto di una soglia di valutazione affermativa non inferiore ai 2/3 dei selettori.

Interessantissime le due Masterclass proposte: si svolgono in contemporanea e mettono a raffronto in due aule attigue l’una il patrimonio enologico della Capitale e della sua regione, con la masterclass “I migliori vini della Provincia di Roma”, l’altra con la masterclass “Sauvignon Selection” a rappresentare alcuni tra i Sauvignon Blanc più identitari delle colline e delle valli del Sud Africa – notevoli la Franschhoek Valley e Stellenbosch.

Abbiamo avuto modo di conoscere in dettaglio la storia e le ispirazioni delle cantine laziali selezionate nella masterclass, apprezzandone con i loro rappresentanti presenti non solo la qualità eccellente raggiunta ma le ambizioni in un periodo non certo facile per i mercati internazionali a cui i loro vini sono destinati. 

Dal “Satrico” 2024 di Casale del Giglio, una elegantissima continuità del lavoro della famiglia Santarelli e di Paolo Tiefenthaler, al “Villa Simone” 2020 che esprime un cru di Malvasia Puntinata del loro bellissimo vigneto “Falconieri”. 

C’è spazio anche per il rosato “DonnaLuce” di Poggio Le Volpi, azienda di Monteporzio Catone che combina sin dalle sue origini la ristorazione tipica con la valorizzazione di antichi vitigni locali come il Nerobuono blendati con vitigni internazionali come il Merlot. La tecnica estrattiva del “salasso” permette di ottenere per questo vino un colore e un gusto molto vicini ai rosati della Provenza. 

A chiudere, ancora Casale del Giglio con il loro alfiere di sempre, quel “Mater Matuta” che nell’annata 2019 proposta alla masterclass offre la combinazione all’85% di Syrah con il Petit Verdot al 15% — una proporzione quasi inedita che esprime la visione di un prodotto meno figlio di estrazione e più incline a combinare una rinnovata freschezza, eleganza di gusto con una struttura ricca di tannini vellutati e grado alcolico, ma aperta alle notevoli complessità di gusto e olfatto del complesso vegetale di erbe, di foglie di ortaggi e muschi, bilanciato da fruttato di amarena e dalla bella verticalità con un leggero etereo di spirito, di fumosità accennate eppure sensibili assieme a refoli di cacao.

Appuntamento all’edizione del CMB del prossimo anno, ancora a Palazzo Valentini e nel prezioso scenario del suo Chiostro.

La pasticceria in Campania è in forma strepitosa

Si parla spesso e a sproposito della lotta agli zuccheri in difesa della salute, ma c’è un comparto in Campania che vive metaforicamente un momento di forma strepitosa: quello dei maestri pasticceri.

Se n’è parlato a Casertavecchia, tra la curiosità del pubblico, durante l’evento “aperitivo di gusto sulla pasticceria italiana” moderato dalle giornaliste Antonella D’Avanzo ed Emanuela Sorrentino. Quattro racconti profondamente diversi tra di loro, che rappresentano vite di scelte e sacrifici in laboratorio, nel seguire le orme dei genitori o scegliendo la professione solo grazie al talento scoperto per caso in gioventù.

L’evento è stato introdotto da Luigi Ferraiuolo nell’ambito del percorso letterario denominato Un Borgo di Libri ed ha visto la partecipazione di Nicola Goglia “Emilio il Pasticcere” a Casal di Principe, Alessandro Mango “Lombardi Pasticcieri dal 1948” a Maddaloni, Biagio Martinelli “Pasticceria Biagio Martinelli” ad Aversa e Marco Cesare Merola “Pasticceria Contemporanea” a Caserta.

Nella speranza di vedere a dicembre la cucina italiana patrimonio immateriale dell’Unesco per biodiversità e sostenibilità, il comparto di torte, dolci iconici, cioccolata, dessert al piatto, lievitati e piccole coccole da vetrina, vive già il suo riconoscimento più importante, quello del mercato. Ben 10 i miliardi del fatturato annuo complessivo – compreso l’indotto – e l’inversione della gerarchia delle eccellenze con il Sud Italia, in particolare Campania e Sicilia, a farla da padrone. Mentre il dolce italiano più conosciuto al mondo resta il tiramisù, pastiera, cannoli e altre delizie sono le preferenze dei consumatori italiani.

Nicola Goglia ha persino registrato il marchio Roccobabà. A Casal di Principe, terra di riscatto, il padre aveva aperto piccolo laboratorio da 40 metri quadri. Oggi se ne contano 700 e tanti posti di lavoro nel Rione San Donato, mai abbandonato. Il vassoio della domenica è tornato in auge: babà e sfogliatelle ricce non possono mancare insieme alla classica zuppetta. Forme antiche di street food per le signore bene della borghesia napoletana, divenute col tempo una tradizione culturale del popolo. Il sacrificio e la gavetta degli inizi e la difficoltà attuale a trovare manodopera qualificata e volenterosa lasciano un immagine in chiaroscuro dove non è semplice fare impresa. E poi ci sono le esigenze alimentari di una visione contemporanea dove tutto sembra nuocere alla salute, in particolare zuccheri a grassi. «Lo zucchero era un conservante naturale, ecco perché se ne abusava in passato – spiega Goglia – Prima si mangiavano dolci una o due volte alla settimana, adesso bisogna preservare l’equilibrio calorico più volte al giorno. Quindi ridurre anche le pezzature, contenendo però i costi».

Alessandro Mango è un “genero d’arte”. Il suocero è il aestro pasticciere Aniello Di Caprio della Scuola Dolce e Salato di Maddaloni, vera eccellenza in Italia, nonché titolare di Lombardi Pasticceri dal 1948. Alessandro è un appassionato dei lievitati, nella cura con amore di un ceppo di lievito madre di oltre 40 anni, rigenerato di continuo. Starter uva sultanina, mele, yogurt. «Bisogna distinguersi nella lavorazione delle materie prime. Ad esempio, dare personalità alla frutta presente nel panettone con una canditura artigianale. Non ci siamo tirati indietro neppure con la pizza in pasticceria, format innovativo del 2023 che quest’anno ha visto il riconoscimento deiTre Spicchi della Guida Pizzerie Gambero Rosso» racconta un’entusiasta Mango.

Biagio Martinelli invece tiene a precisare le sue origini non da aversane, accolto però come un figlio dalla popolazione. Da ragazzo ha scelto la sua strada staccandosi dall’azienda di famiglia. Oggi presenta la polacca in più versioni, anche nel rispetto della ricetta originale della monaca di Aversa. Il primo locale nel 2017 e la polacca con variazione alla melannurca; nel 2019 la rustica con crema pasticcera salata e brioche salata con salame di suino casertano nero e provolone del Monaco. Immancabile la classica con amarena all’interno: «Nel 2024 nasce nasce il mio secondo progetto “Martinelli Cafè” per proporre dolce e salato alla clientela ed offrire formazione il cliente dal caffè alle preparazioni dolciarie», come accennato nell’articolo Biagio Martinelli, una vita tra il dolce e il salato.

Marco Cesare Merola vola prima negli Stati Uniti, laureandosi in lingue straniere prima di tornare a casa con il ruolo di executive chef in una struttura di prestigio. Pasticceria Contemporanea rappresenta il suo spazio libero al centro di caserta, dove coniugare il confort della tradizione con un piede nel futuro per creare la giusta experience. «Fare avanguardia oggi costa tantissimo. Ad esempio nel giocare sull’idea di una pizza scomposta come nella Miscake in collaborazione con il pizzaiolo Ciccio Vitiello. Una crostatina al limone. con pomodoro del Piennolo confit, fragole e agrumi. Ormai si sta spingendo sempre più verso gli estremi del palato e la percezione concreta del dolce sta diminuendo. L’esaltazione dell’amaro, dell’acido e salato sono una realtà» conclude Merola mentre i presenti non aspettano altro che assaggiare le proposte.